venerdì 3 ottobre 2014

Nessuno dev’essere lasciato solo



Il ricordo del naufragio di un anno fa. 

(Antonio Maria Vegliò) Era il 3 ottobre, verso le 4 del mattino. Un barcone con a bordo prevalentemente donne e bambini eritrei, insieme ad alcuni etiopi, prende fuoco e con sé anche la vita di 366 innocenti. Siamo tutti rimasti scossi dalle immagini e il mondo intero è testimone di quanto è accaduto.
Vogliamo per questo ricordare e pregare insieme per ridare dignità alle persone che hanno perso la vita in fondo al mare. Preghiamo anche per i parenti delle vittime e per le persone di buona volontà che hanno teso la mano ai superstiti e hanno sentito nel cuore la paura, la sofferenza, la stanchezza e la speranza grande che questi fratelli e sorelle profughi portano con sé. «La fede — dice il Santo Padre — si esprime nella cultura della solidarietà, dell’inclusione» con una santità umile a cui tutti i cristiani sono chiamati a vivere. Al momento del naufragio, i pescatori che si trovavano sulla costa sono stati i primi a prestare soccorso con le loro mani, tentando di salvare molte vite. Su quest’isola, bellissima, vive una mobilitazione davvero generosa dei cuori degli abitanti di Lampedusa, una dedicazione infaticabile dei parrocchiani, che toccano con mano il volto della sofferenza umana e si adoperano per soccorrere e ridare dignità a fratelli e sorelle che fuggono da violenze, guerre, persecuzioni.Dal giorno in cui hanno lasciato il loro Paese all’arrivo sulle nostre coste, molte di queste persone hanno vissuto privazioni e sofferenze estreme. «I migranti e i rifugiati — ricorda il Santo Padre — non sono pedine sullo scacchiere dell’umanità. Si tratta di bambini, donne e uomini che abbandonano e sono costretti ad abbandonare le loro case». Il riconoscimento del loro bisogno di protezione, salvare vite umane, salvaguardare la dignità umana e lo sviluppo di risposte politiche sono collegati con i valori morali delle nostre società e la nostra visione cristiana. La Chiesa, da sempre, accompagna l’umanità e condivide le sue sorti. «Sono Pastore — dice il Santo Padre — di una Chiesa senza frontiere che si sente madre di tutti. Perciò esorto i Paesi ad una generosa apertura, che invece di temere la distruzione dell’identità locale sia capace di creare nuove sintesi culturali. Come sono belle le città che superano la sfiducia malsana e integrano i differenti, e che fanno di tale integrazione un nuovo fattore di sviluppo!» (Evangelii gaudium, 210).
Non possiamo allora permettere che altre persone in cerca di salvezza perdano la vita nel nostro mare Mediterraneo, nonostante gli sforzi dell’operazione Mare nostrum, con l’impiego della Marina militare italiana per le operazioni di salvataggio. «I morti in mare — afferma il Santo Padre — sono una spina nel cuore che reca sofferenza». Non possiamo comportarci come Caino, non possiamo lasciare prevalere l’indifferenza e il silenzio davanti a tante vite umane spezzate. Le vere emergenze sono il superamento di pregiudizi, la responsabilità condivisa di tutti i Paesi europei nella difesa dei diritti umani fondamentali delle persone e per questo è importante l’attuazione di politiche migratorie volte a creare alternative alle carrette del mare, gestite da organizzazioni criminali che speculano sulla disperazione delle persone. L’accoglienza può diventare un programma politico di sviluppo capace di assicurare la dignità, la protezione, quindi l’accoglienza adeguata dei richiedenti asilo e delle persone bisognose di protezione internazionale. L’organizzazione programmatica dell’accoglienza da parte di tutti i Paesi europei significa prendere atto della realtà migratoria forzata affinché nessun Paese di prima accoglienza sia lasciato solo.
«A me che importa?» dice Caino. «Sono forse custode del mio fratello?».
Ognuno di noi è chiamato ad essere una corrente d’amore. Benedetto colui che dà il suo amore ai suoi fratelli nel bisogno, perché l’amore che abbiamo verso l’altro è verso Dio! Ogni persona, proprio perché creata a sua immagine e somiglianza, senza distinzioni, è rivestita della stessa dignità di persona. Siamo tutti parte di un’unica famiglia umana e «noi, come Chiesa, ricordiamo che curando le ferite dei rifugiati, degli sfollati e delle vittime dei traffici mettiamo in pratica il comandamento della carità che Gesù ci ha lasciato, quando si è identificato con lo straniero, con chi soffre, con tutte le vittime innocenti di violenza e sfruttamento».
Non abbiamo quindi paura di tendere le mani verso l’altro, di essere come tessere nel grande mosaico che Dio va creando nella storia, ognuno con la propria missione ma tutti insieme per imparare a custodirci gli uni gli altri.



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L'Osservatore Romano: Il 3 ottobre 2013 a Lampedusa i morti furono 368. Un anno senza vere risposte
La notizia di una nuova strage di migranti in Mediterraneo — con dieci morti accertati e decine di dispersi nel naufragio di un barcone davanti alle coste libiche — segna l’anniversario della tragedia che il 3 ottobre dell’anno scorso vide morire davanti all’isola di Lampedusa 368 persone nell’affondamento del mercantile sul quale erano imbarcati. A ricordarli, 368 lanterne si sono alzate oggi nel cielo di Lampedusa nel momento più significativo della Giornata della memoria e dell’accoglienza voluta dal Comitato 3 ottobre costituito dopo la tragedia.
Ma a un anno di distanza non si hanno ancora le necessarie risposte politiche dell’Europa al dramma delle migrazioni. Eppure sotto questo aspetto è stato un anno terribile in Mediterraneo. L’alto commissariato dell’Onu per i rifugiati e dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni parlano di oltre tremila morti solo dall’inizio di gennaio, i tre quarti di tutti quelli registrati nel mondo.
A impedire che questa tragedia assumesse dimensioni ancora più spaventose è stata in pratica solo la missione Mare nostrum della Marina italiana, cominciata proprio dopo il naufragio a Lampedusa e che ha salvato decine di migliaia di persone, duemila solo negli ultimi due giorni.
A questo impegno di civiltà mostrato dall’Italia non ha fatto riscontro a livello politico — almeno non a sufficienza — una presa in carico comunitaria da parte dell’Ue di questa tragedia, a sua volta causata dalla fuga da fame e guerre. Lo ha ammesso il presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, oggi a Lampedusa insieme con la presidente della Camera dei deputati italiana, Laura Boldrini, e con esponenti, oltre che di altri Paesi europei, del Governo di Roma, tra i quali il ministro degli Esteri, Federica Mogherini, che si accinge ad assumere l’incarico di alto rappresentante dell’Unione europea per la politica estera e di sicurezza.
Schulz, che all’arrivo a Lampedusa è stato contestato da manifestanti come gli altri esponenti politici, ha detto che «l’Italia ha fatto molto, l’Europa non ha fatto abbastanza» e ha definito i naufragi una macchia sulla coscienza europea. Della necessità di non vanificare la presa di coscienza che pure c’è stata in questo anno ha parlato Boldrini. Secondo la presidente della Camera, sia in Italia, con l’abolizione del reato di clandestinità, sia in Europa primi segnali positivi si sono avuti. Ma ora «serve la volontà politica e un’assunzione di responsabilità: se l’Europa esiste è perchè si fonda sul rispetto dei diritti umani». In particolare, Boldrini ha chiesto che Frontex Plus, l’operazione europea che si accinge a subentrare a Mare nostrum, abbia un compito più ampio di quello per ora previsto di controllo delle acque territoriali, compreso il mandato di fare soccorso in mare.
L'Osservatore Romano