Il sinodo si è aperto con una grande concelebrazione in piazza San Pietro —
prima della quale Benedetto XVI ha proclamato due nuovi dottori della Chiesa,
tra cui la quarta donna in poco più di un quarantennio — e ha poi iniziato i
suoi lavori con la preghiera che scandisce il tempo cristiano. Non è formalità,
ma una scelta che vuole rispecchiare una realtà, ha detto il Papa nella
meditazione svolta a braccio sui testi liturgici. Con la preoccupazione, che gli
è caratteristica, di comprendere a fondo il senso delle parole della preghiera
appena recitata con i vescovi venuti da tutto il mondo e di farlo capire.
Al cuore dell’assemblea sinodale è il termine greco euangèlion, già attestato
in Omero e che al tempo di Gesù indica un messaggio imperiale, da parte del
sovrano, e che per questo porta la salvezza. Un vocabolo che i primi scrittori
cristiani mutuano dunque dal linguaggio profano e trasformano. Così
l’evangelista Luca colloca la nascita del bambino nella storia del mondo
collegandola con l’editto dell’imperatore Augusto, ha ricordato il Papa.
Aggiungendo subito dopo che se Dio ha rotto il silenzio e ha parlato, bisogna
interrogarsi su come trasmettere e testimoniare la sua Parola, che innanzi tutto
è il lògos, il Verbo incarnato.
La ricerca di un modo nuovo di annuncio del Vangelo — la nuova
evangelizzazione cara a Giovanni Paolo II, ricordato con significativo affetto
dal suo successore — è appunto il tema centrale del sinodo e dell’Anno della
fede che sta per aprirsi a mezzo secolo dal concilio Vaticano II, convocato da
Giovanni XXIII e guidato da Paolo VI con la stessa preoccupazione. In coerenza
con una storia quasi bimillenaria che, pur con i limiti umani, è segnata da un
desiderio di fedeltà. Su questo sfondo Benedetto XVI ha presentato i due nuovi
dottori della Chiesa: Giovanni d’Ávila, figura di prete riformatore colto e
umile, e Ildegarda di Bingen, donna e monaca sapiente che indagando la creazione
contemplò Dio e seppe sostenere la sua Chiesa.
Sinodo e Anno della fede si aprono dunque sotto il segno dei nuovi dottori,
con un richiamo all’essenziale. Nella meditazione — vera e propria chiave di
lettura per la riflessione e il dibattito sinodali — Benedetto XVI ha insistito
sul contenuto della fede: nel Verbo incarnato Dio ha parlato e parla di continuo
all’uomo, vuole entrare in lui e coinvolgerlo. Ecco allora il significato del
termine confessio, diverso da professio. La fede che matura nel cuore e
coinvolge tutti i sensi, al di là della dimensione intellettuale, deve infatti
essere portata e testimoniata nel mondo.
Solo con questa disponibilità alla testimonianza e alla sofferenza per la
verità si può essere credibili. Alla confessio farà allora seguito la caritas
descritta spesso nella liturgia come ardore e come fiamma. Per questo
il Papa ha
richiamato un detto (lògion) di Gesù conservato da Origene: «Chi è vicino a me è
vicino al fuoco». Il fuoco cioè della presenza di Dio che incendia e trasforma,
il fuoco del Vangelo da propagare ogni giorno nel mondo. (G. M. Vian)
* * *
Di seguito il testo della Lettere apostoliche con cui vengono proclamati i due nuovi Dottori.
Lettera apostolica per la proclamazione a dottore della Chiesa del prete riformatore vissuto nel Cinquecento
Giovanni d'Ávila
predicatore e maestro spirituale
Pubblichiamo, in una traduzione italiana, il testo della lettera
apostolica di Benedetto XVI per la proclamazione di Giovanni d'Ávila a
dottore della Chiesa, il cui originale latino è riportato sul nostro
sito (www.osservatoreromano.va).
LETTERA APOSTOLICA
San Giovanni d'Ávila, sacerdote diocesano,
è proclamato Dottore della Chiesa universale.
BENEDETTO PP. XVI
A perpetua memoria
1. Caritas Christi urget nos (2 Cor 5, 14). L'amore di Dio,
manifestato in Gesù Cristo, è la chiave dell'esperienza personale e
della dottrina del Santo Maestro di Ávila, un "predicatore evangelico"
sempre ancorato alla Sacra Scrittura, appassionato della verità e
referente qualificato per la "Nuova Evangelizzazione".
Il primato della grazia che spinge a operare il bene, la promozione di
una spiritualità della fiducia e la chiamata universale alla santità
vissuta come risposta all'amore di Dio, sono punti centrali
dell'insegnamento di questo presbitero diocesano che dedicò la sua vita
all'esercizio del suo ministero sacerdotale.
Il 4 marzo 1538, Papa Paolo III emise la Bolla Altitudo Divinae
Providentiae, diretta a Giovanni d'Ávila, autorizzandolo a fondare
l'Università di Baeza (Jaén), nella quale lo definì come "praedicatorem
insignem Verbi Dei". Il 14 marzo 1565 Pio iv emetteva una Bolla
confermatoria delle facoltà concesse a tale Università nel 1538, nella
quale lo designava come "Magistrum in theologia et verbi Dei
praedicatorem insignem" (cfr. Biatiensis Universitas, 1968). I suoi
contemporanei non esitarono a chiamarlo "Maestro", titolo con cui figura
fin dal 1538, e Papa Paolo VI, nell'omelia della sua canonizzazione, il
31 maggio 1970, esaltò la sua figura e la sua dottrina sacerdotale
eccelsa, lo propose come modello di predicazione e di direzione delle
anime, lo definì paladino della riforma ecclesiastica e sottolineò la
sua costante influenza storica fino al momento presente.
2. Giovanni d'Ávila visse nella prima ampia metà del XVI secolo.
Nacque il 6 gennaio 1499 o 1500, ad Almodóvar del Campo (Ciudad Real,
diocesi di Toledo), figlio unico di Alonso Ávila e di Catalina Gijón,
genitori molto cristiani e con un'alta posizione economica e sociale. A
14 anni lo portarono a studiare Legge nella prestigiosa Università di
Salamanca; ma abbandonò questi studi al termine del quarto corso perché,
in seguito di un'esperienza molto profonda di conversione, decise di
ritornare nella dimora familiare per dedicarsi a riflettere e a pregare.
Con il proposito di diventare sacerdote, nel 1520 andò a studiare Arti e
Teologia nell'Università di Alcalá de Henares, aperta alle grandi
scuole teologiche del tempo e alla corrente dell'umanesimo
rinascimentale. Nel 1526, ricevette l'ordinazione sacerdotale e celebrò
la prima Messa solenne nella parrocchia del suo paese e, con il
proposito di recarsi come missionario nelle Indie, decise di ripartire
la sua consistente eredità tra i più bisognosi. Quindi, in accordo con
colui che doveva essere primo Vescovo di Talxcala, in Nueva España
(Messico), si recò a Siviglia in attesa d'imbarcarsi per il Nuovo
Mondo.
Mentre preparava il viaggio, si dedicò a predicare nella città e nelle
località vicine. Lì incontrò il venerabile Servo di Dio Fernando de
Contreras, dottore ad Alcalá e prestigioso catechista. Questi,
entusiasmato dalla testimonianza di vita e dall'oratoria del giovane
sacerdote Giovanni, riuscì a far sì che l'arcivescovo sivigliano lo
facesse desistere dalla sua idea di andare in America per restare in
Andalusia; rimase a Siviglia condividendo casa, povertà e vita di
preghiera con Contreras e, mentre si dedicava alla predicazione e alla
direzione spirituale, continuò gli studi di Teologia nel Collegio di San
Tommaso, dove forse ottenne il titolo di Maestro.
Tuttavia nel 1531, a causa di una sua pre
dicazione mal interpretata,
fu mandato in carcere. Nella prigione cominciò a scrivere la prima
versione dell'Audi, filia. In quegli anni ricevette la grazia di
penetrare con singolare profondità nel mistero dell'amore di Dio e del
grande beneficio fatto all'umanità da Gesù Cristo, nostro Redentore. Da
allora in poi sarà quello l'asse portante della sua vita spirituale e
il tema centrale della sua predicazione.
Una volta emessa la sentenza assolutoria nel 1533, continuò a predicare
con notevole successo tra il popolo e dinanzi alle autorità, ma preferì
trasferirsi a Cordova, incardinandosi in questa diocesi. Poco dopo, nel
1536, lo chiamò per ricevere un suo consiglio l'arcivescovo di Granada
dove, oltre a continuare la sua opera di evangelizzazione, completò gli
studi in quella Università.
Buon conoscitore del suo tempo e con un'ottima formazione accademica,
Giovanni d'Ávila fu un eminente teologo e un autentico umanista. Propose
la creazione di un Tribunale Internazionale di arbitrato per evitare le
guerre e fu persino capace d'inventare e di brevettare alcune opere
d'ingegneria. Vivendo però molto poveramente, incentrò la sua attività
sulla promozione della vita cristiana di quanti ascoltavano compiaciuti i
suoi sermoni e lo seguivano ovunque. Particolarmente preoccupato
dell'educazione e dell'istruzione dei bambini e dei giovani, soprattutto
di quanti si preparavano al sacerdozio, fondò vari Collegi minori e
maggiori che, dopo il concilio di Trento, sarebbero diventati Seminari
conciliari. Fondò altresì l'Università di Baeza (Jaén), per secoli
importante punto di riferimento per la qualificata formazione di
chierici e secolari.
Dopo aver percorso l'Andalusia e altre regioni del centro e dell'ovest
della Spagna predicando e pregando, ormai malato, nel 1554 si ritirò
definitivamente in una semplice casa a Montilla (Cordova), dove esercitò
il suo apostolato delineando alcune delle sue opere attraverso
un'abbondante corrispondenza. L'Arcivescovo di Granada voleva portarlo
come consultore teologo alle ultime due sessioni del concilio di
Trento; non potendo viaggiare per problemi di salute, redasse i
Memoriales che esercitarono grande influenza in quella assemblea
ecclesiale.
Accompagnato dai suoi discepoli e amici e afflitto da fortissimi dolori,
con un Crocifisso tra le mani, rese la sua anima al Signore nella sua
umile casa di Montilla la mattina del 10 maggio 1569.
3. Giovanni d'Ávila fu contemporaneo, amico e consigliere di grandi
santi e uno dei maestri spirituali più prestigiosi e consultati del suo
tempo.
Sant'Ignazio di Loyola, che lo stimava molto, desiderò vivamente che
entrasse nella nascente Compagnia di Gesù; ciò non avvenne ma il Maestro
orientò verso di essa una trentina dei suoi migliori alunni. Giovanni
Ciudad, poi san Giovanni di Dio, fondatore dell'Ordine Ospedaliero, si
convertì ascoltando il Santo Maestro e da allora si affidò alla sua
guida spirituale. Il nobilissimo san Francesco Borgia, un altro grande
convertito grazie alla mediazione di Padre Ávila, divenne addirittura
preposito generale della Compagnia di Gesù. San Tommaso da Villanova,
arcivescovo di Valencia, diffuse nelle sue diocesi e in tutto il Levante
spagnolo il suo metodo catechetico. Suoi amici furono pure san Pietro
de Alcántara, provinciale dei Francescani e riformatore dell'Ordine; san
Giovanni de Ribera, vescovo di Badajoz, che gli chiese dei predicatori
per rinnovare la sua diocesi, e poi arcivescovo di Valencia, aveva nella
sua biblioteca un manoscritto con 82 suoi sermoni; Teresa di Gesù, oggi
Dottore della Chiesa, che patì grandi travagli prima che potesse far
arrivare al Maestro il manoscritto della sua Vida; San Giovanni della
Croce, anch'egli Dottore della Chiesa, che si mise in contatto con i
suoi discepoli di Baeza che lo aiutarono nella riforma del Carmelo; il
Beato Bartolomeo dei Martiri, che, grazie ad amici comuni, venne a
conoscenza della sua vita e della sua santità, e altri ancora che
riconobbero l'autorità morale e spirituale del Maestro.
4. Sebbene il "Padre Maestro Ávila" fu, prima di tutto, un
predicatore, non trascurò di fare un uso magistrale della sua penna per
esporre i suoi insegnamenti. Di fatto la sua influenza e la sua memoria
postuma, fino ai nostri giorni, sono strettamente legate non solo alla
testimonianza della sua persona e della sua vita, ma anche ai suoi
scritti, tanto diversi tra di loro.
La sua opera principale, l'Audi, filia, un classico della spiritualità, è
il suo trattato più sistematico, ampio e completo, la cui edizione
definitiva fu preparata dal suo autore negli ultimi anni di vita. Il
Catechismo o Dottrina cristiana, unica opera che fece stampare in vita
(1554), è una sintesi pedagogica, per bambini e adulti, dei contenuti
della fede. Il Trattato dell'amore di Dio, un tesoro letterario e per il
contenuto, riflette con quale profondità gli fu concesso penetrare nel
mistero di Cristo, il Verbo incarnato e redentore. Il Trattato sul
sacerdozio è un breve compendio che si completa con le conversazioni, i
sermoni e le lettere. Ci sono anche altri scritti minori, che
consistono in orientamenti o Avvisi per la vita spirituale. I Trattati
di Riforma sono legati al concilio di Trento e ai sinodi provinciali che
lo applicarono e si riferiscono molto opportunamente al rinnovamento
personale ed ecclesiale. I Sermoni e le Conversazioni, come
l'Epistolario, sono scritti che abbracciano tutto l'arco liturgico e
l'ampia cronologia del suo ministero sacerdotale. I commenti biblici -
dalla Lettera ai Galati alla Prima Lettera di Giovanni e altri - sono
esposizioni sistematiche di notevole profondità biblica e di grande
valore pastorale.
Tutte queste opere offrono contenuti molto profondi, presentano
un'evidente impostazione pedagogica nell'uso di immagine e di esempi e
lasciano intuire le circostanze sociologiche ed ecclesiali dell'epoca.
Il tono è di somma fiducia nell'amore di Dio, invitando la persona alla
perfezione della carità. Il suo linguaggio è il castigliano classico e
sobrio della sua terra d'origine La Mancha, mescolato a volte con
l'immaginazione e il calore del meridione, ambiente in cui trascorse la
maggior parte della sua vita apostolica.
Attento a cogliere quello che lo Spirito ispirava alla Chiesa in
un'epoca complessa e agitata da cambiamenti culturali, da varie correnti
umanistiche, dalla ricerca di nuove vie di spiritualità, chiarì criteri
e concetti.
5. Nei suoi insegnamenti il Maestro Giovanni d'Ávila alludeva
costantemente al battesimo e alla redenzione per dare impulso alla
santità, e spiegava che la vita spirituale cristiana, che è
partecipazione alla vita trinitaria, parte dalla fede in Dio Amore, si
basa sulla bontà e sulla misericordia divina espressa nei meriti di
Cristo ed è interamente mossa dallo Spirito; cioè, dall'amore a Dio e
ai fratelli. "Allarghi la vostra misericordia il suo piccolo cuore in
quell'immensità di amore con cui il Padre ci ha dato suo Figlio, e con
Lui ci ha dato se stesso, e lo Spirito Santo e tutte le cose" (Lettera
160), scrive. E ancora: "Il vostro prossimo è cosa che riguarda Gesù
Cristo" (Ibidem 62), perciò "la prova del perfetto amor di nostro
Signore è il perfetto amore del prossimo" (Ibidem 103). Dimostra anche
grande apprezzamento per le cose create, ordinandole nella prospettiva
dell'amore.
Essendo templi della Trinità, incoraggia in noi la stessa vita di Dio e
il cuore pian piano si unifica, come processo di unione con Dio e con i
fratelli. Il cammino del cuore è cammino di semplicità, di bontà, di
amore, di atteggiamento filiale. Questa vita secondo lo Spirito è
fortemente ecclesiale, nel senso di esprimere l'amore sponsale tra
Cristo e la sua Chiesa, tema centrale dell'Audi, filia. Ed è anche
mariana: la configurazione con Cristo, sotto l'azione dello Spirito
Santo, è un processo di virtù e doni che guarda a Maria come modello e
come madre. La dimensione missionaria della spiritualità, come
derivazione della dimensione ecclesiale e mariana, è evidente negli
scritti del Maestro Ávila, che invita allo zelo apostolico a partire
dalla contemplazione e da un maggiore impegno nella santità. Consiglia
di nutrire devozione per i santi, perché mostrano a tutti noi "un
grande Amico, che è Dio, il quale tiene i cuori prigionieri nel suo
amore […] ed Egli ci ordina di avere molti altri amici, che sono i suoi
santi" (Lettera 222).
6. Se il Maestro Ávila è pioniere nell'affermare la chiamata
universale alla santità, risulta anche un anello imprescindibile nel
processo storico di sistematizzazione della dottrina sul sacerdozio. Nel
corso dei secoli i suoi scritti sono stati fonte d'ispirazione per la
spiritualità sacerdotale e può essere considerato come il promotore del
movimento mistico tra i presbiteri secolari. La sua influenza è
evidente in molti autori spirituali successivi.
L'affermazione centrale del Maestro Ávila è che i sacerdoti "nella messa
ci poniamo sull'altare nella persona di Cristo a fare l'ufficio dello
stesso Rendentore" (Lettera 157), e che agire in persona Christi
comporta l'incarnare, con umiltà, l'amore paterno e materno di Dio.
Tutto ciò richiede alcune condizioni di vita, come il frequentare la
Parola e l'Eucaristia, l'avere spirito di povertà, l'andare sul pulpito
"con misurazione", cioè, essendosi preparati con lo studio e con la
preghiera, e l'amare la Chiesa, perché è la sposa di Gesù Cristo.
La ricerca e la creazione di mezzi per formare meglio gli aspiranti al
sacerdozio, l'esigenza di maggiore santità del clero e la necessaria
riforma nella vita ecclesiale costituiscono la preoccupazione più
profonda e costante del Santo Maestro. La santità del clero è
imprescindibile per riformare la Chiesa. S'imponevano quindi la
selezione e l'adeguata formazione di quanti aspiravano al sacerdozio.
Come soluzione propose di creare seminari e giunse a suggerire
l'opportunità di un collegio speciale affinché si preparassero nello
studio della Sacra Scrittura. Queste proposte raggiunsero tutta la
Chiesa.
Da parte sua la fondazione dell'Università di Baeza, nella quale riversò
tutto il suo interesse e il suo entusiasmo, costituì una delle sue
aspirazioni più riuscite, perché riuscì a offrire un'ottima formazione
iniziale e permanente ai chierici, tenendo particolarmente presente lo
studio della cosiddetta "teologia positiva" con orientamento pastorale, e
diede origine a una scuola sacerdotale che prosperò per secoli.
7. Data la sua indubbia e crescente fama di santità, la Causa di
beatificazione e canonizzazione del Maestro Giovanni d'Ávila fu avviata
nell'arcidiocesi di Toledo, nel 1623. S'interrogarono subito i testimoni
di Almodóvar del Campo e Montilla, luoghi di nascita e di morte del
Servo di Dio e a Cordova, Granada, Jaén, Baeza e Andújar. Ma, per
diversi problemi, la Causa rimase interrotta fino al 1731, anno in cui
l'arcivescovo di Toledo inviò a Roma i processi informativi già
realizzati. Con decreto del 3 aprile 1742 Papa Benedetto XIV approvò
gli scritti ed elogiò la dottrina del Maestro Ávila, e l'8 febbraio
1759 Clemente XIII dichiarò che aveva esercitato le virtù in grado
eroico. La beatificazione ebbe luogo, per opera di Papa Leone XIII, il 6
aprile 1894 e la canonizzazione, per opera di Papa Paolo VI, il 31
maggio 1970. Data l'importanza della sua figura sacerdotale, nel 1946
Pio XII lo nominò Patrono del clero secolare in Spagna.
Il titolo di "Maestro" con il quale per tutta la sua vita e nel corso
dei secoli, è stato conosciuto Giovanni d'Ávila ha motivato la
eventualità, dopo la sua canonizzazione, la possibilità di nominarlo
Dottore. Così, su richiesta del cardinale Don Benjamín de Arriba y
Castro, arcivescovo di Tarragona, la XII Assemblea Plenaria della
Conferenza Episcopale Spagnola (luglio 1970) decise di chiedere alla
Santa Sede di dichiararlo Dottore della Chiesa Universale. Seguirono
numerose istanze, particolarmente in occasione del XXV anniversario
della sua Canonizzazione (1995) e del v centenario della sua nascita
(1999).
La dichiarazione di Dottore della Chiesa Universale di un santo
presuppone il riconoscimento di un carisma di sapienza conferito dallo
Spirito Santo per il bene della Chiesa e dimostrato dall'influenza
benefica del suo insegnamento sul popolo di Dio, fatti ben evidenti
nella persona e nell'opera di Giovanni d'Ávila. Questi fu richiesto
molto spesso dai suoi contemporanei come Maestro di teologia,
discernitore di spiriti e direttore spirituale. A lui si rivolsero alla
ricerca di aiuto e di orientamento grandi santi e riconosciuti
peccatori, sapienti e ignoranti, poveri e ricchi, e alla sua fama di
consigliere si unì sia il suo attivo intervento in importanti
conversioni sia la sua quotidiana azione per migliorare la vita di fede e
la comprensione del messaggio cristiano di quanti si recavano solleciti
ad ascoltare i suoi insegnamenti. Anche i vescovi e i religiosi dotti e
ben preparati si rivolgevano a lui come consigliere, predicatore e
teologo, esercitando una notevole influenza su quanti entravano in
contatto con lui e sugli ambienti che frequentava.
8. Il Maestro Ávila non esercitò come professore nelle Università,
anche se fu organizzatore e primo Rettore dell'Università di Baeza. Non
spiegò la teologia da una cattedra, ma impartì lezioni di Sacra
Scrittura a laici, religiosi e chierici.
Non elaborò mai una sintesi sistematica del suo insegnamento teologico,
ma la sua teologia è orante e sapienziale. Nel Memoriale ii al concilio
di Trento dà due motivi per vincolare la teologia e la preghiera: la
santità della scienza teologica e il bene e l'edificazione della Chiesa.
Come autentico umanista e buon conoscitore della realtà, la sua è
anche una teologia vicina alla vita, che risponde alle questioni poste
in quel momento e lo fa in modo didattico e comprensibile.
L'insegnamento di Giovanni d'Ávila si evidenzia per la sua eccellenza e
precisione e per la sua estensione e profondità, frutto di uno studio
metodico, di contemplazione e per mezzo di una profonda esperienza delle
realtà soprannaturali. Inoltre il suo ricco epistolario poté ben presto
contare su traduzioni italiane, francesi e inglesi.
Spicca la sua profonda conoscenza della Bibbia, che lui desiderava
vedere nelle mani di tutti, per cui non dubitò a spiegarla tanto nella
sua predicazione quotidiana come offrendo lezioni su determinati Libri
sacri. Era solito confrontare le versioni e analizzare i sensi letterari
e spirituali; conosceva i commenti patristici più importanti ed era
convinto che per ricevere adeguatamente la rivelazione erano necessario
lo studio e la preghiera, e che si poteva penetrarne il suo senso con
l'aiuto della tradizione e del magistero. Dell'Antico Testamento cita
soprattutto i Salmi, Isaia e il Cantico dei cantici. Del Nuovo
l'apostolo Giovanni e San Paolo che è, indubbiamente, il più citato.
"Copia fedele di San Paolo", lo chiamò Papa Paolo VI nella bolla della
sua canonizzazione.
9. La dottrina del Maestro Giovanni d'Ávila possiede, senza dubbio,
un messaggio sicuro e duraturo, ed è capace di contribuire a confermare e
ad approfondire il deposito della fede, mettendo persino in luce nuove
prospettive dottrinali e di vita. Attenendosi al magistero pontificio,
risulta evidente la sua attualità, il che prova che la sua eminens
doctrina costituisce un autentico carisma, dono dello Spirito Santo alla
Chiesa di ieri e di oggi.
Il primato di Cristo e della grazia che, in termini di amore di Dio,
attraversa tutto l'insegnamento del Maestro Ávila, è una delle
dimensioni sottolineate tanto dalla teologia come dalla spiritualità
attuale, da cui derivano conseguenze anche per la pastorale, come Noi
abbiamo sottolineato nell'enciclica Deus caritas est. La fiducia, basata
sull'affermazione e sull'esperienza dell'amore di Dio e della bontà e
misericordia divine, è stata proposta anche nel recente magistero
pontificio, come nell'enciclica Dives in misericordia e nell'esortazione
apostolica post-sinodale Ecclesia in Europa, che è una vera
proclamazione del Vangelo della speranza, come abbiamo anche voluto
fosse nell'enciclica Spe salvi. E quando nella lettera apostolica
Ubicumque et semper con la quale abbiamo istituito il Pontificio
Consiglio per la promozione della Nuova Evangelizzazione, abbiamo detto:
"Per proclamare in modo fecondo la Parola del Vangelo, è richiesto
anzitutto di fare una profonda esperienza di Dio", emerge la figura
serena e umile di questo "predicatore evangelico", la cui eminente
dottrina è di grande attualità.
10. Nel 2002 la Conferenza Episcopale Spagnola è venuta a conoscenza
del fatto che lo Studio riassuntivo sull'eminente dottrina ravvisata
nelle opere di San Giovanni d'Ávila, della Congregazione per la Dottrina
della Fede, si concludeva in modo nettamente affermativo, e nel 2003 un
consistente numero di Signori Cardinali, Arcivescovi e Vescovi,
Presidenti di Conferenze Episcopali, Superiori Generali d'Istituti di
vita consacrata, Responsabili di Associazioni e Movimenti ecclesiali,
Università e altre istituzioni, e singoli personaggi di spicco, si
unirono alla supplica della Conferenza Episcopale Spagnola attraverso
Lettere Postulatorie che esprimevano a Papa Giovanni Paolo II
l'interesse e l'opportunità del Dottorato di San Giovanni d'Ávila.
Ritornato il dossier alla Congregazione delle cause dei Santi e nominato
un Relatore per questa Causa, è stato necessario elaborare la
corrispondente Positio. Fatto ciò, il Presidente e il Segretario della
Conferenza Episcopale Spagnola, insieme al Presidente della Giunta Pro
Dottorato e alla Postulatrice della Causa hanno firmato, il 10 dicembre
2009, la definitiva Supplica (Supplex libellus) del Dottorato per il
Maestro Giovanni d'Ávila. Il 18 dicembre 2010 si è tenuto il Congresso
Peculiare dei Consultori Teologici di detta Congregazione, relativo al
Dottorato del Santo Maestro. I voti sono stati affermativi. Il 3 maggio
2011, la Sessione Plenaria di Cardinali e Vescovi membri della
Congregazione ha deciso, con voto ancora una volta all'unanimità
affermativo, di proporrci la dichiarazione di San Giovanni d'Ávila, se
così lo desideriamo, come Dottore della Chiesa universale. Il 20 agosto
2011, a Madrid, durante la Giornata Mondiale della Gioventù, abbiamo
annunciato al Popolo di Dio: "dichiarerò prossimamente San Giovanni
d'Ávila, presbitero, Dottore della Chiesa universale". Il 27 maggio
2012, domenica di Pentecoste, abbiamo avuto la gioia di dire a Piazza
san Pietro, alla moltitudine di pellegrini di tutto il mondo lì riuniti:
"Lo Spirito, che ha parlato per mezzo dei profeti, con i doni della
sapienza e della scienza continua a ispirare donne e uomini che si
impegnano nella ricerca della verità, proponendo vie originali di
conoscenza e di approfondimento del mistero di Dio, dell'uomo e del
mondo. In questo contesto, sono lieto di annunciare che il prossimo 7
ottobre, all'inizio dell'Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi,
proclamerò san Giovanni d'Ávila e santa Ildegarda di Bingen dottori
della Chiesa universale […] La santità della vita e la profondità della
dottrina li rendono perennemente attuali: la grazia dello Spirito Santo,
infatti, li proiettò in quell'esperienza di penetrante comprensione
della rivelazione divina e di intelligente dialogo con il mondo che
costituiscono l'orizzonte permanente della vita e dell'azione della
Chiesa. Soprattutto alla luce del progetto di una nuova evangelizzazione
alla quale sarà dedicata la menzionata Assemblea del Sinodo dei
Vescovi, e alla vigilia dell'Anno della Fede, queste due figure di santi
e dottori saranno di grande importanza e attualità".
Oggi, dunque, con l'aiuto di Dio e il plauso di tutta la Chiesa, ciò è
fatto. In Piazza San Pietro, alla presenza di molti Cardinali e Presuli
della Curia Romana e della Chiesa cattolica, confermando ciò che è stato
fatto e soddisfacendo con grande piacere i desideri dei supplicanti,
durante il sacrificio Eucaristico abbiamo pronunziato queste parole:
"Noi accogliendo il desiderio di molti Fratelli nell'Episcopato e di
molti fedeli del mondo intero, dopo aver avuto il parere della
Congregazione delle Cause dei Santi, dopo aver lungamente riflettuto e
avendo raggiunto un pieno e sicuro convincimento, con la pienezza
dell'autorità apostolica dichiariamo San Giovanni d'Avila, sacerdote
diocesano, e Santa Ildegarda di Bingen, monaca professa dell'Ordine di
San Benedetto, Dottori della Chiesa universale, Nel nome del Padre, del
Figlio e dello Spirito Santo".
Dato a Roma, presso San Pietro,
col sigillo del Pescatore,
il 7 ottobre 2012, anno ottavo
del Nostro Pontificato.
* * *
Lettera apostolica per la proclamazione a dottore della Chiesa della monaca benedettina vissuta nel XII secolo
Ildegarda di Bingen
donna e sapiente nella Chiesa
Pubblichiamo, in una traduzione italiana, il testo della lettera
apostolica di Benedetto XVI per la proclamazione di Ildegarda di Bingen
a dottore della Chiesa, il cui originale latino è riportato sul nostro
sito (www.osservatoreromano.va).
LETTERA APOSTOLICA
Santa Ildegarda di Bingen,
Monaca Professa dell'ordine di San Benedetto,
è proclamata Dottore della Chiesa universale
BENEDETTO PP. XVI
A perpetua memoria.
1. "Luce del suo popolo e del suo tempo": con queste parole il Beato
Giovanni Paolo II, Nostro venerato Predecessore, definì Santa Ildegarda
di Bingen nel 1979, in occasione dell'800° anniversario della morte
della Mistica tedesca. E veramente, sull'orizzonte della storia, questa
grande figura di donna si staglia con limpida chiarezza per santità di
vita e originalità di dottrina. Anzi, come per ogni autentica esperienza
umana e teologale, la sua autorevolezza supera decisamente i confini di
un'epoca e di una società e, nonostante la distanza cronologica e
culturale, il suo pensiero si manifesta di perenne attualità.
In Santa Ildegarda di Bingen si rileva una straordinaria armonia tra la
dottrina e la vita quotidiana. In lei la ricerca della volontà di Dio
nell'imitazione di Cristo si esprime come un costante esercizio delle
virtù, che ella esercita con somma generosità e che alimenta alle radici
bibliche, liturgiche e patristiche alla luce della Regola di San
Benedetto: rifulge in lei in modo particolare la pratica perseverante
dell'obbedienza, della semplicità, della carità e dell'ospitalità. In
questa volontà di totale appartenenza al Signore, la badessa benedettina
sa coinvolgere le sue non comuni doti umane, la sua acuta intelligenza e
la sua capacità di penetrazione delle realtà celesti.
2. Ildegarda nacque nel 1089 a Bermersheim, presso Alzey, da genitori
di nobile lignaggio e ricchi possidenti terrieri. All'età di otto anni
fu accettata come oblata presso la badia benedettina di Disibodenberg,
ove nel 1115 emise la professione religiosa. Alla morte di Jutta di
Sponheim, intorno al 1136, Ildegarda fu chiamata a succederle in qualità
di magistra. Malferma nella salute fisica, ma vigorosa nello spirito,
si impegnò a fondo per un adeguato rinnovamento della vita religiosa.
Fondamento della sua spiritualità fu la regola benedettina, che pone
l'equilibrio spirituale e la moderazione ascetica come vie alla santità.
In seguito all'aumento numerico delle monache, dovuto soprattutto alla
grande considerazione della sua persona, intorno al 1150 fondò un
monastero sul colle chiamato Rupertsberg, nei pressi di Bingen, dove si
trasferì insieme a venti consorelle. Nel 1165, ne istituì un altro a
Eibingen, sulla riva opposta del Reno. Fu badessa di entrambi.
All'interno delle mura claustrali curò il bene spirituale e materiale
delle Consorelle, favorendo in modo particolare la vita comunitaria, la
cultura e la liturgia. All'esterno s'impegnò attivamente a rinvigorire
la fede cristiana e a rafforzare la pratica religiosa, contrastando le
tendenze ereticali dei catari, promuovendo la riforma della Chiesa con
gli scritti e la predicazione, contribuendo a migliorare la disciplina e
la vita del clero. Su invito prima di Adriano IV e poi di Alessandro
III, Ildegarda esercitò un fecondo apostolato - allora non molto
frequent per una donna - effettuando alcuni viaggi non privi di disagi e
difficoltà, per predicare perfino nelle pubbliche piazze e in varie
chiese cattedrali, come avvenne tra l'altro a Colonia, Treviri, Liegi,
Magonza, Metz, Bamberga e Würzburg. La profonda spiritualità presente
nei suoi scritti esercita un rilevante influsso sia sui fedeli, sia su
grandi personalità del suo tempo, coinvolgendo in un incisivo
rinnovamento la teologia, la liturgia, le scienze naturali e la musica.
Colpita da malattia nell'estate del 1179, Ildegarda, circondata dalle
consorelle, si spense in fama di santità nel monastero del Rupertsberg,
presso Bingen, il 17 settembre 1179.
3. Nei suoi numerosi scritti Ildegarda si dedicò esclusivamente a
esporre la divina rivelazione e far conoscere Dio nella limpidezza del
suo amore. La dottrina ildegardiana è ritenuta eminente sia per la
profondità e la correttezza delle sue interpretazioni, sia per
l'originalità delle sue visioni. I testi da lei composti appaiono
animati da un'autentica "carità intellettuale" ed evidenziano densità e
freschezza nella contemplazione del mistero della Santissima Trinità,
dell'Incarnazione, della Chiesa, dell'umanità, della natura come
creatura di Dio da apprezzare e rispettare.
Queste opere nascono da un'intima esperienza mistica e propongono una
incisiva riflessione sul mistero di Dio. Il Signore l'aveva resa
partecipe, fin da bambina, di una serie di visioni, il cui contenuto
ella dettò al monaco Volmar, suo segretario e consigliere spirituale, e a
Richardis di Strade, una consorella monaca. Ma è particolarmente
illuminante il giudizio dato da San Bernardo di Chiaravalle, che la
incoraggiò, e soprattutto da papa Eugenio III, che nel 1147 la autorizzò
a scrivere e a parlare in pubblico. La riflessione teologica consente
ad Ildegarda di tematizzare e comprendere, almeno in parte, il contenuto
delle sue visioni. Ella, oltre a libri di teologia e di mistica,
compose anche opere di medicina e di scienze naturali. Numerose sono
anche le lettere - circa quattrocento - che indirizzò a persone
semplici, a comunità religiose, a papi, vescovi e autorità civili del
suo tempo. Fu anche compositrice di musica sacra. Il corpus dei suoi
scritti, per quantità, qualità e varietà di interessi, non ha paragoni
con alcun'altra autrice del medioevo.
Le opere principali sono lo Scivias, il Liber vitae meritorum e il Liber
divinorum operum. Tutte narrano le sue visioni e l'incarico ricevuto
dal Signore di trascriverle. Le Lettere, nella consapevolezza delle
stessa autrice, non rivestono una minore importanza e testimoniano
l'attenzione di Ildegarda alle vicende del suo tempo, che ella
interpreta alla luce del mistero di Dio. A queste vanno aggiunti 58
sermoni, diretti esclusivamente alle sue Consorelle. Si tratta delle
Expositiones evangeliorum, contenenti un commento letterale e morale a
brani evangelici legati alle principali celebrazioni dell'anno
liturgico. I lavori a carattere artistico e scientifico si concentrano
in modo specifico sulla musica con la Symphonia armoniae caelestium
revelationum; sulla medicina con il Liber subtilitatum diversarum
naturarum creaturarum e il Causae et curae; sulle scienze naturali con
la Physica. Infine si notano anche scritti di carattere linguistico,
come la Lingua ignota e le Litterae ignotae, nei quali compaiono parole
in una lingua sconosciuta di sua invenzione, ma composta prevalentemente
di fonemi presenti nella lingua tedesca.
Il linguaggio di Ildegarda, caratterizzato da uno stile originale ed
efficace, ricorre volentieri ad espressioni poetiche dalla forte carica
simbolica, con folgoranti intuizioni, incisive analogie e suggestive
metafore.
4. Con acuta sensibilità sapienziale e profetica, Ildegarda fissa lo
guardo sull'evento della rivelazione. La sua indagine si sviluppa a
partire dalla pagina biblica, alla quale, nelle successive fasi, resta
saldamente ancorata. Lo sguardo della mistica di Bingen non si limita ad
affrontare singole questioni, ma vuole offrire una sintesi di tutta la
fede cristiana. Nelle sue visioni e nella successiva riflessione,
pertanto, ella compendia la storia della salvezza, dall'inizio
dell'universo alla consumazione escatologica. La decisione di Dio di
compiere l'opera della creazione è la prima tappa di questo immenso
percorso, che, alla luce della Sacra Scrittura, si snoda dalla
costituzione della gerarchia celeste fino alla caduta degli angeli
ribelli e al peccato dei progenitori. A questo quadro iniziale fa
seguito l'incarnazione redentrice del Figlio di Dio, l'azione della
Chiesa che continua nel tempo il mistero dell'incarnazione e la lotta
contro satana. L'avvento definitivo del regno di Dio e il giudizio
universale saranno il coronamento di questa opera.
Ildegarda pone a se stessa e a noi la questione fondamentale se sia
possibile conoscere Dio: è questo il compito fondamentale della
teologia. La sua risposta è pienamente positiva: mediante la fede, come
attraverso una porta, l'uomo è in grado di avvicinarsi a questa
conoscenza. Tuttavia Dio conserva sempre il suo alone di mistero e di
incomprensibilità. Egli si rende intelligibile nel creato, ma questo, a
sua volta, non viene compreso pienamente se viene distaccato da Dio.
Infatti, la natura considerata in sé fornisce solo delle informazioni
parziali, che non di rado diventano occasioni di errori e di abusi.
Perciò anche nella dinamica conoscitiva naturale occorre la fede,
altrimenti la conoscenza resta limitata, insoddisfacente e fuorviante.
La creazione è un atto di amore, grazie al quale il mondo può emergere
dal nulla: dunque tutta la scala delle creature è attraversata, come la
corrente di un fiume, dalla carità divina. Fra tutte le creature, Dio
ama in modo particolare l'uomo e gli conferisce una straordinaria
dignità, donandogli quella gloria che gli angeli ribelli hanno perduto.
L'umanità, così, può essere considerata come il decimo coro della
gerarchia angelica. Ebbene, l'uomo è in grado di conoscere Dio in se
stesso, cioè la sua individua natura nella trinità delle persone.
Ildegarda si accosta al mistero della Santissima Trinità nella linea già
proposta da Sant'Agostino: per analogia con la propria struttura di
essere razionale, l'uomo è in grado di avere almeno un'immagine della
intima realtà di Dio. Ma è solo nell'economia dell'incarnazione e della
vicenda umana del Figlio di Dio che questo mistero diventa accessibile
alla fede e alla consapevolezza dell'uomo. La santa ed ineffabile
Trinità nella somma unità era nascosta ai servitori della legge antica.
Ma nella nuova grazia veniva rivelata ai liberati dalla servitù. La
Trinità si è rivelata in modo particolare nella croce del Figlio.
Un secondo "luogo" in cui Dio si rende conoscibile è la sua parola
contenuta nei libri dell'Antico e del Nuovo Testamento. Proprio perché
Dio "parla", l'uomo è chiamato all'ascolto. Questo concetto offre a
Ildegarda l'occasione di esporre la sua dottrina sul canto, in modo
particolare quello liturgico. Il suono della parola di Dio crea vita e
si manifesta nelle creature. Anche gli esseri privi di razionalità,
grazie alla parola creatrice vengono coinvolti nel dinamismo creaturale.
Ma, naturalmente, è l'uomo quella creatura che, con la sua voce, può
rispondere alla voce del Creatore. E può farlo in due modi principali:
in voce oris, cioè nella celebrazione della liturgia, e in voce cordis,
cioè con una vita virtuosa e santa. L'intera vita umana, pertanto, può
essere interpretata come un'armonia e una sinfonia: mentre l'armonia
significa la restaurazione della relazione e la piena esperienza della
redenzione, l'attuale esistenza umana con i suoi pericoli,
contraddizioni e peccati, corrisponde a una sinfonia, a un insieme di
suoni e di accordi allo stesso modo armoniosi e dissonanti. In questa
sinfonia Dio fa ascoltare soprattutto la sua misericordia.
5. L'antropologia di Ildegarda prende inizio dalla pagina biblica
della creazione dell'uomo (Gen 1, 26), fatto a immagine e somiglianza di
Dio. L'uomo, secondo la cosmologia ildegardiana fondata sulla Bibbia,
racchiude tutti gli elementi del mondo, perché l'universo intero si
riassume in lui, che è formato della materia stessa della creazione.
Perciò egli può in modo consapevole entrare in rapporto con Dio. Ciò
accade non per una visione diretta, ma, seguendo la celebre espressione
paolina, "come in uno specchio" (1 Cor 13, 12). L'immagine divina
nell'uomo consiste nella sua razionalità, strutturata in intelletto e
volontà. Grazie all'intelletto l'uomo è capace di distinguere il bene e
il male, grazie alla volontà egli è spinto all'azione.
L'uomo è visto come unità di corpo e di anima. Si nota nella mistica
tedesca un apprezzamento positivo della corporeità e, anche negli
aspetti di fragilità che il corpo manifesta, ella è capace di cogliere
un valore provvidenziale: il corpo non è un peso di cui liberarsi e,
perfino quando è debole e fragile, "educa" l'uomo al senso della
creaturalità e dell'umiltà, proteggendolo dalla superbia e
dall'arroganza. In una visione Ildegarda contempla le anime dei beati
del paradiso, che sono in attesa di ricongiungersi ai loro corpi.
Infatti, come per il corpo di Cristo, anche i nostri corpi sono
orientati verso la risurrezione gloriosa, per una profonda
trasformazione per la vita eterna. La stessa visione di Dio, nella quale
consiste la vita eterna, non si può conseguire in modo definitivo senza
il corpo.
L'uomo esiste nella forma maschile e femminile. Ildegarda riconosce che
in questa struttura ontologica della condizione umana si radica una
relazione di reciprocità e una sostanziale uguaglianza tra uomo e donna.
Nell'umanità, però, abita anche il mistero del peccato ed esso si
manifesta per la prima volta nella storia proprio in questo rapporto tra
Adamo ed Eva. A differenza di altri autori medievali, che vedevano la
causa della caduta nella debolezza di Eva, Ildegarda la coglie
soprattutto nella smodata passione di Adamo verso di lei.
Anche nella sua condizione di peccatore, l'uomo continua ad essere
destinatario dell'amore di Dio, perché questo amore è incondizionato e,
dopo la caduta, assume il volto della misericordia. Perfino la punizione
che Dio infligge all'uomo e alla donna fa emergere l'amore
misericordioso del Creatore. In tal senso, la più precisa descrizione
della creatura umana è quella di un essere in cammino, homo viator. In
questo pellegrinaggio verso la patria, l'uomo è chiamato ad una lotta
per poter scegliere costantemente il bene ed evitare il male.
La scelta costante del bene produce un'esistenza virtuosa. Il Figlio di
Dio fatto uomo è il soggetto di tutte le virtù, perciò l'imitazione di
Cristo consiste proprio in un'esistenza virtuosa nella comunione con
Cristo. La forza delle virtù deriva dallo Spirito Santo, infuso nei
cuori dei credenti, che rende possibile un comportamento costantemente
virtuoso: questo è lo scopo dell'umana esistenza. L'uomo, in tal modo,
sperimenta la sua perfezione cristiforme.
6. Per poter raggiungere questo scopo, il Signore ha donato i
sacramenti alla sua Chiesa. La salvezza e la perfezione dell'uomo,
infatti, non si compiono solo mediante uno sforzo della volontà, bensì
attraverso i doni della grazia che Dio concede nella Chiesa.
La Chiesa stessa è il primo sacramento che Dio pone nel mondo perché
comunichi agli uomini la salvezza. Essa, che è la "costruzione delle
anime viventi", può essere giustamente considerata come vergine, sposa e
madre e, dunque, è strettamente assimilata alla figura storica e
mistica della Madre di Dio. La Chiesa comunica la salvezza anzitutto
custodendo e annunziando i due grandi misteri della Trinità e
dell'Incarnazione, che sono come i due "sacramenti primari", poi
mediante l'amministrazione degli altri sacramenti. Il vertice della
sacramentalità della Chiesa è l'eucaristia. I sacramenti producono la
santificazione dei credenti, la salvezza e la purificazione dei peccati,
la redenzione, la carità e tutte le altre virtù. Ma, ancora una volta,
la Chiesa vive perché Dio in essa manifesta il suo amore
intratrinitario, che si è rivelato in Cristo. Il Signore Gesù è il
mediatore per eccellenza. Dal grembo trinitario egli viene incontro
all'uomo e dal grembo di Maria egli va incontro a Dio: come Figlio di
Dio è l'amore incarnato, come Figlio di Maria è il rappresentante
dell'umanità davanti al trono di Dio.
L'uomo può giungere perfino a sperimentare Dio. Il rapporto con lui,
infatti, non si consuma nella sola sfera della razionalità, ma coinvolge
in modo totale la persona. Tutti i sensi esterni e interni dell'uomo
sono interessati nell'esperienza di Dio: "Homo autem ad imaginem et
similitudinem Dei factus est, ut quinque sensibus corporis sui operetur;
per quos etiam divisus non est, sed per eos est sapiens et sciens et
intellegens opera sua adimplere. [...] Sed et per hoc, quod homo
sapiens, sciens et intellegens est, creaturas conosci; itaque per
creaturas et per magna opera sua, quae etiam quinque sensibus suis vix
comprehendit, Deum cognoscit, quem nisi in fide videre non valet"
["L'uomo infatti è stato creato a immagine e somiglianza di Dio,
affinché agisca tramite i cinque sensi del suo corpo; grazie ad essi non
è separato ed è in grado di conoscere, capire e compiere quello che
deve fare (...) e proprio per questo, per il fatto che l'uomo è
intelligente, conosce le creature, e così attraverso le creature e le
grandi opere, che a stento riesce a capire con i suoi cinque sensi,
conosce Dio, quel Dio che non può essere visto se non con gli occhi
della fede"] (Explanatio Symboli Sancti Athanasii: PL 197, 1066). Questa
via esperienziale, ancora una volta, trova la sua pienezza nella
partecipazione ai sacramenti.
Ildegarda vede anche le contraddizioni presenti nella vita dei singoli
fedeli e denunzia le situazioni più deplorevoli. In modo particolare,
ella sottolinea come l'individualismo nella dottrina e nella prassi da
parte tanto dei laici quanto dei ministri ordinati sia un'espressione di
superbia e costituisca il principale ostacolo alla missione
evangelizzatrice della Chiesa verso i non cristiani.
Una delle vette del magistero di Ildegarda è l'accorata esortazione a
una vita virtuosa che ella rivolge a chi si impegna in uno stato di
consacrazione. La sua comprensione della vita consacrata è una vera
"metafisica teologica", perché fermamente radicata nella virtù teologale
della fede, che è la fonte e la costante motivazione per impegnarsi a
fondo nell'obbedienza, nella povertà e nella castità. Nel realizzare i
consigli evangelici la persona consacrata condivide l'esperienza di
Cristo povero, casto e obbediente e ne segue le orme nell'esistenza
quotidiana. Questo è l'essenziale della vita consacrata.
7. L'eminente dottrina di Ildegarda riecheggia l'insegnamento degli
apostoli, la letteratura patristica e gli autori contemporanei, mentre
trova nella Regola di san Benedetto da Norcia un costante punto di
riferimento. La liturgia monastica e l'interiorizzazione della Sacra
Scrittura costituiscono le linee-guida del suo pensiero, che,
concentrandosi nel mistero dell'Incarnazione, si esprime in una profonda
unità stilistica e contenutistica che percorre intimamente tutti i suoi
scritti.
L'insegnamento della santa monaca benedettina si pone come una guida per
l'homo viator. Il suo messaggio appare straordinariamente attuale nel
mondo contemporaneo, particolarmente sensibile all'insieme dei valori
proposti e vissuti da lei. Pensiamo, ad esempio, alla capacità
carismatica e speculativa di Ildegarda, che si presenta come un vivace
incentivo alla ricerca teologica; alla sua riflessione sul mistero di
Cristo, considerato nella sua bellezza; al dialogo della Chiesa e della
teologia con la cultura, la scienza e l'arte contemporanea; all'ideale
di vita consacrata, come possibilità di umana realizzazione; alla
valorizzazione della liturgia, come celebrazione della vita; all'idea di
riforma della Chiesa, non come sterile cambiamento delle strutture, ma
come conversione del cuore; alla sua sensibilità per la natura, le cui
leggi sono da tutelare non da violare.
Perciò l'attribuzione del titolo di Dottore della Chiesa universale a
Ildegarda di Bingen ha un grande significato per il mondo di oggi e una
straordinaria importanza per le donne. In Ildegarda risultano espressi i
più nobili valori della femminilità: perciò anche la presenza della
donna nella Chiesa e nella società viene illuminata dalla sua figura,
sia nell'ottica della ricerca scientifica sia in quella dell'azione
pastorale. La sua capacità di parlare a coloro che sono lontani dalla
fede e dalla Chiesa rendono Ildegarda una testimone credibile della
nuova evangelizzazione.
In virtù della fama di santità e della sua eminente dottrina, il 6 marzo
1979 il signor cardinale Joseph Höffner, arcivescovo di Colonia e
presidente della Conferenza Episcopale Tedesca, insieme con i cardinali,
arcivescovi e vescovi della medesima Conferenza, tra i quali eravamo
anche Noi quale cardinale arcivescovo di Monaco e Frisinga, sottopose al
beato Giovanni Paolo II la supplica, affinché Ildegarda di Bingen fosse
dichiarata Dottore della Chiesa universale. Nella supplica,
l'eminentissimo porporato metteva in evidenza l'ortodossia della
dottrina di Ildegarda, riconosciuta nel XII secolo da Papa Eugenio III,
la sua santità costantemente avvertita e celebrata dal popolo,
l'autorevolezza dei suoi trattati. A tale supplica della Conferenza
Episcopale Tedesca, negli anni se ne sono aggiunte altre, prima fra
tutte quella delle monache del monastero di Eibingen, a lei intitolato.
Al desiderio comune del Popolo di Dio che Ildegarda fosse ufficialmente
proclamata santa, dunque, si è aggiunta la richiesta che sia anche
dichiarata "Dottore della Chiesa universale".
Con il nostro consenso, pertanto, la Congregazione delle Cause dei Santi
diligentemente preparò una Positio super canonizatione et concessione
tituli Doctoris Ecclesiae universalis per la Mistica di Bingen.
Trattandosi di una rinomata maestra di teologia, che è stata oggetto di
molti e autorevoli studi, abbiamo concesso la dispensa da quanto
disposto dall'art. 73 della Costituzione Apostolica Pastor bonus. Il
caso fu quindi esaminato con esito unanimemente positivo dai Padri
Cardinali e Vescovi radunati nella Sessione Plenaria del 20 marzo 2012,
essendo ponente della causa l'eminentissimo cardinale Angelo Amato,
Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Nell'udienza del 10
maggio 2012 lo stesso cardinale Amato Ci ha dettagliatamente informati
sullo status quaestionis e sui voti concordi dei Padri della menzionata
Sessione plenaria della Congregazione delle Cause dei Santi. Il 27
maggio 2012, Domenica di Pentecoste, avemmo la gioia di comunicare in
Piazza San Pietro alla moltitudine dei pellegrini convenuti da tutto il
mondo la notizia del conferimento del titolo di Dottore della Chiesa
universale a Santa Ildegarda di Bingen e san Giovanni d'Ávila all'inizio
dell'Assemblea del Sinodo dei Vescovi e alla vigilia dell'Anno della
Fede.
Oggi, dunque, con l'aiuto di Dio e il plauso di tutta la Chiesa, ciò è
fatto. In piazza San Pietro, alla presenza di molti cardinali e presuli
della Curia Romana e della Chiesa cattolica, confermando ciò che è stato
fatto e soddisfacendo con grande piacere i desideri dei supplicanti,
durante il sacrificio Eucaristico abbiamo pronunziato queste parole:
"Noi accogliendo il desiderio di molti Fratelli nell'Episcopato e di
molti fedeli del mondo intero, dopo aver avuto il parere della
Congregazione delle Cause dei Santi, dopo aver lungamente riflettuto e
avendo raggiunto un pieno e sicuro convincimento, con la pienezza
dell'autorità apostolica dichiariamo San Giovanni d'Avila, sacerdote
diocesano, e Santa Ildegarda di Bingen, monaca professa dell'Ordine di
San Benedetto, Dottori della Chiesa universale, Nel nome del Padre, del
Figlio e dello Spirito Santo".
Queste cose decretiamo e ordiniamo, stabilendo che questa lettera sia e
rimanga sempre certa, valida ed efficace, e che sortisca e ottenga i
suoi effetti pieni e integri; e così convenientemente si giudichi e si
definisca; e sia vano e senza fondamento quanto diversamente intorno a
ciò possa essere tentato da chiunque con qualsivoglia autorità,
scientemente o per ignoranza.
Dato a Roma, presso San Pietro,
col sigillo del Pescatore,
il 7 ottobre 2012, anno ottavo
del Nostro Pontificato.