mercoledì 8 giugno 2016

Conoscenza amorosa ed esperienza del vero



Di Andrea Tornielli
Il recente libro del filosofo Massimo Borghesi, dedicato al pensiero del fondatore di Comunione e Liberazione - «Luigi Giussani. Conoscenza amorosa ed esperienza del vero. Un itinerario moderno» (Edizioni di Pagina, pp. 264, 16.00 euro) - è passato piuttosto in sordina. Forse anche perché contribuisce a smontare alcuni cliché su don Giussani, in un’epoca nella quale anche alcuni di coloro che lo avevano conosciuto e seguito sembrano aver dimenticato la sua capacità di dialogare e andare incontro a tutti, preferendo piuttosto arroccarsi su posizioni più «muscolose», quelle di un certo cattolicesimo da battaglia che per esistere ha sempre bisogno di un nemico contro cui quotidianamente scagliarsi e strizza l’occhio al tradizionalismo.  

«Le critiche del tradizionalismo cattolico - scrive Borghesi - mostrano quanto Giussani, critico della modernità antropocentrica, sia “moderno”. Sia, cioè, solidale con quelle istanze, proprie della modernità, date dal rilievo del soggetto e della libertà nel rapporto con la verità. Per questo il cammino al vero è un’esperienza. Si tratta di un’affermazione che accoglie l’istanza di verità della posizione modernista, bloccata da una formulazione erronea, che l’opposizione semplice del tradizionalismo non è in grado di evidenziare».  

Il tradizionalismo, spiega lo studioso, «ha perfettamente ragione nel criticare la valenza irrazionalistica, psicologistica, immanentistica, della nozione di esperienza del modernismo. Erra, però, là dove, invece di allargare la nozione di esperienza, mediante il nesso di ratio e affectus, e di collegarlo intenzionalmente al reale secondo una valenza ontologica, si limita alla sua negazione». Un atteggiamento che porta, continua il professor Borghesi, «a un oggettivismo della verità, della Rivelazione in particolare, privo di rapporto con la libertà e l’istanza di felicità».  

Il tradizionalismo conclude, è la tesi dell’autore, in «un autoritarismo teorico-praticopolitico. L’esito coerente è la teologia politica sacrale, premoderna, dello Stato confessionale oscillante fra teocrazia e cesaropapismo». Mentre invece, se l’uomo può pervenire alla fede solo mediante un’esperienza, allora il fattore libertà, sia nella società che nella Chiesa, diventa essenziale. «Le condizioni trascendentali dell’esperienza - osserva Borghesi - richiedono uno spazio pubblico non clericale, un rapporto di verifica non autoritario con la tradizione. Richiedono la dimensione della libertà religiosa, al centro del cristianesimo dei primi secoli, che la Chiesa mostrerà di riconoscere pienamente con la Dignitatis humanae promulagata nella fase finale del Concilio». Documento non a caso criticatissimo dal mondo tradizionalista, con il quale la Chiesa, «abbandonando l’ideologia “medievalistica” che aveva contrassegnato l’orientamento neoscolastico tra ’800 e ’900, si riconciliava con le istanze più vere della modernità».  

È vero, osserva Borghesi, che si tratta di una modernità «ambigua», che presenta «la più grande aspirazione alla libertà e, insieme, il totalitarismo più spietato». Ma questo, osservava nel 1987 l’allora cardinale Joseph Ratzinger - un altro grande difensore del Concilio Vaticano II, per nulla nostalgico dell’ancien régime - «non deve assolutamente portare a una negazione dell’età moderna, tentazione che si poteva cogliere, sia nel romanticismo dell’Ottocento nostalgico di Medioevo, sia in ambienti cattolici tra le due guerre mondiali».  

«Quale caratteristica dell’età moderna - scriveva ancora Ratzinger nel libro “Chiesa, ecumenismo e politica” - annovero il fatto che in essa viene coerentemente realizzata la separazione di fede e legge, che era piuttosto nascosta nella res publica christiana medioevale. In tal modo prende forma e struttura chiara la libertà della fede nella sua distinzione dall’ordine giuridico borghese, e le intime pretese della fede vengono distinte dalle esigenze fondamentali dell’ethos, su cui si fonda il diritto. I valori umani, fondamentali per la visione cristiana del mondo, rendono possibile, in un fecondo dualismo di Stato e Chiesa, la libera società umana, in cui vengono garantiti il diritto alla coscienza e con esso i diritti umani fondamentali». 

La riflessione di Ratzinger, nel solco del Concilio - commenta Borghesi nel suo libro - mostra l’abbandono del modello medievale e, di conseguenza, del paradigma integrista nei rapporti tra Chiesa e mondo, fede e potere. Il cristianesimo non può, in quanto fede, totalizzare lo spazio pubblico. Può e deve richiedere rispetto e tutela per la libertà della Chiesa e per la libertà di educazione, e questo non come privilegio ma come un diritto. Egualmente, sul terreno etico, i cristiani sono chiamati a dare il loro contributo per il bene comune. Non possono invece pensare di assimilare la civitas humana alla civitas Dei, né di proporre un modello integralistico di società. Su questo punto la posizione di Giussani è stata chiara fin dall’inizio della sua esperienza di educatore nella Gs milanese».  

Nell’intervista del 1976 su «Il movimento di Comunione e Liberazione», alla domanda se «il movimento abbia come suo progetto il sogno di una restaurazione medievalistica», Giussani rispondeva: «Mi sento di affermare in piena tranquillità che quel nostro primo tentativo (come d’altronde tutto ciò che ne seguì) non era affatto ispirato ad alcuna nostalgia medioevalista, ad alcun sogno di restaurazione di forme del tutto superate di potere temporale, ad alcun desiderio di indire crociate... Ed è stato, da subito, un collocarsi come esigua minoranza, che cercava la sua tenacia nella coerenza della fede, ed era perfettamente consapevole che l’adesione degli altri a tale annuncio, e quindi l’efficacia della sua comunicazione, non dipende assolutamente da un progetto umano, ma è grazia, e comunque passa attraverso la libertà: la nostra immediata e grande caratteristica è stata l’accento posto sul valore della libertà». 


Il libro: «Luigi Giussani. Conoscenza amorosa ed esperienza del vero. Un itinerario moderno», Edizioni di Pagina, pp. 264, 16.00 euro

Nessun commento:

Posta un commento