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domenica 10 maggio 2015

Santità e peccato



Giovanni d’Ávila e la riforma della Chiesa. 

(Vicente Cárcel Ortí) Nel 1987, monsignor Juan del Río Martín, oggi arcivescovo castrense di Spagna, cominciò a pubblicare le sue ricerche sul santo apostolo dell’Andalusia, oggetto di molti studi giudicati però carenti di un’analisi teologica sulla sua ecclesiologia. L’opera, raccolta nel volume Santidad y pecado en la Iglesia. Hacia una eclesiología de San Juan de Ávila (Madrid, Biblioteca de Autores Cristianos, 2015, pagine li+391, euro 21) è stata presentata lunedì scorso a Madrid.
Il tema è originale e suggestivo perché il santo studiato è stato proclamato dottore della Chiesa universale da Papa BenedettoXVI il 7 ottobre 2012, durante la messa inaugurale della tredicesima assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi. Da allora san Giovanni d’Ávila gode di maggiore autorità dottrinale nella Chiesa, lo studio del suo pensiero ha ricevuto nuovo impulso e la sua conoscenza è divenuta più necessaria. Papa Ratzinger ha definito così Giovanni d’Ávila nell’omelia della suddetta celebrazione: «Profondo conoscitore delle sacre Scritture, era dotato di ardente spirito missionario. Seppe penetrare con singolare profondità i misteri della redenzione operata da Cristo per l’umanità. Uomo di Dio, univa la preghiera costante all’azione apostolica. Si dedicò alla predicazione e all’incremento della pratica dei sacramenti, concentrando il suo impegno nel migliorare la formazione dei candidati al sacerdozio, dei religiosi e dei laici, in vista di una feconda riforma della Chiesa». 
Il nuovo dottore della Chiesa universale, patrono del clero spagnolo, iniziatore dell’ascetica e della mistica in Spagna, fu uno dei principali esponenti della riforma personale ed ecclesiale vissuta tra il 1525 e il 1569, periodo estremamente complesso nella storia civile, intellettuale e spirituale d’Europa.
Monsignor del Río Martín ha scelto per il suo libro il titoloSantidad y pecado en la Iglesia, come il più appropriato per analizzare la sua ecclesiologia e comprendere il suo concetto di riforma della Chiesa che nasce da elementi soprannaturali, ma allo stesso tempo esige cambiamenti strutturali, in modo da attrarre i poveri e quanti si sono allontanati. L’autore sottolinea il modo di comunicare del maestro di Ávila, basato sul suo cristocentrismo del Dio fattosi uomo, sul desiderio di riforma della Chiesa, sulle speranze di un cristianesimo in missione, sull’ideale di una teologia sempre al servizio dell’evangelizzazione. 
L’opera ha richiesto un ingente lavoro di sintesi e di sistematizzazione di dati e di elementi dispersi nell’ampia produzione del santo, in cui si mette in evidenza la santità come il grande dono di Dio alla sua Chiesa, nella consapevolezza però che il peccato dei cristiani è sempre una realtà che sfigura l’immagine del popolo di Dio. La Chiesa santa ha sempre bisogno di purificazione. Il problema è ancora attuale e il contributo di Giovanni d’Ávila continua a offrire luce nel tempo presente, anche se si sviluppò in Andalusia e lui non poté realizzare il suo desiderio di diffondere la fede nel Nuovo mondo. La sua azione apostolica si nutriva di un profondo contatto con Dio; la preghiera e l’apostolato non furono mai un’alternativa per lui. Promosse la pratica dei sacramenti e la sua preoccupazione pastorale abbracciò gli uomini e le donne di ogni condizione, senza dimenticare nessuno. Possiamo prenderlo come modello nel nostro tempo in cui tutti siamo invitati a una nuova evangelizzazione. 
Il maestro di Ávila fu un uomo della sua epoca, conoscitore dei movimenti spirituali e teologici che percorrevano l’Europa delXVI secolo. Seguì con attenzione i laboriosi sviluppi del concilio di Trento e assimilò a fondo i suoi insegnamenti. Fu prima di tutto un teologo pastorale con solidi fondamenti dottrinali e analizzò e contemplò ogni realtà creata a partire dalla manifestazione dell’amore divino in Cristo.
L’opera che presentiamo è un ampliamento e un aggiornamento della ricerca dottorale, per la quale l’autore ha avuto a disposizione l’antica edizione in sei volumi delle opere di san Giovanni d’Ávila della Biblioteca de Autores Cristianos (Bac). Da allora ha approfondito molto le sue conoscenze, con nuovi e preziosi contributi su aspetti meno noti della sua vita e del suo ministero, sul suo processo di beatificazione e di canonizzazione nel 1970, e sulla ponenza per il conferimento del titolo di dottore della Chiesa nel 2012. Negli ultimi anni la stessa Bac ha promosso una nuova edizione degli scritti di questo santo. È stato necessario un laborioso sforzo per rivedere le citazioni e adattare i riferimenti a questa più recente edizione critica. L’opera, quindi, esce ora rimodernata, aggiornata in un aspetto tanto centrale come lo è citare l’autore studiato con la massima garanzia di fedeltà ai suoi scritti e al suo spirito. 
Il testo lascia parlare san Giovanni d’Ávila e lo rende accessibile al lettore, a portata di mano. Suddivisa in tre parti, che trattano il mistero della Chiesa, i santi in Cristo e il peccato come ostacolo alla santità che sfigura la Chiesa, si conclude con alcune riflessioni sull’ecclesiologia e con alcune sue linee maestre. Termina evidenziando i valori perenni della dottrina sulla Chiesa del maestro di Ávila. Tra i meriti dell’autore, che ha saputo realizzare una riuscita sintesi della dottrina ecclesiologica del santo, vanno segnalate l’ampia bibliografia, divisa in fonti edite e inedite, e la selezionata letteratura sugli studi attorno all’apostolo dell’Andalusia.
L'Osservatore Romano

venerdì 9 maggio 2014

Sabato della III settimana del Tempo Pasquale


Sulla memoria liturgica di oggi (san Giovanni di Avila, Dottore della Chiesa), vedi anche in questo blog tutti i post con la etichetta relativa. In particolare vedi il preziosissimo:

Kairos: San Juan de Avila y el Camino Neocatecumenal ...

kairosterzomillennio.blogspot.com/.../san-juan-de-avila-y-el-camino.htm...
04/ott/2012 - 4411 y 12. - LIBRO ESPIRITUAL sobre el verso AUDIFILIAET VIDE,etcPs4411 y 12. - Terza ParteSan Juan de Avila -. 4411 y 12.

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Di seguito il Vangelo di oggi con un commento.
Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». 
Gesù disse: «In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. 
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. 
Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. 
Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. 
Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno». 
Queste cose disse Gesù, insegnando nella sinagoga a Cafarnao.   (Dal Vangelo secondo Giovanni 6, 60-69)

"Volete andarvene anche voi?"

"Volete andarvene anche voi?". La domanda di Gesù ci interroga oggi con tenerezza e fermezza. Gesù conosceva il destino di solitudine che lo attendeva. Solo, nella passione e sulla Croce, solo, nel sepolcro. Ma proprio quell'estrema solitudine lo ha costituito primogenito di una moltitudine immensa. Dalla sua solitudine è sorta la Chiesa, frutto primaticcio della sua risurrezione. Sì, Gesù è morto solo per risorgere insieme ad ogni uomo, perche' "se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto" (Gv 12,24). E' la solitudine della Croce che genera la comunione; il dono totale di se' suppone l'essere abbandonati, rifiutati, lasciati soli, poiche' esso avviene sempre quando le strategie umane segnano il passo, quando ogni relazione risulta compromessa. Ci si dona veramente solo quando l'altro non ha piu' nulla da dare, quando tradisce, quando rifiuta. L'amore si rivela autentico e fecondo, gratuito, proprio quando non ha nulla da sperare dall'altro, quando questi sembra perduto. Per questo Gesu' risorto dice alla Maddalena di andare ad annunciare ai suoi fratelli che Egli sarebbe salito al "Padre suo e Padre loroDio suo e Dio loro": il passaggio solitario nella morte aveva misteriosamente condotto nella comunione ormai senza limiti dei figli dello stesso Padre quanti lo avevano tradito e lasciato solo. Come Giuseppe, proprio perche' venduto e abbandonato dai fratelli, ha potuto provvedere alla loro indigenza, stringendosi con essi in una comunione rinnovata, che sorge dal celeste sguardo di fede capace di superare i peccati. Per questo Gesù andava incontro senza indugio al suo destino di solitudine. E scrutava i cuori dei suoi discepoli; non chiedeva loro di rimanere con Lui, sapeva che non l'avrebbero fatto. Illuminava il loro cuore per liberarlo dalla menzogna e dall'inganno. Li preparava per lo stesso suo destino. Seguire il Signore, infatti, e' partecipare della sua solitudine. Ogni apostolo e' chiamato ad offrire la propria vita con Lui, proprio quando il linguaggio della predicazione e della testimonianza si fa duro, impossibile da comprendere. La missione della Chiesa - come quello di un padre, di un amico, di un fidanzato o anche di un coniuge - e' quella di essere sacramento di salvezza, come un'ostia offerta per ogni uomo. La Chiesa e' il corpo di Cristo abbandonato e tradito, lasciato solo nella morte perche' il mondo riceva la vita. "Volete andarvene anche voi?", volete anche voi rifiutare la durezza salutare del linguaggio della Croce, l'unico capace di distruggere la durezza del peccato? Le parole con le quali Gesu' ha annunciato la sua missione di Pane celeste, di unico e vero alimento che risuscita e da' la vita, sono parole dure, difficili da comprendere, perche' è duro il giogo del peccato che imprigiona la carne. I discepoli mormorano e non capiscono perche' la carne soggetta al peccato occulta l'estrema serieta' e tragicita' di un'esistenza lontana da Dio. E' necessario lo Spirito Santo che illumini e liberi la carne; sono necessarie "le parole di Gesù che infondono Spirito e Vita". Restare con Gesu', seguirlo e dimorare con Lui significa dunque accogliere le sue parole che generano la fede, perche' si compiano nella propria vita: "Quest’inquietante provocazione ci risuona nel cuore e attende da ciascuno una risposta personale. Gesu' infatti non si accontenta di un’appartenenza superficiale e formale, non gli e' sufficiente una prima ed entusiastica adesione; occorre, al contrario, prendere parte per tutta la vita "al suo pensare e al suo volere". SeguirLo riempie il cuore di gioia e da' senso pieno alla nostra esistenza, ma comporta difficolta' e rinunce perché molto spesso si deve andare controcorrente" (Benedetto XVI). Fede e conoscenza dunque, bastioni su cui la noia, le alienazioni, la disperazione si infrangono senza recar danno.Dove andare se davvero abbiamo incontrato Cristo? Per quali sentieri sciogliere la mente se una Parola ci ha donato la vita eterna? Il mondo sbuccia la vita come un carciofo, cerca, ricerca, e non trova nulla. Noi invece, per pura Grazia, abbiamo incontrato una Parola, quella che nessuno ha mai pronunciato, la Parola di Gesu'. A volte può sembrar dura, spesso lo e' davvero, specie quando ci smaschera, e ci ritroviamo cosi' imprigionati dall'orgoglio da non poter credere a un amore cosi' grande che si fa carne da mangiare. Ma e' sempre una Parola di liberta', la misericordia che ci ha colto quando non meritavamo nulla, se non una condanna esemplare, forse oggi, forse ora. Un amore senza limiti capace di ricreare quanto in noi il peccato ha distrutto. Una Parola di vita eterna. Non un articolo di giornale, un'opinione, un proclama; tanto meno una linea politica disegnata per essere smentita dall'arroganza e dagli appetiti della carne. Una semplice Parola capace di incastrarsi nel nostro cuore e farne un prodigio, trasformandolo nel cuore di Cristo. Dove andare, cosa ancora cercare, quali speranza ancora inseguire, se davvero abbiamo ascoltato la sua Parola, se in essa abbiamo conosciuto Cristo, l'unico che ci ama davvero? La vita e' molto meno complicata di quel che crediamo, perche' la vita si risolve in un incontro. La Chiesa e' qui, oggi e sino alla fine del mondo, per offrire a ogni uomo la possibilita' di questo incontro. La nostra stessa vita ci e' donata per incontrare il Signore. Accettando la solitudine in famiglia, al lavoro, nella scuola, la solitudine profonda che ci afferra quando il marito non ci comprende, quando il fidanzato vorrebbe quello che proprio non possiamo e non dobbiamo dare, quando un figlio si intestardisce e non ascolta piu'; accettare la solitudine provocata dalla parola dura di un amore incorruttibile annunciata al prossimo, parola di verita' rifiutata e calpestata: accettare ed entrare in questa solitudine per riscattare proprio chi ci rifiuta e ci abbandona, per riconsegnarlo al Padre. Non vi e' altra missione per noi, essere la carne e il sangue di Cristo per chiunque si affacci alla nostra vita: "noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio", per questo abbiamo in noi la vita che non muore, e con essa possiamo scendere nella solitudine del sepolcro dove giace chi ci e' accanto, per risvegliarlo e riscattarlo, perche' possa riconoscere, con noi, in Dio suo Padre.  

domenica 6 ottobre 2013

Ogni singola frase predicata dev’essere vissuta



Il 7 ottobre 2012 Benedetto XVI ha proclamato Giovanni d’Ávila dottore della Chiesa. 

(Antonio Cañizares, Cardinale prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti) È trascorso un anno da quando Benedetto XVI ha proclamato san Giovanni di Ávila dottore della Chiesa universale. Facciamo grata memoria di questo santo sacerdote spagnolo del XVI secolo, vetta della più alta spiritualità cristiana, vero gigante dell’essere e dell’anima sacerdotale, maestro di sacerdoti, rinnovatore profondo della Chiesa, che tanto risplendette nella Spagna insieme a figure quali santa Teresa di Gesù, sant’Ignazio di Loyola, san Giovanni della Croce. Instancabile lavoratore nel campo del vangelo, predicatore che, alla sua epoca, portò a termine in modo singolare, unico e infaticabile quella che oggi chiameremmo “nuova evangelizzazione”. Per questo viene riconosciuto come apostolo dell’Andalusia: un vero pastore conforme al cuore di Dio, dono di Dio alla Chiesa di tutti i tempi.
San Giovanni di Ávila è un maestro; così veniva chiamato al suo tempo e così continua a essere chiamato da secoli: il “Maestro Ávila”, modello ed esempio da seguire e da imitare per quanto concerne l’essere e il vivere sacerdotale. Maestro e dottore, risplende in modo particolare come predicatore, come evangelizzatore. In tutte le città per le quali passava lo si trovava ad annunciare il Vangelo, a predicare. Non gli importava predicare in mezzo alla strada. Come a san Paolo, non gli piaceva un sermone in cui non si predicasse Cristo crocifisso, nel cui mistero «sapeva tutto ciò che per la nostra salvezza si può sapere, che è tutto quello che comprende e tratta la teologia cristiana». La sua predicazione era fatta con verità e nasceva dalla carità pastorale. Perciò nelle sue Advertencias al Sínodo de Toledo diceva: «conviene che quanti sono inviati a tale ministero di predicare siano persone che, oltre a una sufficiente formazione, abbiano carità e zelo per conquistare anime, attirandole a Dio con la loro dottrina e con il loro esempio di vita e di santità». Si tratta d’incentrarsi e di concentrarsi sull’essenziale.
In lui troviamo un vivo e luminoso esempio per predicare. Ci offre di lui un ammirevole ritratto, quale genuino predicatore valido per tutti i tempi, il suo discepolo frate Luigi di Granada nella sua Vida del padre Maestro Juan de Ávila y las partes que ha de tener un predicador del Evangelio, o anche san Francesco Borgia nel suo Tratado breve del modo de predicar el Santo Evangelio, sicuramente ispirato al Maestro Ávila. Entrambi gli scritti costituiscono un’autentica guida o “direttorio” per quanti, come indica il concilio Vaticano II, hanno come opera o missione principale l’annuncio del Vangelo, ossia i sacerdoti. Quanto bene farebbe loro leggere ora i suoi sermoni, i suoi consigli, i suoi memoriali.
Le sue parole, in effetti, erano volte a suscitare la conversione annunciando il mistero di Cristo, che è il mistero dell’amore e della misericordia. Non ebbe alcun timore a predicare la Parola di Dio senza mistificazioni né lusinghe. Non si creò alcun complesso. Il suo contenuto fu sempre gioioso e pieno di amore di Dio, profondo, biblico, con una teologia vitale e chiara, fortemente ecclesiale, fedele alla verità e agli insegnamenti della Chiesa.
Alla domanda su cosa bisognasse fare per predicare bene, rispondeva: «Amare molto Dio». Non dimentichiamo inoltre che il Signore, prima di affidare a san Pietro la sua missione, gli chiese per tre volte: «Mi ami tu più di costoro?». Lo interrogò sul suo amore. Ai sacerdoti, chiamati e scelti da Dio, il Signore continua a chiedere come a Pietro: «Mi ami?». Amare Gesù Cristo al di sopra di ogni cosa, costituisce la base della predicazione; essere innamorati di Gesù Cristo e amarlo con un amore indiviso e incrollabile è il requisito imprescindibile per essere pastori e predicatori sempre, e in particolare nei tempi in cui urge una nuova evangelizzazione.
Per questo, la forza della predicazione del santo dottore Giovanni di Ávila, che amava il Signore, e molto, si basava sulla familiarità con Gesù, che si acquisisce e si vive soprattutto nella preghiera, insieme all’incontro con Lui nell’Eucaristia e nella penitenza, nella meditazione e nello studio della Parola, nel sacrificio che ci unisce a Lui.
Secondo il Maestro Ávila, bisogna salire sul pulpito «temprati», vivendo quello che si sta per dire, il che comporta studio e preghiera. Come dice uno dei suoi biografi: «Non predicava un sermone senza che fosse preceduto da molte ore di preghiera». E ancora: «La sua libreria principale erano il Crocifisso e il Santissimo Sacramento».
L’evangelizzazione, la predicazione, soprattutto in tempi di secolarizzazione come i nostri, nei quali si vive come se Dio non esistesse, esige uomini di Dio, uomini che siano, in qualche modo, con le parole del santo, «reliquiari di Dio, casa di Dio». Per far conoscere Dio, per essere suoi testimoni dobbiamo vivere immersi nel suo mistero, essere uomini di fede e di preghiera. Il Vangelo di Marco ci ricorda che il Signore «ne costituì dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare».
Noi pastori, sacerdoti o vescovi, prima di predicare, dobbiamo stare con Lui, prima di essere apostoli, dobbiamo essere discepoli, prima di essere evangelizzatori, dobbiamo essere costantemente evangelizzati. Quanto insisteva su ciò san Giovanni di Ávila. Dobbiamo accogliere Dio nel silenzio e nella solitudine. Insegnare a scoprire Dio, donare Dio e far conoscere la sapienza nascosta di Dio è la nostra missione, come è stata quella di Gesù Cristo, come è stata quella del Maestro Ávila. Ma questa segreta sapienza di Dio, Dio stesso, si apprende solo nel «rapporto di amicizia con Lui», accogliendo Dio nella profondità del silenzio e della contemplazione, ponendoci all’ascolto della sua Parola, parlando con Lui, «come con Qualcuno che è presente», reale e personale. Vivere intensamente la verità della vita sacerdotale ci fa penetrare a fondo l’amore di Dio. Meditare amore, entrare nella sfera di Dio che è Amore, genera amore. E ci fa sentire l’amore di Dio che abbiamo conosciuto nel suo Figlio fatto carne, con le piaghe e sulla Croce, presente e vivo nella sua Chiesa, inviato affinché il suo amore raggiunga tutti gli uomini e questi assaporino la sua salvezza. Entrare, attraverso la preghiera e lo studio, in questa sfera, dentro questo amore di Dio, significa entrare nella corrente di amore e di misericordia che Dio prova per tutti gli uomini; Egli vuole che si salvino, entrino nella verità, conoscano Lui e il suo inviato Gesù Cristo, che s’identifica con i poveri, gli affamati, quanti sono privati della libertà, i malati, quelli che non hanno un tetto né un riparo, quanti soffrono. Entrare in questo ambito di amore ci renderà missionari, evangelizzatori, ci renderà come Paolo o Giovanni di Ávila, sensibili verso coloro che, come “macedoni” del nostro tempo, ancora oggi gridano: «Aiutateci!».
Queste sono alcune linee del “dottorato” di san Giovanni di Ávila, il cui primo anniversario celebriamo ora con gratitudine. Che il maestro Giovanni di Ávila sia per tutti, e in particolare per i sacerdoti, magistero vivo e perenne, luce, stimolo e incoraggiamento per imparare da lui in questo momento in cui urge una nuova evangelizzazione.
L'Osservatore Romano

lunedì 8 ottobre 2012

Vicino al Fuoco


Il sinodo si è aperto con una grande concelebrazione in piazza San Pietro — prima della quale Benedetto XVI ha proclamato due nuovi dottori della Chiesa, tra cui la quarta donna in poco più di un quarantennio — e ha poi iniziato i suoi lavori con la preghiera che scandisce il tempo cristiano. Non è formalità, ma una scelta che vuole rispecchiare una realtà, ha detto il Papa nella meditazione svolta a braccio sui testi liturgici. Con la preoccupazione, che gli è caratteristica, di comprendere a fondo il senso delle parole della preghiera appena recitata con i vescovi venuti da tutto il mondo e di farlo capire.
Al cuore dell’assemblea sinodale è il termine greco euangèlion, già attestato in Omero e che al tempo di Gesù indica un messaggio imperiale, da parte del sovrano, e che per questo porta la salvezza. Un vocabolo che i primi scrittori cristiani mutuano dunque dal linguaggio profano e trasformano. Così l’evangelista Luca colloca la nascita del bambino nella storia del mondo collegandola con l’editto dell’imperatore Augusto, ha ricordato il Papa. Aggiungendo subito dopo che se Dio ha rotto il silenzio e ha parlato, bisogna interrogarsi su come trasmettere e testimoniare la sua Parola, che innanzi tutto è il lògos, il Verbo incarnato.
La ricerca di un modo nuovo di annuncio del Vangelo — la nuova evangelizzazione cara a Giovanni Paolo II, ricordato con significativo affetto dal suo successore — è appunto il tema centrale del sinodo e dell’Anno della fede che sta per aprirsi a mezzo secolo dal concilio Vaticano II, convocato da Giovanni XXIII e guidato da Paolo VI con la stessa preoccupazione. In coerenza con una storia quasi bimillenaria che, pur con i limiti umani, è segnata da un desiderio di fedeltà. Su questo sfondo Benedetto XVI ha presentato i due nuovi dottori della Chiesa: Giovanni d’Ávila, figura di prete riformatore colto e umile, e Ildegarda di Bingen, donna e monaca sapiente che indagando la creazione contemplò Dio e seppe sostenere la sua Chiesa.
Sinodo e Anno della fede si aprono dunque sotto il segno dei nuovi dottori, con un richiamo all’essenziale. Nella meditazione — vera e propria chiave di lettura per la riflessione e il dibattito sinodali — Benedetto XVI ha insistito sul contenuto della fede: nel Verbo incarnato Dio ha parlato e parla di continuo all’uomo, vuole entrare in lui e coinvolgerlo. Ecco allora il significato del termine confessio, diverso da professio. La fede che matura nel cuore e coinvolge tutti i sensi, al di là della dimensione intellettuale, deve infatti essere portata e testimoniata nel mondo.
Solo con questa disponibilità alla testimonianza e alla sofferenza per la verità si può essere credibili. Alla confessio farà allora seguito la caritas descritta spesso nella liturgia come ardore e come fiamma. Per questo il Papa ha richiamato un detto (lògion) di Gesù conservato da Origene: «Chi è vicino a me è vicino al fuoco». Il fuoco cioè della presenza di Dio che incendia e trasforma, il fuoco del Vangelo da propagare ogni giorno nel mondo. (G. M. Vian)

 * * *
Di seguito il testo della Lettere apostoliche con cui vengono proclamati i due nuovi Dottori.

Lettera apostolica per la proclamazione a dottore della Chiesa del prete riformatore vissuto nel Cinquecento

Giovanni d'Ávila
predicatore e maestro spirituale

Pubblichiamo, in una traduzione italiana, il testo della lettera apostolica di Benedetto XVI per la proclamazione di Giovanni d'Ávila a dottore della Chiesa, il cui originale latino è riportato sul nostro sito (www.osservatoreromano.va).
LETTERA APOSTOLICA San Giovanni d'Ávila, sacerdote diocesano,
è proclamato Dottore della Chiesa universale.
BENEDETTO PP. XVI

A perpetua memoria
   1. Caritas Christi urget nos (2 Cor 5, 14). L'amore di Dio, manifestato in Gesù Cristo, è la chiave dell'esperienza personale e della dottrina del Santo Maestro di Ávila, un "predicatore evangelico" sempre ancorato alla Sacra Scrittura, appassionato della verità e referente qualificato per la "Nuova Evangelizzazione".
Il primato della grazia che spinge a operare il bene, la promozione di una spiritualità della fiducia e la chiamata universale alla santità vissuta come risposta all'amore di Dio, sono punti centrali dell'insegnamento di questo presbitero diocesano che dedicò la sua vita all'esercizio del suo ministero sacerdotale. Il 4 marzo 1538, Papa Paolo III emise la Bolla Altitudo Divinae Providentiae, diretta a Giovanni d'Ávila, autorizzandolo a fondare l'Università di Baeza (Jaén), nella quale lo definì come "praedicatorem insignem Verbi Dei". Il 14 marzo 1565 Pio iv emetteva una Bolla confermatoria delle facoltà concesse a tale Università nel 1538, nella quale lo designava come "Magistrum in theologia et verbi Dei praedicatorem insignem" (cfr. Biatiensis Universitas, 1968). I suoi contemporanei non esitarono a chiamarlo "Maestro", titolo con cui figura fin dal 1538, e Papa Paolo VI, nell'omelia della sua canonizzazione, il 31 maggio 1970, esaltò la sua figura e la sua dottrina sacerdotale eccelsa, lo propose come modello di predicazione e di direzione delle anime, lo definì paladino della riforma ecclesiastica e sottolineò la sua costante influenza storica fino al momento presente.

   2. Giovanni d'Ávila visse nella prima ampia metà del XVI secolo. Nacque il 6 gennaio 1499 o 1500, ad Almodóvar del Campo (Ciudad Real, diocesi di Toledo), figlio unico di Alonso Ávila e di Catalina Gijón, genitori molto cristiani e con un'alta posizione economica e sociale. A 14 anni lo portarono a studiare Legge nella prestigiosa Università di Salamanca; ma abbandonò questi studi al termine del quarto corso perché, in seguito di un'esperienza molto profonda di conversione, decise di ritornare nella dimora familiare per dedicarsi a riflettere e a pregare.
Con il proposito di diventare sacerdote, nel 1520 andò a studiare Arti e Teologia nell'Università di Alcalá de Henares, aperta alle grandi scuole teologiche del tempo e alla corrente dell'umanesimo rinascimentale. Nel 1526, ricevette l'ordinazione sacerdotale e celebrò la prima Messa solenne nella parrocchia del suo paese e, con il proposito di recarsi come missionario nelle Indie, decise di ripartire la sua consistente eredità tra i più bisognosi. Quindi, in accordo con colui che doveva essere primo Vescovo di Talxcala, in Nueva España (Messico), si recò a Siviglia in attesa d'imbarcarsi per il Nuovo Mondo.
Mentre preparava il viaggio, si dedicò a predicare nella città e nelle località vicine. Lì incontrò il venerabile Servo di Dio Fernando de Contreras, dottore ad Alcalá e prestigioso catechista. Questi, entusiasmato dalla testimonianza di vita e dall'oratoria del giovane sacerdote Giovanni, riuscì a far sì che l'arcivescovo sivigliano lo facesse desistere dalla sua idea di andare in America per restare in Andalusia; rimase a Siviglia condividendo casa, povertà e vita di preghiera con Contreras e, mentre si dedicava alla predicazione e alla direzione spirituale, continuò gli studi di Teologia nel Collegio di San Tommaso, dove forse ottenne il titolo di Maestro. Tuttavia nel 1531, a causa di una sua pre
dicazione mal interpretata, fu mandato in carcere. Nella prigione cominciò a scrivere la prima versione dell'Audi, filia. In quegli anni ricevette la grazia di penetrare con singolare profondità nel mistero dell'amore di Dio e del grande beneficio fatto all'umanità da Gesù Cristo, nostro Redentore. Da allora in poi sarà quello l'asse portante della sua vita spirituale e il tema centrale della sua predicazione.
Una volta emessa la sentenza assolutoria nel 1533, continuò a predicare con notevole successo tra il popolo e dinanzi alle autorità, ma preferì trasferirsi a Cordova, incardinandosi in questa diocesi. Poco dopo, nel 1536, lo chiamò per ricevere un suo consiglio l'arcivescovo di Granada dove, oltre a continuare la sua opera di evangelizzazione, completò gli studi in quella Università.
Buon conoscitore del suo tempo e con un'ottima formazione accademica, Giovanni d'Ávila fu un eminente teologo e un autentico umanista. Propose la creazione di un Tribunale Internazionale di arbitrato per evitare le guerre e fu persino capace d'inventare e di brevettare alcune opere d'ingegneria. Vivendo però molto poveramente, incentrò la sua attività sulla promozione della vita cristiana di quanti ascoltavano compiaciuti i suoi sermoni e lo seguivano ovunque. Particolarmente preoccupato dell'educazione e dell'istruzione dei bambini e dei giovani, soprattutto di quanti si preparavano al sacerdozio, fondò vari Collegi minori e maggiori che, dopo il concilio di Trento, sarebbero diventati Seminari conciliari. Fondò altresì l'Università di Baeza (Jaén), per secoli importante punto di riferimento per la qualificata formazione di chierici e secolari.
Dopo aver percorso l'Andalusia e altre regioni del centro e dell'ovest della Spagna predicando e pregando, ormai malato, nel 1554 si ritirò definitivamente in una semplice casa a Montilla (Cordova), dove esercitò il suo apostolato delineando alcune delle sue opere attraverso un'abbondante corrispondenza. L'Arcivescovo di Granada voleva portarlo come consultore teologo alle ultime due sessioni del concilio di Trento; non potendo viaggiare per problemi di salute, redasse i Memoriales che esercitarono grande influenza in quella assemblea ecclesiale.
Accompagnato dai suoi discepoli e amici e afflitto da fortissimi dolori, con un Crocifisso tra le mani, rese la sua anima al Signore nella sua umile casa di Montilla la mattina del 10 maggio 1569.

   3. Giovanni d'Ávila fu contemporaneo, amico e consigliere di grandi santi e uno dei maestri spirituali più prestigiosi e consultati del suo tempo.
Sant'Ignazio di Loyola, che lo stimava molto, desiderò vivamente che entrasse nella nascente Compagnia di Gesù; ciò non avvenne ma il Maestro orientò verso di essa una trentina dei suoi migliori alunni. Giovanni Ciudad, poi san Giovanni di Dio, fondatore dell'Ordine Ospedaliero, si convertì ascoltando il Santo Maestro e da allora si affidò alla sua guida spirituale. Il nobilissimo san Francesco Borgia, un altro grande convertito grazie alla mediazione di Padre Ávila, divenne addirittura preposito generale della Compagnia di Gesù. San Tommaso da Villanova, arcivescovo di Valencia, diffuse nelle sue diocesi e in tutto il Levante spagnolo il suo metodo catechetico. Suoi amici furono pure san Pietro de Alcántara, provinciale dei Francescani e riformatore dell'Ordine; san Giovanni de Ribera, vescovo di Badajoz, che gli chiese dei predicatori per rinnovare la sua diocesi, e poi arcivescovo di Valencia, aveva nella sua biblioteca un manoscritto con 82 suoi sermoni; Teresa di Gesù, oggi Dottore della Chiesa, che patì grandi travagli prima che potesse far arrivare al Maestro il manoscritto della sua Vida; San Giovanni della Croce, anch'egli Dottore della Chiesa, che si mise in contatto con i suoi discepoli di Baeza che lo aiutarono nella riforma del Carmelo; il Beato Bartolomeo dei Martiri, che, grazie ad amici comuni, venne a conoscenza della sua vita e della sua santità, e altri ancora che riconobbero l'autorità morale e spirituale del Maestro.

   4. Sebbene il "Padre Maestro Ávila" fu, prima di tutto, un predicatore, non trascurò di fare un uso magistrale della sua penna per esporre i suoi insegnamenti. Di fatto la sua influenza e la sua memoria postuma, fino ai nostri giorni, sono strettamente legate non solo alla testimonianza della sua persona e della sua vita, ma anche ai suoi scritti, tanto diversi tra di loro.
La sua opera principale, l'Audi, filia, un classico della spiritualità, è il suo trattato più sistematico, ampio e completo, la cui edizione definitiva fu preparata dal suo autore negli ultimi anni di vita. Il Catechismo o Dottrina cristiana, unica opera che fece stampare in vita (1554), è una sintesi pedagogica, per bambini e adulti, dei contenuti della fede. Il Trattato dell'amore di Dio, un tesoro letterario e per il contenuto, riflette con quale profondità gli fu concesso penetrare nel mistero di Cristo, il Verbo incarnato e redentore. Il Trattato sul sacerdozio è un breve compendio che si completa con le conversazioni, i sermoni e le lettere. Ci sono anche altri scritti minori, che consistono in orientamenti o Avvisi per la vita spirituale. I Trattati di Riforma sono legati al concilio di Trento e ai sinodi provinciali che lo applicarono e si riferiscono molto opportunamente al rinnovamento personale ed ecclesiale. I Sermoni e le Conversazioni, come l'Epistolario, sono scritti che abbracciano tutto l'arco liturgico e l'ampia cronologia del suo ministero sacerdotale. I commenti biblici - dalla Lettera ai Galati alla Prima Lettera di Giovanni e altri - sono esposizioni sistematiche di notevole profondità biblica e di grande valore pastorale. Tutte queste opere offrono contenuti molto profondi, presentano un'evidente impostazione pedagogica nell'uso di immagine e di esempi e lasciano intuire le circostanze sociologiche ed ecclesiali dell'epoca. Il tono è di somma fiducia nell'amore di Dio, invitando la persona alla perfezione della carità. Il suo linguaggio è il castigliano classico e sobrio della sua terra d'origine La Mancha, mescolato a volte con l'immaginazione e il calore del meridione, ambiente in cui trascorse la maggior parte della sua vita apostolica.
Attento a cogliere quello che lo Spirito ispirava alla Chiesa in un'epoca complessa e agitata da cambiamenti culturali, da varie correnti umanistiche, dalla ricerca di nuove vie di spiritualità, chiarì criteri e concetti.

   5. Nei suoi insegnamenti il Maestro Giovanni d'Ávila alludeva costantemente al battesimo e alla redenzione per dare impulso alla santità, e spiegava che la vita spirituale cristiana, che è partecipazione alla vita trinitaria, parte dalla fede in Dio Amore, si basa sulla bontà e sulla misericordia divina espressa nei meriti di Cristo ed è interamente mossa dallo Spirito; cioè, dall'amore a Dio e ai fratelli. "Allarghi la vostra misericordia il suo piccolo cuore in quell'immensità di amore con cui il Padre ci ha dato suo Figlio, e con Lui ci ha dato se stesso, e lo Spirito Santo e tutte le cose" (Lettera 160), scrive. E ancora: "Il vostro prossimo è cosa che riguarda Gesù Cristo" (Ibidem 62), perciò "la prova del perfetto amor di nostro Signore è il perfetto amore del prossimo" (Ibidem 103). Dimostra anche grande apprezzamento per le cose create, ordinandole nella prospettiva dell'amore. Essendo templi della Trinità, incoraggia in noi la stessa vita di Dio e il cuore pian piano si unifica, come processo di unione con Dio e con i fratelli. Il cammino del cuore è cammino di semplicità, di bontà, di amore, di atteggiamento filiale. Questa vita secondo lo Spirito è fortemente ecclesiale, nel senso di esprimere l'amore sponsale tra Cristo e la sua Chiesa, tema centrale dell'Audi, filia. Ed è anche mariana: la configurazione con Cristo, sotto l'azione dello Spirito Santo, è un processo di virtù e doni che guarda a Maria come modello e come madre. La dimensione missionaria della spiritualità, come derivazione della dimensione ecclesiale e mariana, è evidente negli scritti del Maestro Ávila, che invita allo zelo apostolico a partire dalla contemplazione e da un maggiore impegno nella santità. Consiglia di nutrire devozione per i santi, perché mostrano a tutti noi "un grande Amico, che è Dio, il quale tiene i cuori prigionieri nel suo amore […] ed Egli ci ordina di avere molti altri amici, che sono i suoi santi" (Lettera 222).

   6. Se il Maestro Ávila è pioniere nell'affermare la chiamata universale alla santità, risulta anche un anello imprescindibile nel processo storico di sistematizzazione della dottrina sul sacerdozio. Nel corso dei secoli i suoi scritti sono stati fonte d'ispirazione per la spiritualità sacerdotale e può essere considerato come il promotore del movimento mistico tra i presbiteri secolari. La sua influenza è evidente in molti autori spirituali successivi.
L'affermazione centrale del Maestro Ávila è che i sacerdoti "nella messa ci poniamo sull'altare nella persona di Cristo a fare l'ufficio dello stesso Rendentore" (Lettera 157), e che agire in persona Christi comporta l'incarnare, con umiltà, l'amore paterno e materno di Dio. Tutto ciò richiede alcune condizioni di vita, come il frequentare la Parola e l'Eucaristia, l'avere spirito di povertà, l'andare sul pulpito "con misurazione", cioè, essendosi preparati con lo studio e con la preghiera, e l'amare la Chiesa, perché è la sposa di Gesù Cristo.
La ricerca e la creazione di mezzi per formare meglio gli aspiranti al sacerdozio, l'esigenza di maggiore santità del clero e la necessaria riforma nella vita ecclesiale costituiscono la preoccupazione più profonda e costante del Santo Maestro. La santità del clero è imprescindibile per riformare la Chiesa. S'imponevano quindi la selezione e l'adeguata formazione di quanti aspiravano al sacerdozio. Come soluzione propose di creare seminari e giunse a suggerire l'opportunità di un collegio speciale affinché si preparassero nello studio della Sacra Scrittura. Queste proposte raggiunsero tutta la Chiesa.
Da parte sua la fondazione dell'Università di Baeza, nella quale riversò tutto il suo interesse e il suo entusiasmo, costituì una delle sue aspirazioni più riuscite, perché riuscì a offrire un'ottima formazione iniziale e permanente ai chierici, tenendo particolarmente presente lo studio della cosiddetta "teologia positiva" con orientamento pastorale, e diede origine a una scuola sacerdotale che prosperò per secoli.

   7. Data la sua indubbia e crescente fama di santità, la Causa di beatificazione e canonizzazione del Maestro Giovanni d'Ávila fu avviata nell'arcidiocesi di Toledo, nel 1623. S'interrogarono subito i testimoni di Almodóvar del Campo e Montilla, luoghi di nascita e di morte del Servo di Dio e a Cordova, Granada, Jaén, Baeza e Andújar. Ma, per diversi problemi, la Causa rimase interrotta fino al 1731, anno in cui l'arcivescovo di Toledo inviò a Roma i processi informativi già realizzati. Con decreto del 3 aprile 1742 Papa Benedetto XIV approvò gli scritti ed elogiò la dottrina del Maestro Ávila, e l'8 febbraio 1759 Clemente XIII dichiarò che aveva esercitato le virtù in grado eroico. La beatificazione ebbe luogo, per opera di Papa Leone XIII, il 6 aprile 1894 e la canonizzazione, per opera di Papa Paolo VI, il 31 maggio 1970. Data l'importanza della sua figura sacerdotale, nel 1946 Pio XII lo nominò Patrono del clero secolare in Spagna.
Il titolo di "Maestro" con il quale per tutta la sua vita e nel corso dei secoli, è stato conosciuto Giovanni d'Ávila ha motivato la eventualità, dopo la sua canonizzazione, la possibilità di nominarlo Dottore. Così, su richiesta del cardinale Don Benjamín de Arriba y Castro, arcivescovo di Tarragona, la XII Assemblea Plenaria della Conferenza Episcopale Spagnola (luglio 1970) decise di chiedere alla Santa Sede di dichiararlo Dottore della Chiesa Universale. Seguirono numerose istanze, particolarmente in occasione del XXV anniversario della sua Canonizzazione (1995) e del v centenario della sua nascita (1999).
La dichiarazione di Dottore della Chiesa Universale di un santo presuppone il riconoscimento di un carisma di sapienza conferito dallo Spirito Santo per il bene della Chiesa e dimostrato dall'influenza benefica del suo insegnamento sul popolo di Dio, fatti ben evidenti nella persona e nell'opera di Giovanni d'Ávila. Questi fu richiesto molto spesso dai suoi contemporanei come Maestro di teologia, discernitore di spiriti e direttore spirituale. A lui si rivolsero alla ricerca di aiuto e di orientamento grandi santi e riconosciuti peccatori, sapienti e ignoranti, poveri e ricchi, e alla sua fama di consigliere si unì sia il suo attivo intervento in importanti conversioni sia la sua quotidiana azione per migliorare la vita di fede e la comprensione del messaggio cristiano di quanti si recavano solleciti ad ascoltare i suoi insegnamenti. Anche i vescovi e i religiosi dotti e ben preparati si rivolgevano a lui come consigliere, predicatore e teologo, esercitando una notevole influenza su quanti entravano in contatto con lui e sugli ambienti che frequentava.

   8. Il Maestro Ávila non esercitò come professore nelle Università, anche se fu organizzatore e primo Rettore dell'Università di Baeza. Non spiegò la teologia da una cattedra, ma impartì lezioni di Sacra Scrittura a laici, religiosi e chierici.
Non elaborò mai una sintesi sistematica del suo insegnamento teologico, ma la sua teologia è orante e sapienziale. Nel Memoriale ii al concilio di Trento dà due motivi per vincolare la teologia e la preghiera: la santità della scienza teologica e il bene e l'edificazione della Chiesa. Come autentico umanista e buon conoscitore della realtà, la sua è anche una teologia vicina alla vita, che risponde alle questioni poste in quel momento e lo fa in modo didattico e comprensibile.
L'insegnamento di Giovanni d'Ávila si evidenzia per la sua eccellenza e precisione e per la sua estensione e profondità, frutto di uno studio metodico, di contemplazione e per mezzo di una profonda esperienza delle realtà soprannaturali. Inoltre il suo ricco epistolario poté ben presto contare su traduzioni italiane, francesi e inglesi.
Spicca la sua profonda conoscenza della Bibbia, che lui desiderava vedere nelle mani di tutti, per cui non dubitò a spiegarla tanto nella sua predicazione quotidiana come offrendo lezioni su determinati Libri sacri. Era solito confrontare le versioni e analizzare i sensi letterari e spirituali; conosceva i commenti patristici più importanti ed era convinto che per ricevere adeguatamente la rivelazione erano necessario lo studio e la preghiera, e che si poteva penetrarne il suo senso con l'aiuto della tradizione e del magistero. Dell'Antico Testamento cita soprattutto i Salmi, Isaia e il Cantico dei cantici. Del Nuovo l'apostolo Giovanni e San Paolo che è, indubbiamente, il più citato. "Copia fedele di San Paolo", lo chiamò Papa Paolo VI nella bolla della sua canonizzazione.

   9. La dottrina del Maestro Giovanni d'Ávila possiede, senza dubbio, un messaggio sicuro e duraturo, ed è capace di contribuire a confermare e ad approfondire il deposito della fede, mettendo persino in luce nuove prospettive dottrinali e di vita. Attenendosi al magistero pontificio, risulta evidente la sua attualità, il che prova che la sua eminens doctrina costituisce un autentico carisma, dono dello Spirito Santo alla Chiesa di ieri e di oggi.
Il primato di Cristo e della grazia che, in termini di amore di Dio, attraversa tutto l'insegnamento del Maestro Ávila, è una delle dimensioni sottolineate tanto dalla teologia come dalla spiritualità attuale, da cui derivano conseguenze anche per la pastorale, come Noi abbiamo sottolineato nell'enciclica Deus caritas est. La fiducia, basata sull'affermazione e sull'esperienza dell'amore di Dio e della bontà e misericordia divine, è stata proposta anche nel recente magistero pontificio, come nell'enciclica Dives in misericordia e nell'esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in Europa, che è una vera proclamazione del Vangelo della speranza, come abbiamo anche voluto fosse nell'enciclica Spe salvi. E quando nella lettera apostolica Ubicumque et semper con la quale abbiamo istituito il Pontificio Consiglio per la promozione della Nuova Evangelizzazione, abbiamo detto: "Per proclamare in modo fecondo la Parola del Vangelo, è richiesto anzitutto di fare una profonda esperienza di Dio", emerge la figura serena e umile di questo "predicatore evangelico", la cui eminente dottrina è di grande attualità.

   10. Nel 2002 la Conferenza Episcopale Spagnola è venuta a conoscenza del fatto che lo Studio riassuntivo sull'eminente dottrina ravvisata nelle opere di San Giovanni d'Ávila, della Congregazione per la Dottrina della Fede, si concludeva in modo nettamente affermativo, e nel 2003 un consistente numero di Signori Cardinali, Arcivescovi e Vescovi, Presidenti di Conferenze Episcopali, Superiori Generali d'Istituti di vita consacrata, Responsabili di Associazioni e Movimenti ecclesiali, Università e altre istituzioni, e singoli personaggi di spicco, si unirono alla supplica della Conferenza Episcopale Spagnola attraverso Lettere Postulatorie che esprimevano a Papa Giovanni Paolo II l'interesse e l'opportunità del Dottorato di San Giovanni d'Ávila.
Ritornato il dossier alla Congregazione delle cause dei Santi e nominato un Relatore per questa Causa, è stato necessario elaborare la corrispondente Positio. Fatto ciò, il Presidente e il Segretario della Conferenza Episcopale Spagnola, insieme al Presidente della Giunta Pro Dottorato e alla Postulatrice della Causa hanno firmato, il 10 dicembre 2009, la definitiva Supplica (Supplex libellus) del Dottorato per il Maestro Giovanni d'Ávila. Il 18 dicembre 2010 si è tenuto il Congresso Peculiare dei Consultori Teologici di detta Congregazione, relativo al Dottorato del Santo Maestro. I voti sono stati affermativi. Il 3 maggio 2011, la Sessione Plenaria di Cardinali e Vescovi membri della Congregazione ha deciso, con voto ancora una volta all'unanimità affermativo, di proporrci la dichiarazione di San Giovanni d'Ávila, se così lo desideriamo, come Dottore della Chiesa universale. Il 20 agosto 2011, a Madrid, durante la Giornata Mondiale della Gioventù, abbiamo annunciato al Popolo di Dio: "dichiarerò prossimamente San Giovanni d'Ávila, presbitero, Dottore della Chiesa universale". Il 27 maggio 2012, domenica di Pentecoste, abbiamo avuto la gioia di dire a Piazza san Pietro, alla moltitudine di pellegrini di tutto il mondo lì riuniti: "Lo Spirito, che ha parlato per mezzo dei profeti, con i doni della sapienza e della scienza continua a ispirare donne e uomini che si impegnano nella ricerca della verità, proponendo vie originali di conoscenza e di approfondimento del mistero di Dio, dell'uomo e del mondo. In questo contesto, sono lieto di annunciare che il prossimo 7 ottobre, all'inizio dell'Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, proclamerò san Giovanni d'Ávila e santa Ildegarda di Bingen dottori della Chiesa universale […] La santità della vita e la profondità della dottrina li rendono perennemente attuali: la grazia dello Spirito Santo, infatti, li proiettò in quell'esperienza di penetrante comprensione della rivelazione divina e di intelligente dialogo con il mondo che costituiscono l'orizzonte permanente della vita e dell'azione della Chiesa. Soprattutto alla luce del progetto di una nuova evangelizzazione alla quale sarà dedicata la menzionata Assemblea del Sinodo dei Vescovi, e alla vigilia dell'Anno della Fede, queste due figure di santi e dottori saranno di grande importanza e attualità". Oggi, dunque, con l'aiuto di Dio e il plauso di tutta la Chiesa, ciò è fatto. In Piazza San Pietro, alla presenza di molti Cardinali e Presuli della Curia Romana e della Chiesa cattolica, confermando ciò che è stato fatto e soddisfacendo con grande piacere i desideri dei supplicanti, durante il sacrificio Eucaristico abbiamo pronunziato queste parole:
"Noi accogliendo il desiderio di molti Fratelli nell'Episcopato e di molti fedeli del mondo intero, dopo aver avuto il parere della Congregazione delle Cause dei Santi, dopo aver lungamente riflettuto e avendo raggiunto un pieno e sicuro convincimento, con la pienezza dell'autorità apostolica dichiariamo San Giovanni d'Avila, sacerdote diocesano, e Santa Ildegarda di Bingen, monaca professa dell'Ordine di San Benedetto, Dottori della Chiesa universale, Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo".
Dato a Roma, presso San Pietro,
col sigillo del Pescatore,
il 7 ottobre 2012, anno ottavo
del Nostro Pontificato.

* * *

Lettera apostolica per la proclamazione a dottore della Chiesa della monaca benedettina vissuta nel XII secolo

Ildegarda di Bingen
donna e sapiente nella Chiesa

Pubblichiamo, in una traduzione italiana, il testo della lettera apostolica di Benedetto XVI per la proclamazione di Ildegarda di Bingen a dottore della Chiesa, il cui originale latino è riportato sul nostro sito (www.osservatoreromano.va).

LETTERA APOSTOLICA Santa Ildegarda di Bingen,
Monaca Professa dell'ordine di San Benedetto,
è proclamata Dottore della Chiesa universale
BENEDETTO PP. XVI

A perpetua memoria.
   1. "Luce del suo popolo e del suo tempo": con queste parole il Beato Giovanni Paolo II, Nostro venerato Predecessore, definì Santa Ildegarda di Bingen nel 1979, in occasione dell'800° anniversario della morte della Mistica tedesca. E veramente, sull'orizzonte della storia, questa grande figura di donna si staglia con limpida chiarezza per santità di vita e originalità di dottrina. Anzi, come per ogni autentica esperienza umana e teologale, la sua autorevolezza supera decisamente i confini di un'epoca e di una società e, nonostante la distanza cronologica e culturale, il suo pensiero si manifesta di perenne attualità. In Santa Ildegarda di Bingen si rileva una straordinaria armonia tra la dottrina e la vita quotidiana. In lei la ricerca della volontà di Dio nell'imitazione di Cristo si esprime come un costante esercizio delle virtù, che ella esercita con somma generosità e che alimenta alle radici bibliche, liturgiche e patristiche alla luce della Regola di San Benedetto: rifulge in lei in modo particolare la pratica perseverante dell'obbedienza, della semplicità, della carità e dell'ospitalità. In questa volontà di totale appartenenza al Signore, la badessa benedettina sa coinvolgere le sue non comuni doti umane, la sua acuta intelligenza e la sua capacità di penetrazione delle realtà celesti.

   2. Ildegarda nacque nel 1089 a Bermersheim, presso Alzey, da genitori di nobile lignaggio e ricchi possidenti terrieri. All'età di otto anni fu accettata come oblata presso la badia benedettina di Disibodenberg, ove nel 1115 emise la professione religiosa. Alla morte di Jutta di Sponheim, intorno al 1136, Ildegarda fu chiamata a succederle in qualità di magistra. Malferma nella salute fisica, ma vigorosa nello spirito, si impegnò a fondo per un adeguato rinnovamento della vita religiosa. Fondamento della sua spiritualità fu la regola benedettina, che pone l'equilibrio spirituale e la moderazione ascetica come vie alla santità. In seguito all'aumento numerico delle monache, dovuto soprattutto alla grande considerazione della sua persona, intorno al 1150 fondò un monastero sul colle chiamato Rupertsberg, nei pressi di Bingen, dove si trasferì insieme a venti consorelle. Nel 1165, ne istituì un altro a Eibingen, sulla riva opposta del Reno. Fu badessa di entrambi. All'interno delle mura claustrali curò il bene spirituale e materiale delle Consorelle, favorendo in modo particolare la vita comunitaria, la cultura e la liturgia. All'esterno s'impegnò attivamente a rinvigorire la fede cristiana e a rafforzare la pratica religiosa, contrastando le tendenze ereticali dei catari, promuovendo la riforma della Chiesa con gli scritti e la predicazione, contribuendo a migliorare la disciplina e la vita del clero. Su invito prima di Adriano IV e poi di Alessandro III, Ildegarda esercitò un fecondo apostolato - allora non molto frequent per una donna - effettuando alcuni viaggi non privi di disagi e difficoltà, per predicare perfino nelle pubbliche piazze e in varie chiese cattedrali, come avvenne tra l'altro a Colonia, Treviri, Liegi, Magonza, Metz, Bamberga e Würzburg. La profonda spiritualità presente nei suoi scritti esercita un rilevante influsso sia sui fedeli, sia su grandi personalità del suo tempo, coinvolgendo in un incisivo rinnovamento la teologia, la liturgia, le scienze naturali e la musica.
Colpita da malattia nell'estate del 1179, Ildegarda, circondata dalle consorelle, si spense in fama di santità nel monastero del Rupertsberg, presso Bingen, il 17 settembre 1179.
   3. Nei suoi numerosi scritti Ildegarda si dedicò esclusivamente a esporre la divina rivelazione e far conoscere Dio nella limpidezza del suo amore. La dottrina ildegardiana è ritenuta eminente sia per la profondità e la correttezza delle sue interpretazioni, sia per l'originalità delle sue visioni. I testi da lei composti appaiono animati da un'autentica "carità intellettuale" ed evidenziano densità e freschezza nella contemplazione del mistero della Santissima Trinità, dell'Incarnazione, della Chiesa, dell'umanità, della natura come creatura di Dio da apprezzare e rispettare.
Queste opere nascono da un'intima esperienza mistica e propongono una incisiva riflessione sul mistero di Dio. Il Signore l'aveva resa partecipe, fin da bambina, di una serie di visioni, il cui contenuto ella dettò al monaco Volmar, suo segretario e consigliere spirituale, e a Richardis di Strade, una consorella monaca. Ma è particolarmente illuminante il giudizio dato da San Bernardo di Chiaravalle, che la incoraggiò, e soprattutto da papa Eugenio III, che nel 1147 la autorizzò a scrivere e a parlare in pubblico. La riflessione teologica consente ad Ildegarda di tematizzare e comprendere, almeno in parte, il contenuto delle sue visioni. Ella, oltre a libri di teologia e di mistica, compose anche opere di medicina e di scienze naturali. Numerose sono anche le lettere - circa quattrocento - che indirizzò a persone semplici, a comunità religiose, a papi, vescovi e autorità civili del suo tempo. Fu anche compositrice di musica sacra. Il corpus dei suoi scritti, per quantità, qualità e varietà di interessi, non ha paragoni con alcun'altra autrice del medioevo.
Le opere principali sono lo Scivias, il Liber vitae meritorum e il Liber divinorum operum. Tutte narrano le sue visioni e l'incarico ricevuto dal Signore di trascriverle. Le Lettere, nella consapevolezza delle stessa autrice, non rivestono una minore importanza e testimoniano l'attenzione di Ildegarda alle vicende del suo tempo, che ella interpreta alla luce del mistero di Dio. A queste vanno aggiunti 58 sermoni, diretti esclusivamente alle sue Consorelle. Si tratta delle Expositiones evangeliorum, contenenti un commento letterale e morale a brani evangelici legati alle principali celebrazioni dell'anno liturgico. I lavori a carattere artistico e scientifico si concentrano in modo specifico sulla musica con la Symphonia armoniae caelestium revelationum; sulla medicina con il Liber subtilitatum diversarum naturarum creaturarum e il Causae et curae; sulle scienze naturali con la Physica. Infine si notano anche scritti di carattere linguistico, come la Lingua ignota e le Litterae ignotae, nei quali compaiono parole in una lingua sconosciuta di sua invenzione, ma composta prevalentemente di fonemi presenti nella lingua tedesca. Il linguaggio di Ildegarda, caratterizzato da uno stile originale ed efficace, ricorre volentieri ad espressioni poetiche dalla forte carica simbolica, con folgoranti intuizioni, incisive analogie e suggestive metafore.

   4. Con acuta sensibilità sapienziale e profetica, Ildegarda fissa lo guardo sull'evento della rivelazione. La sua indagine si sviluppa a partire dalla pagina biblica, alla quale, nelle successive fasi, resta saldamente ancorata. Lo sguardo della mistica di Bingen non si limita ad affrontare singole questioni, ma vuole offrire una sintesi di tutta la fede cristiana. Nelle sue visioni e nella successiva riflessione, pertanto, ella compendia la storia della salvezza, dall'inizio dell'universo alla consumazione escatologica. La decisione di Dio di compiere l'opera della creazione è la prima tappa di questo immenso percorso, che, alla luce della Sacra Scrittura, si snoda dalla costituzione della gerarchia celeste fino alla caduta degli angeli ribelli e al peccato dei progenitori. A questo quadro iniziale fa seguito l'incarnazione redentrice del Figlio di Dio, l'azione della Chiesa che continua nel tempo il mistero dell'incarnazione e la lotta contro satana. L'avvento definitivo del regno di Dio e il giudizio universale saranno il coronamento di questa opera.
Ildegarda pone a se stessa e a noi la questione fondamentale se sia possibile conoscere Dio: è questo il compito fondamentale della teologia. La sua risposta è pienamente positiva: mediante la fede, come attraverso una porta, l'uomo è in grado di avvicinarsi a questa conoscenza. Tuttavia Dio conserva sempre il suo alone di mistero e di incomprensibilità. Egli si rende intelligibile nel creato, ma questo, a sua volta, non viene compreso pienamente se viene distaccato da Dio. Infatti, la natura considerata in sé fornisce solo delle informazioni parziali, che non di rado diventano occasioni di errori e di abusi. Perciò anche nella dinamica conoscitiva naturale occorre la fede, altrimenti la conoscenza resta limitata, insoddisfacente e fuorviante. La creazione è un atto di amore, grazie al quale il mondo può emergere dal nulla: dunque tutta la scala delle creature è attraversata, come la corrente di un fiume, dalla carità divina. Fra tutte le creature, Dio ama in modo particolare l'uomo e gli conferisce una straordinaria dignità, donandogli quella gloria che gli angeli ribelli hanno perduto. L'umanità, così, può essere considerata come il decimo coro della gerarchia angelica. Ebbene, l'uomo è in grado di conoscere Dio in se stesso, cioè la sua individua natura nella trinità delle persone. Ildegarda si accosta al mistero della Santissima Trinità nella linea già proposta da Sant'Agostino: per analogia con la propria struttura di essere razionale, l'uomo è in grado di avere almeno un'immagine della intima realtà di Dio. Ma è solo nell'economia dell'incarnazione e della vicenda umana del Figlio di Dio che questo mistero diventa accessibile alla fede e alla consapevolezza dell'uomo. La santa ed ineffabile Trinità nella somma unità era nascosta ai servitori della legge antica. Ma nella nuova grazia veniva rivelata ai liberati dalla servitù. La Trinità si è rivelata in modo particolare nella croce del Figlio.
Un secondo "luogo" in cui Dio si rende conoscibile è la sua parola contenuta nei libri dell'Antico e del Nuovo Testamento. Proprio perché Dio "parla", l'uomo è chiamato all'ascolto. Questo concetto offre a Ildegarda l'occasione di esporre la sua dottrina sul canto, in modo particolare quello liturgico. Il suono della parola di Dio crea vita e si manifesta nelle creature. Anche gli esseri privi di razionalità, grazie alla parola creatrice vengono coinvolti nel dinamismo creaturale. Ma, naturalmente, è l'uomo quella creatura che, con la sua voce, può rispondere alla voce del Creatore. E può farlo in due modi principali: in voce oris, cioè nella celebrazione della liturgia, e in voce cordis, cioè con una vita virtuosa e santa. L'intera vita umana, pertanto, può essere interpretata come un'armonia e una sinfonia: mentre l'armonia significa la restaurazione della relazione e la piena esperienza della redenzione, l'attuale esistenza umana con i suoi pericoli, contraddizioni e peccati, corrisponde a una sinfonia, a un insieme di suoni e di accordi allo stesso modo armoniosi e dissonanti. In questa sinfonia Dio fa ascoltare soprattutto la sua misericordia.

   5. L'antropologia di Ildegarda prende inizio dalla pagina biblica della creazione dell'uomo (Gen 1, 26), fatto a immagine e somiglianza di Dio. L'uomo, secondo la cosmologia ildegardiana fondata sulla Bibbia, racchiude tutti gli elementi del mondo, perché l'universo intero si riassume in lui, che è formato della materia stessa della creazione. Perciò egli può in modo consapevole entrare in rapporto con Dio. Ciò accade non per una visione diretta, ma, seguendo la celebre espressione paolina, "come in uno specchio" (1 Cor 13, 12). L'immagine divina nell'uomo consiste nella sua razionalità, strutturata in intelletto e volontà. Grazie all'intelletto l'uomo è capace di distinguere il bene e il male, grazie alla volontà egli è spinto all'azione. L'uomo è visto come unità di corpo e di anima. Si nota nella mistica tedesca un apprezzamento positivo della corporeità e, anche negli aspetti di fragilità che il corpo manifesta, ella è capace di cogliere un valore provvidenziale: il corpo non è un peso di cui liberarsi e, perfino quando è debole e fragile, "educa" l'uomo al senso della creaturalità e dell'umiltà, proteggendolo dalla superbia e dall'arroganza. In una visione Ildegarda contempla le anime dei beati del paradiso, che sono in attesa di ricongiungersi ai loro corpi. Infatti, come per il corpo di Cristo, anche i nostri corpi sono orientati verso la risurrezione gloriosa, per una profonda trasformazione per la vita eterna. La stessa visione di Dio, nella quale consiste la vita eterna, non si può conseguire in modo definitivo senza il corpo.
L'uomo esiste nella forma maschile e femminile. Ildegarda riconosce che in questa struttura ontologica della condizione umana si radica una relazione di reciprocità e una sostanziale uguaglianza tra uomo e donna. Nell'umanità, però, abita anche il mistero del peccato ed esso si manifesta per la prima volta nella storia proprio in questo rapporto tra Adamo ed Eva. A differenza di altri autori medievali, che vedevano la causa della caduta nella debolezza di Eva, Ildegarda la coglie soprattutto nella smodata passione di Adamo verso di lei.
Anche nella sua condizione di peccatore, l'uomo continua ad essere destinatario dell'amore di Dio, perché questo amore è incondizionato e, dopo la caduta, assume il volto della misericordia. Perfino la punizione che Dio infligge all'uomo e alla donna fa emergere l'amore misericordioso del Creatore. In tal senso, la più precisa descrizione della creatura umana è quella di un essere in cammino, homo viator. In questo pellegrinaggio verso la patria, l'uomo è chiamato ad una lotta per poter scegliere costantemente il bene ed evitare il male.
La scelta costante del bene produce un'esistenza virtuosa. Il Figlio di Dio fatto uomo è il soggetto di tutte le virtù, perciò l'imitazione di Cristo consiste proprio in un'esistenza virtuosa nella comunione con Cristo. La forza delle virtù deriva dallo Spirito Santo, infuso nei cuori dei credenti, che rende possibile un comportamento costantemente virtuoso: questo è lo scopo dell'umana esistenza. L'uomo, in tal modo, sperimenta la sua perfezione cristiforme.

   6. Per poter raggiungere questo scopo, il Signore ha donato i sacramenti alla sua Chiesa. La salvezza e la perfezione dell'uomo, infatti, non si compiono solo mediante uno sforzo della volontà, bensì attraverso i doni della grazia che Dio concede nella Chiesa.
La Chiesa stessa è il primo sacramento che Dio pone nel mondo perché comunichi agli uomini la salvezza. Essa, che è la "costruzione delle anime viventi", può essere giustamente considerata come vergine, sposa e madre e, dunque, è strettamente assimilata alla figura storica e mistica della Madre di Dio. La Chiesa comunica la salvezza anzitutto custodendo e annunziando i due grandi misteri della Trinità e dell'Incarnazione, che sono come i due "sacramenti primari", poi mediante l'amministrazione degli altri sacramenti. Il vertice della sacramentalità della Chiesa è l'eucaristia. I sacramenti producono la santificazione dei credenti, la salvezza e la purificazione dei peccati, la redenzione, la carità e tutte le altre virtù. Ma, ancora una volta, la Chiesa vive perché Dio in essa manifesta il suo amore intratrinitario, che si è rivelato in Cristo. Il Signore Gesù è il mediatore per eccellenza. Dal grembo trinitario egli viene incontro all'uomo e dal grembo di Maria egli va incontro a Dio: come Figlio di Dio è l'amore incarnato, come Figlio di Maria è il rappresentante dell'umanità davanti al trono di Dio.
L'uomo può giungere perfino a sperimentare Dio. Il rapporto con lui, infatti, non si consuma nella sola sfera della razionalità, ma coinvolge in modo totale la persona. Tutti i sensi esterni e interni dell'uomo sono interessati nell'esperienza di Dio: "Homo autem ad imaginem et similitudinem Dei factus est, ut quinque sensibus corporis sui operetur; per quos etiam divisus non est, sed per eos est sapiens et sciens et intellegens opera sua adimplere. [...] Sed et per hoc, quod homo sapiens, sciens et intellegens est, creaturas conosci; itaque per creaturas et per magna opera sua, quae etiam quinque sensibus suis vix comprehendit, Deum cognoscit, quem nisi in fide videre non valet" ["L'uomo infatti è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, affinché agisca tramite i cinque sensi del suo corpo; grazie ad essi non è separato ed è in grado di conoscere, capire e compiere quello che deve fare (...) e proprio per questo, per il fatto che l'uomo è intelligente, conosce le creature, e così attraverso le creature e le grandi opere, che a stento riesce a capire con i suoi cinque sensi, conosce Dio, quel Dio che non può essere visto se non con gli occhi della fede"] (Explanatio Symboli Sancti Athanasii: PL 197, 1066). Questa via esperienziale, ancora una volta, trova la sua pienezza nella partecipazione ai sacramenti.
Ildegarda vede anche le contraddizioni presenti nella vita dei singoli fedeli e denunzia le situazioni più deplorevoli. In modo particolare, ella sottolinea come l'individualismo nella dottrina e nella prassi da parte tanto dei laici quanto dei ministri ordinati sia un'espressione di superbia e costituisca il principale ostacolo alla missione evangelizzatrice della Chiesa verso i non cristiani. Una delle vette del magistero di Ildegarda è l'accorata esortazione a una vita virtuosa che ella rivolge a chi si impegna in uno stato di consacrazione. La sua comprensione della vita consacrata è una vera "metafisica teologica", perché fermamente radicata nella virtù teologale della fede, che è la fonte e la costante motivazione per impegnarsi a fondo nell'obbedienza, nella povertà e nella castità. Nel realizzare i consigli evangelici la persona consacrata condivide l'esperienza di Cristo povero, casto e obbediente e ne segue le orme nell'esistenza quotidiana. Questo è l'essenziale della vita consacrata.

   7. L'eminente dottrina di Ildegarda riecheggia l'insegnamento degli apostoli, la letteratura patristica e gli autori contemporanei, mentre trova nella Regola di san Benedetto da Norcia un costante punto di riferimento. La liturgia monastica e l'interiorizzazione della Sacra Scrittura costituiscono le linee-guida del suo pensiero, che, concentrandosi nel mistero dell'Incarnazione, si esprime in una profonda unità stilistica e contenutistica che percorre intimamente tutti i suoi scritti.
L'insegnamento della santa monaca benedettina si pone come una guida per l'homo viator. Il suo messaggio appare straordinariamente attuale nel mondo contemporaneo, particolarmente sensibile all'insieme dei valori proposti e vissuti da lei. Pensiamo, ad esempio, alla capacità carismatica e speculativa di Ildegarda, che si presenta come un vivace incentivo alla ricerca teologica; alla sua riflessione sul mistero di Cristo, considerato nella sua bellezza; al dialogo della Chiesa e della teologia con la cultura, la scienza e l'arte contemporanea; all'ideale di vita consacrata, come possibilità di umana realizzazione; alla valorizzazione della liturgia, come celebrazione della vita; all'idea di riforma della Chiesa, non come sterile cambiamento delle strutture, ma come conversione del cuore; alla sua sensibilità per la natura, le cui leggi sono da tutelare non da violare.
Perciò l'attribuzione del titolo di Dottore della Chiesa universale a Ildegarda di Bingen ha un grande significato per il mondo di oggi e una straordinaria importanza per le donne. In Ildegarda risultano espressi i più nobili valori della femminilità: perciò anche la presenza della donna nella Chiesa e nella società viene illuminata dalla sua figura, sia nell'ottica della ricerca scientifica sia in quella dell'azione pastorale. La sua capacità di parlare a coloro che sono lontani dalla fede e dalla Chiesa rendono Ildegarda una testimone credibile della nuova evangelizzazione.
In virtù della fama di santità e della sua eminente dottrina, il 6 marzo 1979 il signor cardinale Joseph Höffner, arcivescovo di Colonia e presidente della Conferenza Episcopale Tedesca, insieme con i cardinali, arcivescovi e vescovi della medesima Conferenza, tra i quali eravamo anche Noi quale cardinale arcivescovo di Monaco e Frisinga, sottopose al beato Giovanni Paolo II la supplica, affinché Ildegarda di Bingen fosse dichiarata Dottore della Chiesa universale. Nella supplica, l'eminentissimo porporato metteva in evidenza l'ortodossia della dottrina di Ildegarda, riconosciuta nel XII secolo da Papa Eugenio III, la sua santità costantemente avvertita e celebrata dal popolo, l'autorevolezza dei suoi trattati. A tale supplica della Conferenza Episcopale Tedesca, negli anni se ne sono aggiunte altre, prima fra tutte quella delle monache del monastero di Eibingen, a lei intitolato. Al desiderio comune del Popolo di Dio che Ildegarda fosse ufficialmente proclamata santa, dunque, si è aggiunta la richiesta che sia anche dichiarata "Dottore della Chiesa universale".
Con il nostro consenso, pertanto, la Congregazione delle Cause dei Santi diligentemente preparò una Positio super canonizatione et concessione tituli Doctoris Ecclesiae universalis per la Mistica di Bingen. Trattandosi di una rinomata maestra di teologia, che è stata oggetto di molti e autorevoli studi, abbiamo concesso la dispensa da quanto disposto dall'art. 73 della Costituzione Apostolica Pastor bonus. Il caso fu quindi esaminato con esito unanimemente positivo dai Padri Cardinali e Vescovi radunati nella Sessione Plenaria del 20 marzo 2012, essendo ponente della causa l'eminentissimo cardinale Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Nell'udienza del 10 maggio 2012 lo stesso cardinale Amato Ci ha dettagliatamente informati sullo status quaestionis e sui voti concordi dei Padri della menzionata Sessione plenaria della Congregazione delle Cause dei Santi. Il 27 maggio 2012, Domenica di Pentecoste, avemmo la gioia di comunicare in Piazza San Pietro alla moltitudine dei pellegrini convenuti da tutto il mondo la notizia del conferimento del titolo di Dottore della Chiesa universale a Santa Ildegarda di Bingen e san Giovanni d'Ávila all'inizio dell'Assemblea del Sinodo dei Vescovi e alla vigilia dell'Anno della Fede.
Oggi, dunque, con l'aiuto di Dio e il plauso di tutta la Chiesa, ciò è fatto. In piazza San Pietro, alla presenza di molti cardinali e presuli della Curia Romana e della Chiesa cattolica, confermando ciò che è stato fatto e soddisfacendo con grande piacere i desideri dei supplicanti, durante il sacrificio Eucaristico abbiamo pronunziato queste parole:
"Noi accogliendo il desiderio di molti Fratelli nell'Episcopato e di molti fedeli del mondo intero, dopo aver avuto il parere della Congregazione delle Cause dei Santi, dopo aver lungamente riflettuto e avendo raggiunto un pieno e sicuro convincimento, con la pienezza dell'autorità apostolica dichiariamo San Giovanni d'Avila, sacerdote diocesano, e Santa Ildegarda di Bingen, monaca professa dell'Ordine di San Benedetto, Dottori della Chiesa universale, Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo".
Queste cose decretiamo e ordiniamo, stabilendo che questa lettera sia e rimanga sempre certa, valida ed efficace, e che sortisca e ottenga i suoi effetti pieni e integri; e così convenientemente si giudichi e si definisca; e sia vano e senza fondamento quanto diversamente intorno a ciò possa essere tentato da chiunque con qualsivoglia autorità, scientemente o per ignoranza.
Dato a Roma, presso San Pietro,
col sigillo del Pescatore,
il 7 ottobre 2012, anno ottavo
del Nostro Pontificato.

sabato 6 ottobre 2012

Germania e Spagna finalmente insieme....



L’apertura della XIII assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi su «La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana» avrà una cornice d’eccezione domenica 7 ottobre — in piazza San Pietro — con la proclamazione come «dottori della Chiesa» di san Giovanni d’Ávila — sacerdote diocesano spagnolo — e santa Ildegarda di Bingen — monaca benedettina tedesca — e con la celebrazione eucaristica presieduta da Benedetto XVI. (*)
In questo contesto, vengono proposti alla Chiesa universale due nuovi dottori, il cui significato, vicinanza e perenne attualità sottolinea il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, in questa intervista concessa al nostro giornale. 

Che cosa rappresenta oggi la proclamazione di un dottore della Chiesa? Dal punto di vista teologico e pastorale, quali aspetti risaltano con questo atto?

Diciamo subito che il titolo di dottore della Chiesa universale è conferito a quei santi e sante, come appunto santa Ildegarda di Bingen e san Giovanni d’Ávila, perchè, con la loro eminente dottrina, hanno contribuito all’approfondimento della conoscenza della divina Rivelazione, arricchendo il patrimonio teologico della Chiesa e procurando ai fedeli la crescita nella fede e nella carità. È questo, in estrema sintesi, il significato della proclamazione di un dottore della Chiesa. Da un punto di vista teologico, si evidenziano aspetti inediti della verità evangelica, e, da un punto di vista pastorale, si suscita nei fedeli un rinnovato appello alla coerenza di vita. Oltre alla santità di vita, quindi, i dottori della Chiesa si distinguono per una particolare eccellenza dottrinale e pastorale. 

In che consiste l’eminens doctrina dei due dottori? Cosa dire, ad esempio, della badessa benedettina Ildegarda di Bingen?

La benedettina tedesca Ildegarda di Bingen (1098-1179), fondatrice e badessa di due monasteri, nelle sue opere enuncia una dottrina esimia per profondità, originalità e fedeltà al dato rivelato. Animata da un’autentica carità intellettuale, ella enuncia con densità di contenuto e freschezza di linguaggio il mistero di Dio Trinità, dell’Incarnazione, della Chiesa, dell’umanità. 

Può fare qualche esempio?

Come esempio, diamo alcuni tratti della sua antropologia. Ildegarda parte dal racconto biblico dell’essere umano creato a immagine e somiglianza di Dio (cfr. Genesi 1, 26). Ella vede l’immagine divina dell’uomo nella sua razionalità, fatta di intelletto e volontà. L’intelletto può distinguere il bene dal male e svolge la funzione di magister, che permette di capire ogni cosa, anche la divinità e l’umanità di Dio. La volontà spinge l’uomo a compiere ogni opera, sia buona che cattiva. La parola di Dio educa la volontà alla scelta del bene. Per Ildegarda, inoltre, l’essere umano è visto come unità corpo-anima con l’apprezzamento positivo della corporeità in ordine al merito. Che il corpo non sia stato concesso all’uomo solo come peso, lo dimostra il fatto che le anime dei santi desiderano ardentemente la riunificazione con il loro corpo mortale. Di conseguenza il compimento escatologico significa una trasformazione e una risurrezione del corpo per la vita eterna. 

Cosa insegna Ildegarda nei confronti della relazione uomo-donna?

Nel rapporto uomo-donna Ildegarda riafferma la sostanziale uguaglianza creaturale delle due creature. Inoltre, la creazione di Eva dalla costola di Adamo viene vista in riferimento al fatto che la donna venne data all’uomo come socia: «in consortium dilectionis», «socia». Diversamente dagli autori del tempo, che vedevano nel peccato originale l’estrema fragilità femminile, per Ildegarda fu l’ardente amore di Adamo per Eva a dare occasione al demonio di tentare Eva per prima. La lettura della sua opera principale, Scivias, è istruttiva al riguardo.

Cosa dire di san Giovanni d’Ávila?

San Giovanni d’Ávila (1499/1500-1569) fu uno dei maestri spirituali più prestigiosi e consultati del suo tempo. Ricorsero alla sua sapienza per un retto orientamento di vita, fra gli altri, sant’Ignazio di Loyola, san Giovanni di Dio, san Francesco Borgia, san Tommaso di Villanova, san Pietro d’Álcantara, san Giovanni de Ribera, santa Teresa di Gesù, san Giovanni della Croce. San Giovanni d’Ávila era anche un eccellente catechista e predicatore e non tralasciò di fare un uso magistrale dello scritto per esporre i suoi insegnamenti. Una sua peculiarità è l’affermazione della chiamata universale alla santità per tutti i battezzati. Lungo i secoli i suoi scritti sono stati di grande ispirazione per la formazione sacerdotale e per l’educazione dei laici. Particolarmente attuale risulta la sua insistenza sulla santificazione dei sacerdoti, esperti della parola di Dio e della preghiera della Chiesa, come chiave della continua riforma della Chiesa. 

Come è iniziato l’iter che ha portato al loro dottorato? Ovviamente non parliamo qui della procedura canonica, ma delle motivazioni ideali per promuovere e sostenere il loro dottorato.

Sono principalmente i pastori e i fedeli a sollecitare il Santo Padre a compiere questo passo. Per quanto riguarda Ildegarda di Bingen, ad esempio, in una delle ultime petizioni (1979), i vescovi tedeschi richiedevano con insistenza il dottorato per la santa badessa benedettina. Tra i firmatari, al terzo posto c’è la firma dell’allora cardinale Joseph Ratzinger. I vescovi evidenziavano sia l’eminens doctrina sia l’attualità del pensiero ildegardiano. In particolare: la sua capacità carismatica e speculativa, che può incentivare spiritualmente la teologia contemporanea; con Ildegarda si darebbero alle tante donne accademicamente formate in teologia un modello e uno stimolo per il loro impegno scientifico e pastorale; la comprensione della natura come creazione di Dio, molto presente negli scritti ildegardiani, è di particolare interesse oggi; il dottorato darebbe un forte impulso all’ideale femminile di consacrazione; infine, anche la sua opera musicale potrebbe avere una certa influenza positiva sull’odierna musica di chiesa. 

E per quanto riguarda san Giovanni d’Ávila?

Per san Giovanni d’Ávila il movimento per la promozione del suo dottorato ebbe inizio fin dalla sua canonizzazione, avvenuta nel 1970. Il titolo di maestro, attribuito tradizionalmente al santo, motivava l’ipotesi di un dottorato, promosso soprattutto dalla Conferenza episcopale spagnola. Veniva evidenziato il carisma di sapienza a lui conferito dallo Spirito Santo per il bene della Chiesa e l’influenza benefica del suo insegnamento sul popolo di Dio e soprattutto sui sacerdoti. 

L’ultima proclamazione di un dottore della Chiesa ebbe luogo nel 1997 con Teresa di Lisieux, una nostra quasi contemporanea. Quale attualità, allora, possono avere questi due nuovi dottori, vissuti rispettivamente nel XII e nel XVI secolo? 

Credo che la loro attualità emerga da quanto detto prima. Non bisogna mai dimenticare che una dottrina originale ed eminente nel secolo XII o nel secolo XVI può esserlo ancora oggi. L’eminens doctrina — al pari della santità — non tramonta mai. I Padri della Chiesa ne sono una convincente testimonianza cogente. 

Santa Ildegarda è una monaca benedettina e san Giovanni d’Ávila un sacerdote. Cosa possono dire ai fedeli laici?

Ai laici, come del resto a tutti, essi possono ispirare pensieri di santità, ma anche illuminarli con le loro riflessioni teologiche, spirituali, catechetiche, formative. Essi insegnano che l’unione con Dio e il compimento della volontà divina sono beni da desiderare grandemente. I cristiani si sentiranno incoraggiati a tradurre nella pratica della vita l’annuncio evangelico in questa nostra epoca. Inoltre questi dottori ammoniscono che il mondo può essere retto e amministrato con giustizia solo se lo si considera creatura del Padre amoroso e provvido che è nei cieli. 

C’è una qualche ragione per proclamarli insieme Dottori della Chiesa?

Si tratta di coincidenza fortuita o, se vogliamo, di una eleganza della divina Provvidenza, il cui significato è tutto da scoprire. Da parte nostra, ringraziamo il Santo Padre per questo dono prezioso alla Chiesa di Cristo.
L'Osservatore Romano, 7 ottobre 2012


* * *


La profetessa teutonica

di Karl Lehmann 
Cardinale vescovo di Magonza

Per quasi 2000 anni i dottori della Chiesa sono stati esclusivamente uomini. Fino al 1970, questo titolo è stato conferito a trenta teologi. Soltanto nel novecento sono stati proclamati ben sette nuovi dottori della Chiesa. Il periodo successivo al concilio Vaticano II, però, ha segnato una svolta inaspettata: dal 1970 il destino di essere proclamate dottore della Chiesa è spettato a tre donne: il 27 settembre 1970 è la volta di santa Teresa d'Avila e, il 4 ottobre 1970, di santa Caterina da Siena - entrambe proclamate da Paolo VI. Santa Teresa di Lisieux invece è stata proclamata il 19 ottobre 1997 da Giovanni Paolo II. 
Bisogna tenere presente il rango e l'importanza di queste donne sante. Teresa d'Avila e Caterina da Siena sono senza dubbio figure di spicco del mondo letterario spagnolo e italiano. Caterina da Siena, per esempio, riveste un ruolo centrale, pari a Dante e al Petrarca. Mentre Caterina è la patrona principale d'Italia, Teresa è la patrona della Spagna. La "piccola" Teresina, invece, percorrendo la sua via di fede, disseminata di prove durissime, nella grande oscurità della pura fede nell'amore di Dio diventa l'esempio di un'autentica "piccola via" della perfezione: è la patrona secondaria di Francia e la patrona principale di tutte le missioni della Chiesa. Soprattutto la "grande" Teresa (d'Avila) e Caterina da Siena, grazie al loro vasto impegno per un profondo rinnovamento della Chiesa, si sono dimostrate ciò che possiamo chiamare "donne forti". Esse hanno mostrato grande coraggio nel relazionarsi con i principi secolari e con quelli della Chiesa del loro tempo: nelle loro lettere e visite personali a chierici e principi, furono convincenti al punto tale da fargli cambiare opinione, e non hanno mai esitato a usare parole forti. 
Il 7 ottobre, a questo elenco verrà aggiunta anche santa Ildegarda di Bingen (1098 - 1179). Anche lei tenne una fitta corrispondenza con papi, re, principi, vescovi, religiosi e laici, e intraprese diversi viaggi missionari soprattutto lungo le rive del Reno e nella Germania del sud. Lì predicò la conversione al popolo e al clero. Anche lei ebbe delle straordinarie doti poetiche. Mentre le altre tre sante venivano dall'Italia, dalla Spagna e dalla Francia, santa Ildegarda di Bingen è la prima santa proveniente dall'Europa centrale, e per di più dall'ambito di lingua tedesca, a avere questo onore.
Credo che il significato della proclamazione di queste quattro sante, avvenuto nell'arco di ben quarant'anni e per volontà di tre papi, finora non sia stato abbastanza riconosciuto - nonostante le molteplici richieste di una valorizzazione più adeguata della donna nella Chiesa, avanzate dagli ambienti femministi e di emancipazione. Anche se ciò che di queste sante colpisce di più è la loro grande spiritualità, non bisogna dimenticare che erano anche molto colte e dotate di grande talento organizzativo. La loro sensibilità tipicamente femminile, però, ha anche fatto sì che, alla luce delle loro testimonianze spirituali, noi dobbiamo rivedere e concepire in maniera più ampia il termine di "teologia" che, soprattutto a partire dall`alto medioevo fino a oggi, è stato ristretto e accentuato in modo unilateralmente razionale. Sarà nostro compito fare luce su come queste donne abbiano saputo dare il loro particolare contributo alla teologia, e come "con la loro intelligenza e sensibilità" siano state "capaci di parlare di Dio e dei misteri della fede" (Benedetto XVI, Heilige und Selige. Große Frauengestalten des Mittelalters).
Vorrei delineare brevemente le tappe più importanti della vita di santa Ildegarda. Nacque nel 1098 a Bermersheim vicino ad Alzey nell'Assia-Renana da una numerosa famiglia nobile. Fin dalla nascita venne votata dai suoi genitori al servizio di Dio. Crebbe in un eremo, e poi (probabilmente a partire dal 1106) in un piccolo convento femminile di clausura sul Disibodenberg presso Bingen. Quando ebbe sedici anni, Ildegarda prese i voti perpetui, scegliendo cosi la vita monastica (circa 1115). Alla morte della sua insegnante, Giuditta di Sponheim, nel 1136 fu chiamata a succederle e divenne maestra ("magistra"). Per oltre trent'anni Ildegarda visse e operò nella solitudine del piccolo monastero. Da lì riuscì, nonostante le difficoltà, a fondare altri due monasteri: uno sul Rupertsberg (circa 1150) - monastero che durante la Guerra dei trent'anni fu quasi completamente distrutto dagli Svedesi (1632) - e l'altro a Eibingen (circa 1165) considerato ancora oggi il monastero che rappresenta - seppure non in modo diretto - la continuità ideale con santa Ildegarda. Nonostante le sofferenze e i dolori che caratterizzarono soprattutto l'ultima fase della sua vita, santa Ildegarda intraprese quattro viaggi (1158-1170) in numerose città della Renania e nel sud-ovest tedesco, dove, nei conventi dei monasteri, come anche nelle grandi piazze delle città, predicava contro la decadenza, soprattutto del clero. Dura era anche la critica rivolta al suo tempo, da lei definito "epoca effeminata" (tempus muliebre). Della lotta contro la setta dei catari parleremo dopo. 
Già molto giovane, Ildegarda mostrò di avere la dote di una visione estremamente originale. "Queste cose - scrisse - non le ascolto con le orecchie del corpo e neppure nei pensieri del mio cuore, ma unicamente all'interno della mia anima, con gli occhi carnali aperti, per cui nelle visioni non subisco il venir meno dell'estasi: le vedo in stato di veglia, di giorno e di notte". Molto di ciò fa pensare ai profeti dell'Antico Testamento: "La luce che vedo non è legata a uno spazio. È molto più splendente di una nube compenetrata dal sole. Non posso misurarne l'altezza, la lunghezza, l'ampiezza; la definisco "ombra della luce vivente". In questa luce talvolta, ma non spesso, vedo un'altra luce che chiamo "luce vivente", ma non so dire quando e in che modo io la veda, però quando la vedo si allontanano da me tristezza e angoscia, e allora mi comporto come una semplice fanciulla e non più come una donna vecchia". Dopo aver superato i quarant'anni (1141), le visioni si materializzano in modo fragoroso e veemente. La silenziosa visionaria si trasforma così in profetessa religiosa. Nel suo intimo avverte sempre più forte qualcosa che è quasi come un ordine: "Parla e scrivi ciò che vedi e senti". San Bernardo di Chiaravalle, uno degli uomini più autorevoli della Chiesa del suo tempo, il suo "Signore senza corona", conferma la sua dote profetica. E non solo: al sinodo di Treviri (1147/48) Papa Eugenio III legge dei passi dagli scritti di Ildegarda. Li aveva fatti esaminare da una commissione, e ora chiede a Ildegarda di condividere le sue visioni con tutto il mondo. Da lì nacque il suo primo grande scritto Conosci le vie (Scivias, 1141-1151).
La sapienza e la capacità espressiva di Ildegarda fanno di lei un enigma. Poco si sa della sua formazione accademica. Pur essendo molto giovane, conosceva già il testo della Regola di san Benedetto. Nella liturgia delle ore entrò in confidenza con i salmi e con le Sacre Scritture, e imparò a conoscere bene i padri della Chiesa. Le 390 lettere sono la testimonianza di una fitta corrispondenza con i grandi della sua epoca. Lei stessa, però, si è sempre reputata un'"indocta", una "donna semplice". Non si considerava affatto un'erudita. Sicuramente le ricerche svolte negli ultimi decenni hanno evidenziato che soprattutto le donne nei monasteri, e particolarmente quelle di origini nobili, come le appartenenti alle comunità di santa Ildegarda, avevano molto più accesso agli strumenti di formazione della cultura classica e contemporanea, di quanto non si sia pensato finora. Alla luce della sapienza di santa Ildegarda però, la sua auto-definizione come "indocta" non può che farci sorridere. Ildegarda, infatti, non conosce soltanto la teologia e la filosofia della sua epoca, ma è anche esperta di Antico Testamento, di scienze naturali e di medicina. Sa parlare della bellezza delle pietre preziose, è medico e badessa, compone inni e altre composizioni musicali. È autrice di uno studio fondamentale sull'etica, di una vasta opera sul mondo, ed elabora altresì una cosmologia con orientamento spirituale, contenente una dottrina sull'uomo e la sua salvezza. 
Questo però non significa che la "prophetissa teutonica", come fu già chiamata quando era ancora in vita, non fosse cosciente delle faccende del mondo e della Chiesa, e che li accettasse senza fare obiezioni. Ella scrive non solo ai papi Eugenio III, Anastasio IV, Adriano IV e Alessandro III, ma anche agli arcivescovi di Magonza, Treviri, Colonia e Salisburgo. In una missiva indirizzata all'imperatore Barbarossa, Ildegarda si scaglia duramente contro la politica papale dell'imperatore. Tra i suoi interlocutori spiccano imperatori e re, vescovi e abati, sacerdoti e laici. 
Ella è la "tromba di Dio", la "luce fiammeggiante nella casa di Dio", la "confidente di Dio". "Nessuna voce si eleva contro l'audacia di questo fare. Tutti sono commossi, entusiasti - oppure colpiti alla radice della loro peccaminosità, scossi al punto da trovare una nuova e santa energia vitale; i peccatori si pentono, i miscredenti diventano credenti, coloro che erano divisi si riabbracciano" (Maura Böckeler, Wisse die Wege). Ella viene apprezzata sempre di più, cosicché l'abate Ruperto di Königstal, dopo aver letto i suoi scritti, può affermare: "I professori più eruditi del Regno di Franconia non sapranno mai fare altrettanto. Loro, con un cuore arido e le guance turgide, si perdono in inutili diatribe dialettiche e sofisticazioni retoriche. Questa devota donna invece si limita a sottolineare l'unica cosa che conta, l'unica cosa necessaria. Ella attinge dalla propria pienezza interiore, e la riversa sul mondo". In sintesi Maura Böckeler scrive: "È così che si svolse la missione d'Ildegarda nella Chiesa del suo tempo. Alla fine ella non è altro che l'eco vivente della riforma di Gregorio VII, già monaco di Cluny; e questo eco irrompe da un cuore ardente e da un'anima toccata dallo Spirito. In tempi in cui l'amore si raffredda, lo Spirito di Dio riesce sempre a risvegliare uomini e donne, che come il vento di Pentecoste, soffiano il fuoco caduto dal cielo dentro di loro su tutta la terra".
Tanti aspetti della sua sapienza e spiritualità sono difficilmente spiegabili. Nonostante l'ufficio delle ore le avesse fatto conoscere i termini fondamentali e le parole chiave della lingua latina, il suo latino rimase comunque molto scarso. Nella sua "monaca preferita" e segretaria Richadis von Stade, nonché nei suoi segretari Volmar, poi Gottfried e Gilberto di Gembloux, Ildegarda trova dei collaboratori validi che si distinguono soprattutto per aver dato corpo alle sue visioni. 
Per alcuni decenni, soprattutto dell'ultimo secolo, il rinnovato interesse per Ildegarda era fortemente concentrato sugli aspetti marginali della sua vita e del suo operato: ciò che interessava era la medicina naturale di santa Ildegarda e la sua applicazione diretta, l'esoterica, la sua affinità con il femminismo moderno, e, in parte, pure la magia. Ma nonostante tutte queste cose siano indubbiamente irradiazioni delle idee chiave e delle esperienze basilari della profetessa del Reno, senza un riferimento critico alle testimonianze e agli scritti fondamentali, non sono altro che deviazioni, che, in ultima analisi, non fanno che ostacolare l'accesso all'Ildegarda autentica. Per poter comprendere questo dobbiamo rifarci ai tre scritti che contengono le visioni di Ildegarda: la Scivias, Conosci le vie (1141-1151) già menzionata, il Liber Vitae Meritorum (1158-1163), il libro dei meriti della vita, nonché il Liber Divinorum Operum (1165-1174), il libro delle opere divine. Quest'ultimo libro con le visioni cosmologiche è considerato il capolavoro della sua mente creativa. Tra il 1150 e il 1160 presero corpo i suoi scritti sulle scienze naturali e sulla medicina; opere che rappresentano, allo stato attuale, una raccolta di esperienze popolari, eredità classica e tradizione cristiana. Già nel Duecento l'opera originaria non più esistente, il Liber subtilitatum diversarum naturarum creaturarum, fu suddivisa in Physica e Causae et curae. A questo vanno aggiunte anche le 390 lettere di cui abbiamo già parlato. 
Esistono anche degli scritti minori, come le spiegazioni della Regola di san Benedetto, dei Vangeli e del Credo, nonché delle risposte a pressanti questioni teologiche, vite di santi, ma soprattutto una complessa opera lirica-musicale (Ordo virtutum, inni, sequenze). Queste poesie, canti e canzoni sono spesso stati tradotti e, in parte, pubblicati con il titolo di "sinfonia". L'Ensemble für mittelalterliche Musik di Colonia, Sequentia, ha inciso l'opera omnia di Ildegarda presso la Deutsche Harmonia Mundi (5 cd). Ildegarda è ritenuta una delle figure più straordinarie della scienza umana europea. Fu anche definita la donna più intelligente del Medioevo. Di nessuna donna medievale ci sono state tramandate così tante testimonianze letterarie. A questo riguardo si può constatare un forte cambiamento nella valutazione dell'importanza di santa Ildegarda, per esempio in rapporto alla filosofia e alla storia della filosofia. Nelle meritorie opere meno recenti di E. Gilson, B. Geyer, M. de Wulf per esempio, santa Ildegarda, in questo contesto, non viene neanche menzionata. Significativa è la posizione che assume K. Flasch; mentre nella prima edizione del suo famoso libro Das philosophische Denken im Mittelalter (Il pensiero filosofico nel Medioevo) non la cita neppure, nella seconda tratta dettagliatamente di lei, anche se rimangono dei giudizi stereotipati. Nelle sintesi e nei libri ufficiali adottati per l'insegnamento, le viene data un' importanza considerevole, motivata da ragioni filosofiche. Seguendo questa logica, però, il pensiero di Ildegarda verrebbe ridotto a un "simbolismo" del XII secolo e sostenuto da una riflessione razionale promettente per il futuro.
In un tempo che ha scoperto l'importanza che l'immagine, la metafora, il simbolo e la narrativa hanno per la filosofia, ampliando così anche il senso del termine "ragione", questa è una riduzione inaccettabile. E non rispecchia affatto la condizione dell'ermeneutica odierna. 
Come abbiamo già visto, nel corso dei secoli l'apprezzamento e la ricezione della "prophetissa teutonica" hanno conosciuto alti e bassi. E se oggi abbiamo raggiunto una comprensione molto più dettagliata di santa Ildegarda, lo dobbiamo anche agli studi scientifici svolti in maniera così assidua nel corso del novecento. Per questo bisogna ringraziare non solo lo storico della medicina, Heinrich Schipperges di Heidelberg, al quale dobbiamo tante pubblicazioni, ma soprattutto l'abbazia di Eibingen per averci regalato tanti studi illuminanti, edizioni critiche e traduzioni. Mi limito a menzionare le religiose Maura Böckeler, Angela Carlevaris, Adelgundis Führkötter, Marianne Schrader, Walburga Storch, Cäcilia Bonn - e poi naturalmente suor Maura Zátonyi e le sue valide collaboratrici, le badesse suor Edeltraud Forster e suor Clementia Killewald. Un importante contributo è stato dato anche da numerosi ricercatori e ricercatrici nazionali e internazionali, come anche da tanti traduttori e traduttrici. Desidero ringraziare in modo particolare il padre gesuita Rainer Berndt, docente dell'Istituto Ugo di San Vittore a Francoforte/Sankt Georgen non solo per il congresso tenutosi nel 1997 e per il congresso che si svolgerà a febbraio-marzo del 2013, ma per molto altro ancora.
Se oggi esistono tante buone ragioni per concedere a santa Ildegarda l'onore di essere proclamata dottore della Chiesa, lo dobbiamo senz'altro anche a questi recenti studi. Ma questo onore comporta anche un onere. Infatti, non dobbiamo limitarci a guardare indietro con ammirazione ed elogio per la sua figura storica. E se adesso, grazie alla sua vita in santità, alla sua profonda conoscenza delle cose divine e alla sua vasta spiritualità, viene definita una donna esemplare, abbiamo il compito di tradurre il suo significato anche nel nostro presente. Questo, a mio parere, è il mandato più difficile che questa celebrazione ci assegna. Gli sviluppi degli ultimi decenni, in cui la popolarità di santa Ildegarda è andata sempre crescendo, ci servono da monito: non dobbiamo fare l'errore di adattare santa Ildegarda a delle necessita odierne definite frettolosamente. 
Abbiamo sperimentato a sufficienza come singoli fenomeni, quali la medicina di Ildegarda e molte pratiche esoteriche, spesso non sono rimasti fenomeni marginali tali da essere valorizzati nel loro significato limitato, ma sono stati posti essi stessi al centro dell'interesse. È di grande aiuto sapere che, negli ultimi decenni, abbiamo acquisito una più profonda comprensione della grande importanza dei tre scritti fondamentali contenenti le visioni, come anche delle illustrazioni. Così possiamo vedere che nel caso di santa Ildegarda è particolarmente difficile isolare i singoli dettagli - per quanto istruttivi possano essere - dall'insieme. Ma proprio perché il nesso universale tra tutte le cose è radicato nel nucleo teologico e spirituale, la trasposizione del loro significato nel nostro tempo non è compito facile. Oggi, nell'ambito della teologia siamo abituati a pensare e a parlare per categorie relativamente astratte e razionali. Naturalmente questa razionalità la troviamo anche in Ildegarda, seppure impregnata da una vicinanza interiore, un'affinità con la causa ("connaturalitas"). Qui emerge il filo agostiniano-platonico della comprensione della conoscenza umana: nell'incontro personale e nei rapporti di fede è particolarmente importante nutrire un certo affetto, una certa simpatia per una determinata cosa - e ancora di più per una determinata persona - se la si vuole comprendere veramente. È ciò che oggi chiamiamo empatia. Ildegarda lo chiamava amore. 
Al centro del pensiero teologico e spirituale di santa Ildegarda c'è la creazione. La creazione, però, non è soltanto natura intesa nel senso moderno, poiché rimanda sempre al suo autore, Dio il Creatore, che, per il Suo amore incomparabile per l'esistenza creatrice, ha voluto porre l'uomo al centro della creazione. Questo è evidente soprattutto nella razionalità ("rationalitas") dell'uomo, che lo rende capace di riconoscere Dio, e in Lui tutte le cose, di lodarLo e di soddisfare l'intenzione di Dio nel mondo. In questo modo, l'uomo viene onorato da Dio, e questi lo rende partecipe del Suo amore per il creato. Ma questo comporta anche il rischio che l'uomo possa fallire e finire con lo strumentalizzare la creazione. Ildegarda ci ha fornito un vero e proprio "lamento degli elementi". Ma ciò non significa affermare che Dio tolga la grandezza della sua creazione all'uomo. L'uomo deve esplorare questo suo mondo in tutta serenità, anzi, lo deve compenetrare completamente. Deve realizzarsi al centro della creazione attingendo dal suo essere creato al cospetto di Dio. Ma non deve porre se stesso al centro del mondo. Tutta la creazione è orientata verso Dio. Non gira semplicemente attorno all'uomo. Questa visione dell'uomo ci mette in una posizione particolare, insolita. Ma non possiamo intenderla nel senso moderno antropocentrico che considera tutto subordinato agli scopi e alle esigenze dell'uomo. L'approccio antropologico invece stabilisce un rapporto allo stesso tempo complesso ed equilibrato tra Dio, l'uomo e il mondo. 
Questo, però, ha notevoli conseguenze anche per la comprensione della realtà creata. Ildegarda non vede mai l'uomo e il mondo, il corpo e l'anima, la natura e la grazia, come fenomeni isolati. L'antropologia è fortemente legata alla cosmologia e, di conseguenza, anche all'ecologia. L'intera creazione traspare ripetutamente dal nesso vivo tra tutti i fenomeni. Per descrivere questo nesso intrinseco di tutto il creato, e soprattutto "l'armonia" con la quale le creature si relazionano l'una con l'altra fino a completarsi, Ildegarda usa spesso il termine "sinfonia", soprattutto nelle sue poesie e nei suoi canti. "E cosi ogni elemento ha un suono proprio, un suono primordiale che proviene dall'ordinamento di Dio. Ma poi tutti questi suoni si fondono in un armonioso concerto di arpe e cetre". E questa sinfonia abbraccia tutto il mondo: "Dalle più piccole cose quotidiane fino all'infinità dei mondi stellari, e ora, al centro di tutto: l'uomo, colui che è il cuore del mondo. E forse la spiritualità ineguagliabile di questa visione del mondo, da interpretare sempre e soltanto a partire della storia della salvezza, sta proprio in questo: che tutto il corpo diventa pura luce e musica e che l'intero cosmo diventa suono e armonia". In questo contesto i colori hanno un ruolo fondamentale, soprattutto la "viriditas", la verdeggiante energia vitale, una delle espressioni più care alla profetessa. E qui la dimensione fisica e la realtà dell'anima diventano una cosa sola. Si tratta della vita della creazione, ma anche del rinnovamento adoperato dallo Spirito Santo. A causa della violenza dell'uomo questa energia verdeggiante della creazione è andata indebolendosi; e così rischia di inaridirsi e necessita di constanti cure. Ma rimane comunque una forza che scaturisce dalla bontà di Dio che è in grado di rinnovare tutto. "Dalla mortalità non viene alcuna vita, e la vita consiste soltanto nel vivere. Nessun albero germoglia senza la forza verdeggiante, nessuna pietra fa a meno della verde umidità, nessuna creatura è priva di questa particolare forza, anzi, la stessa eternità vivente è permeata dalla forza verdeggiante". L'uomo deve essere pronto, ogni volta, a uscire fuori dalla limitatezza del suo "io" racchiuso in se stesso, e a farsi condurre al largo: farsi condurre cioè dalla siccità verso una forza verdeggiante che è anche una forza propria dello Spirito di Dio. 
A questo punto bisognerebbe dimostrare come la creazione sia strettamente legata a Gesù Cristo. In fondo, la creazione tende all'incarnazione di Dio in Gesù Cristo. Soltanto partendo da Lui si avvererà tutto ciò che abbiamo detto sulla creazione. Ma questo richiede anche la convinzione, che la creazione di per sé è volatile, ma viene salvata dalla risurrezione di Gesù Cristo e degli uomini. Questo compimento è qualcosa che Ildegarda non perde mai di vista. "A colui che coltiva il campo del suo corpo con discrezione ("discrete"), l'avvicinarsi della fine non potrà nuocere: esso verrà accolto dalla sinfonia dello Spirito Santo (symphonia Spiritus Sancti) e ciò che lo aspetterà sarà una vita di letizia (vita laeta)". Anche qui abbiamo dunque una "sinfonia" dei misteri della fede strettamente collegati tra di loro. In questo contesto, santa Ildegarda usa spesso l'immagine del cerchio. 
Da queste basi profonde emergono delle conseguenze di alto valore pratico ed etico. Santa Ildegarda non ha dubbi quando afferma che Dio ha creato il nostro mondo come un mondo buono. Ella non chiude gli occhi davanti al male e al peccato che portarono tanta distruzione e disarmonia nel creato. Perciò tutto dipende dalla conversione dell'uomo. Con questa teologia della creazione ottimista, però, Ildegarda lotta contro certe tendenze dell'influenza del neoplatonismo nella teologia contemporanea, e soprattutto contro tutte le tendenze dualiste-manicheiste che vogliono abbassare l'importanza della materia, sminuendola. Questo emerge forse in modo più chiaro nell'atteggiamento positivo che Ildegarda ebbe nei confronti del corpo e nel suo approccio sorprendentemente disinvolto alla sessualità umana. E questo si ripercuote anche su come Ildegarda vede il rapporto tra uomo e donna. È vero che considera tale rapporto in modo conservatore, nel senso della subordinazione della donna all'uomo, ma all'interno di questa compagine permette comunque forti accenti correttivi. In questo modo, per esempio, Ildegarda ritiene - cosa tutt'altro che scontata - che non solo l'uomo sia fatto a immagine e somiglianza di Dio, ma anche la donna. E questa valutazione include anche il corpo umano. Verginità e maternità non sono più in contrapposizione, ma vengono rappresentate nella loro relazione reciproca. Incurante dell'influsso di Agostino, il matrimonio viene visto in modo positivo. Per Ildegarda la donna non è semplicemente debole, ma essa è "mollioris roboris", cioè "di una forza più mite"; e allo stesso modo la forza maschile deve essere attenuata con "mansuetudo", cioè con la mansuetudine. Questa è anche la ragione per la quale santa Ildegarda, soprattutto nei suoi anni maturi, lotta così decisamente contro i cosiddetti catari, un movimento di tipo settario che, pur avendo radici nella motivazione ascetica, alla fine giunse a una valutazione del tutto negativa del corpo creato. I viaggi di cui abbiamo già parlato, che portarono Ildegarda lungo le rive del Reno e nel sud-ovest della Germania, sono motivati dal rifiuto di questo movimento a impronta dualistica. I catari si distinguono per un'aspra critica del matrimonio e dello stato della donna. È molto probabile che gran parte delle donne di questo movimento abbiano subito violenze sessuali e domestiche: "Il matrimonio non ha alcun valore"; "Le donne sono demoni". Forte della sua spiritualità e teologia, santa Ildegarda divenne un'instancabile combattente contro questo movimento eretico; e nella sua difesa del corpo umano e della realtà creata, è proprio il suo stato di donna religiosa che le conferisce una credibilità particolare.
Sono certo che oggi questo significato che Ildegarda ha per noi, possa essere compreso e maggiormente approfondito sotto tanti aspetti. Raramente, però, questo approccio può essere diretto. Nonostante infatti, la sua attualità, alcuni pensieri d'Ildegarda ci risultano ancora inaccessibili e necessitano di un'interpretazione accurata. Solo così sarà dato un contributo che costituisce un autentico arricchimento. Ora, dopo tutto il minuzioso lavoro svolto a livello storico ed editoriale, è questo il compito al quale dovremmo dedicarci. E qui, in particolar modo, è chiamata in causa la teologia sistematica. Ma dovremo munirci di santa pazienza.
Possiamo forse concludere con ciò che il cronista ci racconta degli ultimi anni di vita di santa Ildegarda: "Nel suo seno brama un amore così buono, che non negò a nessuno il suo abbraccio. Ma siccome "la fornace prova gli oggetti del vasaio" (Siracide, 27, 5) e "la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza" (2 Corinzi, 12, 9), fin dalla sua infanzia fu colpita da frequenti, quasi continue malattie dolorose, cosicché solo raramente si servì dei suoi piedi per camminare, e siccome l'intera costituzione della sua carne era instabile, la sua vita era come l'immagine di una morte preziosa. Ma ciò che mancava di forza all'essere esteriore, attraverso lo spirito della sapienza e della forza, venne aggiunto all'essere interiore, e mentre il suo corpo decadeva, si fece sentire il meraviglioso soffio della fiamma del suo spirito". La conclusione di questa "Vita" sottolinea come Ildegarda, dopo "aver prestato fedele servizio al Signore in tante dure battaglie [si trovò afflitta dal tedio della vita] e pregava ogni giorno di essere "sciolta dal corpo per essere con Cristo" (Filippesi, 1, 23). Dio esaudì questo suo desiderio e, proprio come ella aveva pregato, le rivela, nello spirito profetico, la sua fine, che ella annuncia anche alle sue sorelle. E così, dopo aver lottato per qualche tempo contro la sua malattia, il 17 settembre, nell'ottantaduesimo anno della sua vita, fa felice ritorno nella casa del suo Sposo celeste".
Sarebbe doveroso ringraziare molte persone. Il ringraziamento più grande, però, lo dobbiamo a Papa Benedetto XVI per il coraggio che ha dimostrato nel proclamare santa Ildegarda di Bingen dottore della Chiesa. Forse il suo pensiero traspare meglio da un breve indirizzo ai partecipanti a un simposio internazionale su Ildegarda, al quale fu invitato nel 1994, e in cui disse: "Avrei volentieri accettato l'invito al vostro convegno su Ildegarda di Bingen, in quanto questa figura mi ha affascinato fin dalla mia gioventù. Il mio interesse per lei è nato all'inizio degli anni quaranta dalla lettura di un romanzo di Hünermann, allora molto popolare: Das lebendige Licht (La luce vivente). Questo primo incontro mi incoraggiò poi a inseguire la fonte di questa luce più da vicino, anche se purtroppo non ho mai trovato il tempo di dedicarmi a studi veri e propri su Ildegarda. Oggi Ildegarda si presenta a noi in tutta la sua universalità audace. Ci sentiamo attratti dall'affettuosa attenzione che ella presta alle forze risanatrici della creazione, e dalle sue molteplici doti artistiche, ma soprattutto dalla sua intensa predicazione della fede; la sentiamo dunque vicina come donna che ha amato Cristo nella Sua Chiesa senza alcuna ingenuità e senza timore. Anzi, proprio grazie al suo contatto con il mistero di Dio fu in grado di dire la parola giusta alla sua epoca, in tutta libertà e senza alcun timore. Nella crisi dell'uomo d'oggi che stiamo affrontando, Ildegarda ha ancora molte cose importanti da dirci. In questo senso vi auguro che le vostre conversazioni siano feconde, affinché il messaggio di Ildegarda nella sua immutata attualità possa essere ascoltato e compreso di nuovo".


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Giovanni d'Ávila 

Una voce per riformare la Chiesa

di Antonio María Rouco Varela 
Arcivescovo di Madrid, presidente della Conferenza Episcopale spagnola

«San Giovanni d’Ávila, un dottore per la nuova evangelizzazione», così abbiamo intitolato l’Istruzione della XCIX assemblea plenaria della Conferenza episcopale spagnola, del 26 aprile 2012, e la reiterata frase del santo maestro, «Sappiano tutti che Dio nostro è amore», apriva il messaggio che, poco prima, avevamo rivolto a tutto il popolo di Dio. Evangelizzazione e centralità dell’amore del Padre manifestato in Cristo Gesù: due chiavi essenziali per avvicinarci alla persona e all’insegnamento di questo «predicatore evangelico», così come lo definiva il suo discepolo principale e primo biografo, fra Luis de Granada. 
Questo dottore, alle porte dell’Anno della fede e all’inizio dell’assemblea del Sinodo dei vescovi su «La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede», pone dinanzi ai nostri occhi la figura colta e umile, importante e discreta, del santo maestro Giovanni d’Ávila (1499 o 1500-1569), il quale dedicò la propria vita alla preghiera e allo studio, a predicare a piccoli e grandi, chierici e laici, che tutti siamo chiamati alla santità, a rendere la Parola di Dio comprensibile ai sapienti e agli ignoranti, e a lasciarci una serie di trattati di spiritualità, sermoni, conversazioni e lettere in quel delizioso castigliano «d’oro» che armonizza il parlare bene con la solidità, la grazia e la densità del suo contenuto. 
Le prestigiose università di Salamanca e di Alcalá lasciarono un’impronta profonda nel giovane studente Giovanni d’Ávila. Dopo aver tentato per quattro corsi di studiare giurisprudenza a Salamanca, e dopo una grande esperienza di conversione, s’iscrisse alla facoltà di Arti e Teologia dell’università Complutense, fondata poco prima dal cardinale Cisneros, dove l’armoniosa sintesi tra la più solida tradizione teologica ecclesiale e le nuove correnti dell’umanesimo rinascimentale segnò per sempre la sua definita personalità. 
Dalla pubblicazione della famosa Bibbia Poliglotta Complutense, e da quando era studente ad Alcalá, la Parola di Dio non abbandonò mai la sua mente e il suo cuore ed egli riempì i suoi scritti e la sua predicazione d’innumerevoli riferimenti all’Antico e al Nuovo Testamento, in modo particolare al Vangelo e agli scritti paolini. «Siate amici della Parola di Dio leggendola, parlandola, operandola» (Lettera, 86) era una delle sue raccomandazioni preferite. «La Sacra Scrittura — dice — è casa di Dio, è seggio di Dio, di modo che la Bibbia è trasferimento del cuore di Dio» (Giovanni I, Lec. 6º).
Suggerì anche l’idea di creare una sorta d’Istituto biblico, «poiché è essa (la Bibbia) che consente a uno di chiamarsi teologo» (Memoriale, I, 52). Questa era la sua proposta: «Sarebbe cosa utilissima alla Chiesa disporre che nelle università ci siano collegi deputati e dotati affinché la suddetta Sacra Scrittura abbia allievi e discepoli che con quelle disposizioni la possano studiare; e con esercizi di lettura e di predicazione tra gli stessi allievi e con la gente di fuori, divengano abili per dare frutto alla Chiesa di Dio con l’esercizio e il ministero della sua parola. In tal modo ci sarebbero lettori a sufficienza per leggere la Sacra Scrittura nelle università, in quanto vediamo per esperienza che ce ne sono pochi. Poiché tale lezione richiede modi differenti e uno spirito diverso, e perizia come quella chiesta dalla teologia scolastica, nella quale si esercita solo la maggior parte di quelli che leggono la Sacra Scrittura» (Memoriale II, numero 67). 
Secondo alcune dichiarazioni dei suoi contemporanei, Ignazio di Loyola giunse a chiamarlo «arca del Testamento, essendo l’archivio della Sacra Scrittura, che se si perdesse, solo lui restituirebbe alla Chiesa». 
Dal 1538 figura con il titolo di maestro e Papa Paolo VI, nell’omelia della sua canonizzazione, il 31 maggio 1970, esaltò la sua persona e la sua dottrina eccelsa, lo propose come modello di predicazione e di guida delle anime, lo definì paladino della riforma ecclesiastica e sottolineò la sua costante influenza storica, ancora attuale. Al rinnovamento ecclesiale del concilio Vaticano II, all’inizio del terzo millennio del cristianesimo, contribuirà in grande misura la voce di questo maestro, che si potrebbe giustamente chiamare dottore dell’amore di Dio o della nuova evangelizzazione.
Giovanni d’Ávila è un classico della spiritualità cristiana accanto ad altri grandi santi e mistici del XVI secolo, conosciuto e apprezzato universalmente soprattutto in ambito teologico e accademico. Non elaborò mai una sintesi sistematica del suo insegnamento teologico, ma ci ha lasciato tesori così preziosi come il Trattato dell’Amore di Dio, il Trattato sul sacerdozio, il Catechismo o Dottrina cristiana, i Commenti alla Lettera ai Galati o alla Prima Lettera di Giovanni e, soprattutto, il noto Audi, filia, frutto della sua esperienza come guida spirituale di una giovane. Il cardinale Astorga, arcivescovo di Toledo, disse: «Questo libro ha convertito più anime delle lettere che contiene», e i cattolici perseguitati in Inghilterra trassero grande sollievo dalla sua lettura. 
In quanto vero umanista e buon conoscitore della realtà, la sua era una teologia vicina alla vita, che rispondeva alle questioni poste in quel momento e lo faceva in modo didattico e comprensibile. 
L’ingegno e la buona preparazione accademica di Giovanni d’Ávila lo portarono persino a inventare macchine per sollevare l’acqua; i proventi economici che derivavano dai brevetti li utilizzava nella fondazione di collegi per l’educazione e l’istruzione di bambini e giovani. 
Fu anche promotore d’interessanti iniziative che, in qualche modo, fecero di lui un pioniere del diritto internazionale, in quanto propose la creazione di un tribunale di arbitrato per evitare conflitti armati: «Che nessun re, signore, o signoria che non riconosce alcun superiore possa dichiarare guerra a un altro senza che prima eruditi delle università, indicati dal concilio, esaminino la giustizia delle cause. E se colui che non avesse giustizia non volesse soddisfare colui che l’ha, si ricorra a rimedi opportuni contro di lui; rimedi tali che egli resti ben scottato dal castigo e altri siano avvisati» (Memoriale I al Concilio di Trento, Riforma dello Stato Ecclesiastico, numero 63). 
Sono proposte di ampio respiro, unite a uno sguardo contemplativo agli eventi quotidiani e alla natura che a sua volta ci parla del Creatore: «Dite, non avete mai visto sorgere il sole la mattina? È una cosa che vale la pena vedere. Sembra un miracolo di Dio vedere come viene l’alba, come cantano tutti gli uccellini, alcuni bene, altri male; è un miracolo vederla; sembra che tutte le cose chiamino Dio, ognuna a suo modo, che tutte benedicano Dio» (Sermone, 62).
Scrive ancora: «Guarda tutti i benefici che Dio ti ha fatto, perché tutti sono pegni e testimonianze di amore. Tutto quanto c’è in cielo e in terra, e tutte le ossa e i sensi che sono nel tuo corpo» (Trattato dell’Amore di Dio, I, 952). «Guardi l’uomo se stesso, guardi il cielo e guardi la terra, e veda che tutto è legna di beneficio per accendere nell’essere umano il fuoco dell’amore divino» (Sermone, 70). 
Attento a cogliere quello che lo Spirito ispirava alla Chiesa, in un’epoca così complessa e agitata da cambiamenti culturali, da varie correnti umanistiche, dalla ricerca di nuovi cammini di spiritualità, chiarì criteri e concetti, incentrando il suo insegnamento su temi tanto scottanti come la giustificazione e la grazia, che spiegò alla luce di quello che chiamava il «beneficio di Cristo», ossia l’espressione dell’amore di Dio in Cristo Gesù, Verbo fatto uomo e nostro Redentore.
La sua teologia è orante e sapienziale: lo esigevano la santità della scienza teologica e il bene e l’edificazione della Chiesa. Il suo insegnamento è una teologia pregata e predicata, applicata alla realtà e ai bisogni degli ascoltatori, e accompagnata sempre dalla Parola di Dio e dei santi Padri, atta a edificare le persone e a spingere i cuori alla santità. 
La predicazione del Maestro d’Ávila, incentrata sempre sull’amore di Dio, comportava per tutti un pressante invito alla santità. Perché tutti, clerici, religiosi e laici, siamo chiamati alla santità. Era pienamente convinto che la vocazione cristiana, in qualsiasi condizione di vita, è vocazione alla santità e all’apostolato. Così, nel breve trattato Meditazione del beneficio che ci ha fatto il Signore nel sacramento dell’Eucaristia, tema ricorrente in gran parte della sua opera, esprime come la grazia divina rende «l’uomo simile a Dio nella purezza della vita», e come la chiamata alla sanità si deve al fatto che l’uomo è «partecipe di Dio stesso».
I suoi biografi parlano diffusamente della grande esigenza di vita cristiana che implicava per ogni persona l’ascoltare le sue parole, del tutto coerenti con la sua testimonianza di vita. Da parte sua, favorì tutte le vocazioni e, com’è noto, furono molto numerose le conversioni e le adesioni alla vita consacrata e clericale che i suoi scritti e i suoi sermoni suscitarono. Ricordiamo Giovanni di Dio, che cambiò radicalmente la sua vita dopo aver ascoltato a Granada la predicazione di padre d’Ávila al punto da diventare il fondatore dell’ordine ospedaliero, o a san Francesco Borgia, che aiutò nel cammino della sua conversione e nel suo ingresso nella compagnia di Gesù, della quale fu il terzo preposito generale. 
Giovanni d’Ávila è quindi maestro della vita santa e, in concreto, della santità sacerdotale: «Oh ecclesiastici, se vi guardaste nel fuoco del vostro pastore principale, Cristo; in quelli che vi hanno preceduti, apostoli e discepoli, vescovi martiri e pontefici santi!» (Conversazione, 7). L’identificazione e la configurazione con Gesù Cristo, e la pratica della preghiera e delle virtù cristiane, come per i grandi santi, sono alla base della santità.
Riferendosi alla predicazione come responsabilità propria dei sacerdoti, alla quale dedicò gran parte della sua vita, accanto alla preghiera e allo studio, il santo maestro diceva: «Grande dignità è avere l’ufficio nel quale si esercitò Dio stesso, essere vicario di un tale Predicatore, che è giusto imitare nella vita come nella parola» (Lettera, 4). 
«L’altezza dell’ufficio sacerdotale esige altezza di santità» affermava spesso, perché «come può un sacerdote offendere Dio tenendo Dio nelle sue mani?» (Sermone, 64). «Oh, come deve essere grande la nostra santità e purezza per toccare Gesù Cristo, che vuole essere accolto con braccia e cuore puro, e per questo si mise nelle braccia della Vergine!» (Ibidem, 4).
San Giovanni d’Ávila è quindi un noto maestro di spiritualità sacerdotale come dimostrano i suoi Sermoni e le Conversazioni e il sopracitato Trattato sul Sacerdozio. Il suo insegnamento, che ha come riferimento Cristo, il Buon Pastore, contiene tutti gli elementi fondamentali del sacerdozio cristiano, con formulazioni basate sulla Sacra Scrittura, sui Padri della Chiesa, sul magistero, sui santi e sui più stimati teologi, e in esso si percepiscono in modo particolare contenuti evangelici e paolini e una chiara radice agostiniana e tomista. 
Concentrò la sua attenzione anche su una migliore formazione per i bambini e i giovani, in particolare per gli aspiranti al sacerdozio. Per loro, e per la formazione permanente dei clerici, fondò una quindicina di collegi minori e maggiori, e una prestigiosa università, quella di Baeza (Jaén), che è stato un importante punto di riferimento per secoli.
L’arcivescovo di Granada, don Pedro Guerrero, voleva portare il maestro d’Ávila come consigliere teologo alla seconda sessione del concilio di Trento. Avanti negli anni e malato, il suo stato fisico non gli permise di partecipare, ma scrisse per l’occasione due famosi Memoriali, il Memoriale I, Riforma dello Stato Ecclesiastico (1551) e il Memoriale II, Cause e rimedi delle eresie (1561). In essi disse in modo molto preciso e chiaro che la santità del clero è indispensabile per riformare la Chiesa. Senza di essa, una vera riforma diverrebbe impossibile. Seguendo la dottrina paolina della legge e della grazia, cercava di far rinascere una vita vigorosa dalle stesse viscere soprannaturali della Chiesa, e perciò era necessario creare una legione di uomini di spirito. Disse: «Consta già che ciò che questo santo concilio vuole è il bene e la riforma della Chiesa. A tal fine, consta anche che il rimedio è una nuova formazione dei suoi ministri» (Memoriale, I, 9). 
Le sue proposte, riferite soprattutto alla creazione di seminari per la formazione di quanti si preparavano al sacerdozio, raggiunsero tutta la Chiesa, come si può percepire nel decreto tridentino De seminariis clericorum (1563) e in altri documenti sulla riforma e sui sacramenti. 
Punto importante della spiritualità del maestro d’Ávila è il suo marcato marianesimo, che relaziona con il sacerdozio. La dimensione mariana è una conseguenza della dimensione cristologica, eucaristica ed ecclesiale. Maria è associata a Cristo, come lo è il sacerdote. L’azione sacerdotale è simile a quella di Maria per «l’essere sacramentale che il sacerdote dà a Dio fatto uomo» e non una sola volta, ma frequentemente (Trattato sul sacerdozio, numero 2). «Guardiamoci, Padri — scrive — dalla testa ai piedi, anima e corpo, e ci vedremo fatti a somiglianza della Santissima Vergine Maria, che con le sue parole portò Dio nel proprio grembo. E il sacerdote lo porta con le parole della consacrazione» (Conversazione, 1º, 111). Sono molto noti i suoi sermoni nelle principali feste mariane, come quelli dell’Annunciazione, della Visitazione o dell’Assunzione di Maria in cielo.
Giovanni d’Ávila morì povero, come aveva sempre vissuto. «Coloro che non sono conosciuti come poveri, si congedino dalla novella che porta Gesù Cristo povero» (Sermone, 3).
Il suo grande servizio alla Chiesa non si concluse con la sua morte. I suoi scritti più importanti apparvero presto in diverse edizioni e ottennero una notevole diffusione. I suoi sermoni furono molto apprezzati e circolarono in copie manoscritte, finché nel 1596 iniziarono a essere pubblicati; sono numerose le loro edizioni e traduzioni. Lo stesso vale per il suo ricco epistolario, che fu molto presto tradotto in diverse lingue. 
L’influenza del maestro d’Ávila è stata pertanto costante attraverso i suoi scritti, pubblicati diverse volte nel corso dei secoli, e che continuano a essere pubblicati e letti, a ritmo crescente, ancora oggi. Associazioni clericali e laicali, sacerdoti e lo stesso popolo di Dio continuano ad assimilare e a diffondere la sua dottrina. I suoi insegnamenti hanno un’autentica e profonda presenza ecclesiale, sufficientemente universale, e continuano a fecondare, in maniera discreta ma efficace, la vita della Chiesa.
Giovanni d’Ávila ha influenzato in modo diretto molti santi, maestri di spiritualità e fondatori che si sono ispirati a lui o si sono abbeverati alla sua dottrina, a partire dagli uomini del suo tempo, e non solo spagnoli, ma anche europei e soprattutto latinoamericani. Non minore è stata però l’influenza indiretta che ha esercitato e che continua a esercitare attraverso la dottrina e la spiritualità diffusa da quei fondatori, che sono giunti fino in America, in Asia, e persino nel cuore dell’Africa.

(*): Qui trovate il Libretto della Celebrazione