domenica 8 giugno 2014

Senza il consolatore tutto sarebbe arido


La solennità di Pentecoste. 

(Inos Biffi) La discesa dello Spirito Santo è il segno che Cristo, morto e risorto, è ormai glorioso e Signore alla destra del Padre, e che la sua opera di salvezza è compiuta. Lo Spirito costituisce il vincolo di amore che unisce il Padre e il Figlio: con la sua effusione a Pentecoste anche i discepoli di Gesù entrano a far parte di questa comunione e vengono così introdotti nell’intimità trinitaria.Anzitutto lo Spirito appare in stretta relazione con Gesù. Egli è alla genesi della maternità di Maria, che concepisce nel suo grembo verginale non in virtù di possibilità umane, ma perché su di lei viene lo Spirito Santo (Luca, 1, 35). Tuttavia, non solo il suo inizio, bensì tutto il seguito della vita di Cristo si rivela guidato e animato dallo Spirito, disponibile in pienezza con la sua elevazione e glorificazione. Lo Spirito scaturisce dalla Pasqua di Gesù (Giovanni, 7, 39) ed è nel suo «Nome» che il Padre ce lo invia come avvocato e consolatore (Giovanni, 14, 26). D’altronde, Gesù è venuto esattamente perché l’umanità potesse avere lo Spirito Santo, senza del quale essa sarebbe desolatamente arida e povera. Egli è per eccellenza il dono della redenzione, di cui appare il frutto e la sua gratuità.
Grazie a questo dono nasce la Chiesa, che a Pentecoste celebra il suo genetliaco. Essa proviene da Cristo e dal suo Spirito, sempre operanti in stretta sintonia. È il Signore a effondere lo Spirito nei nostri cuori e, insieme, è lo Spirito a consegnarci il Signore, a essere il Maestro, e a mantenere viva nella Chiesa e nella storia la verità di Cristo. Egli è, infatti, lo «Spirito della verità» (Giovanni, 14, 16) e la memoria di Gesù. «Lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto» (Giovanni, 14, 26).
Ancora, è lo Spirito che ci fa riconoscere Gesù come il Signore (1 Corinzi, 12, 3); che ci fa rinascere dall’alto e ci comunica la vita nuova (Giovanni, 3, 3-8); che ci rende proprietà di Cristo (Romani, 8, 9); che incide silenziosamente e potentemente in noi i lineamenti di Gesù e ce ne trasmette la sensibilità; che, abbeverandoci, ci fa gridare: «Abbà, Padre» (Gàlati, 4, 6), e fa salire dai nostri cuori gemiti inenarrabili (Romani, 8, 26).
In breve, quello del credente è tutto un vivere nello Spirito (Romani, 8). Del resto, lo stato di grazia è costituito dalla presenza dello Spirito Santo, che, inabitando nell’anima nostra, la trasforma radicalmente e la rende libera dalle lentezze e dagli impacci, e nella sua divina fantasia riscatta dalla monotonia e dall’ovvietà, e induce a compiere opere umanamente impensabili e imprevedibili. Ed è il caso di osservare che tutti i discepoli del Signore lo ricevono sovrabbondantemente, e che non vi sono altre condizioni per averlo in esuberanza.
È, poi, il medesimo e unico Spirito al principio di tutte le grazie distribuite in molteplice e mirabile varietà nella Chiesa e per l’edificazione della Chiesa (cfr. 1 Corinzi, 12-23). Diremmo: lo Spirito è il geniale artista nell’esistenza cristiana. Pervasi dallo Spirito, possiamo essere sapienti, cioè essere sale della terra; possiamo avere l’intelligenza della fede ed essere luce del mondo (Matteo, 5, 13-14); possiamo, inoltre, possedere la capacità dell’illuminato e saggio discernimento, per decidere in conformità col disegno di Dio; e anche essere corroborati così da saper resistere alle suggestioni e tentazioni, che mirano a infrangere la comunione filiale con Dio, e camminare, in ogni circostanza e traversia, con fiduciosa e serena confidenza sotto il suo sguardo provvido e paterno. Senza lo Spirito sarebbero vuote e sterili tutte le opere e tutto il ministero della Chiesa. Pensiamo all’annuncio della Parola di Dio, che sarebbe un suono vuoto, se non ci fosse lo Spirito ad aprire i cuori. O ai sacramenti, per esempio all’eucaristia, dove il Corpo di Cristo è reso presente proprio in virtù dello Spirito, lo stesso Spirito in virtù del quale il Corpo di Gesù è stato concepito nel grembo di Maria (Luca, 1, 35).
Né potrà avvenire che alla Chiesa e alle anime lo Spirito venga meno: l’ininterrotta supplica di Gesù assiso alla destra del Padre ci assicura che non si interromperà mai l’elargizione del suo dono.
Osservatore Romano

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Dal cielo un fragore ...
di Enzo Bianchi
“Dal cielo un fragore … un vento che si abbatte impetuoso … lingue di fuoco” (At 2,2-3). Non è sempre facile questo linguaggio per noi uomini e donne che abitiamo questo nostro tempo e questo nostro mondo, da noi letti in modo molto diverso rispetto all’epoca in cui è stato scritto il Nuovo Testamento. La descrizione di questi eventi straordinari e miracolosi rischia di urtarci e di non essere più eloquente ai nostri orecchi. Occorre dunque sforzarsi di decodificare il linguaggio delle Scritture, per riuscire ad accogliere il messaggio contenuto nel racconto della Pentecoste.
Che cosa è accaduto? Mentre i discepoli di Gesù erano riuniti tutti insieme nello stesso luogo, hanno fatto esperienza di quella forza che li ha abilitati a proclamare la buona notizia, il Vangelo, in molte lingue e culture: il Vangelo in cui avevano creduto ascoltando le parole e i gesti di Gesù poteva riguardare non solo loro, figli di Abramo, figli di Israele, provenienti dalla Galilea, ma tutte le genti della terra (cf. At 2,4-11). Sì, in quel giorno di Pentecoste molti uomini e donne hanno compreso e sperimentato la forza e la luce del Vangelo di Gesù, il Messia crocifisso e risorto. Gli eventi della passione, morte e resurrezione di Gesù avvenuti in quella Pasqua del 30 d.C. trovano a Pentecoste una pienezza di forza.
Questa, del resto, era la promessa e il dono del Risorto, perché Gesù era stato annunciato da Giovanni il Battista come colui che doveva venire a rinnovare l’alleanza attraverso un’immersione nello Spirito santo (cf. Mc 1,8 e par.). E poi Gesù stesso aveva promesso ai discepoli il dono dello Spirito, del Soffio santo di Dio, in modo da non lasciare orfani quelli che l’avevano seguito (cf. Gv 14,18), e aveva profetizzato che lo Spirito sarebbe stato dato ai credenti come un fiume di acqua viva (cf. Gv 7,37-39). Ecco cosa si è compiuto a Pentecoste, quella che per gli ebrei era ed è la festa del dono della Torah, data a Israele in mezzo a tuoni, fuoco e tremore della terra (cf. Es 19,16-18).
Il brano odierno del quarto vangelo racconta il medesimo evento in altro modo, ma il significato è lo stesso. I discepoli sono riuniti tutti insieme nello stesso luogo e stanno “chiusi in casa”, per paura di coloro che avevano condannato e suppliziato Gesù alla vigilia della Pasqua. Da quella crocifissione sono passati tre giorni, tutto sembra finito. Ma ecco che “Gesù venne, stette in mezzo a loro e disse: ‘Shalom, pace a voi!’”. In quella situazione di paura, di chiusura, di sofferenza, Gesù “viene” come aveva promesso: “Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete” (Gv 16,16); “Io verrò di nuovo … verrò a voi” (Gv 14,3.18). Il Veniente si fa vedere come il Vivente risorto da morte, e per lui nulla è di ostacolo. La sua presenza è quella del corpo di Gesù di Nazaret, ma ormai corpo trasfigurato, non più votato alla morte e alla fragilità, corpo glorioso, cioè ripieno della gloria di Dio. Ma è il corpo di Gesù nato da Maria, vissuto nella terra di Israele, morto a Gerusalemme, è il corpo dal quale la passione e la sofferenza non possono essere cancellate: le mani, i piedi e il costato trafitti dalla crocifissione testimoniano la sua identità (cf. Gv 20,25.27).
“E i discepoli gioirono al vedere il Signore”, il Kýriosdella chiesa in mezzo a loro vivente per sempre. Allora Gesù soffia su quel gruppo di uomini per ricrearli, per infondere in loro la vita nuova, una vita animata dal Soffio di Dio. Come Dio aveva soffiato sul volto di Adamo, il terrestre, per infondergli vita (cf. Gen 2,7), così Gesù soffia lo Spirito creatore su quei discepoli, che non solo diventano la sua chiesa ma il suo corpo stesso vivente grazie alla potenza dello Spirito santo. Comprendiamo allora come le parole di Gesù: “Prendete, mangiate, bevetene tutti” (cf. Mc 14,22-24 e par.; 1Cor 11,23-25), parole che chiedono di riceverlo, sono spiegate compiutamente da questo comando: “Ricevete lo Spirito santo”. Il dono di Gesù è lo stesso: ricevendo lo Spirito diventiamo il suo corpo, mangiando il suo corpo e bevendo il suo sangue riceviamo lo Spirito santo!
Lo Spirito santo è vita in pienezza, dunque è remissione dei peccati, cioè liberazione da tutto ciò che contraddice e ferisce, a volte mortalmente, la vera vita. Questo Spirito che i discepoli ricevono e che li assolve dai peccati, li rende a loro volta capaci di rimettere i peccati. Ecco cosa c’è alla radice della loro missione: perdonare e annunciare il perdono. Può sembrare poco, ma in verità è decisivo. In ogni caso, è l’unica esperienza di Dio e del suo amore che noi possiamo fare prima della morte, prima di vedere Dio faccia a faccia. Proprio come la chiesa ci fa cantare ogni mattina nelBenedictus: “Il Signore ci ha dato la conoscenza della salvezza nella remissione dei nostri peccati” (cf. Lc 1,77).