venerdì 31 ottobre 2014

Faro e fiaccola


La verità e la misericordia 
la Chiesa è faro e fiaccola


di Mauro Cozzoli
​Al Sinodo ha fatto presa la felice figura del faro e della fiaccola, riferita al ministero di luce della Chiesa, cui diversi commentatori hanno dato risonanza, interpretandola nel proprio orizzonte di significato. Il faro, ben fondato ed elevato, effonde una luce forte ed estesa che infonde fiducia e dà sicurezza nella navigazione della vita. La Chiesa è luce-faro di verità e di grazia per tutti nella storia e nel mondo. La fiaccola cammina con chi la porta: emana una luce particolare e circoscritta, che illumina i passi delle persone, viandanti e pellegrini nel cammino della vita. La Chiesa è luce-fiaccola di verità e di grazia per ciascuno, nel qui e ora di una situazione o di una stagione della vita.

Applicando l’allegoria al ministero di misericordia – cui con insistenza Papa Francesco sollecita la Chiesa, chiamando ciascuno a farsi prossimo e compagno di viaggio soprattutto dei più bisognosi – taluni interpreti hanno veicolato un’accezione appositiva, se non proprio oppositiva, delle due figure e della relazione tra loro. Finora sarebbe prevalsa l’immagine della Chiesa-faro, ferma e salda sulla Tradizione e nel suo immutabile insegnamento, cui guardare e andare per attingere. 

Con Papa Francesco sarebbe in atto la transizione a una Chiesa-fiaccola: «Chiesa in uscita» – come ci dice nella Evangelii Gaudium – per cercare e avvicinare, accompagnare, guardare negli occhi e ascoltare, curare e rimettere in cammino. «Chiesa che ha le porte spalancate – come ha detto ai Padri Sinodali nel discorso conclusivo del Sinodo – per ricevere i bisognosi, i pentiti, e non solo i giusti o coloro che credono di essere perfetti». Tanto basta a far dire di una Chiesa più attenta alle persone che alla dottrina, centrata sulla carità più che sulla verità.

È evidente a tutti che papa Francesco rilancia il simbolismo evocativo della Chiesa-fiaccola, chiamando a una evangelizzazione itinerante, di avvicinamento e vicinanza, di accompagnamento e cura, richiamando il significato e la forza sanante dei sacramenti, mettendo in guardia da un astrattismo dottrinale lontano dalle persone e da un precettismo etico incurante di esse. L’esortazione apostolica Evangelii gaudium ne è il quadro di motivazione e di metodo.

Che papa Francesco non intenda con questo sminuire il ministero di verità della Chiesa, in ciò che essa ha di immutato e immutabile, sbilanciandone il ruolo-faro sul ruolo-fiaccola, è però altrettanto chiaro. Il Papa non si sente al di sopra della verità, ma sotto la sua autorità, in attitudine – dice ai Padri sinodali – non di «padrone» ma di «servo e custode»: «Il Papa non è il signore supremo, ma piuttosto il supremo servitore; il garante dell’ubbidienza e della conformità della Chiesa alla volontà di Dio, al Vangelo di Cristo e alla Tradizione della Chiesa, mettendo da parte ogni arbitrio personale, pur essendo – per volontà di Cristo stesso – il “Pastore e Dottore supremo di tutti i fedeli” (can 749) e pur godendo della “potestà ordinaria che è suprema, piena, immediata e universale nella Chiesa” (cf cann.331-334)».
Questo significa che fare della carità, nella forma prima della misericordia, la via maestra del Vangelo e dell’evangelizzazione non implica alienazione o ribasso di verità. Perché non c’è amore senza verità, ridotto – come nell’immaginario prevalente oggi – a un trascinamento opinionale ed emotivo.

La Chiesa non può cedere a questa deriva: verrebbe meno al suo compito di Maestra. E poi perché forma privilegiata e qualificata di carità è portare all’altro la verità: la carità del vero. È illusorio e ingannevole un amore vuoto, un amore non vero. Ciò comporta la fedeltà missionaria della Chiesa al Vangelo e al suo dispiegamento nel depositum fidei della Chiesa. Senza con questo cedere a un fissismo del vero, che aliena la Chiesa dalla storia e dal mondo, in cui essa è posta, in discernimento attento dei «sêmeia tôn kairôn», i segni dei tempi (Mt 16,3), per dire il Vangelo nell’oggi dell’uomo, con le sue risorse e le sue miserie, le sue speranze e le sue inquietudini, e aprire la Tradizione alle res novae. Lo aveva ribadito in precedenza il Papa, parlando di «crescita nella comprensione della verità». Legge questa cui non è sottratto «il depositum fidei, che cresce e si consolida con il passar del tempo».
Entro queste due sponde di fedeltà al deposito di verità della fede e di attenzione all’oggi delle persone, Francesco sta conducendo il Sinodo sulla famiglia, in uno svolgimento a più tappe e col coinvolgimento di tutto il popolo di Dio. Lo si evince dalla Relatio sinodi che fa sintesi dei contributi offerti nell’Assemblea generale straordinaria appena conclusa. Sulla prima sponda ci sono le riaffermate – ha detto il Papa – «verità fondamentali del sacramento del matrimonio: l’indissolubilità, l’unità, la fedeltà, l’apertura alla vita». Sulla seconda ci sono le famiglie segnate da irregolarità (convivenze, matrimoni civili) o da ferite (coniugi abbandonati, separati, divorziati risposati o no, famiglie monoparentali). Nessuno va escluso dall’amore misericordioso, in una pedagogia – variamente scandita nella Relatio – di «accoglienza», «prossimità», «accompagnamento», «discernimento delle situazioni», «riconoscimento degli elementi positivi presenti». Indici tutti di attenzione primaria alle persone, che chiama tutti – ha detto ancora il Papa – a «rimboccarsi le maniche per versare l’olio e il vino sulle ferite degli uomini».

Il riferimento è alla forza sanante della carità e della grazia: la grazia sacramentale in primis. Con la «possibilità – anche – che i divorziati e risposati accedano ai sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia» (Relatio 52)? La Relatio dà conto della discussione dell’Assemblea in merito e conclude: «La questione va ancora approfondita» (Ivi 52). A questo approfondimento, come a quello di tutta la problematica, è chiamata la Chiesa tutta intera (pastori, teologi e fedeli laici), nel cammino di riflessione e contributi che porterà, tra un anno, alla fase conclusiva e decisiva del Sinodo.

Cammino animato e diretto dallo Spirito Santo, ricorda e rassicura Francesco: «Quando la Chiesa, nella varietà dei suoi carismi, si esprime in comunione, non può sbagliare: è la bellezza e la forza del sensus fidei, di quel senso soprannaturale della fede, che viene donato dallo Spirito Santo, il vero promotore e garante dell’unità e dell’armonia nella Chiesa».

Per questo convenire sinodale, animato e diretto dallo Spirito di Dio, coniugare insieme verità e misericordia anche nel difficile campo delle irregolarità familiari, dei divorziati risposati in particolare, è possibile. Senza che la Chiesa contraddica il suo insegnamento, ma lo approfondisca, lo sviluppi e lo attualizzi nell’oggi delle persone e delle loro attese. E senza – per tornare al simbolismo iniziale – che l’essere faro impedisca alla Chiesa di essere fiaccola e, per essere fiaccola, la Chiesa cessi d’essere faro.

Ma l’uno e l’altro compito di luce si assolvono insieme, in relazione sinergica e reciproca (cf Rel 28). Perché la Chiesa è Maestra di verità e Madre di misericordia insieme. Lo è e deve esserlo anche negli ambiti più problematici del matrimonio e della famiglia. Come? In che modo, in presenza di nodi critici che fanno temere uno scioglimento unilaterale e sbilanciato? Ce lo sta dicendo e ce lo dirà il Sinodo, sotto l’azione dello «Spirito di verità» (cf Gv 16,13), principio e anima del sensus fidei dei fedeli e del munus docendi dei pastori, che scandiscono il cammino sinodale della Chiesa nella ricerca della verità.
Avvenire

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Card. Dolan: "La Chiesa non è un club di perfetti, ma un ospedale per i malati"

In un'intervista ad ampio raggio, l'arcivescovo di New York ed ex presidente dei vescovi Usa, condivide i suoi pensieri su Sinodo, crisi e bellezza della famiglia, ruolo della Chiesa e pontificato di Francesco

Anche se nessuno è “all’altezza” degli ideali della Chiesa, essa accoglie sempre tutti a braccia aperte. In sintesi è questo il fulcro dell'intervista del cardinale Timothy Dolan,arcivescovo di New York, a ZENIT. Nel colloquio da ampio raggio con la nostra testata, il porporato, già presidente della Conferenza Episcopale degli USA, ha espresso il proprio pensiero non solo in merito al Sinodo ma anche sul vero ruolo della Chiesa, su come tale ruolo si stia svolgendo nel pontificato di Francesco e su come si sia svolto con i suoi predecessori. Ha poi parlato con la franchezza che lo contraddistingue delle sfide pastorali nell’arcidiocesi statunitense, della copertura mediatica, così come dell’opportunità che Francesco si possa recare in visita pastorale negli Stati Uniti, ed in particolare a New York, nel 2015.
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Eminenza, quali sono le sue speranze e le sue aspettative dopo la fine del Sinodo straordinario e in vista dell'assemblea 2015?  
La mia aspettativa è che ci sia un incoraggiamento alle coppie meravigliosamente sposate e alle nostre belle famiglie che si trovano a vivere una vita che sia gradita da Dio, coerente con tutta la bellezza del Vangelo e vissuta sulla Terra per avvicinarsi il più possibile all'amore e all'unità della Santissima Trinità. Spero che mariti e mogli vivano il tipo di vita che è per noi una 'icona', ovvero una riflesso della passione, della pietà e dell'amore che Dio nutre per l'uomo. Questa è la maestà, è la poesia, è la storia d'amore, la bellezza del matrimonio che fa parte della nostra tradizione cattolica. Quindi la mia speranza è che, in un mondo in cui ci si chiede se si può rimanere uniti per sempre, se si possa rimanere fedeli e innamorati della stessa persona e si possano accogliere i bambini come un dono, come una benedizione, e non come un peso, il Sinodo sia riuscito a ribadire che "sì, puoi scommetterci la vita che le persone possono farcela!". Ce la possono fare con la grazia e la misericordia di Dio, che ci dona una vita di straordinaria gioia. Quindi, se siamo stati in grado di dare quel sostegno e incoraggiamento al nostro popolo, "Alleluia"!
Quale è stato, secondo lei, il tema più importante riguardo al Sinodo?
Sarà contradditorio ma il messaggio più importante è che non ci saranno cambiamenti. La nostra sensibilità sta nel ribadire la fedeltà alla nobiltà, alla sacralità e alla grandezza degli insegnamenti della Chiesa su famiglia e matrimonio. Nel Sinodo non si è trattato di dover cambiare qualcosa, ma di ribadire meglio l'immutabile insegnamento della Chiesa in un mondo straordinariamente cinico e scettico riguardo alla possibilità di una vita eterna, fedele e fatta di amore.
Quali timori, invece?
Un po' ci sono... Soprattutto vogliamo essere il più possibile chiari e convincenti nel riaffermare l'eterno insegnamento della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia, senza spaventare nessuno, senza dare l'impressione di voler marginalizzare nulla. Come nelle famiglie, anche nella Chiesa ci sono i 'più grandi' che devono occuparsi di insegnare con chiarezza e di essere all'altezza delle aspettative, mostrando virtù, responsabilità, determinazione pur mantenendo un amore straordinario e una dolcezza verso i bambini.Dio è il nostro Padre che ci insegna ciò che è stato rivelato a noi sul matrimonio. La Chiesa è la nostra madre. Sia Dio sia la Chiesa hanno la suprema responsabilità di essere dei buoni maestri, proprio come farebbero i nostri genitori. Quindi, come possiamo riconciliare i nostri nobili insegnamenti con chi non è capace di vivere con essi? Mi riferisco ovviamente ai divorzi, a chi si sposa più volte e alle unioni dello stesso sesso. Come possiamo continuare ad affermare ciò che Dio ci ha insegnato senza escluderli? Come possiamo farlo in modo che essi riconsiderino gli insegnamenti di Dio? Come possiamo far loro ricordare che, anche se non sono capaci di vivere con questi insegnamenti, possono comunque considerare ancora la Chiesa come una famiglia, come una casa spirituale? Ecco la sfida: come essere maestri di fermezza e di amore allo stesso tempo.
In che modo la Chiesa può dare il benvenuto a chi non riesce a seguire tutti gli insegnamenti?
Penso che dobbiamo prendere queste indicazioni dal Santo Padre, che ha detto: “Se tu sei consapevole di essere un peccatore e ammetti di essere un peccatore, allora sono felice di incontrarti, perché anch'io lo sono! Unisciti a me e al grande gruppo di peccatori che cerca di migliorare”. Dev'esserci una conversione nel cuore, a seconda della grazia e della pietà di Dio, e lentamente, gradualmente, cercare poi di riallinearsi con gli insegnamenti di Gesù e della Chiesa. Non è un processo facile e qualcuno potrebbe ripetere degli errori ma è per questo che abbiamo il sacramento della Penitenza. Mi piace ricordare alla gente che la Chiesa non è un club privato per i perfetti, ma un ospedale per i malati. Se sei malato spiritualmente o moralmente, sei più che benvenuto nella Chiesa, perché tutti noi lo siamo. Anche se tu hai commesso gli errori più gravi sei comunque 'a casa' e noi faremo del nostro meglio per fartelo capire, alla luce della saggezza della Chiesa. Anche quando fallirai la Chiesa ti sarà accanto per farti capire che non sei escluso.
Parlando invece di New York, qual è la più grande sfida che l'arcidiocesi deve affrontare dopo il Sinodo?
La più grande sfida pastorale sarà quella di ricatturare lo straordinario invito alla compassione e alla cura che appartiene alla Chiesa. Infatti la percezione di alcune persone riguardo la Chiesa è che essa sappia solo dire di no. Il pericolo dopo il Sinodo è che molti diranno: 'ancora una volta la Chiesa ha detto no all'aborto, no alle unioni dello stesso sesso, ecc'. Questa caricatura è sbagliata. La Chiesa dice sempre di sì a ciò che può rendere libero l'uomo e a ciò che rende la sua condizione più vera e genuina. Noi diciamo 'si' alla vita eterna, sì alla poesia del rapporto fra uomo e donna, sì all'idea che la famiglia è quanto di più vicino in questa terra alla Trinità, sì all'espressione sessuale dell'amore fra uomo e donna. E diciamo invece 'no' a chi nega tutto questo. Quindi, se lei mi chiede quale sia la mia più grande sfida pastorale, credo che sia quella di riconquistare lo straordinario e compassionevole invito che guarisce e la natura della dottrina della Chiesa.
Se qualcuno le chiedesse se Papa Francesco stia mantenendo la stessa linea di Benedetto XVI, lei cosa risponderebbe?
Noi siamo sempre in linea con la tradizione. Se lei legge gli Atti degli Apostoli, le Lettere di San Paolo, ci si può accorgere che la Chiesa ha sempre continuato questa sfida fin dalla Domenica di Pentecoste. Come vivere con gli ideali di Dio? Come riconciliare le trasformazioni della società con ciò che Dio ci ha originalmente insegnato? La grande sfida Pastorale è quella di non cambiare, di non compromettersi, ma di resistere senza scegliere un'altra strada.
C'è qualcosa nel modo in cui i media la descrivono che non la convince?
Papa Giovanni Paolo II ci ha insegnato che la Nuova Evangelizzazione sarebbe sempre stata una sfida e che non ci saremmo mai dovuti sfuggire l'opportunità di divulgare il messaggio di Cristo. A sua volta questo ci porta ad essere fraintesi. A volte ci sono dei casi in cui sento che le mie citazioni non sono usate appropriatamente, altre volte rimpiango di aver detto alcune cose. Comunque in generale non ho particolari rimorsi e non penso di essere stato trattato male.
Perché, secondo lei, Papa Francesco dovrebbe visitare gli Stati Uniti, ed in particolare New York?
Lui è il tipo di Papa che ti dice che puoi confidarti con lui e parlare onestamente. Quindi gli ho detto: "Santità, presumo che lei voglia venire negli Stati Uniti. È la terza o quarta comunità cattolica più grande al mondo'. Quando verrà, spero che verrà a New York, perché è un microcosmo di tutte le Chiese dell'America. Già sappiamo, comunque, che il Papa vuole venire perché ha espresso il desidero di recarsi nella sede delle Nazioni Unite.

Deborah Castellano Lubov

Tra Assad e il Califfato



Esce in Europa, in Italia da Mondadori, «Il libro nero della condizione dei cristiani nel mondo». Diretto da di Falco, Radcliffe e Riccardi, e coordinato da Lieven, raccoglie approfondimenti dei più importanti studiosi del mondo. Anticipiamo il capitolo di Domenico Quirico

DOMENICO QUIRICO
I cristiani di Siria: li ho incontrati subito, il secondo giorno del mio ennesimo viaggio nella terra della rivoluzione, diventata atroce e feroce guerra civile. Yabrud è appena oltre il confine con il Libano, le cui vette appaiono lontane, coronate di nuvole, vette nude, granitiche, solenni. Per arrivare alla prima tappa del viaggio che nei piani dovrebbe portarmi a Damasco con una formazione di rinforzi dell’Armata siriana libera costeggiamo burroni profondi e paurosi, pieni di nubi. È al crepuscolo che la vasta pianura di Yabrud, e poi più in fondo Qara, mi appare ancora gloriosamente inondata di sole, i campi coltivati e i frutteti regolari come tappeti la screziano. Ma sono le sentinelle del deserto; dietro di loro si aprono le sconfinate pianure che portano a Damasco, dalle cui rocce e sabbie il cielo lontano sembra intorbidato.
 
Questa è da secoli terra di cristiani, che hanno resistito a tutto, Crociate e jihad, miseria e rivoluzioni, fanatismo e indifferenza. Hanno resistito soprattutto alla morsa del peccato imperdonabile: la disperazione. Nei miei precedenti quattro viaggi nella Siria ribelle non ho mai prestato attenzione particolare alla minoranza cristiana del Paese degli Assad, un 10-12%, le stime difficili in uno Stato dove l’appartenenza religiosa non è segnata sui documenti d’identità: mi sembrava, lo confesso, un problema secondario nell’abisso della tragedia che coinvolgeva e travolgeva tutti i 22 milioni di siriani, sunniti, alauiti, arabi, turcomanni, drusi, curdi. Certo, avevo constatato che i cristiani non erano presenti se non in numero modesto nelle formazioni dell’Armata siriana libera. Certo, quando ne parlavo con i ribelli, molti s’incupivano al solo sentirli citare: «I cristiani sono quasi tutti legati a Bashar a filo doppio, quello dell’interesse e della paura… Sospettano di noi rivoluzionari e ci accusano di essere integralisti e fanatici. Ma in realtà difendono i loro privilegi, le loro ricchezze, la posizione che si sono ritagliati nella società e trovano per questo che il regime sia una sicurezza e noi una incognita».

Ma, aggiungevano, ad Aleppo, città martire e simbolo della rivoluzione, divisa a metà tra i quartieri liberati e quelli ancora tenuti saldamente dai soldati del regime, «non ci saranno vendette: anche i cristiani troveranno posto nello Stato nuovo che immaginiamo democratico, pluralista e pluriconfessionale». (...)

I cristiani siriani, per tradizione e per necessità, hanno sempre sostenuto il partito Baath e lo Stato-nazione considerandolo un argine al fondamentalismo. La loro Età dell’Oro sono stati gli Anni Cinquanta, quando parteciparono attivamente alla vita politica e parlamentare della Siria da poco indipendente; alle elezioni del 1954 ottennero 16 parlamentari. Fu, quella, l’unica elezione democratica della storia del Paese.

L’emiro della formazione del Fronte al-Nusra, di cui sono stato prigioniero per dieci giorni, era un bell’uomo dagli occhi azzurri, un libanese dei villaggi di confine venuto a combattere la guerra santa in Siria e a saldare i conti con gli sciiti di Hezbollah, che, raccontava, avevano fatto strage nel suo villaggio. Di questa catena di vendette si nutre il moloch della guerra civile siriana. Un monaco guerriero come i suoi giovani combattenti, preghiera e guerra, una vita ascetica dove non c’era spazio per il sorriso, il cibo, la pietà. Quando ancora era notte passava nella stalla dove erano poveramente alloggiati i suoi combattenti e batteva, con un bastone che portava sempre con sé, contro le porte di ferro: «Svegliatevi, mujaheddin. Dio chiama, è l’ora della preghiera!». Aveva uno sguardo intelligente e crudele e le idee ben chiare. Quando gli ho chiesto quale sarebbe stato il futuro della Siria nel caso fossero riusciti a cacciare Bashar, non ha avuto esitazioni: costruiremo qui il califfato secondo la volontà di Dio grande e misericordioso. La sharia sarà l’unica legge. Ma non sarà che l’inizio… Poi getteremo a mare gli ebrei e conquisteremo il Libano, cacceremo i regimi atei e corrotti della Giordania, dell’Iraq… e poi l’Egitto, la Libia, la Tunisia, l’Algeria e al-Andalus, la Spagna, tutte terre di Dio. E il califfato tornerà a essere quello glorioso dei tempi sacri dell’islam vittorioso.
Gli chiedo quale sarà il destino dei cristiani nel futuro califfato: vivono qui da secoli, questa è la loro terra… Avranno una sorte migliore degli alauiti, la setta satanica di Bashar, che stermineremo e cacceremo tutti fino all’ultimo uomo, donna e bambino. I cristiani, se saranno obbedienti, potranno restare qui, ma dovranno pagare una tassa come tutti i dhimmi. Non saranno mai cittadini con gli stessi diritti dei veri credenti!

La guerra civile siriana nell’ultimo anno ha radicalmente mutato natura e attori. Le formazioni jihadiste, finanziate dall’Arabia Saudita, spesso formate quasi interamente da volontari stranieri, si sono moltiplicate e rafforzate e rappresentano ormai, sul terreno dove l’Armata siriana libera è scomparsa, la vera forza di opposizione all’esercito regolare. Hanno portato con sé un fanatismo assente nella prima fase della rivoluzione. L’abbattimento del regime, per loro, non è che una prima fase sulla via della ricostruzione del califfato nel Paese chiave del Medio Oriente. Nei confronti dei cristiani è difficile indicare una linea comune: ogni katiba, a seconda della sua composizione – ceceni, libici, tunisini, tatari, sauditi, europei – ha posizioni più o meno estremiste. La disinformazione, largamente utilizzata da entrambe le parti in conflitto, ha fatto nascere teorie e leggende. Giornali occidentali hanno raccolto e pubblicato, senza controllo, le voci raccapriccianti secondo cui i gruppi integralisti uccidono i cristiani, ne raccolgono il sangue in bottiglie e le spediscono ai sauditi che finanziano i loro gruppi, per dimostrare che stanno lavorando bene alla guerra santa! Allo stesso modo si è parlato, sulla base di video di origine dubbia, di crocifissioni di condannati cristiani. Esistono gruppi jihadisti di origine opaca, forse creati o infiltrati dai servizi segreti del regime per seminare confusione e condurre operazioni di guerra sporca. Chi ha ucciso, per esempio, con tre colpi alla nuca, a Homs, padre Franz van der Lugt, il gesuita olandese che aveva accettato di restare nel quartiere antico della città assediato da due anni, sotto le bombe e senza cibo, per testimoniare che per lui non esistevano «cristiani o musulmani, ma solo esseri umani»? I ribelli integralisti o l’esercito regolare, per vendetta? Chi ha rapito da più di un anno un altro gesuita, padre Paolo Dall’Oglio, il fondatore del monastero di Mar Musa, luogo di straordinario ecumenismo dove cristiani e musulmani pregavano fianco a fianco? Fin dall’inizio, contrariamente alle gerarchie cristiane con cui è spesso entrato in contrasto, aveva scelto il campo rivoluzionario, contro un regime di cui denunciava senza sfumature la corruzione e la violenza: sacerdote e rivoluzionario, dunque, senza contraddizioni e senza ipocrisie.

Voci insistenti, ma senza conferme portano, per il suo sequestro, a una delle formazioni più radicali del jihad, l’Isil, il movimento per l’emirato, che controlla territori al confine con l’Iraq, dove si sono perse le tracce del gesuita italiano. I meriti rivoluzionari di Dall’Oglio non hanno alcun rilievo, per questi nuovi ribelli fanatici, rispetto a due «colpe» capitali: essere occidentale e, soprattutto, cristiano.

Tanto per iniziare bene la giornata...




Burke: «C'è la forte sensazione che la Chiesa sia come una nave senza timone»   

Nuovo affondo del Prefetto della Segnatura apostolica, intervistato da «Vida Nueva», che descrive la Chiesa come un «movimento contro-culturale, non popolare»

ANDREA TORNIELLICITTÀ DEL VATICANO

Dopo aver denunciato manipolazioni e «censure» al Sinodo il cardinale Raymond Leo Burke, Prefetto della Segnatura apostolica continua a levare la sua voce dai toni sempre più preoccupati criticando il Papa ma dicendo al tempo stesso di non voler «sembrare una voce contraria al Papa». L'ultima intervista è quella a firma di Darío Menor Torres, pubblicata oggi su «Vida Nueva».

«Molti mi hanno manifestato preoccupazione - afferma il porporato statunitense - In un momento così critico, nel quale c'è una forte sensazione che la Chiesa sia come una nave senza timone, non importa per quale motivo; la cosa più importante che mai è studiare la nostra fede, avere una guida spirituale sana e dare una forte testimonianza della fede».

«Ho tutto il rispetto per il ministero petrino - aggiunge Burke - e non voglio sembrare di essere una voce contraria al Papa. Vorrei essere un maestro della fede con tutte le mie debolezze, dicendo la verità che oggi molti avvertono. Soffrono un po' di mal di mare, perché secondo loro la nave della Chiesa ha perso la bussola. Bisogna mettere da parte la causa di questo disorientamento, perché non abbiamo perso la bussola. Abbiamo la costante tradizione della Chiesa, gli insegnamenti, la liturgia, la morale. Il catechismo non cambia».

«Il Papa giustamente parla della necessità di andare nelle periferie - continua il Prefetto della Segnatura apostolica - La risposta della gente è stata molto calorosa. Però non possiamo andare alle periferie con le mani vuote. Andiamo con la Parola di Dio, con i sacramenti, con la vita virtuosa dello Spirito Santo. Non dico che il Papa lo faccia, però c'è il rischio di interpretare male l'incontro con la cultura. La fede non può adeguarsi alla cultura, ma deve richiamarla alla conversione. Siamo un movimento contro-culturale, non popolare».


(es) Raymond Leo Burke: “A muchos les parece que la nave de la Iglesia ha perdido la brújula” -- Entrevista con el purpurado estadounidense sobre el reciente Sínodo de la Familia (Vida Nueva) 

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Fellay: “La situazione della Chiesa è una catastrofe”
Vatican Insider
 
(Marco Tosatti) Intervista del Superiore della Fraternità San Pio X a La Porte Latine, sul Sinodo, i cristiani d’Oriente e la beatificazione di Paolo VI -- Nei giorni scorsi il distretto di Francia della Fraternità sacerdotale San Pio X ha organizzato il consueto pellegrinaggio a Lourdes, (...)

Il Papa: l'amore, non l'attaccamento alla legge, apre le porte della speranza



Cristiani così attaccati alla legge da trascurare la giustizia e cristiani legati all’amore che danno pieno compimento alla legge: ne ha parlato Papa Francesco nella Messa mattutina a Casa Santa Marta. 
Nel Vangelo del giorno, Gesù chiede ai farisei se sia lecito o no guarire di sabato, ma loro non rispondono. Lui, allora, prende per mano un malato e lo guarisce. I farisei – nota il Papa – messi di fronte alla verità, tacevano ”ma poi sparlavano dietro … e cercavano come farlo cadere”. Gesù rimprovera questa gente che “era tanto attaccata alla legge, che aveva dimenticato la giustizia” e negava perfino l’aiuto ai genitori anziani con la scusa di aver dato tutto in dono al Tempio. Ma “chi è più importante? – chiede il Papa - Il quarto Comandamento o il Tempio?“:
“Questa strada di vivere attaccati alla legge, li allontanava dall’amore e dalla giustizia. Curavano la legge, trascuravano la giustizia. Curavano la legge, trascuravano l’amore. Erano modelli: erano i modelli. E Gesù per questa gente soltanto trova una parola: ipocriti. Da una parte, vai in tutto il mondo cercando proseliti: voi cercate. E poi? Chiudete la porta. Uomini di chiusura, uomini tanto attaccati alla legge, alla lettera della legge, non alla legge, ché la legge è amore; ma alla lettera della legge, che sempre chiudevano le porte della speranza, dell’amore, della salvezza … Uomini che soltanto sapevano chiudere”.
“Il cammino per essere fedeli alla legge, senza trascurare la giustizia, senza trascurare l’amore” – ha proseguito il Papa citando la Lettera di San Paolo ai Filippesi – “è il cammino inverso: dall’amore all’integrità; dall’amore al discernimento; dall’amore alla legge”:
“Questa è la strada che ci insegna Gesù, totalmente opposta a quella dei dottori della legge. E questa strada dall’amore alla giustizia, porta a Dio. Invece, l’altra strada, di essere attaccati soltanto alla legge, alla lettera della legge, porta alla chiusura, porta all’egoismo. La strada che va dall’amore alla conoscenza e al discernimento, al pieno compimento, porta alla santità, alla salvezza, all’incontro con Gesù. Invece, questa strada porta all’egoismo, alla superbia di sentirsi giusti, a quella santità fra virgolette delle apparenze, no? Gesù dice a questa gente: ‘Ma, a voi piace farvi vedere dalla gente come uomini di preghiera, di digiuno …’: farsi vedere, no? E per questo Gesù dice alla gente: ‘Ma, fate quello che dicono, ma non quello che fanno’”.
Queste – osserva il Papa – “sono le due strade e ci sono piccoli gesti di Gesù che ci fanno capire questa strada dall’amore alla piena conoscenza e al discernimento”. Gesù ci prende per mano e ci guarisce:
“Gesù si avvicina: la vicinanza è proprio la prova che noi andiamo sulla vera strada. Perché è proprio la strada che ha scelto Dio per salvarci: la vicinanza. Si avvicinò a noi, si è fatto uomo. La carne: la carne di Dio è il segno; la carne di Dio è il segno della vera giustizia. Dio che si è fatto uomo come uno di noi, e noi che dobbiamo farci come gli altri, come i bisognosi, come quelli che hanno bisogno del nostro aiuto”.
“La carne di Gesù” – afferma il Papa -  “è il ponte che ci avvicina a Dio … non è la lettera della legge: no! Nella carne di Cristo, la legge ha il pieno compimento” ed “è una carne che sa soffrire, che ha dato la sua vita per noi”. “Che questi esempi, questo esempio di vicinanza di Gesù, dall’amore alla pienezza della legge – ha concluso Papa Francesco - ci aiutino a mai scivolare nell’ipocrisia: mai. E’ tanto brutto, un cristiano ipocrita. Tanto brutto. Che il Signore ci salvi da questo!”.
Radio Vaticana

giovedì 30 ottobre 2014

Venerdì della XXX settimana del Tempo Ordinario




Ci sono sempre motivi per non fare qualcosa: 
la questione è solo se bisogna farla nonostante ciò.

D. Bonhoeffer, 8 giugno 1944


Un sabato Gesù era entrato in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare e la gente stava ad osservarlo. Davanti a lui stava un idropico.
Rivolgendosi ai dottori della legge e ai farisei, Gesù disse: “È lecito o no curare di sabato?”. Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò.
Poi disse: “Chi di voi, se un asino o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà subito fuori in giorno di sabato?”. E non potevano rispondere nulla a queste parole.


  (Dal Vangelo secondo Luca 14, 1-6)
 





La misericordia, unica risposta ai mali dell'uomo, squarcia ogni velo d'ipocrisia e lascia senza parole. Quante volte ci ritroviamo così, come i farisei dinanzi al Signore e al suo amore, ammutoliti, schiacciati dai nostri ipocriti moralismi che ci tagliano la lingua.

Gesù ci fissa oggi diritto negli occhi, e punta al nostro cuore con una domanda che è un dardo infuocato: "è lecito amare?". Quale trappola abbiamo escogitato per non amare, per non fare del bene? In quale casella delle nostre alchimie legalistiche abbiamo relegato la suocera, il marito, il collega, con l'unico scopo di silenziare la coscienza e auto-giustificarci, per non umiliarci, chiedere perdono e avere misericordia? 

La radice del problema è sempre nel cuore, per questo il pubblicano salito al Tempio a pregare si percuote il petto, riconoscendo che è lì l'origine dei suoi peccati e delle sue sofferenze. Nel parallelo di Matteo la domanda di Gesù è più articolata: "E' lecito di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o toglierla?". E' evidente il paradosso: fare il male e togliere una vita non è mai lecito. 

Ma Gesù, indignato e rattristato per la durezza del cuore dei farisei, vuole togliere il velo di menzogna che ha chiuso i loro occhi. E la stessa domanda giunge oggi al nostro cuore: perché è lì dove si decide di fare il bene o il male, se dare la vita oppure toglierla. E' nel cuore, nel segreto del nostro intimo che amiamo o disprezziamo, ci doniamo o ci chiudiamo; è nel cuore che violiamo il sabato, senza che nessuno possa vederci

E' sempre lecito e doveroso amare, è sempre illecito fare il male e uccidereEppure compiamo l'illecito senza curaci della Legge e del Sabato, anzi; ingannati dal demonio ci convinciamo che il male sia bene, e non amare sia "lecito". Il cuore è lontano da Dio, il sabato è solo un pretesto per vivere nell'ipocrisia di una vita falsa e doppia, purtroppo accecata dall'illusione della pretesa giustizia esteriore derivante dal rispetto di codici e leggi, nel cui nome dimentichiamo la misericordia. L'ipocrisia dei farisei li condurrà a volere la morte di Gesù, a deciderla nel loro cuore, e proprio in giorno di sabato!

Gesù parla oggi al nostro cuore, laddove il suo amore vuol scendere per sanare. Se nel nostro cuore - e in giorno di sabato - siamo capaci e riteniamo lecito decidere di peccare, di uccidere con i giudizi, con le concupiscenze, con le passioni, come non potrebbe essere lecito amare, perdonare, sanare, salvare? Il paradosso con il quale oggi il Signore viene a visitarci per trarci fuori dalla trappola della menzogna e dell'ipocrisia che stringe il nostro cuore, ci indica dove dobbiamo guardare, dove inizia la vera conversione. 

L'autentico compimento della Legge si realizza attraverso la circoncisione del cuore: i segni visibili nella carne, come le opere esibite per essere ammirati, possono costituire, sovente, l'alimento che rinforza e fa crescere l'uomo vecchio, incapace di ereditare la Vita Eterna e, peggio, di sbarrarne l'accesso ai più piccoli e ai più deboli.

La libertà è un dono inestimabile, che scaturisce da un cuore "graziato". Chi non ha conosciuto la folle misericordia di Dio, la sua testarda tenerezza, è ancora schiavo della propria pretesa giustizia, altrimenti chiamata orgoglio; il suo cuore è indurito e si illude di compiere la volontà di Dio mettendo insieme un povero puzzle di regolette appena rispettate. 

Gesù ci parla per farci finalmente tacere, perché è il silenzio che apre le porte alla libertà. Solo quando ci renderemo conto di non avere risposta perché presi in flagrante, Gesù potrà prenderci per mano, guarirci e inviarci in missione nella vita. Vibra oggi nel cuore, per liberarlo, la domanda di Gesù: "E' lecito?...." E' lecito mangiare i pani dell'offerta riservati ai sacerdoti? E' lecito prendere su di sé il peccato di una moglie adultera? E' lecito essere liberi al punto di non difendersi e offrirsi completamente al prossimo? E' lecito amare il peccatore, perdonare settanta volte sette, morire per amore di un nemico? 

Nel Signore crocifisso è stato lecito, perché potessimo essere liberati, sciolti dalle catene dell'orgoglio per amare oltre la legge e la morte. Gesù amando e colmando di misericordia la legge fatta di prescrizioni si è attirato lo sguardo torvo di chi ha paura della verità. Amando oltre ogni legge si è giocato la vita, perché ciascuno di noi, fuori legge per natura, fosse riaccolto dall'Autore della legge: "Quando Gesù nelle sue parabole parla del pastore che va dietro alla pecorella smarrita, della donna che cerca la dracma, del padre che va incontro al figliol prodigo e lo abbraccia, queste non sono soltanto parole, ma costituiscono la spiegazione del suo stesso essere ed operare. Nella sua morte in croce si compie quel volgersi di Dio contro se stesso nel quale Egli si dona per rialzare l'uomo e salvarlo — amore, questo, nella sua forma più radicale" (Benedetto XVI, Deus Charitas Est, 12). 

BXVI parla ancora...

Giovanni Lindo Ferretti e l’incredibile incontro con Benedetto


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di Giovanni Lindo Ferretti*  

È l’accettarne tanto la dimensione di dolore e fatica quanto l’occasione di meraviglia a rendere la vita un dono prezioso che ogni giorno si rinnova. Nel suo mistero, se accettato, c’è la continua quotidiana dimostrazione di cosa significhi conversione, convertirsi. Ho incontrato Benedetto XVI, Papa emerito, mai l’avrei immaginato o considerato possibile fino a quando mi è stato chiesto, in dimensione realistica anche se teorica: – vorresti incontrarlo? -. Un concatenarsi inarrestabile di pensieri e ricordi.
Breve riepilogo. Era cardinale, prefetto della Congregazione della Fede, io vivevo secondo modi e ritmi che più passava il tempo più si rivelavano angusti. Senza soddisfazione. Potevo ricondurre tutte le mie scelte di vita all’impatto adolescenziale con il mondo moderno. «I can’t get no satisfaction» cantavano i Rolling Stones ed io ne fui rapito ma ero cresciuto nella tradizione cattolica, avevo imparato e sperimentato molte cose. Una primogenitura, una dote, che alla prova dei fatti si sarebbero dimostrate inalienabili. 
Nei miei giorni di uomo Ratzinger era l’esemplificazione ostentata di tutte le colpe della Chiesa Cattolica e della Reazione alle magnifiche sorti e progressive, summa di ogni oscurantismo ideologico, fino ad ombreggiare simpatie naziste. «Il troppo stroppia» diceva mia nonna e dopo aver letto un ennesimo articolo che lo denigrava decisi di entrare in libreria: – ma questo Ratzinger ha scritto qualcosa? – uscii con alcuni suoi testi e cominciai leggendoli un’altra tappa del mio cammino sulla terra. Avevo trovato un maestro. Ritagliai una sua fotografia, l’incorniciai posizionandola bene in vista e divenne una presenza quotidiana, familiare. Ne parlavo con gli amici, litigavo per lo più; piansi di gioia e commozione quando venne eletto al soglio pontificio. L’ho difeso sempre e mi ha fatto ridere scoprire che c’è stato un periodo in cui una clausola, a mia insaputa, era stata aggiunta ai miei contratti: è proibito parlare del Papa in presenza dell’artista.
A settembre è arrivata una lettera con lo stemma vaticano: Sua Santità il Papa emerito acconsente ad un breve incontro. Mia nonna sarebbe rimasta annichilita dalla commozione cercando rifugio nel rosario, mio zio Clemente, il miscredente di famiglia, avrebbe detto – bimbo, sei del gatto – una complessità gergale che fonde dolcezza e pericolo, timore e delicatezza in patina domestica. Ho anche pensato: entro nello studio, mi inginocchio, bacio l’anello e il Santo Padre mi da due ceffoni intimandomi – non si vergogna, Ferretti? -. Io che so perfettamente di cosa vergognarmi ne sarei sollevato e mi terrei cari i due ceffoni che non stonerebbero nella benedizione della sua presenza. Quello che ho fatto è stato confessarmi, comunicarmi, prepararmi all’incontro con mente libera e cuore puro. Benedetto XVI accoglie il fratello mons. Georg Ratzinger, giunto in Italia per l'85.mo compleanno del pontefice
Non edulcorare, non ideologizzare, non psicologizzare la realtà dei propri giorni; la confessione inizia con l’esame di coscienza: pensieri, parole, opere, omissioni.
La consapevolezza che molti accadimenti possibili in ordini molto diversi potevano annullare l’incontro, e una naturale ritrosia, mi hanno consentito di non dirlo che a poche persone, meno di una mano e solo due giorni prima. Poche ore dopo ero già gravato dal racconto di un dolore così lancinante da lasciar spazio solo a parole di preghiera, richiesta di un aiuto che non si sa, non si può formulare in altro modo. Me ne sono fatto carico, l’avrei presentato all’intercessione del Santo Padre. Una preghiera per Etti, sua madre, suo padre, le persone che l’hanno cara e vivono nella disperazione. Il gran giorno è arrivato, sono andato a Messa da padre Maurizio e da Chiesa Nuova a Piazza San Pietro continuavo a pensare che molti, forse tutti, avevano più motivi di me per essere ricevuti e non tanto per meriti o valori di cui non posso sapere ma perché io so delle mie colpe, del mio misero valere. Anche la guardia svizzera che mi ha bloccato sulla porta di Sant’Anna la pensava come me e prima che potessi proferir parola mi ha intimato: – di qua non si passa -. A coloro che frequentano il Vaticano non è concesso rendersi conto di cosa possa significare per un cattolico che arriva da lontano varcare quella soglia.
È luogo di potere non riducibile a dimensione politico sociale, esplicita una funzione verticale tra terra e cielo. Uno spazio di concentrazione abissale. Dominus Deus Sabaoth, anche. Un breve viaggio in macchina salendo il colle. Il Vaticano è fortezza, monastero, prigione, ospedale, governo e burocrazia, nessuna dimensione storico sociale gli è estranea ma tutte insieme non lo esauriscono. Arte a profusione e giardini ben curati. Un muro, un cancello, un cortile di ghiaia, un prato, una casa che fa tutt’uno con una piccola chiesa; all’interno una dimora come tante sulle colline d’Italia.
La porta si apre e nel piccolo salotto anche il Papa sta entrando da un’altra porta, mi inginocchio, bacio l’anello e la sua mano, che alzandosi leggera mi sfiora il braccio invitandomi a seguirlo e ci accomodiamo su due poltrone, di fronte, vicini. Una dimensione familiare. – Lei viene da lontano, è stato un lungo viaggio che l’ha portata qui. Mi racconti -.
– Santo Padre il mio è un mondo di umane miserie e miserevoli esperienze, raramente concede tempo e spazio al manifestarsi della grazia ma non è impermeabile alla divina misericordia – le parole escono leggere, a volte timorose, ma una benevolenza palpabile le sostiene. I suoi occhi vibrano di una luce che solo una vita di preghiera al cospetto dell’Altissimo può produrre come riverbero. Occhi di grazia che contemplano, consapevoli, l’immane dolore, la disgrazia senza rabbuiarsi solo aumentando la profondità dello sguardo, volgendolo all’interno. Esile, fragile, affaticato nel muoversi, contratto nel sedersi. Sono gli occhi di cristallina purezza a determinarne autorità e autorevolezza. Bagliori di lucida intelligenza nutrita di sapienza non lascerebbero scampo imponendo il silenzio ma un’attitudine dolcissima dell’essere, nei gesti ritenuti, nell’ascolto, permettono un parlar franco e sereno. Ho rimesso nelle sue mani la mia vita e tutte le persone che ne fanno parte: i concerti, la montagna, anche i cavalli; lo sconforto, la stanchezza, la gioia, la riconoscenza
– lei è molto giovane – sorriso
– Santo Padre sono vecchio da ogni punto di vista, non fosse per la Fornero sarei in pensione – sorriso
– No, no lei è molto giovane, il suo viaggio non è ancora finito, ha molte cose da fare -.
– Santo Padre mi benedica e con me benedica i peggiori, quelli che non hanno possibilità alcuna se non nella misericordia, nella compassione, nell’amore di Dio -.
Di nuovo in Piazza San Pietro, beatificato senza merito ma per contiguità, osservo quantità e qualità della folla di cui sono parte. Famiglie, comitive, coppie, singoli, gruppi e gruppetti, laici e consacrati. Il popolo cattolico, mescolanza di tutti i popoli, tutte le condizioni e le contraddizioni dell’umanità sulla tomba di Pietro, dove vive, celebra, governa il Papa, suo successore. La Tradizione vivente, irrisolta e irrisolvibile fino alla fine dei tempi. Sono giornate speciali, è in atto il Sinodo sulla famiglia: come metter mano ad una bomba ad orologeria. La famiglia con annessi e connessi è la centralità conclamata di ogni sgretolamento del contemporaneo, il punto cruciale della condizione umana così come la conosciamo: pubblico e privato, intimità e socialità, sessualità e procreazione, figli e genitori, matrimonio e patrimonio. Han voglia teologi e politici dell’immutabile cerimoniale a lucidare specchi in cui rimirarsi.
Molte cose sono cambiate, molte cose sono in repentino mutamento, certo non cambia l’anima dell’uomo, non muta la Buona Novella di cui la Tradizione è testimonianza viva e vivificante ma tutto il resto è soggetto a contingenza. Abbiamo un Santo Padre regnante ed un Santo Padre emerito. Il primo è un dono, imprevisto e imprevedibile, del secondo. Benedetto con gesto profetico, umiltà e potenza al massimo livello, ha mutato il paradigma papale per ciò che era in suo potere. Il gesto di Benedetto ha mutato anche il paradigma europeo certificandone la fine di spazio centrale nella storia ma questo è un altro discorso. Il Santo Padre è Francesco e già cumula rimostranze intellettuali, teologico morali, viscerali antipatie. Piace troppo, si dice alla fiera della malevolenza. C’è da rimanere sconcertati nel leggere gli attacchi dei tradizionalisti al Santo Padre così come al tempo di Benedetto si leggevano gli attacchi dei progressisti innovatori.
Basta rileggere i giornali dopo il discorso di Ratisbona, accorato e lucido appello a quella che fu la civiltà della cristianità, o tornare alla vicenda della Sapienza, alla glaciale solitudine in cui è stato relegato, per trovare lo stesso livore, la stessa arroganza, da campi opposti che la miseria umana non concede sconti d’appartenenza politico teologica.
Il Santo Padre Francesco è un dono di Dio agli uomini di questi giorni nostri, va ascoltato con mente limpida e cuore puro, almeno per quel che si può e già basterebbe. Se no si è: protestanti, evangelici, riformati, controriformati, sedevacantisti, ortodossi no che è un altro discorso, magari moralmente ineccepibili e persino intellettualmente molto dotati, ma non cattolici.
Che ci sia o no salvezza fuori dalla Chiesa è questione rinviabile al giudizio di Dio ma che ci sia salvezza nella Chiesa contro il Papa è paradosso clericale. “Quanta tristezza, quanta malinconia” per dirla con una canzonetta della mia infanzia. Quanta meraviglia anche nell’attesa di “tornar per sempre a casa mia”. Molte le cose da fare nel frattempo.
fonte: Avvenire
*Molti conoscono l’autore di questo articolo, Giovanni Lindo Ferretti, come il “front man” dei «CCCP Fedeli alla linea», gruppo “filosovietico” di musica punk tra i più ascoltati degli anni Ottanta in Italia, poi dei Csi e dei Pgr. È stato ed è una delle voci e dei volti del punk italiano. Già militante di estrema sinistra, Giovanni Lindo Ferretti (classe 1953) ha compiuto in seguito un lungo e tortuoso percorso artistico e umano che l’ha avvicinato alle posizioni della Chiesa cattolica, in particolare a Benedetto XVI. Oggi Ferretti vive appartato sull’Appennino emiliano e si dedica, oltre che all’allevamento dei cavalli e alla musica, alla scrittura. Su «Avvenire» ha pubblicato fra il 2011 e il 2012 una rubrica intitolata «Dal crinale», poi raccolta nel 2013 da Mondadori nel volume «Barbarico».


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anglicanorum coetibus

Da Federico Catani
Benedetto XVI torna a parlare pubblicamente. Dopo i tre messaggi di cui si è data notizia nei giorni scorsi, il Papa emerito ha di nuovo preso carta e penna, questa volta per scrivere all’Ordinariato di Nostra Signora di Walsingham, la comunità anglicana londinese rientrata in piena comunione con Roma dopo la pubblicazione della Costituzione apostolica Anglicanorum coetibus, firmata proprio da Benedetto XVI il 4 novembre 2009, cinque anni fa.
Il messaggio di Ratzinger è la risposta alla lettera di ringraziamento inviata lo scorso settembre da Nicolas Ollivant (presidente del gruppo Amici dell’Ordinariato di Nostra Signora di Walsingham), che esprimeva riconoscenza per il dono di questa nuova realtà. Benedetto XVI si è detto felice per l’importante ruolo che l’Ordinariato svolge nella Chiesa universale.
E così, nel quinto anniversario della sua pubblicazione, l’Anglicanorum coetibus merita di essere celebrata, poiché ha ben realizzato il vero e sano ecumenismo. Da decenni, infatti, si pensa che la finalità del movimento ecumenico sia il dialogo per il dialogo, oppure la diffusione della bislacca teoria secondo cui la Chiesa Cattolica si trovi sullo stesso piano delle altre comunità cristiane e che quindi non ci sarebbe alcun bisogno di aderire ad essa. I Pontefici e la Congregazione per la Dottrina della Fede, però, hanno sempre cercato di porre un argine a simili derive.
In questo, il ruolo di Benedetto XVI è stato decisivo. Contro i tentativi di creare una federazione di Chiese cristiane in cui ognuna mantenga la propria identità e il proprio credo, Papa Ratzinger ha risposto con l’Anglicanorum coetibus. La Costituzione apostolica è rivolta a tutti quegli anglicani che, stanchi degli sbandamenti della loro gerarchia, aperta a tutte le storture della modernità (sacerdozio femminile, legittimazione dell’omosessualità, etc.), hanno espresso il desiderio di tornare al Cattolicesimo. Non si tratta, si badi bene, di un ritorno alla Chiesa di Roma di singoli individui, ma di interi gruppi. Così afferma la Costituzione nel suo incipit: «In questi ultimi tempi lo Spirito Santo ha spinto gruppi anglicani a chiedere più volte e insistentemente di essere ricevuti, anche corporativamente, nella piena comunione cattolica e questa Sede Apostolica ha benevolmente accolto la loro richiesta» (corsivo mio). E, dopo aver ricordato che «l’unica Chiesa di Cristo infatti, che nel Simbolo professiamo una, santa, cattolica e apostolica, “sussiste nella Chiesa Cattolica governata dal successore di Pietro, e dai Vescovi in comunione con lui”», il documento pontificio ripete che suo scopo è provvedere «ad una normativa generale che regoli l’istituzione e la vita di Ordinariati Personali per quei fedeli anglicani che desideranoentrare corporativamente in piena comunione con la Chiesa Cattolica» (corsivo mio). Si parla quindi senza problemi di un rientro nella piena comunione cattolica.
Torna perciò in auge il tradizionale “ecumenismo di ritorno”, così come avvenuto nei secoli con molti cristiani di rito orientale, cui la Santa Sede ha concesso sempre larga autonomia e rispetto per le proprie tradizioni, fermo restando, ovviamente, il riconoscimento del primato petrino  e quel che ne deriva (basti pensare all’enciclica di Leone XIII Orientalium dignitas, del 1894, in cui il grande Pontefice condannava la latinizzazione forzata degli orientali). Ebbene, la Anglicanorum coetibus,nelle sue norme, coniuga sapientemente il rispetto di alcune tradizioni anglicane con la piena adesione alla Chiesa di Roma e alla fede cattolica. In questa sede non si può esaminare l’intero testo, ma basta leggerlo per rendersi conto di tutto ciò. Rileviamo solo che il Catechismo è definito «espressione autentica della fede cattolica professata dai membri dell’Ordinariato».
Un documento, quindi, da ricordare, nell’ottica di quell’ermeneutica della continuità purtroppo ancora disattesa nella pratica pastorale di tutti i giorni. E spesso anche dottrinalmente.

Una nuova pagina da scrivere insieme



Incontro fra Cirillo e Tawadros II.

Una speciale commissione bilaterale si occuperà di favorire la collaborazione spirituale e pastorale tra la Chiesa ortodossa copta e quella ortodossa russa. È quanto è stato stabilito nel corso dell’incontro che le guide spirituali delle due Chiese, Tawadros II e Cirillo, hanno avuto ieri, mercoledì 29, nella sede del patriarcato di Mosca. Incontro che ha rappresentato il momento focale della storica visita che il leader copto sta compiendo in queste ore nella Federazione Russa.
«La collaborazione tra le nostre Chiese sarà di grande importanza per il nostro popolo, sia in Egitto che in Russia, e un segno di unità per il mondo intero», ha detto Tawadros, il quale — secondo quanto riferito da fonti copte — durante l’incontro tra le due delegazioni si è soffermato sull’importanza del grande patrimonio della tradizione spirituale e monastica della Chiesa ortodossa russa. Per il vescovo Angaelos, membro della delegazione copta, si è trattato di «un incontro molto positivo», segnato da un «desiderio di collaborazione e di approfondimento delle relazioni. Abbiamo visto i capi delle nostre due antiche Chiese parlare con quasi identiche parole di speranza, di unità e di collaborazione. Questo è solo l’inizio di quello che sono sicuro si rivelerà un rapporto ancora più profondo, più forte e più efficace tra le nostre Chiese. Preghiamo che questo spirito possa essere trasmesso ai nostri fedeli e che possa essere replicato in tutti i nostri rapporti ecumenici e interecclesiali».
Anche il patriarca Cirillo ha sottolineato l’importanza di scrivere una nuova pagina nelle relazioni tra le due Chiese. Relazioni che soprattutto negli ultimi trenta-quaranta anni sono state sempre segnate da un clima di cordialità nell’ambito dei lavori delle organizzazioni ecumeniche. Cirillo ha poi ricordato il dialogo teologico bilaterale avviato nel 1985 che ha dato l’opportunità di comprendere meglio le posizioni delle due Chiese. Tuttavia, negli ultimi tempi, ha notato ancora il patriarca di Mosca, «nulla è accaduto in primo luogo a causa della grave situazione in Medio oriente». In questo senso, Cirillo ha anche colto l’occasione per affrontare il tema delle persecuzioni dei cristiani in Medio oriente e nel Nord Africa, argomento al centro anche dei colloqui che in precedenza la delegazione copta ha avuto con il metropolita Hilarion, presidente del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne del patriarcato di Mosca. In particolare, il leader ortodosso russo ha sottolineato come quella che era stata definita come la «primavera araba» si è spesso tramutata in un inferno per la popolazione cristiana, ed ha ricordato come la Chiesa ortodossa russa abbia levato più volte la sua voce a difesa della popolazione cristiana dell’Iraq, della Siria, della Libia e degli altri Paesi dove i credenti in Cristo sono ora minacciati. Quanto all’Egitto, si è augurato che il nuovo regime attui la promessa di ricostruire le chiese distrutte e di proteggere i cristiani.
L'Osservatore Romano