
A Bose convegno ecumenico di spiritualità ortodossa. Si può vivere e testimoniare la pace
«La speranza della pace annunciata in Cristo non è un’utopia inefficace di fronte alla logica del potere e del conflitto, bensì un evento nella storia che s’incarna ogniqualvolta semplici uomini e donne decidono di agire come “operatori di pace”». E «il ritrovarsi fraterno di vescovi e studiosi, di monaci e monache, di uomini e donne provenienti da confessioni cristiane e nazioni diverse, accomunati dal desiderio di restare fedeli al vangelo e al suo messaggio di pace, costituisce un appello alle Chiese a essere fermento di riconciliazione nell’oggi della storia». È uno dei passaggi più significativi dell’introduzione al XXII convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa pronunciata questa mattina dal priore di Bose, fratel Enzo Bianchi. L’incontro, che si svolge fino a sabato nel monastero in provincia di Biella, è intitolato «Beati i pacifici» (Matteo, 5, 9) ed è organizzato in collaborazione con le Chiese ortodosse.
La pace — ricorda Bianchi nella presentazione dell’evento — ha una dimensione teologica e rivelativa: occorre intraprendere un itinerario per discernere le radici della violenza e offrire le ragioni di un’autentica educazione alla pace, nell’ospitalità del diverso, nell’operosità della riconciliazione, nella fatica del perdono. E «nell’ora drammatica che stiamo vivendo, in cui la pace è contestata, calpestata, contraddetta», questa «beatitudine inattuale, che la divina liturgia ortodossa ripete costantemente, non cessa oggi di interpellare la coscienza di ogni cristiano e l’azione di tutte le Chiese».
In oltre vent’anni di ininterrotta attività, il convegno di Bose è diventato un punto di riferimento internazionale per il dialogo ecumenico e lo studio della tradizione spirituale dell’oriente cristiano, secondo una visione ampia del confronto interculturale e interreligioso che include Europa orientale, Ucraina, Russia e Medio oriente. Per questo, alla vigilia dell’incontro, sono giunti ai partecipanti i saluti del Papa, di altri rappresentanti della Chiesa cattolica e della Chiesa ortodossa. Francesco — si legge nel messaggio a firma del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin — «auspica che le giornate di studio e di confronto possano favorire la consapevolezza che è possibile vivere e testimoniare la pace annunciata da Cristo, mediante atteggiamenti di sincera fraternità che spengono le contese, superano le diffidenze e generano speranza».
Per il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, ci si trova di fronte a un duplice compito: «Fare della pace il cuore dell’ecumenismo e dell’ecumenismo il cuore della pace». E per rispondere a questa duplice sfida, «i cristiani devono riflettere insieme a quella che potrebbe essere “una teologia della pace”», devono ritrovare i fondamenti di una spiritualità della pace, attinta in Cristo, «che è la Pace in persona», comune — scrive il porporato — «sia all’esicasmo bizantino che al monachesimo benedettino». Il vescovo Nunzio Galantino, segretario generale della Conferenza episcopale italiana, sottolinea l’attualità del tema scelto per il convegno: sono sotto gli occhi di tutti «la drammaticità di molte notizie di cronaca come anche i molti elementi di tensione sotterranea con cui spesso la gente comune si trova a doversi confrontare». Ed è inevitabile che «un tale contesto sociale si rifletta anche nel tessuto ecclesiale». Monsignor Galantino invita ad accogliere di nuovo la parola di Cristo, «come un chiaro invito alla verifica della vita, come monito di riflessione e come incoraggiamento alla conversione».
Nel suo messaggio, il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo, ricorda che la pace «è frutto del distacco dalle passioni e si acquisisce per mezzo di una tenace lotta». Per questo, «è necessario che l’uomo purifichi se stesso da ogni cosa a cui il suo cuore possa attaccarsi» perché «gli sottrae la vera pace» che il Signore ha predicato attraverso le beatitudini. Essere operatori di pace — scrive il metropolita Hilarion, presidente del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne del patriarcato di Mosca — «fa parte dell’essenza stessa dell’annuncio cristiano». Quindi il difficile periodo attuale contraddistinto da vari conflitti armati «pone davanti a tutti con particolare forza il compito di cercare vie cristiane per fermare la guerra, che porta inimicizia, morte e distruzione». Secondo il patriarca di Antiochia e di tutto l’Oriente, Giovanni X, la missione in Medio oriente «è di rinnovare il volto del Principe della pace come il Dio della Scrittura», mentre Hieronymos II, arcivescovo di Atene di tutta la Grecia, pone l’attenzione sul radicamento biblico del saluto di risurrezione «Pace a voi». Neofit, patriarca di Bulgaria, osservando quanto sia «ancora più raccapricciante» quando la causa dei conflitti è l’appartenenza religiosa, afferma che, «fino a che le nostre azioni e le nostre decisioni saranno determinate non dall’amore fraterno ma dalle passioni che si agitano dentro di noi, questa pace tanto attesa, questo benessere agognato, rimarranno irraggiungibili». Pensiero condiviso dal patriarca di Romania, Daniel, il quale sottolinea il bisogno, oggi più che mai, di operatori di pace, capaci di «prevenire o appianare i conflitti tra gli uomini, sia sul piano sociale che tra i popoli», conflitti originati dalle «egoistiche passioni generatrici di abuso di potere e di profitti materiali senza limiti».
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Avvenire, 3 settembre
di ENZO BIANCHI
Quando lo scorso anno fu deciso il tema dell’annuale Convegno di spiritualità ortodossa, eravamo consapevoli dell’importanza degli “operatori di pace” in ogni stagione della vicenda umana, ma non potevamo certo immaginare che l’incontro di Bose avrebbe avuto luogo in giorni abitati da rumori di guerra ed efferatezze talmente intensi, diffusi e ripetuti da prefigurare una terza guerra mondiale già in atto, anche se “a pezzi”, a puntate, come lucidamente denunciato da papa Francesco. Sì, l’annuncio della beatitudine evangelica per quanti agiscono per la pace - “Beati coloro che si adoperano per la pace” - spesso ripetuta nella Divina Liturgia ortodossa, non solo continua a interpellare la coscienza di ciascuno e la prassi delle chiese, ma è chiamato con urgenza a tradursi in prassi capace di rimuovere ostacoli grandi come montagne, di ricreare condizioni di umanità e di giustizia tali da poter far regnare quel minimo di non belligeranza che è preludio alla pace, tra i popoli e nel cuore delle persone.
Il ritrovarsi fraterno di vescovi e studiosi, di monaci e monache, di uomini e donne provenienti da confessioni cristiane e nazioni diverse – accomunati dal desiderio di restare fedeli al vangelo e al suo messaggio di pace – costituisce un appello alle Chiese a essere fermento di riconciliazione nell’oggi della storia. La speranza della pace annunciata in Cristo, infatti, non è un’utopia inefficace di fronte alla logica del potere e del conflitto, bensì un evento nella storia, che s’incarna ogniqualvolta semplici uomini e donne decidono di agire come “operatori di pace”. Ora, il tema della pace, intrinsecamente legato al vangelo proclamato e vissuto, è un impegno di sempre: sull‘annuncio della pace la chiesa decide della sua fedeltà al Signore Gesù, il cui nome è pace. Tutto il Nuovo Testamento insiste che Gesù Cristo è la nostra pace, egli è colui che è venuto a proclamare la pace ai lontani e ai vicini. Lo stesso vangelo viene chiamato nella lettera agli Efesini “la buona notizia della pace”: per questo la pace è il dono per eccellenza del Risorto.
Ma “fare” la pace, oggi come sempre, è un’azione a caro prezzo: mai rispondere al male con il male, ma cercare sempre di replicare con il bene. può comportare anche di perdere la propria condizione di pace. Fare la pace significa intervenire nei conflitti, subendone la violenza, per aprire sentieri di dialogo, di riconciliazione, di pacificazione. È un comportamento attivo che tenta di distruggere l’inimicizia, ma senza annientare o ferire il nemico, sull’esempio di Gesù, il quale “ha fatto dei due nemici contrapposti e separati una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne. Così egli ha creato in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e ha riconciliato tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, eliminando in se stesso l’inimicizia”.
A coloro che “fanno” la pace, agli “operatori di pace” la beatitudine annunciata da Gesù promette che “saranno chiamati figli di Dio”, titolo che nel Nuovo Testamento assume un significato particolarissimo in riferimento a Gesù, il «Figlio amato» del Padre, colui che ha con Dio una relazione di intimità unica e irripetibile. Ebbene, applicando questo stesso titolo agli operatori di pace, Gesù non solo riprende la tradizione veterotestamentaria, ma promette anche una partecipazione alla sua stessa identità. Chi opera la pace, proprio perché assomiglia al Padre nel compiere una tale opera, manifesta di essere generato da Dio, merita di essere riconosciuto suo figlio nel Figlio Gesù Cristo. Lo sappiamo, Dio è Padre di tutti gli esseri umani, discendenti di “Adamo, figlio di Dio”, ma non tutti meritano di essere chiamati e riconosciuti tali, conformi a lui, aventi il suo sguardo e il suo sentire: gli operatori di pace sì! Quanti si impegnano in verità per la pace assomigliano infatti a Dio, collaborano con lui alla realizzazione del suo piano per l’umanità e realizzano dunque la sua volontà manifestatasi pienamente in suo Figlio.
Allora, se “pensare” la pace resta una sfida aperta per la teologia contemporanea, ogni cristiano può testimoniarla con la propria esistenza vissuta da riconciliato, con se stesso, con gli altri, con il cosmo. L’ininterrotta catena della santità offre una risposta a questa ricerca di vie di pace sempre rinnovate: sant’Antonio il Grande “aveva ricevuto da Dio il dono di riconciliare quanti erano in discordia”; come lui, hanno mostrato una via di riconciliazione santi come Francesco di Assisi in occidente e Serafim di Sarov in oriente, assieme a tanti oscuri testimoni della speranza, fino ai pionieri del dialogo e della riconciliazione tra le chiese e ai nuovi martiri del xx secolo e dei nostri giorni che, a immagine del loro Signore, hanno vissuto l’amore fino al dono estremo della vita e al perdono del persecutore.
“Chi ci insegnerà la bellezza della pace?”, si chiedeva san Basilio il Grande: “L’artigiano stesso della pace, il Cristo. Egli ha … stabilito la pace con il sangue della sua croce tra le cose del cielo e della terra”. Diventare operatori di pace significa esercitarsi a vedere la bellezza della pace e viverla, per ritrovarne la forza di attrazione e dilatare la speranza di pace nel mondo.
Pubblicato su: Avvenire
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Come ama Dio
Un’antropologia cristiana. Pubblichiamo stralci della relazione di apertura al convegno di Bose, intitolata «Per un’antropologia cristiana della pace», pronunciata da Aristotle Papanikolaou, docente di teologia e cultura ortodossa alla Fordham University di New York.
(Aristotle Papanikolaou) Nelle tradizioni ortodossa e cattolica, un’antropologia della pace è definita, semplicemente, come théosis, deificazione o, come preferisco dire, quale comunione divino-umana. Se ricordiamo il nome fondamentale di Dio per i cristiani, cioè che Dio è amore — cosa che tutti i cristiani condividono — la théosis deve essere vista come capacità di amare come Dio ama, vedendo tutte le creature, anche quelle che sembrano meno amabili, così come Dio le vede. È questa la sfida del più grande comandamento: amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente e amare il prossimo come se stesso (cfr. Matteo, 22, 37-39).
Nella misura in cui l’amore implica la volontà, l’amore stesso è anche affettivo, cioè coinvolge le nostre emozioni e i nostri desideri. In questo senso l’amore abbraccia la persona umana nella sua interezza, anima e corpo. L’amore è un apprendistato che richiede un esercizio per plasmare le nostre emozioni e i nostri desideri, e, in questo modo, accresce la capacità della volontà di amare. L’esercizio comporta che si comprenda ciò che impedisce l’amore, ciò che fa entrare nella via dell’amare come ama Dio. Uno degli ostacoli sulla via dell’amore identificato dagli spirituali è l’orgoglio. Gli spirituali comprendono bene che, a causa della nostra finitezza, gli esseri umani sono afflitti dal turbamento della paura. Siamo davvero terrorizzati dalla morte, ma questa paura della morte maschera un’altra paura che io credo più fondamentale ed è ciò che fonda il nostro orgoglio, è la paura di non avere una qualche importanza nel mondo. Il metropolita Ioannis Zizioulas esprime questo concetto con maggior eleganza come il desiderio di unicità e singolarità. La nostra paura di non aver importanza nel mondo ci porta ad affermare noi stessi in una modalità “divina”. Ciò che appare come amore di sé, orgoglio, in realtà è una forma di disprezzo di sé che quest’apparente amore di sé cerca di mascherare. E a causa di questo disprezzo di sé come amore di sé, cerchiamo di distruggere o negare chiunque o qualunque cosa minacci la nostra identità, minacci ciò che percepiamo come un aiuto a sentirci importanti.
Questo tentativo di distruggere o negare l’altro che minaccia la nostra importanza si realizza nel confronto faccia a faccia con i genitori, i figli, gli amici, ma specialmente con lo straniero e il nemico. Lo vediamo anche a livello di gruppi; gli ortodossi stessi sono ben noti per quest’autoidentificazione negativa contro l’altro, specialmente nei confronti del cosiddetto “occidente”, la cui ultima forma è il tentativo di negare o distruggere il cosiddetto occidente ateo, antireligioso, liberale contrapponendogli i valori tradizionali e conservatori dell’ortodossia. La sfida per imparare ad amare è apprendere a coltivare le nostre emozioni, i nostri desideri e, quindi, la nostra volontà in modo tale che avvertiamo di aver minor paura e collera nei confronti dei nostri genitori, figli, fratelli e sorelle, amici e, ancor più provocatoriamente, nei confronti dello straniero e del nemico.
La violenza che si abbatte su di noi o che noi commettiamo manda in frantumi un’antropologia della pace poiché rende difficile l’amore.
Negli scritti di Massimo il Confessore la comunione con Dio, che è una concreta presenza del divino, è simultanea con l’acquisizione della virtù. La virtù è una concreta théosis o deificazione. Per Massimo l’essere umano è creato per imparare ad amare ed è in lotta costante contro ciò che indebolisce la capacità d’amore. L’acquisizione delle virtù è la condizione preliminare per attivare l’umana capacità d’amore. La chiave ermeneutica per la complessa descrizione della relazione tra virtù e vizi nella vita interiore dell’essere umano e nell’agire umano è «progredire nell’amore di Dio», che viene misurato in definitiva dal modo in cui ci si relaziona con gli altri, specialmente con quelli verso i quali proviamo ostilità o collera.
La guerra è l’annientamento della virtù ma gli effetti della violenza sull’essere umano sono anche chiaramente visibili nei quartieri poveri delle grandi città. Essere circondati dalla violenza o sperimentarla direttamente può plasmare il cervello in modo tale da creare vizi di paura e di collera, due dei vizi che fanno giungere alla via dell’amore. Se seguiamo Massimo il Confessore, allora l’antropologia della pace è un’antropologia che afferma la capacità umana di comunione con Dio. Il movimento verso tale comunione con Dio — la théosis — è identico all’umano apprendimento dell’amore, a vedere l’altro come Dio lo vede, perfino lo straniero e il nemico.
La parola di verità detta in Gesù rende possibile una nuova relazione di intimità tra l’increato e il creato. La pratica ascetica della narrazione della verità ha il potere di formare un nuova via di relazioni di intimità e di fiducia anche per quelli che hanno sperimentato la violenza. E sarà particolarmente importante per elaborare il perdono, esso stesso manifestazione della virtù dell’amore.
L'Osservatore Romano
(Aristotle Papanikolaou) Nelle tradizioni ortodossa e cattolica, un’antropologia della pace è definita, semplicemente, come théosis, deificazione o, come preferisco dire, quale comunione divino-umana. Se ricordiamo il nome fondamentale di Dio per i cristiani, cioè che Dio è amore — cosa che tutti i cristiani condividono — la théosis deve essere vista come capacità di amare come Dio ama, vedendo tutte le creature, anche quelle che sembrano meno amabili, così come Dio le vede. È questa la sfida del più grande comandamento: amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente e amare il prossimo come se stesso (cfr. Matteo, 22, 37-39).
Nella misura in cui l’amore implica la volontà, l’amore stesso è anche affettivo, cioè coinvolge le nostre emozioni e i nostri desideri. In questo senso l’amore abbraccia la persona umana nella sua interezza, anima e corpo. L’amore è un apprendistato che richiede un esercizio per plasmare le nostre emozioni e i nostri desideri, e, in questo modo, accresce la capacità della volontà di amare. L’esercizio comporta che si comprenda ciò che impedisce l’amore, ciò che fa entrare nella via dell’amare come ama Dio. Uno degli ostacoli sulla via dell’amore identificato dagli spirituali è l’orgoglio. Gli spirituali comprendono bene che, a causa della nostra finitezza, gli esseri umani sono afflitti dal turbamento della paura. Siamo davvero terrorizzati dalla morte, ma questa paura della morte maschera un’altra paura che io credo più fondamentale ed è ciò che fonda il nostro orgoglio, è la paura di non avere una qualche importanza nel mondo. Il metropolita Ioannis Zizioulas esprime questo concetto con maggior eleganza come il desiderio di unicità e singolarità. La nostra paura di non aver importanza nel mondo ci porta ad affermare noi stessi in una modalità “divina”. Ciò che appare come amore di sé, orgoglio, in realtà è una forma di disprezzo di sé che quest’apparente amore di sé cerca di mascherare. E a causa di questo disprezzo di sé come amore di sé, cerchiamo di distruggere o negare chiunque o qualunque cosa minacci la nostra identità, minacci ciò che percepiamo come un aiuto a sentirci importanti.
Questo tentativo di distruggere o negare l’altro che minaccia la nostra importanza si realizza nel confronto faccia a faccia con i genitori, i figli, gli amici, ma specialmente con lo straniero e il nemico. Lo vediamo anche a livello di gruppi; gli ortodossi stessi sono ben noti per quest’autoidentificazione negativa contro l’altro, specialmente nei confronti del cosiddetto “occidente”, la cui ultima forma è il tentativo di negare o distruggere il cosiddetto occidente ateo, antireligioso, liberale contrapponendogli i valori tradizionali e conservatori dell’ortodossia. La sfida per imparare ad amare è apprendere a coltivare le nostre emozioni, i nostri desideri e, quindi, la nostra volontà in modo tale che avvertiamo di aver minor paura e collera nei confronti dei nostri genitori, figli, fratelli e sorelle, amici e, ancor più provocatoriamente, nei confronti dello straniero e del nemico.
La violenza che si abbatte su di noi o che noi commettiamo manda in frantumi un’antropologia della pace poiché rende difficile l’amore.
Negli scritti di Massimo il Confessore la comunione con Dio, che è una concreta presenza del divino, è simultanea con l’acquisizione della virtù. La virtù è una concreta théosis o deificazione. Per Massimo l’essere umano è creato per imparare ad amare ed è in lotta costante contro ciò che indebolisce la capacità d’amore. L’acquisizione delle virtù è la condizione preliminare per attivare l’umana capacità d’amore. La chiave ermeneutica per la complessa descrizione della relazione tra virtù e vizi nella vita interiore dell’essere umano e nell’agire umano è «progredire nell’amore di Dio», che viene misurato in definitiva dal modo in cui ci si relaziona con gli altri, specialmente con quelli verso i quali proviamo ostilità o collera.
La guerra è l’annientamento della virtù ma gli effetti della violenza sull’essere umano sono anche chiaramente visibili nei quartieri poveri delle grandi città. Essere circondati dalla violenza o sperimentarla direttamente può plasmare il cervello in modo tale da creare vizi di paura e di collera, due dei vizi che fanno giungere alla via dell’amore. Se seguiamo Massimo il Confessore, allora l’antropologia della pace è un’antropologia che afferma la capacità umana di comunione con Dio. Il movimento verso tale comunione con Dio — la théosis — è identico all’umano apprendimento dell’amore, a vedere l’altro come Dio lo vede, perfino lo straniero e il nemico.
La parola di verità detta in Gesù rende possibile una nuova relazione di intimità tra l’increato e il creato. La pratica ascetica della narrazione della verità ha il potere di formare un nuova via di relazioni di intimità e di fiducia anche per quelli che hanno sperimentato la violenza. E sarà particolarmente importante per elaborare il perdono, esso stesso manifestazione della virtù dell’amore.