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giovedì 14 marzo 2019
giovedì 17 gennaio 2019
XXX Giornata dialogo tra cattolici e ebrei

XXX Giornata dialogo tra cattolici e ebrei: crescono fiducia e stima reciproca
Vatican News
(Gabriella Ceraso) Il Libro di Ester è al centro della Giornata in cui la Cei rinnova l'invito ai cattolici italiani ad approfondire e sviluppare il dialogo con gli ebrei. Un appuntamento che si rinnova il 17 gennaio sin dal 1990 una data scelta non a caso, cadendo alla vigilia della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (18-25 gennaio) (...)
martedì 15 gennaio 2019
La Bibbia dell’Amicizia.

Antropologia di Dio. Nello studio della Parola la visione esistenziale del presente
Cristiani ed ebrei. Esce venerdì 18 gennaio il volume «La Bibbia dell’Amicizia. Brani della Torah/Pentateuco commentati da ebrei e cristiani», a cura di Marco Cassuto Morselli e Giulio Michelini (Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2019, pagine 361, euro 30), progetto realizzato grazie al sostegno della Conferenza episcopale italiana. Pubblichiamo per intero la prefazione scritta da Papa Francesco e ampi stralci di quella scritta dal rabbino rettore del Seminario Rabinico Latinoamericano a Buenos Aires.
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(Papa Francesco)
La Bibbia dell’Amicizia è un progetto attraente ma assai impegnativo. Sono ben consapevole che abbiamo alle spalle diciannove secoli di antigiudaismo cristiano e che pochi decenni di dialogo sono ben poca cosa al confronto.
Tuttavia in questi ultimi tempi molte cose sono mutate e altre ancora stanno cambiando. Occorre lavorare con maggiore intensità per chiedere perdono e per riparare i danni causati dall’incomprensione. I valori, le tradizioni, le grandi idee che identificano l’Ebraismo e il Cristianesimo devono essere messe al servizio dell’umanità senza mai dimenticare la sacralità e l’autenticità dell’amicizia.
La Bibbia ci fa comprendere l’inviolabilità di questi valori, necessaria premessa per un dialogo costruttivo.
Il modo migliore per dialogare tuttavia non è solo parlare e discutere, ma fare progetti realizzandoli insieme a tutti coloro che hanno buona volontà e reciproco rispetto nell’amicizia. Esiste una ricca complementarietà che ci permette di leggere insieme i testi della Bibbia ebraica aiutandoci vicendevolmente a sviscerare le ricchezze della Parola di Dio. Obiettivo comune sarà quello di essere testimoni dell’amore del Padre in tutto il mondo. Per l’ebreo come per il cristiano non v’è dubbio che l’amore verso Dio e verso il prossimo riassume tutti i comandamenti. Ebrei e cristiani devono dunque sentirsi fratelli e sorelle, uniti dallo stesso Dio e da un ricco patrimonio spirituale comune, sul quale fondarsi e continuare a costruire il futuro.
È di vitale importanza, per i cristiani, scoprire e promuovere la conoscenza della tradizione ebraica per riuscire a comprendere più autenticamente se stessi. Anche lo studio della Torah è parte di questo fondamentale impegno. Per questo voglio affidare il vostro cammino di ricerca alle parole dell’invocazione che ogni fedele ebreo recita quotidianamente al termine della preghiera dell’amidah: «Che ci siano aperte le porte della Torah, della sapienza, dell’intelligenza e della conoscenza, le porte del nutrimento e del sostentamento, le porte della vita, della grazia, dell’amore e della misericordia e del gradimento davanti a Te». Auguro di proseguire nel cammino con perseveranza e invoco su tutti la benedizione di Dio.
Tuttavia in questi ultimi tempi molte cose sono mutate e altre ancora stanno cambiando. Occorre lavorare con maggiore intensità per chiedere perdono e per riparare i danni causati dall’incomprensione. I valori, le tradizioni, le grandi idee che identificano l’Ebraismo e il Cristianesimo devono essere messe al servizio dell’umanità senza mai dimenticare la sacralità e l’autenticità dell’amicizia.
La Bibbia ci fa comprendere l’inviolabilità di questi valori, necessaria premessa per un dialogo costruttivo.
Il modo migliore per dialogare tuttavia non è solo parlare e discutere, ma fare progetti realizzandoli insieme a tutti coloro che hanno buona volontà e reciproco rispetto nell’amicizia. Esiste una ricca complementarietà che ci permette di leggere insieme i testi della Bibbia ebraica aiutandoci vicendevolmente a sviscerare le ricchezze della Parola di Dio. Obiettivo comune sarà quello di essere testimoni dell’amore del Padre in tutto il mondo. Per l’ebreo come per il cristiano non v’è dubbio che l’amore verso Dio e verso il prossimo riassume tutti i comandamenti. Ebrei e cristiani devono dunque sentirsi fratelli e sorelle, uniti dallo stesso Dio e da un ricco patrimonio spirituale comune, sul quale fondarsi e continuare a costruire il futuro.
È di vitale importanza, per i cristiani, scoprire e promuovere la conoscenza della tradizione ebraica per riuscire a comprendere più autenticamente se stessi. Anche lo studio della Torah è parte di questo fondamentale impegno. Per questo voglio affidare il vostro cammino di ricerca alle parole dell’invocazione che ogni fedele ebreo recita quotidianamente al termine della preghiera dell’amidah: «Che ci siano aperte le porte della Torah, della sapienza, dell’intelligenza e della conoscenza, le porte del nutrimento e del sostentamento, le porte della vita, della grazia, dell’amore e della misericordia e del gradimento davanti a Te». Auguro di proseguire nel cammino con perseveranza e invoco su tutti la benedizione di Dio.
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(Abraham Skorka) Sebbene la Bibbia sia stata considerata come testo sacro da tre delle religioni più importanti nella storia dell’umanità, la sua interpretazione è stata causa di discordie, dispute e, infine, rancori e odi che portarono a ogni tipo di persecuzioni e uccisioni. L’arroganza e la cecità intellettuale e spirituale fecero credere a molti che la verità interpretativa unica e assoluta si trovasse nelle proprie mani e che dovessero imporla agli altri. [...] Dispute, [...] conflitti tra argomentazioni intellettuali dalle quali era stato espulso il Dio vivo che veniva sostituito — nel migliore dei casi — da un Dio come concetto, la cui essenza si supponeva fosse conosciuta in modo profondo dai polemisti. L’immagine che la Bibbia ci rivela riguardo a Dio è diametralmente opposta.
Ci sono molti versetti nella Bibbia ebraica nei quali appare l’espressione «Dio vivente», come caratteristica essenziale dell’Essere supremo nel quale l’uomo deposita la sua fede. Ma in Geremia, 10, 10 il profeta definisce Dio dicendo: «Il Signore Dio è verità, Egli è Dio vivente», dal che si deduce che il Dio della verità si rivela nella dinamica stessa dell’esistenza. La divinità, nella quale i pagani ripongono la loro fede, è un ente statico, che agisce in modo meccanico, indifferente alle vicissitudini di ogni essere umano. Il Dio della Bibbia può cambiare il suo parere a seconda del comportamento umano, non agisce come il programma di un computer, dialoga con gli uomini perché è sensibile alla loro condotta e alle loro vicissitudini. L’uomo non può mai arrogarsi il sapere sulla percezione di Dio, degli uomini e delle loro circostanze, perché non è statico, ma muta a seconda del dialogo che si va sviluppando con gli esseri umani, con le loro reazioni e i loro atteggiamenti. Il dialogo tra l’uomo e Dio, attraverso cui il primo intravede un riflesso del suo Creatore, può essere «pieno». Così è stato quando il popolo, che si trovava al monte Sinay, di fronte alla proposta di Dio di accettare un patto con le norme etiche che avrebbe rivelato, rispose: «Tutto quello che ha detto il Signore, faremo e ascolteremo» (Esodo, 24, 7). Il contrario accade quando Dio avverte il popolo d’Israele: «Nasconderò il mio volto [al popolo d’Israele] in quel giorno, per tutto il male che ha compiuto, rivolgendosi ad altri dèi» (Deuteronomio, 31, 18). Mediante questo dialogo tra il celeste e il terrestre fu rivelato all’uomo nel testo biblico ciò che Dio si attende dalla condotta degli individui, ma la verità ultima del suo operare con le sue creature e il senso dell’esistenza delle stesse è un ignoto mistero per ogni uomo. Il libro di Yov, o Giobbe, e molteplici passi biblici sono chiari a riguardo. La presenza del Creatore deve essere cercata dall’uomo giorno per giorno, momento per momento. È molto più di un concetto o un’idea.
Nel confinare Dio nei limiti di una creazione intellettuale, stiamo trasgredendo sottilmente al comandamento del Decalogo che ci proibisce di fare immagine alcuna, ispirata a cose materiali, che rappresenti Dio. La sua presenza, pertanto, va cercata nell’esistenza stessa: nei sottili messaggi che ci offre la natura (Salmi, 19), e nella ricerca di se stessi e del prossimo.
Papa Francesco nella sua vita ha sviluppato questa visione nel suo particolare e specifico dialogo con Dio e con il popolo. Dalla sua posizione, fondata sulla fede in Cristo, ritiene che l’interpretazione dei testi biblici da parte degli studiosi ebrei più che portare a una contrapposizione serva a chiarire e comprendere con più profondità i testi stessi. Il paragrafo di Nostra aetate nel quale si chiarisce che Dio mantiene il suo patto con il popolo ebraico, che mai è stato abolito, è stato indubbiamente per Bergoglio la base teologica per cercare nel dialogo con gli ebrei una complementarietà che gli permette di raggiungere una visione integra della propria fede, come egli stesso scrive nella sua esortazione apostolica Evangelii gaudium.
La teologia di Francesco è fortemente pragmatica. La religiosità, nella sua visione che condivido, non può essere confinata essenzialmente alle accademie, alla meditazione e alla elevazione spirituale. Queste servono per la formazione del “carburante” con il quale deve essere illuminata la vita del semplice individuo nel suo quotidiano lottare per vivere con dignità.
Ciò si deduce dal quadro biblico che si ripete di generazione in generazione, quando Dio affida una missione specifica a ognuno dei profeti. Questi erano individui con un alto grado di spiritualità, e Dio poteva dirsi soddisfatto della loro sola presenza in seno all’umanità; ma l’ideale biblico è che tutta la società abbia un livello di spiritualità elevato. L’imperativo è al plurale: «Sarete santi» (Levitico, 19, 2).
Il primum vivere deinde philosophari è l’antitesi della proposta biblica, perché questa consegna un insegnamento circa il saper vivere con dignità. Si studia la Bibbia per sapere come operare nella vita. L’atto riflessivo si trova unito indissolubilmente all’azione e all’esistenza stessa. Lo studio della Bibbia è unito all’impegno che il suo lettore assume con le azioni che realizza, con le miswot, i precetti. Le dispute, come quelle che ebbero luogo nel passato, emergono quando l’azione si trova dissociata dall’insegnamento che porta al dialogo e al mutuo rispetto.
Deve essere stato un dialogo fortemente empatico quello che ha spianato la strada per raggiungere questo tempo, nel quale si stampa una Bibbia dell’Amicizia. Un dialogo che ha permesso a ognuna delle parti di condividere un riflesso di se stesso nell’altro. Le incomprensioni generalmente emergono a causa delle barriere che gli uni erigono per non vedere la condizione umana dell’altro.
La Bibbia deve essere letta per ispirare i suoi lettori a delineare il proprio presente e a progettare il futuro. Le esegesi che ci legano alle generazioni passate permettono una sua comprensione profonda, ma allo stesso tempo sono testimonianze di letture dei tempi passati. La nuova esegesi, insieme a quella accademica, deve presentare la visione esistenziale del presente e dare modelli proiettivi per il futuro. Rav Abraham Yoshua Heschel nel suo libro L’uomo non è solo ha coniato una frase molto significativa che sintetizza magistralmente quanto sopra abbozzato: «La Bibbia non è una teologia dell’uomo ma una antropologia di Dio». È il Santuario indistruttibile i cui precetti sono, come si esprime nelle preghiere quotidiane, «la nostra vita e la lunghezza delle nostre vite».
Nei tempi della grande rivolta contro Roma, durante il regno di Adriano, fu proibito ai maestri di insegnare la Torah. Gli oppressori pretendevano di distruggere l’identità giudaica proibendo la sua trasmissione e formazione. Rav Hananyah ben Teradion sfidava l’oppressore insegnando la Torah in pubblico. I romani lo catturarono, lo posero su una pira, circondarono il suo corpo con il rotolo della Torah con la quale insegnava. E accesero il fuoco. Nel momento del massimo dolore i suoi alunni gli chiesero: «Maestro, che cosa vedi?». Il Rav rispose loro: «Vedo i rotoli che bruciano e lettere che salgono volando nell’aria» (Avodah Zarah, 18a). Molti rotoli di Torah ebbero lo stesso destino durante i quasi due millenni seguenti, come altri scritti sacri: le loro lettere salirono, volando in cielo, insieme alle grida di coloro che furono immolati con esse, ma giunsero nelle nostre mani. Questa Bibbia dell’Amicizia pretende di raccoglierle e plasmarle in un testo che possa essere letto e analizzato in un dialogo franco, nel quale ciascuno si sforza per comprendere l’altro.
L'Osservatore Romano
venerdì 30 marzo 2018
Nelle feste di Pesah e di Pasqua. La centralità della redenzione

di Abraham Skorka
Le feste di Pesah e di Pasqua, come pure lo shabbat e la domenica, Shavuot e Pentecoste, mostrano parallelismi molto evidenti tra l’ebraismo e il cristianesimo. Le prime due sono però quelle più strettamente connesse, e fu nel 325, al concilio di Nicea, che la loro data di celebrazione venne formalmente separata, anche se alcune frange cristiane (i cosiddetti quartodecimani, il cui nome deriva dal quattordicesimo giorno del mese ebraico di nisan) continuarono a farla coincidere fino al v secolo. Etimologicamente il latino pascha deriva dal greco pascha, che traslittera l’aramaico derivante dall’ebraico Pesah.
L’elemento fondamentale che caratterizza entrambe le celebrazioni è, sia per gli ebrei sia per i cristiani, la redenzione. Il racconto dell’uscita dei figli d’Israele dalla terra d’Egitto, dove erano stati ridotti in schiavitù, deve servire da paradigma, per le generazioni di tutti i tempi, della lotta che ogni individuo e ogni popolo come unità devono sostenere per superare tutte quelle bassezze che schiavizzano lo spirito.
Nell’Esodo (6, 6-8) si racconta con le parole di Dio il progetto di liberazione dei figli d’Israele dall’Egitto. Prima li libererà dall’oppressione degli egiziani, poi li riscatterà dalla schiavitù e infine li redimerà. Allora saranno considerati da Dio come suo popolo, per farli infine giungere alla terra promessa. La redenzione è lo stato in cui lo schiavo non solo supera la sua condizione di vassallaggio fisico, ma acquisisce una coscienza nuova, dove non ci sono pretesti per imporre una condizione di sfruttamento al prossimo né per essere nuovamente schiacciati da qualsiasi tipo di asservimento.
L’uscita dall’Egitto deve essere ricordata, da ogni ebreo, non solo a Pesah, ma tutti i giorni della vita (cfr. Deuteronomio 16, 3) in quanto, oltre a indicare la vicinanza e la preoccupazione di Dio per l’uomo e il suo coinvolgimento nella storia, conserva il messaggio di libertà profonda che l’essere umano deve acquisire per servire pienamente Dio. Essere servi di Dio e non dei propri simili è l’ideale biblico (cfr. Levitico 25). Questo messaggio è stato trasmesso di generazione in generazione, da grandi profeti e maestri che in alcuni casi, come Isaia e Amos, lo ricrearono e approfondirono.
Grazie a Gesù e a tutti coloro che si sono ispirati alla sua predicazione e alla sua opera questo messaggio ha raggiunto molti popoli e nazioni. Al di là dei molteplici aspetti che differenziano l’ebraismo dal cristianesimo, ebrei e cristiani sono uniti dalla fede nel fatto che l’umanità possa essere redenta e dall’invito a prodigarsi per un mondo migliore.
L’analisi delle possibilità e dei modi per superare le pulsioni distruttive insite nella natura umana, elemento fondamentale in ogni processo di redenzione, ha preoccupato due brillanti menti dello scorso secolo, Einstein e Freud. Lo testimonia lo scambio epistolare (Warum Krieg?) che rivela le loro meditazioni su questo problema che affligge l’uomo da quando Caino assassinò suo fratello Abele. Non erano osservanti; uno credeva in un Dio secondo la struttura filosofica di Spinoza, l’altro analizzava l’atteggiamento religioso attraverso il suo schema interpretativo della psiche dell’uomo. La dimensione ebraica di entrambi si manifestava nella loro preoccupazione per la dignità dell’individuo e per il superamento delle miserie che comportano le guerre e le schiavitù. Le loro opinioni sono prevalentemente intellettuali, basate su motivi ben fondati, ma la loro inquietudine per il futuro ha a che vedere con l’impegno di entrambi per quei valori tanto cari all’ebraismo.
A unirci a questi intellettuali sono proprio la fede e la lotta per quei valori, ma a differenziarci è la dimensione dell’amore che la concezione biblica insegna ad aggiungere a quella dell’intelletto. Il Dio della Torah chiede di agire con giustizia e misericordia, ma il passaggio ultimo per avvicinarsi a lui è quello dell’amore. Il rapporto con il prossimo si deve costruire dopo aver imparato l’autostima che ci insegna ad amarci, al fine di amarlo come noi stessi (cfr. Levitico 19, 18). L’eccessivo positivismo, dove l’amore si confonde con il mero piacere invece di considerarlo una delle forze vitali che nobilitano la condizione umana, probabilmente ha provocato i disastri del secolo passato. Pesah e Pasqua indicano il rispetto con cui l’individuo deve trattare se stesso e il prossimo, poiché in ognuno c’è una scintilla del creatore, che sa manifestarsi pienamente attraverso tale sentimento.
Molto tempo è trascorso dall’uscita dall’Egitto e quasi due millenni dalla presenza di Gesù su questa terra, secoli durante i quali guerre, genocidi, crimini e un’infinità di atrocità hanno afflitto l’umanità. La proposta di redenzione formulata all’uomo sembrerebbe aver fallito. È tuttavia giunta fino ai nostri giorni, e questo ci indica che, sebbene non si sia potuta ancora realizzare, la fede e la speranza della sua realizzazione nel futuro sono indispensabili per trovare il senso dell’esistenza e le vie che ci avvicinano al creatore.
L'Osservatore Romano
giovedì 22 marzo 2018
Insieme con Maria.

Al via in Francia e in altre nazioni una serie di incontri islamo-cristiani
L'Osservatore Romano
(Giovanni Zavatta) «Non avrei mai immaginato di parlare un giorno di Maria in una moschea nella ricorrenza dell’Annunciazione»: parole del vescovo di Créteil, Michel Santier, pronunciate un anno fa nella moschea del comune alle porte di Parigi. Era l’edizione 2017 di Ensemble avec Marie, titolo degli incontri islamo-cristiani che si svolgono in Francia dal marzo 2015 grazie all’associazione Efesia, presieduta da Gérard Testard, già alla guida del movimento Fondacio.
Citando Isaia e il suo celebre invito, «allarga lo spazio della tua tenda» (54, 2), monsignor Santier era intervenuto non solo come ex presidente del consiglio per le relazioni interreligiose ma soprattutto come vescovo di una diocesi in cui si vive in maniera naturale e progressiva questo cambiamento, ovvero «passare da un atteggiamento di sfiducia a uno di stima».
La felice esperienza si rinnova quest’anno con una serie di incontri che si svolgeranno dal 24 marzo al 9 aprile ad Autun, Bordeaux, Cergy, Créteil, Lille, Longpont, Parigi, Toulon, Toulouse, Valence, Vénissieux e Verdun. Per la prima volta dei musulmani sunniti e sciiti si riuniranno, il 14 aprile, nel convento dei domenicani dell’Annunciazione, nell’ottavo arrondissement della capitale. Sempre a Parigi verrà organizzato il 5 maggio un evento nazionale al Sacré-Coeur di Montmartre e iniziative simili si terranno in Belgio, in Italia e in cinque paesi africani (Algeria, Benin, Burkina Faso, Niger e Repubblica Democratica del Congo).
In un clima ancora teso a causa del rischio di attentati terroristici di matrice islamica, gli incontri fra cristiani e musulmani vogliono offrire un contributo per migliorare il vivere insieme. «Un incontro è di qualità solo se vi si trasmette un’amicizia», ha detto Testard qualche giorno fa nella conferenza stampa di presentazione. È il motivo per cui questa iniziativa — ispirata alla celebrazione comune dell’Annunciazione del Signore in Libano (dove dal 2007 è considerata giorno di festa) — lascia grandi margini di manovra ai comitati locali, partendo da una fratellanza già esistente sul territorio. L’unità di intenti è assicurata da un’identità ben definita: raduni spirituali e civici sono organizzati sia nelle parrocchie sia nelle moschee, accompagnati da interventi e visite che hanno al centro la profondità della preghiera ma anche la bellezza artistica dei luoghi di culto. È quanto accade, per esempio, da dieci anni a Créteil grazie ai passi avanti compiuti nell’una come nell’altra direzione: partecipazione dei musulmani all’inaugurazione della cattedrale e dei cristiani all’apertura della nuova moschea, scambio di auguri, operazione comune «Agosto -Aiuto alimentare». L’incontro fra credenti di differenti religioni, ha osservato Santier, «non è una cosa obbligatoria, non è imposta dalle autorità politiche, viene dall’interno della propria fede. Non abbiamo la stessa esperienza di Dio ma viviamo un’esperienza spirituale per camminare insieme e diventare pellegrini della pace».
Sulla stessa lunghezza d’onda Anouar Kbibech, presidente del Raggruppamento dei musulmani di Francia, quando testimonia di essere uscito dal primo di questi incontri (nel 2015 nella basilica di Longpont-sur-Orge si riunirono più di ottocento fra cristiani e musulmani) «con le lacrime agli occhi» e cita un proverbio marocchino che recita: «Invece di lamentarti del buio, accendi una candela». Con Ensemble avec Marie, osserva Kbibech, «si accende una candela contro l’oscurantismo, ci si trova faccia a faccia per appianare i malintesi e comprendere le convinzioni e i valori dell’altro, fianco a fianco per dialogare su questioni riguardanti la società, mano nella mano per fare qualcosa insieme e ritrovarsi attorno a temi che legano le persone».
Al centro c’è la figura di Maria che unisce le comunità, «senza sincretismo — spiega Testard — perché Maria-Maryam è differente nel Vangelo e nel Corano, e senza proselitismo perché non si tratta di convertire l’altro ma di vivere come fratelli dell’umanità». Creata nel 2014, l’associazione Efesia raggruppa persone impegnate nella Chiesa e nella società, con la voglia e una buona esperienza di vita comunitaria. Poco a poco, negli anni, attraverso la preghiera, hanno costruito solidi legami fraterni e spirituali. Gli orientamenti missionari al servizio dei quali i membri di Efesia mettono a disposizione le loro competenze per l’annuncio del Vangelo sono essenzialmente tre: incontro con gli altri movimenti, comunità e organizzazioni per raggiungere il nous ensemble nella Chiesa; incontro con i poveri, qualunque sia la loro cultura e religione; incontro con le altre fedi, in particolare con i musulmani. Per vivere l’ultima di queste missioni, l’associazione si ispira al testo conciliare Nostra aetate, dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, firmata da Paolo VI il 28 ottobre 1965. «Per rinnovare il dialogo fra cristiani e musulmani bisogna incontrarsi sul piano umano e culturale con un approccio spirituale. La priorità oggi, tenuto conto dell’evoluzione attuale delle società occidentali, è di installare un vivere insieme che sia — conclude il presidente Testard — incarnato nelle città, credibile, spassionato, portatore di frutti».
L'Osservatore Romano
Citando Isaia e il suo celebre invito, «allarga lo spazio della tua tenda» (54, 2), monsignor Santier era intervenuto non solo come ex presidente del consiglio per le relazioni interreligiose ma soprattutto come vescovo di una diocesi in cui si vive in maniera naturale e progressiva questo cambiamento, ovvero «passare da un atteggiamento di sfiducia a uno di stima».
La felice esperienza si rinnova quest’anno con una serie di incontri che si svolgeranno dal 24 marzo al 9 aprile ad Autun, Bordeaux, Cergy, Créteil, Lille, Longpont, Parigi, Toulon, Toulouse, Valence, Vénissieux e Verdun. Per la prima volta dei musulmani sunniti e sciiti si riuniranno, il 14 aprile, nel convento dei domenicani dell’Annunciazione, nell’ottavo arrondissement della capitale. Sempre a Parigi verrà organizzato il 5 maggio un evento nazionale al Sacré-Coeur di Montmartre e iniziative simili si terranno in Belgio, in Italia e in cinque paesi africani (Algeria, Benin, Burkina Faso, Niger e Repubblica Democratica del Congo).
In un clima ancora teso a causa del rischio di attentati terroristici di matrice islamica, gli incontri fra cristiani e musulmani vogliono offrire un contributo per migliorare il vivere insieme. «Un incontro è di qualità solo se vi si trasmette un’amicizia», ha detto Testard qualche giorno fa nella conferenza stampa di presentazione. È il motivo per cui questa iniziativa — ispirata alla celebrazione comune dell’Annunciazione del Signore in Libano (dove dal 2007 è considerata giorno di festa) — lascia grandi margini di manovra ai comitati locali, partendo da una fratellanza già esistente sul territorio. L’unità di intenti è assicurata da un’identità ben definita: raduni spirituali e civici sono organizzati sia nelle parrocchie sia nelle moschee, accompagnati da interventi e visite che hanno al centro la profondità della preghiera ma anche la bellezza artistica dei luoghi di culto. È quanto accade, per esempio, da dieci anni a Créteil grazie ai passi avanti compiuti nell’una come nell’altra direzione: partecipazione dei musulmani all’inaugurazione della cattedrale e dei cristiani all’apertura della nuova moschea, scambio di auguri, operazione comune «Agosto -Aiuto alimentare». L’incontro fra credenti di differenti religioni, ha osservato Santier, «non è una cosa obbligatoria, non è imposta dalle autorità politiche, viene dall’interno della propria fede. Non abbiamo la stessa esperienza di Dio ma viviamo un’esperienza spirituale per camminare insieme e diventare pellegrini della pace».
Sulla stessa lunghezza d’onda Anouar Kbibech, presidente del Raggruppamento dei musulmani di Francia, quando testimonia di essere uscito dal primo di questi incontri (nel 2015 nella basilica di Longpont-sur-Orge si riunirono più di ottocento fra cristiani e musulmani) «con le lacrime agli occhi» e cita un proverbio marocchino che recita: «Invece di lamentarti del buio, accendi una candela». Con Ensemble avec Marie, osserva Kbibech, «si accende una candela contro l’oscurantismo, ci si trova faccia a faccia per appianare i malintesi e comprendere le convinzioni e i valori dell’altro, fianco a fianco per dialogare su questioni riguardanti la società, mano nella mano per fare qualcosa insieme e ritrovarsi attorno a temi che legano le persone».
Al centro c’è la figura di Maria che unisce le comunità, «senza sincretismo — spiega Testard — perché Maria-Maryam è differente nel Vangelo e nel Corano, e senza proselitismo perché non si tratta di convertire l’altro ma di vivere come fratelli dell’umanità». Creata nel 2014, l’associazione Efesia raggruppa persone impegnate nella Chiesa e nella società, con la voglia e una buona esperienza di vita comunitaria. Poco a poco, negli anni, attraverso la preghiera, hanno costruito solidi legami fraterni e spirituali. Gli orientamenti missionari al servizio dei quali i membri di Efesia mettono a disposizione le loro competenze per l’annuncio del Vangelo sono essenzialmente tre: incontro con gli altri movimenti, comunità e organizzazioni per raggiungere il nous ensemble nella Chiesa; incontro con i poveri, qualunque sia la loro cultura e religione; incontro con le altre fedi, in particolare con i musulmani. Per vivere l’ultima di queste missioni, l’associazione si ispira al testo conciliare Nostra aetate, dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, firmata da Paolo VI il 28 ottobre 1965. «Per rinnovare il dialogo fra cristiani e musulmani bisogna incontrarsi sul piano umano e culturale con un approccio spirituale. La priorità oggi, tenuto conto dell’evoluzione attuale delle società occidentali, è di installare un vivere insieme che sia — conclude il presidente Testard — incarnato nelle città, credibile, spassionato, portatore di frutti».
venerdì 27 ottobre 2017
Giornata del dialogo cristiano-islamico in Italia. Vincere paure e diffidenze

È dedicata alle donne e al loro ruolo, riconosciuto sempre più come fondamentale in un contesto multiculturale e interreligioso, la giornata del 27 ottobre, in Italia ormai tradizionalmente rivolta al dialogo cristiano-islamico. Nata nel 2001 in seguito ai tragici eventi dell’11 settembre, la giornata ha rilanciato nel tempo la necessità di un dialogo sempre più approfondito in grado di dissipare paure e rimontanti sentimenti xenofobi come pure di prevenire violenze e radicalizzazioni. «A sedici anni dalla sua costituzione — spiegano i promotori — la giornata oggi è di fronte a una grande sfida culturale e sociale: quella di potenziare il dialogo rendendolo proattivo. E, affinché ciò possa avvenire, occorre un maggiore sforzo di tutti coloro che in questi anni hanno creduto e sostenuto questa esperienza di grande interesse, dalle istituzioni religiose alle realtà laiche, a quelle dei giovani e delle donne».
Soprattutto è oggi ritenuto fondamentale il contributo femminile che, in tale prospettiva, va incoraggiato. Del resto, il dialogo tra le religioni è diventato un aspetto irrinunciabile, che si situa nel cuore delle Chiese e dei credenti. «Infatti nel novembre del 2001 — ricorda sul sito Riforma.it il teologo cattolico Brunetto Salvarani, tra i primi ideatori dell’iniziativa — un gruppo di persone lanciò l’appello per una giornata del dialogo cristiano-islamico proprio per affermare che l’incontro fraterno tra donne e uomini di fede cristiana e di fede musulmana apre strade di libertà e di crescita per tutti». Com’è consuetudine, il comitato promotore della giornata ha lanciato un appello che è possibile sottoscrivere online. Partendo dalla constatazione di un rafforzamento delle correnti populiste e xenofobe, i promotori della giornata insistono sulla necessità di costruire ponti tra cristiani e musulmani proprio per evitare ulteriori pericolose radicalizzazioni.
«Le stragi compiute in questi ultimi anni in diverse città europee — si legge nell’appello — hanno incrementato la paura e la diffidenza nei confronti dei musulmani. Sommando l’islam all’immigrazione, i partiti e i movimenti ultranazionalisti e xenofobi sono riusciti a incrementare il proprio consenso popolare, focalizzando la loro propaganda politica sulla presunta minaccia che incomberebbe sull’identità culturale e religiosa dell’Europa». Eppure, constatano i promotori della giornata del 27 ottobre (data simbolica scelta per ricordare l’incontro delle religioni per la pace ad Assisi, fortemente voluto da Giovanni Paolo II nel 1986), «il vecchio continente oggi ha un tessuto sociale irreversibilmente multietnico, multiculturale e multireligioso, come dimostra chiaramente la presenza di cittadini europei di origine straniera all’interno delle istituzioni statali di molti stati europei e a tutti i livelli dei vari organismi istituzionali», comunale, nazionale, parlamentare europeo. Una prospettiva che, viene rimarcato, sicuramente «nella vita politica e istituzionale di molti paesi europei, compresa l’Italia, è destinata a crescere e a fungere sempre di più da ponte di dialogo sociale».
Tuttavia, «il problema del terrorismo, della sicurezza e della crisi socio-economica toccano oggi molti paesi europei e stanno rendendo molto difficile il dialogo». Così, di fronte al razzismo e alla discriminazione, crescono i sentimenti di paura e di insicurezza in seno alle minoranze culturali e religiose. Una dicotomia che «favorisce la tendenza alla ghettizzazione, che a sua volta diviene terreno fertile per forme di devianze sociali, tra le quali la radicalizzazione religiosa». La sfida attuale è dunque quella di potenziare il dialogo rendendolo proattivo. In questo senso, i promotori chiedono a tutte le comunità cristiane e musulmane uno sforzo comune per la pace e la salvezza dell’umanità.
L'Osservatore Romano
Soprattutto è oggi ritenuto fondamentale il contributo femminile che, in tale prospettiva, va incoraggiato. Del resto, il dialogo tra le religioni è diventato un aspetto irrinunciabile, che si situa nel cuore delle Chiese e dei credenti. «Infatti nel novembre del 2001 — ricorda sul sito Riforma.it il teologo cattolico Brunetto Salvarani, tra i primi ideatori dell’iniziativa — un gruppo di persone lanciò l’appello per una giornata del dialogo cristiano-islamico proprio per affermare che l’incontro fraterno tra donne e uomini di fede cristiana e di fede musulmana apre strade di libertà e di crescita per tutti». Com’è consuetudine, il comitato promotore della giornata ha lanciato un appello che è possibile sottoscrivere online. Partendo dalla constatazione di un rafforzamento delle correnti populiste e xenofobe, i promotori della giornata insistono sulla necessità di costruire ponti tra cristiani e musulmani proprio per evitare ulteriori pericolose radicalizzazioni.
«Le stragi compiute in questi ultimi anni in diverse città europee — si legge nell’appello — hanno incrementato la paura e la diffidenza nei confronti dei musulmani. Sommando l’islam all’immigrazione, i partiti e i movimenti ultranazionalisti e xenofobi sono riusciti a incrementare il proprio consenso popolare, focalizzando la loro propaganda politica sulla presunta minaccia che incomberebbe sull’identità culturale e religiosa dell’Europa». Eppure, constatano i promotori della giornata del 27 ottobre (data simbolica scelta per ricordare l’incontro delle religioni per la pace ad Assisi, fortemente voluto da Giovanni Paolo II nel 1986), «il vecchio continente oggi ha un tessuto sociale irreversibilmente multietnico, multiculturale e multireligioso, come dimostra chiaramente la presenza di cittadini europei di origine straniera all’interno delle istituzioni statali di molti stati europei e a tutti i livelli dei vari organismi istituzionali», comunale, nazionale, parlamentare europeo. Una prospettiva che, viene rimarcato, sicuramente «nella vita politica e istituzionale di molti paesi europei, compresa l’Italia, è destinata a crescere e a fungere sempre di più da ponte di dialogo sociale».
Tuttavia, «il problema del terrorismo, della sicurezza e della crisi socio-economica toccano oggi molti paesi europei e stanno rendendo molto difficile il dialogo». Così, di fronte al razzismo e alla discriminazione, crescono i sentimenti di paura e di insicurezza in seno alle minoranze culturali e religiose. Una dicotomia che «favorisce la tendenza alla ghettizzazione, che a sua volta diviene terreno fertile per forme di devianze sociali, tra le quali la radicalizzazione religiosa». La sfida attuale è dunque quella di potenziare il dialogo rendendolo proattivo. In questo senso, i promotori chiedono a tutte le comunità cristiane e musulmane uno sforzo comune per la pace e la salvezza dell’umanità.
venerdì 13 ottobre 2017
Un’occasione provvidenziale

Ad Assisi. «Il dialogo interreligioso: una sfida, o un’occasione da cogliere?»: questo il tema della prolusione che il cardinale presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso ha tenuto lunedì 9 in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’Istituto teologico di Assisi.
(Jean-Louis Tauran) Contrariamente a quanto si dice spesso, il dialogo interreligioso non favorisce il relativismo, ma lo combatte, dato che la prima cosa che si fa non è altro che proclamare la propria fede. Devo confessare che per me Gesù Cristo è il Signore. Devo dire come ha cambiato la mia vita. E il mio partner nel dialogo dovrà fare lo stesso. Non si può imbastire un dialogo sull’ambiguità.
Dialoghiamo perché Dio stesso è dialogo e non ha mai abbandonato l’umanità. «Dio che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi ha parlato ai Padri» (Ebrei 1, 1). Cristo è l’unico Salvatore, e ogni uomo è stato redento da lui, anche se non ne è consapevole. Ma «lo Spirito soffia dove vuole» (Giovanni, 3, 8) ed è all’opera in ogni persona umana. Quindi siamo invitati a scoprire la presenza di Dio in ogni cultura, in ogni persona, in ogni uomo. Sono i famosi semina verbi.
Secondo la nostra fede, Dio è presente in ogni uomo sin dall’inizio della sua esistenza, quindi molto prima di appartenere a una religione. Questo Dio è il Dio-Trinità, che invita ognuno di noi a condividere la sua vita. Siamo quindi invitati a entrare nel dialogo fondamentale iniziato da Dio stesso.
La parola “dialogo”, in latino colloquium, appare per la prima volta in un documento del magistero nell’enciclica Ecclesiam suam di Paolo VI. In realtà, il Papa parla del colloquium salutis, cioè il dialogo della salvezza di cui Dio prende l’iniziativa, e suggerisce così che se la Chiesa dialoga con l’umanità, lo fa perché confessa che Dio si è rivelato lui stesso al mondo tramite un processo di dialogo. Quindi, per Paolo VI, la dimensione dialogale della rivelazione fonda il carattere dialogale della missione. Da rilevare che l’enciclica parla del colloquium salutis per «tutta l’umanità», e non soltanto con le religioni dell’umanità. È perché confessiamo che Dio ha scelto, per rivelarsi, la via del dialogo con l’umanità, che la missione della Chiesa consiste appunto nel prendere l’iniziativa del dialogo con l’umanità.
Per noi cristiani il centro di gravità della dimensione religiosa non è da ricercare in un libro sacro, in riti o minuziosi precetti, ma si trova nella persona umana, così come la pienezza della rivelazione non è il libro delle Scritture, ma la persona di Cristo Figlio di Dio «mediatore e pienezza della rivelazione» (Dei Verbum, 2). Ciò comporta delle conseguenze sul modo di concepire il dialogo interreligioso. Per esempio, se noi c’interessiamo al Corano, non è per il Corano stesso, ma a causa del rispetto che i musulmani hanno verso questo libro, dove trovano le risposte alle loro domande.
Se ci riferiamo all'insegnamento di Giovanni Paolo II, a partire dall’anno 1986, dopo la prima riunione di Assisi del 27 ottobre, abbiamo una chiara visione dei fondamenti teologici dell’impegno della Chiesa nel dialogo interreligioso. Mi riferisco soprattutto al discorso del 22 dicembre 1986 alla Curia romana. Il Papa sviluppa la sua riflessione in tre punti. L’unità della famiglia umana: tutti gli uomini sono stati creati a immagine e somiglianza di Dio, e quindi ogni uomo è un fratello, ogni donna, una sorella, per cui Cristo è morto (1 Corinzi 8, 11). Quindi c’è un unico disegno divino per ogni essere umano, un principio e una fine unici, quali che siano il colore della pelle, l’orizzonte geografico e storico, la cultura in cui sono vissuti.
Dopo aver evocato l’unità della famiglia umana, Giovanni Paolo II sottolinea le differenze: alcune, dovute alla storia, devono essere superate; altre sono un’occasione per conoscere bene le tradizioni nazionali e religiose degli altri, ed essere pronti a rispettare quei semi del Verbo che vi si trovano nascosti. Detto ciò, il concilio parla anche nel decreto Ad gentes dei non cristiani che possono apprendere da noi quali ricchezze Dio, nella sua munificenza, ha dato ai popoli e insieme, alla luce del Vangelo, di liberarle e di ricondurle sotto l’autorità di Dio Salvatore.
Così si capisce meglio quale sia la vocazione della Chiesa in seno all’umanità. La Chiesa ha la missione di testimoniare che tutte le differenze sono ordinate all’unico popolo di Dio. Essa diventa sacramento «ossia segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (Lumen gentium 1).
Il dialogo interreligioso diventa un’occasione di apprendimento e di testimonianza della propria fede. Ecco perché mi sembra che i credenti sono oggi di fronte a tre sfide, come ha ricordato Papa Francesco ai musulmani ad Al-Azhar, al Cairo il 28 aprile 2017. La sfida dell’identità: chi è il mio Dio? La mia vita è coerente con le mie convinzioni religiose? La sfida dell’alterità: chi pratica una religione diversa dalla mia non è necessariamente un nemico, ma un pellegrino verso la verità. 3) La sfida della sincerità: Dio è all’opera in ogni persona, e quindi, attraverso vie che lui solo conosce, può condurre gli uomini che senza loro colpa ignorano il vangelo, a quella fede «senza la quale è impossibile piacergli» (Ebrei 11, 6). Vedete: non si tratta di mettere tra parentesi la nostra fede, di tacere di fronte alle discriminazioni, alle persecuzioni, di cui nel mondo cadono vittime tanti nostri fratelli nella fede.
La Rivoluzione francese del 1789 ha cercato di organizzare una società senza Dio. Le grandi ideologie del secolo scorso, il marxismo e il nazismo, avevano lo scopo di organizzare la società contro Dio e, negli anni settanta, quando le religioni erano ancora una realtà maggioritaria, si cercò di privatizzarle. Si poteva essere credenti, ma non si doveva vedere. Il grande paradosso è, che se Dio ha fatto ritorno sul palcoscenico delle società occidentali (in verità non era mai uscito di scena), è grazie ai musulmani. Sono i musulmani che hanno chiesto spazio per edificare le loro moschee, rispetto per i loro riti, spazio per Dio nella società.
Purtroppo il fondamentalismo e il terrorismo sono stati o sono ancora identificati erroneamente con la religione islamica. Non si tratta, ovviamente, del vero islam, praticato dalla stragrande maggioranza dei seguaci di questa religione. Le religioni sono capaci del peggio o del meglio, possono mettersi al servizio di un progetto di santità o di alienazione, possono predicare la pace o la guerra. Quindi pongo la domanda: il dialogo interreligioso è un rischio o un’opportunità?
Sicuramente, col dialogo mi assumo un rischio: non rinuncio alla mia fede, ma accetto di farmi interpellare dalle convinzioni altrui, di prendere in considerazione argomenti diversi dai miei. Ogni religione ha la sua identità, ma accetto di considerare che Dio è anche all’opera in tutti, nell’anima di chi lo cerca con sincerità. Non si tratta di voler creare a tavolino una religione universale, o di cercare il “minimo comune denominatore religioso”. La prima condizione perché il dialogo interreligioso sia fecondo è la chiarezza. Ogni credente dev’essere consapevole della propria identità spirituale. Quindi, secondo me, quando si fa questo, il rischio del relativismo non esiste. Invece, il dialogo interreligioso è un’opportunità provvidenziale per approfondire la propria fede con una catechesi appropriata, nonché per conoscere le religioni degli altri.
Il dialogo, dunque, non nasce da tattica o tattica, ma è richiesto dal profondo rispetto per tutto ciò che nell’uomo ha operato lo Spirito, che soffia dove vuole. Il dialogo interreligioso mobilita dunque tutti coloro che sono in cammino verso Dio o verso l’Assoluto. Noi crediamo che la ricerca a tentoni di Dio risponde ai disegni della Provvidenza e, per eliminare ogni sospetto di relativismo, non diciamo che tutte le religioni insegnano la stessa cosa, ma che tutti i credenti e cercatori di Dio hanno la stessa dignità. Pensando, in particolare, alle difficoltà che incontra il dialogo coi musulmani, molto spesso, i problemi sono dovuti all’ignoranza da entrambe le parti, e l’ignoranza genera la paura. Per vivere insieme, si deve guardare chi è diverso da noi con benevola curiosità, stima e desiderio di camminare insieme. La massiccia presenza dei musulmani nelle nostre società può essere provvidenziale perché ci spinge a essere più trasparenti, a non aver paura di mostrarci cristiani e di testimoniare la nostra fede.
L'Osservatore Romano
mercoledì 4 ottobre 2017
San Francesco, il Sultano e le “fake news” del 1200

di Gianni Valente (Vatican Insider)
San Francesco andò in Egitto nel 1219. Manca ancora ben più di un anno per inaugurare l'800esimo anniversario dell'incontro che in quel suo viaggio ebbe a Damietta con il sultano Malik al Kamil. Ma i frati francescani sembrano aver fretta, e in Egitto hanno già iniziato a commemorare l'ottavo centenario della visita del Poverello nelle terre dell'islam. La sera di lunedì 2 ottobre si è svolto al Cairo il primo evento delle commemorazioni ufficiali «che dureranno due anni», come ha tenuto a precisare il francescano egiziano Ibrahim Faltas, consigliere del Custode di Terrasanta.
«La prossima tappa - ha aggiunto padre Ibrahim - sarà una celebrazione a marzo in Egitto. Poi tutti i francescani d'Egitto faranno una festa» nelle rispettive città. Il primo incontro commemorativo, con interventi e esibizioni canore ospitate presso la chiesa di San Giuseppe, al centro del Cairo, ha visto anche la proiezione di un film sulla visita egiziana del Santo di Assisi e sul suo incontro con il sultano ayyubide di origine curda, proiettato presso il cinema del Centro cattolico.
L'impazienza celebrativa dei frati francescani cresce intorno ad uno degli eventi della vita di San Francesco che più sembrano provocare l'attuale stagione ecclesiale. Nel tempo degli interventi militari in Medio Oriente bollati come nuove “Crociate” sia dalla propaganda jihadista che dai circuiti ecclesiali, e nel montare dei sentimenti anti-islam nei Paesi occidentali colpiti dal terrorismo, l'incontro tra San Francesco e il Sultano diventa fatalmente pietra d'inciampo e segno di contraddizione.
Quell'episodio della vita di San Francesco viene da alcuni enfatizzato come uno dei più straordinari gesti di pace nella vicenda tormentata dei rapporti tra islam e cristianesimo, esaltato come una anticipazione profetica del dialogo interreligioso «moderno» e come «paradigma» del corretto modo di porsi della coscienza cristiana davanti all'Umma del profeta Mohammad. Nell'iconografia mediatica che ha accompagnato il viaggio di Papa Bergoglio in Egitto, in molti hanno affiancato l'incontro tra il Sultano e il Poverello d'Assisi alla foto dell'abbraccio tra l'attuale Successore di Pietro e il Grande Imam di Al Azhar.
Nei suoi saggi dedicati all'incontro tra San Francesco e il Sultano, lo studioso francescano Gwenolè Jeusset ha messo a confronto quell'episodio con un'altra spedizione fatta dai frati minori verso il Marocco. A differenza di Francesco, i francescani arrivati in Marocco si erano messi a proclamare la superiorità della religione cristiana sulle dottrine insegnate da Mohammad, finendo per questo arrestati e torturati. Otto secoli dopo – suggerisce Jeusset – la scelta fatta dai francescani a Marrakesh appare come un vicolo cieco, mentre l'incontro tra Francesco e il Sultano, all'epoca considerato come una specie di fallimento, suggerisce una via per confessare Cristo che attraversa e non soccombe alla trappola del conflitto tra sistemi religiosi.
L'incontro tra Francesco D'Assisi e al Malik al Kamil non viene risparmiato dalle guerricciole pseudo-dottrinali tra circoletti clericali che funestano l'attuale stagione ecclesiale. Così, per reagire agli entusiasti che esaltano la cortesia del dialogo intercorso tra i due, e per denunciare le manipolazioni che trasformerebbero l'Alter Christus d'Assisi in un frate debosciato e vigliacco, antesignano patetico del relativismo religioso, i circuiti e i blog del neo-rigorismo identitario fanno circolare una “versione politicamente scorretta” della cronaca di quell'incontro, attribuedola a Fra Illuminato. In tale report, spesso indicato come proveniente da non meglio specificate “fonti francescane”, San Francesco compare come un predicatore che va apposta in Egitto per “sfidare” il Sultano con le verità su Dio uno e trino e su Gesù Cristo Salvatore di tutti.
Nella cronaca circolante sui siti muscolari della galassia “cristianista”, si legge che: «Anche il Sultano, vedendo l’ammirevole fervore di spirito e la virtù dell’uomo di Dio, lo ascoltò volentieri e lo pregava vivamente di restare presso di lui». Ma il servo di Cristo, illuminato da un oracolo del cielo, gli disse: «Se, tu col tuo popolo, vuoi convertirti a Cristo, io resterò molto volentieri con voi. Se, invece, esiti ad abbandonare la legge di Maometto per la fede di Cristo, dà ordine di accendere un fuoco il più grande possibile: io, con i tuoi sacerdoti, entrerò nel fuoco e così, almeno, potrai conoscere quale fede, a ragion veduta, si deve ritenere più certa e più santa».
Nella cronaca che piace ai siti dell'“orgoglio cattolico”, Francesco declina la sua sfida al Sultano con argomenti estremi: «Se mi vuoi promettere, a nome tuo e a nome del tuo popolo, che passerete alla religione di Cristo, qualora io esca illeso dal fuoco – avrebbe detto il Poverello al capo islamico - io entrerò nel fuoco da solo. Se verrò bruciato, ciò venga imputato ai miei peccati; se, invece, la potenza divina mi farà uscire sano e salvo, riconoscerete Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio, come il vero Dio e Signore, Salvatore di tutti».
La credibilità di tale versione dell'incontro, con San Francesco votato a “dimostrare” la gloria di Dio sottoponendosi a una specie di ordalia, è sempre stata confutata dagli studiosi delle fonti francescane. E la Regola francescana del 1221, quella conosciuta come «non bollata», fornisce un antidoto almeno parziale alle caricature e alle manipolazioni di opposta fattura confezionate intorno all'incontro di Damietta. In quella Regola, ai frati che vogliono andare «tra i saraceni e gli altri infedeli», viene raccomandato come prima cosa «che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio (1 Pt 2,13) e confessino di essere cristiani». Poi, «quando vedranno che piace al Signore, annunzino la parola di Dio perché essi credano in Dio onnipotente Padre e Figlio e Spirito Santo, Creatore di tutte le cose, e nel Figlio Redentore e Salvatore, e siano battezzati, e si facciano cristiani, poiché, se uno non sarà rinato per acqua e Spirito Santo non può entrare nel regno di Dio (Gv 3,5)».
L'ottavo centenario della visita di san Francesco al Sultano offre il pretesto ai cultori delle diverse caricature del Santo di Assisi – quelli che ne fanno la bandiera banale del sentimentalismo pan-religioso, e quelli che lo trasformano in un precursore dell'identitarismo clericale da “battaglia culturale” - di auto-compiacersi e estenuarsi a vicenda nelle loro baruffe pseudo-teologiche da social media. Ma sarà anche un'occasione preziosa per godere di nuovo delle parole e dei gesti di un Santo che ha sempre lasciato alla grazia di Cristo il compito di “lavorare” tutti cuori. Compresi quelli dei fratelli musulmani.
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Il gesto. 800 anni fa l'incontro tra Francesco e il sultano: l'Egitto ricorda
Avvenire
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Il gesto. 800 anni fa l'incontro tra Francesco e il sultano: l'Egitto ricorda
Avvenire
«I frati francescani in Egitto hanno iniziato le celebrazioni degli 800 anni della venuta di san Francesco qui», in terra egiziana, nel 1219. Lo ha detto all’Ansa il consigliere del Custode di Terra Santa, padre Ibrahim Faltas, a margine di una prima celebrazione svoltasi ieri sera al Cairo. Le celebrazioni dureranno due anni e verrà posto l'accento sull'incontro avuto dal Poverello con il sultano al-Malik al-Kamil, il sultano a Damietta. «La prossima tappa sarà un celebrazione a marzo in Egitto – ha spiegato il religioso – poi tutti i francescani d'Egitto faranno una festa» nelle rispettive città. (...)
(en) Egyptian Mass celebrates 800th anniversary of St Francis' visit (IANS - Business Standard)
venerdì 22 settembre 2017
Cari musulmani in Italia, avete ragione voi.
di Roberto Marchesini (La nuova bq)
Sondaggio choc de Il Giorno: un musulmano su tre non vuole integrarsi. Da un sondaggio in esclusiva per Il Giorno condotto da IPR Marketing risulta che il 50-60% degli immigrati non si mantiene grazie ad una attività lavorativa. Ovvio, considerato che l'Italia non riesce a garantire un lavoro a tutti gli italiani occupabili. Come farà, dunque, il nostro paese a garantire l'integrazione a tutti gli immigrati irregolari che sono arrivati (e continuano ad arrivare) in massa sulle nostre coste?
Non è un problema. Un terzo di essi (il 31%, secondo il sondaggio IPR) non ha nessuna intenzione di integrarsi. E allo sconcerto della sinistra («Casa e lavoro per tutti!») si unisce quello dei liberali («Chi viene in Italia è tenuto ad integrarsi!»). Così stanno le cose: buona parte degli immigrati musulmani non hanno nessuna intenzione di integrarsi. Non gliene può fregare di meno. E adesso che si fa?
Ottima domanda, però... pensandoci bene... non hanno tutti i torti.
Nemmeno io voglio integrarmi.
Non voglio integrarmi in una società dove vige la legge del più forte, nella quale i poveri, i deboli, i fragili e gli ultimi sono merce, oggetti senza valore e sacrificabili.
Non voglio integrarmi in una società nella quale ogni anno vengono abortiti milioni di bambini; che preme perché ci siano più aborti; che considera l'obiezione di coscienza all'aborto un problema da risolvere.
Non voglio integrarmi in una società che considera i disabili, gli anziani, i malati come un peso inutile da sopprimere; che considera «degna» solamente la vita di chi è giovane, sano e autosufficiente (ma chi lo è?).
Non voglio integrarmi in una società che offre, a chi è depresso, il suicidio invece di amore ed accoglienza; che nega ogni dignità alla sofferenza, che rifiuta assistenza e prossimità.
Non voglio integrarmi in una società che impedisce di lavorare a chi non si conforma al mainstream; che affida la propria politica economica (e quindi la vita e la libertà dei propri cittadini) al mercato e ai suoi interessi; che è governata dalle lobbyanziché dal popolo.
Non voglio integrarmi in una società nella quale la scuola ha rinunciato ad istruire e mira solamente a diffondere assurde ideologie; che si rifiuta di riconoscere ai genitori il dovere (prima ancora del diritto) di educare i propri figli; e che minaccia di sbattere in galera chi denuncia questo intollerabile sopruso.
Non voglio integrarmi in una società fondata sulla menzogna, nella quale le notizie dissonanti vengono censurate dal governo come «fake news».
Non voglio integrarmi in una società materialista, edonista e consumista, nella quale il valore di una persona dipende da quanto guadagna o da quanto spende; nella quale la dignità, il pudore e i valori sono quotidianamente sacrificati sull'altare della reputazione.
Non voglio integrarmi. Non ne vale la pena. Preferisco essere emarginato, escluso, ghettizzato. Anzi...
Cari musulmani in Italia, avete ragione voi.
martedì 19 settembre 2017
Biblia VS Corán: ¿Por qué son incomparables?

La Gaceta, 18 septiembre 2017
Es innegable que los musulmanes yihadistas justifican su violencia en los textos coránicos, mientras el mundo occidental no justifica la suya en los Evangelios o, más genéricamente, en la Biblia. Nadie asesina en el nombre de la Biblia. El Antiguo Testamento ha sido superado por el Nuevo.
Fernando Paz / La Gaceta– Suele ser argumento recurrente de un cierto tipo de pensamiento: en cada ocasión en que se relaciona la comisión de atentados yihadistas con el islam –una obviedad- se esgrime alguna cita del Antiguo Testamento para justificar que los textos coránicos más violentos no juegan papel alguno en la radicalización islamista: en la Biblia también hay pasajes violentos y crueles que llaman a la persecución y a la lapidación.
En una situación de normalidad moral e intelectual bastaría con recordar que nadie asesina a sus semejantes en el nombre del Deuteronomio o inspirado por el Levítico. Si acaso surgiera algún individuo que tal cosa hiciera sería, en efecto, un caso aislado y no parte de una cosmovisión compartida por millones de personas. Y no hay duda de que quienes siguen las enseñanzas contenidas en ellos censurarían rotunda y públicamente el crimen.
Lamentablemente, la realidad que vivimos es cualquier cosa antes que una situación de normalidad moral e intelectual. La situación que vivimos le debe mucho más a la ideología que a la razón. Y no digamos que a la realidad. Por lo que conviene recordar algunas cosas al respecto de las diferencias existentes entre el Corán y la Biblia.
La palabra de Dios
Tanto la Biblia como el Corán se reclaman la palabra de Dios. Pero las diferencias saltan a la vista: la palabra de Dios bíblica es inspirada, no dictada. La Iglesia ha reconocido la autoría de los textos veterotestamentarios desde hace mucho tiempo; de su exégesis y estudio se ha llegado a la conclusión de que hay una variedad de autores humanos del Pentateuco, quizá hasta cuatro distintos, y que la paternidad atribuida a Moisés puede estar ciertamente en el origen del mismo pero que, con posterioridad, se han efectuado aportaciones de distintos redactores.
La exégesis que siempre se ha hecho de la Biblia –no se trata de una explicación oportunista en tiempos de relativismo, sino de la interpretación tradicional- es que Dios habla a su pueblo de distintas formas según los tiempos; por tanto, hay implícita una flexibilidad en los textos bíblicos.
Exactamente lo contrario de lo que afirma el Corán. El texto sagrado del islam fue dictado, palabra por palabra, por el propio Dios a través del arcángel Gabriel. En apoyo de esta idea, los musulmanes aducen la belleza literaria de la redacción del Corán, imposible para un hombre como Mahoma, que era analfabeto y que sólo transmitía a los distintos escribas que le acompañaban las palabras que le eran reveladas.
Ningún musulmán puede poner esto en duda sin ser considerado apóstata; la idea de que Mahoma o cualquier otro ser humano, o espiritual, pudo haber influido en la redacción del Corán es inaceptable.
Sin embargo, lo cierto es que el Corán se recopiló tras la muerte del profeta y también se produjo una depuración de los textos que, apenas una década tras la muerte de Mahoma, habían dado lugar a numerosas interpretaciones dispares. Finalmente se consiguió un libro unificado.
En cualquier caso, no hay religión alguna en la que exista un libro como el Corán; nadie afirma que Dios dictó palabra por palabra su texto sagrado, excepto los musulmanes (y los judíos ortodoxos respecto de la Torá). No hay nada en el Corán que no sea exactamente la palabra de Dios. No hay sinónimos, sino los términos exactos que Allah dictó a Mahoma. Y esto no cabe ponerlo en duda ni matizarlo.
¿Una falsificación?
La Biblia es un conjunto de 73 libros que fueron elaborados a lo largo de una cantidad considerable de siglos, de los cuales 46 pertenecen al Antiguo Testamento. En cuanto a su origen, hay teorías para todos los gustos.
No falta quien supone que los primeros cinco libros –el Pentateuco, la Torá- se retrotraen al siglo XV antes de Cristo, y tampoco quien los sitúa mil años más tarde. La elaboración del Antiguo Testamento es indudablemente antigua y se ha efectuado a lo largo de distintas épocas. Al menos cuatro tradiciones literarias alimentan los distintos géneros literarios que lo componen, entre ellos el histórico y el poético. Se trata, pues, de un proceso desarrollado a lo largo de varios siglos.
El Antiguo Testamento es también un libro respetado en el islam, como el Nuevo Testamento, pero los musulmanes insisten en que ambos están falsificados por los judíos y por los cristianos. Ni lo justifican ni dan pruebas de ello, pero siguen manteniéndolo casi desde la fundación misma del islam. Numerosos musulmanes creen que, dado que el Corán denomina a los libros de la Biblia como “libros luminosos”, la alteración de los textos bíblicos se tuvo que producir después de la irrupción del propio islam; algo que, desde el punto de vista histórico, carece de fundamento.
Pero, desde luego, dicha presunta alteración no tiene nada que ver con los textos violentos que aparecen en algunos pasajes del Antiguo Testamento.
Una interpretación literal
Sin duda, una diferencia sustancial radica, precisamente, en que el Corán hay que leerlo de forma literal. El hecho de que haya sido dictado por Dios no deja margen a otra cosa, mientras que la Biblia, por el contrario, admite numerosas interpretaciones a partir del hecho de que se trata de textos inspirados (del Corán ciertamente hay también numerosas interpretaciones, pero todas son –o se pretenden- literales).
La literalidad del texto sagrado musulmán lleva a muchos musulmanes a aprender el árabe, dado que es el idioma en que Dios ha hablado. Y la fidelidad a las palabras divinas es segura: Mahoma, poco antes de morir, revisó con el arcángel Gabriel todo lo escrito hasta el momento.
Esa condición del texto coránico dota de inflexibilidad al mensaje y favorece, innegablemente, las versiones fundamentalistas. Las palabras del Corán son “al-wahy”, provienen directamente de Dios.
Mientras que el Corán, por esto mismo, fija para siempre la palabra, es doctrina cristiana creer que Dios habla a los hombres también a través de la Escritura de acuerdo a los tiempos. Un aspecto importante del mensaje de salvación cristiano es que Dios se va revelando a lo largo de la historia de la forma más conveniente para los hombres.
Así, Jesús viene a establecer la Nueva Alianza, que reemplaza a la antigua (aunque también la culmina y completa). De ese modo, basta con recordar el pasaje de la adúltera y los lapidadores (“aquel que esté libre de pecado que tire la primera piedra”) para comprender que las prescripciones al respecto de la lapidación que aparecen en el Pentateuco han sido abrogadas en el cristianismo.
A la luz de la realidad
A lo largo del Nuevo Testamento, la piedad y la misericordia se convierten en parte central de la fe cristiana. Jesús predica a sus seguidores el amor a Dios y al prójimo, y les instruye para que amen a este como cada uno se ama a sí mismo, constituyendo la caridad –el amor- el eje de su mensaje.
La violencia que hoy existe en el mundo occidental –copiosa- no se produce a causa de su carácter cristiano, sino a su pesar. Y es innegable que, a la luz de lo que está sucediendo en el mundo, los musulmanes yihadistas justifican su violencia en los textos coránicos, mientras el mundo occidental no justifica la suya en los Evangelios o, más genéricamente, en la Biblia.
Nadie asesina en el nombre de la Biblia. El Antiguo Testamento ha sido superado por el Nuevo, y la realidad es que para los cristianos los textos del Pentateuco no juegan papel alguno en su fe (con la parcial excepción, quizá, del Génesis), por lo que a nadie se le ocurriría esgrimirlos en ningún sentido; y, en todo caso, nadie invoca el Deuteronomio o el Levítico, el Éxodo o Números, para perpetrar crimen alguno.
Claro, que hay ideologías que dan al olvido toda referencia a la realidad.
https://infovaticana.com/
giovedì 13 luglio 2017
In God We Trust...

La Civiltà Cattolica
[Text: Italiano, English]
(Antonio Spadaro - Marcelo Figueroa) In God We Trust: questa è la frase impressa sulle banconote degli Stati Uniti d’America, che è anche l’attuale motto nazionale. Esso apparve per la prima volta su una moneta nel 1864, ma non divenne ufficiale fino al passaggio di una risoluzione congiunta del Congresso nel 1956. Significa: «In Dio noi confidiamo». Ed è un motto importante per una nazione che alla radice della sua fondazione ha pure motivazioni di carattere religioso. Per molti si tratta di una semplice dichiarazione di fede, per altri è la sintesi di una problematica fusione tra religione e Stato, tra fede e politica, tra valori religiosi ed economia. (...)
Evangelical Fundamentalism and Catholic Integralism in the USA: A surprising ecumenism****
l 28,5% dei giovani vive in un Paese islamico
AsiaNews
mercoledì 12 luglio 2017
Un’idea sbagliata di islam

Anticipiamo parte di un articolo che uscirà sul prossimo numero di «Vita e Pensiero», il bimestrale di cultura e dibattito dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.
(Paolo Branca) Per la sua ostinata attenzione verso gli ultimi e i lontani Papa Francesco è ritenuto da alcuni un “buonista”, ma si tratta di una percezione superficiale e affrettata che non sa cogliere la radicalità evangelica del suo messaggio. Egli infatti con coraggio e determinazione non si stanca di richiamare le coscienze a cogliere e a riparare il carattere pretestuoso di molte opposizioni e conflittualità che invece ci trovano consenzienti e complici, tanto siamo allarmati da una rappresentazione parziale della realtà nella quale prevalgono in modo impressionante pericoli, timori e negatività.
Come sanno bene i sociologi, è sufficiente che una cosa sia creduta vera perché essa produca effetti reali. Motivi concreti di preoccupazione non mancano di certo, ma altra cosa è diffondere in maniera sistematica l’impressione che il nostro rapporto coi musulmani, tanto quelli presenti sul nostro territorio quanto coloro che vivono nei paesi d’origine, siano ormai ridotti a una sorta di resa dei conti finale fra due contendenti che sarebbero addivenuti al cruciale dilemma mors tua, vita mea. Un sistema mediatico inadeguato paventa il pericolo di un’invasione e di un’islamizzazione imminente delle nostre terre. Ma guardiamo ai dati reali: 1,5 milioni di musulmani su circa 56 milioni di italiani.
La prospettiva di un rapido mutamento che ci costringerebbe a rinunciare ad alcolici e carni suine e obbligherebbe le nostre donne a indossare un velo, più che poco plausibile, si mostra inconsistente. Sulla lunghissima distanza, uno sbilanciamento demografico verso comunità religiose più prolifiche non può essere escluso, ma attualmente mi pare più un alibi per trincerarsi sulla difensiva o, peggio, sulla passività che non gestisce nulla con un progetto ben definito e sostenuto, per arrendersi a subire più che a gestire ciò che sarebbe diritto-dovere di stati moderni e istituzioni democratiche almeno tentare di affrontare seriamente. Promuovere e premiare le pratiche migliori è l’essenza di una società aperta e matura.
Per la caccia alle streghe di turno le dittature sono molto più efficaci, e inquietanti segnali in tal senso non mancano di certo. Che i musulmani abbiano preso il posto dei “cattivi” come nemico epocale diventa ormai un’evidenza, fatta salva l’emblematica eccezione per i peggio rappresentativi fra essi che per diverse ragioni vengono graziati (vedi recenti provvedimenti di Trump che non includono alcuna petromonarchia del Golfo) o demonizzati (vedi i soliti noti corteggiati dai media pur rappresentando una minoranza autoreferenziale che vive tra noi come un corpo estraneo o una società parallela) all’interno della medesima logica perversa.
L’esito è inevitabilmente quello di concedere a pochi fanatici la rappresentanza legittima e ufficiale di 1,6 miliardi di musulmani che vivono oggi sulla Terra, in uno svariatissimo caleidoscopio di situazioni delle quali le più promettenti vengono condannate alla non esistenza e le peggiori sovraesposte con maniacale e autolesionista programmaticità. Eppure i fattori positivi davvero non mancano: i dati ufficiali della Diocesi di Milano confermano che nei suoi circa mille oratori il 25 per cento degli utenti sono giovani islamici, affidati con fiducia dalle loro famiglie a un ambiente religiosamente orientato piuttosto che lasciati per strada o indirizzati altrove. Circa il 15 per cento dei musulmani nelle scuole pubbliche non chiede l’esonero dall’ora di religione, desiderando restare coi compagni di classe in un modulo formativo che non solo è privo di “pericoli” di proselitismo, ma li vede talvolta come protagonisti, in quanto maggiormente interessati alle tematiche trattate rispetto ai compagni di classe locali.
Nelle associazioni femminili e fra le nuove generazioni nate e cresciute in Italia gli esempi di mutua stima, rispetto e collaborazione non si contano, benché poco valgano agli occhi miopi dei media e alle timide o inesistenti prassi delle amministrazioni. Persino su punti cruciali del cosiddetto scontro di civiltà si registrano da tempo riflessioni e comportamenti che meriterebbero di essere valorizzati nel comune interesse. Sempre più spesso giovani musulmani italiani (anche se privi di cittadinanza per la nota inerzia burocratica) confessano di sentirsi più liberi di praticare il loro stesso culto qui che nei paesi d’origine delle loro famiglie. Non digiunare in pubblico durante il Ramadan è infatti là un reato punito dalle forze dell’ordine; qui resta un peccato da risolversi eventualmente fra il singolo e Dio, fuori da ogni controllo “statale”. Che i seguaci di una tradizione religiosa nobile e plurisecolare, basata su principii etici non distanti dai nostri e imparentati strettamente con la comune radice ebraica, restino “figli di un dio minore” asfissiati da inchieste e sondaggi sul burkini, la carne di maiale e il consumo di alcolici, è indice non tanto della loro presunta arroganza, quanto della nostra inconsistenza.
Le pur lodevoli e consistenti iniziative di solidarietà verso irregolari e profughi rischiano di celare sotto il velo dell’emergenza una ben diversa realtà ormai matura e radicata che attende solo di essere debitamente portata alla luce. Il ruolo dei credenti, in questo senso, dovrebbe essere cruciale. La spiritualità e l’etica di masse di giovani rischiano di restare appannaggio dei pochi e ideologicamente orientati gruppi organizzati. Nessuno sembra volersene prender carico per non turbare i benpensanti autoctoni. Persino nelle situazioni di maggior emarginazione, esposte al pericolo della devianza e della criminalità, poco o nulla viene seriamente dibattuto né tantomeno messo in pratica. Dare un tetto e un pasto ai diseredati è sublime opera di misericordia... ma come si può ignorare che molti di loro conducono un’esistenza ai limiti? Troppi sans-papiers vivono tra noi per anni, ammassati in poche stanze affittate in nero e lavorano per italiani senza scrupoli che li smistano sulle strade a vender fiori, ombrelli, accendini... senza che nessuno si chieda quali conseguenze alla lunga comporti ospitare “braccia” da lavoro a basso costo e senza oneri sociali, purché la loro umanità negata venga minimamente presa in considerazione.
Le rappresentanze consolari e diplomatiche dei loro paesi d’origine sono persino più assenti e indifferenti riguardo al loro destino di quelle locali. Ne incontro molti quasi quotidianamente per le strade e col pretesto della lingua mi faccio raccontare le loro storie. Non parlo per sentito dire, ma per diretta e dolorosa esperienza. Persino quando mi son messo d’impegno per far qualcosa almeno per i carcerati mi sono trovato, per anni, davanti a un muro di gomma. Chi già lavora nelle prigioni non gradisce nuovi “intrusi”. E così la mia casa e il mio studio traboccano di libri di letteratura araba da me selezionati e catalogati che volentieri regalerei alle istituzioni penitenziarie, ma ho perso ormai ogni speranza di riuscirvi. “Qualcuno da odiare”, specie in periodi di crisi, è la riproposizione della perenne guerra fra poveri che garantisce e perpetua i privilegi dei pochi agiati. Che dire poi dei poveri cristiani arabi, circa diecimila copti solo a Milano, sbeffeggiati da chiunque in quanto estranei che vengono a toglierci qualcosa? Ne conosco che vivono qui da decenni, son già cittadini italiani e i cui figli sono spesso i primi della classe... Ma si sentono rifiutati, messi nel mucchio dei non desiderabili senza alcuna considerazione verso la loro situazione sociale né verso la loro identità religiosa.
L'Osservatore Romano
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