
Matrimonio e teologia
(Roberto Repole) In buona parte della Chiesa, è stata salutata con entusiasmo e attesa la scelta, per le prossime assemblee del sinodo dei vescovi, di concentrare l’attenzione sul tema della famiglia. Perché si tratta di una realtà in cui è direttamente coinvolta la maggioranza dei cristiani; e perché si tratta, in modo piuttosto evidente, di una realtà che domanda — come poche altre — che si renda udibile il Vangelo di Cristo in un contesto culturale e sociale che, negli ultimi decenni, è profondamente mutato. Il fatto, pertanto, che si siano stabiliti un luogo e un tempo affinché chi ha la cura pastorale delle Chiese e della Chiesa possa concentrare la sua attenzione a tale fondamentale realtà è cosa non da poco. Così come risulta particolarmente apprezzabile lo stile di reale ascolto che è stato impresso, sin da subito, a tale importante evento ecclesiale. La consultazione avviata presso le diverse Chiese e la volontà di nominare senza paura, sin dal Documento preparatorio, le sfide che coinvolgono — pur in modi molto diversi — le comunità cristiane, lo attestano. In quest’ultimo, si riconosce infatti che «si profilano oggi problematiche inedite fino a pochi anni fa, dalla diffusione delle coppie di fatto, che non accedono al matrimonio e a volte ne escludono l’idea, alle unioni fra persone dello stesso sesso, cui non di rado è consentita l'adozione di figli. Fra le numerose nuove situazioni che richiedono l’attenzione e l’impegno pastorale della Chiesa basterà ricordare: matrimoni misti o inter-religiosi; famiglia monoparentale; poligamia; matrimoni combinati con la conseguente problematica della dote, a volte intesa come prezzo di acquisto della donna; sistema delle caste; cultura del non-impegno e della presupposta instabilità del vincolo; forme di femminismo ostile alla Chiesa; fenomeni migratori e riformulazione dell’idea stessa di famiglia; pluralismo relativista nella concezione del matrimonio; influenza dei media sulla cultura popolare nella comprensione delle nozze e della vita familiare; tendenze di pensiero sottese a proposte legislative che svalutano la permanenza e la fedeltà del patto matrimoniale; diffondersi del fenomeno delle madri surrogate (utero in affitto); nuove interpretazioni dei diritti umani. Ma soprattutto in ambito più strettamente ecclesiale, indebolimento o abbandono della fede nella sacramentalità del matrimonio e nel potere terapeutico della penitenza sacramentale. Da tutto questo si comprende quanto urgente sia che l’attenzione dell’episcopato mondiale cum et sub Petro si rivolga a queste sfide. Se a esempio si pensa al solo fatto che nell’attuale contesto molti ragazzi e giovani, nati da matrimoni irregolari, potranno non vedere mai i loro genitori accostarsi ai sacramenti, si comprende quanto urgenti siano le sfide poste all’evangelizzazione dalla situazione attuale, peraltro diffusa in ogni parte del “villaggio globale”».
È evidente, tuttavia, come la capacità di compiere un discernimento e di affrontare tali sfide non possa fare a meno di quel servizio alla fede e alla comunità credente reso dalla riflessione teologica. Qualunque scelta si compia o si compirà rispetto alle sfide che ci stanno davanti — che lo si sappia o no, che lo si voglia o meno — è sempre infatti debitrice di una certa opzione teologica; e può segnare, peraltro, la stessa elaborazione teologica.
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Papa Francesco, il Sinodo e l’Humanae Vitae
Pubblichiamo una nostra traduzione di un articolo comparso su “Le blog du Synode” del quotidiano francese La Croix.
di Thibaud Collin (La Croix)
In questi giorni che precedono il Sinodo, la Chiesa è in un subbuglio che ricorda quello dell’aspro dibattito sulla contraccezione. Ricordiamo che Giovanni XXIII aveva deciso di estrarre la questione del controllo delle nascite dai dibattiti conciliari, istituendo una commissione incaricata di consigliarlo sul tema. Composta da vescovi, teologi, medici e da coppie di sposi, tale commissione fu poi confermata e ampliata da Paolo VI.
Dopo intense discussioni la commissione consegnò il suo rapporto che, a larga maggioranza, preconizzava di riconoscere la legittimità della contraccezione artificiale nel matrimonio cristiano. Questo rapporto segreto trovò presto spazio sulla stampa internazionale. Si dovette attendere più di un anno perchè Paolo VI, nel giugno 1968, pubblicasse l’enciclica Humanae vitae, ricordando la posizione tradizionale, come Pio XI e Pio XII avevano confermato.
Ricordiamo lo scandalo mondiale che il testo papale generò e lo spirito di contestazione che soffiava in molte conferenze episcopali. Possiamo dire che la crisi della Humanae Vitae non si è mai chiusa. La questione è passata in secondo piano in quanto l’interpretazione che molti vescovi e teologi hanno dato ha praticamente squalificato l’enciclica agli occhi di molti fedeli, per i quali la questione morale non si pone neanche più.
In nome di una coscienza vista come autoregolatrice le coppie cristiane possono considerare l’insegnamento del Magistero come un elemento tra gli altri per le loro scelte. Il lavoro fondamentale di S. Giovanni Paolo II, in particolare nelle sue catechesi sul corpo (1979-1984), ma anche nella sua grande enciclica Veritatis Splendor (1993), non è sufficiente a invertire la tendenza sulla questione in particolare e sulla morale coniugale in generale.
Una delle sfide del prossimo Sinodo sulla famiglia (ottobre 2014 e ottobre 2015) si concentra sull’accesso dei fedeli divorziati risposati civilmente ai sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia. Ancora una volta, molti vorrebbero che la Chiesa cambiasse la sua dottrina e la sua disciplina per consentire loro, a determinate condizioni, di ritrovare la via dei sacramenti.
Alcuni credono che Papa Francesco sia a favore a un tale sviluppo. Non ha forse chiesto al cardinale Kasper di aprire i lavori del concistoro di febbraio 2014 dedicato a questi temi? Ora il cardinale Kasper è stato per decenni a favore di un cambiamento. Inoltre, davanti a tutti i cardinli, Papa Francesco ha lodato il discorso del cardinale Kasper. Da allora, non passa giorno senza che un vescovo, un teologo o un giornalista non sostenga che il Papa si augura sinceramente una tale riforma.
A mio parere, si dovrebbe essere molto più prudenti in questa materia. In primo luogo, il Card. Müller, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha pubblicato un paio di settimane dopo le dichiarazioni del Papa al suo ritorno da Rio (dove ha accennato a un possibile cambiamento) una nota che ricorda i fondamenti dottrinali della disciplina sacramentale. Ma una tale nota non potrebbe essere stata pubblicata senza il consenso del papa. Inoltre, deve essere letto attentamente ciò che Papa Francesco ha detto nella sua intervista al Corriere della Sera del 5 marzo 2014 circa l’enciclica Humanae vitae: “Dipende da come l’enciclica ‘Humanae Vitae’ è interpretata. Lo stesso Paolo VI, alla fine della sua vita, raccomandava ai confessori di essere molto misericordiosi e attenti alle situazioni concrete. Ma il suo genio fu profetico, ebbe il coraggio di alzarsi in piedi contro la maggioranza, di sostenere la disciplina morale, di mettere in gioco un freno culturale, di opporsi al neo-malthusianesimo presente e futuro. Il problema non è quello di un cambiamento nella dottrina, ma di un lavoro in profondità, che dovrebbe garantire che la pastorale tiene conto delle situazioni e di ciò che le persone sono in grado di fare.”
Questo elogio di Paolo VI non è certamente da mettere da parte per capire come il Papa sta prendendo in considerazione l’intera questione. Non dimentichiamo che ha dichiarato al padre Spadaro di essere “furbo”.
E se Papa Francesco avesse voluto mettere sul tavolo ciò che fino ad ora è rimasto avvolto in una sorta di non detto? Perché mettere questo in piena luce? Per cambiare la dottrina e la prassi della Chiesa? Io ne dubito da colui che ha detto “Io sono figlio della Chiesa.” Colui che continua a ricordare la radicalità del messaggio evangelico e si rifiuta di misurarlo con lo spirito del “mondo” rischia di deludere tutti quelli che lo considerano come colui che finalmente farà evolvere la dottrina e la disciplina cattolica per renderla più credibile agli occhi dei contemporanei.
fonte: La Croix
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Impegno per il matrimonio, 9 consigli al Sinodo
di L. Bertocchi
Rafael Navarro-Valls, Mary Ann Glendon, Mons. Renzo Bonetti, Marcello Pera, sono sole alcune delle oltre quaranta personalità che hanno sottoscritto una lettera pubblica in difesa del matrimonio e in vista dell’ormai prossimo Sinodo straordinario sulla famiglia. L’hanno rivolta a Papa Francesco e a tutti i padri sinodali. Con qualche consiglio interessante.
Scrivono che “questo sinodo è l’occasione per esprimere la verità senza tempo sul matrimonio”, perché “la posta in gioco è alta”. Citano un rapporto internazionale del 2013 per dire che ormai in America, Europa e Oceania l’istituto del matrimonio è poco rilevante, e quelli esistenti sono costituzionalmente fragili: negli Stati Uniti una percentuale che oscilla tra il 40 e il 50% dei primi matrimoni terminano con un divorzio. Le conseguenze di tale situazione per adulti e bambini sono varie: povertà, rendimenti scolastici più bassi, disagi psicologici, maggior fragilità fisica.
“Crediamo, scrivono, che la famiglia è, con la Chiesa stessa, la più grande manifestazione istituzionale dell’amore di Cristo. Per coloro che desiderano amare come Egli vorrebbe il matrimonio e la famiglia sono indispensabili, sia come veicoli di salvezza che come baluardi della società umana”. Per questo non si limitano ad esortare, ma fanno proposte per risolvere la crisi. Eccole:
1. una ricerca interdisciplinare condotta dalla Pontificia Commissione per la Famiglia sul ruolo della pornografia e del cosiddetto divorzio “senza colpa” (no-fault-divorce) nella crisi del matrimonio;
2. educare i seminaristi. Fornire corsi obbligatori che comprendano prove di scienze sociali sui benefici del matrimonio, le minacce al matrimonio, nonché le conseguenze del divorzio e della convivenza per i bambini e la società;
3. formare i sacerdoti affinché nelle loro omelie sappiano mostrare il valore spirituale e sociale del matrimonio, le sfide del mondo contemporaneo alla famiglia e l’aiuto della parrocchia alle coppie in difficoltà. Uno studio recente ha mostrato che per il 72% delle donne cattoliche americane l’omelia domenicale è la fonte primaria per conoscere la propria fede;
4. creare delle piccole reti di coppie sposate che siano in grado di essere guida a livello parrocchiale, per dare sostegno ad altre coppie a mantenere sano e duraturo il loro matrimonio;
5. educare i parrocchiani sulla straordinaria influenza che possono avere sui matrimoni di amici e familiari;
6. incoraggiare e sostenere la riconciliazione delle coppie sposate che sono separate o hanno divorziato;
7. richiesta ai vescovi di tutto il mondo per avviare regolare preghiera durante la S.Messa domenicale per avere la grazia di matrimoni forti e duraturi;
8. supportare gli sforzi per mantenere e difendere ciò che è retto e giusto nelle esistenti leggi sul matrimonio, e per ripristinare le disposizioni giuridiche che proteggono il matrimonio come unione coniugale di un uomo e una donna aperti alla vita;
9. sostenere la libertà religiosa nei tribunali dove si discutono i divorzi. Pochi sanno che la libertà religiosa è regolarmente violata dai giudici che ignorano o sviliscono le opinioni di un coniuge che cerca di salvare un matrimonio o tenere i bambini in una scuola religiosa. Preparare un gruppo di avvocati e legislatori per affrontare il tema.
I firmatari sostengono che la realizzazione di uno o più di questi suggerimenti potrebbe rappresentare un notevole passo avanti su scala internazionale per i matrimoni e le famiglie. Addirittura pensano che la realizzazione di tutti i punti indicati potrebbe ribaltare l’attuale stato di crisi del matrimonio e della famiglia. Troppo ottimisti? Può darsi, però, prima di sperimentare chissà quali altre novità, si potrebbe anche tentare.
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Permanere nella Verità di Cristo
(di Cristina Siccardi) San Giovanni Battista venne decapitato poiché i protagonisti dell’errore non accettavano le denunce del loro peccato: Erode Antipa dopo aver divorziato da Pharsaelis, figlia del re nabateo Areta, aveva sposato Erodiade, ex-moglie di suo fratello Filippo; si trattava, dunque, di un’unione illegittima agli occhi di Dio. Erodiade, mediante la figlia Salomè, chiese la testa del Battista e la ottenne. Oggi una corrente della Chiesa vuole che i divorziati concubini possano ricevere la Comunione benché non siano in stato di grazia; come a dire, in linguaggio figurato: la testa di san Giovanni Battista continua ad essere richiesta.
Nella relazione presentata al Concistoro straordinario sulla famiglia (febbraio 2014), il cardinale Walter Kasper ha lanciato un appello affinché la Chiesa armonizzi «fedeltà e misericordia di Dio nella sua azione pastorale riguardo ai divorziati risposati con rito civile». L’inquietante istanza sarà presente al prossimo Sinodo sulla famiglia dal tema: Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione. L’augurio lanciato dal cardinale Kasper è che la Chiesa troverà un modo per armonizzare «fedeltà e misericordia nella sua pratica pastorale», un genere di pastorale che, entrando in collisione con la dottrina cattolica, scalzerebbe, nella stragrande maggioranza dei casi, la dottrina stessa: la prassi (l’esperienza) pagana diventerebbe guida all’impartizione dei sacramenti.
Per rispondere a queste posizioni, che sovvertono in modo ineludibile il principio di matrimonio esposto esplicitamente dal Salvatore e contenuto nel magistero della Chiesa, il 1° ottobre esce in libreria un volume di notevole portata, Permanere nella verità di Cristo. Matrimonio e comunione nella Chiesa cattolica (Cantagalli, pp. 304, € 16,50) a cura di Robert Dodaro O.S.A., Preside dell’Istituto patristico Augustinianum di Roma.
Il testo, dato alle stampe in questi giorni in Francia e quasi in contemporanea negli Stati Uniti, raccoglie gli interventi di cinque cardinali e di quattro studiosi, ognuno dei quali esamina i punti nodali della questione matrimoniale, ovvero:
«L’insegnamento del Signore su divorzio e seconde nozze: i dati bliblici» di Paul Mankowski S.J.; «Divorzio e seconde nozze nella Chiesa antica: riflessioni storiche e culturali» di John M. Rist; «Separazione, divorzio, scioglimento del vincolo matrimoniale e seconde nozze. Approcci teologici e pratici delle Chiese ortodosse» di Cyrill Vasil’ S.J.; «Unità ed indissolubilità del matrimonio: dal medioevo al Concilio di Trento» del cardinale Walter Brandmüller; «Indissolubilità del matrimonio e dibattito sui divorziati risposati e i sacramenti» del cardinale Gerhard Ludwig Müller; «Ontologia sacramentale e indissolubilità del matrimonio» del cardinale Carlo Caffarra; «Divorziati risposati e i sacramenti dell’Eucaristia e della penitenza» del cardinale Velasio De Paolis C.S.; «Il processo di nullità canonica del matrimonio come ricerca della verità» del cardinale Raymond Leo Burke.
Nei loro interventi, gli autori dimostrano come, esaminando i testi biblici e la patristica, non sia assolutamente possibile sostenere sic et simpliciter una “misericordia” fallace e tale da offrire il Corpo Santo di Cristo a peccatori pertinaci. La Chiesa sostiene il peccatore, ma denuncia il peccato e cerca di salvare anime invitando il peccatore a non peccare più, proprio come Gesù insegnò con immensa misericordia all’adultera: «“Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”. Ed essa rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù le disse: “Neanch’io ti condanno: va’ e d’ora in poi non peccare più”» (Gv 8, 10-11). Le esigenze dei peccatori, oggi divenute norma sociale, non hanno e non avranno mai la forza di mutare i principi divini e della Chiesa, Sposa di Cristo. L’anima dell’adultera è preziosa a Gesù e alla Chiesa tanto quanto le anime degli adulteri contemporanei e futuri, e proprio per tale ragione questa raccolta di saggi, presentata in Italia da Cantagalli, è preambolo indispensabile per il Sinodo che si terrà fra il 5 e il 19 ottobre.
Le voci dell’importante volume affrontano poi la questione della oikonomia, pratica diffusa nell’Oriente ortodosso a partire dal secondo millennio e scaturita dalle pressioni politiche degli imperatori bizantini, che consente l’ammissione alle seconde nozze religiose dopo un periodo di penitenza: in queste chiarissime ed esaurienti pagine si traccia la storia secolare della resistenza cattolica a tale convenzione di carattere politico e non divino.
La Tradizione, ancora una volta, è maestra: esistono fondamenta teologiche e canoniche fra dottrina cattolica e disciplina sacramentale. Il cardinale Müller afferma: «tutto l’ordine sacramentale è esattamente opera della misericordia divina e non può essere revocato richiamandosi allo stesso principio che lo sostiene. Attraverso quello che oggettivamente suona come falso richiamo alla misericordia si incorre nel rischio della banalizzazione dell’immagine stessa di Dio, secondo la quale Dio non potrebbe far altro che perdonare. Al mistero di Dio appartengono, oltre alla misericordia, anche la santità e la giustizia; se si nascondono questi attributi di Dio e non si prende sul serio la realtà del peccato, non si può nemmeno mediare alle persone la sua misericordia» (p. 21).
La misericordia di Dio non è una panacea per tutti i mali, perché i comandamenti di Dio restano tali e la Chiesa è tenuta a ribadirli. Le difficoltà inerenti all’accettazione dell’insegnamento del Figlio di Dio circa l’impossibilità di commettere adulterio, poiché quello «che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi» (Mt 19, 6), furono riconosciute per la prima volta dagli stessi Apostoli i quali reagirono in maniera negativa rispetto alla vocazione matrimoniale: «se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi» (Mt 19,10) e a questo punto Gesù parlò di coloro ai quali viene concesso di comprendere che esiste una scelta di vita verginale e consacrata, per il regno dei cieli. La dottrina è data come assoluta nei Vangeli e anche san Paolo insiste sul fatto che egli è un messaggero di tale insegnamento, pertanto non è da ritenersi responsabile per il rigore di tale disposizione divina: «Agli sposati poi ordino, non io, ma il Signore: la moglie non si separi dal marito – e qualora si separi, rimanga senza sposarsi o si riconcili con il marito – e il marito non ripudi la moglie» (1Cor 7, 10).
Tuttavia sarebbe errato o «quantomeno seriamente manchevole, vedere Gesù come un contendente in una controversia legale-morale che parteggia per la fazione rigorista della controversia e capace di attrarre soltanto gli intransigenti. Infatti, Gesù ha promesso anche un nuovo e sovrabbondante afflato di grazia, di aiuto divino, in modo che nessuno, per quanto debole, trovi impossibile fare la volontà di Dio (…) Gesù disse di Giovanni: “In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui” (Mt 11,11). Sotto la vecchia legge sarebbe stato forse necessario tanto coraggio morale e fisico da eroi quanto amore per la santità, per rimanere coerenti nelle idee e nelle azioni alla volontà creatrice di Dio in materia di fedeltà coniugale, ma nella nuova alleanza anche ho mikroteros, il più piccolo nel Regno, riceverà la forza per restare fedele, e per fare cose più grandi ancora» (pp. 56-57).
Gli autori di questo vitale testo sostengono all’unisono e in maniera ferma che nel Nuovo Testamento l’Unto di Dio proibisce senza ambiguità divorzio e successive nuove nozze sulla base del piano disposto dal Creatore sul matrimonio (Gen 1,27; 2,24). (Cristina Siccardi)
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Pasticcio Kasper
(di Roberto de Mattei su Il Foglio del 01-10-2014) Il prossimo Sinodo dei Vescovi è preceduto da un frastuono mediatico che gli attribuisce un significato storico superiore alla sua portata ecclesiologica di mera assemblea consultiva della Chiesa. Qualcuno si lamenta per la guerra teologica che il Sinodo annuncia, ma la storia di tutte le adunanze episcopali della Chiesa (tale è il significato etimologico del termine sinodo e del suo sinonimo concilio) è fatta di conflitti teologici e di aspri dibattiti sugli errori e sulle scissioni che hanno minacciato la comunità cristiana fin dal suo sorgere.
Oggi il tema della comunione ai divorziati è solo il vettore di una discussione che verte su concetti dottrinali più complessi, come quello di natura umana e di legge naturale. Questo dibattito sembra tradurre, sul piano antropologico, le speculazioni trinitarie e cristologiche che scossero la Chiesa dal Concilio di Nicea (325) a quello di Calcedonia (451).
Allora si discusse per determinare la natura della Santissima Trinità, che è un unico Dio in tre Persone, e per definire in Gesù Cristo la Persona del Verbo, che sussiste in due nature, la divina e la umana. L’adozione, da parte del Concilio di Nicea, del termine greco homoousios, che in latino fu tradotto conconsubstantialis e, dopo il Concilio di Calcedonia, con le parole “della stessa natura” della sostanza divina, per affermare la perfetta uguaglianza del Verbo e del Padre, segna una data memorabile nella storia del cristianesimo e conclude un’epoca di smarrimento, di confusione, di dramma di coscienze analoga a quella in cui siamo immersi.
In quegli anni la Chiesa era divisa tra la “destra” di sant’Atanasio e la “sinistra” dei seguaci di Ario (la definizione è dello storico dei concili Karl Joseph von Hefele). Tra i due poli ondeggiava il terzo partito dei semi-ariani, divisi a loro volte in varie fazioni. All’homoousios niceno, che vuol dire “della stessa sostanza”, venne contrapposto il termine homoiousios, che significa “di sostanza simile”. Non si trattava di una questione di lana caprina. La differenza tra queste due parole, in apparenza infima, cela un abisso: da una parte l’identità con Dio, dall’altra una certa analogia o rassomiglianza, che fa di Gesù Cristo un semplice uomo.
La migliore ricostruzione storica di questo periodo resta quella del cardinale John Henry Newman ne Gli ariani del IV secolo (tr. It. Jaca Book, Milano 1981), un approfondito studio che mette in luce le responsabilità del clero e il coraggio del “popolino” nel mantenere la fede ortodossa. Il diacono Atanasio, campione dell’ortodossia, eletto vescovo, fu costretto per ben cinque volte ad abbandonare la sua diocesi per percorrere la via dell’esilio.
Nel 357 papa Liberio lo scomunicò e due anni dopo i concili di Rimini e di Seleucia, che costituivano una sorta di grande concilio ecumenico rappresentante l’Occidente e l’Oriente, abbandonarono il termine “consustanziale” di Nicea e stabilirono una equivoca via media, tra sant’Atanasio e gli ariani . Fu allora che san Girolamo coniò l’espressione secondo cui “il mondo gemette e si accorse con stupore di essere diventato ariano”.
Atanasio e i difensori della fede ortodossa vennero accusati di impuntarsi sulle parole e di essere litigiosi e intolleranti. Le stesse accuse vengono oggi rivolte verso chi, dentro e fuori l’aula sinodale, vuole levare una voce di intransigente fermezza nel difendere la dottrina della Chiesa sul matrimonio cristiano, come i cinque cardinali (Burke, Brandmüller, Caffarra, De Paolis e Müller), che, dopo essersi espressi singolarmente, hanno riunito i loro interventi in difesa della famiglia in un libro che è ormai diventato un manifesto, Permanere nella verità di Cristo: Matrimonio e Comunione nella Chiesa cattolica, appena dato alle stampe dalle edizioni Cantagalli di Siena. Allo stesso Cantagalli si deve la pubblicazione di un altro testo fondamentale, Divorziati “risposati” . La prassi della Chiesa primitive del gesuita Henri Couzel.
I commentatori del “Corriere della Sera” e de “la Repubblica” si sono stracciati le vesti per la “rissa teologica” in corso. Lo stesso Papa Francesco, il 18 settembre, ha raccomandato ai vescovi di nuova nomina di “non sprecare energie per contrapporsi e scontrarsi”, dimenticando di essersi assunto personalmente la responsabilità dello scontro, nel momento in cui ha voluto affidare al cardinale Walter Kasper il compito di aprire le danze sinodali.
Come ha notato Sandro Magister, è stato proprio il cardinal Kasper, con la sua relazione del 20 febbraio 2014, resa nota da “Il Foglio”, ad aprire le ostilità e ad innescare il dibattito dottrinale, divenendo così, al di là delle sue intenzioni, il portabandiera di un partito. La formula più volte ribadita dal cardinale tedesco, secondo cui ciò che deve mutare non è la dottrina sull’indissolubilità matrimoniale, ma la pastorale verso i divorziati risposati, ha in sé una portata dirompente, ed è l’espressione di una concezione teologica inquinata nelle sue fondamenta.
Per comprendere il pensiero di Kasper bisogna risalire a una delle sue prime opere, e forse la principale,L’assoluto nella storia nell’ultima filosofia di Schelling, pubblicata nel 1965 e tradotta da Jaca Book nel 1986. Walter Kasper appartiene infatti a quella scuola di Tubinga che, come egli scrive in questo studio, “ha avviato un rinnovamento della teologia e dell’intero cattolicesimo tedesco nell’incontro con Schelling ed Hegel” (p. 53). La metafisica è quella di Friedrich Schelling (1775-1854), “gigante solitario” (p. 90), dal cui carattere gnostico e panteista il teologo tedesco tenta invano di liberarsi.
Nella sua ultima opera, Philosophie der Offenbarung (Filosofia della rivelazione), del 1854, Schelling contrappone al cristianesimo dogmatico quello della storia. “Schelling – commenta Kasper – non concepisce in modo statico, metafisico e sovratemporale il rapporto tra naturale e soprannaturale, bensì in modo dinamico e storico. L’essenziale della rivelazione Cristiana è proprio questo, che essa è storia” (p. 206).
Anche per Kasper il cristianesimo, prima di essere dottrina è storia, o “prassi”. Nella sua opera più nota,Gesù il Cristo (Queriniana, Brescia 1974), egli sviluppa una cristologia in chiave storica che dipende dallaFilosofia della rivelazione dell’idealista tedesco. La concezione trinitaria di Schelling è quella degli eretici sabelliani e modalisti, precursori dell’arianesimo. Le tre Persone divine sono ridotte a tre “modi di sussistenza” di un’unica persona-natura (modalismo), mentre l’essenza della Trinità si risolve nel suo manifestarsi al mondo. Cristo non è intermediario tra Dio e l’uomo, ma la realizzazione storica della divinità nel processo trinitario.
Coerente con la cristologia è l’ecclesiologia di Kasper. La Chiesa è innanzitutto “pneuma”, “sacramento dello Spirito”, definizione che, per il cardinal tedesco, “corregge” quella giuridica di Pio XII nella Mystici Corporis (La Chiesa luogo dello spirito, Queriniana, Brescia 1980, p. 91). Il campo di azione dello Spirito Santo non coincide infatti, come vuole la Tradizione, con quello della Chiesa cattolica romana, ma si estende ad una più vasta realtà ecumenica, la “Chiesa di Cristo” di cui la Chiesa cattolica è parte.
Per Kasper il Decreto del Vaticano II sull’ecumenismo spinge a riconoscere che l’unica chiesa di Cristo non si limita a quella cattolica, ma è divisa in chiese e comunità ecclesiali separate (ivi, p. 94). La chiesa cattolica è “dove non c’è alcun vangelo selettivo”, ma tutto si dilata in maniera inclusiva, nel tempo e nello spazio (Chiesa cattolica- Essenza, realtà, missione, Queriniana, Brescia 2012, p. 289). La missione della Chiesa è di “uscire da sé stessa” per riacquistare una dimensione che la renda veramente universale. Eugenio Scalfari, che si atteggia a terzo Papa, dopo quello emerito e quello regnante, pur ignaro di teologia, attribuisce la medesima concezione a papa Francesco, affermando che per lui la Chiesa missionaria è quella che “deve uscire da sé e andare nel mondo”, realizzando il cristianesimo nella storia (“La Repubblica”, 21 settembre 2014).
Queste tesi si riflettono nella teologia morale di Kasper, secondo cui l’esperienza dell’incontro con Cristo dissolve la legge, o meglio la legge è un impaccio di cui l’uomo deve liberarsi per incontrare la misericordia di Cristo. Schelling nella sua filosofia panteista assorbe in Dio il male. Kasper assorbe il male nel mistero della Croce, in cui vede la negazione della metafisica tradizionale e della legge naturale che ad essa consegue. “Il passaggio dalla filosofia negativa alla filosofia positiva è per Schelling nello stesso tempo passaggio dalla legge al vangelo” (L’assoluto nella storia, p. 178), scrive il cardinale tedesco, che vede a sua volta il passaggio dalla legge al vangelo nel primato della prassi pastorale sull’astratta dottrina.
Sotto quest’aspetto, la dottrina morale del cardinal Kasper è, almeno implicitamente, antinomista. L’antinomismo è un termine coniato da Lutero contro un suo oppositore di sinistra, Johann Agricola (1494-1566), ma risale alle eresie antiche e medioevali per indicare il rifiuto dell’Antico Testamento e della sua legge, sentito come mera costrizione e vincolo, in antitesi al Nuovo Testamento, cioè alla nuova economia della Grazia e della libertà. Più generalmente si intende come antinomismo il rifiuto della legge naturale e morale che ha la sua radice nel rifiuto dell’idea di natura. Per gli antinomisti cristiani non c’è legge perché non c’è una oggettiva d universale natura umana. La conseguenza è l’evaporazione del senso del peccato, la negazione degli assoluti morali, la Rivoluzione sessuale all’interno della Chiesa.
Si comprende in questa prospettiva come il cardinal Kasper nel suo recente libro apparso in tedesco nel 2012 e poi tradotto in italiano per i tipi della Queriniana nel 2013, Misericordia. Concetto fondamentale del vangelo – Chiave della vita, si proponga di rompere il tradizionale equilibrio tra giustizia e misericordia, facendo di quest’ultima, contro la tradizione, l’attributo principale di Dio. Ma, come ha osservato padre Serafino Lanzetta in un’eccellente analisi del suo volume, pubblicata da www.chiesa, “la misericordia perfeziona e compie la giustizia ma non l’annulla; la presuppone, altrimenti non avrebbe in sé ragion d’essere”. La scomparsa della giustizia e della legge rende incomprensibile il concetto di peccato e il mistero del male, a meno di non reintegrarli in una prospettiva teosofica e gnostica.
Ritroviamo quest’errore nel postulato luterano della “sola misericordia”. Abolita la mediazione della ragione e della natura, per Lutero l’unica via per risalire a Dio è la “fede fiduciale”, che ha il suo preambolo non nella ragione metafisica, da cui deve essere totalmente svincolata, ma in un sentimento di disperazione profonda, che ha a sua volta il proprio oggetto nella “misericordia” di Dio, invece che nelle verità da Lui rivelate.
Questo principio, come ha dimostrato Silvana Seidel Menchi in Erasmo in Italia 1520-1580 (Bollati Boringhieri, Torino 1987), si sviluppa nella letteratura ereticale del sedicesimo secolo grazie anche all’influenza del trattato di Erasmo, De immensa Dei misericordia (1524), che spalancava agli “uomini di buona volontà” le porte del cielo (ivi, pp. 143-167). Nelle sétte di derivazione erasmiana e luterana che costituiscono l’estrema sinistra della riforma protestante riaffiorano inoltre gli errori antitrinitari del IV secolo: arianesimo, modalismo, sabellianesimo, fondati sul rifiuto o sul travisamento dell’idea di natura.
L’unico percorso penitenziale possibile per conoscere l’abbraccio della Misericordia divina è il rifiuto del peccato in cui siamo immersi e il riconoscimento di una legge divina da osservare e da amare. Questa legge è radicata nella natura umana ed è incisa nel cuore di ogni uomo “dal dito stesso del Creatore” (Rm2, 14-15). Essa costituisce il criterio di giudizio supremo di ogni azione e delle vicende umane nel loro complesso, ovvero della storia.
Il termine natura non è astratto. La natura umana è l’essenza dell’uomo, ciò che egli è prima di essere una persona. L’uomo è una persona, titolare di diritti inalienabili, perché ha un’anima. E ha un’anima perché, a differenza di qualsiasi altro vivente, ha una natura razionale. Naturale non è ciò che nasce dagli istinti e dai desideri dell’uomo, ma ciò che corrisponde alle regole della ragione, che deve a suo volta conformarsi a un ordine oggettivo e immutabile di princìpi. La legge naturale è una legge razionale e immutabile, perché immutabile, in quanto spirituale, è la natura dell’uomo. Tutti gli individui della stessa natura agiranno o dovranno agire nella stessa maniera, perché la legge naturale è iscritta nella natura non di questo o quell’uomo, ma nella natura umana considerata in sé stessa, nella sua permanenza e nella sua stabilità.
Il cardinale Kasper non crede nell’esistenza di una legge naturale universale e assoluta e nell’Instrumentum laboris, il documento ufficiale del Vaticano che prepara il Sinodo di Ottobre, questo ripudio della legge naturale traspare con evidenza, anche se presentato in chiave sociologica, più che teologica. “Il concetto di ‘legge naturale’ risulta essere come tale oggi nei diversi contesti culturali, assai problematico, se non addirittura incomprensibile” (n. 21) – si dice – anche perché “oggi, non solo in Occidente, ma progressivamente in ogni parte della terra, la ricerca scientifica rappresenta una seria sfida al concetto di natura. L’evoluzione, la biologia e le neuroscienze, confrontandosi con l’idea tradizionale di legge naturale, giungono a concludere che essa non è da considerarsi ‘scientifica’” (n. 22).
Alla legge naturale viene contrapposto, secondo il programma kasperiano, lo spirito del Vangelo, di cui occorre comunicare i valori “in modo comprensibile all’uomo di oggi”. Si rende perciò necessario “dare una enfasi decisamente maggiore al ruolo della Parola di Dio quale strumento privilegiato nella concezione della vita coniugale e familiare. Si raccomanda maggiore riferimento al mondo biblico, ai suoi linguaggi e forme narrative. In tal senso, degna di rilievo è la proposta di tematizzare e approfondire il concetto, di ispirazione biblica, di “ordine della creazione”, come possibilità di rileggere in modo esistenzialmente più significativo la “legge naturale” (…) Si raccomanda anche l’attenzione al mondo giovanile da assumere come interlocutore diretto, anche su questi temi” (n. 30).
Le inevitabili conseguenze di questa nuova concezione della morale, di cui dovranno discutere i padri sinodali, sono tratte da Vito Mancuso, su “La Repubblica” del 18 settembre. La legge naturale “è un peso troppo gravoso da portare”; occorre perciò puntare a “un profondo percorso di rinnovamento in materia di etica sessuale” che dovrebbe portare alle “seguenti necessarie aperture: sì alla contraccezione; sì ai rapporti prematrimoniali; sì al riconoscimento delle coppie omosessuali”.
Di fronte a questo catastrofico itinerario verso l’immoralismo, come meravigliarsi che cinque cardinali abbiano pubblicato un libro in difesa della morale tradizionale e che altri cardinali, vescovi e teologi, si siano associati a questa posizione? Contro chi invoca una nuova disciplina dottrinale e pastorale, ha scritto il cardinale Pell, si eleva “una barriera insormontabile”, basata su “la quasi completa unanimità su questo punto di cui la storia cattolica dà prova da duemila anni” (Prefazione a Juan Pérez-Soba, Stephen Kampowski, Oltre la proposta di Kasper, Cantagalli, Siena 2014, p. 7).
C’è da sperare che il confronto sia libero e trasparente, senza l’imposizione dall’alto di regole che falsino il gioco. La posta non è una semplice divergenza di opinioni, ma il chiarimento sulla missione della Chiesa. C’è da augurarsi inoltre che i presuli fedeli alla Tradizione non si facciano intimidire e che siano capaci di sopportare con pazienza le violenze mediatiche e le censure ecclesiali, anche ingiuste e pesanti, che dovessero subire. “La canzone migliore continua ad essere la nostra” (p. 8), scrive ancora il cardinal Pell e Atanasio rimane un modello, nel nostro tempo, per tutti coloro che non si ritraggono dalla giusta battaglia in difesa della verità.