venerdì 3 ottobre 2014

Matrimonio e famiglia nella tradizione ebraica e cristiana.




Tra storia e teologia

(Silvia Guidi) Alla vigilia del sinodo «La Civiltà Cattolica» dedica tre articoli a matrimonio e famiglia. Scritti da tre gesuiti italiani, i testi affrontano il tema tra storia, teologia ed esegesi, risalendo dal fondamentale dibattito tridentino, nell’età del disciplinamento, sino alla visione che si può ricavare dai testi scritturistici e alla loro interpretazione.
Al concilio di Trento — è il succo dell’articolo di Giancarlo Pani che sfrutta le fonti edite — nella stessa sessione in cui si definisce l’indissolubilità del matrimonio, i padri conciliari si trovano di fronte a una questione non facile riguardante i cattolici latini che vivono nelle isole greche sotto il dominio della Serenissima. Questi, pur avendo i vescovi latini e in comunione con Roma, frequentano il clero e le funzioni ortodosse. Quando si discute il canone che la Chiesa non sbaglia nell’affermare che l’adulterio non dirime le nozze, gli ambasciatori veneziani chiedono al concilio di poter mantenere le loro antiche consuetudini, tra cui quella che prevede le seconde nozze in caso di adulterio. Il dibattito sulla richiesta si protrae per diversi mesi, e alla fine la maggioranza dei voti è favorevole alla petizione dei veneziani.
La pagina del concilio di Trento che illustrata nell’articolo — conclude padre Pani — «sembra essere stata dimenticata dalla storia. Di solito non viene menzionata. Ed è eloquente, nei diari del Concilio pubblicati accanto agli Acta, il silenzio degli stessi segretari, sempre presenti, scrupolosi, rigorosi nel documentare ogni episodio. Questa pagina tuttavia manca. Una damnatio memoriae? Oggi appare singolare che al Concilio in cui si afferma l’indissolubilità del matrimonio non si condannino le nuove nozze per i cattolici della tradizione orientale. Eppure questa è la storia: una pagina di misericordia evangelica per quei cristiani che vivono con sofferenza un rapporto coniugale fallito che non si può più ricomporre; ma anche una vicenda storica che ha palesi implicazioni ecumeniche».
Il matrimonio — scrive Mario Imperatori nel secondo articolo — non è un binomio ma una struttura intrinsecamente triadica della quale Dio è non solo parte integrante, ma anche elemento fondamentale tanto della sua genesi quanto del suo significato. Le attuali sfide pastorali «dovrebbero progressivamente aiutare la Chiesa a prendere maggiormente coscienza dell’intrinseca struttura nuziale del rivelarsi di Dio alla creatura umana in Gesù di Nazaret». 
La presenza di Dio — spiega poi padre Imperatori — non è un terzo incomodo da mettere da parte prima possibile, o un dettaglio irrilevante. Pensare di poter realizzare la bellezza del matrimonio prescindendo dallo Sposo, «questa sì che è una vera mancanza di realismo, ignara della concreta condizione storica umana». Come è ugualmente irrealistico presumere che in tale situazione basti sapere più o meno qual è il vero bene in gioco per poterlo poi attuare.
«Si tratta, diciamo così, di ingenuità — chiosa Imperatori — anche se non prive di una certa generosa grandezza». Molti nostri contemporanei si ritrovano così a dover portare pesi da essi stessi ingenuamente assunti, per di più troppo spesso prescindendo consapevolmente da colui che solo potrebbe dare loro la grazia di portarli.
«Senza una struggente attesa dello Sposo messianico — aggiunge poi — anche castità e verginità consacrate, teologicamente parlando, non hanno alcun senso». L’obiettivo per entrambe le categorie di cristiani è senz’altro nuziale; cambiano solo le modalità esistenziali attraverso cui ciascuno è chiamato a vivere questa condizione. «E in questa prospettiva, anche gli stessi limiti umani dello sposo terreno, lungi dall’interrompere l’amore, paradossalmente potranno indurre la donna ad ascoltare il richiamo d’amore proveniente dal suo vero e definitivo Sposo, che proprio in essi sembra far capolino, imparando così da Lui e come Lui ad amare più profondamente il suo Sposo terreno» conclude Imperatori. 
Enrico Cattaneo, invece, con il suo articolo sulla famiglia, «luogo di educazione alla fede secondo la Bibbia» accompagna il lettore in una carrellata attraverso le Scritture: salta subito agli occhi la differenza sul modo di concepire la famiglia nei testi dell’Antico Testamento e in quelli del Nuovo. Il Vangelo si rivolge a persone adulte, è un invito alla conversione, ad abbandonare la mentalità pagana, a mettere il regno di Dio al primo posto, perciò la formazione dei nuovi credenti avviene essenzialmente in ecclesia, cioè nelle assemblee liturgiche e catechetiche, ma quando nei secoli successivi la pratica del battesimo dei bambini sarà generalizzata, allora si riproporrà una situazione molto simile a quella del popolo ebraico.
L'Osservatore Romano