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lunedì 19 dicembre 2016

Il diavolo è necessario

E se il diavolo fosse necessario all’opera di redenzione di Dio…

Henry


di Pierre-Emmanuel Dauzat
Gesù non hai mai direttamente affermato di essere Dio, ma in alcuni passi dei Vangeli in cui si parla della sua divinità, il diavolo gioca un ruolo centrale. Numerosi sono i Padri della Chiesa, da Origene a Crisostomo, che sono stati «turbati» da queste relazioni stranamente accorte che Satana continua ad intrattenere con Dio dopo la sua caduta. Il Creatore continua a prestare un orecchio attento alle suggestioni e ai consigli dell’Avversario e, su suo suggerimento, accetta di «sottoporre a tentazione» il povero Giobbe, che nondimeno considera uno dei suoi migliori servitori.
Sembra che la presenza del diavolo sia necessaria nell’opera di redenzione di Dio. O, almeno, che giochi un ruolo decisivo nella rivelazione della divinità del Figlio dell’uomo. I Padri s’interrogheranno su questa strana familiarità, non senza qualche perplessità. Nelle sue Istituzioni divine (II, 8), Lattanzio (fine III-IV secolo) avanza un’ipotesi, che non troverà seguito, ma che dice abbastanza dell’imbarazzo dei Padri di fronte ai legami che Dio sembra aver conservato con colui che chiama, come Atenagora, l’anti-Dio: Satana sarebbe nientemeno che il fratello del Logos, del Verbo, cioè della seconda persona della Trinità, in altre parole del «Figlio di Dio». Senza un vero seguito, questo «hapax» nell’opera di un cristiano fervente e per il resto perfettamente ortodosso, torna inevitabilmente alla mente quando si pensa ai teologi dell’apocatastase («ristabilimento del tutto»), che, con Origene, il Girolamo del Commentario alla lettera agli Efesini, Gregorio di Nissa o l’Ambrosiastro, vorranno che l’opera della redenzione sia universale e che il diavolo stesso sia salvato. Nel suo ruolo di consigliere, egli ha il suo posto nell’economia della salvezza.
Due episodi evangelici lasciano inoltre pensare che la natura delle relazioni tra Dio e il diavolo non siano cambiate da un Testamento alI’altro. Sembra persino che il Figlio di Dio continui con Satana i colloqui singolari iniziati dal Padre. Così, nel Vangelo di Luca (22,31-32), quando Gesù rivolgendosi a Pietro gli dice: «Ecco, Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede», l’eco del libro di Giobbe è evidente,. benche l’episodio rimanga enigmatico.
La divinità di Gesù nel Nuovo Testamento
Non è solo questo il punto di contatto tra Dio e il diavolo nel Nuovo Testamento. Gesù stesso, in realtà, non ha mai affermato direttamente di essere Dio. Secondo la Vulgata, egli attende in realtà la Trasfigurazione per rivelare la sua divinità ai tre discepoli chiamati sul monte. Bisogna prestare la massima attenzione anche ad alcuni passaggi dei Vangeli in cui si parla della divinità di Gesù, perché ogni volta il o i demoni vi giocano un ruolo cruciale. La verità esce dalla loro bocca. Curiosamente, nel suo Commentario al Vangelo di Matteo, Origene si trattiene sul «balbettio» di Pietro al momento della Trasfigurazione e lo attribuisce alla presenza in lui del demonio. Pietro era cioè posseduto dal diavolo quando riconobbe la divinità di Gesù.

Nel Vangelo di Marco, inoltre, gli spiriti impuri, che Cristo rimprovera, rivelano la verità. Essi osano svelare il segreto messianico – che Gesù è il Figlio di Dio – prima del tempo. (Che i demoni, tra le loro menzogne e blasfemie, dicano talora la verità doveva in seguito porre un problema agli esorcisti e a spiriti razionalisti come Erasmo). Il demonio è simile «allo spirito che sempre nega» di Goethe o al Cretese del paradosso di Epimenide, che tanto intrigava san Paolo: vuole negare che dice la verità. Marco insiste molto su questo tema sin dall’inizio del suo Vangelo. Nessuno dubita che Satana sia il primo a dire la verità. Gesù entra a Cafarnao (Mc 1,21-25), in giorno di sabato, quando un uomo invasato da uno spirito impuro vocifera in piena sinagoga: «Che c’entri con noi, Gesù Nazareno? […] lo so chi tu sei: il santo di Dio». E Gesù lo sgridò: «Taci! Esci da quell’uomo». E poiché non aveva ancora capito il motivo della sgridata di Gesù, Marco vi ritorna su qualche versetto dopo citando i malati e gli indemoniati guariti da Gesù: «Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano». Lo conoscevano, ma erano ancora solo loro a saperlo. Stesso ritornello in 3,11-12: Gesù continua a guarire i corpi e le anime: «Gli spiriti immondi, quando lo vedevano, gli si gettavano ai piedi gridando: “Tu sei il Figlio di Dio!”. Ma egli li sgridava severamente perché non lo manifestassero». Il turbamento dei «testimoni» era tale, il reciproco riconoscimento di Gesù e dei demoni così evidente che sembrava probabile la complicità di Gesù con Satana. Mentre gli amici di Gesù erano tentati di pensare che era «fuori di se», gli scribi, che erano discesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del principe dei demòni». In altri termini, solo i demoni si limitavano a constatare: «È il Figlio di Dio». L’episodio assume tutto il suo significato considerando che gli apostoli non avevano ancora riconosciuto in Gesù il Figlio di Dio: la voce di un figlio di Satana o di Satana stesso fu la prima a proclamare la Verità. Senza fare diretto riferimento a questo passo, Tertulliano nell’Apologetico osserverà proprio questa differenza tra i cristiani e i pagani: nessun demonio resiste a un cristiano. Costretto a identificarsi, il demonio che possiede l’infelice dice sempre la verità e confessa chi egli è. Nel caso, tuttavia egli sceglie un percorso singolare: per rivelarsi riconosce la divinità di Gesù. La conclusione va poi da se (XXIV, 17): «Credete loro quando dicono la verità, dal momento che gli credete quando mentono». Secoli dopo, nelle sue Annotazioni sul Nuovo Testamento Erasmo insisterà particolarmente su questo episodio, segno per eccellenza della «follia» di Dio.
L’altro episodio chiave è quello delle tentazioni nel deserto sul quale san Matteo e san Luca sono concordanti e chiari: Gesù fu tentato dal diavolo per quaranta giorni, anche se non si sa bene in che cosa siano consistite queste tentazioni.

Come scrive Origene, accontentiamoci di sapere che fu tentato: questo, come pure l’esistenza del diavolo, fanno parte del Nuovo Testamento. Quello che, in compenso, è chiaro, è che, lungi dal respingere l’Avversario, Gesù fu tollerante nei suoi confronti. Come sottolinea Giovanni Papini, nel Diavolo (1954), esso è la sola e unica compagnia che Gesù accolse nella sua solitudine. Nel racconto degli evangelisti, nessuno mette in dubbio che si tratti di una «veglia d’armi». Riassumendo la tradizione patristica sull’argomento, Gregorio Magno (Omelie, XVI), parla di questo episodio come di una tappa necessaria all’opera della Redenzione: ad ogni tappa della vita del Cristo, il diavolo o i «suoi componenti» come egli dice, portano una pietra all’edificio: «Il Signore ha impietrito l’ostilità del diavolo e non gli ha risposto che con parole piene di dolcezza. Egli ha accettato che potesse punire, per poter meritare una gloria tanto più grande in quanto trionfava sul suo nemico accettandolo nel tempo invece di annientarlo». Su un piano teologico, sempre secondo Gregorio, le tre tentazioni presentano un’altra verità. Il diavolo, più abile del solito, ha immaginato delle prove cui si può a stento credere che egli .stesso abbia creduto. Da quel momento passa in primo piano la dimensione pedagogica. Fingendo di mettere alla prova Gesù, mostra ai fedeli che costui non è un mago come tanti altri (rifiuta infatti di trasformare le pietre in pani), ne un semplice illuminato impaziente di trovare una morte gloriosa come Ercole (rifiuta di gettarsi dall’alto del Tempio su cui Satana lo ha trasportato). Ma la seconda tentazione è capitale anche da un altro punto di vista: ai suggerimenti del diavolo, Gesù risponde con parole della Sacra Scrittura. Al bisogno, Gesù cita il Deuteronomio (6,16): «Non tenterai il Signore tuo Dio». A parte il fatto che la risposta suggerisce che Dio stesso può essere tentato, Gesù rivela ai tentatori la sua natura divina, riferendo a se stesso le parole di JHWH. In altri termini, il Cristo fa la sua prima rivelazione al Diavolo. Certo, al momento del battesimo, una voce venuta dal cielo aveva proclamato che Gesù era il Figlio di Dio. Qui, sottolinea Papini, «è il Cristo in persona che afferma di essere Dio, e lo dichiara, prima che a chiunque altro, all’Avversario vinto».
Il diavolo, colui che rivela la divinità di Cristo
La terza tentazione è anche la più rivelatrice: questa volta Satana, che ha probabilmente capito che Gesù era il Figlio di Dio, vi si presenta sotto una luce vantaggiosa, quella di «principe di questo mondo» e si dichiara pronto a lasciare regnare Gesù su di esso se egli acconsentirà a prosternarsi. Come «l’ atleta che si prepara alla prova», dirà Origene, Gesù coglie la sfida. Ancora una volta, Gesù risponde con una citazione dal Deuteronomio (6,13): «Adora il Signore tuo Dio e a lui solo rendi culto». Il diavolo dice il vero. Gesù anche lui. Ma il primo dà al secondo l’occasione di andare all’essenziale. L’affermazione del monoteismo è senza sfumature: attraverso l’intermediazione del diavolo, Gesù sigilla la nuova Alleanza.
Se Gesù infatti ha rivelato la sua divinità al diavolo, le sue lezioni si rivolgono – al di là di lui – ai suoi discepoli.

Evocando la «tentazione di Gesù nel deserto», la genialità semplificatrice di Gregorio riassume meglio di tutti gli altri Padri della Chiesa la portata teologica di questo scambio: «Bisogna inoltre sottolineare ciò che segue: quando il diavolo lo ebbe lasciato, gli angeli lo servirono. Questo fatto mostra proprio l’esistenza di due nature nella sua unica persona. Egli è uomo, perché è tentato dal diavolo; egli è Dio, perché è servito dagli angeli. Sappiamo dunque riconoscere in lui la nostra natura, perché se il diavolo non avesse visto in lui l’uomo, non lo avrebbe tentato. Veneriamo in lui la sua divinità, perché se non fosse stato Dio al di sopra di tutto, mai gli angeli lo avrebbero servito». Non pago di far valere la divinità di Gesù, il diavolo confuta tutte le eresie di coloro che vorrebbero negare la doppia natura di Cristo. In quest’analisi, Gregorio non fa del resto che seguire i commentari di Tertulliano e di Origene: primo confidente della divinità di Cristo, primo rivelatore della divinità del Figlio, il demonio è anche il primo degli eretici. «Sotto il vello di questo agnello si cela un lupo»: è vero del diavolo come di Basilide lo gnostico, di Marcione e di Valentino lo gnostico, tra gli altri. Tutti hanno dato lo stesso ordine e una pietra si è mutata per loro in pane.
Il diavolo fa anche dell’esegesi, constata Origene nelle sue Omelie su Luca, ma legge troppo in fretta, s’impadronisce del senso letterale senza capire. Egli ha certamente letto i libri santi, non per diventare migliore, «ma per uccidere per mezzo del senso letterale quelli che sono amici del solo senso letterale». Mosso dalla sua gelosia, egli confonde il Figlio di Dio e gli angeli, cita le Scritture, in particolare i Salmi, a sproposito, senza veramente capire, nella speranza che, lontano dal Padre, Gesù si lascerà ingannare. Su questo punto Origene è chiaro: il diavolo indovina con chi ha a che fare, ma vuole farlo inciampare per meglio abusare degli uomini. Dove lo spirito rischiarato dalla luce della fede riconosce che il Demonio dice, suo malgrado, la verità, non bisogna tuttavia pensare che il Diavolo abbia capito quello che lui stesso diceva, o quello che diceva Gesù. Convinti, almeno a partire da Ignazio di Antiochia, che «il Salvatore aveva deciso di lasciare che il diavolo ignorasse l’economia della sua incarnazione», i Padri si ostinarono a difendere un punto di vista che gli episodi evangelici ricordati rendono paradossale: «Tentato dal diavolo – conclude Origene – Gesù non gli rivelò in alcuna occasione la sua filiazione divina». Non cessò di tacerla. Ciò che non gli impedì di proferirla, come il mentitore, che dice la verità. In realtà, nel mondo demoniaco succede come dappertutto: ci sono gradi di conoscenza e di sapere come vi sono gradi della non conoscenza. Quando il demonio del Vangelo di Matteo (8,29) protesta: «Tu sei venuto qui per tormentarmi prima del tempo, noi sappiamo che tu sei il Figlio di Dio», Origene è allora costretto a concludere: «È il più piccolo nella malizia che ha riconosciuto il Salvatore; il più grande nella colpa […] non ha potuto riconoscerlo». In conclusione, per l’apologetica bisogna concludere che il diavolo dice la verità senza sapere che l’ha detta e senza capirla. La questione in seguito sarà di sapere se gli sarà perdonato perché non sa né quello che fa né quello che dice.
(da Il Mondo della Bibbia, 74)

mercoledì 15 giugno 2016

Non abusare dei pensieri




Chi ama sinceramente Dio prega pure senza alcuna distrazione. E colui che prega senza alcuna distrazione ama anche sinceramente Dio. Non prega però senza distrazioni chi ha il cuore ancora legato a qualcosa di terreno.

(...)

Quanto è più facile peccare con il pensiero, tanto più è pesante la lotta con i pensieri piuttosto che quella con le cose.
Le cose sono fuori dalle profondità del cuore, mentre le loro idee stanno dentro. Sta dunque al cuore usarne bene o male; all'uso errato di queste ultime, infatti, segue il cattivo uso delle cose.
Non abusare dei pensieri, se non vuoi, necessariamente, abusare anche delle cose; se uno non pecca prima con il pensiero, non peccherà mai con le opere.

Massimo il Confessore, Centurie sulla Carità

giovedì 9 giugno 2016

"… scruta il mare, ma non scrutare il Signore del mare…"



Facciamo memoria oggi 9 giugno di Efrem il Siro (+373), diacono e dottore della Chiesa.

Efrem ci consegna un quadro molto importante della Chiesa orientale del IV secolo, una comunità cristiana costretta a vivere tra l’impero di Roma (prima accanito persecutore della fede cristiana, poi convertito superficialmente alla fede in Gesù Cristo) e il suo nemico di sempre: la Persia. La vita del Diacono Efrem testimonia una Chiesa viva e capace di produrre in lingua siriaca opere importanti caratterizzate da un’attenzione del tutto particolare per la liturgia e la figura di Maria che rendono le opere di Efrem ancora molto apprezzate.
Fu autore prolifico. Nei suoi testi emerge con evidenza la sua capacità di declinare il piano teologico e dottrinale con la poetica. In qualità di predicatore, capì l’importanza della musica e della poesia come strumenti per difendere l’ortodossia della fede cristiana.
Pur non coinvolto direttamente nelle dispute teologiche del IV secolo (per alcuni, tuttavia, appena battezzato seguì il vescovo Giacomo nel 325 al I Concilio Ecumenico celebrato a Nicea), fece sua e perfezionò la pedagogia chi, invece, fu protagonista di quella stagione così tormentata. Ario, i Padri Cappadoci, Ilario di Poitiers, Ambrogio di Milano e soprattutto Bardesane, gnostico che predicava ad Edessa, si servivano delle poesie e degli inni per diffondere il loro pensiero teologico.
Le opere di Efrem, in prosa come in poesia, siano esse le Omelie oppure gli Inni non rimasero confinate negli scaffali della biblioteca che arricchiva la scuola di teologia di Giacomo di Nisibi: divennero liturgia esse stesse. Lo attestarono Basilio di Cesarea, che incontrò verso il 370, e Girolamo di Stridone che riporta nel suo De viris illustribus “che in certe Chiese, dopo la lettura della Bibbia, si leggevano pubblicamente le sue opere” (CXV). Non meraviglia che tra i titoli a lui attribuiti si trovi “arpa [cetra] dello Spirito Santo” per i meriti acquisiti soprattutto nei Carmina nisibena.
Efrem si distinse sempre per il servizio che rese alla Chiesa non solo in campo liturgico e teologico. Negli ultimi anni della sua vita organizzò gli aiuti umanitari resi indispensabili dalla grave carestia che aveva colpito la zona di Edessa: la sua autorevolezza fu garanzia di un’equa distribuzione dei viveri e dei soccorsi alle popolazioni colpite.
Dichiarato Dottore della Chiesa da Benedetto XV nel 1920.  

Autore: Massimo Salani

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S. Efrem il Siro
"… scruta il mare, ma non scrutare il Signore del mare…"
 Si tratta di un padre della Chiesa Siriaca pienamente attuale per la vita di tutte le diverse Chiese cristiane. Lo scopriamo in primo luogo come teologo che a partire e quasi unicamente dalla Sacra Scrittura riflette poeticamente sul mistero della redenzione dell’uomo adoperato da Cristo, Verbo di Dio incarnato. Riflessione teologica fatta con delle immagini e simboli presi dalla natura, dalla vita quotidiana e dalla Sacra Scrittura. Servendosi della poesia nella forma di inni per la liturgia, Efrem dà loro un carattere didattico e catechetico; si tratta di inni allo stesso tempo teologici e adatti per la recita o il canto liturgico. Attraverso questi inni, Efrem diffondeva, in occasione delle feste liturgiche, la dottrina della Chiesa ed erano un mezzo catechetico estremamente efficace per la comunità cristiana. In occasione della sua festa liturgica sopra indicata, presentiamo alcuni brani degli Inni di Efrem "sulla perla". Questi cinque inni fanno parte della collezione di 87 “Inni sulla fede”. Efrem, attraverso la perla, contempla i diversi aspetti del mistero di Cristo, della Chiesa, dei sacramenti -specialmente il battesimo e l'eucaristia-, e del cristiano stesso. La perla è simbolo del mistero di Dio in quanto la sua forma sferica, illimitata, sfuggente ad un unico e complessivo sguardo, rimanda allo stesso mistero di Dio: "Un giorno, miei fratelli, presi una perla: vidi in essa i simboli che si riferiscono al Regno, le immagini e le figure della grandezza (divina). Divenne una fonte, dalla quale bevvi i simboli del Figlio. La posi, miei fratelli, sul palmo della mia mano, per poterla esaminare. Mi misi ad osservarla da un lato: aveva un solo aspetto da tutti i lati. Così è la ricerca del Figlio, imperscrutabile, poiché essa è tutta luce. Nella sua limpidezza, io vidi il Limpido, che non diventa opaco. E, nella sua purezza, il simbolo grande del corpo di nostro Signore, che è puro. Nella sua indivisibilità, io vidi la verità, che è indivisibile". La perla è simbolo di Cristo perché essa, secondo la tradizione, sarebbe frutto dell’entrata di un raggio di luce all’interno di un’ostrica; Cristo nasce dallo Spirito Santo e dalla Vergine Maria: "Fu proprio lei, Maria, che vidi là, la sua pura concezione. Fu poi la Chiesa, e il Figlio nel suo seno, come la nube, che lo portò. E il simbolo del cielo, da cui rifulse una luminosità preziosa. Vidi in essa i trofei (del Figlio), delle sue vittorie e delle sue incoronazioni. Vidi i suoi mezzi di soccorso con i suoi benefici, sia quelli invisibili sia quelli visibili. Per me era più grande dell’arca, nella quale mi persi".Gli inni sulla perla di Efrem sono sicuramente i testi in cui viene messa in luce in modo più evidente l'abilità e la profondità poetica del diacono siriaco. Si tratta di inni composti per la recita o per il canto, con un’indicazione per ognuno di un versetto responsoriale e di un tono musicale, sicuramente ben conosciuto da Efrem e dal suo uditorio. Tutti gli inni di Efrem sono ricchi di riferimenti alla Sacra Scrittura, riferimenti diretti ma soprattutto allusioni che tessono tutto il testo poetico. Gli inni sulla perla nascono da una meditazione sulla Sacra Scrittura, ma anche dall’osservazione di ogni aspetto della realtà creata. Efrem accosta la nascita e formazione della perla con la nascita di Cristo; quella nasce nel seno dell’ostrica senza essere né tagliata né modellata; Cristo, generato eternamente nel seno del Padre, nasce nel seno di Maria senza essere perciò una creatura. Per Efrem ancora gli esseri celesti –gli angeli- sono creature, allo stesso modo che le altre pietre preziose vengono intagliate dalla mano dell’uomo; la perla invece prende forma da sola: "Tu di tutte le gemme sei la sola la cui origine assomiglia a quella del Verbo dell’Altissimo, che in modo unico l’Altissimo generò, mentre altre pietre intagliate assomigliano simbolicamente agli esseri del cielo". Efrem ancora paragona la perla, trapassata ed appesa in un gioiello all’orecchio e che splende nella sua bellezza, a Cristo che, trapassato dai chiodi ed appeso alla croce, splende di bellezza unica: "La tua natura assomiglia all’agnello silenzioso. Nella sua mansuetudine! Se uno la perforasse la sollevasse e l’appendesse all’orecchio, come Golgota, ancor più getterebbe tutti i suoi raggi su quelli che la contemplano… Nella tua bellezza è dipinta la bellezza del Figlio, che rivestì la sofferenza. I chiodi lo trapassarono; una punta ti ha trapassato, perché anche te perforarono, o perla, come le sue mani. E poiché soffrì, regnò, come, attraverso la tua sofferenza, accrebbe la tua bellezza. E se ti avessero risparmiato allora non ti avrebbero apprezzato, poiché solo se tu avessi sofferto, avresti regnato…". La perla che esce dal mare e viene sulla terra, è simbolo di Cristo che lascia il seno del Padre e viene ad abitare in mezzo agli uomini: "O figlia delle acque, che hai lasciato il mare nel quale eri nata, per salire sulla terra asciutta in cui sei amata. Gli uomini ti hanno avuto in gran conto, ti hanno preso e si sono adornati di te. Così è anche per il Figlio che i popoli hanno amato teneramente, di cui si sono coronati". La contemplazione del mistero di Dio suppone per Efrem l’adorazione e la contemplazione, non una ricerca fine a se stessa o un’indagine che allontani bensì che porti vicino alla verità sul mistero di Dio e dell’uomo. Dando voce alla stessa perla essa "…rispose e mi disse: “Figlia io sono del mare immenso, e più vasto di quel mare dal quale sono risalita. Grande è il tesoro di simboli, che è nel mio seno: scruta il mare, ma non scrutare il Signore del mare!". Con un retroterra chiaramente battesimale, Efrem mette in evidenza il fatto che, per prendere la perla, per ottenere la fede, bisogna che l'uomo si spogli e si faccia povero: "Uomini spogliati si tuffarono, estraendoti (dal mare), o perla! Non i re ti donarono per primi agli uomini, ma gli spogliati:simbolo dei poveri, dei pescatori e dei galilei. Non avrebbero potuto infatti, coi corpi vestiti, venire fino a te. Giunsero poiché si erano spogliati come bimbi appena nati; seppellirono i loro corpi e discesero fino a te: e tu sei andata loro incontro con gioia, e in loro hai cercato rifugio, tanto ti hanno amato!". Efrem ancora allude ai predicatori del vangelo che erano poveri ed avevano come unica ricchezza la predicazione della Buona Novella del Vangelo e della fede: "Diedero la buona novella di te le loro lingue, prima ancora che le pieghe dei loro abiti! I poveri pescatori le aprirono, traendo fuori e mostrando la nuova ricchezza in mezzo ai mercanti. Nella palma della mano di uomini ti posero come una medicina di vita. Gli apostoli del simbolo videro la tua risurrezione sulla riva del mare. E sulla riva del lago, gli apostoli di verità videro la risurrezione del Figlio del tuo Creatore. Con te e col tuo Signore, il mare e il lago sono stati ornati!". Gli Inni sula perla rispecchiano chiaramente la teologia di Efrem, che ha un carattere fortemente apofatico. Per Efrem il cammino verso il mistero di Dio non sono le sottili disquisizioni, bensì la rivelazione trasparente dei misteri. "E pur volendo chiedere se ha ancora altri simboli, la perla non ha bocca, perché io possa ascoltarla, e neppure orecchie, perché possa ascoltarmi. O perla, priva di sensi, presso cui ho acquisito sensi del tutto nuovi".

di Archimandrita Manel Nin o.s.b

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Vedi anche:

Efrem il Siro Antologia - Libero

digilander.libero.it/undicesimaora2/padri/Efrem_Ant.pdf
Efrem il Siro. Antologia. SOMMARIO. Basta la fede . .... Inno primo sulla perla . ..... Da: Inni contro gli errori, 45,6-11. Lotta contro le tentazioni. Se ti viene in ...

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Udienza Generale del 28 novembre 2007: Sant'Efrem, il Siro ...

https://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/.../hf_ben-xvi_aud_20071128.html
28 nov 2007 - Udienza Generale del 28 novembre 2007: Sant'Efrem, il Siro. ... poetica; omelie in versi; infine gli inni, sicuramente l'opera più ampia di Efrem.

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Kairos: L'Arpa dello Spirito

kairosterzomillennio.blogspot.com/2011/01/larpa-dello-spirito.html
28 gen 2011 - L'Arpa dello Spirito. Oggi 28 gennaio, i nostri fratelli ortodossi e greco-cattolici celebrano la memoria di: Efrem di Nisibi. (ca. 306-373). diacono ...