domenica 8 giugno 2014

Quando la fede supera la diplomazia.

Terra Santa, il sasso nello stagno lanciato da Papa Francesco


La portata dirompente di un gesto lontano dalle strategie politiche che può far ripartire il negoziato

ANDREA TORNIELLICITTÀ DEL VATICANO
  
Papa Francesco domani sera, nei giardini vaticani,  prova a gettare un sasso nello stagnante negoziato tra israeliani e palestinesi. Lo fa invitando in casa sua a pregare per la pace i presidenti israeliano e palestinese, Shimon Peres e Abu Mazen. Un evento di «respiro alto», una «pausa» rispetto alle dinamiche politico-diplomatiche, lo definisce padre Pierbattista Pizzaballa, il Custode di Terra Santa al quale Bergoglio ha voluto affidare la regia dell'incontro.

Non sarà un summit per nuove mediazioni o road-map, dunque. Ma qualcosa di più importante, nell'ottica del credente in Dio. Un'invocazione comune che Francesco avrebbe desiderato si potesse svolgere durante il suo viaggio in Terra Santa. Un incontro al quale partecipa, su invito del Papa, anche il Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo, per testimoniare quanto l'unità dei cristiani sia segno di riconciliazione che travalica i confini delle Chiese ed è per il mondo intero.

Le preghiere delle tre comunità - ebraica, cristiana e musulmana - avranno la stessa struttura: prima la lettura di testi che parlano del creato, dono di Dio all'uomo; quindi il riconoscimento che tutti gli uomini sono figli di Dio e la richiesta di perdono, infine l'invocazione con la richiesta di pace. Al termine sono previsti gli interventi, del Papa e dei due presidenti, formulati come invocazioni e non come discorsi politici. Ciascuno farà la sua preghiera secondo il proprio credo: saranno israeliani e palestinesi - ebrei, cristiani e musulmani - che invocheranno la pace per i loro popoli, senza distinzioni.

Fin dall'annuncio dato a sorpresa da Francesco al termine della messa celebrata domenica 25 maggio nella piazza della Mangiatoia di Betlemme, anche quanti sono rimasti favorevolmente colpiti dall'iniziativa papale, si sono chiesti che cosa ci fosse dietro la proposta. Quasi che la preghiera potesse essere soltanto lo specchietto per le allodole, il paravento, la scusa formale per mettere israeliani e palestinesi attorno a un tavolo, di fronte a una nuova proposta di mediazione. 

Ma chi così ha pensato non è stato capace di riconoscere che per Francesco non c'è nulla di più efficace della preghiera: chiedere, anzi invocare la pace da Dio comporta l'impegno a costruirla «artigianalmente» con l'impegno di ciascuno nella vita di ogni giorno. Il Papa ha definito sia Peres che Abu Mazen «uomini di pace». E sa che sono anche entrambi credenti. Per questo la preghiera per la pace di israeliani e palestinesi, che ebrei, cristiani e musulmani faranno separatamente secondo la propria fede ma indistintamente per il bene dei due popoli, è un segno potente.

Il processo di pace appare oggi immobilizzato: da una parte a motivo del nuovo governo palestinese, che Abu Mazen ha varato con Hamas (organizzazione che non riconosce il diritto all'esistenza dello Stato d'Israele); dall'altra l'autorizzazione a costruire migliaia di nuovi alloggi per i coloni in Cisgiordania, nuovi insediamenti che si aggiungono ai tanti già esistenti e che rendono sempre più difficile la nascita di uno Stato palestinese.

Annunciando l'incontro di domani, Papa Francesco aveva detto: «Tutti desideriamo la pace; tante persone la costruiscono ogni giorno con piccoli gesti; molti soffrono e sopportano pazientemente la fatica di tanti tentativi per costruirla. E tutti –specialmente coloro che sono posti al servizio dei propri popoli –  abbiamo il dovere di farci strumenti e costruttori di pace, prima di tutto nella preghiera. Costruire la pace è difficile, ma vivere senza pace è un tormento. Tutti gli uomini e le donne di questa Terra e del mondo intero ci chiedono di portare davanti a Dio la loro ardente aspirazione alla pace».

Francesco spera che la grande mobilitazione della preghiera che in tutto il mondo accompagnerà l'invocazione di domani, renda «coloro che sono posti al servizio dei propri popoli» più coscienti e più impegnati a rispondere concretamente all'aspirazione di chi quotidianamente fa i conti con «il tormento» dell'assenza di pace.

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Preghiera israelo-palestinese in Vaticano: un gesto religioso, un fine politico
di Antonio Livi

Il 25 maggio scorso papa Francesco rivolse ai presidenti dell’Autorità Palestinese (Mahmoud Abbas) e dello Stato di Israele (Shimon Peres) l’invito a riunirsi con lui in Vaticano per «elevare insieme un’intensa preghiera invocando da Dio il dono della pace». La riunione, alla quale si è unito anche il patriarca ecumenico di Costantinopoli (Bartolomeo I), si svolge oggi, solennità della Pentecoste, e costituisce un evento eccezionale per tanti motivi.

Il primo di questi motivi è propriamente religioso, ed è legato alla persona di papa Francesco, alla sua grandissima popolarità, sia dentro che fuori dei confini della Chiesa cattolica; è appunto questa popolarità che ha fatto sì che la recente visita del Santo Padre alla Terra Santa sia stata oggetto di attenzione da parte di tutti i media e abbia provocato sentimenti di speranza in ogni parte del mondo. La prossima riunione di preghiera in Vaticano si colloca in immediata continuità con quel viaggio apostolico.

Un secondo motivo è invece storico-politico, ed è la delusione che per decenni l’opinione pubblica mondiale ha sofferto di fronte ai vari tentativi della diplomazia internazionale e dei principali protagonisti della politica mondiale (i segretari dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, i presidenti degli Stati Uniti d‘America) per mettere fine al conflitto tra lo Stato di Israele e i palestinesi, sostenuti in diverso grado dai Paesi arabi vicini (Giordania, Libano, Siria, Egitto). 
Entrambi questi motivi finiscono per focalizzare l’attenzione sull’impegno della Santa Sede – e in prima persona del Papa stesso – per la promozione della pace in quella regione del Medio Oriente e più in generale nel mondo intero. Ora però, considerando in questa specifica prospettiva l’evento vaticano della Pentecoste di quest’anno, esso non risulta così straordinario, anzi si inscrive in una prassi  secolare.

Già i papi dell’età moderna, ad esempio Alessandro VI, presero delle iniziative pubbliche (arbitrati internazionali) per impedire che gli opposti interessi coloniali nelle Americhe provocassero un conflitto tra i regni cattolici di Spagna e di Portogallo. Analogamente, Pio IX, pur vedendo con favore il Risorgimento italiano, cercò in tutti i modi di evitare il conflitto armato tra il regno di Piemonte, appoggiato dall'impero di Francia, e l’impero Austriaco. Successivamente, sono noti gli sforzi di Benedetto XV per evitare la tragedia della Prima Guerra Mondiale (da lui denominata nel 1917 «inutile strage»), come anche quelli del venerabile Pio XII per scongiurare i conflitti europei che provocarono poi la Seconda Guerra Mondiale. Si tratta insomma di una tradizione di interventi dottrinali e anche diplomatici che Giovanni XXIII compendiò nella celebre enciclica Pacem in terris (1963); e che il suo successore, Paolo VI, commentò in uno storico discorso all’assemblea dell’ONU (4 ottobre 1965), mentre il grattacielo che ospita l’Organizzazione delle Nazioni Unite riportava, con un suggestivo gioco di finestre spente e illuminate, le parole “pacem in terris”.
Alcuni commentatori, ricordando gli incontri inter-religiosi di Assisi voluti da Giovanni Paolo II e continuati poi da Benedetto XVI, hanno voluto inserire l’evento di Pentecoste – che papa Francesco ha organizzato come “incontro di preghiera” - nella linea di queste iniziative di dialogo inter-religioso. Ma questa è una forzatura, perché il dialogo inter-religioso non ha finalità politiche (di pace tra i popoli e gli Stati) e nemmeno si serve di strumenti politici, come sono i colloqui di pace con le eventuali “road maps” e il coinvolgimento diretto delle autorità civili.

Quando la Chiesa cattolica promuove iniziative di  dialogo  “ecumenico” (che riguardano i rapporti con le altre confessioni cristiane, a cominciare con l’Ortodossia), esse sono esplicitamente finalizzate a ricostituire l’unità dell’unica Chiesa di Cristo, con il superamento di differenze dogmatiche e disciplinari. Quando poi la Chiesa cattolica promuove iniziative di dialogo “inter-religioso” (che riguardano i rapporti con le altre religioni del mondo, a cominciare con l’ebraismo), esse sono esplicitamente finalizzate a valorizzare ciò che le unisce (il riconoscimento di Dio come creatore e Padre di tutti) e a tentare di ottenere un reciproco riconoscimento dei rispettivi valori spirituali positivi e una più sincera ricerca della vera religione. Di per sé, insomma, il dialogo inter-religioso non ha – come ho appena detto - finalità propriamente politiche, come quando si tratta di operare a favore della pace tra i popoli e tra gli Stati, mettendo fine, come in questo caso concreto, al conflitto arabo-israeliano o israelo-palestinese. Nemmeno – come pure ho detto - si serve di strumenti politici, come sono gli accordi internazionali firmati dalle autorità civili in rappresentanza dei Paesi interessati. 
L’evento della domenica di Pentecoste del 2014 va visto pertanto come quello che effettivamente è: non un momento dell’azione ecumenica o inter-religiosa della Santa Sede ma una inedita riunione di preghiera che papa Francesco ha voluto organizzare nella “sua casa”, cioè in Vaticano, per facilitare il dialogo di pace tra le due parti in conflitto. Il capo della Chiesa cattolica inviterà i suoi ospiti, rispettivamente di religione ebraica e islamica, per ottenere da Dio la conversione dei cuori, la reciproca tolleranza, la rinuncia alla vendetta, l’interruzione della tragica spirale della violenza che ha fatto sì che agli atti terroristici di una parte si reagisse con rappresaglie sanguinose, a volte anche sproporzionate. La finalità è dunque politica (di altissima politica, di concreto e indiscutibile servizio al bene comune temporale) e non propriamente religiosa, anche se il mezzo principale adoperato – la preghiera – è squisitamente religioso e di fronte all’opinione pubblica mondiale dà testimonianza della fede in Dio creatore e provvidente, adorato come tale da tutte e tre le religioni lì rappresentate: il cristianesimo, l’ebraismo e l’islam.  
Nel giorno in cui la Chiesa invoca unitariamente lo Spirito Santo, che Gesù chiama «lo Spirito di verità» e «il Consolatore», noi credenti ci uniamo, con la nostra partecipazione alla solennità liturgica e con la nostra preghiera personale, alla persona e alle intenzioni del Papa. Mentre gran parte dei media vede nell’evento di domenica soltanto la dimensione politico-diplomatica, interpretando superficialmente la preghiera che il Papa farà con i rappresentanti dell’islam e di Israele come un gesto meramente retorico, noi la interpreteremo per quello che effettivamente è: un gesto religioso, ispirato dalla fede, che fa comprendere come la pace tra Israele e Palestina stia a cuore al capo della Chiesa cattolica, non per contingenti motivi geopolitici, ma perché Cristo, che è «il Principe della pace», vuole che la pace regni dappertutto, a cominciare dalla Terra Santa, dove è nato e vissuto, dove è morto e risuscitato, dove ha istruito i discepoli, prima della sua Ascensione al Cielo, inviandoli a evangelizzare tutto il mondo. Insomma, invece di interpretare la fede religiosa, quella di noi cristiani, come “instrumentum regni”, ossia come rivestimento retorico di mire meramente temporali, interpretiamo gli scopi temporali contingenti come espressione coerente di una fede che impegna alla carità operosa verso tutti e in ogni situazione storica.
Quanto al dialogo ecumenico e inter-religioso, vedremo presto come papa Francesco, sulle orme dei suoi predecessori – da Paolo VI a Giovanni Paolo II e a Benedetto XVI – continuerà a promuovere sempre più convintamente l’unità dei cristiani, espressamente voluta da Cristo stesso, attraverso il lavoro delle commissioni teologiche che da tempo studiano i punti dottrinali che ancora separano  la Chiesa cattolica dalle Chiese d’Oriente, e attraverso le riunioni interconfessionali del clero e del laicato destinate a favorire, con lo spirito di fraternità e con la preghiera, un difficile ma sempre possibile riavvicinamento delle comunità ecclesiali riformate alla Chiesa di Roma.

Continuerà papa Francesco il dialogo religioso con gli ebrei e con l’islam, portato avanti già nei diversi incontri che ha voluto avere con i rappresentanti di queste religioni in occasione del recente viaggio in Giordania e in Israele. E anche in occasione di tali future iniziative ecumeniche del Papa – come anche di quelle di carattere inter-religioso - noi saremo, come oggi, vicini al Papa. Pregheremo assieme a lui e per lui, e da lui impareremo come ci si deve impegnare, con sacrificio e perseveranza, interpretando rettamente i «segni dei tempi» e realizzando così la missione evangelizzatrice che, dopo la Pentecoste, è affidata da Dio a Pietro, al collegio apostolico e a ogni membro della Chiesa: perché sappiamo che Dio «vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità».

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Quando la fede supera la diplomazia. David Rosen: evento che sognavo da tanti anni   
Avvenire

(Andrea Avveduto) "L'idea è meravigliosa, ma l'invito è giunto troppo tardi!". David Rosen finge, ma non troppo, un certo rammarico per il summit di oggi. Tra il serio e il faceto il responsabile del dialogo interreligioso per l'American Jewish Committee dice di "aver sognato l'incontro (...)