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lunedì 4 marzo 2019

Kiko Arguello: ANNUNCIO DI QUARESIMA 2019 (Estratti)

Mucha gente utiliza ya esta estampa de Marta Obregón para rezar.



ORACIÓN PARA LA DEVOCIÓN PRIVADA
    Señor Jesús,
    que hiciste de la joven Marta
    un ejemplo de vida alegre y generosa,
    y la fortaleciste en el amor humano
    y en la defensa de su castidad;
    concédeme, por su intercesión,
    el favor que ahora te pido ... (pídase).
Amén.
    (Padre Nuestro, Ave maría y Gloria)
    (Esta oración no tiene finalidad de culto público, sino privado. Con licencia eclesiástica).
***
Di seguito il link della Arcidiocesi di Burgos con il processo di Beatificazione, la biografia di Marta e il testo della preghiera perla devozione privata in varie lingue:
La apertura del proceso de beatificación de Marta Obregón Rodríquez, después de seguir todos los trámites previstos en el proceso canónico, se llevó a cabo ...

***

ANNUNCIO DI QUARESIMA 2019
ROMA, Seminario Redemptoris Mater, 28 febbraio 2019

- Preghiera iniziale 

- Ascension:

- Lettura della lettera inviata il 15 febbraio 2019 dai fratelli di Chipiona - Cadice, Spagna alla Equipe itinerante di Jerez/Cadiz e Ceuta in occasione della Udienza generale del Santo Padre Francesco il mercoledi 13 febbraio 2019.

Inizio lettura di Ascension:

"All'inizio dell'Udienza, durante il giro in Aula Paolo VI, il Santo Padre si è fermato a salutare Juan Manuel e Cinta, resonsabili della 4 comunità della Parrocchia di Nostra Signora di Chipiona (Cadiz), con il piccolo Santiago (Giacomo), di 5 mesi e gli ha detto:

"E' UNA BENEDIZIONE! CHE NUMERO E'?", 

"L'ottavo, Padre", ha risposto Juan Manuel. Al che, il Papa ha replicato:

"L'OTTAVO? VOI SIETE LA SPERANZA NELL'INVERNO DEMOGRAFICO CHE L'EUROPA STA VIVENDO. CORAGGIO! E VI VOGLIO DIRE UNA COSA: I BAMBINI DEVONO ESSERE EDUCATI NELLA FEDE, NIENTE TONTERIE NE' SCIOCCHEZZE, RESTATE SEMPRE SALDI NELLA FEDE.

SAI, OGGI NELLA SOCIETA' ITALIANA E' DI MODA COMPRARE UN CANE ED EDUCARLO PER CERCARE AFFETTO... LO EDUCANO SECONDO L'AFFETTO CHE CIASCUNO VUOLE. NON SONO DISPOSTI A MORIRE E NON SANNO CHE MORIRE PER I FIGLI E' TROVARE LA VITA. LA VITA E' AVERE CRISTO.

ANIMO (ha ripetuto il Papa) SIETE IL CAMMINO NEOCATECUMENALE, QUELLA ESPERIENZA DI CUI L'EUROPA DI OGGI HA BISOGNO!

CHE NE SARA' DI QUESTA UMANITA'? CHI SE NE PRENDERA' CURA? NE AVRANNO CURA I CANI, NO?

QUANTA SOFFERENZA PER NON DARE LA VITA! SIETE MOLTO CORAGGIOSI IN QUESTO MONDO DOVE AVETE TUTTO CONTRO,MA ABBIATE SEMPRE FIDUCIA IN CRISTO! CAMMINATE SEMPRE!

Salutandoci, il Papa ci ha invitato a recitare il santo rosario in famiglia e ci ha detto: 

LA VERGINE E' VOSTRA MADRE!

Ci ha salutato con grande affetto e noi abbiamo continuato a ripetere le Sue parole, meditandole nel nostro cuore."

Fine lettura di Ascension.

  *

- Presentazioni

- Kiko: Cominciamo con una buona notizia che ci dà la nostra sorella.

- Ascension: 

La buona notizia è che si è aperta all'inizio di febbraio la causa di beatificazione del primo membro del Cammino Neocatecumenale.

- Lettura dell'articolo  (Fonte: ABC - CASTILLA Y LEON) sulla apertura della Causa di Beatificazione di Marta Obregon, vedi infra.

- Canto: "Shemà Israel"

- Vangelo: 

Lc. 14, 25-35.

 « In quel tempo, siccome molta gente andava con lui, Gesù si voltò e disse:  «Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo.
 Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento?  Per evitare che, se getta le fondamenta e non può finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo:  Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro.  Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila?  Se no, mentre l'altro è ancora lontano, gli manda un'ambasceria per la pace.  Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.
 Il sale è buono, ma se anche il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si salerà?  Non serve né per la terra né per il concime e così lo buttano via. Chi ha orecchi per intendere, intenda».


***

Annuncio di Quaresima 2019 (Estratti)

Kiko: 


"Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo".


Che significa odiare la propria vita? Interessante! Noi dovremmo completamente rinunziare al nostro essere, alla nostra persona, e metterla nelle mani di Cristo, perchè Lui faccia di noi quello che ha deciso da prima della creazione del mondo. Lui ha deciso per noi la santità, la santificazione. Siamo stati creati per essere santi! Ma come si realizza questa santità? Questo è un mistero, tutto nascosto nelle mani del Signore. Come farà di te un santo, se sei un peccatore terribile? O di me, cosa potrà fare? E' una sorpresa, dobbiamo essere tutti attenti a quello che il Signore ha deciso di fare con la nostra vita.

Che posso dirvi per aiutarvi in questa Quaresima? La Quaresima è un tempo che ricorda i 40 anni di Israele nel deserto, dove il Signore preparerà il suo popolo ad essere il popolo di Dio, un popolo diverso da tutte le nazioni, consacrato a Dio, un popolo sacerdotale. E COME preparerà questo popolo? Prima di tutto deve conoscersi, per questo dice: "Ti ho condotto nel deserto perchè tu imparassi che cosa avevi nel cuore, se eri o no disposto ad obbedirmi" (Dt. 8, 2). E stando nel deserto, il popolo scopre che non aveva un cuore capace di amare Dio, perchè erano tutti perversi, mormoravano contro Dio quando avevano delle scomodità o delle sofferenze. Hanno imparato che avevano un cuore malvagio, un cuore malato. Grazie a questa conoscenza di se stesso, il popolo sarebbe stato più disposto ad accettare la correzione divina. Li porta nel deserto perchè nel deserto non c'è niente, devono dipendere totalmente da Dio e così devono imparare a confidare in Lui, a che il Signore darà loro da mangiare, mostrerà loro la strada etc...

Questo è interessante perchè anche noi, per divenire il popolo di Dio, dovremo essere preparati dal Signore, e la prima cosa che fa il Signore è: portarci nel deserto, perchè impariamo a scoprire cosa abbiamo nel cuore, se siamo disposti o no ad obbedire a Lui. Attraverso di noi il Signore vorrebbe mostrarsi, manifestarsi al mondo. E come pensa di manifestarsi? Attraverso le sofferenze, le ingiustizie, il lavoro, le malattie? Inviandovi ad evangelizzare in terre lontane? Cosa pensa di fare Dio? L'importante è che Dio vi ha scelto, e questa è una cosa enorme: Dio ti ha scelto per abitare in te, per essere perfettamente uno in te. Questa è la prima cosa che Dio vuole mostrare, la sua natura! Vuole mostrare in noi la sua natura come la mostra nel suo Figlio quando dice: "Il Padre e io siamo una cosa sola, siamo uno", così Dio vorrebbe mostrare la sua unità, come Dio ama.

Che significa che Dio si fa uno con te, totalmente uno? Perchè non si riserva nulla, si dona totalmente a te, in modo che Cristo e io siamo uno, perfettamente uno. E come mostro io questo? Lo mostro? "Filippo, chi vede me vede il Padre". Allora, chi vede me, vede Cristo? Io e Cristo siamo perfettamente uno? Questo è tanto importante che Cristo dice ai suoi discepoli: "Se siete perfettamente uno, il mondo crederà". Nella vostra comunità siete perfettamente uno? Sei perfettamente uno con i fratelli della tua comunità? Quante persone detesti, con quanti non parli, chi ti è antipatico?

Perchè si dia questa unicità assoluta, bisogna che il Signore distrugga in noi l'uomo vecchio, l'uomo della carne...

(...)

"Siete qui per prepararvi alla Quaresima. Inventatevi degli esercizi spirituali per amare Cristo. ... Come si ama Cristo? Domandalo a Lui: "Signore, donami il tuo Spirito, perchè possa essere perfettamente uno in Te". Vivere in Cristo è essere già nel Cielo. La morte fisica non può piu' distruggere nulla.. Stanotte, prima di andare a dormire, mettiti in ginocchio e dì: "Signore, vieni da me, aiutami ad amarti, a volerti bene, si realizzi in me ciò che dicono i Padri del deserto: amare Cristo è l'unica verità, tutto il resto è vanità!".

In questa Quaresima dobbiamo pregare gli uni per gli altri. Io come vostro catechista, con Ascension e padre Mario, pregheremo per voi, perchè si realizzi il disegno che Dio ha per voi in questa Quaresima. Non potete far passare questo tempo di Quaresima come niente, senza che si realizzi in voi la volontà divina e la volontà di Dio per voi é la vostra santità, la vostra santificazione. Signore, che devo fare per essere santo? "Me lo chiedi davvero?" Si! Chiedilo seriamente al Signore e Lui te lo dirà. So che la Tua volontà è che io sia santo. Ma che cosa devo fare praticamente per esserlo? Sono disposto a lasciare tutto, cosa vuoi da me? "Sì, lascia tutto e vieni con me". Dove mi porti? "Al deserto, con me!". 

- Canto: "Come pecora"

- Preghiere spontanee

- Padre Nostro

- Richiesta di preghiere del padre Mario, che il prossimo 19 marzo celebrerà il 50 anniversario di ordinazione presbiterale.

- Benedizione.



***

ALLEGATI

http://www.santiebeati.it


Serva di Dio Marta Obregon Rodriguez Martire della purezza
.
La Coruña, Spagna, 1° marzo 1969 – Burgos, Spagna, 21 gennaio 1992

La ragazza spagnola Marta Obregon Rodriguez, appena ventiduenne, appartiene a quella folta schiera di ragazze cattoliche che non hanno esitato a testimoniare la loro fede difendendo la loro castità attentata dalle insidie di un qualche aggressore. Marta era la seconda di quattro figli, sua madre era membro dell’Opus Dei, ma lei entrò nel Cammino Neocatecumenale. Si fidanzò con Francisco Javier Hernando, militante del Circolo Cattolico. Per mantenere intatta la sua purezza, resistette ai tentativi di violenza messi in atto nei suoi confronti da Pedro Luis Gallego, un delinquente accusato di numerose violenze ed omicidi. La causa di beatificazione di Marta è stata introdotta dall’Arcidiocesi di Burgos ed ha ricevuto il Nulla Osta dalla Congregazione per le Cause dei Santi in data 28 aprile 2007.


È brillante, sportiva, dinamica. E anche bella. Di una bellezza, anzi, che non la fa passare inosservata, perché si accompagna ad un carattere estroverso e comunicativo “che attira come una calamita”, dicono i suoi amici. Marta Obregón Rodríguez è nata, seconda di quattro sorelle, il 1° marzo 1969 a La Coruña (Spagna), ma la famiglia si trasferisce a Burgos quando lei ha appena pochi mesi. Pratica pattinaggio, nuoto, atletica e nel tennis conquista i suoi primi trofei. Ha una voce meravigliosa, che qualcuno dice somigliare a quella di Bárbara Streisand, e sua inseparabile compagna è la chitarra, con la quale diventa l’anima degli incontri parrocchiali e delle feste tra amici. In famiglia si respira una religiosità profonda, mamma è attiva nell’Opus Dei, Marta invece si sente particolarmente attratta dalla spiritualità dei Neocatecumenali. Il che non la mette al riparo dalla crisi adolescenziale, che attraversa come tutti i coetanei, con una certa freddezza nei confronti delle pratiche religiose, pur non staccandosi mai del tutto dall’ambiente parrocchiale. Sono gli anni, anche, delle prime cotte, degli studi, dell’impegno. Studia lingue e va anche in Inghilterra a perfezionare il suo inglese, prima di orientarsi decisamente verso il giornalismo. A strapparla da questa vita spirituale troppo insignificante risulta decisivo un viaggio a Taizè con i Neocatecumenali nel 1990, dal quale ritorna entusiasta e determinata a dare una svolta al suo cammino di fede. Sembra davvero, lo testimoniano le amiche, che sia stata toccata da Cristo e inondata da un torrente di grazia. Pensa di inaugurare questo suo nuovo percorso spirituale con una buona confessione, ma il sacerdote cui si rivolge non la assolve. Marta entra così in un periodo particolarmente sofferto della sua vita, senza appoggi spirituali e per di più tormentata da una soffocante crisi di coscienza. È un altro sacerdote a farle sperimentare la gioia del perdono: da questa nuova confessione Marta esce come rinnovata e riparte piena di slancio a dare una nuova impronta ad ogni cosa che dice e che fa. Con Gesù tutto è davvero più facile e ne guadagnano tutti. Se ne accorge Javier, il “fidanzatino”, con il quale imposta un rapporto “a tre”, dove Dio gioca un ruolo di primo piano; se ne accorgono gli amici, tra i quali passa con l’allegria contagiosa di sempre, edificando tutti e spingendoli a Gesù.  Guarda al suo futuro lavoro come ad un’occasione per fare del bene e per testimoniare la sua fede: basta leggere i suoi primi articoli, in cui si batte per la vita, per la pace, per la giustizia. Ama la limpidezza e la serietà dei rapporti, per cui interrompe prontamente una gratificante collaborazione con una radio locale e un’incisione dei suoi canti, quando si accorge che potrebbero essere il preludio ad un rapporto sentimentale.  “Dio è la cosa più importante della mia vita”, dice, “è lui il mio unico amore”, e si stacca anche da Javier per essere libera di seguire Cristo, dandosi disponibile ad andare in missione con i Neocatecumenali.  E per prepararsi bene, prende sul serio la vita, lo studio, l’amicizia. “Riusciva ad entrare subito in relazione con tutti, aveva successo in ogni ambiente, tutti volevano stare con lei, parlare con lei, sapere di lei”: è il profumo di Cristo, che si diffonde al suo passaggio. Il 21 gennaio 1992, secondo il suo solito,trascorre molte ore al centro studentesco di Burgos, per preparare gli esami universitari di febbraio. Prima di rientrare in casa fa una sosta prolungata in cappella, davanti all’Eucaristia, perché, dice in quei giorni, “mi sento tanto più libera quanto più confido e mi abbandono a Lui”. Da un po’ di tempo si sente come pedinata e agli amici più cari ha confidato la sensazione che “la vita sia più breve di quello che pensiamo”. Fuori nevica, un amico le offre un passaggio in macchina, scaricandola davanti a casa, ma commette l’imprudenza di non attendere che entri nel portone di casa, ripartendo immediatamente. Mentre sta trafficando con la serratura viene caricata a forza su una macchina e scompare nel nulla. La ritrovano il 27 gennaio, senza vestiti, insanguinata e piena di lividi, buttata come uno straccio lungo l’autostrada, a cinque chilometri da Burgos: ha resistito con tutte le sue forze e non ha ceduto ad un delinquente, tal Pedro Luis Gallego, più conosciuto come il “violentatore dell’ascensore”, perché in ascensore ha assalito le sue cinque precedenti vittime, violentandole senza ucciderle. Su Marta, che aveva dato il suo cuore a Cristo, non è riuscito a prevalere e ha dovuto finirla con quattordici coltellate, una delle quali diretta al cuore. La diocesi di Burgos la ritiene martire della purezza e nel 2007 ha avviato la sua causa di beatificazione.
 

Autore: 
Gianpiero Pettiti


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FONTE: ABC - CASTILLA Y LEON

Marta Obregón, la joven burgalesa asesinada por el «violador del ascensor», pone rumbo a los altares

Hoy llega al Vaticano la causa para la beatificación de una joven cuya vida ejemplar y su defensa de la virtud avalan un proceso canónico que arrancó en la Diócesis en 2011















VALLADOLIDActualizado:

«Si yo pudiera dar ejemplo con mi vida...» Son palabras que dejó escritas la joven Marta Obregón sin ni siguiera imaginar que sus deseos se iban a cumplir y, más aún, que años después de su trágica muerte comenzaría un proceso de beatificación para llevarla a los altares. Marta fue asesinada el 21 de enero de 1992 por Pedro Luis Gallego, conocido como el «violador del ascensor», quien también acabo con la vida meses después de la vallisoletana Leticia Lebrato. La joven burgalesa había pasado la tarde de aquel fatídico día estudiando en un centro juvenil de la capital y, después de dedicar un tiempo a la oración en la capilla, partió hacia su casa. En el portal fue abordada por su asesino. Apareció seis días más tarde cubierta de nieve, a las afueras de la ciudad, con el cuerpo lacerado por 14 puñaladas y con muestras evidentes de haberse resistido a lo que acabó por ser inevitable.
A quienes acudieron al velatorio no les pasó inadvertido el rostro de Marta, «su dulzura y su serenidad, sólo posible en alguien que ha perdonado», aseguró un tiempo después la madre de la joven. Unas palabras que confirmó el policía que participó en el caso y encontró el cuerpo inerte: «Es la primera vez que he visto un rostro tan lleno de paz». Así que años después se inició un camino dirigido a reconocer las virtudes de la joven, su estilo de vida y su trágica muerte tratando de defender la virtud de la castidad. Estaba a punto de acabar la carrera de periodismo, llegó a hacer sus «pinitos» en Burgos e, incluso, tuvo novio, pero, antes de que un desalmado se cruzase en su camino, ya había mostrado su deseo de llevar otra vida bien distinta y pasar algún tiempo de misionera de la mano del Movimiento Neocatecumenal al que pertenecía. La opción de la vida consagrada también estuvo en su cabeza, como dejó constancia en varios viajes al Monasterio de las Clarisas de Lerma.
Hoy, 27 años después de su muerte, llegan al Vaticano 114 documentos (800 folios) del proceso diocesano de beatificación de Marta Obregón, que arrancó en 2011 de la mano del postulador en la causa, Saturnino López Santidrián, que será el encargado de depositarlos en la Congregación para las Causas de los Santos.













Hasta 20 favores

Un trabajo de ocho años en el que se aportan informes que van desde los propios datos biográficos de Marta y las circunstancias de su muerte, hasta testimonios de quienes la conocieron, pasando por las personas que aseguran haber recibido «favores» gracias a la intercesión de la joven, en forma de curaciones o soluciones a complicadas situaciones familiares. Hasta 20 «ayudas» de estas características se aportan en los documentos. Hay que tener en cuenta que en este proceso de beatificación no es necesario que exista un milagro, ya que se busca la confirmación de la vida martirial de la futura beata por lo que, si se logra , se considera que está directamente unida al Misterio Pascual, según explicó Saturnino López.
Sean «favores» o milagros, lo cierto es que en la documentación que hoy llega a Roma se recogen hasta 20 casos de personas que aseguran haber curado de su enfermedad por la intercesión de Marta -se incluye el caso de un niño con un cáncer que derivó en metástasis y que ya lo ha superado- o que han visto una salida a situaciones familiares complicadas, la mayoría con jóvenes y adolescentes como protagonistas.
Pero hay que remontarse a 2007 para, de la mano del entonces arzobispo de Burgos, Francisco Gil Hellín, encontrar el comienzo de una causa que arrancó gracias a un escrito que recibió de quien la conoció, Montserrat Agustí, amiga de la madre y miembro años después de la Comisión para la Beatificación. El prelado, tras consultar a los obispos sufragáneos de la provincia eclesiástica, pidió permiso a Roma para comenzar con el proceso. En 2010, el fundador del Camino Neocatecumenal, Kiko Argüello, se ofreció como promotor de la causa -sería la primera beata de esta comunidad católica-, de forma que ésta se abrió, oficialmente, el 14 de junio de 2011. Hasta 50 testigos han declarado durante este tiempo ante un tribunal diocesano formado por el delegado episcopal, un promotor de justicia y dos notarios de la diócesis. También se ha contado con una comisión histórica.
Con toda la documentación se elaborará una «Positio», que es una especie de resumen de la causa que será analizado por nueve peritos teólogos nombrados por la Santa Sede, donde ejercerá como postuladora la doctora Silvia Correale. Habrá un nuevo informe que pasará después al Consistorio de Obispos y Cardenales que trasladarán su parecer al Santo Padre para tomar una decisión final.
Marta Obregón se podría convertir entonces en una de las pocas beatas a las que se reconoce el martirio por preservar su castidad. Su muerte se produjo, precisamente, en la festividad de Santa Inés, una virgen romana martirizada por la misma causa, según explicó Saturnino López. La joven burgalesa recibió 14 puñaladas, las mismas que Santa María Goretti, una niña italiana de 12 años canonizada por este mismo motivo. Son casualidades que, para muchos, son signos que se suman a la vida de santidad de esta creyente burgalesa asesinada en 1992.
https://www.abc.es/
*
La diócesis de Burgos inició en julio de 2007 los primeros pasos para introducir la Causa deBeatificación de la joven, al conocer su fama de santidad y ahora ...

30 ott 2018 - Marta Obregón a été assassinée quand elle avait 22 ans. La jeune femme est ... ORACIÓN PARA LA DEVOCIÓN PRIVADA Señor Jesús,

martedì 13 marzo 2018

Oscar Romero e il Cammino Neocatecumenale

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La favorecida con el milagro atribuido al Beato Romero es Cecilia Maribel Flores Rivas proviene del Camino Neocatecumenal.
Leer la nota completa:
El Papa Francisco ha aprobado un decreto que reconoce un milagro atribuido al Beato Óscar A. Romero, abriendo el camino para que el mártir salvadoreño sea canonizado como un santo. Francisco aprobó el milagro el martes 6 de marzo de 2018, junto con un milagro que permite la canonización del Papa Pablo VI. El periódico de la conferencia de los obispos italianos, Avvenire, informa que los milagros para los dos hombres se aprobaron juntos en cada paso del proceso, incluidas las aprobaciones de médicos, teólogos y cardenales y obispos.
Con estos desarrollos, Romero se convertiría en el primer santo nacido en cualquier país de la América Central, y el primer mártir post-Vaticano II en ser canonizado por la Iglesia.
Es probable que las noticias desencadenen un debate feroz sobre dónde debería tener lugar la canonización. Las principales opciones son canonizar a Romero en un grupo que también incluirá a Pablo VI el 21 de octubre, durante el Sínodo de los Obispos sobre el discernimiento vocacional de los jóvenes (en el Vaticano); la otra opción es canonizar a Romero durante la Jornada Mundial de la Juventud en enero de 2019 en Panamá, tal vez dando tiempo a la causa de su amigo, Rutilio Grande, para ponerse al día con la causa de Romero, para que Romero pueda ser canonizado y Grande beatificado en la misma ceremonia. Un periódico salvadoreño, Diario CoLatino, informa que los obispos salvadoreños han pedido a Roma hacerlo en Panamá para que sea en tierras centroamericanas.
La aprobación llega a un año de que el Papa Francisco actualizara las reglas para aprobar milagros en la Congregación para las Causas de los Santos, haciendo los requisitos más estrictos. Por ejemplo, según las nuevas disposiciones, al menos 5 de los 7 miembros del panel de expertos médicos (o 4 de 6) deben aceptar que no hay una explicación científica para que se apruebe un milagro, a diferencia de una mayoría simple. En el caso de Romero, los siete médicos del panel fueron unánimes en su voto del 26 de octubre del 2017 en que encontraron que no había explicación médica para la sanación de una mujer embarazada quien experimentó una curación espontanea después de sus familiares oraran por la intercesión del arzobispo, asesinado en 1980 y beatificado en el 2015. (Anteriormente en octubre, doctores del Vaticano habían rechazado un milagro atribuido al fraile franciscano Nicola da Gesturi, beatificado en 1999.)
Los doctores en el panel de Romero fueron académicos distinguidos en los campos de la fertilidad y del embarazo. Por ejemplo, uno es el jefe de obstetricia y ginecología en un hospital romano; otro es miembro de la Junta y Colegio Europeo de Obstetricia y Ginecología.
El 14 de diciembre de 2017, un panel de teólogos agregó su aprobación. Luego, el martes 6 de febrero de 2018, la comisión de Cardenales y Obispos de la CCS votó para reconocer el milagro.
Ahora, el único detalle que debe resolverse es la fecha y el lugar para la canonización. A tal efecto, el Papa convocará un consistorio de cardenales para aprobar formalmente la canonización y fijar una fecha para ella. Se espera que ese consistorio suceda para junio, y posiblemente antes.
La agraciada del milagro no es una típica seguidora de Romero. De hecho, Cecilia Maribel Flores Rivas no es conocida entre los círculos de activistas católicos, ni entre los fervientes devotos del obispo mártir. En cambio, Rivas proviene del Camino Neocatecumenal, un movimiento laico con fama de ser recluido en la vida de la Iglesia. La afiliación de la agraciada ha generado alivio entre algunos conocedores de la causa, esperando que pueda prestar un toque de credibilidad al proceso, que sigue siendo visto con desconfianza en algunos segmentos de la sociedad salvadoreña.
Súper Martyrio ha revisado documentos que revelan la historia dramática de la mujer embarazada cuya salud se deterioró hasta el punto de estar cerca de la muerte, y luego recuperó la salud completa, milagrosamente, en cuestión de días. La mujer salvadoreña de 34 años había sufrido múltiples abortos espontáneos y embarazos problemáticos en el pasado. Durante un embarazo en 2015, experimentó varias dificultades, entre ellas la depresión, una infección del tracto urinario y diabetes gestacional. El 27 de agosto de ese año, fue hospitalizada en condición precaria. Ante la sospecha de preeclampsia (presión arterial alta con daños en el hígado y los riñones), los médicos retiraron a su bebé a través de una cesárea. Durante los días siguientes, fue progresivamente empeorando. Exhibió síntomas del síndrome HELLP, un trastorno hepático potencialmente mortal. En la noche del 28 de agosto, la trasladaron a una UCI.
A pesar de tratamientos intensivos, varios sistemas de órganos en su cuerpo comenzaron a fallarle. Su sangre dejó de coagular, su hígado y riñones cedieron, y fue sometida a un respirador mecánico porque sus pulmones dejaron de funcionar. Quedó ciega y fue puesta en coma inducido en un esfuerzo desesperado por salvarle la vida. Una noche, los doctores le dijeron a su esposo que habían hecho todo lo posible. No esperaban que viviera al siguiente día. Su madre hizo que un sacerdote llegara al hospital para administrar la Extrema Unción.
El esposo abrió la Biblia de su madre y una estampa de oración a Romero, que había sido beatificado ese año, cayó de entre sus páginas. El esposo lo tomó como una señal de que debía orar a Romero. Los amigos comenzaron rezando vísperas, luego Rosarios, y algunos fueron a la Cripta donde Romero está enterrado para rezarle. Eventualmente, todo el círculo parroquial estaba rezando todos los días. Inesperadamente, desde el 9 de septiembre y durante las 72 horas sucesivas, la mujer experimentó una recuperación dramática, con niveles que habían caído en picado a valores cercanos a la muerte ahora recuperando el funcionamiento normal, de modo que para el 14 de septiembre, fue dada de alta del hospital. Tras su salida, no mostró ningún signo de daño renal permanente y reanudó una vida “absolutamente normal”.
El proceso de recopilación de milagros de Romero también sirve como un prisma para refractar el fervor popular salvadoreño. Desde su muerte en 1980, la tumba de Romero está cubierta de placas agradeciéndole por “milagros” concedidos. Dentro de seis meses después de la beatificación en el 2015, las autoridades eclesiales recopilaron tres “milagros” atribuidos a Romero. Sin embargo, el Vaticano los rechazó como insuficientes. Si bien dichos milagros no reúnen los requisitos para ser aprobados en un proceso canónico, los favores reflejan el íntimo dialogo que sostienen los feligreses con su desaparecido pastor.
El reconocimiento de los santos en la Iglesia Católica consiste en dos etapas. En la primera, la persona es declarada beato, ya sea por su “virtud heroica” o, en el caso de Romero, por haber sido matado en “odio a la fe”. En ese caso, se le llama un mártir. Romero logro esa condición en el 2015, después de un lento estudio que se trabó debido a diferencias ideológicas afuera y adentro de la Iglesia sobre si el asesinato fue por odio a la fe o por razones políticas. En la segunda etapa, se necesita un milagro para establecer que el candidato cuenta con la aprobación celestial. Ese último paso queda superado con este desarrollo.

mercoledì 7 marzo 2018

Paolo VI e Romero santi.



Paolo VI e Romero santi. Il doppio sì del Papa. Ieri l'autorizzazione ai decreti sui miracoli
Avvenire

(Stefania Falasca) Paolo VI e Romero santi insieme? Papa Francesco ha autorizzato ieri per entrambi la promulgazione del decreto con il quale sancisce il miracolo attribuito alla loro intercessione. Le porte della loro canonizzazione si spalancano così all'unisono. E forse appare provvidenziale anche come fin qui i loro destini siano stati appaiati nelle tappe finali di giudizio dell'iter canonico per il riconoscimento del miracolo che li porterà agli onori della Chiesa universale. 
Nel medesimo giorno, il 26 ottobre 2017, la Consulta medica della Congregazione delle cause dei santi aveva votato all'unanimità sia il caso miracoloso di una gravidanza ad alto rischio conclusasi favorevolmente con la nascita di una bambina sana attribuito all'intercessione di papa Montini, sia la guarigione miracolosa di una donna in pericolo di morte dopo un parto attribuita all'intercessione del vescovo martire Romero. Il 14 dicembre 2017 il congresso dei teologi aveva espresso il voto positivo per entrambi i casi e il 6 febbraio scorso lo stesso responso aveva dato la sessione ordinaria dei cardinali e dei vescovi. Riconosciuti i miracoli, Paolo VI e il vescovo salvadoregno ucciso in odium fidei saranno di nuovo ancora insieme nel Concistoro previsto per la prima metà di maggio nel quale il Papa annuncerà, come solitamente accade, la data della canonizzazione. Data che con ogni probabilità potrebbe cadere per entrambi il 28, il 21 oppure il 14 ottobre, domenica questa che viene significativamente a trovarsi nel mezzo del Sinodo dei vescovi sui giovani a Roma. Se per queste date potrebbe essere confermata la canonizzazione di papa Montini, per il vescovo Romero potrebbe tuttavia essere considerata anche un' altra possibilità nel quadro di un' altra adunanza di giovani: quella della Giornata mondiale della gioventù prevista per gennaio 2019 a Panama. Circostanza, questa, auspicata dagli stessi vescovi salvadoregni e per la quale il beato Oscar Arnulfo Romero d' America è già stato designato patrono, come segno di speranza non solo per i giovani. «Ci darebbe il tempo di lavorare a fondo per ottenere quello che io chiamo "il mira- colo della pace"», aveva detto un anno fa il vescovo ausiliare di San Salvador, Gregorio Rosa Chávez, osservando la nuova violenza diffusa nel Paese dilagante nel continente e paventando una possibilità che non troverebbe resistenze da parte del Papa, visti anche i precedenti di questo genere, come quando Giovanni Paolo II canonizzò Juan Diego visitando il Messico nel 2002. 
Una doppia canonizzazione, un' unica direzione che intenderebbe così rivolgersi al presente e al futuro della vita della Chiesa e che verrebbe a siglare un indirizzo perseguito, considerato quanto gli insegnamenti dei due beati siano legati da essere letti nella stessa prospettiva e quanto questi risuonino nelle corde profonde del magistero dell' attuale pontificato. 
Non è del resto un mistero che Giovanni Battista Montini, illustre figlio della Chiesa bresciana, ebbe sempre nel cuore la cristianità dell' America Latina e che il suo documento pastorale, l'Evangelii nuntiandi, resta senza dubbio, come affermato più volte da Francesco, il documento pastorale del post Concilio che oggi è ancora attuale. A seguito del Vaticano II si era andata formando in America Latina una nuova coscienza di Chiesa che dalla Conferenza generale dell'episcopato latinoamericano di Medellin del 1968, - nella quale con la centralità dei poveri si rimetteva in piena luce la dottrina sociale della Chiesa - passando attraverso l' Evangelii nuntiandi e la Populorum progressio di Paolo VI ha portato alla quinta Conferenza generale dell' episcopato latinoamericano e dei Caraibi tenutasi ad Aparecida in Brasile nel 2007. E da lì, come è noto, è confluita nell' esortazione programmatica di papa Francesco Evangelii gaudium. Lungo questo percorso si è trovato anche Romero. È stato il pioniere di un disegno che trovò conferma proprio nella Conferenza di Aparecida: «Un' altra Chiesa è necessaria. Un' altra Chiesa è possibile». Era il 1978 e al giornalista tedesco che gli domandava se il suo pensiero teologico poggiasse sulla teologia della liberazione il vescovo di San Salvador rispose che il suo pensiero teologico «è uguale a quello di Paolo VI, definito nell' esortazione apostolica Evangelii nuntiandi ». Il ricordo dettagliato della sua ultima udienza con papa Montini, a testimonianza della fedeltà al magistero della Chiesa, è nel diario dell'arcivescovo. «Paolo VI mi ha stretto la mano destra e l' ha trattenuta a lungo fra le sue due mani e pure io ho stretto con le mie due mani la mano del Papa». «Comprendo il suo difficile lavoro - gli disse papa Montini - è un lavoro che può essere incompreso e ha bisogno di molta pazienza e fortezza ma vada avanti con coraggio, con pazienza, con forza, con speranza». 
Paolo VI e Romero intanto saliranno uniti dallo stesso Concistoro agli onori della Chiesa universale. E che la proclamazione della loro santità avvenga nel contesto ecclesiale di un simposio delle nuove generazioni, sia che questa si svolga a Roma nel corso del Sinodo dei vescovi sulla fede e la vocazione dei giovani, come appare probabile per Paolo VI, o in occasione della Gmg nel continente latinoamericano, come potrebbe profilarsi per Romero in alternativa a Roma, assume una risonanza carica di significato e di chiare prospettive.
Un nesso e un legame nel segno dei tempi, tempi nei quali l' indelebile testimonianza cristiana congiunta del "Papa del dialogo" che ha portato a compimento il Concilio e del vescovo martire, primo grande testimone della Chiesa del Concilio, sancisce una traiettoria ecclesiale dalla quale non si può tornare indietro ed è più che mai di stringente attualità.

lunedì 26 febbraio 2018

Chiesa di martiri





Nella serata di sabato 24 febbraio il Colosseo è stato illuminato di rosso, il colore del sangue dei martiri, per ricordare i cristiani discriminati e perseguitati nel mondo per la loro fede. A colorarsi di rosso sono state contemporaneamente anche la chiesa di San Paolo a Mosul e la cattedrale maronita di Sant’Elia ad Aleppo. All’iniziativa, promossa dall’organizzazione Aiuto alla Chiesa che soffre, ha partecipato anche il cardinale segretario di Stato che ha pronunciato il discorso che pubblichiamo integralmente.

 di
Pietro Parolin

Mi sia concesso di rivolgere un ringraziamento alla Fondazione Pontificia “Aiuto alla Chiesa che soffre” per aver disposto la presente iniziativa e per l’invito a prendervi parte. Saluto cordialmente tutti i presenti e in modo particolare quanti ci seguono in collegamento da Aleppo e da Mosul. Attraverso loro abbraccio idealmente tutti coloro che, nel Medio Oriente e nel mondo intero, sono provati da sofferenze fisiche e morali e continuano a pagare le conseguenze di conflitti di vario genere, a volte nel silenzio, nell’indifferenza e anche nell’inerzia della comunità internazionale.
Aleppo e Mosul — due luoghi simbolo dell’immane dolore provocato da ideologie fondamentaliste, dall’odio e da interessi geostrategici ed economici — vengono questa sera collegati con un altro simbolo di forte risonanza per i cristiani e per il mondo intero, il Colosseo. Nell’anno 2000 l’Anfiteatro Flavio fu scelto da Giovanni Paolo II per la commemorazione ecumenica dei Testimoni della fede del XX secolo. La testimonianza offerta con lo spargimento del sangue continua tuttora, anche nel nostro tempo, come non manca di ricordare spesso il Santo Padre, affermando che «oggi la Chiesa è Chiesa di martiri».
Questa sera ricordiamo i cristiani perseguitati, senza dimenticare i seguaci di altre religioni, che in differenti parti dell’Oecumene subiscono violenza frutto di odio cieco, e soffrono le conseguenze di gravi violazioni delle loro libertà fondamentali, tra cui primeggia la libertà di religione. Questi nostri fratelli e sorelle sono le prime vittime della propagazione di una mentalità che non riconosce spazio per l’altro, per il diverso, e che preferisce sopprimere anziché integrare tutto ciò che, in qualche modo, sembra mettere in discussione le proprie certezze.
Il rispetto della libertà religiosa non è altro che il riconoscimento della dignità della persona umana. Ieri, invitati da Papa Francesco, abbiamo pregato e digiunato invocando da Dio il dono della pace, soprattutto per la Repubblica Democratica del Congo, il Sud Sudan e la Siria. Solo tornando a Dio, fonte della dignità di ogni essere umano, possiamo diventare artefici di pace e ricucire i rapporti interpersonali e riaggregare società spezzate dall’odio e dalla violenza. Oggi, presenziamo a questo gesto di sostegno e di vicinanza. Il simbolismo delle immagini che vediamo e che si presenteranno davanti ai nostri occhi tocca le coscienze e scuote dall’indifferenza, diventando un appello alla consapevolezza e all’impegno.
Il recente ritrovamento, in una delle gallerie superiori del Colosseo, di un simbolo cristiano, una piccola croce incastonata tra due lettere di quello che sembra essere un simbolo pagano di forza e di dominazione, ci richiama a un’altra realtà: la potenza salvifica di Cristo che, umile ed inerme agisce nella storia con un linguaggio e con gesti che non conoscono altra espressione se non quella dell’amore. Ricordare questo messaggio salvifico di speranza, che ha toccato anche le nostre vite, è quanto mai necessario.
Oggi più che mai, tanti cristiani in tutto il mondo lo testimoniano, vivendo la dolorosa realtà della sofferenza a causa della loro fede, il prezzo da pagare per testimoniare Cristo, il suo messaggio di amore e di perdono. A loro va la nostra preghiera, il nostro sostegno, la nostra solidarietà e il nostro incoraggiamento. Nei loro confronti si rinnova il nostro impegno spirituale e materiale l’assicurazione di voler intraprendere ogni strada percorribile per favorire la pace, la sicurezza e un futuro migliore, mentre a quanti si impegnano a sovvenire ai bisogni umanitari va il nostro sentito ringraziamento.
Assieme alla nostra solidarietà, sia di conforto ai fratelli la speranza nella potenza salvifica del Signore. Essa non opera alla maniera del mondo, ma di Dio: nell’amore umile che, lasciando ciascuno libero, è disposto a incarnarsi in ogni situazione, ad assumere ogni croce per sostenere, abbracciare e salvare. È la potenza inerme del chicco di grano che morendo porta molto frutto (cfr.Giovanni, 12, 24); è la laboriosa pazienza del minuscolo granello di senape (cfr.Marco 4, 30-32) che, seminato nel campo del mondo, cresce ogni giorno e con i suoi grandi rami offre, a quanti in esso cercano riparo, il conforto e la pace che solo l’amore può dare.

L'Osservatore Romano

venerdì 5 maggio 2017

Il chicco di grano ha portato frutto

Van Thuan e Giovanni Paolo II


Di Stefano Fontana

Il 4 maggio scorso il Santo Padre Francesco ha firmato il decreto che riconosce le virtù eroiche del cardinale François-Xavier Nguyên Van Thuân, che ora può essere detto “Venerabile”. Nessuno tra coloro che lo conoscevano, o che almeno ne conoscevano la storia, avevano dubbi sul fatto che egli avesse vissuto le virtù cristiane in modo eroico, soprattutto, ma non solo, nel periodo della lunga e dura prigionia nei lager comunisti del Vietnam militarmente e ideologicamente conquistato. Ma ora che la Chiesa lo ha riconosciuto, tutti sono confermati in queste loro certezze.
Con il riconoscimento delle virtù eroiche, il processo di beatificazione fa un importante passo in avanti. Ora bisogna solo aspettare – e pregare per averlo – il riconoscimento del miracolo. Ci sono già alcuni casi sotto prudente ed attento esame. 
La causa di beatificazione aveva preso avvio a cinque anni dalla morte, il 16 settembre 2007 con la cerimonia liturgica a Santa Maria della Scala a Trastevere, di cui il cardinale era titolare, e dove fu poi inumato. In quell’occasione, il cardinale Renato Raffaele Martino ricordò uno dei pensieri più belli del cardinale: "Nei lunghi e duri anni del carcere, meditavo sulla domanda dei discepoli a Gesù, durante la tempesta: "Maestro, non t'importa che moriamo?" (Mc 4,38), finché una notte, dal fondo del cuore una voce mi parlò: "Perché ti tormenti così? Devi distinguere tra Dio e le opere di Dio, tutto ciò che hai compiuto e desideri continuare a fare - visite pastorali, formazione di seminaristi, religiosi, religiose, laici, giovani, costruzioni di scuole, di centri studenteschi, missioni per l'evangelizzazione dei non cristiani... - tutto ciò è un'opera eccellente, sono opere di Dio, ma non sono Dio! Se Dio vuole che tu abbandoni tutte queste opere, mettendole nelle sue mani, fallo subito, e abbi fiducia in lui. Dio lo farà infinitamente meglio di te; egli affiderà le sue opere ad altri, molto più capaci di te. Tu hai scelto Dio solamente, non le sue opere!". 
Si può dire però che la causa sia praticamente iniziata con l’udienza concessa il 17 settembre 2007 da Benedetto XVI, il quale, nel suo discorso, aveva ricordato "la luminosa testimonianza di fede che ci ha lasciato questo eroico Pastore", e che abbia concluso la fase diocesana il 23 ottobre 2010. In questa occasione il Cardinale Agostino Vallini, Vicario del Papa per la diocesi di Roma, ne tratteggiò un’ampia biografia, concludendo con le parole “Chi ha avuto la gioia di conoscerlo e di frequentarlo credo che possa convenire che il Servo di Dio è stato un vero discepolo di Gesù, che ha fatto della sequela di Cristo l’unica ragione di vita, che ha ricondotto tutto a Dio, sapendo riconoscere in ogni esperienza la mano provvida del Signore. Nella terribile desolazione degli anni della prigionia egli si è aperto al soffio leggero e rigenerante dello Spirito. Dio si manifestava a lui come il Tutto, e questo gli bastava a ridimensionare il peso e la sofferenza della privazione della libertà e della stessa dignità personale. La sua straordinaria esperienza spirituale resta per noi una preziosa eredità. Il chicco di grano, macerato nella terra, ha portato frutto”.
L’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi, che ha vissuto accanto al cardinale Van Thuân, collaborando con lui per diversi anni come Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace di cui egli è stato Presidente dal 24 giugno 1998 al 16 settembre 2002, alla notizia del riconoscimento delle virtù eroiche a dichiarato: “Posso dire di aver incontrato un cristiano straordinario nella ordinarietà del suo impegno. Ad ogni più piccola cosa egli dava l’importanza di un incontro con il Signore e in ogni attimo era contento di offrirlo a Lui. Aveva offerto a Lui ogni attimo della dura prigionia, dell’isolamento, della solitudine umana e della stanchezza spirituale, come aveva offerto a Lui ogni attimo dopo la liberazione, nel suo impegno per la giustizia e la pace nel servizio alla Santa Sede, nella predicazione e testimonianza della speranza cristiana … ed anche nei lunghi mesi della malattia”.
Alla notizia, anche Benedetto XVI si è detto pieno di gioia, lui che aveva una particolare venerazione per il cardinale Van Thuân, che lo andava a visitare ogni giorno nel periodo della malattia, e che nel paragrafo 32 dell’enciclica Spe salvi del 30 novembre 2007 ha tracciato forse il ritratto più efficace del Cardinale ora Venerabile: “Durante tredici anni di carcere, in una situazione di disperazione apparentemente totale, l’ascolto di Dio, il poter parlargli, divenne per lui una crescente forza di speranza, che dopo il suo rilascio gli consentì di diventare per gli uomini in tutto il mondo un testimone della speranza – di quella grande speranza che anche nelle notti della solitudine non tramonta”. 
La causa di beatificazione non finisce qui e ogni sua tappa sarà una nuova occasione nella quale lo Spirito si avvarrà del cardinale per istruirci nella nostra fede. La sua resistenza al comunismo, il suo impegno per i seminari, il suo amore per i giovani, la sua volontà di diffondere la Dottrina sociale della Chiesa che oggi hanno la prevalenza nelle considerazioni sulla sua esistenza terrena, lasceranno sempre più lo spazio alle virtù teologali, specialmente quella della speranza, che in lui trovarono cristiana accoglienza.

lunedì 10 aprile 2017

Domenica di passione

La chiesa copta di Tanta dopo l'attentato (Mohamed Abd El Ghany/Reuters)

di ENZO BIANCHI
La Domenica delle Palme, che ieri i cristiani di tutte le confessioni celebravano alla stessa data, è chiamata anche “di passione” perché apre le liturgie della settimana santa, culminanti nella notte pasquale: raramente tale titolo è stato di così tragica pertinenza come ieri a Tanta e Alessandria d’Egitto. Da tempo i copti in Egitto sono vittime di ripetute violenze e stragi: tensioni e conflitti, soprattutto nelle zone rurali, sono esacerbati dall’elemento religioso e conducono a distruzioni di luoghi di culto e a vessazioni e minacce; una vera e propria caccia all’uomo, e ai presbiteri in particolare, è in atto nella penisola del Sinai, obbligando intere famiglie a fuggire verso Ismailia e altre città nei pressi del canale di Suez; mentre negli ultimi tre anni attentati nei luoghi di culto in occasione delle maggiori feste cristiane, quando più numerosa è la partecipazione dei fedeli, hanno colpito famiglie intere, specialmente donne e bambini.
Nonostante queste stragi e le perduranti minacce, i copti non rinunciano a testimoniare la loro fede anche pubblicamente, comunitariamente: non smettono di ritrovarsi in chiesa, di mandare i bambini a catechismo, di tatuare sulla pelle il segno della croce, di proclamare apertamente la loro fede. Incoscienza? Volontà di sfida? Vocazione al suicidio di massa? Niente di tutto questo. Solo la ferma, risoluta consapevolezza che, come dicevano i martiri cristiani durante la persecuzione di Diocleziano, “senza la domenica non possiamo!”, non possiamo essere quello che siamo, non possiamo vivere la nostra fede, non possiamo concepire il nostro futuro, non possiamo dirci discepoli del Signore.
Celebrare comunitariamente la Pasqua – e quella “pasqua settimanale” che ricorre ogni domenica – per il cristiano non è una ricorrenza tra le altre, una commemorazione da viversi o meno a seconda di come consiglia la prudenza: si tratta di proclamare la ragione che il credente ha per vivere, quella ragione che lo porta anche ad accettare l’eventualità della morte violenta. Se osservassimo con attenzione la sofferta dignità con cui i parenti delle vittime hanno sempre reagito – si pensi ai familiari dei ventuno operai sgozzati dall’Isis in Libia – se ascoltassimo le loro parole di fiducia nel Signore, a volte persino di perdono verso i carnefici, se uscissimo dagli stereotipi di chi vuole registrare “a caldo” l’indicibile di un dolore umanamente straziante, ci dovremmo rendere conto della quotidiana “banalità della fede”: semplici cristiani come tanti, uomini e donne come ne incontriamo ogni giorno nelle nostre vite, trovano normale continuare a vivere la loro fede come sempre, anche in situazioni che normali non sono più. Certo, i cristiani in Egitto come in tutto il Medioriente e in altre regioni del pianeta conoscono da secoli il prezzo della loro appartenenza a Gesù di Nazareth, conoscono ostilità e persecuzioni che noi in occidente credevamo confinate nei libri di storia o alle estreme frontiere del nostro mondo. Forse anche per questo la recrudescenza di violenza di questi ultimi decenni li ha trovati spiritualmente più preparati, magari più prudenti, ma comunque mai disposti a rinunciare a ciò che ritengono essenziale per vivere e testimoniare la loro fede.
In occasione dei tragici, ripetuti attentati nelle città del nostro occidente, sentiamo ripetere con convinzione il risoluto appello a continuare la nostra vita quotidiana nella convivenza civile: continuare a lavorare, a divertirci, a viaggiare, a incontrarci, a godere di quella libertà per la quale tanti nel secolo scorso hanno pagato un prezzo altissimo. Ecco, i copti ci ricordano che questo è altrettanto vero e decisivo anche per la vita di fede: nonostante tutto, nonostante la morte in agguato, continuare a fare ciò in cui si crede, a pregare insieme, a celebrare insieme gioie e dolori della vita, a trasmettere ai propri figli le parole e gli insegnamenti che si ritengono portatori di vita e di bene.
Se entrambi gli attentati di ieri assumono una valenza e una risonanza mondiale particolari, in quanto tra una ventina di giorni papa Francesco sarà pellegrino di pace in Egitto, l’assalto mortale alla chiesa di San Marco ad Alessandria ha una caratteristica tutta propria: all’interno della chiesa, infatti, aveva appena finito di presiedere la celebrazione festiva il patriarca copto Tawadros II, un uomo di pace e di dialogo sia con i musulmani che con gli altri cristiani, un pastore di grande apertura e spessore spirituale, in profonda sintonia con papa Francesco, un difensore non solo della sua chiesa e dei suoi fedeli ma anche dell’unità e della solidarietà del popolo egiziano. Colpire lui significa voler colpire un artefice del dialogo e uno strenuo sostenitore delle religioni come fattori di pace e non di divisione e di violenza.
Così i sempre più numerosi martiri della chiesa copta – che significativamente fa iniziare il computo degli anni dall’inizio della tremenda persecuzione di Diocleziano – ci ricordano che ci sono ancora uomini e donne fedeli alla loro testimonianza di vita cristiana e a celebrare insieme la Pasqua, vittoria sulla morte e sull’odio. È a questi oscuri testimoni della speranza, semplici fedeli o presbiteri e vescovi – già uno di loro venne ucciso nell’attentato al presidente Sadat – che siamo tutti, cristiani e non cristiani, debitori di senso e di energia vitale.
Pubblicato su: La Repubblica