domenica 10 gennaio 2016

Una fede gioiosa e da uomini


Don Matteo (Terence Hill) e Nino Frassica
Ecco il successo di Don Matteo
di Robi Ronza
L’eco sulla stampa più influente dello straordinario successo di Don Matteo è interessante non solo in sé, ma anche quale sintomo dell’ormai stabile divaricazione fra la cultura della gente in Italia, insomma del popolo italiano, e quella dell’élite laica-progressista che ha in pugno il mondo dei media. Il primo episodio della decima stagione della fortunata serie televisiva, andato in onda lo scorso giovedì 7 gennaio sulla Rete 1 della Rai-tv, ha avuto un picco di ascolti di 10,2 milioni e un ascolto medio di 9,2 milioni di persone. 
Un successo davvero imbarazzante trattandosi in pratica di un caso unico nell’intero cosmo massmediatico del nostro Paese: l’unico sceneggiato (fiction), se non l’unico programma televisivo in genere, di esplicita ma non incartapecorita ispirazione cristiana. Don Matteotestimonia in modo simpatico, non clericale ed efficace che anche oggi la visione del mondo cristiana cattolica sa dare risposte giuste ai problemi reali della vita. Pur non essendo affatto un prodotto “cattolico” nel senso ufficiale del termine, diversamente da quelli che lo sono, da “A sua immagine” in giù, Don Matteo dice come la fede non sia un handicap con cui imparare a convivere, bensì qualcosa grazie a cui vivere meglio e in modo più intenso e gustoso.
Il successo è tale, e dura da tanto tempo che nemmeno quell’élite laica-progressista di cui si diceva lo può ignorare. Perciò se ne occupa, ma cercando di censurarne il significato in tutta la misura del possibile. Per vedere come lo si può fare, o comunque come si può tentare di farlo, prendiamo quale “caso di studio” l’edizione di ieri de La Stampa. Il grande quotidiano torinese ha dedicato ieri a Don Matteo il servizio di apertura e quasi la metà di una pagina della sua sezione “Spettacoli” riservandone il resto a un commento alla trascorsa serie É arrivata la felicità.  Questa, come è noto, era un catechismo politicamente molto corretto dell’attuale caos attorno all’idea di famiglia che spaziava dalle “unioni civili” fino a nientemeno che la “genitorialità omosessuale”. Di É arrivata la felicità ci si affrettava comunque a spiegare che è stata “una fiction record di ascolti”, ma senza dare cifre.
Torniamo però al commento su Don Matteo che così si apriva: «Criticato per la sua banalità e medietà, ancora una volta Don Matteo ha deluso i detrattori incassando ascolti che solo una finale dei Mondiali di calcio o la serata conclusiva del Sanremone nazionale (…) A dimostrazione che è vero: in Don Matteo e nelle sue storie un po’ gialle e molto di (buoni) sentimenti si rispecchia e si ritrova il Paese reale. Un fenomeno unico: è da 15 anni che Don Matteo macina ascolti sempre in crescita, quando in genere in 4-5 stagioni anche le serie di maggior successo iniziano a declinare (…)». 
Lasciando stare la parola “medietà”, neologismo del quale non si sente il bisogno, vale la pena disoffermarsi su due termini-chiave di tale testo: “banalità” all’inizio e “(buoni) sentimenti” alla fine. Nell’ascoltare i dialoghi di Don Matteo chi conosce almeno un po’ la materia si accorge che sono spesso drammatizzazioni di passi di grandi filosofi e teologi cristiani contemporanei e talvolta pure del Vangelo. E lo stesso si può dire anche di alcuni personaggi e di alcune scene. Quindi più che di banalità degli autori dei testi si dovrebbe parlare grande ignoranza dei loro critici. L’aspetto più significativo, e anche più paradossale, della distorsione che caratterizza commenti come questo è tuttavia ciò che qui si concretizza nell’espressione “(buoni) sentimenti”. 
Una distorsione che consiste nell’assoluta censura del contenuto cristiano dello sceneggiato. Talecontenuto viene declassato a semplici “sentimenti”, per soprammercato “buoni” soltanto fra parentesi. In quanto al personaggio protagonista, don Matteo, ha un bel essere un prete, e tra l’altro un prete esemplare, pienamente uomo e pienamente prete, sportivo, senza complessi e limpido in ogni suo comportamento (con chiari riferimenti alla figura del giovane don Karol Woytila). La sua immagine sacerdotale viene per così dire…sterilizzata. Sembra quasi che il suo abito e la croce che porta al collo o sulla camicia siano non il segno del suo stato e della sua vocazione, ma semplicemente un “look”.  Non viene poi percepito - ma poco male perché le immagini parlano da sole - quanto la scelta di ambientare Don Matteo in magnifici centri storici medioevali, ieri di Gubbio e oggi di Spoleto, sia un’efficace risposta ai luoghi comuni sul presunto buio del Medioevo. 
Tutto questo dimostra quanto sia ancora lungo nel nostro Paese il cammino verso un riequilibrio del messaggio massmediatico complessivo. Oggi tale messaggio per lo più sovra-rappresenta in modo del tutto sproporzionato alcuni segmenti della società italiana mentre in modo altrettanto sproporzionato ne emargina e ne censura diversi altri. Tra questi in primo luogo la componente cristiana, della cui consistenza il successo di pubblico di Don Matteo è un sintomo che meriterebbe di non venire ignorato. 

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Così pornografia e violenza crescono bene insieme
di Tommaso Scandroglio

Chi fa uso di pornografia tende ad essere più violento. Questo è il succo di una ricerca dal titolo “Una meta-analisi del consumo di pornografia e degli atti di violenza sessuale nelle ricerche demografiche” pubblicata il 29 dicembre scorso sulla rivista scientificaJournal of Communication. Lo studio, condotto da Paul J. Wright, Robert S. Tokunaga e Ashley Kraus dell’Indiana University e dell’University of Hawaii, ha raccolto i risultati di 22 altri studi provenienti da sette nazioni differenti. La ricerca ha messo in evidenza che il pornomane ha più probabilità di essere violento verbalmente e fisicamente, di ricorrere a minacce e allo stupro. 
«I dati», spiegano i ricercatori, «lasciano pochi dubbi sul fatto che, in media, le persone che più frequentemente consumano pornografia sono più propensi alla violenza sessuale […] rispetto agli individui che non consumano pornografia o che ne fanno uso meno frequentemente». Non fa poi differenza alcuna se il fruitore è maschio o femmina, quasi che la pornografia sia una droga che spinge alla violenza tutti in modo indiscriminato. «Non possiamo ignorare che, in accordo con questa ricerca, la pornografia è significativamente correlata agli aumenti di violenza sessuale ed ad atti di aggressione», ha detto Alba Hawkins, direttrice esecutiva del Centro Nazionale Usa sullo sfruttamento sessuale. Ha poi aggiunto: «Dalle cinture di sicurezza alle leggi sull’ubriachezza per chi guida, la nostra società si impegna per ridurre l'impatto negativo dei comportamenti a rischio. Ma quando si tratta di pornografia molte persone si rifiutano di guardare ai fatti». 
In sintesi, chi guarda film o spettacoli pornografici assorbe un certo tasso di violenza che poi devesfogare all’esterno. Non sono immuni da tale tasso di violenza nemmeno gli stessi attori. Randy Spears (in arte Greg) era una star del cinema porno. Lungo l’arco della sua carriera durata 23 anni, è apparso in oltre 1.000 film porno. Se la matematica non inganna, ciò significa che ha girato circa 44 film all’anno, cioè quasi uno a settimana. Uno stakanovista a luci rosse. Greg ha ricevuto decine di premi da parte dell'industria del porno. È stato «la stella maschile dei film per adulti più premiata di tutti i tempi», per citare lo stesso Greg. Nel 2002 ha raggiunto la vetta del cinema hot quando è stato inserito nella Hall of Fame della rivista Adult Video News, che è l’Oscar del porno statunitense. 
Spears racconta che voleva fare l’attore, ma a corto di soldi decise di darsi al porno. Scoprì che sifacevano soldi facili e il lavoro non mancava mai. Nel 2011 però gettò la spugna: il porno lo stava divorando da dentro. «Dovevo andare a lavorare», racconta in una recente intervista, «per fare il porno in modo da poter acquistare la droga e così seppellire il dolore provocato dal porno stesso». Un circolo vizioso – è proprio il caso di dirlo – da cui non riusciva più ad uscire.  «Quello che mi ha fatto il porno», continua Greg, «è stato di cambiare il modo in cui pensavo alle donne e ciò che provavo per loro. Ho iniziato a guardarle sempre più come un oggetto sessuale. Ho perso la capacità di instaurare un rapporto d’amore e di affetto. In quegli anni pensavo di essere ancora in grado di farlo, ma mi ingannavo». 
Torna l’immagine della pornografia come una droga che crea dipendenza e ti distrugge perché rade al suolo la capacità di provare tenerezza, di innamorarsi, di vivere di sentimenti. Il giorno di quattro anni fa in cui Spears ha lasciato il mondo del porno, è uscito dal set, ha preso l’auto, si è fermato un paio di isolati più in là ed ha iniziato a piangere a dirotto. Quel giorno «ho cambiato la mia vita. Ho iniziato a vivere».