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lunedì 24 ottobre 2016

Curva, come la donna sofferente.

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L’uomo, anche se creato per contemplare la luce dall’alto,
è stato scacciato dal paradiso per colpa dei suoi peccati
e, per conseguenza, le tenebre regnano nella sua anima,
facendogli perdere l’appetito delle cose dell’alto
e portare la sua attenzione verso le cose del basso.

San Gregorio Magno

***

Un tempo non esistevo e tu mi hai creato.
Non avevo pregato e tu mi hai fatto.
Non ero ancora venuto alla luce e tu mi hai visto.
Non ero comparso e tu hai avuto pietà di me.
Non ti avevo invocato e ti sei preso cura di me. 
Non avevo fatto un gesto con la mano e tu mi hai guardato.
Non avevo supplicato e mi hai usato misericordia.
Non avevo articolato parola e mi hai sentito.
Non avevo sospirato e tu hai teso l'orecchio.
Pur sapendo cosa mi sarebbe successo,
non mi hai disdegnato.
Avevi considerato coi tuoi occhi preveggenti
gli errori del peccatore quale sono,
eppure mi hai formato.
Ed ora che mi hai creato
e salvato,
me, oggetto di tanta sollecitudine,
non permettere che la ferita del peccato causata dall'Accusatore
mi faccia perdere per sempre.
Legata, paralizzata,
curva come la donna sofferente,
la mia povera anima non ha la forza di raddrizzarsi.
Guarda fissa a terra sotto il peso del peccato,
a causa dei duri lacci di Satana...
Tu, unico Misericordioso, chinati su di me,
povero albero caduto.
Sono secco, fammi rifiorire,
in bellezza e splendore,
secondo le parole divine del santo profeta (Ez 17,22-24)...
Tu, unico Protettore,
getta su di me lo sguardo
che viene dalla sollecitudine del tuo amore indicibile...
e dal nulla creerai in me la luce stessa. (cfr Gen 1,3)
(San Gregorio di Narek (ca 944-ca 1010), monaco e poeta armeno
Libro di preghiere, n° 18)

venerdì 11 aprile 2014

San Gregorio Magno e l'intelligenza spirituale delle Scritture



Quinta predica di Quaresima di padre Raniero Cantalamessa


Di seguito il testo completo della quinta predica di Quaresima 2014 pronunciata questa mattina da padre Raniero Cantalamessa, O.F.M. Cap., predicatore della Casa Pontificia, nella Cappella "Redemptoris Mater" in Vaticano.
*** 
Nel tentativo di metterci alla scuola dei Padri per dare nuovo slancio e profondità alla nostra fede, non può mancare una riflessione sul loro modo di leggere la Parola di Dio. Sarà san Gregorio Magno papa a guidarci alla “intelligenza spirituale” e a un rinnovato amore delle Scritture.
E’ avvenuto nel mondo moderno, nei confronti della Scrittura, la stessa cosa che è avvenuta per la persona di Gesù. La ricerca dell’esclusivo senso storico e letterale della Bibbia che ha dominato negli ultimi due secoli partiva dagli stessi presupposti e ha portato agli stessi risultati della ricerca di un Gesù storico diverso dal Cristo della fede. Gesù si riduceva a un uomo straordinario, un grande riformatore religioso, ma nulla più; la Scrittura si riduce a un libro eccellente, se si vuole il più interessante del mondo, ma un libro come gli altri, da studiare con i mezzi con cui si studiano tutte le grandi opere dell’antichità. Oggi si sta andando anche oltre. Un certo ateismo militante massimalista, antigiudaico e anticristiano, ritiene la Bibbia, in particolare l’Antico Testamento, come un libro “pieno di nefandezze”,  da togliere dalle mani degli uomini d’oggi.
A questo assalto alle Scritture, la Chiesa oppone la sua dottrina e la sua esperienza. NellaDei Verbum il Vaticano II ha ribadito la perenne validità delle Scritture, quale parola di Dio all’umanità; la liturgia della Chiesa le riserva un posto d’onore in ogni sua celebrazione; tanti studiosi, alla critica più aggiornata, uniscono anche la fede più convinta nel valore trascendente della parola ispirata. La prova forse più convincente è però quella dell’esperienza. L’argomento che, come abbiamo visto, portò all’affermazione della divinità di Cristo a Nicea 325 e dello Spirito Santo a Costantinopoli nel 381, si applica in pieno anche alla Scrittura: in essa sperimentiamo la presenza dello Spirito Santo, Cristo ci parla ancora, il suo effetto su di noi è diverso da quello di ogni altra parola; dunque non può essere semplice parola umana. 
1. L’antico diventa nuovo
Lo scopo della nostra riflessione è vedere come i Padri ci possono aiutare a ritrovare quella verginità di ascolto, quella freschezza e libertà nell’accostarci alla Bibbia che permettono di sperimentare la forza divina che si sprigiona da essa. Il Padre e Dottore della Chiesa che scegliamo come guida, ho detto, è san Gregorio Magno, ma per poter capire la sua importanza in questo campo dobbiamo risalire alle sorgenti del fiume nel quale egli stesso si inserisce e tracciare, almeno per sommi capi, il suo corso prima di arrivare a lui.
Nella lettura della Bibbia, i Padri non fanno che proseguire nella linea iniziata da Gesù e dagli apostoli, e questo dovrebbe già renderci cauti nel giudizio nei loro confronti. Un rifiuto radicale dell’esegesi dei Padri significherebbe un rifiuto dell’esegesi di Gesù stesso e degli apostoli.  Gesù, ai discepoli di Emmaus, spiega tutto quello che nelle Scritture si riferiva a lui; afferma che le Scritture parlano di lui (Gv 5:39), che Abramo vide il suo giorno (Gv 8:56); molti gesti e parole di Gesù avvengono “perché siano compiute le Scritture”; i primi due discepoli dicono di lui: “Abbiamo trovato colui di cui hanno scritto Mosè e i profeti” (Gv 1, 45).
Ma tutti  questi erano adempimenti parziali dell’Antico Testamento. Il transfert totale si realizza sulla croce ed è racchiuso nella parola di Gesù morente: “Tutto è compiuto”. Anche nell’Antico Testamento c’erano state delle novità, delle riprese, delle trasposizioni; per esempio il ritorno da Babilonia era visto come un rinnovamento del prodigio dell’esodo. Erano re-interpretazioni parziali; ora avviene una re-interpretazione totale: personaggi, avvenimenti, istituzioni, leggi, tempio, sacrifici, sacerdozio, tutto appare di colpo in un’altra luce. Come quando in una stanza illuminata dalla fioca luce di una candela, si accende improvvisamente una potente luce al neon. Cristo che è “luce del mondo” è anche luce delle Scritture. Quando si legge che Gesù risorto “apre la mente dei discepoli all’intelligenza delle Scritture” (Lc 24,45), si intende a questa intelligenza nuova, operata dallo Spirito Santo.
L’agnello rompe i sigilli e il libro della storia sacra può finalmente essere aperto e letto (cf. Ap 5). Tutto rimane, ma niente è come prima. È l’istante che unisce – e nello stesso tempo distingue – i due Testamenti e le due alleanze. “Chiara e rutilante, eccola la grande pagina che separa i due Testamenti! Tutte le porte si aprono in una volta, tutte le opposizioni si dissipano, tutte le contraddizioni si risolvono”[1]. L’esempio più chiaro per capire cosa avviene in questo momento è la consacrazione nella Messa, e infatti questa non è che il memoriale dell’altra. Nulla apparentemente è cambiato sull’altare nel pane e nel vino, eppure sappiamo che dopo la consacrazione essi sono ormai tutt’altra cosa e li trattiamo in modo ben diverso da prima.
Gli apostoli continuano questa lettura, applicandola alla Chiesa, oltre che alla vita di Gesù. Tutto ciò che è scritto nell’esodo era scritto per la Chiesa (1 Cor 10,11);  la roccia che seguiva e dissetava gli ebrei nel deserto annunciava Cristo e la manna, il pane disceso dal cielo; i profeti hanno parlato di lui (1 Pt 1, 10 s.), quello che è detto del Servo sofferente in Isaia si è realizzato in Cristo,  e così via.
Passando dal Nuovo Testamento al tempo della Chiesa, notiamo due usi diversi di questa nuova intelligenza delle Scritture: uno di tipo apologetico e uno di tipo teologico e spirituale; il primo, usato nel dialogo con quelli di fuori, il secondo per l’edificazione della comunità. Nei confronti dei giudei e degli eretici con i quali si ha in comune la Scrittura si compongono i cosiddetti “testimonia”, cioè raccolte di frasi o passaggi biblici da addurre a riprova della fede in Cristo. Su ciò è basato per esempio il Dialogo con Trifone giudeo di san Giustino, e tanti altri scritti.
L’uso teologico ed ecclesiale della lettura spirituale comincia con Origene, ritenuto a buon diritto il fondatore dell’esegesi cristiana. La ricchezza e bellezza delle sue intuizioni sul senso spirituale delle Scritture e delle sue applicazioni pratiche è inesauribile. Esse faranno scuola sia in oriente che in occidente, dove comincia ad essere conosciuto al tempo di Ambrogio. Insieme con la sua ricchezza e genialità, l’esegesi di Origene immette però nella tradizione esegetica della Chiesa anche un elemento negativo dovuto al suo entusiasmo per lo spiritualismo di stampo platonico. Prendiamo la seguente sua affermazione di metodo:
“Non si deve credere che i fatti storici siano figure di altri fatti storici e le cose corporee di altre cose corporee, ma piuttosto che le cose corporee sono figure di cose spirituali e i fatti storici di realtà intelligibili”[2].
In questo modo, alla corrispondenza orizzontale e storica, propria del Nuovo Testamento, per cui un personaggio, un fatto, o una parola dell’Antico Testamento viene visto come profezia e figura (typos) di ciò che si realizza in Cristo  o nella Chiesa, si sostituisce la prospettiva verticale, platonica, per cui un fatto storico e visibile, sia dell’Antico come del Nuovo Testamento,  diventa simbolo di un’idea universale ed eterna. Il rapporto tra profezia e realizzazione tende a mutarsi nel rapporto tra storia e spirito[3].
2. Le Scritture, pietre quadrangolari
Attraverso Ambrogio e altri che tradussero le sue opere in latino, il metodo e i contenuti di Origene entrano a fiotti nelle vene della cristianità latina e continueranno a scorrervi per tutto il Medioevo. Qual è stato allora, nella spiegazione della Scrittura, il contributo dei latini? Possiamo racchiudere la risposta in una parola che è poi quella che meglio esprime il loro genio proprio: organizzazione!
A quello di Origene si aggiunge, è vero, l’apporto non meno creativo e audace di un altro genio, quello di Agostino che arricchirà di intuizioni e applicazioni nuove e ardite la lettura della Bibbia. Ma non è in questa linea che si colloca l’apporto più significativo dei Padri latini, cioè nello scoprire significati nuovi e reconditi nella parola di Dio, quanto nella sistematizzazione dell’immenso materiale esegetico che veniva accumulandosi nella Chiesa, nel tracciare una specie di mappa per orientarsi nel suo utilizzo.
Questo sforzo organizzativo – iniziato con Agostino – fu portato alla sua forma definitiva da Gregorio Magno e consiste nella dottrina del quadruplice senso della Scrittura. In questo campo egli viene considerato “uno dei principali iniziatori e dei massimi patroni della dottrina medievale dei quattro sensi”, al punto di potersi parlare del Medioevo come dell’“epoca gregoriana”[4].
La dottrina dei quattro sensi della Scrittura è una griglia, un modo di organizzare le spiegazioni di un testo biblico o di una realtà della storia della salvezza, distinguendo in essi quattro campi o livelli diversi di applicazione: 1. il livello letterale e storico; 2. Il livello allegorico (oggi si preferisce chiamarlo tipologico) riferito alla fede in Cristo; 3. Il livello morale, cioè in riferimento all’agire del cristiano; 4. Il livello escatologico, che si riferisce al compimento finale in cielo. Scrive Gregorio:
“Le parole della sacra Scrittura sono pietre quadrangolari […]. In ogni evento del passato che raccontano [senso letterale], in ogni cosa futura che annunziano [senso anagogico], in ogni dovere morale che predicano [senso morale], in ogni realtà spirituale che proclamano [senso allegorico o cristologico], da ogni lato si reggono in piedi e sono irreprensibili”[5].
Nel medioevo fu composto un celebre distico che riassume questa dottrina: Littera gesta docet, quid credas allegoria. / Moralis, quid agas; quo tendas anagogia. “La lettera t'insegna l'accaduto; ciò che devi credere, l'allegoria. / La morale, cosa fare; dove tendere, l'anagogia”. L’applicazione forse più chiara di questo schema si ha a proposito della Pasqua. Secondo la lettera o la storia, la Pasqua è il rito che gli ebrei compirono in Egitto; secondo l’allegoria, in riferimento alla fede, essa indica l’immolazione di Cristo vero agnello pasquale; secondo la morale, essa indica il passaggio dai vizi alle virtù, dal peccato alla santità; secondo l’anagogia o l’escatologia, essa indica il passaggio dalle cose di quaggiù alle cose di lassù, o anche la Pasqua eterna che si celebrerà in cielo.
Non si tratta di uno schema rigido e meccanico, ma duttile e passibile di infinite variazioni, a partire dall’ordine con cui sono elencati i vari sensi. Ecco un testo di Gregorio in cui si vede la libertà con cui egli stesso usa lo schema del quadruplice senso e come con esso sa trarre armonie molteplici dalla Scrittura. Commentando l’immagine di Ezechiele 2, 10, sul rotolo “scritto dentro e fuori” (“intus et foris”, secondo la Volgata),  dice:
“Il rotolo della parola di Dio è scritto dentro, mediante l’allegoria; fuori, mediante la storia. Dentro, mediante l’intelligenza spirituale; fuori mediante il semplice senso letterale, adatto agli spiriti ancora deboli. Dentro perché promette i beni invisibili; fuori, perché stabilisce l’ordine delle cose visibili con la rettitudine dei suoi precetti. Dentro, perché dona la sicurezza dei beni celesti; fuori, perché insegna come usare i beni terreni, o come sottrarsi alla loro attrattiva”[6].
3. Perché abbiamo ancora bisogno dei Padri per leggere la Bibbia
Che cosa possiamo ritenere di questo modo così libero e ardito di porsi di fronte alla parola di Dio? Anche un ammiratore dell’esegesi patristica e medievale come il padre de Lubac ammette che non possiamo né ritornare ad essa, né imitarla meccanicamente nel nostro tempo[7]. Sarebbe una operazione artificiale, votata al fallimento perché ci mancano i presupposti da cui essi partivano, l’universo spirituale in cui essi si muovevano.
Gregorio Magno e i Padri in genere erano nel giusto sul punto fondamentale che è di leggere le Scritture in riferimento a Cristo e alla Chiesa. Lo facevano già, prima di loro, abbiamo visto, Gesù e gli apostoli. La parte caduca della loro esegesi sta nell’aver creduto di poter applicare questo criterio a ogni singola parola della Bibbia, in modo spesso fantasioso, spingendo il simbolismo (per esempio quello dei numeri) a eccessi che oggi ci fanno a volte sorridere.
Possiamo essere certi, nota il de Lubac, che se vivessero oggi, essi sarebbero i più entusiasti nell’utilizzare le risorse critiche messe a disposizione dal progresso degli studi. Origene svolse un lavoro titanico a suo tempo da questo punto di vista, procurandosi e mettendo a confronto tra di loro e con il testo ebraico le varie traduzioni greche esistenti della Bibbia (la Exapla) e Agostino non esitava a correggere certe sue spiegazioni alla luce della nuova versione della Bibbia che andava facendo Gerolamo[8].
Che cosa dunque resta valido dell’eredità dei Padri in questo campo? Forse qui, più che altrove, essi hanno una parola decisiva da dire alla Chiesa di oggi che dobbiamo cercare di scoprire. Cosa caratterizza la lettura della Bibbia dei Padri, al di là delle loro ingegnose allegorie e ardite applicazioni, al di là della stessa dottrina dei quattro sensi della Scrittura?  Resta che essa è da cima a fondo e in ogni suo punto una lettura di fede: partiva dalla fede e conduceva alla fede. Tutte le loro distinzioni tra lettura storica, allegorica, morale ed escatologica si riducono oggi a una sola distinzione: quella tra una lettura di fede della Scrittura e una lettura priva di fede, o almeno priva di una certa qualità di fede.
Lasciamo da parte gli studiosi della Bibbia non credenti che ho ricordato all’inizio, per i quali  essa è solo un libro interessante, ma solo umano. La distinzione che vorrei mettere in luce è più sottile e passa tra gli stessi credenti. È la distinzione tra una lettura personale e una lettura impersonale della parola di Dio. E cerco di spiegare cosa intendo. I Padri accostavano la parola di Dio con una domanda costante: cosa dice essa, ora e qui, alla Chiesa e a me personalmente? Erano persuasi che la Scrittura – oltre il suo contenuto oggettivo di fede e di morale, valido sempre e per tutti -  ha sempre nuove luci da effondere e nuovi compiti da additare personalmente ad ognuno.
“Tutta la Scrittura, è scritto,  è ispirata da Dio” (2 Tm 3, 16). L’espressione che viene tradotta con “ispirata da Dio”, o “divinamente ispirata”, nella lingua originale, è una parola unica, theopneustos, che contiene insieme i due vocaboli di Dio (Theos) e di Spirito (Pneuma). Tale parola ha due significati fondamentali. Il significato più noto è quello passivo, messo in luce in tutte le traduzioni moderne: la Scrittura è “ispirata da Dio”. Un altro passo del Nuovo Testamento spiega così questo significato: “Mossi da Spirito Santo parlarono quegli uomini (i profeti) da parte di Dio” (2 Pt 1, 21). È, insomma, la dottrina classica dell’ispirazione divina della Scrittura, quella che proclamiamo come articolo di fede nel Credo, quando diciamo che lo Spirito Santo è colui “che ha parlato per mezzo dei profeti”.
Dell’ispirazione biblica si mette in luce, di solito, quasi solo un effetto: l’inerranza biblica, cioè il fatto che la Bibbia non contiene nessun errore (se intendiamo “errore”, correttamente, come assenza di una verità possibile umanamente, in un determinato contesto culturale e, quindi, esigibile da parte di chi scrive). Ma l’ispirazione biblica fonda molto di più che la semplice inerranza della parola di Dio (che è qualcosa di negativo); fonda, positivamente, la sua inesauribilità, la sua forza e vitalità divina. La Scrittura, diceva sant’Ambrogio, ètheopneustos non solo perché è “ispirata da Dio”, ma anche perché è “spirante Dio”, perché spira Dio[9]! Ora spira Dio!
“A che cosa si può paragonare la parola della Sacra Scrittura –scrive san Gregorio -  se non a una pietra focaia, in cui cioè è nascosto il fuoco? Essa è fredda se si tiene solo in mano, ma percossa dal ferro, sprigiona scintille ed emette fuoco”[10].
La Scrittura non contiene solo il pensiero di Dio fissato una volta per sempre; contiene anche il cuore di Dio e la sua vivente volontà che ti indica ciò che vuole da te in un certo momento, e forse solo da te. La costituzione conciliare Dei Verbum raccoglie anch’essa questo filone della tradizione quando dice che “le sacre Scritture ispirate da Dio [ispirazione passiva!] e redatte una volta per sempre, comunicano immutabilmente la parola di Dio stesso e fanno risuonare nelle parole dei profeti e degli apostoli la voce dello Spirito Santo [ispirazione attiva!]”[11]. Non si tratta dunque solo di leggere la parola di Dio, ma anche di farsi leggere da essa; non solo di scrutare le Scritture, ma lasciarsi scrutare dalle Scritture. Si tratta di non accostarsi ad esse come i pompieri entravano una volta tra le fiamme e cioè con tute di amianto addosso che li facevano passare indenni tra di esse.
Riprendendo l’immagine di San Giacomo, molti Padri,  tra cui il nostro Gregorio Magno, paragonano la Scrittura a uno specchio[12]. Che dire di uno che passasse tutto il tempo a esaminare la forma e il materiale di cui è fatto lo specchio, l’epoca a cui risale e tante altri dettagli, ma non si guardasse mai nello specchio? Così fa chi passasse il tempo a risolvere tutti i problemi critici che pone la Scrittura, le fonti, i generi letterari e via dicendo, ma non si guarda mai nello specchio, o meglio non permette mai allo specchio di guardarlo e scrutarlo a fondo, fino al punto dove si dividono le giunture dalle midolla. La cosa più importante, circa la Scrittura, non è risolvere i suoi punti oscuri, ma mettere in pratica quelli chiari! Essa, dice ancora il nostro Gregorio, “si capisce facendola”[13].
Una fede forte nella parola di Dio non è solo indispensabile per la vita spirituale del cristiano, ma anche per ogni forma di evangelizzazione. Ci sono due modi di preparare una predica o un qualsiasi annuncio di fede, orale o scritto. Io posso prima sedermi a tavolino e scegliere io stesso la parola da annunciare e il tema da sviluppare, basandomi sulle mie conoscenze, le mie preferenze, ecc., e poi, una volta preparato il discorso, mettermi in ginocchio per chiedere frettolosamente a Dio di benedire quello che ho scritto e dare efficacia alle mie parole. È già una cosa buona, ma non è la via profetica. Bisogna seguire l’ordine inverso: prima in ginocchio, poi a tavolino.
Bisogna partire dalla certezza di fede che, in ogni circostanza, il Signore risorto ha nel cuore una sua parola che desidera far giungere al suo popolo. Ed egli non manca di rivelarla al suo ministro, se umilmente e con insistenza gliela chiede. All’inizio si tratta di un movimento pressoché impercettibile del cuore: una piccola luce che si accende nella mente, una parola della Bibbia che comincia ad attirare l’attenzione e che illumina una situazione. Davvero «il più piccolo di tutti i semi», ma in seguito ti accorgi che dentro c’era tutto; c’era un tuono da schiantare i cedri del Libano. Dopo ti metti a tavolino, apri i tuoi libri, consulti i tuoi appunti, consulti i Padri della Chiesa, i maestri, i poeti… Ma è ormai tutta un’altra cosa. Non è più la Parola di Dio al servizio della tua cultura, ma la tua cultura al servizio della Parola di Dio.
Origene descrive bene il processo che porta a questa scoperta. Prima di trovare nella Scrittura l’alimento – diceva – occorre sopportare una certa «povertà dei sensi; l’anima è circondata da oscurità da ogni lato, si imbatte in vie senza uscita. Finché, improvvisamente, dopo laboriosa ricerca e preghiera, ecco che risuona la voce del Verbo e subito qualcosa si illumina; colui che essa cercava le va incontro “saltando sulle montagne e balzando per le colline” (cf Ct 2, 8), cioè dischiudendole la mente a ricevere una sua parola forte e luminosa[14]. Grande è la gioia che accompagna questo momento. Essa faceva dire a Geremia: «Quando le tue parole mi vennero incontro, le divorai con avidità; la tua parola fu la gioia e la letizia del mio cuore» (Ger 15, 16).
Di solito la risposta di Dio arriva sotto forma di una parola della Scrittura che però in quel momento rivela la sua straordinaria pertinenza alla situazione e al problema che si deve trattare, come fosse stata scritta appositamente per essa. Facendo così, egli parla, di fatto, «come con parole di Dio» (cf. 1 Pt 4,11). Questo metodo vale sempre: per i grandi documenti, come per la lezione che il maestro tiene ai suoi novizi, per la dotta conferenza come per l’umile omelia domenicale.
Noi tutti abbiamo fatto l’esperienza di quanto può fare una sola parola di Dio profondamente creduta e vissuta prima da chi la pronuncia e talvolta perfino a sua insaputa; spesso si deve costatare che, tra tante altre parole, è stata quella che ha toccato il cuore e ha condotto più d’un ascoltatore al confessionale. L’esperienza umana, le immagini, le storie vissute, nulla di tutto ciò è escluso dalla predicazione evangelica, ma deve essere sottomesso alla parola di  Dio che deve svettare su tutto. Ce lo ha ricordato il Santo Padre nelle pagine dedicate all’omelia dell’”Evangelii gaudium” ed è quasi presuntuoso da parte mia pensare di potervi aggiungere qualcosa.
Vorrei terminare questa meditazione con un pensiero di gratitudine ai fratelli ebrei, anche come augurio per la prossima visita del Santo Padre in Israele. Se ci divide da loro l’interpretazione che ne diamo, ci unisce il comune amore per le Scritture. Nel museo di Tel Aviv c’è un dipinto di Reuben Rubin in cui si vedono dei rabbini che si stringono chi al petto chi alla guancia i rotoli della parola di Dio, e li baciano come si bacia la propria sposa. Con i fratelli ebrei è possibile qualcosa di analogo a quello che è l’ecumenismo spirituale tra cristiani, cioè un mettere insieme, in un clima di dialogo e di stima reciproca, quello che ci unisce, senza ignorare o nascondere ciò che ci separa. Non possiamo dimenticare che da loro abbiamo ricevuto le due cose più preziose che abbiamo nella vita: Gesù e le Scritture.
Anche quest’anno, la Pasqua ebraica, cade nella stessa settimana di quella cristiana. Auguriamo a noi stessi e a loro Buona Pasqua, Santo e felice Pesach.
*
NOTE
[1] Paul Claudel, L’épée et le miroir: Les sept douleurs de la Sainte Vierge , Paris: Gallimard, 1939), 74-75. 
[2] Origene, Commento a Giovanni, 10, 110 (GCS, Origenes vol. 4, p. 189)
[3] Cf. H. de Lubac, Histoire et Esprit. L’intelligence de l’Ecriture d’après Origène, Aubier, Paris 1950 (trad. Ital. Storia e Spirito. La comprensione della Scrittura secondo Origene,  Edizioni paoline, Roma 1971).
[4] H. de Lubac, Exegèse Mèdiévale. Les quatre sens de l’Ecriture, Aubier, Paris 1959, vol. I,1, p. 189 ; vol. I,2, p. 537).
[5] Gregorio Magno, Omelie su Ezechiele, II, IX, 8.
[6] Gregorio Magno,Omelie su Ez. I, IX, 30.
[7] H. de Lubac, Storia e Spirito, cit. , pp. 629 ss.
[8] Lo fa per esempio a proposito del significato della parola “pasqua”, in Enarrationes in Psalmos 120,6 (CC 40, p. 1791).
[9] Ambrogio, De Spiritu Sancto, III, 112.
[10] Gregorio Magno,  Omelie su Ezechiele, II,10,1.
[11] Dei Verbum, n. 21.
[12] Gregorio Magno, Moralia, I, 2, 1 (PL 75,  553D).
[13] Ib. I, 10,31.
[14] Cf Origene, In Mt Ser., 38 (GCS, 1933, p. 7); In Cant.,3 (GCS, 1925, p. 202).

martedì 11 marzo 2014

La responsabilità petrina nell’età del gender

La responsabilità petrina nell’età del gender

(di Cristina Siccardi) Due Pontefici che sentirono in modo considerevole il senso della responsabilità petrina furono san Gregorio Magno (540 ca.-604) e sant’Innocenzo I (?-417), la memoria liturgica dei quali cade per entrambi il 12 marzo: il primo nel calendario delVetus Ordo e il secondo in quello del Novus Ordo.
Che cosa intendiamo per senso della responsabilità petrina?«Tutta l’Europa è nelle mani dei Barbari… e, malgrado tutto, i preti … cercano ancora per sé stessi e fanno sfoggio di nuovi e profani titoli di superbia!», questo diceva Papa Gregorio, uno dei Pontefici più grandi della Storia, che si è caricato di tutta la responsabilità a cui è tenuto un Vicario di Cristo. Anche oggi, come ieri, tutta l’Europa è nelle mani dei Barbari, che distruggono le radici cristiane, che uccidono i bambini non ancora nati, che uccidono quelli sofferenti (non concependo più né la vita di croce, né la possibilità del miracolo), che divulgano proprio fra gli innocenti la demoniaca teoria del Gender con devastanti programmi scolastici. E il Papa dei nostri tragici giorni come potrebbe contrastare questi carnefici? Non certo con la «libertà di coscienza».
Disse Gesù: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: “Beate le sterili, i grembi che non hanno generato e i seni che non hanno allattato”. Allora cominceranno a dire ai monti: ‘‘Cadete su di noi!’’, e alle colline: ‘‘Copriteci!’’. Perché, se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?» (Lc. 23, 27-31). Di fronte ai Barbari di allora san Gregorio Magno agì responsabilmente: i Longobardi devastavano l’Italia, facendo fuggire il clero e facendo prigionieri. «Con i miei stessi occhi», scrisse, «ho visto i romani legati come cani da una corda al collo che venivano condotti via per essere venduti come schiavi».
I tentativi del Papa per ottenere una pace subirono la disapprovazione dell’Imperatore Maurizio, che lo accusò di infedeltà all’Impero e di insensatezza per i suoi tentativi di negoziazione. Il Pontefice replicò con una lettera nella quale sosteneva che l’Imperatore si doveva guardare dai cattivi consiglieri che lo circondavano: «L’Italia ogni giorno viene condotta prigioniera sotto il giogo dei Longobardi e, mentre non si crede affatto alle mie argomentazioni, le forze dei nemici crescono oltre misura». Le trattative con i Longobardi continuarono e portarono buoni frutti.
Gregorio Magno fu attivo su più fronti: cercò di dissuadere le popolazioni dall’idolatria e dal paganesimo; in meno di due anni diecimila Angli, compreso il re del Kent, Edelberto, si convertirono e portò alla conversione gli stessi Longobardi che dall’eresia ariana approdarono al Cattolicesimo, grazie anche all’influente sostegno della Regina Teodolinda.
L’epistolario e le omelie di San Gregorio documentano la sua vasta preparazione e le sue molteplici attività, fra cui la riorganizzazione della liturgia romana e la promozione del canto gregoriano. L’iconografia lo riproduce spesso con una colomba sulla spalla perché la Tradizione (tramandata da un intellettuale longobardo della corte di Carlo Magno, Paul Warnefried, detto Paolo Diacono) racconta che il Papa avrebbe dettato i suoi canti ad un monaco, alternando tale dettatura a lunghe pause; il monaco, incuriosito, scostò un lembo del paravento che lo separava dal Pontefice per vedere cosa facesse durante i lunghi silenzi e assistette al miracolo: una colomba (lo Spirito Santo) gli dettava i canti all’orecchio.
Anche sant’Innocenzo difese il Papato e la cristianità. La sua sollecitudine è testimoniata dalle numerose epistole inviate ai diversi vescovi, che sono diventate parte integrante del magistero dei pontefici successivi. L’assedio e la presa di Roma da parte dei Visigoti di Alarico avvenne durante il suo pontificato. Tuttavia la caduta di Roma, narrata sia da sant’Agostino che da san Girolamo, non segnò il declino dell’autorità pontificia perché il Papa riuscì, con la sua determinazione e con la grazia di Dio, a prendere degli accordi con Alarico, il quale diede ai suoi uomini piena libertà di saccheggio, ma ordinò di risparmiare la vita della popolazione e di rispettare le chiese.

Il primo pensiero sia di san Gregorio Magno che di sant’Innocenzo, consapevoli della responsabilità del loro mandato divino, fu sempre e solo la difesa della Fede e della Sposa di Cristo e a nessuno, neppure ai Barbari, permisero di calpestarle. (Cristina Siccardi)

mercoledì 8 gennaio 2014

Sul parlare e sul tacere



IL DOVERE DEI PASTORI Sul parlare e il tacere secondo un grande Papa: san Gregorio Magno!


( dalla Regula Pastoralis )
La guida delle anime sia discreta nel suo silenzio e utile con la sua parola affinché non dica ciò che bisogna tacere e non taccia ciò che occorre dire. Giacché come un parlare incauto trascina nell’errore, così un silenzio senza discrezione lascia nell’errore coloro che avrebbero potuto essere ammaestrati.
Infatti, spesso, guide d’anime improvvide e paurose di perdere il favore degli uomini hanno gran timore di dire liberamente la verità; e, secondo la parola della Verità, non servono più alla custodia del gregge con lo zelo dei pastori ma fanno la parte dei mercenari (cf. Gv. 10, 13), poiché, quando si nascondono dietro il silenzio, è come se fuggissero all’arrivo del lupo.
Per questo infatti, per mezzo del profeta, il Signore li rimprovera dicendo: Cani muti che non sanno abbaiare (Is. 56, 10). Per questo ancora, si lamenta dicendo: Non siete saliti contro, non avete opposto un muro in difesa della casa d’Israele, per stare saldi in combattimento nel giorno del Signore (Ez. 13, 5).
Salire contro è contrastare i poteri di questo mondo con libera parola in difesa del gregge; e stare saldi in combattimento nel giorno del Signore è resistere per amore della giustizia agli attacchi dei malvagi. Infatti, che cos’è di diverso, per un Pastore, l’avere temuto di dire la verità dall’avere offerto le spalle col proprio silenzio?
Ma chi si espone in difesa del gregge, oppone ai nemici un muro in difesa della casa di Israele. Perciò di nuovo viene detto al popolo che pecca: I tuoi profeti videro per te cose false e stolte e non ti manifestavano la tua iniquità per spingerti alla penitenza(Lam. 2, 14). È noto che nella lingua sacra spesso vengono chiamati profeti i maestri che, mentre mostrano che le cose presenti passano, insieme rivelano quelle che stanno per venire. Ora, la parola divina rimprovera costoro di vedere cose false, perché mentre temono di scagliarsi contro le colpe, invano blandiscono i peccatori con promesse di sicurezza: essi non svelano le iniquità dei peccatori perché si astengono col silenzio dalle parole di rimprovero. In effetti le parole di correzione sono la chiave che apre, poiché col rimprovero lavano la colpa che, non di rado, la persona stessa che l’ha compiuta ignora.
Perciò Paolo dice: (Il vescovo) sia in grado di esortare nella sana dottrina e di confutare i contraddittori (Tit. 1, 9). Perciò viene detto per mezzo di Malachia: Le labbra del sacerdote custodiscano la scienza e cerchino la legge dalla sua bocca,perché è angelo del Signore degli eserciti (Mal. 2, 7).
Perciò per mezzo di Isaia il Signore ammonisce dicendo: Grida, non cessare, leva la tua voce come una tromba (Is. 58, 1). E invero chiunque si accosta al sacerdozio assume l’ufficio del banditore perché, prima dell’avvento del Giudice che lo segue con terribile aspetto, egli lo preceda col suo grido.
Se dunque il sacerdote non sa predicare, quale sarà il grido di un banditore muto? Ed è perciò che lo Spirito Santo, la prima volta, si posò sui Pastori in forma di lingue (Atti, 2, 3), poiché rende subito capaci di parlare di Lui, coloro che ha riempiti.
Perciò viene ordinato a Mosè che il sommo sacerdote entrando nel tabernacolo si accosti con tintinnio di campanelli, abbia cioè le parole della predicazione, per non andare con un colpevole silenzio incontro al giudizio di colui che lo osserva dall’alto. (…) I campanelli sono inseriti nelle sue vesti, perché insieme al suono della parola, anche le opere stesse del sacerdote proclamino la via della vita.
Ma quando la guida delle anime si prepara a parlare, ponga ogni attenzione e ogni studio a farlo con grande precauzione, perché se si lascia trascinare a un parlare non meditato, i cuori degli ascoltatori non restino colpiti dalla ferita dell’errore; e mentre forse egli desidera di mostrarsi sapiente non spezzi stoltamente la compagine dell’unità.
Perciò infatti la Verità dice: Abbiate sale in voi e abbiate pace tra voi (Mc. 9, 49). Col sale è indicata la sapienza del Verbo. Pertanto chi si sforza di parlare sapientemente, tema molto che il suo discorso non confonda l’unità degli ascoltatori. Perciò Paolo dice: Non sapienti più di quanto è opportuno, ma sapienti nei limiti della sobrietà (Rom. 12, 3). 
Perciò nella veste del sacerdote, secondo la parola divina, ai campanelli si uniscono le melagrane (Es. 28, 34). E che cosa viene designato con le melagrane se non l’unità della fede?
Infatti, come nelle melagrane i molti grani dell’interno sono protetti da un’unica buccia esterna, così l’unità della fede protegge tutti insieme gli innumerevoli popoli che costituiscono la Santa Chiesa e che si distinguono all’interno per la diversità dei meriti. Così, affinché la guida delle anime non si butti a parlare da incauto, come già si è detto, la Verità stessa grida ai suoi discepoli: Abbiate sale in voi e abbiate pace tra voi, come se attraverso la figura della veste del sacerdote dicesse: Aggiungete melagrane ai campanelli affinché, in tutto ciò che dite abbiate a conservare con attenta considerazione l’unità della fede.
Inoltre, le guide delle anime debbono provvedere con sollecita cura, non solo a non fare assolutamente discorsi perversi e falsi, ma a non dire neppure la verità in modo prolisso e disordinato, perché spesso il valore delle cose dette si perde quando viene svigorito, nel cuore di chi ascolta, da una loquacità inconsiderata e inopportuna.
(…)  Perciò anche Paolo, quando esorta il discepolo ad insistere nella predicazione dicendo: Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù che giudicherà i vivi e i morti, per il suo avvento e il suo regnopredica la parola, insisti opportunamente, importunamente (2 Tim. 4, 1-2); prima di dire importunamente premise opportunamente, perché è chiaro che nella considerazione di chi ascolta, l’importunità appare in tutta la sua qualità spregevole se non sa esprimersi in modo opportuno.

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martedì 3 settembre 2013

Francesco d'Assisi, dalla liturgia a san Gregorio Magno

Amare il prossimo e fare il bene: come il Poverello, Gregorio* si è calato dentro la riflessione patristica e monastica precedente a lui

*: Vedi anche su Gregorio Magno in questo blog tutti i post con l'etichetta relativa

Nella propria attività pastorale, che sarà un modello per tutto il Medioevo, Gregorio Magno ha spesso commentato dei testi biblici. Come nei Moralia, anche nelle Homiliae in Evangelia, una vera e propria catechesi biblica inserita nell’azione liturgica, Gregorio insiste maggiormente sul senso “morale” della Sacra Scrittura. Così, nella festa di san Felice, nella basilica romana a lui dedicata, fece un commento al brano di Lc 11,35-40 facendone una lettura simbolica ed evidenziandone il senso tropologico. Nelle parole evangeliche «sint lumbi vestri praecincti», Gregorio intende il comando di vincere la lussuria della carne mediante la continenza. […]
Tra la spiegazione dei due diversi significati morali, Gregorio inserisce il motivo per cui, ad un comando negativo, ne fa seguito subito uno positivo: «quia minus est mala non agere, nisi etiam quisque studeat et bonis operibus insudare….». Come si nota, l’affermazione di Gregorio è di tipo morale e si riferisce alla vittoria sulla lussuria mediante la continenza e all’illuminazione del prossimo con l’esempio delle buone opere. Essa non ha alcun rapporto con la tematica del lavoro, argomento assente in questa omelia, ma ha una valenza più generale inglobando tutta la morale in due comandi: «munditia sit castitatis in corpore, et lumen veritatis in operatione».
La prima parte di questa sua omelia, è stata inserita dall’Ordinario di Innocenzo III nel Comune dei Santi in natali unius Confessoris Pontificis e quindi ebbe una vasta diffusione mediante la liturgia. Si potrebbe dire che, mediante la liturgia, essa andò a formare quel substrato culturale dal quale, nel Medioevo, si attingevano idee, concetti e modi di comunicare.
[…]
Considerando il contesto da cui le affermazioni di Gregorio Magno, Girolamo e Benedetto sono state estrapolate, come le stesse sono state utilizzate successivamente ed il modo con cui sono state recepite nella Regola non bolla di Francesco d’Assisi, si possono trarre alcune considerazioni.
Primariamente si può affermare che in questi casi la finalità è principalmente morale, cioè legata al modo di comportarsi nella vita pratica, e non dottrinale. Non è un caso che uno degli autori considerati è proprio Gregorio Magno, il padre occidentale alle cui opere, nel Medioevo, era riconosciuta la peculiarità dell’analisi del senso tropologico, cioè morale.
Se tutte e tre le affermazioni sono tratte da un ambito morale, solo quelle di Girolamo e di Benedetto riguardavano espressamente il lavoro. […].
Mentre i testi di Girolamo e Benedetto sono nati e sono stati interpretati sempre nell’ambito del tema del lavoro, il testo di Gregorio si è diffuso mediante la liturgia, o meglio le letture patristiche dell’Ordinario di Innocenzo III. Del testo di Gregorio — che mostra come non basta non fare il male, ma si deve pure operare il bene — nella Regola non bolla di Francesco d’Assisi è presente soltanto la parte positiva. Eppure questa tematica, sia nella formulazione negativa che in quella positiva, è presente nella Epistola ad fideles dello stesso Francesco. In essa il Santo esorta affinché «diligamus proximos sicut nos ipsos» (tema presente anche nell’omelia di Gregorio) e commenta il comandamento evangelico dell’amore vicendevole affermando che «si quis non vult eos amare sicut se ipsum, saltim non inferat eis mala, sed faciat bona».
Se nel Testamento di Francesco d’Assisi rimane solo una allusione alla Regula di Benedetto, ed è assente una qualsiasi pur minima allusione alle affermazioni di Girolamo e di Gregorio, tuttavia compare il tema dell’exemplum contenuto nelle Homiliae in Evangelia di quest’ultimo. Tutti i frati devono lavorare «propter exemplum» e solo secondariamente «ad repellendam otiositatem». Già Paolo affermava di voler lavorare per dare l’esempio […].
Nel capitolo VII della Regola non bolla sono citati sia 2Tess 3,10 che il Sal 127,2, due testi presenti in quasi tutti gli scritti che trattano del lavoro, mentre sono assenti sia Gen 3,17-19 che Mt 6,28124, spesso usati a sfavore dell’attività umana. Negli scritti riguardanti il lavoro precedenti a Francesco, il Sal 127,2 e 2Tess 3,10 sono posti accanto alle citazioni di Girolamo e Benedetto, come si può vedere nei sermoni di Rodolfo Ardente. Tale compresenza fa sorgere la domanda se, per caso, dal redattore della Regola non bolla, anche essi siano stati presi non direttamente dalla Scrittura, ma da citazioni presenti in altri testi.
A conferma di una citazione direttamente attinta dalla Bibbia c’è la formula con cui sono introdotti «nam propheta ait […] et apostolus», ma la loro presenza simultanea, comune ai testi precedenti sul lavoro, rende probabile il fatto che ci troviamo invece in presenza di una fonte biblica mediata. A proposito c’è da notare che il Sal 127,2, nella Regola non bolla,contiene la variante «fructuum tuorum», mentre il versetto biblico, negli scritti precedenti a Francesco, è citato nella sua versione originale «manuum tuarum», senza alcuna elaborazione ulteriore. Nonostante questa variante testuale, sta di fatto che i versetti citati a sostegno del lavoro sono in continuità con tutta una tradizione precedente che ha le sue radici nei Padri.
In base a questo c’è da chiedersi se forse non è da riconsiderare il problema della presenza scritturistica negli scritti di Francesco, o almeno nella Regola non bolla, tema spesso affrontato come se tali citazioni bibliche fossero attinte direttamente dal testo della Scrittura, senza alcun intermediario. Nel caso del capitolo VII,4-6 della Regola non bolla, anche se le citazioni fossero tratte direttamente dalla Scrittura, come sembra far supporre la presenza anche di 1Cor 7,24, certamente esse si collocano dentro una tradizione che ha visto in esse il sostegno più evidente a cogliere positivamente il senso del lavoro. Quindi, un’analisi delle stesse fonti bibliche degli scritti di Francesco è incompleta senza avere uno sguardo anche ai Padri.
In merito al lavoro, Francesco quindi si è calato dentro una riflessione precedente a lui, cioè quella patristica e monastica, citando le auctoritates normalmente usate in merito all’attività umana, ma aggiungendovene altre assenti, come quella di Gregorio Magno e 1Cor 7,24.
Per un approfondimento:
P. Messa, Le fonti patristiche negli scritti di Francesco di Assisi, prefazione di G. Miccoli, Edizioni Porziuncola, Assisi 2006.

sabato 15 giugno 2013

XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO Anno C

Il mistero dell'iniquità travolge ognuno di noi, pur credendo di "non avere peccati" da confessare. Credo che questo sia il blocco fatale della nostra crescita cristiana: non vedere i nostri peccati per riconoscerli umilmente ed abbandonarci alla misericordia di Dio. Se faccio questo, non giudicherò più nessuno perché io sono veramente il peggiore di tutti. 

Buona Domenica pb. Vito Valente.

*

Nell’11.ma Domenica “per annum”, la liturgia proclama il Vangelo della peccatrice perdonata:

"Sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato".
Su questo brano evangelico  una breve introduzione di Don Ezechiele Pasotti, Prefetto agli studi nel Collegio Diocesano missionario “Redemptoris Mater” di Roma:

Il Vangelo di oggi si conclude con la notazione dell’evangelista Luca che Gesù “se ne andava per città e villaggi predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio”. Proprio questa buona notizia ha raggiunto il cuore della “peccatrice” della città, dove Gesù si trova invitato a pranzo da un fariseo. Vi si reca anche la donna, con un vaso di profumo. E compie su Gesù due gesti di amore e di accoglienza che il fariseo, nella sua arroganza, si è ben guardato dal compiere: piangendo bagna i piedi del Signore e glieli asciuga con i suoi capelli, poi glieli profuma e bacia. Il gesto turba il fariseo che finalmente rivela ciò che ha nel cuore: il giudizio. “Se fosse un profeta saprebbe bene chi è la donna che lo tocca”.

Gesù, che è venuto per i peccatori – e quindi anche per il fariseo – lo mette nella verità. Narra una breve parabola su due debitori a cui è stato condonato il debito e fa dire a Simone – ora viene detto il nome del fariseo – che il debitore a cui maggiormente si perdona, ama di più. Quell’acqua che lui, fariseo osservante della Legge, non ha saputo, o voluto, porgere, e quel bacio di accoglienza che non ha offerto all’ospite, questi il Signore li ha ricevuti da un cuore di donna che ama, perché molto le è stato perdonato. Ora la peccatrice se ne va rinnovata, riconciliata, mentre di Simone non sappiamo nulla: forse, nella sua pretesa di giustizia, non ha bisogno di grande perdono e, per questo, semplicemente non ama. Il Vangelo interpella anche noi oggi: dove siamo? Nel giudizio, senza amore, o con il cuore grato, per il perdono ricevuto? L’Eucaristia è sempre esultazione gioiosa per la salvezza che ci è donata.

MESSALE
Antifona d'Ingresso  Sal 26,7.9
Ascolta, Signore, la mia voce: a te io grido.
Sei tu il mio aiuto,
non respingermi, non abbandonarmi,
Dio della mia salvezza.
 
Colletta
Dio, fortezza di chi spera in te, ascolta benigno le nostre invocazioni, e poiché nella nostra debolezza nulla possiamo senza il tuo aiuto, soccorrici con la tua grazia, perché fedeli ai tuoi comandamenti possiamo piacerti nelle intenzioni e nelle opere. Per il nostro Signore...
 
Oppure:
O Dio, che non ti stanchi mai di usarci misericordia, donaci un cuore penitente e fedele che sappia corrispondere al tuo amore di Padre, perché diffondiamo lungo le strade del mondo il messaggio evangelico di riconciliazione e di pace. Per il nostro Signore Gesù Cristo...
LITURGIA DELLA PAROLAPrima Lettura  2 Sam 12, 7-10. 13Il Signore ha perdonato il tuo peccato; tu non morirai.
Dal secondo libro di Samuele
In quei giorni, Natan disse a Davide: «Così dice il Signore, Dio d’Israele: Io ti ho unto re d’Israele e ti ho liberato dalle mani di Saul, ti ho dato la casa del tuo padrone e ho messo nelle tue braccia le donne del tuo padrone, ti ho dato la casa d’Israele e di Giuda e, se questo fosse troppo poco, io vi aggiungerei anche altro.
Perché dunque hai disprezzato la parola del Signore, facendo ciò che è male ai suoi occhi? Tu hai colpito di spada Urìa l’Ittìta, hai preso in moglie la moglie sua e lo hai ucciso con la spada degli Ammonìti.
Ebbene, la spada non si allontanerà mai dalla tua casa, poiché tu mi hai disprezzato e hai preso in moglie la moglie di Urìa l’Ittìta».
Allora Davide disse a Natan: «Ho peccato contro il Signore!». Natan rispose a Davide: «Il Signore ha rimosso il tuo peccato: tu non morirai».
 
Salmo Responsoriale
   Dal Salmo 31
Togli, Signore, la mia colpa e il mio peccato.
Beato l’uomo a cui è tolta la colpa
e coperto il peccato.
Beato l’uomo a cui Dio non imputa il delitto
e nel cui spirito non è inganno.

Ti ho fatto conoscere il mio peccato,
non ho coperto la mia colpa.
Ho detto: «Confesserò al Signore le mie iniquità»
e tu hai tolto la mia colpa e il mio peccato.

Tu sei il mio rifugio, mi liberi dall’angoscia,
mi circondi di canti di liberazione.
Rallegratevi nel Signore ed esultate, o giusti!
Voi tutti, retti di cuore, gridate di gioia!

Seconda Lettura   Gal 2, 16. 19-21
Non vivo più io, ma Cristo vive in me. 
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati
Fratelli, sapendo che l’uomo non è giustificato per le opere della Legge ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo, abbiamo creduto anche noi in Cristo Gesù per essere giustificati per la fede in Cristo e non per le opere della Legge; poiché per le opere della Legge non verrà mai giustificato nessuno.
In realtà mediante la Legge io sono morto alla Legge, affinché io viva per Dio. Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me.
Dunque non rendo vana la grazia di Dio; infatti, se la giustificazione viene dalla Legge, Cristo è morto invano.
 
Canto al Vangelo   1 Gv 4, 10
Alleluia, alleluia.

Dio ha amato noi e ha mandato il suo Figlio
come vittima di espiazione per i nostri peccati.

Alleluia.

   
 
   
Vangelo
  Lc 7, 36 - 8, 3 Forma breve 7,36-50Le sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato.
Dal vangelo secondo Luca
[
In quel tempo, uno dei farisei invitò Gesù a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo.
Vedendo questo, il fariseo che l’aveva invitato disse tra sé: «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!».
Gesù allora gli disse: «Simone, ho da dirti qualcosa». Ed egli rispose: «Di’ pure, maestro». «Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. Non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?». Simone rispose: «Suppongo sia colui al quale ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene».
E, volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo. Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco».
Poi disse a lei: «I tuoi peccati sono perdonati». Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è costui che perdona anche i peccati?». Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!».
]
In seguito egli se ne andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio. C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demòni; Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode; Susanna e molte altre, che li servivano con i loro beni.
  


Commento
Due persone sono di fronte a Gesù: nell'incontro con Lui vengono svelati i loro cuori. Un uomo con un nome e un titolo, Simone, eppure grigio e anonimo, fariseo attento alle apparenze; e una donna, senza nome eppure conosciutissima, perché "una peccatrice di quella città". Entrambi debitori, l'uno inconsapevole, l'altra profondamente cosciente, entrambi senza nulla per rifondere il debito. Con loro, in questa domenica, anche noi siamo di fronte a Gesù; Egli "ha qualcosa da dire" a ciascuno, per far luce sul nostro intimo e annunciarci la Buona Notizia. Le parole dirette a Simone ci scrutano e interrogano con amore, quelle offerte alla donna ci consolano con misericordia. 
Che cosa è l'amore? Esso risplende nei gesti ancor prima che nelle parole. E' il frutto maturo che spande il suo "profumo" da dove non ce lo aspetteremo, dall'umiliazione del cuore contrito dei peccatori. L’amore è la pura gratitudine per sentirsi accolti e perdonati. Di nessun altro Gesù ha mostrato l'amore come esempio, se non quello di questa donna.
Innanzi tutto l’amore “sa” dove si trova Gesù. Come la donna che aveva “saputo” che Gesù era lì. Per amare, il cuore deve aver ascoltato l’annuncio che il Regno di Dio è vicino. Possiamo immaginare il cammino della donna identico al nostro: sposa infedele dell'Unico Sposo al quale era stata promessa sin dalla nascita, è attratta dal profumo di Gesù diffuso dall’annuncio del Vangelo, è certa che nella casa di Simone si sarebbe giocata l'ultima carta. I suoi amanti l'avevano lasciata sola, nessuno che l'avesse accolta e riscattata. Ella doveva andare da Gesù, lo imponeva la sua realtà, la attraeva irresistibilmente la sua presenza, la "sua fede" nasceva dalla delusione di ogni altra speranza e di ogni altro amore. 
L’amore sgorga dall’umiliazione, si avvicina "da dietro", sa che non ha diritti; non cerca spazio, non sgomita come spesso facciamo noi quando ci illudiamo di amare facendo e dicendo cose che vorrebbero colpire l'altro per legarlo.
L’amore “piange”, perché è frutto della verità; questa donna ama perché si conosce, immonda e indegna, che il solo toccarla infetta e rende impuri. Ma un dolore acuto le percuote il petto, un'angoscia mortale. Questa donna ha toccato la morteora deve toccare la vita. Gli occhi della sua anima guardano Gesù come nessun altro, lo vedono adagiato a mensa e ne intuiscono il destino, il sepolcro nel quale sarebbe stato adagiato, la sua stessa tomba. Come la Maddalena, con l'audacia figlia del perdono, cercando con le lacrime Colui che, solo, la può spalancare, mentre cresceva "la fede" che l'avrebbe "salvata" .
Le lacrime, solcando un viso, svelano sempre la debolezza che l’orgoglio vorrebbe nascondere. Piangendo, la donna si spoglia per accogliere Gesù nella sua intimità. Può farlo, perché dinanzi a lei vi è l'unico di cui non c'è da aver paura, che non esige perché non giudica. Le sue lacrime toccano il cuore di Gesù e, scese sui suoi piedi, li spingono ad entrare nel suo sepolcro per farne il loro talamo nuziale.
L’amore è dono senza riserve, restituisce a Dio ciò che gli appartiene. Per questo la donna “asciuga i piedi di Gesù con i capelli”, il segno della bellezza. Non a caso le suore di clausura si tagliano i capelli, per abbandonare la vanità. La bellezza che la donna aveva venduto ora è consegnata allo Sposo; è tornata a Lui, la "sua fede" è ormai adulta e le "sono perdonati i peccati"; la sua libertà si fa amore e dono, "va in pace” con Gesù e “non pecca più", perché l’antidoto al peccato è l'amore che vince il timore della morte. Ora può “seguirlo” e “servire con i suoi beni”, come le donne “guarite da spiriti cattivi e da infermità” che chiudono il brano.
L'amore autentico, infatti, osa almeno quanto osa il peccato; non è mai mediocre, non si limita alle buone maniere, rompe gli argini, come ha fatto Cristo, amando oltre ogni limite, con tutto se stesso. L'amore autentico appare un centimetro più in là di quello che si deve fare per avere una ricompensa; quando ci si getta nel mare aperto della gratuità; appare disteso ai piedi di Gesù e non nel cortese invito a cena interessato e curioso di Simone.
Lui obbedisce alle regole non scritte del religiosamente corretto, e, dalla dura corteccia del proprio orgoglio, è sempre pronto a indignarsi e a "dire tra sé" che "gli immorali sono sempre gli altri", in "un certo clericalismo di ritorno intento solo a «regolarizzare» le vite delle persone, pronto a condannare, invece che ad accogliere" (Papa Francesco). Giudica appoggiandosi sulla propria presunta conoscenza delle Scritture. Simone, tu ed io, tanto superbo da non comprendere Gesù e di essere, come la peccatrice, debitore di cinquecento denari, un’infinità. Ma il Signore non ci lascia nella cecità e ci invita a "vedere questa donna" che è entrata con Lui a casa nostra, immagine della Chiesa che attualizza nella storia ciò che ha fatto Gesù, quando, inginocchiato, ha lavato i piedi degli apostoli: “sapete che cosa ho fatto?” Vi ho amato "sino alla fine". Fattosi peccato, "ha molto amato" piangendo le nostre infedeltà, pagando per noi il debito che non eravamo in grado di saldare. Guardando la Chiesa e accogliendo il suo annuncio possiamo imparare ad "amare molto" sperimentando, come la donna, l’amore infinito di Cristo che tutto e sempre "perdona".

*

"Il mistero toccante dell'infinita benevolenza di Dio"

Spunti per l'omelia a cura della Congregazione per il Clero per la XI Domenica del Tempo Ordinario - C

È veramente un messaggio di gioia e di liberazione quello che ci offre la Parola di Dio in questa XI domenica del tempo ordinario: la gioia di sentirsi liberati dal peccato, piccolo o grande che sia, che ci opprime, ci tormenta, ci chiude in noi stessi, logora le nostre energie, sta sempre lì a dimostrarci che siamo troppo legati alle nostre miserie da sembrare un uccello dalle ali ferite.
Vorremmo volare verso l’alto, verso il cielo, ma siamo schiacciati verso la terra e questo al cristiano reca enorme tristezza.
Allora la Chiesa oggi propone a tutti la possibilità di celebrare e quindi di tener presente nella nostra vita, la misericordia di Dio: una misericordia che si diffonde continuamente in ogni angolo del mondo, raggiunge gratuitamente ogni uomo sulla terra e si ingigantisce nel momento in cui è l’uomo stesso che, confessando il proprio peccato, si riconosce peccatore.
In questo riconoscersi debole si realizza quell’incontro tra l’amore perdonante di Dio e il gemito dell’uomo che esplode in un inno di gioia nel sentirsi riaccettato da Dio.
È questo l’insegnamento che ci viene fornito dalla prima lettura in cui l’autore mette in evidenza il grande peccato di Davide, cioè quello di aver organizzato niente meno che la morte di Uria per prendere in moglie la di lui consorte Betsabea.
Davide, nel brano, impersona gli atteggiamenti che sono diffusi nella società: tradimenti, menzogne, violenze, ma nello stesso tempo viene considerato il santo dell’Antico Testamento, il prediletto da Dio, ricolmato di tanti benefici.
In sintesi, possiamo definirlo il “santo-peccatore” in quanto, a momenti di grande elevatezza spirituale, alterna miserie, colpe, bassezze.
Davide è veramente santo perché sa uscire ogni volta dalla situazione di peccato mediante due forze che correggono e vincono i suoi peccati: l’umiltà e l’illimitata fiducia in Dio.
Sono queste due prerogative che si condizionano a vicenda, in quanto nessuno può aprirsi alla confidenza in  Dio se non è umile e nessuno però può essere umile se non trova in Dio stesso il suo appoggio, la sua giustificazione, il suo rifugio.
Per queste due virtù Davide sa sfuggire alla morsa del peccato che lo attanaglia, riuscendo a rialzarsi tenacemente dalle passioni che lo sconvolgono, per ritornare a Dio, alla sua misericordia a cui si affida completamente.
Questo tema viene ripreso nel brano evangelico in cui si riafferma non solo la gioia del perdono in una povera creatura, ma si dimostra ancor di più quale sia la forza creatrice di un gesto di perdono che solo Dio può concedere.
Il racconto evangelico della peccatrice, che solo Luca tramanda, vuole evidenziare un gesto di amore  coraggioso a cui succede un grande atto di misericordia. La peccatrice sa di essere oggetto di pubblico disprezzo; ciononostante non ha paura di affrontare la gente ed entrare nella casa del fariseo per incontrare Gesù.
Un comportamento questo che Gesù stesso commenta, dicendo che ciò può avvenire soltanto per mezzo della fede che è grande in lei.
Una fede che ha acceso nel suo cuore uno slancio indomabile di amore, di riconoscenza, di devozione e di gioia. Quella donna, infatti, ha scoperto che in Gesù Dio offre, a tutti coloro che veramente si pentono e cambiano vita, il perdono dei peccati.
La peccatrice ha scoperto la santità di Gesù per cui non osa ungergli il capo ma solo i piedi, per non contaminarlo; ma il contatto le è sufficiente per poter cominciare una nuova vita, completamente rinnovata dall’amore.
Tutto ciò è frutto della fede, della certezza di aver ricevuto il perdono dei propri peccati, e della consapevolezza che il sincero pentimento era stato accolto dal Signore che aveva letto nelle profondità del suo cuore, un cuore penitente.
E per questo Gesù racconta la parabola dei due debitori: per far capire a Simone la realtà di quella  situazione e per dimostrare che Egli è veramente profeta e molto più che profeta, in quanto legge nei suoi pensieri e conosce bene i sentimenti della donna che piange ai suoi piedi. Infatti, se la riconoscenza maggiore viene da chi è stato più beneficato, allora è comprensibile l’operato della donna che, avendo commesso molti peccati, avverte ancor di più la magnificenza di quel perdono.
Non eguale comportamento si poteva riscontrare  in Simone il fariseo che, riconoscendosi giusto, aveva invitato Gesù nella sua dimora, ma il suo amore per il Maestro non andava al di là del semplice rispetto. Gesù gli fa notare questo suo atteggiamento, riassumendo tutti i gesti della donna, facendone risaltare il significato di accoglienza ospitale, di generosità, di amore nei suoi riguardi.
Gesù precisa con  quelle poche parole la nuova situazione che si viene a creare nel credente per mezzo della fede. In Cristo, Dio ci offre il condono totale dei nostri peccati. Ecco la novità inaudita della storia umana, il mistero toccante dell’infinita
benevolenza di Dio: siamo tutti peccatori e l’unica strada per la salvezza è la via della fede, in quanto essa induce al pentimento, il pentimento all’amore.
Ce lo ricorda anche san Paolo affermando che la fede nasce dalla scoperta che in Cristo noi siamo stati amati senza misura e la prova è lo stesso Gesù che ha offerto se stesso, dimostrando così il suo amore, un amore che ci ha talmente attratti da poter far dire a Paolo: “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me.”
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Monsignor Francesco Follo, osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO a Parigi, offre oggi ai lettori di Zenit la seguente riflessione sulle letture liturgiche per l'XI domenica del Tempo Ordinario – Anno C. Come di consueto, il presule propone anche una lettura patristica.
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Gli occhi del cuore vedono l'Amore

Lectio Divina di monsignor Francesco Follo per l'XI domenica del Tempo Ordinario - Anno C


1) Lacrime per l’assoluzione.
Molte volte abbiamo ascoltato l’episodio del Vangelo “romano” di oggi che racconta un fatto apparentemente strano: in una casa di un uomo per bene entra una donna, che non è per bene e che si mette a lavare i piedi di Cristo con un profumo molto caro. E Cristo accetta questo gesto di amore umile e puro, che i benpensanti presenti alla scena osservano perplessi.
Immaginiamoci la scena.
Con un cuore trepido ma colmo di riconoscenza questa donna osa entrare non voluta perché donna e per di più peccatrice pubblica (ma per il Vangelo è anonima) in un banchetto di soli uomini, che l’opinione pubblica stima come persone rette, perché osservano la legge di Dio ma ne hanno dimenticato il cuore.
Sfida i loro sguardi e guarda a Cristo, forse perché vuol pubblicamente mostrargli la sua riconoscenza. Gesù è l’unico che l’ama secondo verità e la toglie dalla condizione e dalla vergogna di donna pubblica. Il Messia sa che questa donna non è più peccatrice. Questa donna di tutti ha capito che c’è un amore più grande di ogni piacere carnale e un povertà più ricca di chi oro e profumi.
Lei ha capito di essere di Dio, e lo manifesta senza parlare.
Parla con i gesti che compie nei confronti dei piedi di Gesù.
Le lacrime di questa donna mostrano il pentimento per il proprio peccato. Il suo cuore è cambiato. Tutta la sua vita è mutata e le sue mani ora sono pure e possono toccare il Figlio di Dio, umilmente e santamente. Questa donna è così riconoscente a Cristo che vuole ringraziarlo in pubblico. Davanti a tutti ringrazia Chi le ha risuscitato il cuore, mondato l’anima togliendola dalla pubblica vergogna.
Il profumo che versa sui piedi di Cristo mostra quanto per lei Lui valesse. Non va dimenticato che Giuda per il suo tradimento ricevette 30 denari, con i quali poi fu comperato un campo per farne un cimitero per i pellegrini a Gerusalemme. Questa donna senza nome “spreca” un profumo che costa 300 denari per un gesto di pentimento provocato dall’Amore. A parte il prezzo notevole del profumo, questa donna si priva di uno “strumento di lavoro”, che le serviva per rendersi più attraente.
E’ come se già avesse intuito quello che Gesù le avrebbe detto: “Ti sono rimessi i tuoi peccati… va e non peccare più… la tua fede ti ha salvata”, quindi investe su di Lui o, con un linguaggio meno commerciale, si abbandona a lui e lava quei piedi che l’hanno portato a lei e all’intera umanità, che hanno ridato speranza a lei e a tutti quelli che desiderano rialzarsi abbandonando le false speranze.
Davanti ad una fede così grande e ad un amore così audace, l’Amore incarnato, che ha piedi sporchi per il cammino fatto per portare la buona e gioiosa Notizia di verità e di amore, non può che perdonare.
Il Portatore di pace non può che effondersi nel cuore di chi ha crede all’amore. Gesù altro non fa che sigillare il pentimento della donna e la sua volontà di riscatto, purificazione, santità. Questa donna ha veramente compreso chi è Cristo Gesù: Il Santo di Dio, la cui santità santifica lei e il mondo intero, il vero Uomo buono che con il perdono rende buona tutta l’umanità.
La Vergine Maria, Madre della Redenzione, la più umile tra le donne, ci aiuti a crescere nell’amore a suo Figlio. Se non possiamo imitare la Madonna nella sua purezza, imitiamola nella sua umiltà, carità, giustizia, santità. Preghiamo perché i nostri pensieri non siano come quelli Simone, che ospita Gesù “fisicamente”, ma non “spiritualmente “perché ha il cuore ingombrato da giudizi iniqui e temerari.
2) Una affermazione contradditoria?
Prima di proclamare pubblicamente il suo perdono alla donna, Gesù si rivolge a Simone con una parabola sul significato dell'amore e del perdono, per aiutarlo a uscire dall'osservanza legalistica delle regole e per accedere al discernimento di ciò che è veramente importante: l'amore a Dio e l'amore al prossimo, la relazione vera con gli altri per la salvezza di tutti.
Gli racconta la parabola dei due debitori (cfr vangelo romano di oggi), poi conclude con una affermazione che può sembrare contradditoria: “Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo. Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco”.
La domanda che viene da farsi è: “E’ perdonato molto a chi ama molto, o ama molto colui al quale è perdonato molto?”. Che cosa viene prima: l’amore o il perdono?
Non voglio addentrarmi in elucubrazioni astratte, voglio solamente sottolineare che Gesù indica una circolarità tra il perdono causato dall’amore riconoscente e l’amore causato dal perdono.
Come prete, che oramai da più di quarant’anni celebra il sacramento della confessione, cerco di essere come una finestra aperta sull’amore perdonante di Dio e di fare in modo il o la penitente lasci il confessionale con il cuore pieno di riconoscenza, e con il desiderio di ringraziare non il prete, ma Dio.
Mediante la Confessione ciascuno di noi può percepire su di sé lo sguardo e le parole che hanno illuminato l’anima di quella donna che, da morta che era, rinasce dalle sue lacrime e dal perdono di Cristo, e ora merita che il suo nome sia conosciuto: Maria (amata da Dio) Maddalena (delle città di Magda ma a partire da questo gesto di penitenza ora vuol dire: penitente e missionaria della misericordia). Che si tratti di Maria Maddalena è discusso dal punto di vista esegetico ma una secolare tradizione lo attesta. Ora questa Maria è una donna dal cuore puro, che da quel giorno si è messa in cammino per seguire Gesù Misericordia e per portare al mondo l’annuncio del perdono di Dio.
Affidiamoci a questo amore misericordioso di Dio con l’umiltà e la gratitudine della Maddalena. In effetti nella donna che gli lava i piedi Gesù non guarda il peccato, ma l’amore e la gratitudine. E lei le dice grazie con tutta se stessa, offrendo a Cristo in segno del suo amore riconoscente un vaso colmo di profumo preziosissimo.
Grazie al perdono la Maddalena divenne quello che Maria era per grazia: vaso onorabile, Tempio di gloria come ci ricordano le Litanie lauretane. Entrambe furono, in gradi diversi, testimoni dell’amore misericordioso.
Anche le Vergini consacrate offrono il loro corpo a Cristo come Vaso spirituale, con la loro consacrazione confermano di essere persone spirituali la cui cittadinanza è nei cieli (cfr Fil3,20) e vivono la vita di ogni giorno come particolare testimonianza della compassione di Dio, il cui amore non possiamo meritare. Lui nella sua misericordia ce lo dona.
Essere testimoni della divina misericordia richiede di mantenere lo stesso cuore puro e aperto di Maria Vergine e dal cuore purificato di Maria Maddalena, pregare con perseveranza e intercedere per le persone che ci chiedono di pregare per loro. E’ il compito particolare della Vergini consacrate: si veda il Preambolo del Rituale del rito di consacrazione delle vergini, n. 2, traduzione letterale del testo latino1: “Per adempiere il loro compito di preghiera, è vigorosamente raccomandato alla vergini consacrate di celebrare quotidianamente l’Ufficio divino, soprattutto le Lodi e i Vespri. In tal modo, associando nella comunione le loro voci quella di Cristo, Sommo Sacerdote, e a quella della Chiesa, loderanno senza interruzione il Padre celeste e intercederanno per la salvezza del monto intero
Essere testimoni della Misericordia significa seguire queste Marie aipiedi della Croce, guardare verso di Lui con occhi puri e annunciare a tutta l’umanità che Cristo è Misericordia. E tutti, vinti dalla fedeltà paterna e misericordiosa di Dio e dal perdono fraterno (cfr Vangelo ‘ambrosiano’), potremo cantare: “Quanto è preziosa la tua grazia, o Dio! 
Si rifugiano gli uomini all'ombra delle tue ali …
E’ in te la sorgente della vita, alla tua luce vediamo la luce.” (Sal 35/36, 8-9).
Breve commento esegetico:
Gesù annuncia Dio come Padre che ama tutti i suoi figli, buoni e cattivi, e non allontana i peccatori ma li cerca. Il contrasto fra Gesù e il fariseo non è dunque solo morale, ma teologico: investe la concezione di Dio. E poi il fariseo non è consapevole di essere peccatore: la donna invece è convinta del proprio peccato ed è riconoscente verso chi la perdona. Il fariseo no, egli si crede già giusto per conto proprio. E questa è la seconda ragione che lo rende cieco. 
Dunque, due punti di vista contrapposti. Che fare? Gesù avrebbe potuto alzarsi e dire: «Guai a voi, farisei ciechi..». E invece no. Cerca di far ragionare il fariseo, raccontandogli una parabola. Un ricco banchiere condonò un debito a due suoi debitori, a uno moltissimo, a un altro poco. Quale dei due debitori avrà maggior riconoscenza verso il banchiere? Il fariseo risponde prontamente: chi aveva il debito più grande. Proprio così, dice Gesù. La donna è stata perdonata e salvata, aveva un grosso debito e le è stato tolto. L'incontro con Gesù ha rappresentato per lei una liberazione, un perdono inaspettato, una dignità ritrovata: ecco perché è nei suoi riguardi piena di slancio. Il fariseo, invece, chiuso nella sua giustizia, non prova verso Gesù alcuna particolare riconoscenza. Solo chi sa di dover essere perdonato e gratuitamente amato (e ne fa l'esperienza), coglie il vero senso della visita di Gesù.
NB
Il fiore di nardo, la cui immagine si trova riprodotta in basso a destra dello stemma di Papa Francesco (vedi sotto) è un olio profumato di altissimo valore. Nella Bibbia è simbolo dell’amore fedele fino a dare la vita. Un semplice vasetto di questo olio profumato, infatti, costava più di trecento denari, quasi quanto lo stipendio annuale di un salariato. Per tale motivo nella Bibbia il profumo del nardo esprime l’amore che non ha prezzo e si realizza diffondendosi. Nei Vangeli assume il senso di profezia della passione e morte di Gesù.
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LETTURA PATRISTICA,
Omelie 25 ; PL 76, 1188
« Donna, perché piangi ?
diSan Gregorio Magno (ca 540 – 604)
         Maria diviene testimone della compassione di Dio; sì, quella stessa Maria... che un fariseo voleva fermare nel suo slancio di tenerezza. “Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice” (Lc 7,39). Le sue lacrime però hanno cancellato le macchie del suo corpo e del suo cuore; si è gettata nelle orme del suo Salvatore, abbandonando le vie del male. Era seduta ai piedi di Gesù e lo ascoltava (Lc 10,39). Vivo, lo stringeva tra le braccia; morto lo cercava. E ha trovato vivo colui che cercava morto. Ha trovato in lui tanta grazia da portare in prima persona l’annuncio agli apostoli, ai messaggeri di Dio! 
         Cosa dobbiamo vedere in questo, fratelli, se non la tenerezza infinita del nostro Creatore che, per ravvivare la nostra coscienza, dispone dappertutto degli esempi di peccatori pentiti. Getto gli occhi su Pietro, guardo il ladrone, esamino Zaccheo, considero Maria, e non vedo nulla in essi se non delle chiamate alla speranza e al pentimento. La vostra fede è sfiorita dal dubbio? Pensate a Pietro che piange amaramente sulla sua vigliaccheria. Siete infiammati dall’ira contro il vostro prossimo? Pensate al ladrone: in piena agonia, si pente e guadagna le ricompense eterne. L’avarizia vi inaridisce il cuore? Avete spogliato altrui? Vedete Zaccheo che rende quattro volte tanto quanto aveva rubato. In preda a qualche passione, avete perso la purezza della carne? Guardate Maria, che purifica l’amore della carne al fuoco dell’amore divino. 
         Sì, il Dio onnipotente ci offre dappertutto degli esempi e dei segni della sua compassione. Prendiamo dunque in odio i nostri peccati, anche i più antichi. Il Dio onnipotente dimentica volentieri che abbiamo commesso il male, ed è pronto a guardare al nostro pentimento come fosse l’innocenza in persona. Noi che, dopo le acque della salvezza eravamo rimasti macchiati, rinasciamo dalle nostre lacrime... Il nostro redentore consolerà le vostre lacrime di un giorno, nella sua gioia eterna.
Cenni biografici
Papa san Gregorio, nato intorno al 540, fu Vescovo di Roma tra il 590 e il 604, e meritò dalla tradizione il titolo di Magno/Grande.
Dopo un non lungo periodo come alto funzionario statale, lasciò ogni carica civile, per ritirarsi nella sua casa ed iniziare la vita di monaco, trasformando la casa di famiglia nel monastero di Sant’Andrea al Celio. In questo periodo di vita monastica, vita di dialogo permanente con il Signore nell’ascolto della sua parola, Papa Gregorio acquisì quella profonda conoscenza della Sacra Scrittura e dei Padri della Chiesa di cui si servì poi nelle sue opere.  
Papa Gregorio fu anche attivo protagonista delle vicende politiche del suo tempo. A questo riguardo tre furono gli obiettivi sui quali egli puntò costantemente: contenere l’espansione dei Longobardi in Italia; sottrarre la regina Teodolinda all’influsso degli scismatici e rafforzarne la fede cattolica; mediare tra Longobardi e Bizantini in vista di un accordo che garantisse la pace nella penisola e in pari tempo consentisse di svolgere un’azione evangelizzatrice tra i Longobardi stessi.
Non va dimenticato che, se egli promosse intese sul piano diplomatico-politico, la sua priorità fu quella di essere un pastore della Chiesa e di diffondere l’annuncio della vera fede tra le popolazioni.
Accanto all’azione spirituale, pastorale e politica, questo grande Santo Papa svolse anche di una multiforme attività sociale. Con le rendite del considerevole patrimonio che la Sede romana possedeva in Italia, specialmente in Sicilia, comprò e distribuì grano, soccorse chi era nel bisogno, aiutò sacerdoti, monaci e monache che vivevano nell’indigenza, pagò riscatti di cittadini caduti prigionieri dei Longobardi, comperò armistizi e tregue.
Fu un uomo immerso in Dio: il desiderio di Dio era sempre vivo nel fondo della sua anima e proprio per questo egli era sempre molto vicino al prossimo, ai bisogni della gente del suo tempo. In un tempo disastroso, anzi disperato, seppe creare pace e dare speranza. Quest’uomo di Dio ci mostra dove sono le vere sorgenti della pace, da dove viene la vera speranza e diventa così una guida anche per noi oggi.
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NOTA
Praenotanda N° 2 : «Ad orationis munus explendum, virginibus sacratis vehementer suadetur ut Officium divinum, Laudes et Vesperas praesertim, cotidie recitent ; ita, vocem suam cum Chisto summo Sacerdote sanctaque consociantes Ecclesia, caelestem Patrem sine intermissione laudabunt et pro totius mundi salute intercedent