Visualizzazione post con etichetta Società. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Società. Mostra tutti i post
giovedì 23 aprile 2020
martedì 15 maggio 2018
È un dramma, non uno storytelling

Riporto da "Tempi"
Figlie che diventano figli, madri maschi, padri femmine.
di Ilaria Specchi
«Sono rimasto incinta», «si parla dell’invidia del pene, nessuno da cos’è l’invidia del parto», «per Pasqua mia madre mi ha regalato tre fialette di testoviron da 250 milligrammi e mi ha reso l’uomo più felice del mondo». Un corpo non è una corporazione, è un corpo. Ma ora è importante farne una corporazione, cosicché qualunque considerazione a proposito risulti faziosa, perfino razzista se non allienata. Non lo diciamo noi. In questi giorni sta andando in onda su Raitre il programma “Storie del genere”, con un programma preciso: «Certo, diciamolo che in fondo c’è un solo termine per definire chi è contro la naturale evoluzione della società: razzismo. Razzismo è quello che distingue tra ciò che invece deve essere riassunto in un solo modo, “genere umano”» ha spiegato la conduttrice Sabrina Ferilli all’Ansa. Capelli raccolti, longuette nera, un filo di trucco e décolleté rosse ai piedi, Ferilli apre la porta a persone che a un certo punto della loro vita hanno deciso di cambiare sesso, le accoglie sorridente in un luminoso salotto con camino.
«All’epoca lei mi disse “mamma l’hai sempre saputo che io mi sono sentito sempre un uomo”», «è la stessa persona di prima, forse con qualcosa in più, tipo la parrucca in testa», «durante la gravidanza avevo la percezione che il bambino che era in pancia fosse maschio. Anche dopo l’ecografia, credevo si fossero sbagliati». Sì perché le “Storie del genere” sono anche le storie e le parole dei famigliari delle persone scelte nell’ambito del protocollo di una struttura sanitaria, la Saifip, Servizio per l’adeguamento identità fisica e identità psichica dell’Azienda ospedaliera San Camillo – Forlanini di Roma. Persone con la disforia di genere: «Ho 62 anni sono vissuta 60 anni sotto copertura» (dice Fabrizio, un figlio grande, all’anagrafe Daniela), «hanno elaborato questa cosa, non mi chiamano mamma, mi chiamano Maikol» (dice Maikol, che prima era Masha, si è sposata e ha avuto tre bambine), «non avevo istinto materno non volevo che un bambino uscisse da me, il mio è un istino di protezione, un istinto paterno» (dice Alessandro, 26 anni, nata Verbenia che sta transitando da femmina a maschio, ha una compagna e vorrebbe un giorno diventare padre).
È IL CORPO CHE LO CHIEDE. «Io ho solo dovuto fare un passo: la conquista della verità», «la fine della vergogna», «togliere il pene: è il corpo che lo chiede». «Se ho sofferto? Un po’», «un pochino sì», «forse all’inizio». Ferilli, sguardo ora agli ospiti ora alla telecamera ammonisce, traduce, livella: «A volte dietro un bisturi si ridisegna la mappa della propria identità», «il matrimonio a volte nasconde, insabbia, maschera», «cambiare sesso significa cambiare desideri, si può desiderare di essere madri in un corpo di maschio, oppure non avere l’istinto materno quando si è biologicamente femmine, ma sognare di essere padri».
“A volte”, “un po’”, “oppure”: quello che colpisce delle drammatiche “Storie di genere” che in molti hanno presentato come un programma che «genererà polemiche e discussioni» è al contrario il tentativo di imborghesimento, di normalizzazione, l’affogare i casi singoli e sofferti nelle trappole mediatiche del «tema di grande attualità». Che non è il boom della disforia di genere – perché non sembra esserci alcun riguardo nella riduzione di quelle storie, così imbevute di dramma, nel presentarle come conquiste di verità. Bensì l’alimentazione dello storytelling del diritto/desiderio di essere ciò che si vuole. «Mio padre mi ha insegnato che la cosa più importante è essere quello che si vuole, a mandare a quel paese quelli che ti stanno accanto», «ricordo lo stordimento quando è nata mi hanno messo mia figlia accanto, lo smarrimento, ma ho fatto io questa cosa? Era più forte la sensazione che questo era un corpo che non era il mio e stava venendo fuori la consapevolezza che io potessi avere la disforia di genere», «non penso di aver tolto nulla alle mie figlie, penso di aver dato qualcosa in più. Se io stavo bene stavano bene loro», «farò l’isterectomia ma non farò la falloplastica perché sto bene così. L’importante è raggiungere l’equilibrio. Mi guardo allo specchio e dico: sono io».
NEANCHE UN BACETTO DA DUE ANNI. «Figlie che diventano figli, madri che diventano maschi, padri che diventano femmine. Una grande confusione. Una cosa è certa. Con l’amore e l’accettazione tutto torna a posto. Diversamente ma torna a posto», sorride Ferilli a fine puntata, «con la pazienza e la comprensione da parte di tutti». Eppure Fabrizio che diventa Daniela, esce col suo nuovo documento di identità levando gli occhi al cielo, «oddio mamma, nun me guardà. Zitta!». Racconta del suo matrimonio, «quel giorno ero felice perché amo la commedia, la rappresentazioni, io ne farei uno al giorno», racconta l’eros prima di cambiare, «aveva una grande originalità perché era molto corporale e non molto genitale», e dopo esser cambiato, «e adesso come funziona il sesso? Non funziona. Non c’è. La terapia ormonale abbatte completamente il testosterone. Non c’è la libido. Neanche un bacetto da due anni». Racconta della sua transizione, conclusa con un trasferimento lontano da tutti, in un casale nella Tuscia, dove Daniela si è ritirata tra uova, polli, gatti e ferri da stiro: «Questo amore e questa rinascita dovevano trovare un luogo. Per morire e rinascere devi trovare un posto, una cuccia in cui ti uccidi e poi risorgi. Ed è un luogo di solitudine».
Per non essere razzisti – e va da sé, visto come vanno le cose, per non essere omofobi, fascisti reazionari – basterebbe questo. Per raccontare che la vita è un dramma, che la disforia di genere è un dramma, non serve lo storytelling, il salotto col camino, gli slogan sull’amore, la crociata per il genere umano, la conquista all’anagrafe di una nuova identità, la traduzione del corpo in corporazione di certa eco mediatica e polemica. Basterebbe solo raccontare la verità.
giovedì 26 aprile 2018
Una domanda per vivere.

Riflessione sulla trasmissione dell’eredità cristiana
(Pablo D'Ors) Oggi nessuno può mettere in dubbio che il Cristianesimo in occidente sia in declino. Non si tratta solo di ammettere che le chiese sono sempre meno frequentate perché c’è quasi un senso di sospetto nei confronti delle istituzioni. Non è solo una reazione ai molti abusi ecclesiastici e statali che l’uomo di oggi — noi — sia diventato allergico a qualunque tipo di istituzione. La cosa va molto oltre. Teorici riconosciuti hanno dichiarato l’ambiguità delle religioni, causa di innumerevoli disordini e ingiustizie: ideologie fanatiche, manipolazioni della coscienza, guerre di religione...
Lo scetticismo generalizzato, perciò, non influisce solo su ciò che è ecclesiale, ma anche su ciò che è religioso e di fatto considerato superato e irrazionale. Ciò spiega perché i cristiani di oggi vivano con imbarazzo in un’Europa che non nasconde un certo rifiuto al cristianesimo, a volte quasi un disprezzo. Tutti sappiamo bene che tutto ciò si traduce in una indifferenza generalizzata, e un’esclusione dei cristiani dalla vita pubblica, ironia serpeggiante, fino a diventare umiliazione esplicita. C’è tuttavia, sfortunatamente, qualcosa di più. Questa critica sistematica, sistematicamente diffusa dai mezzi di comunicazione sociale, ha fatto sì che il sospetto di fronte a ciò che è religioso gravi non solo sui riti, i miti e le parole della fede cristiana, ma anche sui suoi pilastri fondamentali: lo stesso Gesù Cristo generalmente non è più visto come il figlio di Dio, ma solo come un gran maestro, perciò allo stesso livello di altri maestri di altre tradizioni. La questione allora è che cosa stiamo facendo noi e che cosa siamo disposti a fare.
Siamo eredi di un patrimonio spirituale di primissimo ordine ed è estremamente importante, per dovere di fronte alla cultura e per fedeltà al nostro passato, non solo conservarlo come una reliquia, ma anche rinnovarlo perché possa continuare a portare vita. Rinnovare significa rivisitare, naturalmente, capire bene quello che si è fatto, però anche riconsiderare e cercare nuove formule che, rispettando la tradizione, non solo la mantengano, ma permettano di raggiungere livelli più alti per rispondere alle necessità spirituali delle persone. Questo è l’obiettivo del patrimonio spirituale che, se non alimenta la nostra interiorità, anche se buono non ha vita. È certo tuttavia che questo passato cristiano sembra troppo pesante e fastidioso per le nostre spalle, e perciò ce ne stiamo distaccando. Stiamo rinunciando alla nostra eredità, non possiamo negarlo. E l’uomo che rinuncia al suo passato, può sapere dove sta oggi e dove si dirige per il futuro?
Qualcuno, chissà noi stessi, più che rifiutare l’eredità — attitudine tipica dei ribelli — selezioniamo ciò che ci interessa, lasciando da parte, quasi sempre per pigrizia o per incomprensione, ciò che ci sembra inattuabile oggi. Questo atteggiamento sincretico, che non riesce a fecondare una sapiente tradizione con un’altra, ma che si limita ad una capricciosa contrapposizione, ha generato quello che i sociologi hanno denominato “Spiritualità alla carta”, che definisce la maggior parte dei cosiddetti “cercatori spirituali”. Questa scelta, come non potrebbe essere altrimenti, non è solo egocentrica, in quanto mette al centro l’individuo, ma egoista perché, ponendo la centralità nell’individuo, non si preoccupa realmente dell’altro. Una meditazione che non sia dettata dalla compassione non è meditazione cristiana, né buddista o di qualunque altra religione. Alterare il significato di “spiritualità” riducendola a puro benessere fisico e psichico è molto frequente oggi. L’obiettivo finale della spiritualità non è semplicemente la pace interiore, ma piuttosto l’amore verso gli altri. E questo deve essere sempre molto chiaro per generare, tra di noi, non una specie di aristocrazia dello spirito, ma piuttosto un maggior senso di umanità.
Tutto ciò che è cristiano oggi è considerato in occidente, dobbiamo ammetterlo, insignificante e quasi disprezzabile. Qualcosa da lasciare definitivamente indietro, un controsenso in una società evoluta come la nostra, un paradosso rispetto al pensiero tecnico e altamente civilizzato. Mostrarsi orgogliosi di essere cristiani o, senza arrivare a questo punto, testimoniare tranquillamente la propria convinzione religiosa, si considera oggi “politicamente non corretto”, quasi una provocazione. Questo “humus” si è esteso in tal modo che si può dire, senza esagerare, che oggi in Europa regna un’ignoranza assoluta su tutto ciò che si riferisce al patrimonio biblico, teologico, liturgico e spirituale che offre il cristianesimo. Questa ignoranza con gli anni guadagna terreno.
La principale responsabile di questa deplorevole situazione è — secondo me — la stessa Chiesa che durante secoli ha lottato più per la sua sussistenza come istituzione che per il regno di Dio. La chiesa cattolica è la prima responsabile, anche se — naturalmente — non l’unica, di aver ceduto, per dirlo in termini di Papa Francesco, all’autoreferenzialità, cioè per avere guardato al proprio interno invece di guardare al mondo. Questo è il principale peccato, questo è ciò che come chiesa dobbiamo redimere. E per questo, che lo sappiamo o no, siamo venuti a questo ritiro: per cominciare un modesto ma necessario rinnovamento religioso ed ecclesiale. Secondo il mio punto di vista, noi, Gli Amici del Deserto, siamo coloro, assieme ad altri, che sono chiamati a realizzare questo compito.
Rispondere oggi per rendere possibile una vita interiore non sarà possibile se prima non ascoltiamo e rispondiamo a una domanda. Quando, dopo la resurrezione, Gesù Cristo appare ai suoi discepoli alla riva del lago Tiberiade, e pone a Simon Pietro per tre volte questa domanda che formula anche oggi a noi: «Pietro, figlio di Giovanni, mi ami?» (Giovanni 21, 15-17). Alle sue risposte affermative, Gesù risponde sempre con le stesse parole «pasci le mie pecore», cioè prenditi cura delle persone che ti stanno vicine. L’amore per il Signore si realizza nel prendersi cura dei propri simili.
Pietro è l’uomo che ha rinnegato Gesù e si è purificato con le sue lagrime, questo lo sappiamo. Però Pietro non è semplicemente un uomo focoso e spaccone, ma qualcuno che ha vissuto l’esperienza della propria debolezza. Perciò, umile e più se stesso che mai, ora è capace di rispondere: Signore tu che sai tutto, sai che ti amo. È una risposta che viene dal cuore, non dal cervello né dalle viscere. È una risposta che guarda all’orizzonte più nobile — l’amore — però con la coscienza dei propri limiti e della debolezza della carne.
Tutte le dichiarazioni d’amore scaturiscono da un insuccesso amoroso. Il nostro sì alla meditazione cristiana, la nostra accettazione di questa immensa eredità spirituale sarà affidabile perché sappiamo che non si può costruire sopra le nostre capacità o i nostri meriti — come hanno tentato le generazioni che ci hanno preceduto — ma solo su di Lui. E quindi, fissando il nostro sguardo su di Lui, e non su di noi, questa è la vocazione al deserto alla quale siamo stati convocati. Questo è il punto: solo meditando possiamo arrivare a sperimentare lo sguardo trasformatore di Gesù, quello sguardo che fa di noi uomini e donne nuovi. Solo così, meditando, si realizza il grande miracolo: Dio dialoga con Dio, in silenzio, nello scenario dell’anima umana. Il sogno di essere un uomo che ha in sé Dio sta per compiersi. Siamo pronti per svegliarci. Perciò sederci a meditare giorno dopo giorno, con incrollabile fedeltà e con umiltà messa alla prova, è il segno incontestabile che vogliamo ascoltare questa domanda: Pietro, figlio di Giovanni, mi ami? La vita che conduciamo, solo quello, sarà la nostra risposta.
L'Osservatore Romano
martedì 27 marzo 2018
Card. Gualtiero Bassetti: Omelia alla Redazione di "Avvenire"

Avvenire
(Card. Gualtiero Bassetti) Omelia alla Redazione di l'Avvenire. Carissimi, siamo giunti oramai a quella settimana santa che culminerà con la festa di Pasqua, e sono molto contento di poter celebrare con voi questa Eucaristia presso la sede del quotidiano Avvenire. Posso dire di trovarmi anch' io, come abbiamo appena sentito nel brano del Vangelo secondo Giovanni, in famiglia. Gesù è ospite della casa di amici (Lazzaro, Marta e Maria), e anche io, oggi, qui nella vostra redazione, sono tra amici. Come scrive l' evangelista Giovanni, anche voi mi avete accolto con tanto calore, per il quale vi ringrazio, così come vi ringrazio soprattutto per il grande impegno col quale ogni giorno costruite il giornale. S Cantico dei Cantici. Avvenire e torniamo al Vangelo, vediamo che in quella cena, dove «Lazzaro era uno dei commensali», mentre Marta serve a tavola, ecco che Maria si alza e compie un gesto che darà origine a una delle pagine più suggestive di tutti ¡Vangeli. Esso è stato tramandato in quattro versioni, con qualche differenza significativa. In quella che abbiamo appena ascoltato, è possibile che sullo sfondo l' autore sacro abbia voluto tenere un libro biblico come il . Mariasembra essere l' unica, nel gruppo dei presenti, e anche dei discepoli, che intuisca o capisca cosa sta per accadere a Gesù. Non lo esprime però in modo semplicemente concettuale, quanto piuttosto con un gesto, fortemente simbolico, e proprio per questo molto più significativo e meno astratto di quanto possano esserlo a volte le parole. Su queste idee mi voglio fermare con voi, pensando al vostro impegno per un quotidiano cattolico. Mi domando in cosa si distingua daglialtri quotidiani italiani. Oltre al fatto che sta acquistando sempre più una posizione di rilievo per numero di lettori, e anche un molo di autorevolezza, in quanto testata sempre attenta alla mondialità e alla società italiana, c' è ancora qualcos' altro che vi distingue, che ha fatto del nostro quotidiano, nei cinquanta anni della sua storia, un punto di riferimento per le nostre comunità e anche per il vasto mondo della comunicazione sociale italiana. Marco Avvenire ci si accorge Tarquinio, all' inizio di quest' anno 2018 - ricordando il cinquantesimo di vita della testata, che si compirà il prossimo 4 dicembre - ha scritto in un suo editoriale che è un «giornale mai aggressivo, ma stimolante e spesso, scomodamente e quasi inevitabilmente, "fuori dal coro"» (2 gennaio 2018). Oltre a quanto detto così bene dal direttore, ciò che contribuisce a fare la differenza è anche il modo in cui col vostro giornale vengono trovate e date notizie a volte ignorate da altre testate: tutto ciò perché in questa casa, come nella casa di Betania, - proprio come ha fatto Maria - di quello che altri non vedono o non comprendono pienamente. Quella donna, vera discepola di Gesù, aveva invece visto e capito quello che non era immediatamente comprensibile, cioè l' imminente passione e morte del Maestro, e con un gesto "fuori dal coro" - per usare le buona notizia, vangelo, ricordo di lei ciò che ella ha fatto Mt Mc parole di Tarquinio - che infatti suscita il rimprovero degli altri, quella sua intuizione tutta femminile è diventata una , al pari di quella"buona notizia" che è il vangelo stesso. Infatti, nella versione dell' episodio che troviamo in Matteo o in Marco, Gesù dice che «dovunque sarà annunciato questo , nel mondo intero, in si dirà anche »( 26,13; cf. 14,9). Carissimi Lc amici, nel formularvi gli auguri di una Santa Pasqua nel Signore, vi esorto a fare come Maria, che stando ai piedi di Gesù (cf. 10,39) e ascoltando il suo vangelo, ha imparato a vedere le cose in profondità. In un mondo dove le falsità rischiano di plasmare mentalità distorte e pericolose, il vostro giornale si distingua grazie alla "buona notizia". «Il miglior antidoto contro le falsità - ci ha ricordato Papa Francesco nel recente messaggio per la Giornata delle Comunicazioni Sociali-non sono le strategie, male persone: persone che, libere dalla bramosia, sono pronte all' ascolto e attraverso la fatica di un dialogo sincero lasciano emergere la verità; persone che, attratte dal bene, si responsabilizzano nell' uso del linguaggio... Informare - dice ancora il Papa - è formare, è avere a che fare con la vita delle persone. Per questo l' accuratezza delle fonti e la custodia della comunicazione sono veri e propri processi di sviluppo del bene, che generano fiducia e aprono vie di comunione e di pace» (52° GMCS). Di questi processi comunicativi ognuno di noi deve avere massima cura. Carissimi, gli anni di vita del nostro quotidiano coincidono con il tempo della grande trasformazione, nella Chiesa come nella società. Il progresso sociale ha significato nuovi stili di vita, più libertà e partecipazione, ma anche una forte secolarizzazione che ha investito il Paese, cambiandone molti tratti del volto. Gli avvenimenti, talvolta purtroppo tragici, che in questi decenni hanno segnato l' Italia e il contesto intemazionale, hanno spesso chiesto ai credenti forte impegno e coerenza con i loro valori, talvolta anche a costo deliavita. Mi sembra qui opportuno citare almeno l' onorevole Aldo Moro, il professor Vittorio Bachelet, il giudice Rosario Livatino e il beato don Pino Puglisi. Cristiani a tutto tondo che hanno testimoniato con il sangue la loro fede, le loro idee e il desiderio di un Paese migliore. E Avvenire storta recente, che ognuno di noi ricorda con lucidità. Come ricordiamo l' impegno profuso in questi anni dai cristiani per l' unità delle famiglie, il diritto alla vita, l' educazione dei figli, l' aiuto alle persone bisognose, italiane e straniere. La capillare presenza della Chiesa sul territorio italiano ha certamente aiutato ad attutire alcuni passaggi nodali dello sviluppo economico-sociale, non sempre uniforme; ha favorito la concordia nazionale, aiutando a "ricucire", di fronte ai quei processi di disgregazione che hanno interessato il Paese e ancora minacciano il conseguimento del bene comune. Alla luce dell' insegnamento conciliare, la Chiesa in Italia ha guidato il rinnovamento delle comunità, favorendo la consapevolezza che la fede ha bisogno di esprimersi anche con le idee e con una presenza culturale viva e intelligente, di cui i mezzi della comunicazione sociale sono parte rilevante. Auspico che sia ancora protagonista di questa presenza, con osservazioni attente e puntuali; interventi fermi e decisi quando l' occasione lo richieda. Sia interprete delle varie sensibilità del mondo laicale, mirando sempre al fine dell' unità ecclesiale. Amo ora ripetere le parole che il beato Paolo VI, presto santo canonizzato, rivolse ai collaboratori del giornale, nella prima udienza alla redazione: "Noi vi accogliamo, carissimi figli dell' , come amici,come collaboratori, come impegnati ad un comune servizio alla causa di Cristo, alla testimonianza della sua Chiesa, alla costmzione di una società sana, moderna, cristiana' (Udienza del 27 novembre 1971). Grazie, Carissimi, per il vostro impegno e il vostro servizio. Grazie a nome di tutta la Chiesa che è in Italia, la cui missione vi impegnate a far conoscere al mondo, assieme al lieto messaggio di Cristo, risorto e presente in mezzo a noi. Buona Pasqua e ! ad multos annos!
Arcivescovo di Perugia - Città della Pieve Cardinale presidente della Cei - Gualtiero Bassetti
Europa e Cristianesimo. I cattolici sono discriminati, non solo a causa del mondo

Nell'occidente che ha dimenticato le proprie radici l'annuncio cristiano non pretende di apportare alla cultura nuovi contenuti, ma di fornire una nuova e più grande prospettiva
Il FoglioNdR. Rémi Brague (Parigi, 8 settembre 1947) è un docente e filosofo francese, professore emerito di Filosofia medievale e araba presso l'Università Paris 1 Panthéon-Sorbonne. È titolare di una cattedra alla Università Ludwig Maximilian di Monaco ed è stato inoltre professore invitato presso numerosi atenei, tra cui la Pennsylvania State University, la Boston University, il Boston College, l’Universidad de Navarra di Pamplona e l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. "Premio Ratzinger 2012". (Rèmi Brague website)
***
(Rémi Brague) Che cosa può fare l' Europa col cristianesimo? (...). E' noto il breve saggio di Novalis "La Cristianità ossia l' Europa", che il poeta romantico tedesco scrisse nell' ottobre 1799 e che fu pubblicato solo nel 1826. Questo testo non è così ingenuo e rivolto al passato come si potrebbe immaginare dopo una rapida lettura. In ogni caso, al momento della sua apparizione fu inteso come un tentativo di identificare Europa e cristianesimo. Ora la situazione si è ribaltata. Qualche anno fa è divampata una polemica a proposito del Preambolo di un Trattato costituzionale dell' Unione europea. La prima bozza del testo menzionava espressamente l' eredità cristiana dell' Europa. Si è asserito, purtroppo da parte di molti miei compatrioti, che quell' af fermazione nuoceva alla nostra vacca sacra: la laicità. Si cancellò la formula e la si sostituì con una vaga allusione alla tradizione religiosa. Anziché chiamare le cose con il loro nome, si è preferito farvi riferimento in modo nebuloso. Come se l' Europa non volesse -o piuttosto certi europei non volessero - avere più niente a che fare col passato cristiano del continente. Come valutare questo fenomeno? Provo sentimenti contrastanti al riguardo. Da una parte penso sia un brutto segno. E non parlo solo "pro domo mea", in quanto difensore del cristianesimo, ma come semplice cittadino. La volontà di negare la realtà è un segno chiaro e facilmente riconoscibile dell' ideologia. Ora, io non ho alcuna voglia di essere governato da degli ideologi. La Francia ha già fatto questa esperienza nel 1793. Per non parlare dei tentativi sovietici, poi nazisti, maoisti, cambogiani sotto Pol Pot. Intendiamoci: gli ideologi di oggi non hanno la minima intenzione di commettere gli stessi crimini dei loro predecessori. Ma l' ideologia ha la sua logica intrinseca. C' è anche una "astuzia dell' irrazionalità". Se si vuole malgrado tutto tirare fuori qualcosa di positivo da un fenomeno negativo, questa attitudine dimostra, nel peggiore dei casi, che ci sono ancora persone alle quali il cristianesimo fa paura, e questa è una cosa che, a pensarci bene, trovo molto incoraggiante. Se i cristiani dovessero perdere totalmente questa dimensione di spauracchi, allora il sale della Terra avrebbe perso irrevocabilmente il suo sapore... Grande estimatore di Chesterton, ho apprezzato particolarmente nel suo romanzo "L' uomo che fu Giovedì" il personaggio di Domenica. Questo misterioso personaggio simbolizza con tutta evidenza Dio. Egli è allo stesso tempo il capo della polizia e il leader di una cospirazione anarchica ovunque presente che semina dappertutto il disordine. L' atteggiamento a cui ho fatto sopra riferimento rappresenta una sorta di punto inter medio fra due versioni di uno stesso atteggiamento di fondo negativo nei confronti del cristianesimo. Le illustro brevemente. Una versione estrema rifiuta al cristianesimo qualsiasi ruolo nello sviluppo dell' Europa. Lo spirito europeo sarebbe figlio dell' Illumi nismo, ridotto alla sua espressione più radicale. L' apporto cristiano sarebbe limitato al medioevo e per questo sarebbe superato. Il medioevo altro non sarebbe che una parentesi fra due vertici radiosi: l' antichità pagana e il paese della cuccagna della Ragione che marcia progressivamente verso di noi, ma non è ancora arrivato. Di conseguenza l' Euro pa sarebbe destinata a sostituire la vecchia "Cristianità". Le due - Europa e cristianità - sarebbero non solo differenti, ma opposte. Dal punto di vista della storia delle idee, c' è in questa visione un granello di verità: è vero che l' Illuminismo ha usato la parola "Euro pa" in contrapposizione al termine "Cristia nità" che si usava in precedenza, e ciò proprio allo scopo di respingerlo. Allo stesso modo si è cercato di sostituire le nozioni cristiane con un sistema di concetti di origine illuminista. Per esempio l' amore del prossimo che è parte della virtù teologale della carità è stato sostituito dalla "beneficenza". Ma alla fine questo tentativo si è dimostrato troppo abborracciato per poter convincere. Esiste una versione più moderata dello stesso modo di vedere. Essa attribuisce al cristianesimo un posto nella storia intellettuale dell' Europa, e pure un posto onorevole, ma appartenente a un passato irrevocabilmente superato. Il cristianesimo avrebbe certo assolto una missione nella storia dell' Europa, ma in un modo tale che ora si può fare a meno di esso. Il contenuto del messaggio cristiano avrebbe penetrato la cultura europea in modo talmente profondo che ora si potrebbe gettare la conchiglia che lo conteneva. Noi abbiamo senza dubbio una mentalità cristiana. Ora si può tranquillamente "abrogare" il cri stianesimo nel senso in cui lo diceva Hegel (aufheben). Ci troveremmo di fronte a una nuova versione del protestantesimo liberale, o piuttosto della caricatura che ne hanno fatto i suoi avversari. E ancora: non si fa fatica a interpretare in questo senso il celebre saggio che Benedetto Croce ha scritto nel 1943: "Perché non possiamo non dirci cristiani". Separazione tra nazionale e religioso A lungo termine questo atteggiamento è probabilmente più pericoloso per il cristianesimo del primo. Perciò devo riformulare la domanda iniziale in un altro modo: che cosa ha a che fare l' Europa col cristianesimo? Si può intendere la domanda in due sensi. Anzitutto significa: che rapporto c' è fra la cultura europea e la religione cristiana? Ma prendendo ogni singola parola vuol dire anche: che cosa può fare l' Europa col cristianesimo, a che cosa gli può servire? Cercherò di percorrere una dopo l' altra queste due differenti strade. In che misura il cristianesimo è stato, in passato, fattore di cultura per l' Europa? Si potrebbe rispondere alla domanda facendo la lista delle influenze cristiane sulla cultura europea. In tal modo intraprenderemmo un' analisi spettrale dell' Europa, nello spirito del conte Hermann Keyserling. L' aristocratico terriero della Pomerania aveva pubblicato nel 1929 un libro intitolato "Lo Spettro dell' Europa". A mio parere una tale intrapresa sarebbe inopportuna per due ragioni. Da una parte, occorrerebbe misurare con precisione l' importanza dell' elemento cristiano nella formula europea, una cosa molto difficile. E che, inoltre, inviterebbe a comparare questo elemento con altre componenti: quella antica nelle sue due metà, la greca e la romana, ma anche la germanica, la slava, la celtica, l' ungherese, eccetera, ciascuna delle quali rivendicherebbe evidentemente il posto più grande possibile e farebbe valere i suoi meriti minimizzando quelli degli altri. Ne deriverebbe una sorta di guerra civile storiografica che non porterebbe a niente di buono. Dall' altra parte, e più profondamente, non si farebbe altro che passare in rassegna ciò che effettivamente è accaduto. Ora, è noto che dalla constatazione di un fatto non si ha il diritto di dedurre una norma che varrebbe per l' avvenire. Dall' essere non si può derivare nessun dover essere. Inoltre questo passato in fondo non era che una possibilità fra tante altre che avrebbero potuto realizzarsi e che, tuttavia, non sono diventate attualità. Si potrebbe anche affermare che ciò che ha avuto luogo ha impedito ciò che non ha avuto luogo, ovvero l' ha violentemente represso. Ciò che non ha avuto luogo è diventato un sogno. Ora, si sa, i sogni sono più belli della realtà, perché in essi ci si muove più liberamente che nel duro mondo dei fatti. Di conseguenza non si fa fatica a immaginare che una storia dove il cristianesimo non fosse esistito sarebbe stata più bella. E' ciò che per esempio ha fatto Nietzsche in un lungo paragrafo del suo "L' Anticristo". Io mi accontenterò qui di quello che si può stabilire per mezzo della scienza storica e in questo senso esporrò brevemente quello che è il contributo del cristianesimo all' Europa. Per fare ciò non descriverò ciò che di cristiano c' è nell' Europa, ma ciò che il cristianesimo ha fatto per l' Europa. Presenterò anzitutto l' apporto del cristianesimo in quanto religione in generale. In seguito porrò la domanda in maniera più approfondita: che cosa ha fatto per l' Europa il cristianesimo, considerato stavolta non più come una religione in generale, ma come la religione del tutto particolare che è. Come una religione fra tante, il cristianesimo ha reso possibile la nascita delle differenti nazioni d' Europa. La fusione degli abitanti romanizzati dell' Impero e dei popoli "barbari" immigrati è avvenuta attraverso la partecipazione a un' unica fede. Tuttavia è verosimile che questo ruolo avrebbe potuto essere assunto da un' altra religione. L' elemento decisivo in effetti fu che i nuovi arrivati adottarono la religione dei popoli conquistati. E questo sarebbe potuto accadere ugualmente con, diciamo, la religione di Mithra, se avesse avuto il sopravvento, o anche il manicheismo che giunse più tardi. L' islam ha fatto anch' es so qualcosa di simile per le regioni del mondo che ha conquistato. All' origine, esso era forse la religione dei cavalieri arabi che conquistarono il medio oriente. Sotto la dinastia degli Abbassidi (a partire dal 751), si cristallizzò per divenire la religione della maggioranza dei popoli conquistati, fatto in seguito al quale la differenza fra dominatori e dominati si dissolse a poco a poco. Parliamo ora del contributo del cristianesimo come tale. In forza della sua specificità, il cristianesimo ha messo in moto due movimenti a lungo termine che sono stati entrambi costitutivi per l' Europa. A) Il cristianesimo ha anzitutto reso possibile la separazione fra il nazionale e il religioso. Ciò ha portato direttamente alla costituzione dell' Europa come un coro politico nel quale ogni nazione ha la sua voce per il fatto che, molto concretamente, parla la sua propria lingua. La Bibbia è stata tradotta in numerose lingue perché l' oggetto rivelato nel cristianesimo non è un "messaggio", e ancora meno un "libro santo" dettato in una precisa lingua, ma una persona. Di conseguenza, ogni cultura si vede riconosciuta una stessa dignità. Ogni popolo è alla stessa distanza da Dio. Nella pratica, vale a dire al livello del diritto e della politica, questa separazione si è concretizzata attorno all' anno Mille. Il battesimo della Polonia, nel 966, ebbe luogo in un' epoca in cui questo paese cercava già di sfuggire all' influenza germanica. Tale movimento raggiunse il suo apogeo quando, all' inizio dell' XI secolo, il papa Silvestro II fece incoronare i re di Ungheria e di Boemia senza domandare loro di entrare a fare parte del Sacro Romano Impero. B) In seguito il cristianesimo ha reso possibile l' appropriazione dell' eredità antica, o più esattamente un certo stile di appropriazione. Diversamente dal modo abituale di appropriarsi per incorporazione e digestione, l' Europa s' è appropriata dell' eredità del pensiero antico in modo tale che l' alterità di questa eredità è stata rispettata, che l' estraneo è stato lasciato alla sua estraneità. Ciò è stato possibile perché il cristianesimo ha applicato all' ambito della cultura profana il modello del suo rapporto con l' Antico Testamento. Facendo ciò, ha reso possibile la lunga serie di Rinascimenti che hanno impresso il loro sigillo sulla storia culturale europea. re a comportamenti suicidi, ciò equivarrebbe in ultima istanza a rendergli un pessimo servizio. Il cristianesimo deve piuttosto discutere col "mondo" in modo tale da mostrargli i punti delicati, quelli dolenti. Vengo dunque alla mia tesi centrale: il cristianesimo non pretende di apportare alla cultura dei nuovi contenuti: gli fornisce una nuova prospettiva. La rivoluzione cristiana è per così dire una rivoluzione fenomenologica. Essa consiste nel rendere visibile ciò che fino a quel momento era invisibile. Si spande una nuova luce, ed è per questo che in un certo senso non accade nulla. Quando accendo la luce nel mio ufficio, in un certo senso non succede proprio nulla: non appare nessun mobile in più, nessun libro in più, nessun foglio in più svolazza per terra. Ma in un altro senso, succede qualcosa di più importante: la totalità di ciò che era già presente diventa visibile. Questa dichiarazione secondo cui il cristianesimo non apporta nulla di nuovo può apparire paradossale, addirittura sconvolgente. In realtà non faccio altro che esprimere con l' aiuto di un' im magine nuova un' idea molto antica. Questa antica saggezza si trova infatti presso uno dei primi padri della Chiesa greci, sant' Ireneo di Lione. Egli scrive, con una formulazione ardita, che Cristo non ha portato nulla di nuovo. Ma, aggiunge, ha rinnovato tutte le cose apportando se stesso (omnem novitatem attulit semetipsum afferens). Il basso e l' elevato Per illustrare questa tesi mi permetto di cominciare con un esempio che, a prima vista, potrebbe apparire marginale. Si tratta dell' arte, e più precisamente delle arti che hanno per scopo quello di rendere visibili le cose; per dirlo con Schopenhauer, le "arti della rappresentazione". Il cristianesimo ha favorito l' ascesa delle arti plastiche. Ma, in compenso, non ha reso possibile un' arte nuova. Un paragone con l' islam può essere in questo caso fruttuoso. L' islam ha proibito la rappresentazione di esseri viventi - proibi zione che fortunatamente non è stata sempre seguita: si pensi alle miniature persiane. D' altra parte, questa interdizione islamica ha promosso un' arte che la compensa: la calligrafia, e più esattamente l' applicazione della calligrafia alla scrittura alfabetica. Anche i cinesi conoscono una calligrafia, che abbellisce gli ideogrammi. Il nome attuale di questa specie di arte ha conservato una traccia di questa origine: l' arabesco. In più, il cristianesimo ha reso possibile un certo stile. Qui prendo a prestito la mia idea da Erich Auerbach. Il grande filologo tedesco ha formulato la sua tesi per la prima volta nel suo libro su Dante, grazie al quale ha avuto la cattedra di filologia romanza a Marburgo nel 1929. Poi l' ha potentemente sviluppata nel suo capolavoro Mimesis. Il suo soggetto è il realismo come tratto fondamentale della letteratura europea. Il realismo, vale a dire la presentazione della realtà, è diventata per noi un' eviden za che va da sé. Non possiamo immaginare in nessun modo che uno scrittore serio possa avere un altro obiettivo. E tuttavia il realismo non è sempre esistito. Nella letteratura antica regnava in effetti una netta separazione fra due livelli di stile, ciascuno dei quali corrispondeva a un livello della realtà sociale. Lo stile elevato (sublimis) era impiegato per il destino degli eroi e dei nobili nell' epopea e nella tragedia. Lo stile umile (remissus) della commedia andava bene per le avventure del popolo minuto e anche per la malavita, come nel Satyricon di Petronio. Il realismo suppone una trasgressione: il quotidiano può essere espresso coi mezzi dello stile sublime. Co L' 11 gennaio scorso la Pontificia Università Giovanni Paolo II di Cracovia ha conferito un dottorato honoris causa a Rémi Brague, storico della filosofia e autore di insuperabili saggi su cristianesimo ed Europa. In occasione del conferimento del titolo, Brague ha tenuto una lectio magistralis in francese dal titolo "Qu' est-ce que l' E urope peut faire avec le Christianisme?", che è stata tradotta e appare sul numero di marzo di Tempi. Dopo la trasformazione da settimanale in mensile, Tempi è distribuito solo in abbonamento (per info: www.tempi.it). Vengo ora alla mia seconda domanda, o piuttosto alla seconda accentuazione della domanda: a cosa serve il cristianesimo? Ciò che qui è importante è il tempo presente. La domanda allora significa: che cosa può fare il cristianesimo per l' Europa di oggi? A cosa serve? Si potrebbe considerare questa domanda come sprezzante, umiliante. Avremmo mai l' idea di domandare a cosa serve l' arte? A cosa serve la filosofia? Non è in questo senso che la pongo. Il cristianesimo si concepisce come servitore, ben inteso il servitore del suo Signore. Ma questo Signore non si è comportato come un comune padrone, poiché si è lasciato abbassare fino a divenire come uno schiavo, "assunse la forma di uno schiavo" (Filippesi 2,7). Nell' imitazione del Cristo c' è anche, necessariamente, un momento di servizio reso all' uomo. Questo non significa tuttavia affatto che i cristiani dovrebbero aiutare il mondo a raggiungere lo scopo che il mondo si propone di raggiungere sulla base dell' immagine che esso ha di se stesso. Significa ancora meno che dovrebbero mettersi a rimorchio di qualunque assurdità del momento. Il servizio non è un servilismo. In ogni modo ciò non aiuterebbe la chiesa a diventare popolare. Peggio ancora: per un "mondo" sempre pronto a lasciarsi anda sa che corrispondeva a cancellare la frontiera fra gli stili. Secondo Auerbach, questa rivoluzione stilistica sarebbe la conseguenza diretta dei racconti sulla Passione del Cristo nei Vangeli. In questi, è ciò che c' è di più basso - dei supplizi che si concludono con un' esecuzione capitale penosa - che è raccontato nello stile più elevato. Non ho scelto questo esempio per rendere omaggio a un qualche estetismo. Quello che desidero esprimere è il modo in cui il cristianesimo ci apre gli occhi. Vittime crocefisse ce n' erano, purtroppo, a profusione. Dei crocefissi perfettamente innocenti erano già una rarissima eccezione. Dei crocefissi resuscitati, non ce n' erano mai stati. Qui è interessante anche evidenziare il modo in cui il cristianesimo opera: non predicando, e ancor meno facendosi pubblicità. Procede attraverso la descrizione, attraverso un racconto sulla vita, le opere e la morte di una persona. E quel che è decisivo è l' avvenimento, non la relazione che ne viene fatta. I neonati, l' aborto, il matrimonio Questo mi conduce a una considerazione più ampia che concerne l' azione umana. Il cristianesimo non introduce alcuna nuova morale. Più precisamente ancora: non inventa alcun nuovo comandamento. Col cristianesimo i Dieci comandamenti sono rimasti. D' altra parte si incontra il loro contenuto in epoche anteriori o altrove rispetto all' ambito di origine della religione di Israele. Forse non sono elencati in una lista così chiara come nella Bibbia. Ma sono sempre attestati in ogni cultura. La proibizione dell' incesto, quella dell' omicidio, si trovano ovunque. Niente di strano in questo, se si suppone che siano incisi nella coscienza umana. Si potrebbe ugualmente dire in modo più sobrio che senza queste regole una società umana sarebbe perfettamente impossibile. Il problema non è la conoscenza della legge morale. Ciò che importa è la sua applicazione: verso chi deve valere il Decalogo? Per vederlo occorre avere occhi. Il cristianesimo in fondo non fa altro che aprirceli. Non basta sapere che devo amare il mio prossimo. La domanda del dottore della legge a Gesù è perfettamente giustificata: chi è il mio prossimo? (Lc 10,29). Chi è uomo? Chi va considerato come uomo e chi no? Per gli ebrei dell' epoca, un samaritano era un uomo a malapena, non lo si doveva frequentare (Gv 4,9). È per questo che Gesù, di proposito, fa di un samaritano l' eroe della parabola con cui risponde alla domanda. Nell' antichità molti uomini venivano considerati degli infra -umani o dei non ancora completamente umani. Come uomini erano invisibili. Più tardi è stato il caso dei neri negli Stati Uniti, come Ralph Ellison dice già nel titolo del suo libro, L' uomo invisibile. Il cristianesimo ha reso certe categorie di uomini visibili nella loro umanità. Eccone alcuni esempi. A) L' esposizione dei neonati indesiderati o divenuti indesiderabili a causa di qualche malformazione o per qualche altra ragione era per gli antichi qualcosa di spiacevole, ma in nessun caso un crimine che si doveva evitare con tutti i mezzi. La pratica era corrente. I filosofi non ci trovavano nulla da ridire. Quando Platone delinea la città ideale nel dialogo de La Repubblica, rappresenta Socrate che approva questa pratica senza rimorsi di coscienza. Il cristianesimo, che su questo punto è del tutto nel solco dell' ebraismo, si è levato contro questo costume e lo ha a poco a poco eliminato. B) Anche l' aborto era una pratica abbastanza corrente nell' antichità. Certo, lo si considerava una cosa spiacevole, come una cattiva abitudine, ma non come un omicidio. Il cristianesimo per conto suo ritiene che il frutto dell' amore di due esseri umani è anch' esso umano. C) Nell' antichità gli schiavi erano considerati degli uomini non interamente umani. Il cristianesimo non ha cercato di liberarli - una società senza schiavi era allora impensabile. Del resto anche nella città degli schiavi in rivolta fondata da Spartaco c' erano degli schiavi. Il cristianesimo ha tuttavia privato della loro legittimità gli argomenti a favore della schiavitù, in nome della creazione dell' uomo a immagine di Dio. D) Il matrimonio delle giovani donne nella maggior parte dei casi era deciso dai lo ro genitori. La Chiesa è riuscita a garantire loro la scelta del coniuge. Ha dovuto combattere per secoli per ottenere per i giovani il diritto a sposarsi senza il consenso del padre. Si può ben dire che il cristianesimo ha combattuto l' esposizione dei neonati, l' aborto, la schiavitù, i matrimoni forzati, eccetera, che li ha proibiti o qualcosa del genere. Ma sarebbe più interessante dirlo in modo positivo: il cristianesimo ci ha fatto vedere il bambino, il feto, lo schiavo, la donna, come esseri umani a pieno titolo. A vedere gli asseriti infra -uomini come autenticamente umani nessun microscopio può aiutarci. Per convincersene basta guardare alla contro -esperienza odierna: noi sappiamo molto meglio che nell' antichità che l' em brione si sviluppa senza soluzione di continuità dal momento della fecondazione fino al parto. Ora, questo non basta per considerarlo umano. Una trentina di anni fa si sentiva dire in certi circoli femministi, rumorosi ma fortunatamente ristretti, che il feto non era che un ascesso del corpo femminile. Senza questi estremismi, la pratica delle nostre società suppone qualcosa di analogo. Queste società sono costituite come dei club privati nei quali l' ammissione di nuovi membri dipende dai membri già iscritti, i quali si riservano il diritto di bocciare i candidati indesiderabili. Si tratta di una pratica tristemente "normale". Una cultura "normale" distingue l' umanità di coloro che ne fanno parte in rapporto alla natura che si suppone fondamentalmente animale degli altri popoli. In certe popolazioni non esiste altro nome per designare gli appartenenti che quello di "gli uomini", e di conseguenza gli altri passano implicitamente per animali. I teologi parlano di oculata fides, di "occhi della fede". Ogni fede ha occhi, ogni fede permette di vedere. Questo non significa che la fede farebbe vedere qualcosa di diverso dalla realtà: l' oggetto della fede non è altro che la verità. Il cristianesimo vede la realizzazione suprema dell' umano e il culmine della presenza di Dio nel Cristo, e nel Cristo crocefisso. Nel corpo di Gesù sospeso alla croce, e anche nel suo corpo morto, la presenza di Dio nell' umano raggiunge il suo vertice - non a causa della sofferenza, ma a causa dell' amo re con cui la sofferenza è stata accettata. Questo vuol dire che ogni vita umana possiede una dignità intrinseca: è indifferente che possa esprimersi attraverso atti, che non lo possa ancora, che non lo possa più. Ora posso, dopo questa lunga digressione, porre di nuovo la domanda: che cos' ha da dire il cristianesimo all' Europa? Ebbene, in un certo senso niente. Niente di nuovo. Niente che l' uomo non abbia da lungo tempo già sapu to o dovuto sapere. C' è una sola cosa che il cristianesimo ha la possibilità e il dovere di insegnare agli europei di oggi: vedere l' umano anche là dove gli altri non vedono che del biologico da selezionare, dell' economico da sfruttare, del politico da manipolare, e così via. Poiché ho cominciato con l' arte, permettetemi di terminare questa esposizione evocando un' opera d' arte. Nella basilica di Vézelay, in Borgogna, 40 chilometri a est del minuscolo villaggio dove è nato mio padre, nel nartece si trova un timpano scolpito che rappresenta l' evento della Pentecoste, cioè la discesa dello Spirito Santo sui dodici. Attorno a questa scena lo scultore sconosciuto ha rappresentato la missione degli Apostoli presso i diversi popoli della Terra. Fra questi popoli ce ne sono molti che non sono mai esistiti se non nell' immaginazione dei geografi dell' antichità. Così si vede un gigante che si piega per carezzare la testa di un cavallo come si fa con un cagnolino, mentre un nano ha bisogno di una scala per salire su quello stesso cavallo. E si vedono figure ancora più spaesanti: degli uomini le cui orecchie sono così grandi che si potrebbero prendere per scudi, uomini il cui naso assomiglia al grugno dei maiali, eccetera. Quest' opera è tipicamente europea proprio perché richiama alla memoria l' esistenza di ciò che è assolutamente extraeuropeo. La lezione che io ne traggo personalmente è la seguente: Dio si fa dell' uomo una rappresentazione più ampia di quella che si fanno gli uomini stessi. L' antropologia divina è più inventiva di quella umana. Dio rivolge all' uomo uno sguardo più positivo e più ottimista di quello che l' uomo ha su se stesso. Di conseguenza, Dio ha più ambizione per l' uomo di quanta ne abbia l' uomo per se stesso. Ci sarà Europa tanto a lungo quanto l' ambizione umana si accenderà al fuoco dell' ambizione divina.
***
I cattolici sono discriminati, non solo a causa del mondo
di Benedetta Frigerio (Lanuovabq)
"Clerico-fascisti", "omofobi" e "islamofobi". Così vengono bollati oggi coloro che professano apertamente il loro credo e la fedeltà al Magistero della Chiesa. Un'indagine del governo scozzese dimostra che la popolazione cattolica è la più discriminata. Ma un episodio dimostra che la colpa è anche dei credenti.
"Clerico-fascisti", "omofobi" e "islamofobi". Così vengono bollati oggi i cattolici che professano apertamente il loro credo e la fedeltà al Magistero della Chiesa cattolica, con parole astutamente inventate dalla neo-lingua per proteggere la morale relativista giustificando la violenza contro i cristiani. Spesso pesantissima come nel caso dell'attacco delle femen all'arcivescovo belga Andre-Joseph Leonard (nella foto sopra).
Così gli episodi di discriminazione crescono senza che nessuno se ne scandalozzi. A denunciarlo è lo stesso governo scozzese, dove le offese riguardano oltre che le persone anche le Chiese e i sacramenti. Per questo, dopo l’ennesimo episodio dissacrante (una chiesa vicino a Glasgow è stata vandalizzata e il Santissimo Sacramento profanato) Elaine Smith, un membro del parlamento scozzese ha sollevato la questione di fronte al governo già conscio del problema.
A confermare la denuncia della Smith è infatti un rapporto governativo da cui emerge che i cattolici sono le principali vittime (il 57 per cento) di tutti i crimini religiosi avvenuti nel paese. Si riscontra inoltre che l’attacco alla fede cattolica cresce ogni anno del 14 per cento. La parlamentare ha quindi chiesto al governo di «andare a sentire quali sono le preoccupazioni della popolazione cattolica». Aggiungendo che tutti si preoccupano dell’"omofobia" o del fascismo, ma mai delle discriminazioni di chi appartiene alla Chiesa romana. Lo stesso vescovo di Glasgow, Philip Tartaglia, ha dichiarato che il problema non è il «settarismo» ma se mai «l’anti-cattolicesimo».
La denuncia scozzese arriva proprio nel momento i cui le agenzie di adozionedella diocesi americana di Filadelfia rischiano di vedersi sottratti tutti i sussidi pubblici ricevuti per l’enorme servizio sociale fatto in questo campo. Dopo che la città ha annunciato che le strutture che si oppongo all’adozione delle persone dello stesso sesso non potranno più lavorare per il Comune, Kenneth A. Gavin, portavoce della diocesi guidata dal vescovo Charles Chaput, ha ribadito che «la Chiesa cattolica non appoggia le unioni fra persone dello stesso sesso…perciò i servizi sociali cattolici non possono pensare di avviare l’adozione in contesti di unioni dello stesso sesso». La decisione della città colpisce anche la Bethany Christian Services, un’associazione globale no-profit presente in 36 Stati.
Non tutti i cattolici reagiscono come la diocesi americana, preferendo assecondare il mondo e facendo sì che la discriminazione acquisti di ferocia. Basti pensare al caso scoppiato in Usa per via degli attacchi subiti da uno studente di un college cattolico che ha difeso pubblicamente il matrimonio fra uomo e donna.
Michael Smalanskas, studente di 22 anni presso il College cattolico di Providence (Rhode Island) diretto dai frati domenicani della provincia di San Giuseppe, aveva appeso sulla bacheca del dormitorio l’immagine di alcuni sposi con scritto: «Il matrimonio come lo ha inteso Dio». Sono bastate poche ore perché il ragazzo venisse allontanato per motivi di sicurezza dal campus, mentre un gruppo di studenti lo denigrava ponendo sulla bacheca un disegno in cui Smalanskas veniva violentato da un uomo. Quel che colpisce è che si tratta di studenti che hanno scelto di frequentare un college cattolico. Tanto che Kristine Goodwin, vice presidente degli “Affari Studenteschi”, ha inviato una email ai leader degli studenti incoraggiandoli ad organizzare una marcia “anti-omofobia” in risposta alla scritta sulla bacheca, che non faceva che ribadire l’insegnamento della Chiesa.
Ancor peggio è il fatto che il rettore, padre Brian Shanley, non solo non ha condannato le minacce e i disegni violenti e pornografici contro Smalanskas, ma ha dichiarato che «è proprio di un’università cattolica prendere in considerazione le opinioni di coloro che non sono d'accordo con l'insegnamento della Chiesa». Ma come si possono definire "opinioni" gli atti violenti e non prendere le parti di chi viene discriminato per il fatto di credere in ciò che la fede cattolica dell'università che frequenta insegna?
A rispondere è stato il vescovo della diocesi, Thomas Tobin, che ha scritto una lettera data 21 marzo a Smalanskas, lodandolo per il suo «coraggio» e denunciando il comportamento riprovevole nei suoi confronti. «Ammiro e lodo il tuo coraggio nell’esporti per proclamare gli insegnamenti della Chiesa sul Santo Matrimonio...È davvero triste che, in risposta alla pubblicazione sulla bacheca, tu abbia subìto attacchi beffardi e personali, specialmente in un campus cattolico», ha sottolineato il vescovo dicendosi anche lieto per il fatto «che un certo numero di importanti professori del Providence College, così come i cappellani del College, si sono fatti avanti per sostenerti».
Quest’ultimo episodio dimostra che se da una parte l’odio sociale contro la fede ha trovato il modo di giustificare questi atti, facendo apparire i cattolici come i carnefici meriteveoli di punizioni, spesso c’è anche una complicità delle vittime. Per questo Tobin ha fatto capire al rettore dell’università che se non vigilerà per difendere il Magistero, la sua missione fallirà. «Penso - ha concluso il vescovo - che abbiamo il diritto di presumere che coloro che insegnano o che studiano in una scuola cattolica accettino, o almeno rispettino, l'identità dichiarata, la missione e gli insegnamenti fondamentali della Fede. Altrimenti ci sono molte altre buone opzioni per l'istruzione universitaria da poter scegliere se c'è chi si sente realmente minacciato o a disagio di fronte agli insegnamenti della Chiesa».
È in corso una battaglia fuori e dentro la Chiesa, il cui esito dipenderà molto non solo dalla ferocia anticlericale del mondo ma dalla pusillaminità o dall'amore per la propria fede pubblicamente testimoniato dai cattolici.
***
Erasmus - The Economist
Even in Europe, the world’s least religious continent, a dramatic turn of events can turn a little-known public servant into a posthumous hero hailed as a kind of modern martyr. Arnaud Beltrame, a police colonel, died of his injuries over the weekend after voluntarily taking the place of one of the hostages seized by a fanatical Islamist in a small French town. As it happens he was a devout Catholic who devoted (...)
mercoledì 7 marzo 2018
Una presenza cristiana autentica, grande assente dalla vita pubblica in Italia
di Luigi Negri
Non ho certamente né la competenza né la presunzione di aggiungere una mia particolare interpretazione alla vicenda elettorale che si è conclusa. Preferisco invece fare una serie di osservazioni a un livello più fondamentale della vita politica che richiama inevitabilmente una concezione dell’esistenza o - come diceva san Giovanni Paolo II - la cultura.
Vincitori e vinti sono per me accomunati da una totale assenza di cultura, cioè di una concezione dell’esistenza e quindi di una concezione dei rapporti sociali. In fondo la concezione della politica è uguale, sia in chi è stato scalzato dal potere sia in chi lo sostituisce. È una concezione sostanzialmente materialistica e consumistica.
La grande affermazione dei 5 stelle al Sud ci dice anzitutto che anche lì è risultata inesistente, inconsistente e inespressa quella tradizione popolare cattolica che normalmente era presente nelle vicende culturali e politiche del Mezzogiorno. Oggi il Mezzogiorno è azzerato nella sua tradizione e gli viene imposta dal centro ancora una volta una versione della vita e della società assolutamente estranea alla tradizione del Meridione italiano.
È come se la cultura fosse relegata ai margini della vita politica. E la vita politica fosse sostanzialmente ridotta alla possibilità che forze nuove succedano a quelle che fino ad adesso hanno detenuto il potere, ma per gestire il cosiddetto potere in un modo sostanzialmente non diverso dal passato.
Ora, che in questa visione sia difficile prevedere una via agevole per arrivare al governo rende ancora più complessa la situazione, che sicuramente è di grave difficoltà e di grave confusione.
Ora, che in questa visione sia difficile prevedere una via agevole per arrivare al governo rende ancora più complessa la situazione, che sicuramente è di grave difficoltà e di grave confusione.
E qui è necessario parlare della grande assente di questa competizione politica, che è poi la grande assente dalla vita della società italiana. Vale a dire una presenza cristiana autentica. Una presenza cristiana che è rimasta ai margini della vita sociale anche quando si compivano delitti contro la coscienza del popolo, contro la coscienza della persona. Parlo ad esempio di tutta quella trama di leggi contro la famiglia che in pochi mesi ha sostanzialmente svuotato la famiglia della sua identità, della sua missione. La famiglia è stata attaccata nella sua sostanziale identità, nella sua originale identità di essere un luogo di presenza gratuita e di responsabilità verso la storia e verso l’umanità.
E tutto questo è accaduto senza che i cattolici abbiano fatto un minimo di resistenza, o meglio c’è stata la resistenza vana di pochissimi; così pure poco più che un intervento molto flebile è stato fatto per questa ignobile questione del testamento biologico, che di fatto avvia il processo dell’eutanasia in Italia.
Appare che questa realtà cattolica italiana - che pure ha avuto una parte rilevante nella tradizione politica, sociale, democratica del nostro paese, oltre ad aver prima avuto una sostanziale capacità di resistenza al regime - sembra votata all’inincidenza. E, per inciso, val la pena ricordare che l’inincidenza è un aspetto dell’inesistenza.
Credo invece che una prova gravissima come quella che ha subito la Chiesa italiana sia come un’ultima occasione per riprendere il senso profondo della propria identità e della propria missione, soprattutto di quella missione di educazione del popolo ai valori fondamentali della vita personale e sociale, che hanno detto nei secoli una responsabilità diretta e inderogabile della Chiesa.
Se la Chiesa non educa, il popolo è abbandonato a se stesso. Ovviamente non perché la Chiesa sia l’unica agenzia educativa; ma perché la Chiesa nella misura in cui è fedele alla propria identità, immette in tutta la società valori grandi a fondazione della vita, valori grandi in quelle che sono espressioni della vita, che non viene banalizzata nell’ambito dei propri piccoli interessi materiali, personali o parentali. Sostiene il grande compito di intervenire attivamente nella vita della società e della storia. Se la Chiesa non educa, non educa la parte più viva del popolo e quindi depaupera tutto il popolo di una presenza attiva.
Quello che ci aspetta forse nei prossimi anni, se vogliamo come cristiani riscuoterci da questo torpore che ci ha avvinto, è chiedere con umiltà al Signore di aiutarci a vivere la nostra missione educativa, cioè di contribuire alla creazione di «un popolo di laici, vivi, attivi e intraprendenti», come augurava al laicato della mia prima diocesi di San Marino Montefeltro papa Benedetto XVI, congedandosi dopo una giornata indimenticabile.
Appare che questa realtà cattolica italiana - che pure ha avuto una parte rilevante nella tradizione politica, sociale, democratica del nostro paese, oltre ad aver prima avuto una sostanziale capacità di resistenza al regime - sembra votata all’inincidenza. E, per inciso, val la pena ricordare che l’inincidenza è un aspetto dell’inesistenza.
Credo invece che una prova gravissima come quella che ha subito la Chiesa italiana sia come un’ultima occasione per riprendere il senso profondo della propria identità e della propria missione, soprattutto di quella missione di educazione del popolo ai valori fondamentali della vita personale e sociale, che hanno detto nei secoli una responsabilità diretta e inderogabile della Chiesa.
Se la Chiesa non educa, il popolo è abbandonato a se stesso. Ovviamente non perché la Chiesa sia l’unica agenzia educativa; ma perché la Chiesa nella misura in cui è fedele alla propria identità, immette in tutta la società valori grandi a fondazione della vita, valori grandi in quelle che sono espressioni della vita, che non viene banalizzata nell’ambito dei propri piccoli interessi materiali, personali o parentali. Sostiene il grande compito di intervenire attivamente nella vita della società e della storia. Se la Chiesa non educa, non educa la parte più viva del popolo e quindi depaupera tutto il popolo di una presenza attiva.
Quello che ci aspetta forse nei prossimi anni, se vogliamo come cristiani riscuoterci da questo torpore che ci ha avvinto, è chiedere con umiltà al Signore di aiutarci a vivere la nostra missione educativa, cioè di contribuire alla creazione di «un popolo di laici, vivi, attivi e intraprendenti», come augurava al laicato della mia prima diocesi di San Marino Montefeltro papa Benedetto XVI, congedandosi dopo una giornata indimenticabile.
Noi non possiamo cercare di combattere il predominio quasi assoluto della mentalità laicista, il pensiero unico dominante, laicista, consumista e istintivo, con forze ideologiche; a questa marea montante della banalità, a questa marea montante della meschinità, possiamo opporre una vita nuova, quella che Cristo ci dona nel battesimo e nell’appartenenza alla Chiesa, quella che rende così bella la nostra vita quotidiana.
Ma soprattutto ci spinge a uscire dai confini della nostra vita, della nostra storia, per annunziare a ogni uomo che vive accanto a noi che Cristo è veramente risorto, abita in mezzo a noi; e nella misura in cui apriamo la nostra vita a Lui, cambia la nostra vita perché attraverso la nostra vita cambiata possa cambiare il mondo. E questa è la sfida che viene da questa amarissima sconfitta dei cattolici: recuperare la propria identità alla missione, per annunziare Cristo, perché da questo annunzio l’uomo possa essere sempre un uomo salvato. (Lanuovabq)
* Arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio
* Arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio
martedì 6 marzo 2018
Intervento del Cardinale Segretario di Stato all’Assemblea Plenaria della Commissione Internazionale Cattolica per le Migrazioni

Intervento del Cardinale Segretario di Stato all’Assemblea Plenaria della Commissione Internazionale Cattolica per le Migrazioni
Sala stampa della Santa Sede[Text: Italiano, English]
Pubblichiamo di seguito l’intervento che l’Em.mo Cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin ha pronunciato questa mattina ai lavori di apertura dell’Assemblea Plenaria della Commissione Internazionale Cattolica per le Migrazioni che ha luogo a Roma dal 6 all’8 marzo:
Intervento del Cardinale Segretario di Stato
Eccellenze, Signore e Signori, cari amici,
sono lieto di questa opportunità che mi date per rivolgervi un saluto ed offrirvi alcune considerazioni in un momento importante nel quale la Commissione Internazionale Cattolica per le Migrazioni è chiamata a dare alla Chiesa e al mondo, oltre che a sé stessa, risposte adeguate a nuove domande e ad interrogarsi sulle forme oggi più adatte per portare avanti il suo impegno nelle situazioni che riguardano le migrazioni.
Tutti qui sappiamo che l’ICMC è nata a seguito degli sconvolgimenti causati dalla II guerra mondiale, per volontà del Papa Pio XII, che l’aveva voluta per far fronte al massiccio spostamento di rifugiati, come organismo cattolico internazionale di informazione, di coordinamento e di rappresentanza per le migrazioni.
Sin dai suoi inizi, gli Episcopati delle nazioni più implicate nel fenomeno delle migrazioni furono coinvolti, tramite rappresentanti, nell’elaborazione del suo statuto, poi formalmente approvato dal Santo Padre con Lettera del 12 aprile 1951 a firma del Sostituto della Segreteria di Stato, Mons. Giovanni Battista Montini. La Commissione aveva lo scopo principale di promuovere l’applicazione dei principi cristiani in tema di migrazioni e di politiche riguardanti le popolazioni e di far adottare tali principi dalle organizzazioni internazionali, governative e non-governative, in modo particolare in favore della protezione dei diritti della famiglia.
Nei lunghi anni della sua attività in quanto organizzazione cattolica di ambito internazionale, l’ICMC, fedele alle finalità per cui è stata istituita, si è distinta per la sua azione concreta e per la competenza professionale del suo personale, intessendo rapporti con diversi organismi e istituzioni
di diverso grado. Ne è prova la stima che l’ICMC si è guadagnata da parte della comunità internazionale, collaborando, in coerenza con la sua identità cattolica, con agenzie internazionali ed altre istituzioni governative e non governative a vario livello e in Paesi diversi. A questo riguardo, sottolineo in particolare la capacità, via via acquisita dall’ICMC, di mettere in dialogo tra loro soggetti diversi: i governi e la società civile, le istituzioni umanitarie e quelle preposte alla sicurezza, le organizzazioni cattoliche e quelle appartenenti ad altre denominazioni cristiane o che non s’identificano con un’appartenenza religiosa, ma intendono operare per il bene dei migranti. Per anni, poi, l’ICMC ha coordinato, per incarico dei diversi Governi ospitanti, l’intero processo di partecipazione, a livello mondiale, delle organizzazioni della società civile agli incontri del Forum Globale su Migrazioni e Sviluppo, organizzando, con successo, i Civil Society Days.
Possiamo anche ricordare che l’ICMC ha pubblicato ricerche e guide sulle migrazioni con importanti istituzioni internazionali (UE e Consiglio d’Europa, OIM, UNHCR) e della “società civile”.
È un’esperienza concreta ed esperta di dialogo che, mi auguro, possa continuare ed estendersi, per creare e sostenere quella rete di solidarietà, l’unica che può rispondere alle grandi urgenze attuali e, insieme, garantire l’attuazione delle intese di cui si sente grande necessità a livello internazionale.
Per quanto riguarda la sua materia e le sue finalità, l’ICMC lavora ora in stretto contatto con la Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale: un lavoro che, sebbene avviato solo da poco più di un anno, ha già dato buoni frutti ed ha messo a disposizione della Sezione tutto il bagaglio di studio e di esperienza acquisito dall’ICMC.
Nello stesso modo, più volte per la sua attività presso gli organismi internazionali, l’ICMC agisce in stretto contatto con la Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato e con le Missioni Permanenti della Santa Sede. In particolare, specialmente nell’ultimo biennio e nell’anno corrente, siete anche impegnati ad offrire, in collaborazione con le Missioni Permanenti a New York e a Ginevra, il vostro apprezzato contributo per la preparazione Global Compact su una Migrazione Sicura, Ordinata e Regolare, e del Global Compact sui Rifugiati.
Ci auguriamo davvero che questi due documenti, dei quali sono in corso, rispettivamente i negoziati e le consultazioni, possano realmente rispondere alle necessità di una migliore protezione e di tutela dei diritti umani di queste persone, di fronte alle reticenze, ai ripensamenti ed alle titubanze di vari Stati, portando ad una reale ed equa collaborazione e condivisione a livello internazionale delle responsabilità e degli oneri legati all’accoglienza.
In questi giorni avrete occasione di rivedere il cammino percorso e vi interrogherete su come l'ICMC potrà continuare l'opera per cui è stata fondata, un’opera che abbiamo visto già onorata da un impegno ricco di frutti, che ora chiede di aprirvi ai nuovi orizzonti del servizio ai migranti e ai rifugiati. Questi, come Papa Francesco ci ricorda sempre, non sono numeri: sono persone, donne, uomini, bambini, che hanno un volto, che spesso soffrono e sono scartati. Un volto umano nel quale noi ravvisiamo quello di Cristo, che vogliamo servire specialmente in quelli che sono più piccoli e in necessità.
Una delle finalità per cui è nata l’ICMC è il sostegno alle famiglie migranti, che spesso emigrano alla ricerca di sicurezza e di una vita dignitosa, soprattutto per i figli. Tuttavia, molte di queste arrivano nei Paesi d’approdo dopo aver sperimentato nel viaggio violenze ed abusi, e si confrontano poi con nuove esperienze di miseria e con difficoltà prima impensate. La vicinanza della comunità cristiana e l’aiuto concreto e specializzato di organizzazioni come la vostra possono aiutare a mantenere insieme queste famiglie evitando che i figli trovino in reti alternative la risposta alle loro frustrazioni.
Di contro, benché nei Paesi di provenienza dei migranti il progresso sia legato anche al loro apporto economico a livello sociale e familiare, in questi, tuttavia, c’è una dimensione che la Chiesa non può trascurare. È quella dei familiari rimasti in patria, spesso con figli da mantenere, quando uno dei coniugi, o anche entrambi, emigrano, lasciando a casa, ad occuparsene, l’altro, o i nonni anziani, in povertà per i quali non sempre arrivano o sono sufficienti le rimesse. E talvolta il
coniuge non torna in patria. Questo è un aspetto delicato della migrazione, purtroppo diffuso, che chiede maggiore attenzione e accompagnamento.
Un altro “fronte” che si presenta all’ICMC a livello globale è quello del rifiuto dell’accoglienza. Nonostante le nazioni, specialmente quelle più progredite dal punto di vista economico, debbano innegabilmente molto del loro sviluppo ai migranti, e benché siano divulgate le loro esperienze – talvolta terribili –che causano la loro migrazione o che essi incontrano nel viaggio, la migrazione è vista oggi solo come emergenza, o pericolo, pur essendo ormai divenuto un elemento caratteristico delle nostre società.
Papa Francesco ci ricorda che “è necessario un cambio di atteggiamento verso i migranti e rifugiati da parte di tutti; il passaggio da un atteggiamento di difesa e di paura, di disinteresse o di emarginazione – che, alla fine, corrisponde proprio alla ‘cultura dello scarto ’ – ad un atteggiamento che abbia alla base la ‘cultura dell’incontro’, l’unica capace di costruire un mondo più giusto e fraterno, un mondo migliore” (Messaggio per la Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato, 2014).
Uno degli impegni difficili che si prospettano più urgenti e richiesti oggi proprio quello di lavorare perché avvenga questo cambio di atteggiamento, abbandonando la cultura dominante “dello scarto” e del rifiuto. Un lavoro d’informazione e di sensibilizzazione nel quale la vostra Commissione può aiutare la Chiesa cattolica a dissipare tanti pregiudizi e paure infondate che riguardano l’accoglienza degli stranieri e - senza nasconderci l’impegno che l’accoglienza richiede sotto molti aspetti - diffondere una percezione equilibrata e positiva della migrazione.
È un lavoro importante, tra l’altro, per la preparazione del Patto Globale sulla migrazione anche nel periodo tra la conclusione dei negoziati intergovernativi e la Conferenza di Marrakech (10-11 dicembre 2018) che dovrà adottarlo: un periodo delicato che occorre accompagnare perché, senza esitazioni, gli Stati membri dell’ONU possano condividerne l’appello con consapevolezza e determinazione.
Agli atteggiamenti di chiusura vediamo, però, contrapporsi positivamente quelli di molti giovani che ritengono la migrazione come una dimensione normale della nostra società, resa interdipendente dai collegamenti veloci, dalle comunicazioni, dalla necessità di rapporti su scala mondiale. Sono dimensioni nelle quali possiamo davvero vedere dei “segni dei tempi” che spingono alla solidarietà su una scala globale.
Dalle vostre variegate esperienze “sul campo” nasce poi un altro speciale contributo, discreto e competente, per creare vie alternative e sicure di migrazione, specialmente ove queste sono forzate da eventi violenti o da disastri. Vi incoraggio a proseguire questo lavoro che, basato sulla vostra competenza, capacità di dialogo e discrezione, costituisce una delle migliori pratiche per salvare vite, evitando i viaggi pericolosi e il ricorso ai trafficanti; per tenere unite le famiglie; per proteggere i minori in necessità; per creare tra i Paesi legami di fiducia reciproca in questo ambito, scongiurando allarmi sociali che hanno anche ripercussioni politiche.
Sono consapevole che quanto ho ora sottolineato riguarda solo alcuni orizzonti, benché pressanti, del vostro lavoro.
Ormai la migrazione è nell’agenda di ogni incontro che ho con Autorità di governo che vengono in Vaticano, o che vado a visitare. Da loro raccolgo di frequente l’apprezzamento ed anche la riconoscenza per il contributo che la Chiesa cattolica, anche tramite le organizzazioni che si ispirano ai suoi principi, offre nei loro Paesi, per consentire, come ci invita Papa Francesco, di “accogliere, proteggere, promuovere, integrare” con senso di responsabilità e di umanità questi fratelli e sorelle migranti e rifugiati.
In continuità con la sua origine, l’ICMC è ora chiamata a rinnovarsi. Questo avviene, logicamente, quando si cambiano i quadri direttivi. Infatti, in questa Assemblea, saranno cambiati i membri del Comitato Direttivo e verrà scelta una persona per il compito – che, ricordiamolo, è anche un servizio - di Presidente. Inoltre, “fortificati in uno spirito di solidarietà profetica”, vi interrogherete anche sulla necessità di un nuovo slancio di impegno in favore dei migranti, non solo nei progetti esterni, ma anche all’interno. In questa dimensione di comunione anche al vostro interno, siete chiamati a rafforzare le strutture e la coesione di quanti lavorano per l’ICMC circa
principi, orientamenti e finalità, alla luce della Dottrina Sociale della Chiesa, affinché il vostro lavoro non rimanga soltanto in un ambito strettamente umanitario, ma attraverso questo, le persone aiutate percepiscano l’influsso di “testimonianza” che solo un vissuto personale di fede potrà offrire.
È un’unità e comunione che desideriamo possano coinvolgere in questo servizio ecclesiale tutti i membri della Commissione e quanti sono impegnati nella realizzazione delle sue finalità. Auspico, al riguardo, che i miei fratelli Vescovi possano sempre più apprezzare il servizio che offre l’ICMC promuoverla ed aiutarla a crescere secondo la sua fisionomia di istituzione “di Chiesa” e “per la Chiesa”.
Nell’assicurare uno speciale ricordo nella preghiera per voi, per il vostro lavoro e perché la Commissione Internazionale Cattolica per le Migrazioni possa continuare e sempre più manifestarsi come segno concreto di fratellanza nel mondo e nella Chiesa, mi piace ricordare quanto Papa Francesco ha detto alla conclusione degli esercizi spirituali, il 23 febbraio scorso: “la Chiesa non è una gabbia per lo Spirito Santo, (…) lo Spirito vola anche fuori e lavora fuori. (…) lavora nei non credenti, nei “pagani”, nelle persone di altre confessioni religiose: è universale, è lo Spirito di Dio, che è per tutti.” A tutti portiamo, allora, attraverso il nostro amore concreto, questo annuncio libero dell’amore di Dio che accoglie, protegge, sa valorizzare e fa sentire parte della Sua famiglia. Dio, che sa ricompensare ogni sforzo, ogni gesto di buona volontà, ci aiuti ad aprirci senza paure e ritrosie ai nuovi appelli dello Spirito, per il bene dei fratelli. Vi auguro, quindi, un buono e fruttuoso lavoro!
Traduzione in lingua inglese
Your Excellencies,
Ladies and Gentlemen,
Dear friends,
I am very pleased to have this opportunity to greet you and to offer a few thoughts. This is a crucial moment in which the International Catholic Commission for Migration is called to provide for the Church and the world, as well as for itself, effective answers to new questions and to consider the most appropriate contemporary way for it to carry out its commitment in situations of migration.
Everyone here knows that the ICMC was established by Pope Pius XII following the upheavals caused by the Second World War. He wanted an international Catholic body of information, coordination and representation for migration, in order to cope with the massive displacement of refugees.
Since its beginnings, the Episcopates of the nations most affected by the phenomenon of migration were involved, through their representatives, in the drawing up of its statute, which was formally approved by the Holy Father with a letter dated 12 April 1951, and signed by the Substitute of the Secretariat of State, Mgr Giovanni Battista Montini. The Commission’s main purpose was to promote the application of Christian principles on migration and on policies concerning populations, and to seek the adoption of such principles by international organizations, both governmental and non-governmental, particularly in favour of the protection of the rights of families.
In the long years of its activity as a Catholic organization at the international level, the ICMC, faithful to the purpose for which it was established, has distinguished itself for its concrete action and for the professional competence of its staff, establishing relationships with various organizations and institutions at different levels. This is shown by the respect that the ICMC has earned in the international community, through cooperating, in keeping with its Catholic identity, with international agencies and other governmental and non-governmental institutions at various
levels and in different countries. In this regard, I particularly wish to emphasize the ability, acquired by the ICMC in the course of its activity, to establish dialogue between different subjects: governments and civil society; humanitarian and security agencies; Catholic organizations and those belonging to other Christian denominations or those that do not identify with any religious affiliation, but intend to work for the good of migrants. For years, then, the ICMC has coordinated, on behalf of the various host governments, the whole process of participation, at a global level, of civil society organizations in the meetings of the Global Forum on Migration and Development, including the successful organisation of the Civil Society Days.
It is also worth remembering that the ICMC has published research and guidelines on migration in conjunction with important international institutions (the EU and the Council of Europe, IOM, UNHCR) and civil society.
I hope that it will be possible to carry forward and extend this definite and expert experience of dialogue in order to create and sustain that network of solidarity, which alone can respond to today’s pressing needs and, together, guarantee the implementation of those agreements which are so greatly needed at the international level.
As to its scope and aims, the ICMC is now working in close contact with the Migrants and Refugees Section of the Dicastery for Promoting Integral Human Development. Even though this cooperation began a little more than a year ago, it has already yielded positive results and has made available to the Section the wealth of learning and experience acquired by the ICMC.
In the same way, on account of its constant activity with international organizations, the ICMC works in close contact with the Section for Relations with States of the Secretariat of State and with the Permanent Missions of the Holy See. Especially in this year, and in the past two years, you have been specifically committed to offering, in collaboration with the Permanent Missions in New York and Geneva, your valuable contribution to the preparation of the Global Compact on safe, orderly and peaceful Migration, and the Global Compact on Refugees.
We truly hope that these two documents, currently in the stages of negotiation and consultation respectively, will genuinely respond to the need for better protection and safeguarding of human rights, when faced with the reticence, re-evaluations and indecision of various States, and that they will lead, at an international level, to a real and fair cooperation and sharing of the responsibilities and burdens associated with the reception of migrants.
In these days you will have the opportunity to review the path you have travelled and consider how the ICMC can continue the work for which it was founded, a work that we have already seen honoured by a fruitful commitment, which now asks you to be open to new horizons of service to migrants and refugees. As Pope Francis always reminds us, they are not numbers: they are people, women, men, children, who have a face, who often suffer and are discarded. A human face in which we recognize that of Christ, whom we want to serve especially in the smallest and those in need.
One of the purposes for which the ICMC was created is to support migrant families, who often emigrate in search of safety and a dignified life, especially for their children. Many of these, however, reach their point of arrival having experienced violence and abuse on the journey, only to then face new experiences of misery and previously unthinkable difficulties. The closeness of the Christian community and the tangible and specialized help of organizations such as yours can help to keep these families together and so prevent children from seeking the answer to their frustrations in alternative networks.
Moreover, while Migrants’ progress is linked to economic contribution at the social and family level, within their countries of origin themselves there is an aspect that the Church cannot overlook. It is that of family members who have remained in their homeland, often with children to support, where one of the spouses, or both, emigrates, thus leaving the other spouse, or elderly grandparents, responsible for the home, but left in poverty given that the remittance payments do not always arrive or are insufficient. Sometimes the spouse does not even return home. This is a delicate feature of migration, unfortunately widespread, which calls for greater attention and support.
Another aspect that presents itself to the ICMC at a global level is the refusal to welcome. Even though nations, especially the most economically advanced, undeniably owe a great deal of their development to migrants, and although the sometimes terrible experiences that lead to migration, or that are encountered on the journey, are widespread, migration is seen today only as an emergency, or a danger, even though it has become a characteristic element of our societies.
Pope Francis reminds us that “a change of attitude towards migrants and refugees is needed on the part of everyone, moving away from attitudes of defensiveness and fear, indifference and marginalization – all typical of a throwaway culture – towards attitudes based on a culture of encounter, the only culture capable of building a better, more just and fraternal world.”(Message for the World Day of Migrants and Refugees, 2014).
One of the difficult tasks most urgently demanded today is precisely that of working to bring about this change of attitude, abandoning the dominant culture of waste and rejection. Providing information and raising awareness are ways in which your Commission can help the Catholic Church to dispel many unfounded prejudices and fears regarding the reception of foreigners. Without ignoring the many commitments that such welcome requires, you will also help promote a balanced and positive perception of migration.
This is an important contribution in preparation for the Global Compact on Migration, also in the period between the conclusion of the intergovernmental negotiations and the Marrakech Conference (10-11 December 2018), where it should be adopted. This delicate time calls for unhesitating guidance so that UN member states can share the appeal with awareness and determination.
In contrast to closed attitudes, however, we see the positive approach of many young people who consider migration to be a normal dimension of society, which has been made so interdependent by fast connections, by communications, and by the need for relationships on a global scale. These are dimensions in which we can certainly see the “signs of the times” that prompt solidarity on a global scale.
From your varied experiences in the field, then, comes another special contribution, a discrete and competent one, for creating alternative and safe paths of migration, especially where they are caused by violent events or disasters. I encourage you to continue this work, which based on your competence, capacity for dialogue and discretion, is one of the best ways to save lives: avoiding dangerous journeys and the use of traffickers; keeping families together; protecting minors in need; creating bonds of mutual trust between countries in this field, so as to prevent social concerns that also have political repercussions.
I am aware that although the elements just singled out are urgent, they are but a few of the larger concerns of your work. Now migration is on the agenda of every meeting I have with the governmental authorities who come to the Vatican, or whom I go to visit. I often receive their appreciation and gratitude for the contribution that the Catholic Church offers in their countries, also through the organizations inspired by its principles, to enable us to “welcome, protect, promote and integrate”, as Pope Francis invites us, with a sense of responsibility and of humanity, these migrant and refugee brothers and sisters. In continuity with its origins, the ICMC is now called to renewal. This happens, naturally, when managerial frameworks change. In fact, during this Assembly, the members of the Steering Committee will change and a person will be chosen for the task of President, which, we should remember, is also a service. Furthermore, “strengthened in a spirit of prophetic solidarity” you will also discuss the need for a renewed vigorous commitment in favour of migrants, not only in external projects, but also internally. With this dimension of communion, also among yourselves, you are called to strengthen the structures and unity of those who work for the ICMC based upon principles, approaches and aims guided by the Church’s Social Doctrine, so that the scope of your work does not remain merely humanitarian. In this way, the people you help will appreciate the influence of “witness” that only a personal experience of faith can offer.
We hope that this unity and communion will involve all the members of the Commission in this ecclesial service and those who are committed to achieving its goals. In this regard, I trust that
my brother Bishops will increasingly appreciate the service offered by the ICMC, and so promote it and help it to grow according to its features as an institution “of the Church” and “for the Church”.
Assuring you of a special remembrance in prayer for your work and that the International Catholic Commission for Migration will increasingly continue to be a concrete sign of fraternity in the world and in the Church, I would like to recall what Pope Francis said at the conclusion of the spiritual exercises on 23 February: “the Church is not a cage for the Holy Spirit, [...] the Spirit also flies out and works outside. (...) works in non-believers, in “pagans”, in people of other religious beliefs: it is universal, it is the Spirit of God, who is for everyone”. We bring to all people, through our concrete love, this free proclamation of the love of God, who welcomes, protects, knows how to value and makes you feel part of his family. May God, who knows how to reward every effort, every gesture of good will, help us to open ourselves without fear and reserve to the new appeals of the Spirit, for the good of our brothers and sisters. I hope, therefore, that your work will be good and fruitful!
Iscriviti a:
Post (Atom)