mercoledì 3 settembre 2014

Rompersi una gamba e trovare la via



Biografia di un santo. 

Pubblichiamo stralci dal volume Il racconto del Pellegrino. Autobiografia di Ignazio di Loyolainserito nella collana «La biblioteca di Papa Francesco», diretta da Antonio Spadaro (edizioni Rcs per il «Corriere della Sera» in collaborazione con «La Civiltà Cattolica»). Nella prefazione il curatore sottolinea che Ignazio «sceglie di raccontare non imprese eroiche, ma i limiti e i difetti nonostante i quali e attraverso i quali Dio ha agito e operato in lui nella prima esperienza della Compagnia». L’autobiografia «si chiude col 1538, l’epoca della decisione dei primi compagni di riunirsi in una associazione permanente, che poi diventerà, appunto, l’Ordine dei Gesuiti». La prosa «rapida e scabra» del racconto, aggiunge Spadaro, è tutt’altro «che una agiografia tradizionale. E non c’è traccia di apologia personale».
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(Ignazio di Loyola) Fino all’età di ventisei anni, fu uomo dedito alle vanità del mondo e si dilettava soprattutto nell’esercizio delle armi con un grande e vano desiderio di acquistarsi onore. E così, trovandosi in una fortezza attaccata dai francesi, ed essendo tutti dell’avviso di arrendersi, a condizione di aver salva la vita, perché vedevano chiaramente non esservi modo di difendersi, egli portò al governatore tante buone ragioni da persuaderlo a difendersi ancora, nonostante il parere contrario di tutti i cavalieri, i quali riprendevano animo per il suo coraggio e il suo ardore. E venuto il giorno in cui si aspettava l’attacco, egli si confessò a uno di quei suoi compagni d’arme. E l’attacco durava già da un buon tratto, quando una bombarda lo colpì a una gamba, spezzandogliela tutta; e siccome la palla gli passò tra le gambe, anche l’altra fu gravemente ferita. E così, caduto lui, quelli della fortezza si arresero subito ai Francesi, i quali, impadronitisi del luogo, trattarono molto bene il ferito, usandogli cortesia e amichevolezza. E dopo esser rimasto per dodici o quindici giorni a Pamplona, fu trasportato in lettiga nella sua terra; là, poiché stava assai male, furono chiamati medici e chirurghi da varie parti e dichiararono che la gamba doveva essere di nuovo dislogata e che si dovevano rimettere le ossa al loro posto. Dicevano che le ossa, sia che le avessero mal ricomposte la prima volta, sia che si fossero spostate durante il viaggio, si trovavano fuori del loro posto naturale, e così non poteva guarire. E rinnovarono quel macello.
E continuava ancora a peggiorare, non poteva mangiare e mostrava gli altri sintomi che annunciano comunemente la morte. Avvicinandosi il giorno di san Giovanni, poiché i medici avevano poche speranze di salvarlo, gli fu consigliato di confessarsi: e così, ricevuti i Sacramenti, la vigilia dei Ss. Pietro e Paolo, i medici dissero che, se il suo stato non migliorava entro la mezzanotte, lo si poteva contare per morto. Il suddetto malato era devoto a san Pietro, e così volle Nostro Signore che proprio a mezzanotte cominciasse a migliorare; e migliorò a tal punto che di lì a qualche giorno lo giudicarono fuori pericolo.
Le ossa si erano saldate, ma sotto il ginocchio gli rimaneva un osso accavallato sull’altro, e perciò la gamba gli rimaneva più corta; in quel punto l’osso sporgeva tanto che era brutto a vedersi; ed egli non poteva soffrirlo, perché desiderava seguire il mondo e credeva che così il suo aspetto sarebbe stato più brutto, e si informò presso i chirurghi se si potesse tagliare quell’osso; e quelli dissero che certamente si poteva tagliare; ma che i dolori sarebbero stati maggiori di tutti quelli che già aveva sofferto. Egli si deliberò, tuttavia, di martirizzarsi per suo proprio gusto. Incisa la carne e segato l’osso, si fece ricorso a vari rimedi perché la gamba non restasse così corta, applicandovi molti unguenti e stirandola continuamente, sicché per molti giorni lo martirizzavano. Ma Nostro Signore gli rese la salute; e alla fine era migliorato a tal punto che per tutto il resto era sano, ma non gli era possibile appoggiarsi bene sulla gamba, e pertanto era costretto a stare a letto.
E poiché si appassionava molto alla lettura di libri mondani e falsi, che si chiamano comunemente libri di cavalleria, sentendosi bene chiese che gliene dessero alcuni per passare il tempo; ma in quella casa non trovarono nessuno di quei libri ch’egli leggeva, e così gli diedero unaVita Christi e un libro sulla vita dei Santi, in volgare.
Lesse quei libri più volte, appassionandosi in certo modo a quanto vi si narrava. Quando cessava di leggere, si soffermava talvolta a pensare a quelle cose che aveva letto; ma altre volte tornava alle cose del mondo a cui prima era solito pensare. Fra le tante cose vane che gli si presentavano davanti, una possedeva talmente il suo cuore che ne era subito assorbito, sicché restava due e tre e quattro ore senza accorgersene tra quei pensieri.
Nostro Signore lo soccorreva ancora, facendo sì che a questi pensieri ne seguissero altri, che nascevano dalle cose che leggeva. Talché, leggendo la vita di Nostro Signore e dei Santi, finiva col pensare, ragionando tra sé: «Che sarebbe, se io facessi quel che ha fatto san Francesco e quel che ha fatto san Domenico?».
Quando pensava alle cose del mondo, ne traeva molto diletto; ma quando poi per stanchezza le abbandonava, si ritrovava arido e scontento; ma andare scalzo a Gerusalemme, non cibarsi che di erba e praticare quanti altri rigori vedeva essere stati praticati dai Santi, tutti questi pensieri non solamente lo consolavano di per sé al momento, ma anche dopo averli abbandonati, lo lasciavano contento e allegro. Ma non ci faceva attenzione, né si indugiava a riflettere su quella differenza, finché una volta gli si aprirono un poco gli occhi e cominciò a meravigliarsi di quella differenza e a rifletterci; dalla sua esperienza aveva ricavato che certi pensieri lo lasciavano triste e altri allegro e, a poco a poco, arrivò a conoscere la diversità degli spiriti che si agitavano in lui, l’uno del demonio e l’altro di Dio.
L'Osservatore Romano