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lunedì 22 agosto 2016

Il bene che cambia la storia



(Claudio Gelain e Paolo Perego)Parte da sé, don Julián Carrón, presidente della Fraternità di CL, per "reagire" alla provocazione coraggiosa, come l'ha definita papa Francesco, del tema del Meeting 2016. Un "Tu sei un bene per me" che Carrón ha vissuto anche in questi primi giorni di Fiera, tra incontri con personaggi importanti — uno su tutti quello con il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella —, ma anche con amici, tra abbracci e saluti in mezzo a stand e mostre.
Cosa le dice questo titolo? Cos'è questo "tu"? E cosa questo bene?
Questo titolo, per me, è veramente la definizione di che cos'è la vita in rapporto con l'altro. Me ne sono reso conto nella mia esperienza quando, dovendo incontrare altri, a volte con differenti opinioni, differenti sguardi sulla vita, differenti interessi, ho percepito che mi destavano delle domande che mi facevano fare una strada e che diventava un bene per me accettare questa sfida. Ho scoperto che l'altro non era soltanto un ostacolo, ma era qualcosa che mi spalancava a capire di più, a domandarmi delle cose, a scoprire nuovi orizzonti che prima non avevo immaginato. Allora ho percepito che la realtà è amica, che l'altro è amico indipendentemente da quale sia la sua posizione. Perché ti fa diventare di più te stesso.
In questo senso, cosa la colpisce del Meeting, cosa ha visto?
Il Meeting è un luogo dove possiamo fare proprio esperienza di questo fatto. L'altro ci offre sempre delle prospettive, degli accenti, dei suggerimenti che ci arricchiscono. Il fatto che il Meeting sia un'amicizia con tante persone e che tante di loro sono colpite da questo luogo che consente a ciascuno di essere se stesso, avviene perché lo riconoscono come un bene. Sono contente di venire, sono contente di partecipare a un luogo dove si costruisce, in questa amicizia, qualcosa che è un bene per tutti.
Per esempio?
Penso a uno come Joseph Weiler, che è venuto tante volte, tanto per citare uno dei nomi più noti a tutti, e che continua a venire con assiduità. E penso a tanti personaggi che sono passati in questi anni, nella storia del Meeting, e che lo hanno riconosciuto come un luogo dove potevano essere se stessi.
Il Papa, nel suo messaggio, ha indicato nel dialogo e nell'incontro il cuore della «testimonianza personale creativa». Di che cosa parla?
Nell'incontro con l'altro noi non abbiamo già una definizione della risposta. È un dialogo. Un dialogo in cui dobbiamo immedesimarci con l'altro e tentativamente, creativamente rispondere al punto in cui l'altro è. Per fargli capire quello che desideriamo condividere con lui. Come un abbassarci, come fa il Mistero con noi, per offrirgli la ricchezza che abbiamo scoperto nella vita. E questo è una creatività, non è qualcosa che possiamo dire a tutti nello stesso modo, non è una ripetizione di quello che abbiamo fatto in una volta precedente. È un "tu" quello che hai davanti. E se non ti immedesimi con lui, non riesci neanche a dire certe cose che sono comuni in modo che possano raggiungere la persona nel cuore.
Il Papa ha anche detto che troppe volte si cede «alla tentazione di chiudersi nell'orizzonte ristretto dei propri interessi» e che «questo non è conforme alla nostra natura: fin da bambini si è portati a scoprire la bellezza del legame fra gli esseri umani». Come si realizza questo?
Proprio guardando, come dice il Papa, le evidenze più elementari. Il bambino è più se stesso quando compare la mamma mentre piange. In un legame percepisce subito il bene che la presenza della mamma è per lui. Appena si sveglia, la cerca piangendo. Questa esperienza elementare, che tutti noi abbiamo, è all'origine. Lo dicono tutti i grandi pensatori come Balthasar, noi capiamo veramente la nostra natura di "io" nel rapporto con un "tu". Questo fin dall'inizio del vivere. Quindi, che l'altro sia un bene è all'origine del nostro essere persone. Poi, questo inizio lo viviamo in tanti momenti della nostra vita. Quello che il Papa, con la sua originalità, ci mette davanti è qualcosa che tutti possiamo riconoscere nell'esperienza elementare che facciamo del vivere. Questo è il punto di partenza per capire che quello che diciamo nel titolo del nostro Meeting non è una cosa astratta. Quando l'altro è davanti e diventa un "tu" significativo, tutti riconosciamo che è una grazia, un dono. Un bene per noi.
Eppure troppe volte, dice ancora Francesco, si tende a chiudersi. Si pensa di potersi salvare da soli. È la presunzione dell'uomo moderno…
Sì. Ma dell'uomo di qualsiasi tempo. Perché anche all'inizio della storia l'uomo ha pensato di salvarsi da sé. Il peccato originale è all'inizio. L'uomo moderno lo ha amplificato. Ma è una tentazione che abbiamo tutti. Pensiamo di cavarcela meglio isolandoci, affermando il nostro individualismo, sottraendoci ai rapporti perché rendono la vita così drammatica. Ma ciascuno deve fare esperienza di questo: nessuno lo convincerà che non è così, se non perché uno fa un'esperienza positiva di rapporto con l'altro, dove l'altro è percepito come un bene. Non si risolve soltanto con un ragionamento, ma con un'esperienza in cui l'altro è percepito realmente per quello che è: un bene, che arricchisce. E che non è un limite alla mia libertà, ma una possibilità di compimento della mia verità.
C'è una parola che arriva come conseguenza di questo tema: amicizia. È nel dna del Meeting. Il presidente Mattarella l'ha definita «la leva della storia». Che cosa vuol dire? È vero?
Ma certo, perché l'amicizia fa parte del rapporto originario con la realtà. La curiosità del bambino, per cui tutto lo stupisce, tutto gli è amico. È il rapporto con il tu della mamma, del papà. Tutto è positivo. È un'amicizia. Questa è la leva che fa crescere il bambino. Quando noi siamo insieme… Questa è stata la leva in tanti momenti della storia: un popolo, un'amicizia, che si costruisce nel legame con gli altri. Questo ha fatto evolvere la storia. Questo stare insieme, questo percepire l'altro come un bene. Lo abbiamo visto nella mostra sui 70 anni della Repubblica italiana: un'esperienza, un'amicizia, anche tra persone diverse che malgrado le differenze affermano qualcosa all'origine. Questa è stata la leva della storia dell'Italia. E mi sembra importante riscoprirlo quando ci viene la tentazione dei muri, di affermare ciascuno il proprio particolare, il proprio orticello, pensando che con questo risolviamo qualcosa, e invece rendiamo più faticosa la strada.
Al Meeting si parla di conflitti, di grandi temi. Ma le fatiche di cui parlava sono anche quelle quotidiano di ciascuno…
Proprio per questo dicevo che io l'ho scoperto nella mia vita. La difficoltà di incontrare un altro con una mentalità diversa, con un'obiezione, che ha una posizione diversa sulla vita, costituisce la sfida che mette in moto te: è vero, non è vero, qual è la mia esperienza, qual è l'esperienza dell'altro… È la leva che ti spalanca, che ti mette in moto. Altrimenti, lo vediamo quando ci isoliamo, tutto diventa piatto. È la noia. Perdiamo la vita vivendo.
Ma in quello che sembra un tempo di mancanza di sfide, c'è una speranza per noi? 
Assolutamente. C'è la speranza che noi accettiamo questa sfida del reale, dell'incontro, del dialogo. La sfida che qualcosa fuori di noi ci metta in moto, ci attragga abbastanza perché valga la pena di giocarsi la partita. Senza questo, chi te lo fa fare? Solo quando troviamo qualcosa che ci sfida, ci spalanca, ci attira… Allora la vita è vita. Altrimenti si ferma.
È un Meeting che cade nell'Anno della Misericordia. Come può aiutare a viverlo?
Proprio perché tante volte l'altro appare come ostacolo, senza misericordia non c'è strada. Non c'è cammino. Anche tra amici, tra sposati, tra collaboratori di un'opera, anche tra le persone più care. Siamo tutti poveracci, bisognosi costantemente di essere perdonati. Senza questa capacità di perdono, come può esserci amicizia tra noi? L'amicizia rinasce solo dalla misericordia. Non potremmo neanche dire la parola "amicizia", storicamente parlando, senza che a un certo momento non compaia la parola "misericordia". L'esperienza della misericordia. Quindi è necessaria storicamente, tanto è vero che Dio, per poter continuare la storia con noi, ha dovuto mettere in campo la Sua misericordia. Senza questo, la storia con Lui sarebbe già bloccata dall'inizio. 

fonte 
Video dell'intervista

***

Corriere della Sera

(Dario Di Vico) Il successore di don Giussani: non c’è una centralità della questione islamica. Abbiamo riportato al primo posto la pertinenza della fede alle esigenze della vita. Sono passati quattro anni dal primo articolo nel quale don Julián Carrón, il successore di don Giussani, invitava Comunione e liberazione a liberarsi del peso della ricerca dell’egemonia e a riscoprire l’autentico valore della testimonianza. Correva l’anno di grazia 2012 e il movimento viveva giorni assai difficili. L’impegno (e il successo) politico si stava rivelando una trappola e i media abbinavano a Cl termini come «lobby» e «corruzione». (...)

venerdì 29 aprile 2016

FONTANA ROSSA





Un’immagine shock per scuotere le coscienze dall’indifferenza: questa sera venerdì 29 aprile, alle 20, il marmo candido della fontana di Trevi sarà colorato di rosso, con un fascio di luce, per ricordare il sangue dei martiri cristiani perseguitati in tante regioni del mondo. E proprio il sangue è il simbolo dei cristiani in Siria: a testimoniarlo è il vescovo caldeo di Aleppo, monsignor Antoine Audo, che venerdì sarà in prima fila, davanti alla celebre fontana romana, per partecipare alla veglia promossa dalla sezione italiana dell’associazione Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs) per «squarciare il velo di silenzio». 
Il vescovo siriano prenderà la parola per raccontare la gravità della situazione e denunciare energicamente le inerzie dei potenti. Davanti alla fontana color rosso sangue, monsignor Audo chiederà a gran voce di fare presto perché la sua gente in Siria sta soffrendo e scappando per scampare a morte certa. Eppure, sotto le bombe e nella precarietà più assoluta, il pastore caldeo mantiene ferma la speranza. Ad alimentarla — confida in un’intervista ad Arturo Celletti pubblicata giovedì 28 dal quotidiano «Avvenire» — è stato anche un anziano mendicante musulmano che, fuori dalla porta di una chiesa cattolica di Aleppo, lo ha fermato per dirgli: «Adesso sappiamo chi sono i cristiani. Sono figli di un Dio vero. Non sono falsi». Una storia, solo apparentemente «piccola», per ricordare di sperare contro ogni speranza. La Chiesa che è in Italia non ha fatto mancare la propria adesione all’iniziativa. «Imporporare la fontana di Trevi — scrive il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale — sarà l’occasione per offrire a tutti un segno della presenza, ancor oggi, del martirio, e per innalzare al Signore una preghiera a favore dei cristiani perseguitati e di tutti coloro che sono oppressi, nell’auspicio che un’accresciuta sensibilità su questo tema porti, in tanti, frutti di impegno e attivo coinvolgimento». Nel messaggio inviato per l’occasione all’Acs, il cardinale Bagnasco invita a «pregare e agire per i cristiani e con i cristiani che in ogni parte del mondo soffrono a causa dell’incomprensione, dell’odio e della persecuzione». Oltretutto, conclude, la fontana di Trevi «nella sua architettura e nelle sue composizioni, offre una raffigurazione del mare: simbolo della globalizzazione, poiché congiunge tutte le parti del pianeta», e al tempo stesso «della migrazione di tanti fratelli che attraverso il mare cercano salvezza e speranza». A motivare la scelta di compiere un atto dal forte contenuto simbolico è il presidente internazionale di Acs, il cardinale Mauro Piacenza — che interviene alla veglia — facendo presente come da Roma si alzerà «una voce scomoda, profetica, che provoca e incita a fare l’unica cosa necessaria: dar da mangiare all’affamato di pane e giustizia, vedendo in esso Gesù». Per il cardinale è decisivo pregare e agire «affinché i cuori della gente si aprano per asciugare le “lacrime di Dio” dovunque egli pianga; si educa ad amare anche gli stessi persecutori e a comprendere la Chiesa come corpo». Le parole di Gesù, del resto, sono chiare: «Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Giovanni, 15, 20). Ecco perché «finché ci saranno dei cristiani ci saranno anche dei perseguitati, poveri e indifesi». Da parte del porporato arriva, dunque, l’invito a fare «memoria del sangue dei martiri cristiani, versato per la violenza degli uomini e il peccato nel mondo: come sostiene Papa Francesco, anche il silenzio e l’omertà sono peccato». Ma siamo anche «consapevoli che questo sangue è assunto da Cristo e trasformato dalla sua divina potenza in opera di salvezza poiché, associato alla passione redentrice dell’unico Salvatore, diviene espiazione vicaria». «In questi ultimi decenni — è la chiave di lettura suggerita dal cardinale — giustamente impegnati nel prezioso tessuto del dialogo interreligioso e interculturale, abbiamo cercato varie strade per incontrare l’altro: qualcuno ha sostenuto che si potesse essere cristiani anonimi; altri che il cristianesimo fosse una delle possibili vie, e non “la” via per incontrare Dio». Però, conclude la sua riflessione, «umilmente ritengo che i martiri cristiani, e con essi tutti i cristiani, esercitino una vera e propria espiazione vicaria per Cristo, con Cristo e in Cristo, a favore di tutti gli uomini», poiché «il cristianesimo ha una dimensione strutturalmente martirologica che, lungi dall’annientarne l’effetto e la forza, lo irrobustisce e lo rende ancora più fecondo di fede, di amore e di futuro». Durante la veglia davanti alla fontana di Trevi, saranno rievocate alcune storie di martirio contemporaneo particolarmente significative. Testimoni diretti ricorderanno Shahbaz Bhatti, ucciso in Pakistan nel 2011; don Andrea Santoro, assassinato in Turchia nel 2006; le quattro missionarie della Carità trucidate a marzo nello Yemen e gli studenti dell’Università di Garissa massacrati lo scorso anno in Kenya. Tra gli altri, saranno presenti il commissario straordinario di Roma, Francesco Paolo Tronca, e il presidente della sezione italiana di Acs, Alfredo Mantovano. Significativamente anche il presidente del Senato italiano, Pietro Grasso, ha fatto sentire la propria voce: «Rigettiamo l’uso perverso della religione e di qualsiasi ideologia per giustificare la violenza, sollevando un grido di condanna e di denuncia contro le persecuzioni, ma anche di coraggio nel rivendicare la propria identità di credenti» ha scritto in un messaggio all’Acs. La veglia di venerdì si concluderà con la recita della preghiera di Pio XII per la Chiesa perseguitata. Poi, per tutta la notte, verranno proiettate immagini della persecuzione anticristiana sul marmo della fontana di Trevi “colorata” con il sangue dei martiri cristiani. 

L'Osservatore Romano

domenica 12 ottobre 2014

Vivere il privilegio della povertà



Sorella povera di Santa Chiara, abbadessa del monastero di Otranto, laureata in pedagogia con indirizzo psicologico, suor Diana Papa ha conseguito il master per counsellor professionista a indirizzo analitico-transazionale. Fino al 2012 è stata coordinatrice delle Presidenti delle Federazioni delle clarisse in Italia. Un passato da vicepresidente dell’Azione cattolica a Brindisi, è autrice di diversi volumi: «L’Emmanuele sulle strade del mondo» (2001) e «Il Risorto sulle strade del mondo» (2003), editi dalle Paoline. Dalle Dehoniane di Bologna ha pubblicato nel 2007 «Le Sorelle povere di santa Chiara» e nel 2011 «Dimora di Dio. La fede nel quotidiano». Nove anni fa ha curato per il Messaggero di Padova «Audite, Sorelle. Un itinerario per rifondare la vita consacrata», scritto da padre Giacomo Bini. Collabora alla rivista spagnola “Vida Religiosa” e ha scritto testi per l’agenzia Sir.
Come vivere oggi la relazione tra uomo e donna nella Chiesa, a partire dall’esperienza di Francesco e Chiara? «Vivendo il paradigma  dell’incarnazione. Entrambi imparano ad ascoltarsi reciprocamente, ad accogliere la bellezza della specificità senza competizione», spiega suor Diana Papa, abbadessa del onastero di Otranto. «Chiara condivide con Francesco la tenerezza, la sensibilità, la attenzione, la fecondità tipicamente femminili e lui le fa scoprire la visione panoramica della realtà, del mondo e della storia. Dalla consapevolezza della loro diversità nasce la reciprocità vissuta all’insegna dell’unico amore, Dio, che ha permesso a entrambi di scoprire la fecondità della propria e altrui solitudine. Ancora oggi urgono delle presenze femminili e maschili capaci di stupirsi per la bellezza della diversità». 

Anzitutto, perché ha scelto di entrare fra le Sorelle Povere di santa Chiara?
 
«L’esperienza di Francesco e di Chiara, la loro ricerca costante del volto di Dio nelle periferie della storia personale e in quella degli uomini e delle donne del loro tempo mi hanno sempre affascinata. Visitando la fraternità di Sorelle Povere di Santa Chiara di Otranto, ho avvertito che si poteva vivere totalmente in Dio con i piedi aderenti alla terra abitata dall’umanità. In quella occasione ho colto la bellezza della contemplazione di Cristo povero e crocifisso, la scelta di conformarsi a Lui sine proprio, vivendo il Vangelo, nella conversione costante di se stesse, nel rispetto e nell’accoglienza incondizionata di ogni fratello e sorella. Capii che, abbracciando la regola di Chiara di Assisi nella stabilità, avrei potuto vivere semplicemente il Vangelo, da consegnata a Dio in fraternità, senza possedere nulla, in obbedienza alla Parola, alla Chiesa, alla storia». 

Quali aspetti del carisma clariano possono essere riscoperti dopo otto secoli come dono per la Chiesa e per l’umanità?
 
«Chiara, trasformata in Cristo dalla contemplazione, ancora oggi ci chiede di vedere Dio operante nella storia, attraverso la bellezza dell’incarnazione. Vivendo alla presenza di Dio, siamo chiamate ogni giorno a essere donne dell’incontro, capaci di prossimità, dono incondizionato, perdono, misericordia, tenerezza. La stabilità vissuta dalla fraternità in monastero può essere un segno efficace in mezzo alle fluttuazioni delle correnti mondane: ci siamo sempre per tutti con la preghiera e con l’accoglienza. I nostri monasteri spesso sono meta di chi cerca luoghi di silenzio, di chi non si pone più le domande esistenziali, ha smarrito la propria dignità, vive il non senso della storia ed è in ricerca di amicizia, di significato, di Dio. Vibrando accanto agli uomini e alle donne del nostro tempo, la fraternità si dona totalmente nella gratuità, rendendo visibile la vicinanza fedele di Dio all’umanità». 

Chiara è stata la prima donna nella Chiesa a scrivere una regola, riuscendo a 'strappare' al Papa 'il privilegio della povertà': cosa dice questo alle donne di oggi?
 
«Abbracciare come Chiara “il privilegio della povertà” è riproporre oggi il valore dell’esistenza custodita da Dio e vissuta per amore dal suo nascere al tempo del compimento. Il vivere sine proprio ci colloca ogni giorno nella stabilità ai margini della storia, per essere, da povere, compagne di viaggio dei poveri di pane, di senso, di dignità e di amore. Quando si sperimenta la precarietà della vita e nello stesso tempo tutta la cura di Dio, si rende visibile il valore assoluto del povero come persona, la sua dignità umana sacra e inviolabile, anche se sfigurata. Identificare la propria vita con quella dei poveri non è un’ideologia, è un modo evangelico di vivere come Gesù. In atteggiamento di restituzione e abbandonate alla Provvidenza, rendiamo visibile una vita fondata sull’essenzialità. Non accumuliamo beni, condividiamo tutto con chi non ha: la giustizia di Dio attende anche da noi delle risposte! Possiamo condividere con i piccoli la dignità e il valore della vita ricevuti da Dio». 

Papa Francesco sta cercando di valorizzare la presenza femminile anche in posti di responsabilità. Qualche proposta per valorizzare ancor più il ruolo della donna in ambito ecclesiale? 
«Sono d’accordo sulla decisione di aprire le porte alla presenza femminile in luoghi di responsabilità, anche nella Curia romana. La donna non è chiamata ad occupare spazi, ma ad esserci sempre, in ogni ambiente, in nome della vocazione alla vita, portando il suo contributo specifico che non può essere sostituito da quello dell’uomo. Provo un certo disagio quando sento parlare del rispetto delle quote rosa! La presenza delle donne non è una concessione, ma un aprirsi alla reale e completa visione del mondo. L’apertura in tal senso favorisce un cambio di mentalità, per superare una concezione maschilista della vita. Bisogna pensare a itinerari formativi perché l’uomo e la donna si accolgono nella specificità e nell’unicità, nella reciprocità e nella parità della relazione, pur nel rispetto della diversità dei ruoli. La presenza femminile fa risaltare il bello della vita, perché coniuga il cuore con la ragione attraverso uno sguardo panoramico della realtà e l’attenzione al frammento; quella maschile permette di scrutare l’orizzonte, di guardare in avanti, tracciando percorsi a lungo termine con lo sguardo rivolto al futuro. Una storia solo al maschile o solo al femminile impoverisce l’universo. Solo insieme si possono aprire strade inedite per l’umanità». 

Sta per iniziare un anno che il Pontefice ha voluto dedicare alla vita religiosa: quale il ruolo (spesso nascosto ma fecondo) della donna consacrata?
 
«In questi anni abbiamo dato priorità alla cura della vita intellettuale, ma spesso abbiamo confuso l’acquisizione di competenze con la cura della vita spirituale, con il conseguente impoverimento di significatività del nostro esserci nella Chiesa per il mondo. Quest’anno potrebbe essere per tutti un tempo di grazia… Se fosse possibile, dovremmo rivivere l’anno di noviziato, per rinsaldare nella freschezza evangelica le coordinate della nostra vita, a volte dimenticate per le cose da fare, e immergerci con rinnovata passione in Dio, imitando Gesù nella quotidianità dell’esistenza. La credibilità dell’essere consacrate passa attraverso la testimonianza di una vita evangelica senza sconti. Papa Francesco ci chiede di essere donne di fede profondamente umane, capaci di leggere già nell’oggi i segni della risurrezione; donne che danno la vita per costruire con il Signore e con tutti gli uomini e le donne di buona volontà un mondo più umano, abitato dallo Spirito».
Avvenire

domenica 11 agosto 2013

Ti amo, Chiara



E' questo che ha udito Chiara. Chi le parlava era Gesù, lo stesso che parla oggi a noi attraverso il silenzio pieno di preghiera di tutte le clarisse del mondo. Quell'amore è lo stesso che si fa canto in tanti monasteri.... C'è qualcuno che pensa che Dio stesso trattiene la Sua ira proprio a causa di quel silenzio  e di  quella preghiera.
*
Vedi anche in questo blog i post con l'etichetta "Chiara di Assisi".

venerdì 10 agosto 2012

Chiara e Francesco, innamorati... Ma di Chi???


Oggi celebriamo santa Chiara di Assisi... (*)



È divenuto un luogo comune parlare dell’amicizia tra Chiara e Francesco in termini di amore umano. Nel suo noto saggio su Innamoramento e amore Francesco Alberoni scrive che “il rapporto fra santa Chiara e san Francesco ha tutti i caratteri di un innamoramento trasferito (o sublimato) nella divinità”. “Francesco e Chiara”di Fabrizio Costa, la fiction televisiva in onda su Rai Uno nell'ottobre del 2007, meglio forse di “Fratello Sole e sorella Luna” di Zeffirelli, ha saputo evitare questo cedimento al romanticismo, senza nulla togliere alla bellezza anche umana di un tale incontro. Il video di sopra chiarisce meglio, alla luce delle fonti storiche, il rapporto tra questi due giganti della santità di casa nostra. Come il testo che segue, sempre di p. Raniero Cantalamessa ofmcapp., predicatore della Casa pontificia.
* * *
Come ogni uomo, anche se santo, Francesco può aver sperimentato il richiamo della donna e del sesso. Le fonti riferiscono che per vincere una tentazione del genere una volta il santo si rotolò d’inverno nella neve. Ma non si trattava di Chiara! Quando tra un uomo e una donna sono uniti in Dio, questo vincolo, se è autentico, esclude ogni attrazione di tipo erotico, senza neppure che ci sia lotta. È come messo al riparo. È un altro tipo di rapporto. Tra Chiara e Francesco c’era certamente un fortissimo legame anche umano, ma di tipo paterno e filiale, non sponsale. Francesco chiamava Chiara la sua “pianticella” e Chiara chiamava Francesco “il nostro Padre”.

L’intesa straordinariamente profonda tra Francesco e Chiara che caratterizza l’epopea francescana non viene “dalla carne e dal sangue”. Non è, per fare un esempio altrettanto celebre, come quella tra Eloisa ed Abelardo, tra Dante e Beatrice. Se così fosse stato, avrebbe lasciato forse una traccia nella letteratura, ma non nella storia della santità. Con una nota espressione di Goethe, potremmo chiamare quella di Francesco e Chiara una “affinità elettiva”, a patto di intendere “elettiva” non solo nel senso di persone che si sono scelte a vicenda, ma nel senso di persone che hanno fatto la stessa scelta.

Antoine de Saint-Exupéry ha scritto che “amarsi non vuol dire guardarsi l’un l’altro, ma guardare insieme nella stessa direzione”. Chiara e Francesco non hanno davvero passato la vita a guardarsi l’un l’altro, a stare bene insieme. Si sono scambiati tra loro pochissime parole, quasi solo quelle riferite nelle fonti. C’era una stupenda riservatezza tra loro, tanto che il santo veniva a volte rimproverato amabilmente dai suoi frati di essere troppo duro con Chiara.

Solo alla fine della vita, vediamo questo rigore nei rapporti attenuarsi e Francesco cercare sempre più spesso conforto e conferma presso la sua “Pianticella”. È a San Damiano che si rifugia prossimo alla morte, divorato da malattie, ed è vicino a lei che intona il cantico di Frate Sole e di sorella Luna, con quell’elogio di “Sora Acqua”, “utile et humile et pretiosa et casta”, che sembra scritto pensando a Chiara.

Invece di guardarsi l’un l’altro, Chiara e Francesco hanno guardato nella stessa direzione. E si sa qual è stata per loro questa “direzione”. Chiara e Francesco erano come i due occhi che guardano sempre nella stessa direzione. Due occhi non sono solo due occhi, cioè un occhio ripetuto due volte; nessuno dei due è solo un occhio di riserva o di ricambio. Due occhi che fissano l’oggetto da angolature diverse danno profondità, rilievo all’oggetto, permettono di “avvolgerlo” con lo sguardo. Così è stato per Chiara e Francesco. Essi hanno guardato lo stesso Dio, lo stesso Signore Gesù, lo stesso Crocifisso, la stessa Eucaristia, ma da “angolature”, con doni e sensibilità propri: quelli maschili e quelli femminili. Insieme hanno colto di più di quanto avrebbero potuto fare due Francesco o due Chiara.
Se c’è una lacuna nella fiction su Francesco e Chiara è forse l’insufficiente rilievo dato alla preghiera e con essa alla dimensione soprannaturale della loro vita. Una lacuna forse inevitabile quando la vita dei santi è portata sullo schermo. La preghiera è silenzio, quiete, solitudine, mentre la parola “cinema” viene dal greco kinema che significa movimento! Ha fatto eccezione il film “Il grande silenzio” sulla vita dei certosini, ma anch’esso non reggerebbe sul piccolo schermo.

In passato si tendeva a presentare la personalità di Chiara troppo subordinata a quella di Francesco, appunto come “sorella Luna” che vive di riflesso della luce di “fratello Sole”. L’ultimo esempio in questo senso è il libro uscito nell’estate scorsa su “l’amicizia tra Francesco e Chiara” (John M. Sweeney, Light in the Dark Age: the Friendship of Francis and Clare of Assisi, Paraclete Press 2007 ).

Tanto più quindi è da lodare, nella fiction televisiva, la scelta di presentare Francesco e Chiara come due vite parallele, che si intrecciano e si svolgono in sincronia, con uguale spazio dato all’uno e all’altra. È la prima volta che avviene, in questa forma. Ciò risponde alla sensibilità attuale tesa a mettere in luce l’importanza della presenza femminile nella storia, ma nel caso nostro corrisponde alla realtà e non è una forzatura.

La scena che mi ha colpito di più vedendo, in anteprima, la fiction “Francesco e Chiara” è quella emblematica iniziale, una specie di chiave di lettura di tutta la storia. Francesco cammina su un prato, Chiara lo segue mettendo i suoi piedi, quasi per gioco, sulle orme lasciate da Francesco e alla domanda di lui: “Stai seguendo le mie orme?”, risponde luminosa: “No, altre molto più profonde”. 


* * *
Su santa Chiara di Assisi vedi anche in questo blog i post segg.:



11 Ago 2011
Chiara di Assisi - Scritti 5: Processo di Canonizzazione. PROCESSO. DI CANONIZZAZIONE. DI SANTA CHIARA. dal cod. Finaly-Landau 1975/2040. (Biblioteca Nazionale di Firenze). MS. XXXVIII, 135, sec. XV. Traduzione e ...
11 Ago 2011
Chiara di Assisi - Scritti 4: Lettere. SCRITTI DI CHIARA D'ASSISI. - Lettere -. Traduzione e note di. Feliciano Olgiati. Schede di. Chiara Augusta Lainati. - Edizioni Messaggero Padova - © Movimento francescano Assisi - ...
11 Ago 2011
In base alle argomentazioni del Pennacchi (ed. cit. pagine XIII-XXVI), riprese ampiamente da F. Casolini anche nella seconda edizione della sua traduzione della Leggenda (Vita di santa Chiara vergine d'Assisi, S. Maria ...
11 Ago 2011
Chiara di Assisi - Scritti 1: Benedizione. La catechesi di Benedetto XVI nell'udienza generale di ieri 10 agosto ha proseguito quella della settimana prededente, dedicata al significato delle vacanze come tempo di pausa e di ...

11 Ago 2011
II, 14). PRIVILEGIO DELLA POVERTÀ. 3279. Gregorio Vescovo, servo dei servi di Dio1), alle dilette figlie in Cristo Chiara e alle altre ancelle di Cristo, viventi in comune presso la chiesa di San Damiano, nella diocesi di Assisi, ...


11 Ago 2011
La divisione in capitoli non esiste nel testo originale, che si conserva tra le reliquie del Protomonastero di Santa Chiara in Assisi. La traduzione, di F. OLGIATI è sulla recente edizione di I. BOCCALI, Concordantiae verbales ...

11 Ago 2011
Nel suo contenuto si rivela come uno degli scritti più aderenti al cuore e all'anima di santa Chiara, il più ricco di ricordi autobiografici. Nessun altro, infatti, dei suoi scritti – ad eccezione del cap. VI della Regola – vibra come il ...

10 Ago 2011
Domani, cari amici, faremo memoria di Santa Chiara di Assisi. Perciò mi piace ricordare una di queste “oasi” dello spirito particolarmente care alla famiglia francescana e a tutti i cristiani: il piccolo convento di San Damiano, ...


Chiara di Assisi - Biografia e testi della Liturgia

Oggi 11 agosto celebriamo la festa liturgica di santa Chiara di Assisi.
Di seguito:
Il testo della catechesi del Papa tenuta lo scorso 15 settembre 2010;
I testi del Messale;
La seconda lettura dell'Ufficio.

Santa Chiara d'Assisi

Cari fratelli e sorelle,
una delle Sante più amate è senz’altro santa Chiara d’Assisi, vissuta nel XIII secolo, contemporanea di san Francesco. La sua testimonianza ci mostra quanto la Chiesa tutta sia debitrice a donne coraggiose e ricche di fede come lei, capaci di dare un decisivo impulso per il rinnovamento della Chiesa. 
Chi era dunque Chiara d’Assisi? Per rispondere a questa domanda possediamo fonti sicure: non solo le antiche biografie, come quella di Tommaso da Celano, ma anche gliAtti del processo di canonizzazione promosso dal Papa solo pochi mesi dopo la morte di Chiara e che contiene le testimonianze di coloro che vissero accanto a lei per molto tempo. 
Nata nel 1193, Chiara apparteneva ad una famiglia aristocratica e ricca. Rinunciò a nobiltà e a ricchezza per vivere umile e povera, adottando la forma di vita che Francesco d’Assisi proponeva. Anche se i suoi parenti, come accadeva allora, stavano progettando un matrimonio con qualche personaggio di rilievo, Chiara, a 18 anni, con un gesto audace ispirato dal profondo desiderio di seguire Cristo e dall’ammirazione per Francesco, lasciò la casa paterna e, in compagnia di una sua amica, Bona di Guelfuccio, raggiunse segretamente i frati minori presso la piccola chiesa della Porziuncola. Era la sera della Domenica delle Palme del 1211. Nella commozione generale, fu compiuto un gesto altamente simbolico: mentre i suoi compagni tenevano in mano torce accese, Francesco le tagliò i capelli e Chiara indossò un rozzo abito penitenziale. Da quel momento era diventata la vergine sposa di Cristo, umile e povero, e a Lui totalmente si consacrava. Come Chiara e le sue compagne, innumerevoli donne nel corso della storia sono state affascinate dall’amore per Cristo che, nella bellezza della sua Divina Persona, riempie il loro cuore. E la Chiesa tutta, per mezzo della mistica vocazione nuziale delle vergini consacrate, appare ciò che sarà per sempre: la Sposa bella e pura di Cristo. 
In una delle quattro lettere che Chiara inviò a sant’Agnese di Praga, la figlia del re di Boemia, che volle seguirne le orme, parla di Cristo, suo diletto Sposo, con espressioni nunziali, che possono stupire, ma che commuovono: “Amandolo, siete casta, toccandolo, sarete più pura, lasciandovi possedere da lui siete vergine. La sua potenza è più forte, la sua generosità più elevata, il suo aspetto più bello, l’amore più soave e ogni grazia più fine. Ormai siete stretta nell’abbraccio di lui, che ha ornato il vostro petto di pietre preziose… e vi ha incoronata con una corona d’oro incisa con il segno della santità” (Lettera primaFF, 2862).
Soprattutto al principio della sua esperienza religiosa, Chiara ebbe in Francesco d’Assisi non solo un maestro di cui seguire gli insegnamenti, ma anche un amico fraterno. L’amicizia tra questi due santi costituisce un aspetto molto bello e importante. Infatti, quando due anime pure ed infiammate dallo stesso amore per Dio si incontrano, esse traggono dalla reciproca amicizia uno stimolo fortissimo per percorrere la via della perfezione. L’amicizia è uno dei sentimenti umani più nobili ed elevati che la Grazia divina purifica e trasfigura. Come san Francesco e santa Chiara, anche altri santi hanno vissuto una profonda amicizia nel cammino verso la perfezione cristiana, come san Francesco di Sales e santa Giovanna Francesca di Chantal. Ed è proprio san Francesco di Sales che scrive: “È bello poter amare sulla terra come si ama in cielo, e imparare a volersi bene in questo mondo come faremo eternamente nell'altro. Non parlo qui del semplice amore di carità, perché quello dobbiamo averlo per tutti gli uomini; parlo dell'amicizia spirituale, nell'ambito della quale, due, tre o più persone si scambiano la devozione, gli affetti spirituali e diventano realmente un solo spirito” (Introduzione alla vita devota III, 19).
Dopo aver trascorso un periodo di qualche mese presso altre comunità monastiche, resistendo alle pressioni dei suoi familiari che inizialmente non approvarono la sua scelta, Chiara si stabilì con le prime compagne nella chiesa di san Damiano dove i frati minori avevano sistemato un piccolo convento per loro. In quel monastero visse per oltre quarant’anni fino alla morte, avvenuta nel 1253. Ci è pervenuta una descrizione di prima mano di come vivevano queste donne in quegli anni, agli inizi del movimento francescano. Si tratta della relazione ammirata di un vescovo fiammingo in visita in Italia, Giacomo di Vitry, il quale afferma di aver trovato un grande numero di uomini e donne, di qualunque ceto sociale che “lasciata ogni cosa per Cristo, fuggivano il mondo. Si chiamavano frati minori e sorelle minori e sono tenuti in grande considerazione dal signor papa e dai cardinali… Le donne … dimorano insieme in diversi ospizi non lontani dalle città. Nulla ricevono, ma vivono del lavoro delle proprie mani. E sono grandemente addolorate e turbate, perché vengono onorate più che non vorrebbero, da chierici e laici” (Lettera dell’ottobre 1216FF, 2205.2207).
Giacomo di Vitry aveva colto con perspicacia un tratto caratteristico della spiritualità francescana cui Chiara fu molto sensibile: la radicalità della povertà associata alla fiducia totale nella Provvidenza divina. Per questo motivo, ella agì con grande determinazione, ottenendo dal Papa Gregorio IX o, probabilmente, già dal papa Innocenzo III, il cosiddetto Privilegium Paupertatis (cfr FF, 3279). In base ad esso, Chiara e le sue compagne di san Damiano non potevano possedere nessuna proprietà materiale. Si trattava di un’eccezione veramente straordinaria rispetto al diritto canonico vigente e le autorità ecclesiastiche di quel tempo lo concessero apprezzando i frutti di santità evangelica che riconoscevano nel modo di vivere di Chiara e delle sue sorelle. Ciò mostra come anche nei secoli del Medioevo, il ruolo delle donne non era secondario, ma considerevole. A questo proposito, giova ricordare che Chiara è stata la prima donna nella storia della Chiesa che abbia composto una Regola scritta, sottoposta all’approvazione del Papa, perché il carisma di Francesco d’Assisi fosse conservato in tutte le comunità femminili che si andavano stabilendo numerose già ai suoi tempi e che desideravano ispirarsi all’esempio di Francesco e di Chiara. 
Nel convento di san Damiano Chiara praticò in modo eroico le virtù che dovrebbero contraddistinguere ogni cristiano: l’umiltà, lo spirito di pietà e di penitenza, la carità. Pur essendo la superiora, ella voleva servire in prima persona le suore malate, assoggettandosi anche a compiti umilissimi: la carità, infatti, supera ogni resistenza e chi ama compie ogni sacrificio con letizia. La sua fede nella presenza reale dell’Eucaristia era talmente grande che, per due volte, si verificò un fatto prodigioso. Solo con l’ostensione del Santissimo Sacramento, allontanò i soldati mercenari saraceni, che erano sul punto di aggredire il convento di san Damiano e di devastare la città di Assisi.
Anche questi episodi, come altri miracoli, di cui si conservava la memoria, spinsero il Papa Alessandro IV a canonizzarla solo due anni dopo la morte, nel 1255, tracciandone un elogio nella Bolla di canonizzazione in cui leggiamo: “Quanto è vivida la potenza di questa luce e quanto forte è il chiarore di questa fonte luminosa. Invero, questa luce si teneva chiusa nel nascondimento della vita claustrale e fuori irradiava bagliori luminosi; si raccoglieva in un angusto monastero, e fuori si spandeva quanto è vasto il mondo. Si custodiva dentro e si diffondeva fuori. Chiara infatti si nascondeva; ma la sua vita era rivelata a tutti. Chiara taceva, ma la sua fama gridava” (FF, 3284). Ed è proprio così, cari amici: sono i santi coloro che cambiano il mondo in meglio, lo trasformano in modo duraturo, immettendo le energie che solo l’amore ispirato dal Vangelo può suscitare. I santi sono i grandi benefattori dell’umanità!
La spiritualità di santa Chiara, la sintesi della sua proposta di santità è raccolta nella quarta lettera a Sant’Agnese da Praga. Santa Chiara adopera un’immagine molto diffusa nel Medioevo, di ascendenze patristiche, lo specchio. Ed invita la sua amica di Praga a riflettersi in quello specchio di perfezione di ogni virtù che è il Signore stesso. Ella scrive: “Felice certamente colei a cui è dato godere di questo sacro connubio, per aderire con il profondo del cuore [a Cristo], a colui la cui bellezza ammirano incessantemente tutte le beate schiere dei cieli, il cui affetto appassiona, la cui contemplazione ristora, la cui benignità sazia, la cui soavità ricolma, il cui ricordo risplende soavemente, al cui profumo i morti torneranno in vita e la cui visione gloriosa renderà beati tutti i cittadini della celeste Gerusalemme. E poiché egli è splendore della gloria, candore della luce eterna e specchio senza macchia, guarda ogni giorno questo specchio, o regina sposa di Gesù Cristo, e in esso scruta continuamente il tuo volto, perché tu possa così adornarti tutta all’interno e all’esterno… In questo specchio rifulgono la beata povertà, la santa umiltà e l’ineffabile carità” (Lettera quartaFF, 2901-2903). 
Grati a Dio che ci dona i Santi che parlano al nostro cuore e ci offrono un esempio di vita cristiana da imitare, vorrei concludere con le stesse parole di benedizione che santa Chiara compose per le sue consorelle e che ancora oggi le Clarisse, che svolgono un prezioso ruolo nella Chiesa con la loro preghiera e con la loro opera, custodiscono con grande devozione. Sono espressioni in cui emerge tutta la tenerezza della sua maternità spirituale: “Vi benedico nella mia vita e dopo la mia morte, come posso e più di quanto posso, con tutte le benedizioni con le quali il Padre delle misericordie benedisse e benedirà in cielo e in terra i figli e le figlie, e con le quali un padre e una madre spirituale benedisse e benedirà i suoi figli e le sue figlie spirituali. Amen” (FF, 2856).




11 AGOSTO - XVIII SETTIMANA DEL T.O. ANNO PARI - SABATO
SANTA CHIARA D'ASSISI, VERGINE (m) 
MESSALE
 
Antifona d'Ingresso
Oggi è sorta una stella:
oggi santa Chiara, poverella di Cristo, 

è volata alla gloria dei cielo.



Colletta

Dio misericordioso, che hai ispirato a santa Chiara un ardente amore per la povertà evangelica, per sua intercessione concedi anche a noi di seguire Cristo povero e umile, per godere della tua visione nella perfetta letizia del tuo regno. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
 per tutti i secoli dei secoli...

 

  

LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura
   Ab 1, 12 - 2, 4Il giusto vivrà per la sua fede. 
Dal libro del profeta Abacuc
Non sei tu fin da principio, Signore,
il mio Dio, il mio Santo?
Noi non moriremo!
Signore, tu lo hai scelto per far giustizia,
l’hai reso forte, o Roccia, per punire.
Tu dagli occhi così puri
che non puoi vedere il male
e non puoi guardare l’oppressione,
perché, vedendo i perfidi, taci,
mentre il malvagio ingoia chi è più giusto di lui?
Tu tratti gli uomini come pesci del mare,
come animali che strisciano e non hanno padrone.
Egli li prende tutti all’amo,
li pesca a strascico,
li raccoglie nella rete,
e contento ne gode.
Perciò offre sacrifici alle sue sciàbiche
e brucia incenso alle sue reti,
perché, grazie a loro, la sua parte è abbondante
e il suo cibo succulento.
Continuerà dunque a sguainare la spada
e a massacrare le nazioni senza pietà?
Mi metterò di sentinella,
in piedi sulla fortezza,
a spiare, per vedere che cosa mi dirà,
che cosa risponderà ai miei lamenti.
Il Signore rispose e mi disse:
«Scrivi la visione
e incidila bene sulle tavolette,
perché la si legga speditamente.
È una visione che attesta un termine,
parla di una scadenza e non mentisce;
se indugia, attendila,
perché certo verrà e non tarderà.
Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto,
mentre il giusto vivrà per la sua fede».
 
Salmo Responsoriale
    Dal Salmo 9 
Tu non abbandoni chi ti cerca, Signore.
Il Signore siede in eterno,
stabilisce il suo trono per il giudizio:
governerà il mondo con giustizia,
giudicherà i popoli con rettitudine.

Il Signore sarà un rifugio per l’oppresso,
un rifugio nei momenti di angoscia.
Confidino in te quanti conoscono il tuo nome,
perché tu non abbandoni chi ti cerca, Signore.

Cantate inni al Signore, che abita in Sion,
narrate le sue imprese tra i popoli,
perché egli chiede conto del sangue versato,
se ne ricorda, non dimentica il grido dei poveri.
  

Canto al Vangelo   
2Tm 1,10
Alleluia, alleluia.

Il salvatore nostro Cristo Gesù ha vinto la morte
e ha fatto risplendere la vita per mezzo del Vangelo.

Alleluia.


Mt 17, 14-19Se avrete fede, nulla vi sarà impossibile.

Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, si avvicinò a Gesù un uomo che gli si gettò in ginocchio e disse: «Signore, abbi pietà di mio figlio! È epilettico e soffre molto; cade spesso nel fuoco e sovente nell’acqua. L’ho portato dai tuoi discepoli, ma non sono riusciti a guarirlo».
E Gesù rispose: «O generazione incredula e perversa! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo qui da me». Gesù lo minacciò e il demonio uscì da lui, e da quel momento il ragazzo fu guarito.
Allora i discepoli si avvicinarono a Gesù, in disparte, e gli chiesero: «Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?». Ed egli rispose loro: «Per la vostra poca fede. In verità io vi dico: se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte: “Spòstati da qui a là”, ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile».
 



Rifletti sulla povertà, umiltà e carità di Cristo
Dalla «Lettera alla beata Agnese di Praga» di santa Chiara, vergine
(Ed. I. Omaechevarria, Escritos de Santa Clara, Madrid 1970, pp. 339-341)

Felice certamente chi può esser partecipe del sacro convito, in modo da aderire con tutti i sentimenti del cuore a Cristo, la cui bellezza ammirano senza sosta tutte le beate schiere dei cieli, la cui tenerezza commuove i cuori, la cui contemplazione reca conforto, la cui bontà sazia, la cui soavità ricrea, il cui ricordo illumina dolcemente, al cui profumo i morti riacquistano la vita e la cui beata visione renderà felici tutti i cittadini della celeste Gerusalemme.
Poiché questa visione è splendore di gloria eterna, «riflesso della luce perenne, uno specchio senza macchia» (Sap 7, 26), guarda ogni giorno in questo specchio, o regina, sposa di Gesù Cristo. Contempla continuamente in esso il tuo volto, per adornarti così tutta interiormente ed esternamente, rivestirti e circondarti di abiti multicolori e ricamati, abbellirti di fiori e delle vesti di tutte le virtù, come si addice alla figlia e sposa castissima del sommo Re. In questo specchio rifulge la beata povertà, la santa umiltà e l'ineffabile carità. Contempla lo specchio in ogni parte e vedrai tutto questo.
Osserva anzitutto l'inizio di questo specchio e vedrai la povertà di chi è posto in una mangiatoia ed avvolto in poveri panni. O meravigliosa umiltà, o stupenda povertà! Il Re degli angeli, il Signore del cielo e della terra è adagiato in un presepio!
Al centro dello specchio noterai l'umiltà, la beata povertà e le innumerevoli fatiche e sofferenze che egli sostenne per la redenzione del genere umano.
Alla fine dello stesso specchio noterai l'umiltà, la beata povertà e le innumerevoli fatiche e sofferenze che egli sostenne per la redenzione del genere umano. Alla fine dello stesso specchio potrai contemplare l'ineffabile carità per cui volle patire sull'albero della croce ed in esso morire con un genere di morte di tutti il più umiliante. Perciò lo stesso specchio, posto sul legno della croce, ammoniva i passanti a considerare queste cose, dicendo: «Voi tutti che passate per la via, considerare e osservate se c'è un dolore simile al mio dolore!» (Lam 1, 12). Rispondiamo dunque a lui, che grida e si lamenta, con un'unica voce ed un solo animo: «Ben se ne ricorda e si accascia dentro di me la mia anima» (Lam 3, 20).
Così facendo ti accenderai di un amore sempre più forte, o regina del Re celeste.
Contempla inoltre le sue ineffabili delizie, le ricchezze e gli eterni onori, sospira con ardente desiderio ed amore del cuore, ed esclama: «Attirami dietro a te, corriamo al profumo dei tuoi aromi» (Ct 1, 3 volg.), o Sposo celeste. Correrò, né verrò meno fino a che non mi abbia introdotto nella tua dimora, fino a che la tua sinistra non stia sotto il mio capo e la tua destra mi cinga teneramente con amore (cfr. Ct 2, 4. 6).
Nella contemplazione di queste cose, ricordati di me, tua madre, sapendo che io ho scritto in modo indelebile il tuo ricordo sulle tavolette del mio cuore, ritenendoti fra tutte la più cara