
Iraq, «La Civiltà Cattolica»: le sole bombe rischiano di rafforzare il Califfato
L'analisi della rivista dei gesuiti riporta i dubbi sull'efficacia dell'attuale risposta armata: «È cruciale comprendere perché e come l’Is combatte la sua guerra di religione e di annientamento... Vanno interdetti i rifornimenti di armi, l’arruolamento di nuovi combattenti, i canali di finanziamento, le infrastrutture energetiche e logistiche». No a una controffensiva «religiosa»
ANDREA TORNIELLICITTÀ DEL VATICANO
«Analisti militari attestano che l’attuale soluzione armata non è efficace. Limitarsi a questo mezzo può continuare a permettere all’Is spazi di conquista e occasioni di atrocità maggiori». È quanto si legge in un'analisi sulla situazione irachena che apre il nuovo numero de «La Civiltà Cattolica», l'autorevole rivista dei gesuiti le cui bozze sono riviste dalla Segreteria di Stato vaticana. L'articolo, firmato da padre Luciano Larivera, rappresenta un contributo meditato e importante, che non minimizza in alcun modo la tragedia irachena e la minaccia rappresentata dal Califfato e dalle sue quotidiane efferatezze. E al tempo stesso propone azioni concrete per interventi che portino a una soluzione duratura.
«Stati Uniti, Unione europea, Nazioni Unite e Governo iracheno - si legge nell'articolo - non sono riusciti a impedire la violenza contro le popolazioni cristiane, yazide, shabak, turcomanne, sciite e sunnite "moderate" a Mossul e nella piana di Ninive. Per loro non è rimasta, secondo i casi, che la conversione forzata, la morte, la schiavitù (per le donne) o la fuga...». L’Islamic State in Iraq and Sham (o Levant), lo Stato e Califfato islamico ha potuto «assediare a morte migliaia di yazidi sulle montagne irachene del Sinjar, prendere il controllo della diga di Mossul e avanzare verso Erbil, capitale della Regione autonoma del Kurdistan iracheno». L'analisi ricorda che in agosto «sono iniziati sia i bombardamenti aerei statunitensi per liberare gli yazidi, riconquistare la diga e alleggerire la pressione dei jihadisti; sia le iniziative occidentali per rinforzare l’apparato bellico dei curdi iracheni; sia le missioni di soccorso umanitario agli sfollati, che sono stati accolti dai curdi, anche in Siria».
Dopo aver riportato nel dettaglio e con completezza i tanti appelli del Papa, della Santa Sede e dei vescovi mediorientali, «La Civiltà Cattolica» osserva come il Pontefice, nell'intervista sul volo che lo riportava a Roma dalla Corea, abbia ribadito «la dottrina del Catechismo della Chiesa Cattolica sulle condizioni dell’uso moralmente giusto della forza militare, e sul ruolo apicale e legittimante del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e del diritto internazionale, che include il diritto umanitario».
La Chiesa spiega la rivista dei gesuiti, «non sostiene un pacifismo imbelle e ingenuo» ma non si occupa nemmeno di «proporre strategie e tattiche belliche. Questo non rientra nella sua missione e nelle sue competenze. Questo spetta alle autorità civili e militari e ai laici esperti, anche cattolici. La Chiesa si esprime legittimamente nel chiedere di fermare l’ingiusto aggressore; nel giudicare la necessità militare o meno di un intervento armato come ultima ratio della politica; nel verificare la legittimità del processo politico che decida per l’intervento armato; così come nel denunciare ogni genere di crimine, e in particolare il non rispetto della proporzionalità degli effetti nell’impiego della forza legittima».
In concreto, nell'analisi si evidenzia la necessità di potenziare «gli organismi internazionali e le istituzioni statali chiave. In primo luogo è fondamentale il consolidamento di un esercito, di una polizia e di un apparato giudiziario nazionali, inter-tribali in Iraq, Afghanistan ecc. Perché sempre più problemi "comuni e in comune" travalicano le possibilità di soluzioni nazionali o regionali. E perché non ci siano zone nel mondo non governate (ossia in mano a criminali e terroristi)».
«È cruciale - afferma "La Civiltà Cattolica" - studiare e comprendere perché e come l’Is combatte. La sua è una guerra di religione e di annientamento... Strumentalizza il potere alla religione e non viceversa. La sua pericolosità è maggiore di al-Qaeda. Giudicare la legittimità di interventi mirati spetta al legittimo governo di Baghdad che li ha richiesti; agli organi dell’Onu, in primis al Consiglio di Sicurezza, che non si è opposto (con la Cina che è sembrata apprezzare); a chi li attua; e alla comunità degli esperti di guerra e di diritto internazionale».
Ma, precisa subito dopo, «costoro hanno il dovere di rispondere ai dubbi e alle critiche dei loro cittadini e dell’opinione pubblica internazionale. Analisti militari attestano che l’attuale soluzione armata non è efficace. Limitarsi a questo mezzo può continuare a permettere all’Is spazi di conquista e occasioni di atrocità maggiori. All’Is vanno interdetti i rifornimenti di armi, l’arruolamento e l’addestramento di nuovi combattenti, i canali di finanziamento, le infrastrutture energetiche e logistiche». Inoltre, «non basta "l’arte della guerra": servono la politica interna, la diplomazia, la religione, l’economia (ossia un lavoro per i giovani mediorientali e non un impiego in attività criminali e mercenarie)».
«La stabilità e la sicurezza - continua la rivista dei gesuiti - saranno garantite soltanto se i sunniti in Siria e in Iraq avranno gli stessi diritti politici, civili, sociali ed economici delle altre etnie e gruppi religiosi. Ma questa soluzione di "politica interna" sarà fattibile soltanto se le potenze regionali troveranno un accordo per interrompere lo scontro settario tra sunniti e sciiti e mettere pace tra l’Iran e le Monarchie del Golfo. E dove si è diffusa una comunicazione appiattita ("il politicamente corretto") e una società individualistica, emotiva, edonistica e dell’apparenza».
«La guerra dai tratti religiosi - ricorda ancora "La Civiltà Cattolica" - è estremizzata anche contro i musulmani sunniti che non sono "veramente" salafiti, inclusi i Fratelli Musulmani, Hamas, i wahabiti sauditi e i jihadisti al-Qaeda. Costoro sono apostati, secondo l’Is, perché non perseguono il Califfato globale, ma al massimo Stati nazionali governati dalla sharia. E per conquistare il consenso e l’aiuto del maggior numero di «veri musulmani», l’Is incorporerà anche le attività tipiche di al-Qaeda: attentati suicidi anche nei Paesi non a maggioranza musulmani».
La rivista dei gesuiti insiste sulla capacità dell’Is di attirare volontari da tutto il mondo, ma pure numerose donne nei territori occupati. «Esse accettano di combattere per quel jihadismo maschilista, perché l’Is proteggerebbe e promuoverebbe i diritti del proprio gruppo sunnita. Il "Califfato islamico" offre un’identità e un’appartenenza sociale — qualcosa e qualcuno per cui morire e avere il paradiso — e, insieme, un progetto politico, benché teocratico, di "Stato di diritto", di welfare e "cosmopolitismo". Sono trasmutate queste categorie della modernità occidentale, che per di più si stanno svuotando di senso, di valori e di forza motrice soprattutto in Europa».
Contro la guerra religiosa scatenata dall’Is, «data la sua non disponibilità a cessare il fuoco e a negoziare, la risposta sbagliata è una controffensiva armata di stampo religioso, anche soltanto intra-islamico: si radicalizzerebbe l’islamismo dell’Is nelle menti e nei cuori di molti musulmani».
«Il Califfato islamico - conclude l'analisi - è un proto-Stato, benché terrorista. Domina su circa 6 milioni di abitanti, offre servizi pubblici e combatte la corruzione dei funzionari pubblici per conquistare le menti e i cuori dei suoi sudditi sunniti. Persegue obiettivi religiosi usando "in modo apocalittico" gli strumenti della politica, dell’economia e della forze armate. La comunità islamica mondiale ha il dovere di distruggere nei cuori di tutti i musulmani una concezione estremista del Corano e della tradizione islamica. A tutti spetta però il dovere di non strumentalizzare l’islam (e nessuna religione) per fini egemonici politici, economici o settari».
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Lo dice “La Civiltà Cattolica”
Ogni riga de “La Civiltà Cattolica” passa precedentemente al vaglio delle autorità vaticane, che ne autorizzano volta a volta la stampa.
Non può quindi passare inosservato l’editoriale dell’ultimo numero della rivista dei gesuiti di Roma, firmato da padre Luciano Larivera e intitolato: “Fermare la tragedia umanitaria in Iraq”.
L’articolo esordisce tratteggiando il quadro della situazione:
“Stati Uniti, Unione europea, Nazioni Unite e governo iracheno non sono riusciti a impedire la violenza contro le popolazioni cristiane, yazide, shabak, turcomanne, sciite e sunnite ‘moderate’ a Mossul e nella piana di Ninive. Per loro non è rimasta, secondo i casi, che la conversione forzata, la morte, la schiavitù (per le donne) o la fuga. Anche ad Aleppo, la più grande città siriana, i cristiani temono la ‘pulizia religiosa’ o la fuga forzata, se le milizie dell’Islamic State in Iraq and Sham (o Levant) prenderanno il controllo dei loro quartieri…”.
Prosegue elencando i ripetuti interventi delle autorità della Chiesa:
“In diversi modi e varie occasioni papa Francesco, gli organi della Santa Sede e l’episcopato iracheno e mediorientale, come pure i vescovi italiani e di tutto il mondo, sono intervenuti per implorare la pace in Iraq e in Siria e chiedere soccorsi internazionali…”.
Ma poi arriva al nocciolo della questione, con un giudizio di nettezza senza precedenti sulla qualità di vera e propria “guerra di religione” dell’attacco sferrato dal Califfato islamico.
“Ovviamente, per promuovere la pace è necessario conoscere che cosa è veramente la guerra, e non che cosa vorremmo che fosse. È cruciale studiare e comprendere perché e come l’IS combatte. La sua è una guerra di religione e di annientamento. Non va confusa o ridotta ad altre forme, da quella bolscevica a quella dei khmer rossi. Strumentalizza il potere alla religione e non viceversa. La sua pericolosità è maggiore di al-Qaeda…”
L’analisi continua poi denunciando l’insufficienza delle attuali iniziative armate, compresi i bombardamenti americani, e proponendo invece un insieme di interventi coordinati, militari ma non solo:
“Analisti militari attestano che l’attuale soluzione armata non è efficace. Limitarsi a questo mezzo può continuare a permettere all’IS spazi di conquista e occasioni di atrocità maggiori. All’IS vanno interdetti i rifornimenti di armi, l’arruolamento e l’addestramento di nuovi combattenti, i canali di finanziamento, le infrastrutture energetiche e logistiche. Ma non basta ‘l’arte della guerra’: servono la politica interna, la diplomazia, la religione, l’economia.
“La stabilità e la sicurezza saranno garantite soltanto se i sunniti in Siria e in Iraq avranno gli stessi diritti politici, civili, sociali ed economici delle altre etnie e gruppi religiosi. Ma questa soluzione di ‘politica interna’ sarà fattibile soltanto se le potenze regionali troveranno un accordo per interrompere lo scontro settario tra sunniti e sciiti e mettere pace tra l’Iran e le monarchie del Golfo. E soprattutto se gli intellettuali musulmani svuoteranno il conflitto ideologico-religioso tra le scuole interpretative sunnite sul jihad…”.
La parte finale dell’editoriale argomenta precisamente quanto è necessario fare sul terreno religioso, in particolare da parte del mondo musulmano, proprio per la natura essenzialmente religiosa e addirittura “di civiltà” della guerra scatenata dal Califfato:
“La guerra dai tratti religiosi è estremizzata anche contro i musulmani sunniti che non sono ‘veramente’ salafiti, inclusi i Fratelli Musulmani, Hamas, i wahabiti sauditi e i jihadisti al-Qaeda. Costoro sono apostati, secondo l’IS, perché non perseguono il califfato globale, ma al massimo Stati nazionali governati dalla sharia. E per conquistare il consenso e l’aiuto del maggior numero di ‘veri musulmani’ l’IS incorporerà anche le attività tipiche di al-Qaeda: attentati suicidi anche nei Paesi non a maggioranza musulmani.
“Non lascia indifferenti il recente editoriale, ‘Noi in fuga dalla realtà‘, di E. Galli della Loggia: in particolare gli europei occidentali non sono in grado di affrontare con realismo lo scontro con il sedicente Califfato islamico, avendo evitato di riflettere su ‘religione, guerra e civiltà’ (non semplice ‘cultura’).
“Ma contro la guerra religiosa scatenata dall’IS, data la sua non disponibilità a cessare il fuoco e a negoziare, la risposta sbagliata è una controffensiva armata di stampo religioso, anche soltanto intra-islamico: si radicalizzerebbe l’islamismo dell’IS nelle menti e nei cuori di molti musulmani. Le armi da fuoco sono di pertinenza della politica, quelle delle religioni sono il dialogo e la formazione di coscienze rette e corrette.
“Lo ha rimarcato la dichiarazione del pontificio consiglio per il dialogo interreligioso del 12 agosto. In essa si fa osservare che la contestazione della restaurazione del Califfato ‘da parte della maggioranza delle istituzioni religiose e politiche musulmane non ha impedito ai jihadisti dello Stato Islamico di commettere e di continuare a commettere atti criminali indicibili’. Ed essi vengono elencati. ‘Nessuna causa può giustificare tale barbarie e certamente non una religione. Si tratta di una gravissima offesa all’umanità e a Dio che è il Creatore’.
“Il documento prosegue: ‘La situazione drammatica dei cristiani, degli yazidi e di altre comunità religiose numericamente minoritarie in Iraq esige una presa di posizione chiara e coraggiosa da parte dei responsabili religiosi, soprattutto musulmani, delle persone impegnate nel dialogo interreligioso e di tutte le persone di buona volontà. Tutti devono unanimemente condannare senza alcuna ambiguità questi crimini e denunciare l’invocazione della religione per giustificarli. Altrimenti quale credibilità avranno le religioni, i loro seguaci e i loro leader? Quale credibilità potrebbe avere ancora il dialogo interreligioso così pazientemente perseguito negli ultimi anni?’.
“Segnaliamo che il Gran Muftì – la massima carica religiosa nazionale – dell’Arabia Saudita, il 9 agosto, come in precedenza il suo Re, ha dichiarato che ‘lo Stato Islamico e al-Qaeda sono apostati’.
“Anche il suo omologo egiziano è intervenuto, denunciando il Califfato islamico come minaccia per l’islam. Il Gran Muftì turco ha ribadito che le atrocità commesse in Iraq e Siria non trovano posto nella religione musulmana, ma sono una malattia della società; non sono giustificabili nell’islam e in alcuna sua setta. Sulla stessa linea si sono espressi il segretario generale della Organizzazione della cooperazione islamica e quello della Lega Araba.
“Rimarchevole l’azione del Grande Ayatollah Alì al-Sistani, la massima autorità religiosa e morale per gli sciiti in Iraq. Egli ha creato i presupposti politici per le dimissioni dell’ex-premier iracheno al-Maliki; altrimenti non si sarebbe aperta la possibilità di un nuovo governo, credibilmente nazionale perché inclusivo, ma che aspetta di essere varato entro il 10 settembre dallo sciita Haider al-Abadi, il premier incaricato. Sistani è colui che, senza prendere posizione in un partito, continua a voler ritessere la stoffa sociale, cioè interconfessionale e multietnica, dell’Iraq. Per questo il suo nome è tra quelli proposti per il Nobel della pace 2014.
“Il Califfato islamico è un proto-Stato, benché terrorista. Domina su circa 6 milioni di abitanti, offre servizi pubblici e combatte la corruzione dei funzionari pubblici per conquistare le menti e i cuori dei suoi sudditi sunniti. Persegue obiettivi religiosi usando ‘in modo apocalittico’ gli strumenti della politica, dell’economia e della forze armate. La comunità islamica mondiale ha il dovere di distruggere nei cuori di tutti i musulmani una concezione estremista del Corano e della tradizione islamica”.
S. Magister
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L’arcivescovo Tomasi: «Serve risposta politica. Giusto usare la forza contro il genocidio»
Corriere della Sera
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L’arcivescovo Tomasi: «Serve risposta politica. Giusto usare la forza contro il genocidio»
Corriere della Sera
(Gian Guido Vecchi) «Siamo tutti membri della stessa famiglia umana, e quando i diritti fondamentali di una parte sono violati e le istituzioni locali non possono più proteggerla, allora scatta l’obbligo per la comunità internazionale di fare tutto ciò che può». L’arcivescovo Silvano Maria Tomasi, Osservatore permanente della Santa Sede all’Onu di Ginevra, mormora: «È urgente intervenire, prima che sia troppo tardi».
