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giovedì 17 gennaio 2019

Luci sulle strade della speranza....





Documenti della Sezione migranti e rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.
Prefazione. Abramo e Sara in tarda età lasciarono la loro patria in risposta alle promesse di Dio (Gn 12,1-3). Spostarsi e stabilirsi altrove con la speranza di trovare una vita migliore per se stessi e le loro famiglie: è questo il desiderio profondo che ha mosso milioni di migranti nel corso dei secoli. Il viaggio dei migranti non è sempre un’esperienza felice. Basti pensare ai terribili viaggi delle vittime della tratta. Anche in questo caso, però, non mancano le possibilità di riscatto, come accadde per il piccolo Giuseppe, figlio di Giacobbe, venduto come
schiavo dai fratelli gelosi, il quale in Egitto divenne un fiduciario del faraone (Gn 37).

martedì 10 aprile 2018

"Gaudete et Exsultate", terza Esortazione apostolica di Papa Francesco sulla chiamata universale alla santità nel mondo contemporaneo

Vatican.va




Testi integrali della terza Esortazione apostolica del Santo Padre, "Gaudete et Exsultate" sulla chiamata universale alla santità nel mondo contemporaneo.
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Testo della lettera di accompagnamento di Papa Francesco ai vescovi del mondo per consegnare copia della Gaudete et Exsultate


Vaticano, 8 aprile 2018
Caro fratello: 
Con l'intercessione di tutti i santi del popolo di Dio, sono lieto di mandarti la nuova exortazione " Gaudete et Exsultate". L'ho scritta per animare tutti a accogliere la chiamata alla santità sulla vita quotidiana. 
Uniti nella sequela di Gesù Cristo ti chiedo, per favore, di non dimenticarti di pregare per me.  
Fraternamente, 
Franciscus
(fonte: @ArchbishopMark)

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La Civiltà Cattolica
(Antonio Spadaro) A cinque anni dalla sua elezione papa Francesco ha deciso di pubblicare la sua terza Esortazione apostolica dal titolo Gaudete et exsultate (GE). Essa, come è detto esplicitamente nel sottotitolo, ha come argomento la «chiamata alla santità nel mondo contemporaneo». Il Pontefice lancia un messaggio «nudo», essenziale, che indica ciò che conta, il significato stesso della vita cristiana, che è, nei termini di sant’Ignazio di Loyola, «cercare e trovare Dio in tutte le cose», seguendo l’indicazione del suo invito ai gesuiti: curet primo Deum[1]. Questo è il cuore di ogni riforma, personale ed ecclesiale: mettere al centro Dio. (...)

Dal cuore del pontificato




Giovanni Maria Vian: Dal cuore del pontificato

(Giovanni Maria Vian) Nasce dal cuore del pontificato di Francesco il documento sulla santità nel mondo di oggi. Ed è un richiamo alla radicalità del Vangelo l’elemento conduttore che percorre tutta l’esortazione apostolica Gaudete et exsultate, in alternativa a una «esistenza mediocre, annacquata, inconsistente». Un testo forse per molti inatteso e che invece, con un’impostazione e tratti indubbiamente personali, rivela il volto più autentico del Papa. Nel riferimento costante alla Scrittura e alla continuità della tradizione cristiana che è assicurata spesso dalla testimonianza di donne: «nostra madre, una nonna» nota Bergoglio, sempre attento alla componente femminile della Chiesa.
La prima citazione non biblica è così dall’omelia di Benedetto XVI per l’inizio del pontificato, con il cenno alla realtà misteriosa, ed eppure così vera, della comunione dei santi, grazie alla quale «siamo circondati, condotti e guidati dagli amici di Dio». Ma non si tratta solo di figure formalmente proclamate sante o beate, come nel caso del primo modello di santità contemporanea citato, quello di una giovanissima donna, Maria Gabriella Sagheddu, che offrì la sua vita per l’unità dei cristiani. Una caratteristica del testo, cara al Papa, è infatti quella di sottolineare una santità che si potrebbe definire feriale, cioè di tutti i giorni, nel vitale contesto comunitario cristiano.
È l’esistenza quotidiana della Chiesa militante, semplice ed esemplare, che rimane nascosta alla storia: uomini che lavorano per «portare il pane a casa», malati spesso soli, «religiose anziane che continuano a sorridere»; in una sola efficace espressione, quella «classe media della santità» descritta dallo scrittore francese Joseph Malègue che affascinò il giovane Bergoglio. Dimensione quotidiana peraltro già presente nella realtà nuova, e dunque anche nel linguaggio, delle primissime comunità cristiane, come appare per esempio nei saluti delle lettere di san Paolo ai Romani e ai Corinzi, appena un trentennio dopo la predicazione di Gesù.
La predicazione di Cristo è alla radice del documento papale, fin dal titolo ricavato dalla conclusione delle beatitudini nel vangelo secondo Matteo e che richiama altre due esortazioni apostoliche: quella programmatica del pontificato (Evangelii gaudium) e un testo quasi dimenticato di Paolo VI sulla gioia cristiana (Gaudete in Domino). E proprio le beatitudini evangeliche sono evocate dal Pontefice, commentate e riassunte in una serie efficace dal sapore francescano, dalla prima («essere povero nel cuore, questo è santità») all’ottava («accettare ogni giorno il cammino del Vangelo benché ci comporti problemi, questo è santità»).
Fino al «grande protocollo» del giudizio finale descritto nel venticinquesimo capitolo del vangelo di Matteo sul quale tante volte è tornato in questi cinque anni Papa Francesco, il cui insegnamento troppo spesso viene mutilato da semplificazioni e caricature mediatiche, non di rado malevole ma soprattutto lontane dalla realtà. Un insegnamento che invece richiama di continuo la tradizione cristiana, come nell’ultima parte di questo documento dedicata alla vita cristiana che è «un combattimento permanente»: contro il male e più precisamente contro il demonio, «terribile realtà» sulla quale il Pontefice cita un testo poco noto di Paolo VI e scrive pagine importanti. Al termine di uno straordinario documento molto personale sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo che si chiude con una toccante visione della maternità di Maria, la santa tra i santi.

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Presentazione dell'Esortazione di Papa Francesco "Gaudete et exsultate". Interventi 
 Perché parlare di santità? di Angelo De Donatis
- Due falsificazioni di Gianni Valente
- Per gente comune di Paola Bignardi
Nella Sala stampa della Santa Sede. L’esortazione apostolica del Papa sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo è stata presentata nella mattina di lunedì 9 aprile nella Sala stampa della Santa Sede. Sono intervenuti l’arcivescovo Angelo De Donatis, vicario generale di Sua Santità per la diocesi di Roma, il giornalista Gianni Valente e l’ex presidente dell’Azione cattolica italiana, Paola Bignardi. 
Introdotti dal direttore della Sala stampa Greg Burke, che ha anche trasmesso un videoclip sul documento pontificio, i tre relatori hanno presentato le cinque parti in cui esso è articolato (pubblichiamo in questa pagina i testi dei loro interventi) e hanno risposto ad alcune domande dei giornalisti accreditati. Infine quattro persone di diverse nazionalità e culture, che hanno letto anticipatamente la Gaudete et exsultate, sono rimaste a disposizione dei media per esprimere e condividere le loro impressioni. Si tratta del rifugiato afghano Mohammad Jawad Haidari, musulmano che ha conseguito un master su religione e mediazione culturale all’università La Sapienza di Roma; del canadese Adam Hincks, diacono gesuita e astrofisico; della francese suor Josepha, delle fraternità monastica di Gerusalemme; e dell’italiana Veronica Polacco, regista ed ex attrice, di recente convertitasi al cattolicesimo.

Perché parlare di santità?

di Angelo De Donatis
Perché un’esortazione apostolica sulla chiamata alla santità? Questo linguaggio ecclesiale non è, quantomeno, da «addetti ai lavori» (cioè da religiosi)? In effetti la parola «santità» è considerata un po’ antiquata proprio da quel mondo contemporaneo a cui l’esortazione vorrebbe rivolgersi. Chi oggi esprimerebbe con questa parola ciò a cui il suo cuore aspira, per sé e per la propria esistenza quotidiana?
Queste brevi considerazioni, che forse esprimono il pensiero di tante persone, ci dicono subito qual è la sfida che l’esortazione intende affrontare: mostrare l’attualità perenne della santità cristiana, presentandone il contenuto, così come è narrato dalla Scrittura, in modo da poterla proporre a tutti come meta desiderabile del proprio cammino umano, come una chiamata che Dio rivolge a ciascuno. Papa Francesco sintetizza così: la santità è «la vera vita, la felicità per la quale siamo stati creati» (1). Il contrario della santità non è, prima di tutto, una vita di peccato, quanto «l’accontentarsi di un’esistenza mediocre, annacquata e inconsistente» (1). Essere cristiani significa ricevere da Dio il dono di una vita bella, ricca di senso, piena di gusto, mettersi in un cammino che renda «più vivi e più umani» (32). Contro il male di vivere o l’accettazione (falsamente pacificata) del non senso della realtà per limitarsi ad abitare il proprio frammento di esistenza, Dio offre un cammino di santità, coraggioso e umanizzante, da vivere nella sequela di Cristo e nella rete delle relazioni con gli altri. Dio è il tre volte Santo, e riversa sugli uomini la sua stessa vita divina: «Siate santi, perché io il Signore, sono santo» (Levitico, 11, 44), trasfigurando l’esistenza dell’uomo e rendendola sempre più a immagine e somiglianza della sua.
È evidente che Papa Francesco con questa esortazione vuole puntare l’attenzione su ciò che è decisivo ed essenziale nella vita cristiana e aiutarci a tenere ben largo il nostro sguardo, contro la tentazione di ridurre la visuale o di perdere l’orizzonte, di accontentarci e «vivacchiare». L’appartenenza al Signore Gesù e alla Chiesa si dissolve e si svuota di senso se non tiene ben dritta la direzione del cammino nella traiettoria della santità e fatalmente scade nella ricerca di «altro», di ciò che nulla ha a che fare con la costruzione del regno di Dio.
La finalità dell’esortazione non è di offrire «un trattato sulla santità, con tante definizioni e distinzioni»; «il mio umile obiettivo — scrive Papa Francesco — è far risuonare ancora una volta la chiamata alla santità, cercando di incarnarla nel contesto attuale, con i suoi rischi, le sue sfide e le sue opportunità» (2). Già il concilio Vaticano II aveva sottolineato con forza questa universale chiamata, ribadendo il fatto che essa è rivolta a tutti: «Muniti di salutari mezzi di una tale abbondanza e di una tale grandezza, tutti i fedeli di ogni stato e condizione sono chiamati dal Signore, ognuno per la sua via, a una santità la cui perfezione è quella stessa del Padre celeste» (Lumen gentium, 11). Il Papa riprende e ribadisce questo punto del concilio, attualizzandolo e rendendolo più comprensibile e attraente per l’uomo di oggi.
Dei temi toccati dal Papa, io riprenderò il primo (la chiamata alla santità) e l’ultimo capitolo (il combattimento spirituale, la vigilanza e il discernimento). Gianni Valente, il secondo, dedicato a due nemici della santità, il pelagianesimo e lo gnosticismo; Paola Bignardi il terzo e il quarto capitolo: vivere le beatitudini oggi e alcune caratteristiche della santità nel mondo attuale.
Per quello che riguarda il primo capitolo, vorrei riprendere quattro punti fondamentali, che rappresentano altrettante dimensioni della chiamata alla santità.
Prima di tutto il Papa vuole dirci che la santità non è un’altra cosa rispetto alla vita che facciamo tutti i giorni, ma è esattamente questa stessa nostra esistenza ordinaria vissuta in maniera straordinaria, perché resa bella dalla grazia di Dio, dall’azione dello Spirito santo ricevuto nel battesimo. Il frutto dello Spirito è infatti una vita vissuta nella gioia e nell’amore, e in questo consiste la santità. Non ci sono condizioni particolari: la santità non è appannaggio di chi vive dedicando molto tempo alla preghiera o allo studio teologico o esercitando un particolare ministero nella Chiesa, ma è quella vita nuova che per dono di Dio è concretamente possibile a tutti, «nelle occupazioni di ogni giorno, il dove ciascuno si trova» (14). Francesco ricorda le parole del cardinale vietnamita Van Thuan, nei lunghi giorni del carcere: «Vivo il momento presente, colmandolo di amore» (17). Il Papa fa volutamente esempi di santità prendendoli dalla vita ordinaria: «I genitori che crescono con tanto amore i figli, gli uomini e le donne che lavorano per portare il pane a casa, i malati, le religiose anziane che continuano a sorridere» (7). Sono i santi «della porta accanto», o «la classe media della santità» (7, titolo di un libro di Joseph Malegue). Per questo, Papa Francesco a un certo punto cambia stile e si rivolge direttamente al suo interlocutore, a chi lo sta leggendo, per dirgli che la santità, cioè la vita vera e felice, è davvero possibile anche a te: «Lascia che la grazia del tuo battesimo fruttifichi in un cammino di santità. Lascia che tutto sia aperto a Dio e a tal fine scegli Lui, scegli Dio sempre di nuovo. Non ti scoraggiare perché hai la forza dello Spirito Santo affinché sia possibile e la santità in fondo è il frutto dello Spirito nella tua vita» (15; ma il tu comincia anche al numero 10, 14, ecc). Il concilio, nel brano già citato, diceva: tutti sono chiamati, «ognuno per la sua via». Non si tratta di copiare le opere dei santi, perché in definitiva ognuno ha la sua vita e il suo posto nel mondo; si tratta invece, «sotto l’impulso della grazia di Dio, di costruire con tanti gesti quella figura di santità che Dio ha voluto per noi» (18). Anche se la mia vita fosse sprofondata nel peccato o nel fallimento, la chiamata alla santità mi raggiunge dove sono per donarmi una ripartenza e una possibilità di riscatto.
Altro punto: la santità non è possibile da soli. L’individualismo e la pretesa di autosufficienza non portano alla vera vita. Abbiamo bisogno degli altri, abbiamo necessità di sentire che la nostra vita è inserita in quella del Popolo di Dio, nel quale lo Spirito di Dio riversa la sua santità. Dio non ci salva da soli, ma come Lui si è voluto rivelare entrando nella storia di un popolo, in «una dinamica popolare», scrive il Papa (6), così anche il nostro percorso di avvicinamento al Signore e di crescita nella fede è possibile solo dentro «la complessa trama di relazioni interpersonali che si stabiliscono nella comunità umana» (7). Francesco cita qui l’omelia per l’inizio del ministero petrino di Papa Benedetto: «Non devo portare da solo ciò che in realtà non potrei mai portare da solo»: il santo Popolo di Dio «mi sostiene, mi sorregge e mi porta». Nella Chiesa trovo la testimonianza degli altri, dei santi canonizzati, delle persone più umili, di chi «con costanza va avanti giorno dopo giorno» (7); nella Chiesa «trovi tutto ciò di cui hai bisogno per crescere verso la santità: la Parola, i Sacramenti, i santuari, la vita della comunità, la testimonianza dei santi, e una multiforme bellezza che procede dall’amore del Signore» (15). Nel Popolo di Dio è presente uno stile maschile e uno femminile di vivere la santità, tutti e due «indispensabili per riflettere la santità di Dio in questo mondo» (12). E ancora, «fuori della Chiesa Cattolica e in ambiti molto differenti», lo Spirito suscita «segni della sua presenza, che aiutano gli stessi discepoli di Cristo» (9, citando Novo millennio ineunte). Come si comprende, la spiritualità cristiana è essenzialmente comunitaria, ecclesiale, profondamente diversa e lontana da una visione elitaria o di eroismo individuale della santità.
La sorgente da cui scaturisce la santità è il Signore Gesù, la meta a cui tende è la storia umana, la trasformazione della storia nel regno di Dio. Questo è un punto centrale. Scrive il Papa che ogni uomo che viene in questo mondo ha «bisogno di concepire la totalità della sua vita come una missione» (23). Quando mi chiedo: «Perché sono nato? Perché vivo e a che serve la mia vita? Qual è il mio contributo alla crescita di questo mondo?», mi sto interrogando su quale sia la mia missione. Ebbene, «ogni santo è una missione» (19), cioè è uno inviato dal Padre per incarnare e rendere presente Cristo, l’uomo nuovo, nel mondo. Gesù è infatti la sorgente di ogni santità: lo Spirito santo non fa altro che riprodurre oggi, in noi, i lineamenti del volto di Cristo. Però, ciascuno in un modo diverso: ci sono santi che riproducono la sua vita nascosta a Nazareth, altri la sua vicinanza agli ultimi; gli sposi divengono sacramento di Cristo sposo, i presbiteri sacramento del Cristo Buon Pastore... «Contemplare i misteri della vita di Cristo ci orienta a renderli carne nelle nostre scelte e nei nostri atteggiamenti» (20). Dall’altra parte Cristo è stato inviato per il Regno, per questo dice Francesco, sempre rivolgendosi a ciascuno di noi suoi lettori, anche tu «non ti santificherai senza consegnarti anima e corpo per dare il meglio di te in questo impegno» della costruzione del regno (25). La santità cristiana non aliena dall’impegno per la storia umana, anzi! I santi sono pericolosi rivoluzionari, perché sono decisi a giocarsi totalmente per la missione affidatagli dal Padre. Sanno che chi perde la vita per il regno, la trova, come Gesù. Come Francesco aveva ribadito in Evangelii gaudium (87-92) dalla spiritualità cristiana non si può togliere l’incarnazione e la croce, magari per dedicarsi a un Dio del benessere personale, distaccato dalle vicende umane, dalla carne dolorante dei suoi figli. Non c’è santità cristiana lì dove la spiritualità si distacca dalla storia, e in nome di una comunione vaga, magari con «energie armonizzanti», dimentica la comunione con gli altri esseri umani e la ricerca del volto dell’altro, dimentica la fraternità e la rivoluzione della tenerezza. A noi è affidato il compito di accogliere questa chiamata alla santità, fatta di imitazione di Gesù e impegno con Lui per la trasformazione della storia umana «Voglia il cielo che tu possa riconoscere qual è quella parola, quel messaggio di Gesù che Dio desidera dire al mondo con la tua vita» (24).
Questa proposta di vita che è la santità cristiana tende gradualmente a conformare l’uomo a Cristo unificando e integrando la sua vita. Preghiera e azione nel mondo, tempi di silenzio e tempi di servizio, vita familiare e impegno del lavoro, «tutto può essere accettato e integrato come parte della propria esistenza in questo mondo ed entra a far parte del cammino di santificazione» (26). La ricerca di momenti di solitudine e di silenzio, staccando dalla corsa febbrile di cui è fatta la nostra vita, è in funzione di questa unificazione interiore sotto lo sguardo di Dio. In questo spazio personale, a contatto finalmente con la verità di noi stessi, potremo vivere un dialogo sincero con il Signore e farci invadere da Lui. «Non avere paura di puntare più in alto, di lasciarti amare e liberare da Dio. Non aver paura di lasciarti guidare dallo Spirito Santo. La santità non ti rende meno umano perché è l’incontro della tua debolezza con la forza della sua grazia» (34).
Permettete di aggiungere qualche parola sull’ultimo capitolo, perché si tratta di una parte comunque importantissima della esortazione. Il titolo spiega che il cammino verso la santità implica il combattimento e richiede l’atteggiamento di una costante vigilanza. Per viverlo, dobbiamo chiedere il dono del discernimento.
Il combattimento è contro «la mentalità mondana», «contro la propria fragilità e le proprie inclinazioni» disordinate, ma è anche «una lotta contro il Maligno». (159-161). Papa Francesco, come sappiamo, ne parla spesso e nell’esortazione sottolinea che quando si parla del Nemico non abbiamo a che fare solo con «un mito, una rappresentazione, un simbolo, una figura o un’idea» (161), ma «con un essere personale che ci tormenta» (40). Nel Padre nostro l’ultima invocazione in realtà è «liberaci dal Maligno». Lo scopo del Nemico è quello di separarci da Dio, facendoci passare dall’esperienza del peccatore perdonato, del “misericordiato” (il peccato come luogo dell’incontro liberante e umanizzante con la misericordia di Dio), al quel ribaltamento della nostra realtà di figlio di Dio che è la corruzione (164-165). Qui è necessario esercitare una grande vigilanza, perché il corrotto è colui che vive una «cecità comoda e autosufficiente, dove alla fine tutto sembra lecito» (165). Satana qui è capace di «mascherarsi da angelo di luce», pur di ingannarci e ripiegarci nell’autoreferenzialità più radicale (165).
Come fare? Il Papa ci invita a chiedere il dono del discernimento. Questa grazia dello Spirito si trasforma in uno sguardo permanente sulla realtà: quella che è nel nostro cuore (i nostri pensieri, sentimenti, desideri, lì dove Dio stimola, attira, consola...) e la realtà che ci circonda, dove lo Spirito agisce suscitando quelli che il concilio chiama i «segni dei tempi» (Gaudium et spes, 11). «Discernimento» è davvero una parola chiave di questo pontificato, perché dice lo stile e la modalità spirituale con cui il discepolo di Gesù e la comunità sono chiamati a interpretare le cose della vita, a decidere scegliendo la volontà di Dio, a realizzare il suo regno nel mondo: Non si tratta solo di intelligenza o di buon senso, né tantomeno di utilizzare l’apporto delle scienze umane (psicologia, sociologia...) pensandole come risolutive. Il discernimento trascende tutto questo, perché mettendoci nel silenzio e nella preghiera davanti al Signore, con un atteggiamento di totale apertura, «ci disponiamo ad ascoltare: il Signore, gli altri, la realtà stessa che sempre ci interpella in nuovi modi». Soltanto chi «ha la libertà di rinunciare al proprio punto di vista parziale ed insufficiente, alle proprie abitudini e ai propri schemi, è realmente disponibile ad accogliere una chiamata che rompe le sue sicurezze» (172). Papa Francesco, ad esempio, chiede a tutti i cristiani «di non tralasciare di fare ogni giorno, in dialogo con il Signore che ci ama, un sincero esame di coscienza» (169), creando così nella propria vita personale uno spazio di solitudine e di preghiera dove leggere e comprendere la propria vita, cogliendovi gli appelli di Dio.
«Al giorno d’oggi l’attitudine al discernimento è diventata particolarmente necessaria», perché «esposti alla tentazione di uno zapping costante... possiamo trasformarci facilmente in burattini alla mercé delle tendenze del momento» (167).
Concludo con la citazione bellissima della frase che si trova sulla tomba di sant’Ignazio di Loyola e che Papa Francesco ricorda in nota per descrivere la vita vissuta nell’atteggiamento permanente del discernimento: Non coerceri a maximo, contineri tamen a minimo divinum est , “Non aver nulla di più grande che ti limiti, e tuttavia stare dentro ciò che è più piccolo: questo è divino”.


Due falsificazioni

di Gianni Valente
Nel secondo capitolo della esortazione apostolica Gaudete et exsultateil Papa si sofferma su quelle che definisce «due falsificazioni della santità che potrebbero farci sbagliare strada: lo gnosticismo e il pelagianesimo». Ancora una volta, quindi, il Papa fa riferimento ai nomi di queste due eresie «sorte nei primi secoli cristiani», e che a suo giudizio «continuano ad avere un’allarmante attualità» (35). 
Per provare a suggerire cosa c’entrano gnosticismo e pelagianesimo in un testo papale sulla chiamata universale alla santità, conviene partire proprio dalla natura della santità, da come la santità viene vissuta e considerata nella Chiesa e nel suo insegnamento. 
Anche questa esortazione ripete in tanti modi e in tanti passaggi che la santità viene da Dio. È un frutto è un dono della grazia nella vita della Chiesa. Questo vuol dire che la santità non è l’esito di un proprio sforzo, non è una montagna da scalare da soli. Vuol dire che non si possono fare strategie o programmi pastorali per “produrre” la santità. Vuol dire soprattutto che è Cristo stesso l’iniziatore e il perfezionatore della santità. Per questo la santità è il tesoro della Chiesa: perché se ci sono santi vuol dire che Cristo è vivo, e continua a operare in loro, ad accarezzare e a cambiare le loro vite, e noi possiamo vederne gli effetti. E sempre per questo è vero anche che le «proposte ingannevoli» che si muovono sulla scia del pelagianesimo e dello gnosticismo rappresentano un ostacolo per la chiamata universale a essere santi: esse infatti ripropongono in varie forme l’antico inganno pelagiano o quello gnostico: cioè occultano o rimuovono la necessità della grazia di Cristo, oppure svuotano la dinamica reale e gratuita del suo agire. 
Sant’Agostino scriveva che l’errore velenoso dei pelagiani del suo tempo era la pretesa di identificare la grazia di Cristo «nel suo esempio, e non nel dono della sua presenza». Secondo Pelagio, il monaco del vsecolo da cui prende il nome quell’antica eresia, la natura di tutti gli esseri umani non era stata ferita dal peccato di Adamo, e dunque tutti erano sempre in grado di scegliere il bene ed evitare il peccato esercitando semplicemente la propria forza di volontà. Per Pelagio Cristo era venuto soprattutto per dare un buon esempio, e andava seguito come un maestro di vita per imparare a coltivare la propria virtù morale. Ma questo percorso poteva essere compiuto contando sulle proprie forze e facendo a meno di lui, del dono e del soccorso della sua grazia. 
Su questo punto l’esortazione apostolica Gaudete et exsultate si pone nell’alveo dei tanti pronunciamenti con cui il magistero ecclesiale ha invece sempre ripetuto che nella condizione reale in cui si trovano tutti gli esseri umani non si può essere santi e non si può nemmeno vivere una vita giusta sulle orme di Gesù senza l’intervento della grazia di Cristo, senza essere abbracciati in maniera misteriosa ma reale dal suo spirito. 
Papa Francesco tra le altre cose cita il secondo Sinodo di Orange, che già nel 529 attestava che «persino il desiderare di essere resi puri nasce in noi per l’operazione dello Spirito Santo». Cita anche il Catechismo della Chiesa Cattolica, per ricordare che il riconoscimento della assoluta necessità della grazia dovrebbe essere «una delle grandi convinzioni definitivamente acquisite dalla Chiesa», visto che «attinge al cuore del Vangelo» (55). 
Invece, occorre fare sempre i conti con manifestazioni dell’atteggiamento pelagiano che si infiltra anche nelle prassi più ordinarie della vita ecclesiale. 
L’esortazione apostolica riscontra un’impronta pelagiana in tutti quelli che «fanno affidamento unicamente sulle proprie forze», e anche quando vogliono mostrarsi fedeli a «un certo stile cattolico» (46), in realtà esprimono «l’idea che tutto dipende dallo sforzo umano» sia pur «incanalato attraverso norme e strutture ecclesiali» (58).
Invece il Papa scrive che la chiamata universale alla santità è rivolta proprio a chi riconosce che in ogni passo della vita e della fede c’è bisogno sempre della grazia. Perché — come si legge nel testo — «in questa vita le fragilità umane non sono guarite completamente una volta per tutte dalla grazia» (49). E il lavoro della grazia non rende gli uomini dei superuomini, ma «agisce storicamente e, ordinariamente, ci prende e ci trasforma in modo progressivo» (50).
Anche l’altra «proposta ingannevole» segnalata dal Papa viene assimilata a un’antica contraffazione della novità cristiana, quella delle antiche dottrine gnostiche che spesso assorbivano parole e verità della fede cristiana nei loro sistemi concettuali, ma nel far questo svuotavano dall’interno l’avvenimento cristiano della sua storicità.
Per le teorie gnostiche, la salvezza consisteva in un processo di auto-divinizzazione, un cammino di conoscenza in cui il soggetto doveva prendere coscienza del divino che aveva già dentro di sé. Mentre la fede cristiana riconosce che la salvezza e la felicità per gli esseri umani sono un dono gratuito di Dio, che raggiunge l’uomo dall’esterno, da fuori di sé. 
Per questo anche le storie di chi è chiamato alla santità, e pure quelle dei santi già canonizzati, sono disseminate di fatti, di incontri, di circostanze concrete in cui l’operare della grazia si rende percepibile e tocca e cambia le loro vite. In maniera analoga a quello che accadeva ai primi discepoli di Cristo, che nel Vangelo hanno potuto segnare anche l’ora del loro primo incontro con Gesù.
Invece — scrive il Papa — la mentalità gnostica sceglie sempre la via dei ragionamenti astratti e formali, e così vuole dominare, «addomesticare il mistero» (40). E questo, anche nella Chiesa, è il percorso imboccato spesso da chi è impaziente, non attende con umiltà il rivelarsi del mistero, perché — come afferma l’esortazione apostolica — non sopporta il fatto che «Dio ci supera infinitamente, è sempre una sorpresa, e non siamo noi a determinare in quale circostanza storica trovarlo, dal momento che non dipendono da noi il tempo e il luogo e la modalità dell’incontro» (41).
L’esortazione apostolica avverte che uno spirito gnostico può insinuarsi anche oggi nella vita della Chiesa ogni volta che si vuole prescindere dalle fattezze concrete e gratuite con cui opera la grazia, e si prende la via dell’astrazione, che procede «disincarnando il mistero». Ad esempio, ciò accade quando prevale la pretesa di ridurre l’appartenenza ecclesiale a «una serie di ragionamenti e conoscenze» da padroneggiare, (36), o alla «capacità di comprendere la profondità di determinate dottrine» (37). E se il cristianesimo viene ridotto a una serie di messaggi, di idee, fossero pure l’idea di Cristo o l’idea della grazia, a prescindere dal suo operare reale, allora inevitabilmente la missione della Chiesa si riduce a una propaganda, un marketing, cioè alla ricerca di metodi per diffondere quelle idee e convincere altri a sostenerle. 
L’esortazione apostolica segnala anche altre tracce della mentalità gnostica che possono trovarsi anche in circoli ecclesiali, come l’elitarismo di chi si sente superiore alle moltitudini dei battezzati, o il disprezzo per gli imperfetti, per quelli che cadono, per quelli che gli antichi gnostici avrebbero definito come “i carnali”. 
Comunque, davanti a questi fenomeni di auto-ripiegamento ecclesiale, l’esortazione apostolica non inizia battaglie culturali contro neo-gnostici e neo-pelagiani. Il Papa prega che sia il Signore stesso a liberare la Chiesa dalle nuove forme di gnosticismo e di pelagianesimo che possono frenare il cammino di tanti «verso la santità» (62). L’intento dell’intero documento non è quello di stigmatizzare nuove forme di pelagianesimo e gnosticismo, ma solo quello di invitare tutti a cercare ogni giorno il volto dei santi disseminati tra il popolo di Dio, e a riconoscerli come segno reale ed efficace della presenza e della misericordia di Cristo.
  


Per gente comune

di Paola Bignardi
La prima cosa che colpisce in questo documento è la determinazione con cui si sostiene che la santità appartiene alla gente comune, che ha un’ordinaria vita quotidiana fatta delle cose semplici che sono la struttura dell’esistenza di tutti. Dunque una santità che non è per pochi eroi o per persone eccezionali, ma che rappresenta il modo ordinario di vivere l’ordinaria esistenza cristiana. La conseguenza di questo è subito detta: se non vi è vocazione o condizione esistenziale incompatibile con la chiamata alla santità, allora non vi è vita cristiana possibile al di fuori di questo quadro esigente e appassionante: la vita cristiana non può realizzarsi pienamente se non nella prospettiva della santità, non vi sono percorsi intermedi o accomodamenti con lo sconto.
La regola di essa è presentata nel terzo e quarto capitolo del documento. La carta di identità del cristiano è data dalle beatitudini e da quella che Papa Francesco chiama la «grande regola di comportamento» proposta nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo: la concreta misericordia verso il povero.
Nelle beatitudini vi è la carta di identità del cristiano perché in esse si delinea il volto del Maestro, che il cristiano è chiamato a far trasparire nella quotidianità della sua vita (n. 63). La parola “felice”, o beato, è sinonimo di santo. Chi vive nel dono di sé perché vive secondo la parola di Gesù, è santo e raggiunge la vera beatitudine.
Papa Francesco però mette in guardia dalla tentazione di considerare le beatitudini come belle parole poetiche: esse vanno controcorrente e delineano uno stile diverso da quello del mondo. Basta leggerne la semplice declinazione che viene fatta al termine della descrizione di ciascuna di esse: il santo è colui che è povero nel cuore; il santo è chi reagisce con umile mitezza; santo è chi sa piangere con gli altri; santo è chi cerca la giustizia con fame e sete; santo è chi guarda e agisce con misericordia; santo è chi mantiene il cuore pulito da tutto ciò che sporca l’amore; santo è chi semina pace attorno a sé; santo è chi accetta ogni giorno la via del Vangelo nonostante questo gli procuri problemi.
La «grande regola di comportamento» traduce in modo concreto le beatitudini, soprattutto quella della misericordia. L’esempio che viene riportato al n. 98 è proprio molto concreto e mostra il discrimine tra l’essere cristiani e non esserlo. «Quando incontro una persona che dorme alle intemperie, in una notte fredda» (n. 98) posso considerarlo un imprevisto fastidioso o riconoscere in lui un essere umano con la mia stessa dignità, come me infinitamente amato dal Padre: dal mio atteggiamento passa il confine tra l’essere cristiano e no.
Le beatitudini delineano il volto del Signore Gesù e non possono essere vissute se non conservando un’intensa unione con Lui. Ma non è sulla via della santità nemmeno colui che diffida dell’impegno sociale «considerandolo qualcosa di superficiale, mondano, secolarizzato, immanentista, comunista, populista» (n. 101); e conclude il testo: «Non possiamo proporci un ideale di santità che ignori l’ingiustizia di questo mondo». Perché se la santità è vivere l’amore, il dono di sé come lo ha vissuto il Signore Gesù, fino in fondo, in maniera radicale e totale, non si potrà passare distratti e indifferenti accanto al fratello; e per fare questo, il cristiano avrà bisogno che sia il Signore Gesù a renderlo capace di amare come Lui ha amato.
Vivere la santità richiede di aver realizzato nella propria vita quella unità per cui si passa dalla contemplazione del volto del Signore al concreto gesto di carità, e dal gesto al volto.
Il capitolo quarto delinea cinque grandi manifestazioni dell’amore per Dio e per il prossimo; cinque forme attuali, perché la santità ha forme concrete diverse nei diversi tempi. Il documento è uno strumento per cercare le forme della santità per l’oggi. Le cinque caratteristiche proposte intendono misurarsi con alcuni rischi e limiti della cultura di oggi: «l’ansietà nervosa e violenta che ci disperde e debilita; la negatività e la tristezza; l’accidia comoda, consumista ed egoista; l’individualismo, e tante forme di falsa spiritualità senza incontro con Dio che dominano nel mercato religioso attuale» (n. 111).
Per questo, c’è bisogno di fermezza e solidità interiore per resistere all’aggressività che è dentro di noi, alla tentazione di partecipare a quelle forme moderne di violenza quali quelle costituite dalla rete, per non lasciarsi suggestionare dal male che si annida sottile nelle relazioni con gli altri e le avvelena...
Il santo vive con gioia e ha il senso dell’umorismo; la sua non è la gioia spensierata e superficiale, ma quella che nasce dalla consapevolezza di essere infinitamente amati e si esprime nella comunione fraterna.
Inoltre la santità è parresia, è coraggio apostolico, è capacità di osare, di sperimentare, di prendere l’iniziativa, di muoversi verso la novità. È osare di andare verso le periferie e le frontiere, per scoprire che il Signore è già lì «Gesù ci precede nel cuore di quel fratello, nella sua carne ferita, nella sua vita oppressa, nella sua anima ottenebrata. Lui è già lì» (135). Santità è sfidare l’abitudinarietà e lasciarsi smuovere da ciò che succede attorno a noi e dalla Parola del Risorto.
Santità è un cammino da fare in comunità, come testimoniano tanti santi, e tra essi i monaci trappisti di Tibhirine, che si sono preparati insieme al martirio. La vita comunitaria — in famiglia, in parrocchia, nella comunità religiosa... — è «fatta di tanti piccoli dettagli quotidiani» (n. 143). La via dell’unità desiderata da Gesù nel discorso di addio passa dai piccoli gesti di ogni giorno.
Infine la santità è preghiera, fatta di silenzio, del lasciarsi guardare dal Signore, dal lasciar alimentare da Lui il calore dell’amore e della tenerezza; è «la contemplazione del volto di Gesù morto e risorto che ricompone la nostra umanità». La santità è lasciarsi trasformare dal Signore e dalla potenza del suo Spirito.
Anche oggi, dunque, la via della santità è la via della gioia.
L'Osservatore Romano

venerdì 23 marzo 2018

La storia come chiave di lettura.



 Linee teologiche nella «Placuit Deo» 

(Achim Buckenmaier) Nel secolo XIX il filosofo e teologo russo Vladimir Solovyov (1853-1900) forniva contributi significativi alla teologia, non solo a quella ortodossa, ma anche al pensiero della Chiesa universale. In uno scritto del 1886 mise in evidenza il legame intrinseco tra cristologia e Israele. Solovyov non vide in tale legame un elemento formale della discendenza di Gesù, bensì una qualità teologica: 
«L’idea della sacrosanta corporalità e la preoccupazione della realizzazione di quest’idea nella vita di Israele occupano un posto incomparabilmente più importante che in qualsiasi altro popolo. A questo è dedicata una grande parte della Legge mosaica. Ora, se confrontiamo il desidero dei giudei di materializzare in modo concreto il principio divino con il loro impegno nella purificazione e santificazione della nostra natura corporea, comprenderemo facilmente perché proprio l’ebraismo era l’ambiente più adatto per l’incorporazione del Verbo divino».
Si può prendere questa comprensione storicamente sorprendente come chiave di lettura della nuova lettera della Congregazione per la dottrina della fede su alcuni aspetti della salvezza cristiana, perché con i termini «corporalità», «materializzazione», «realizzazione» e «incorporazione» Solovyov ha introdotto delle parole che, in un certo senso, fanno parte del vocabolario cristologico, del discorso su Gesù il Cristo, salvatore universale del mondo, e che ora vengono messe in discussione in alcune tendenze del pensiero moderno. Così il testo attuale si riallaccia direttamente alla dichiarazione Dominus Iesus del 2000.
Placuit Deo evidenzia due tendenze che oscurano la consapevolezza cristiana di come la salvezza proveniente da Dio raggiunge il mondo: il neo-pelagianesimo e il neo-gnosticismo. È un tratto attraente della lettera il fatto che non metta nella stessa barca eresie storiche e tendenze moderne; ma che sia consapevole delle diverse condizioni culturali e umane. Per cui nel documento non sono toccate le eresie classiche. Proprio nel neo-gnosticismo si tratta — come nel suo precedente storico dei secoli immediatamente prima e dopo Cristo — piuttosto di un mainstream, di uno stile di vita, di una sorta di occhiali con cui si guarda al mondo. Perciò la gnosi storica fu un’onda che investì ugualmente sia l’ebraismo che il cristianesimo. Senza dubbio nella lettera della Congregazione questa tendenza gnostica sta al centro dell’interesse, anche perché è diffusa di più nella Chiesa, dove la respiriamo come area invisibile. Anche la tentazione pelagiana, di cui il testo parla, appare piuttosto come una conseguenza della prima: se, infatti, la salvezza si svolge solo nell’intimo dell’uomo, poi l’uomo non dipende in ugual modo né da Dio né da un altro uomo. La redenzione, di cui parla la sacra Scrittura, comprende invece tutti e due: il cuore, da cui esce il male, e il “sociale” (le relazioni sociali) in cui il male si diffonde, come già sapeva Gesù (cfr. Matteo, 7, 18-23). 
Non è un caso che questa variante del fraintendimento fosse sempre legata storicamente a un rigorismo morale: dove l’uomo vuole redimersi da sé, deve per forza farlo da sé, non vedendo più che anche lui come tutti gli altri, ha invece bisogno dell’aiuto vicendevole e del perdono. Qui si vede chiaramente che non si può considerare la misericordia come una preferenza personale, che una volta si mette nel centro della predicazione della Chiesa, mentre un’altra volta no, ma che è radicata nel nucleo della soteriologia biblica.
La partita del neo-gnosticismo si è rivelata relativamente facile nella teologia. Con il suo accento sull’interiorità dell’uomo sembra raccomandarsi in modo particolare come rappresentazione dell’essere cristiano. Però, il prezzo di questo “vantaggio” è alto. Placuit Deo ne menziona tutti i costi: le tracce del Creatore nel mondo diventano invisibili; la preoccupazione per questa terra sparisce; i legami tra gli uomini vengono considerati solamente alla luce dei postulati morali; la storia concreta della salvezza («l’intero disegno d’Alleanza del Padre»; le alleanze con Noè, con Abramo) diventa superflua; il “come” della salvezza (Dio che raduna intorno a sé un popolo) è irrilevante; Cristo perde il suo nome concreto e il suo volto di uomo e di ebreo risulta più sfumato. Questa è la porta attraverso cui penetra nella Chiesa il pluralismo relativistico delle religioni. Il testo dà ampio spazio alla descrizione di queste conseguenze, e così possiamo sperare che i vescovi riconoscano facilmente le rispettive tendenze, che in modi diversi e secondo i contesti culturali diversi tra occidente e oriente si fanno strada anche se non hanno più l’impronta “pelagiana” o “gnostica”. Di volta in volta figurano sotto il titolo della pace tra le religioni, o come motivo di una generica tolleranza, o come necessaria trasformazione della particolare fede biblica in una religione universale. Non c’è un termine così spesso ripetuto nel documento come l’espressione «meramente interiore», come se si trattasse di allontanare un demone dalla Chiesa.
Il rischio per il cammino biblico della salvezza non è questa o quella religione o una qualsiasi ideologia anticristiana: il documento della Congregazione non ne parla affatto. Il rischio è piuttosto un modo di sentire a livello della Chiesa che vuole liberarsi del concreto, del carattere storico, del bisogno esigente del prossimo, del dogma e dell’istituzione, perché li considera come un peso invece che come libertà, come particolarità invece che come universalità, limitazione del pensiero al posto di creatività, per raggiungere il “nucleo”, cioè l’interiorità. Però l’interiorità è nello stesso tempo privata, individuale, soggettiva e così strappa la tunica della Chiesa in mille pezzi. 
Placuit Deo elenca le diverse affermazioni teologiche che oggi sono toccate da questo grande conflitto: la fede nell’unico Salvatore universale; la mediazione della salvezza tramite il popolo di Dio; la forza della grazia nei sacramenti visibili; la trasformazione delle nostre relazioni concrete. In alcuni passaggi il testo parla anche un linguaggio poetico, come se non volesse solo ammonire, ma anche manifestare il proprio stupore: «Il corpo umano è stato modellato da Dio, il quale ha inscritto in esso un linguaggio che invita la persona umana a riconoscere i doni del Creatore e a vivere in comunione con i fratelli». Qui si sente una bella sintonia delle voci di Papa Francesco nella Laudato si’, di san Giovanni Paolo II con la sua “teologia del corpo” e di Benedetto XVI che parlava dell’ecologia dell’uomo. 
In conclusione, il testo cita la lettera di Paolo alla sua comunità preferita: «Quanto a noi, la nostra cittadinanza è nei cieli, da dove aspettiamo anche il Salvatore, Gesù Cristo, il Signore» (Filippesi, 3, 20). Così viene riassunta l’intenzione del documento, in contrapposizione al neo-pelagianesimo e al neo-gnosticismo: il politeuma del popolo di Dio, la società reale di quelli che Gesù ha chiamato, ha la sua misura extra nos, fuori di noi, non “in” noi. La locuzione “da dove” però indica il luogo terreno, dove la cittadinanza vuole essere realizzata come corpo concreto del Cristo, totalmente realizzato da Dio (per sua grazia) e totalmente dall’uomo (per il suo libero arbitrio).

L'Osservatore  Romano

martedì 20 marzo 2018

Verità o fede debole?


Risultati immagini per verità o fede debole dialogo su cristianesimo e relativismo

L’importanza salvifica della Regola della Fede

di Gherard L. Muller

Qual è l’importanza della dottrina cristiana per la vita dei fedeli? Alcuni teologi e vescovi presentano un’idea della dottrina che assomiglia fortemente a ciò che propone il filosofo italiano Gianni Vattimo nel suo libro intervistaDialogo su cristianesimo e relativismo. In quest’opera, il noto pensatore post-moderno esorta la Chiesa cattolica ad abbandonare le affermazioni veritative che essa collega alla fede. Nell’ottica di Vattimo, le verità assolute sono fonte di conflitto e di violenza, mentre invece la vera forza del cristianesimo si trova nella pratica della carità. La famosa affermazione di Aristotele Amicus Plato sed magis amica veritas - Platone è un amico ma la verità è la più grande amica - dovrebbe quindi essere cancellata. È possibile per la Chiesa seguire le indicazioni di Vattimo? È pensabile che la confessione di verità di fede specifiche non sia più necessaria alla salvezza? Oppure c’è una regula fidei - una regola della fede - che contiene il nucleo delle verità rivelate e che tutti i cristiani devono confessare per porsi nel giusto rapporto con Dio e con il prossimo?
La tesi di Vattimo non è né originale né ragionevole. Nel suo Storia naturale della religione (1757), il filosofo scozzese David Hume - in accordo con altri pensatori scettici e agnostici di origine inglese e francese - ha affermato che sulla pretesa cristiana di una verità assoluta gravava la colpa delle devastanti guerre civili che si erano combattute in Gran Bretagna e in Francia. Secondo lui, per trovare una base di una coesistenza pacifica e tollerante tra persone di diversa provenienza, era necessario orientarsi verso un tipo di cristianesimo ridotto alle opere di carità oppure ad una religione e ad una moralità naturali che non si appellavano a nessuna rivelazione soprannaturale. Secondo questa prospettiva, Gesù incarnava l’amore. Egli ha pensato e vissuto una moralità di autentica bontà umana. I dogmi della Chiesa sono considerati come costrutti mentali che permettono al clero di difendere e accrescere il proprio potere. Per i sostenitori di questa opinione, Gesù voleva un cristianesimo libero dai dogmi - ed è precisamente questo tipo di cristianesimo che corrisponde alle esigenze del nostro tempo. Secondo questa prospettiva, oggi abbiamo bisogno di un umanesimo senza metafisica, senza rivelazione, e senza una moralità ostile alla vita. All’inizio del movimento ecumenico, prima e dopo la Prima Guerra Mondiale, veniva spesso menzionato il seguente motto: “La dottrina separa, la vita unisce”.
Più recentemente, l’egittologo Jan Assmann ha portato avanti la tesi che la fede biblica nell’unico Dio aveva soppresso la tolleranza propria del politeismo (cf. The Price of Monotheism). Egli sostiene che il monoteismo per sua natura ammette solamente la confessione nell’unico Dio di Israele, così da reprimere il culto delle altre divinità - insieme ai loro adoratori, se necessario. Eppure si potrebbe domandare se l’identificazione del monoteismo con la violenza e del politeismo con la tolleranza resista ad una verifica empirica. I fatti storici parlano una lingua completamente diversa. Si considerino, per esempio, le persecuzioni che gli ebrei hanno subito a motivo della loro fedeltà all’unico Dio e Creatore di tutto. Il martirio dello scriba Eleazaro e dei sette fratelli (2 Mac 6, 18- 7, 42) è appena un esempio. Lo stesso vale per le persecuzioni dei cristiani sotto l’Impero Romano nel corso dei primi tre secoli del cristianesimo. Ai nostri giorni, ogni anno migliaia di cristiani nel mondo testimoniano con le loro vite la verità che l’amore di Dio è più forte dell’odio del mondo. Essi sono martiri della verità, la verità che è Dio stesso e che si fonda in lui. Chiunque, di fronte alla sofferenza e alla morte dei martiri, affermi che il nuovo monoteismo e la loro confessione di Cristo sia una sorgente di violenza, dimostra un grado di sconsideratezza, che arriva a disprezzare l’umanità. L’accusa che la fede nella verità di un unico Dio implichi una propensione a ricorrere alla violenza, è in se stessa un’espressione di violenza mentale, che in Occidente porta all’aggressione verbale contro i cristiani devoti.
Ma l’identificazione del monoteismo con la violenza non risulta carente solamente nel confronto con una verifica empirica. Essa contraddice anche la logica basilare. La violenza è il solo strumento che la verità non può usare per farsi riconoscere. Dopotutto, la verità è volta alla conoscenza, che si realizza solo quando la verità è liberamente accolta dalla ragione. Pertanto, per aiutare qualcuno a raggiungere questa conoscenza – per aiutare qualcuno a pervenire alla conoscenza della verità - non è possibile ricorrere alla violenza, ma si devono utilizzare argomenti razionali che cercano di convincere. La verità può essere denunciata come una sorgente di violenza solamente quando si arriva ad affermare in modo apodittico che il relativismo è la sola posizione corretta da tenere di fronte alla verità, che in ultima analisi è inconoscibile.
È invece la menzogna, nella misura in cui non riesce a prevalere con la forza dell’argomentazione, che necessariamente dà origine alla violenza o al rischio della violenza. Oltre a ciò, ci può essere l’attrattiva dei beni mondani a sedurre il credente ad allontanarsi dalla vera fede. Parlando all’ultimo dei fratelli Maccabei, “il re esortava… non solo a parole, ma con giuramenti prometteva che l'avrebbe fatto ricco e molto felice se avesse abbandonato gli usi paterni, e che l'avrebbe fatto suo amico e gli avrebbe affidato cariche” (2 Mac. 7, 24). Questa scena è attinente ai problemi attuali, come lo è la reazione del tiranno di fronte alla fedeltà di un vero israelita: “Il re, divenuto furibondo, si sfogò su costui più crudelmente che sugli altri, sentendosi invelenito dallo scherno” (2 Mac. 7, 39). Come negli ultimi giorni Gesù non aveva minacciato i suoi persecutori, ma aveva pregato per loro mentre pendeva dalla croce, così anche qui possiamo riconoscere il frutto non violento di ogni martirio: “Così anche costui passò all'altra vita puro, confidando pienamente nel Signore” (2 Mac 7, 40).
I critici più acuti delle ideologie totalitarie (come George Orwell in La Fattoria degli animali, Alexander Solzhenitsyn in Arcipelago gulag, o Eugene Kogon in Der SS-Staat) hanno rintracciato il fallimento degli stati particolarmente violenti, come l’Unione Sovietica o la Germania nazista, nelle menzogne sulle quali essi erano edificati. In questi sistemi, la solidarietà con i membri della stessa classe o etnia aveva più valore della verità e del rispetto per la nostra comune umanità. Mielke, Ministro della Sicurezza di Stato della Repubblica Democratica Tedesca, che fu responsabile di centinaia di esecuzioni presso il Muro di Berlino, dovette affrontare domande cruciali nel primo parlamento democraticamente eletto dopo la caduta della Cortina di ferro. Cercando di scusarsi per i suoi misfatti, aveva balbettato: “Ma io vi amo tutti”.
Sia l’esperienza che la ragione ci dicono che verità e amore stanno insieme e che verità e libertà sono concetti gemelli, mentre invece menzogna e odio, ideologia e violenza, compongono una nefasta alleanza. La primordiale esperienza della verità di Dio da parte di Israele è legata alla sua liberazione dal potere di Faraone. Il popolo viene liberato da Dio, il quale fa un’alleanza con lui. Il Dio del monte Sinai, che rivela la verità su di sé dicendo: “Io sono colui che sono” (Es. 3, 14), è anche il Dio dell’esodo, che libera il suo popolo: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla condizione di schiavitù” (Es. 20, 2).
Colui che ha creato tutti gli esseri umani vuole anche salvare tutti gli esseri umani. “Uno solo, infatti, è Dio e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti” (1 Tim. 2, 5-6). Dio non è il dittatore prepotente del Cielo che esige una cieca obbedienza, ma il nostro Salvatore, “il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” (1 Tim. 2, 4). E i suoi apostoli non vengono come propagandisti di una dottrina terrena di salvezza “con eccellenza di parola o di sapienza” (1 Cor. 2, 1), ma come “ministri della Parola” (Luca 1,2), come i suoi “testimoni fino agli estremi confini della terra” (Atti 1,8), come predicatori e maestri dei gentili “nella fede e nella verità” (cf. 1 Tim. 2, 7).
La verità di Dio in Cristo e nella sua Chiesa resta il fondamento e la sorgente dell’amore di Dio e del prossimo, un amore che è il compimento di tutta la legge. Platone era nel giusto quando subordinava la sua venerazione per Omero alla verità (Repubblica 595bc), e Aristotele applicava questo principio allo stesso Platone, suo maestro (Etica nicomachea 1096a). La sentenza criticata da Vattimo resta irrevocabilmente in vigore: Amicus Plato sed magis amica veritas. Qualsiasi distorsione della relazione tra simpatia soggettiva e verità morale viene esclusa.
L’indicazione di Vattimo alla Chiesa cattolica nasconde una tentazione diabolica che promette un successo solo apparente: se vuoi entrare in contatto con le persone ed essere amato da tutti, fai come Pilato, lascia da parte la verità ed evita la Croce! Gesù avrebbe potuto evitare la morte se solo fosse rimasto concentrato sul suo messaggio relativo all’amore incondizionato del Padre celeste. Perché opporsi al diavolo, il vero sovrano di questo mondo, il “padre della menzogna” e “omicida fin dal principio” (cf Gv. 8, 44)? Cristo stesso è responsabile della sua morte, e la Chiesa non avrà nessuna prospettiva in questo mondo se non seguirà il sentiero della sapienza e del potere mondano! Possiamo rispondere a questa tentazione con la Sacra Scrittura, che ci ricorda il vero messaggio evangelico: “Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Se diciamo che siamo in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, mentiamo e non mettiamo in pratica la verità” (1 Gv. 1, 5-6). Noi crediamo in Gesù e lo seguiamo perché egli è la Verità. In quanto Verità-in-persona egli costituisce il fondamento e il criterio di ogni verità. Coloro che appartengono a Dio e dimorano in Cristo “conosceranno la verità” e la verità li renderà liberi (cf. Gv. 8, 32). San Giovanni Paolo II disse che se avesse dovuto scegliere di conservare un solo versetto del Vangelo, avrebbe scelto questo.
Quale, allora, l’errore fondamentale dello scetticismo metafisico e del relativismo morale? Potrebbe essere il fatto che essi confondono la verità con la teoria. La teoria sarà certamente sempre qualcosa di lontano dalla vita quotidiana. Al contrario, in Cristo la conoscenza della verità di Dio e l’osservanza dei suoi comandamenti nella vita di ciascuno vanno sempre insieme. In lui “la luce è venuta nel mondo” (Gv. 3, 19). Tutti coloro che giustificano le proprie azioni malvagie odiano la luce e amano le tenebre, nascondendo le loro azioni malvagie dalla luce della verità. Verità e moralità sono interdipendenti. Questa è la novità radicale del cristianesimo. Non ci può essere alcuna contraddizione tra la fede che si confessa e la vita vissuta in conformità con i comandamenti di Dio. “Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio” (Gv. 3, 21).
La nostra salvezza eterna dipende dalla concreta accettazione delle verità di fede? A questo punto siamo in grado di vedere la risposta alle nostre domande iniziali. Il relativismo riguardo alla verità limita la salvezza alle gioie mondane, al piacere dei sensi, all’appagamento emotivo. Ciò che si perde di vista, allora, è il fatto che Dio è l’origine e il fine degli esseri umani. Egli stesso è il fine della nostra ricerca infinita di verità e felicità. Dimenticando Dio, noi perdiamo il nostro vero essere.
La fede in Cristo contiene già in sé tutte le verità. In Gesù Cristo, il Verbo incarnato, la fede in lui e la conoscenza di lui diventano un’unica cosa. Egli è l’unica Parola divina che è divenuta carne. Le parole umane che costituiscono l’insegnamento di Gesù sono passate nell’ “insegnamento degli apostoli” (Atti 2,42) e nella dottrina della fede della Chiesa. Esse rendono presente l’unica verità di Dio e ci comunicano la vita divina (cf. Gv. 6, 68). Per questo Gesù può dire ai suoi discepoli allora e oggi: “le parole che vi ho dette sono spirito e vita” (Gv. 6, 63). Perciò è impossibile separare l’atto di fede dai suoi contenuti, cioè dagli articoli del Credo. La fede non può essere una fiducia formale in una persona che resta per noi sostanzialmente sconosciuta nel suo essere e nella sua essenza, nella sua storia e nel suo destino. Amare una persona significa anche voler conoscere la verità di quella persona. Perciò il contenuto della fede è importante per la nostra salvezza. Gli articoli di fede non trasmettono proiezioni astratte e postulati morali. Essi sono piuttosto una confessione di Dio stesso che nelle sue parole e nelle sue azioni ci comunica se stesso come verità e vita (cf. Dei Verbum 2).
Dio, che è la verità, ci conduce nella verità. Dio ci rivela se stesso. Questo è il motivo per cui la nostra beatitudine dipende anche dalla nostra fede nel Credo della Chiesa che riguarda il Dio Uno e Trino. La nostra confessione battesimale non riguarda il nostro stato emotivo e neppure ciò che Gesù significa soggettivamente per noi o ciò che noi pensiamo che sia: un profeta, un maestro morale, o qualsiasi altra proiezione che gli esseri umani possono inventare nei loro sforzi di giustificare se stessi. Invece ciò che ci viene chiesto nel battesimo è se noi crediamo in Dio Padre che ci ha creato, in Dio Figlio che ci ha redenti e in Dio Spirito Santo che abita in noi e che è Signore e Datore della vita divina. “La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono” (Eb. 11, 1). Perciò “senza la fede è impossibile essergli graditi; chi infatti s'accosta a Dio deve credere che egli esiste e che egli ricompensa coloro che lo cercano” (Eb. 11, 6). Allora la fede è importante per la salvezza non solo in quanto comporta il credere che Dio ci perdonerà per amore di Cristo, come afferma la dottrina luterana sulla giustificazione. C’è anche un altro aspetto essenziale della fede, ossia la conoscenza di Dio. Questo significa che noi giungiamo alla conoscenza di Dio nelle verità che egli ha rivelato per la nostra salvezza (fides quae creditur). “Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza” (Rom. 10, 10). Se vogliamo essere salvati, dobbiamo credere “che Gesù è il signore e che Dio lo ha risuscitato da morte” (cf. Rom. 10, 9).
Il Cardinale John Henry Newman ha parlato della distinzione tra il criterio “liberale” di interpretazione della rivelazione cristiana e il criterio “dogmatico”. Il principio liberale accetta le verità che Dio ha rivelato in Cristo solo nella misura in cui sono coerenti con la ragione naturale, corrispondono al sentimento religioso o soddisfano i bisogni della società civile (cf. Apologia, c. 2). Il principio dogmatico, al contrario, è descritto da Newman in questi termini:
“dunque, vi è una verità; vi è una sola verità; l’errore religioso è per sua natura immorale; i seguaci dell’errore, a meno che non ne siano consapevoli, sono colpevoli di esserne sostenitori;… Il nostro spirito è sottomesso alla verità, non le è, quindi, superiore ed è tenuto non tanto a dissertare su di essa, ma a venerarla; la verità e l’errore sono posti davanti a noi per la prova dei nostri cuori; scegliere tra l’una e l’altro è un terribile gettar le sorti da cui dipende la nostra salvezza o la nostra dannazione; ‘prima di ogni altra cosa è necessario professare la fede cattolica’; ‘colui che vuole essere salvo deve credere così’ e non in modo diverso;… Questo è il principio dogmatico, che è principio di forza” (Lo sviluppo della dottrina cristiana).
Nel suo cosiddetto Biglietto Speech in occasione della sua elevazione al Cardinalato (1879), Newman spiega di nuovo il significato del liberalismo: “Il liberalismo in campo religioso è la dottrina secondo cui non c’è alcuna verità positiva nella religione, ma un credo vale quanto un altro… [Questo liberalismo] è contro qualunque riconoscimento di una religione come vera. Insegna che… la religione rivelata non è una verità, ma un sentimento e una preferenza personale; non un fatto oggettivo o miracoloso; ed è un diritto di ciascun individuo farle dire tutto ciò che più colpisce la sua fantasia… [La religione rivelata] non è affatto un collante della società”.
Affermare il cristianesimo come dogmatico, al contrario, significa dire che esso è fondato sull’autorivelazione storica di Dio. Significa dire che il Verbo fatto carne ci ha trasmesso la pienezza della verità e della vita. Significa affermare che per il potere dello Spirito Santo, la Chiesa, nella sua predicazione e nella sua cura pastorale, rende testimonianza alla verità di Dio, comunicandoci la vita divina nei sacramenti. Perciò “la Chiesa crede che Cristo, per tutti morto e risorto, dà sempre all'uomo, mediante il suo Spirito, luce e forza per rispondere alla sua altissima vocazione; né è dato in terra un altro Nome agli uomini, mediante il quale possono essere salvati” (Gaudium et spes, 10).
Lanuovabq