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sabato 25 gennaio 2020

L’arte della parola al servizio della Parola.


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Riprendo dal volume "La predicazione oggi", EDB, 2008, a cura del Servizio nazionale per il Progetto culturale della CEI, la trascrizione della relazione di don Fabio Rosini

Note esperienziali sulla comunicazione della fede

Mi si chiede di trattare l’argomento dell’attuale stato del linguaggio della comunicazione della fede. Credo sia opportuno partire da una constatazione: questo linguaggio sembra essere in molti casi fallimentare, inefficace, non attraente. La colpa, mi sembra necessario riconoscerlo, è del nostro stile di annuncio. Il problema siamo noi. Cercherò di menzionare, a peso, senza troppa analisi, i tipi di difetti che la nostra predicazione presenta a mio avviso. Quanto vado ad enumerare non ha nessuna pretesa di esaustività. Sono solo i punti principali, esposti in grande sintesi, macroscopicamente evidenti, se si vuole fare un’analisi di massima della situazione.

1. Difetto fondamentale e diffusissimo è presupporre la fede negli ascoltatori; spesso ci si ritiene investiti dell’autorevolezza sacramentale che l’ascoltatore non riconosce, anzi non conosce proprio. Direi che la colpa principale di questo approccio è la scarsa considerazione che l’ascoltatore e la sua condizione reale trovano in chi predica. L’assemblea, ad esempio di un matrimonio, è distratta, superficiale, estranea alla liturgia? E chi se ne avvede? Il sacerdote è partito nella sua descrizione della fedeltà prima battesimale e poi nuziale all’alleanza con Dio, parla della grazia che è donata nel sacramento, della vocazione salvifica della famiglia, mentre oramai molta gente non riesce nemmeno a capire il contenuto logico del lessema “sacramento”, o “grazia”, o “salvezza”. Una cosa sola l’uditorio ha per certa: che presto o tardi il prete smetterà di parlare. Possiamo parlare di coincidenza topografica fra predicatore e assemblea, ma non c’è molto di più in comune fra le due parti. L’assemblea non capisce il predicatore, e il predicatore non ha provato a capire l’assemblea.

2. Una fetta non piccola dei nostri sforzi predicatorii viene sperperata in due filoni di un vecchio approccio:
a. Il vetero-moralismo, che per un’inerzia secolare da contro-riforma, insiste sulle opere, spossando l’ascoltatore con la pressione della pretesa. Il difetto maggiore di quest’approccio: se l’agire è conseguenza dell’essere, diventa ridicolo chiedere di agire cristianamente a chi cristiano, forse, non è se non in parte ancora tutta da verificare, perché spesso non è stato formato ad esserlo. Se infatti ripetiamo spesso che la crisi del popolo di Dio è la sua formazione carente, come pensiamo di poter risolvere il problema partendo dal pretendere i risultati? In ogni caso, per definizione, il linguaggio moralista non può essere il linguaggio dell’annuncio.
b. Il neo-moralismo, che confonde il cristianesimo con la forza di volontà, e scivola in approcci stile new-ageponendo tutta la forza della redenzione nella ‘decisione’ come fulcro salvifico. In fondo a Gesù Cristo non rimane altro ruolo che quello di stimolo, di causa solo ed unicamente esemplare.

3. Molte occasioni vengono altresì sprecate in funzione di un peccato tipicamente clericale, una vanagloria ecclesiastica dura a morire, che definisco teologismo astratto. Mentre la gente aspetta di essere coinvolta nella spiegazione della Parola di Dio, ecco che prorompe la libido teologica e si affonda in una serie di precisazioni da algebra dogmatica. Si è, di conseguenza, precisi ed elevati, quanto inutili e noiosi.

4. Ma come non citare anche un altro filone, trionfante e diffuso: il sentimentalismo. La ricerca metodica del punto erogeno nell’ascolto e la tecnica sonora di avviluppante melassa, che tocca la zona certa dell’emotivo, del lacrimevole. Certe pause, certi toni, anche se diametralmente opposti allo stentoreo della vecchia retorica, hanno però in comune lo stesso orribile difetto di fondo: suonano falsi. Ormai questa tecnica è comune ai preti e ai politici. In certo senso viene da chiedersi se sia Veltroni che parla da prete o i preti che hanno da tempo sposato una comunicazione buonista-veltroniana. In questi modi non si è ‘persona’, ma ‘personaggio’. Con tale tecnica non si fa un annuncio ma si da luogo ad un evanescente momento ormonale-impulsivo.

5. Non possiamo tralasciare la fresca generazione dei predicatori provenienti dalle nuove esperienze ecclesiali, movimenti e simili. Qui il difetto è di altro genere, quello di scivolare dal tono kerigmatico-passionale allo stato di espettorazione ripetitiva dello slogan catechetico appreso nel proprio movimento: puoi avere davanti anziane del rosario, fanciulli del catechismo o coppie di fidanzati, la polpetta è la stessa, gli esempi sono gli stessi, i decibel impiegati sono gli stessi. E il senso di estraneità dell’uditorio pure.

6. Di pari passo procede un simile risultato di derivazione più semplice e banale: uno si trova quei quattro schemi che gli sembrano funzionare, e ormai da anni li emette a selezione random. Lentamente ogni predicazione scivola verso questo imbuto precostituito e si finisce per suonare sempre la stessa solfa. È un difetto da replica semi-ossessiva (soprattutto per l’ascoltatore) del rassicurante schema già noto. In poche parole: una mancanza di creatività che genera ripetitività.

7. E che più? Parlando di mancanza di creatività viene in mente un’altra negligenza con cui molti porgono la predicazione: se anche il discorso è azzeccato nella sostanza, si autosqualifica per un difetto essenziale, quello di un tono monocorde. Chissà perché si pensa di avere risolto il problema di una spiegazione del Vangelo quando ne abbiamo identificato i contenuti. A quel punto, invece, abbiamo il bisogno di passare alla fase non meno importante dell’attenzione alla modalità espressiva, della cura della “musica” delle parole, perché di fatto è la cosa che più direttamente influisce sull’ascolto. La parola udita, prima di essere senso, è suono. Certi preti sono così negligenti sulla musica delle proprie parole, sono così concentrati sul significato, e così piatti sul livello sonoro, da divenire prepotentemente, implacabilmente soporiferi. È anche questo un ministero, quello del riposo.

Abbiamo finito? No, certo che no. C’è tanto altro di cui intristirsi. Ma a ben vedere questi sono, tutto sommato, difetti umani che si riflettono nel linguaggio.

Perché dire ciò? Perché in modo costante mi trovo di fronte a responsabili ecclesiali di vario livello che venendo a sapere del felice impatto che l’esperienza sui 10 comandamenti ha sulla gente, mi chiedono aiuto, ma fondamentalmente mirano ad uno specifico risultato: avere gli schemi.
E io mi lancio ogni volta nella difficile esplicazione dell’inutilità di tale richiesta. Riuscirò a spiegarmi questa volta? Mah… Ci riprovo per l’ennesima volta e faccio l’esempio che di solito uso: si cerca uno schema funzionante, un’idea che impatti, e si tenta di trovare una formula nuova ed efficace, una ricetta che possa alzare il livello della cucina. Come si cerca lo spartito di una musica che sia più gradevole, più bella, più geniale.

E allora? Mettiamo che io tiri fuori lo spartito della Settima sinfonia di Beethoven. La musica, lo spartito, lo schema è straordinario. Ma chi lo suonerà? Se a quel punto prendo il flauto dolce e ci suono la Settima di Beethoven, sarà un’esecuzione allappante e ridicola. Tutti cercano gli spartiti, ma in realtà il problema sono gli esecutori. Anzi, corriamo il rischio di giudicare orribile la Settima di Beethoven, mentre orribile è solo l’esecuzione.

Si cercano contenuti, e a me sembra che la nostra bellissima fede ce ne dia a bizzeffe. 10 comandamenti? Per ora si può fare questo, ma forse fra un po’ si deve fare altro. Qualunque argomento può essere reso in modo vitale. Se Pollini suona l’orribile inno di Mameli, te lo fa sembrare bello.

Allora cortocircuitiamo con quanto detto sopra: difetti umani. Qui non si tratta di avere nuove idee ma un tratto predicatorio diverso.
Cosa ce lo può fornire? È chiaro che abbiamo bisogno di lavorare profondamente a livello della formazione, dove si apprende lo stile. Ma quali possono essere i principi cardine? Discutiamone; io propongo le mie povere intuizioni in materia, ma se non spostiamo l’argomento su questo livello, restiamo sempre al palo. Offro il poco che io ho capito e che forse può essere utile.

Quale linguaggio può farci uscire dallo stato di stallo? Dobbiamo chiederci se disponiamo di un linguaggio più adatto alla presente generazione che è quella del post-concilio e dell’era post-moderna. Va detto che fra le tante note caratteristiche di questo popolo dell’oggi, una non trova, a mio avviso sufficiente evidenza: siamo di fronte alla prima generazione alfabetizzata della storia.

Si trovano ancora nei nostri monasteri di clausura delle anziane religiose che leggono a fatica. Ma la generazione presente, fatto assolutamente nuovo, è certamente in grado di leggere e scrivere. E ha un nuovo modo di ascoltare, anche perché la nuova religione, che è la scienza, panacea di ogni problema umano, rende gli ascoltatori critici come mai verso l’argomento religioso.

E che linguaggio possiamo proporre? Vediamo: quali linguaggi ha la Chiesa? Meglio ancora: quali linguaggi sono messi a disposizione della Chiesa dalla Rivelazione? Voglio introdurre la tematica dei tre linguaggi della Rivelazione.

L’A.T. dispone, a grandi linee, delle celeberrime tre parti: Legge, profeti e scrittiNella Legge abbiamo il linguaggio apodittico o casistico ma comunque nomistico, definitivo, imperativo. La norma è uno slogan, una formulazione secca che o la si accetta o la si rifiuta, la sua forza è nell’autorità dell’emittente, Iddio stesso.

Nei profeti abbiamo l’esortazione, l’applicazione al quotidiano dello slogan della legge. I profeti ricordano i doveri dell’alleanza al popolo. Il linguaggio profetico è eminentemente morale, il carattere è quello dello sprone alla coerenza con la legge. La cogenza del linguaggio profetico è la condizione di popolo dell’alleanza. La congruenza etica è la potenza di questo linguaggio.

Negli Scritti compare un altro linguaggio, quello sapienziale, esplicativo, educativo. È il linguaggio paterno, educativo, che spesso basa sulla logica e sulla constatazione del reale la sua forza di convincimento. Senza sfociare nel filosofico, il linguaggio sapienziale non comunica regole, non impone doveri ma motiva, spiega, rende semplicemente accettabile il richiamo della legge, che risulta luminoso, opportuno, utile, produttore di felicità.

Il N.T. non presenta, sorprendentemente, un cambio di linguaggi ma una semplice traslazione di occasioni. Lo slogan della Legge diventa la formulazione del linguaggio kerigmatico, che è la ripetizione di formule che pian piano divengono stereotipate, e racchiudono come seme tutto lo sviluppo della fede. Sono enunciazioni che rinveniamo sparse fra i racconti della resurrezione, le lettere paoline, soprattutto gli Atti degli Apostoli. Brevi locuzioni, nette, pregnanti. Chiedono l’assenso, pongono davanti alla scelta di aprirsi o meno.

L’esortazione profetica, a sua volta, diviene il linguaggio parenetico tipico del richiamo paolino, ma anche di altri scritti. Questo è il linguaggio etico, della esortazione alla coerenza con la fede nell’agire, a vivere secondo l’uomo nuovo.

E quale è il linguaggio che sta fra le due fasi, quello che copre lo spazio fra l’apertura alla fede e la fede ricevuta in pieno, ormai da praticare? Quello che nell’A.T. è il linguaggio sapienziale, diviene nel N.T. il linguaggio didascalico. Il discorso fatto alla ragione perché assimili il kerigma, lo possieda, lo arrivi ad incarnare; le istruzioni per l’uso e l’appropriamento dell’evento salvifico. La parola che istruisce, ammaestra, spiega, rende masticabile e digeribile la salvezza cristiana.

Una nota storica: da Trento in poi, fino al Vaticano II, avevamo solo ed unicamente il linguaggio morale parenetico, che spesso diveniva moralista, ma che, in una società fondamentalmente già convinta di cristianesimo, esortava alla coerenza.

Grande riscoperta pratica del tempo del Concilio è la riproposizione, dopo secoli di assenza, del linguaggio kerigmatico, sotto l’influsso di due spinte: l’aver rimesso al centro della teologia il mistero pasquale e la prassi, non ininfluente, dei movimenti, tendenzialmente molto kerigmatici.

Il kerigma, in se per se, è formulazione univoca ed inequivocabile, ma il suo rischio è un uso che ne dimentichi la natura di “seme”, di punto di partenza. Non si mangia un seme, ma da un seme si deve partire per poter arrivare a mangiare un frutto. Il seme va coltivato, assecondato nei suoi tempi di maturazione, e per quanto sia vero che un seme contiene un albero, è altresì vero che un seme non è un albero. Perché dire ciò? Perché la fase kerigmatica deve essere preludio ad una fase didascalica, altrimenti parliamo di vera e propria sterilità, paradossalmente, per abbondanza di semente.

Siamo di fronte ad una sovrabbondanza di annunci kerigmatici a motivo di un tutt’altro che disprezzabile sforzo predicatorio messo in atto da movimenti, iniziative delle diocesi, missioni giovanili e simili, cui dovrebbero corrispondere altrettante iniziative didascalico-formative. Invece si salta spesso dal kerigma alla parenesi, al volontariato, al frutto senza fusto e corteccia, direttamente senza passare dal ‘via’…

Cosa è una mentalità didascalica? Cosa è un’intelligenza formativa? Quali sono le caratteristiche di un’efficace operazione di autentica iniziazione? Mi sembra che questo sia il vero dito nella piaga della pastorale. Siamo tutto sommato capaci di esporre come la Parrocchia debba essere, ma non sappiamo come si fa per portarla ad essere come la prospettiamo.


E continuiamo ad affastellare documenti sull’immagine della parrocchia, sul tipo di configurazione collaborativa fra pastori e corresponsabili della pastorale, in una sorta di neo-hegelismo ecclesiale: ci è chiaro come si dovrebbe essere, ma in genere non si sa come arrivarci.
E allora il linguaggio della stragrande maggioranza dei predicatori resta parenetico, esortativo, tutto sulla coerenza, tutto sul bene da fare. E gli ascoltatori chiudono l’audio.

***

Quali sono le caratteristiche di una comunicazione virtuosa, efficace? Cominciamo col controbilanciare i difetti già esposti: è anzitutto urgente non presupporre la fede in chi ascolta. Questo facilita il linguaggio didascalico, perché parlare pensando di aver davanti persone che non possiedono le categorie religiose ci aiuta a sdoganare naturalmente il linguaggio da una fase assiomatica ad una zona di traduzione, per così dire, dei concetti.

A tal proposito va ricordato che le forme del linguaggio umano sono fondamentalmente tre: i linguaggi di tipo univoco, equivoco ed analogico.

Univoco è il linguaggio, ad esempio, scientifico, che per una convenzione prestabilita usa i termini in modo coerente con detta convenzione, e qui ci imparentiamo con le espressioni nomistiche prima, e kerigmatiche poi, univoche, assiomatiche, apodittiche. Va detto a tal proposito che i nuovi linguaggi intra-ecclesiali, quelli che si vanno creando in certi contesti come inconsapevoli convenzioni linguistiche, diventano facilmente le gabbie in cui questi gruppi dal linguaggio stereotipato e riconoscibile si chiudono involontariamente, e spiegano l’attuale incontrovertibile crisi di nuove adesioni nei movimenti.

Il linguaggio interno, dopo aver avuto il felice impatto della novità, diviene invece carcere comunicativo, dove la Parola viene ingabbiata dalla parola, quest’ultima essendo stata un tempo felice analogia, ora fungendo da struttura di sicurezza del predicatore inesperto o poco riflessivo, nello stesso tempo fungendo da barriera impenetrabile. Sia detto che comunque questo è un difetto diffusissimo, laddove si stabiliscano convenzioni linguistiche da appartenenza, fatto, questo, quasi impossibile da evitare se l’appartenenza è percepita come vitale, salvifica. Il linguaggio però non può essere sovradimensionato a totem intoccabile, dove non si possa ri-formulare quanto esposto, perché si passa dal presupporre la fede a presupporre addirittura uno specifico linguaggio della fede. Siamo al paradosso.

In sostanza: il linguaggio univoco, convenzionato, che sia quello accademico, o teologico, o di appartenenza si dimostra facilmente come fallimentare.

Breve trattazione richiede il linguaggio equivoco, essendo questo artifizio di tipo artistico o comico. È infatti il linguaggio poetico, oppure ironico, quello che varca le regole della logica per darci il paradosso, l`“oltre” della lingua, oppure la comicità. Questo è un linguaggio ingiustamente disprezzato dagli anziani predicatori, e spesso usato male dai giovani. Gli anziani erano troppo inchiodati al “dignitoso” per passare per l’assurdo e il comico; i giovani spesso dimenticano che un paradosso o un elemento ironico devono, per definizione essere nuovi, freschi, altrimenti diventano essi stessi convenzione noiosa.

Ma il linguaggio principe di ogni comunicazione valida è, e non può che essere, il linguaggio analogico. Questo è il linguaggio più efficace per definizione. La forza di un annuncio è nelle analogie impiegate. Si capisce meglio un esempio indovinato che un intero discorso coerente e logico ma privo di analogie. Se la nostra emergenza è lo sdoganamento dei contenuti della fede dal linguaggio religioso alla accessibilità per un uditorio post-religioso quale il nostro, la condizione obbligata è il linguaggio analogico.

È la scelta degli esempi che convoglia l’attenzione all’uditorio. Se l’esempio tocca l’ordinario o il vissuto storico dell’ascoltatore, quest’ultimo balza dentro le mie parole, si sente capito e mi vuole capire, perché in un istante gli sono diventato intimo, coinvolgendolo con un esempio in cui lui si muove bene.

Tutto il mio intervento sarebbe a buon fine se solo questa idea passasse: quando si comunica, metà del valore della comunicazione sta negli esempi impiegati, che non vanno solo preparati. L’esempio più efficace è quello che la presenza, il magnetismo dell’uditorio stesso provoca in chi annunzia la Parola.

Come salvarsi dalle comunicazioni moraliste di vario stampo? Dobbiamo ricordare che il moralismo, questo senso latente di esigenza che preme sull’ascoltatore, deriva buona parte delle sue polveri da una sopravvalutazione della volontà. L’imperativo categorico kantiano perde ogni partita contro un altro elemento pure tanto fedele alla nostra tradizione cristiana: il desiderio. Quanto predico posso presentarlo come giusto o come bello. Il bello avrà la meglio in ogni caso. Allora il tema patristico del ‘fascinans’ torna quanto mai proficuo in un mondo narcisista ed estetizzante come il nostro. Mi preme quindi di trovare meno la doverosità di quanto predico e molto di più la bellezza di quanto propongo.

Proporre una scalata di una montagna per imparare l’abnegazione del sacrificio fisico ha pessimo gioco se confrontato col proporre la scalata della stessa montagna per il gusto dell’avventura, per la bellezza del paesaggio, per l’obbiettivo di arrivare alla meta e via dicendo. Quante volte l’annuncio si snoda verso un terreno molto più interessante quando semplicemente si introducono domande: ma perché fare questo? Cosa c`è di bello in questo? A cosa mi può servire? Questa, eminentemente, è tecnica sapienziale-didascalica.

Alla fin fine possiamo dividere i vari difetti della predicazione nei due poli della comunicazione, il predicatore e l’ascoltatore, e identificare teologismo astratto, fissità da slogan catechetico o da mancanza di creatività e tono monocorde come polarizzazioni eccessive sul predicatore il quale difetta nel varcare la soglia della propria autocomprensione, e disattende ogni realtà che non sia il contenuto che vuole comunicare. Questo contenuto è il suo assoluto, e, ahimé, in un modo o in un altro vive in uno sterile autismo comunicativo.
Dall’altra parte, moralismo di qualsivoglia guisa e sentimentalismo sono avventure predicatorie tutte disegnate sull’ascoltatore che è ora sottoposto ad esigenza schiacciante, ora strumentalizzato dalla melassa sentimentale.

Questi difetti comunicativi possono essere risolti da un linguaggio didascalico che si snodi per analogie, ma vorrei fornire due ulteriori elementi costruttivi per questo scopo.

È assolutamente urgente imparare ed insegnare, o perlomeno portare alla coscienza formativa, il fattore della musica delle parole usate.
Per insegnare ad alcuni collaboratori a cambiare musica alcune volte li ho traumatizzati costringendoli a riascoltare una registrazione di una propria predicazione. Io stesso, se mi riascolto, mi trovo inascoltabile, ed è una piccola sofferenza a cui ogni tanto mi sottopongo per avere ben presente i miei difetti comunicativi, le mie lentezze, le mie ingenuità, le mie esagerazioni, le mancanze di mordente, i toni mosci e quant’altro. In questo senso bisogna pervenire ad una sorta di comunicazione uditiva, ove il primo ricettore della predicazione è proprio il predicatore.

Questo essere seduti davanti a se stessi ad ascoltarsi, questo dire le cose come vorremmo sentircele dire ci può insegnare un ulteriore livello qualitativo, quello in cui la comunicazione non è del tutto pre-determinata ma definita, nella sua realizzazione concreta, dall’olfatto dell’assemblea, una sorta di fiuto che permette di capire chi si ha davanti e cosa possa recepire.

In tal senso, ben inteso, l’uditore non può determinare il contenuto, altrimenti l’oratore é un comunicatore subdolo, ipocrita o senza personalità, ma l’uditore deve determinare la forma della comunicazione, almeno in parte. Di certo la musica delle mie parole la devo saper mutare secondo il contesto.

E arriviamo all’ultimo elemento: noi comunichiamo sempre attraverso generi letterari. Voglio ricordare una legge della lettura dei testi che diventa proficua coordinata comunicativa al momento di emettere un testo, anche solo parlato: nei testi il contenuto si rinviene costantemente nella rottura del genere letterario. Mi spiego, e forse non è azione necessaria per chi ha avuto lo stomaco di ascoltarmi finora: ogni comunicazione ha il suo latente genere letterario di riferimento. Se io parlassi rispettando seccamente, pedissequamente, il genere letterario, la mia comunicazione risulterebbe la più noiosa possibile. Infatti i generi letterari sono schemi inconsapevoli che noi usiamo nella comunicazione come strutture prefabbricate atte a fornire uno schema, uno scheletro alle nostre articolazioni comunicative. Ma se vengono rispettati del tutto, essendo convenzioni comuni, sono assolutamente prevedibili.

Quando analizzo un racconto di miracolo, ad esempio, cerco la violazione dello schema, l’imprevedibile del testo, l’elemento fuori genere, perché è proprio li che risiede la comunicazione.

Allora è quanto mai efficace divenire gestori consapevoli di cotanta legge della trasmissione del senso: la rottura del genere letterario è necessaria alla comunicazione, la rottura dello schema permette l’ascolto. Si deve sempre dire, paradossalmente, il contrario di quanto si dice, ossia: devo usare uno schema che faccia da sfondo di contrasto a quanto voglio dire.

Non dimentichiamo che il Signore Gesù si è incarnato in una cultura semitica, e di questa cultura ha assunto una caratteristica, e l’ha sposata forse come nessuno: il linguaggio paradossale. Impossibile leggere i Vangeli se non si è disposti ad affrontare i paradossi. Quando si leggono i Vangeli, fra le molte cose a cui si può essere portati, di certo si è portati a pensare. Tocca restarci con la testa su. Gesù, per quello che ci resta della sua comunicazione, ci costringe ad ascoltarlo. Era un maestro. Un didàscalo. E parlava in parabole, ossia con analogie. E rompeva gli schemi comunicativi. Questo è saper parlare!

giovedì 14 novembre 2019

Si fa sera e il giorno ormai volge al declino.

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Di seguito il testo integrale della lectio magistralis pronunciata da sua eminenza, cardinale Robert Sarah, Prefetto del Culto Divino e della disciplina dei sacramenti in occasione della presentazione del suo libro “Si fa sera e il giorno ormai volge al declino” svoltasi alla Casa Ildefonso Shuster di Milano il 9 novembre scorso. L'evento è stato realizzato dalla Nuova Bussola Quotidiana in collaborazione con Cantagalli editorie. 
Gentili Signori,
Cari Amici,
grazie per avermi accolto qui, grazie a Riccardo Cascioli per avermi voluto invitare a presentare il mio ultimo libro presso questo luogo intitolato alla memoria del Beato Ildefonso Schuster, grande cardinale arcivescovo di Milano per 25 anni, monaco benedettino, grande pastore di anime e fondatore del glorioso seminario milanese di Venegono. Grazie a Voi tutti qui presenti. Mi sento molto onorato della vostra presenza ed amicizia.
"Si fa sera e il giorno ormai volge al declino" analizza la crisi della fede, la crisi sacerdotale, la crisi della Chiesa e il crollo spirituale dell'Occidente. Dopo averlo letto, un giornalista mi ha posto la seguente domanda: "Cosa dice a coloro che potrebbero pensare che il Suo libro sia pessimista, persino allarmista?" Ho risposto che il libro cerca di fare un’analisi e una diagnosi con la massima cautela e una grande preoccupazione per il rigore, la precisione e l'obiettività. E mi sembra di non essere troppo lontano dalla verità e dalla realtà delle cose e delle situazioni. Naturalmente, l'immagine della decadenza dell'Occidente e del mondo può sembrare tetra.
UNA CRISI TANTE CRISI
Ma già lo stesso Papa Benedetto XVI nel 2005 a Subiaco, appena un mese prima della sua elezione alla Sede di Pietro, diceva che l'Occidente stava attraversando una crisi che non si è mai stata verificata nella storia dell'umanità. Ciò che descrive il mio libro è incontestabilmente la realtà. Ciò che è ora uscito allo scoperto ha cause profonde per cui bisogna avere il coraggio e l’onestà per denunciarle con chiarezza. La crisi che il clero, la Chiesa, l'Occidente e il mondo stanno vivendo è radicalmente una crisi spirituale, una crisi di fede in Dio e di conseguenza una crisi antropologica. Non si può dire che non ci sia crisi di fede, mentre le chiese si stanno svuotando. Per esempio: in Germania ogni anno almeno 200.000 persone lasciano la Chiesa cattolica, e complessivamente 300.000 persone abbandonano le chiese protestanti. Il declino della fede nella presenza reale di Gesù Eucaristia è al centro dell'attuale crisi e declino della Chiesa, specialmente in Occidente. Noi Vescovi, sacerdoti e fedeli laici siamo tutti responsabili della crisi sacerdotale e della decristianizzazione dell'Occidente. George Bernanos scrisse prima della guerra: "Continuiamo a ripetere, con lacrime di impotenza, pigrizia o orgoglio, che il mondo è decristianizzato. Ma il mondo non ha ricevuto Cristo - non pro mundo rogo - siamo stati noi ad averlo ricevuto per lui, è dal nostro cuore che Dio si ritira, siamo noi che decristianizziamo noi stessi, miserabili!” (Noi francesi in “Scandalo della Verità”, Point/Seuil, 1984). 
CHIESA SOCIOLOGA
Invece di affrontare la questione cruciale di Dio, della fede e la missione fondamentale della Chiesa che è la proclamazione del Vangelo e il nome di Gesù Cristo, unico Salvatore del mondo, passiamo molto tempo a parlare di omosessualità, accoglienza dei migranti, dialogo, ambiente, questioni socio-economiche e politiche, e tutta una strategia di pressione è organizzata per cambiare l'insegnamento della Chiesa sul celibato e la morale sessuale. Non sto dicendo che queste questioni importanti e urgenti debbano essere minimizzate o trascurate, perché la Chiesa deve anche affrontarle candidamente e alla luce della rivelazione. Eppure Dio è messo in disparte. La crisi spirituale che stiamo attraversando è quasi globale. Ma ha la sua origine in Europa. Il rifiuto di Dio è nella coscienza occidentale. Non solo Dio è respinto, ma Frédéric Nietzsche, che potrebbe essere considerato il portavoce dell'Occidente, dice: "Dio è morto! Dio rimane morto. E siamo stati noi ad ucciderlo... Siamo gli assassini di Dio”. A questa morte di Dio nel mondo degli uomini, Nietzsche opporrà la profezia del "superuomo", capace di sostituire Dio. Ed ecco che la profezia di Nietzsche si realizza con il Transumanismo. L’uomo si fa Dio.
In questo rifiuto di Dio, e in questa crisi di fede, non si tratta principalmente di un problema intellettuale o teologico nel senso accademico della parola. Si tratta di ritrovare una fede viva, una fede che permea e trasforma la vita. Se la fede non riacquisterà una nuova vitalità diventando una profonda convinzione e una forza reale attraverso l'incontro personale e intimo che stabilisce con Gesù Cristo, tutte le riforme della Chiesa che intraprendiamo rimarranno inefficaci e vuote e noi ci avvieremo alla rovina totale. Questa perdita del senso di fede è la fonte e la radice della crisi della civiltà, della crisi della Chiesa e del sacerdozio che stiamo vivendo oggi.
Come nei primi secoli del cristianesimo, quando l'Impero Romano crollò, tutte le istituzioni umane oggi sembrano essere sulla via della decadenza. Perdendo il significato di Dio, le fondamenta di tutta la civiltà umana sono state indebolite e si è aperta la porta alla barbarie totalitaria.
L'uomo separato da Dio è ridotto alla sua unica dimensione orizzontale. Questa amputazione è proprio una delle cause fondamentali del totalitarismo che ha avuto conseguenze tragiche nel XX secolo. Oscurando il riferimento a Dio, lasciamo spazio al relativismo e a una concezione ambigua della libertà, che finisce per collegare l'uomo agli idoli. Se Dio perde il suo carattere centrale, se l’uomo nega il Primato di Dio, l'uomo perde il suo posto legittimo, non trova più il suo posto nella creazione, nei rapporti con gli altri. Il moderno rifiuto di Dio ci racchiude in un nuovo totalitarismo: quello del relativismo e del liberalismo assoluto che non ammettono nessuna legge diversa da quella del profitto economico e politico.
CELIBATO SOTTO ATTACCO
Il sacerdozio stesso è entrato in una crisi senza precedenti, unica nella storia della Chiesa. Il celibato sacerdotale è considerato una realtà disumana, impossibile, un'imposizione crudele di cui bisogna liberarsi. Non credo che in passato abbiamo visto accuse così pesanti e orribili come quelle attualmente dirette contro cardinali, vescovi, sacerdoti talvolta persino condannati a pene detentive. Certamente il clero non è sempre stato esemplare nella sua condotta. Ma ciò che viene orchestrato in modo machiavellico e ciò che è reale oggi riguardo al clero è senza precedenti e doloroso. Nella storia del mondo e dei popoli, non sembra che ci sia stata una civiltà o popoli che hanno legalizzato l'aborto, l'eutanasia o demolito la famiglia e rotto il matrimonio in questa misura, come fa l'Occidente oggi. Eppure questi sono aspetti essenziali della vita umana. Il mondo moderno è in una crisi che minaccia mortalmente il suo futuro e la sopravvivenza dell’umanità.
Naturalmente, non dobbiamo ignorare gli straordinari successi dell'Occidente in termini di scienza e tecnologia. È infatti evidente che il mondo moderno presenta una straordinaria intensità di vita intellettuale con un progresso meraviglioso e prodigioso di tutte le scienze, lo straordinario sviluppo di Lettere e Arti, il progresso fantastico di una moltitudine di tecniche che mettono sempre più risorse a servizio dell'uomo su tutta la superficie del pianeta, il notevole sviluppo di relazioni umane o contatti grazie a tecnologie prodigiose e mezzi davvero eccezionali di comunicazione sociale. Anche se gli uomini possono usare tutto questo progresso per fare il male, diffondere menzogne, incitare dissolutezza morale e violenza, provocare la guerra e distruggersi a vicenda, sarebbe assurdo negare che, di per sé, questi mezzi tecnici sono positivi e sono un vero progresso. Dobbiamo anche notare una proliferazione senza precedenti delle correnti di pensiero e delle ideologie più diverse.
Nonostante tutti questi aspetti positivi e questi immensi successi scientifici e tecnologici, non possiamo onestamente negare il deficit cronico del tasso di natalità soprattutto in Occidente, la programmata demolizione delle fondamenta della famiglia e del matrimonio, i vizi contro natura, gli atti di pedofilia o abuso sui minori, gli atti omosessuali e gli orrori della pornografia che dissacrano e avviliscono il corpo maschile e femminile. Tutto ciò manifesta una profonda crisi antropologica.
L'ideologia di genere esacerba la crisi antropologica. Questa ideologia suggerisce che ognuno possa crearsi da sé, fino el genere sessuale, a scegliere di essere un uomo o una donna o una persona neutra. L'ideologia del genere è in qualche modo superata quando si parla ora di androginia e persone "senza genere" tra le altre categorie che si moltiplicano nel discorso contemporaneo. Così potremmo essere tutto o niente secondo gli stati d'animo interiori di ciascuno e mascherare il nostro corpo giocando con la differenza sessuale. Un modo per rimuovere l'uomo dai limiti della sua condizione umana, mentre tutti noi dobbiamo riceverci nel nostro corpo come un uomo o una donna. Noi siamo donati a noi stessi, invece di credere che ci doniamo a noi stessi. Ecco perché un uomo non diventerà mai una donna e una donna non diventerà mai un uomo, a meno di non mentire a se stessi o di giocare con le apparenze.
Come siamo arrivati a tanta follia, a una crisi di questo tipo. Questo perché abbiamo respinto in modo schiacciante Dio. Dio non ha più un posto nelle nostre società. L'unico luogo in cui è tollerato e posto agli “arresti domiciliari” è nel dominio privato. L'uomo ha preso il posto di Dio.
Egli emana nuove leggi in totale opposizione alle leggi di Dio e a quelle della natura. Gli uomini occidentali credono e permettono agli uomini di "sposarsi" legalmente l'un l'altro, e le donne anche tra di loro, e a questi partner dello stesso sesso di poter adottare bambini, rimescolando radicalmente e offuscando l'intero sistema di filiazione e parentela. Mentre si ha l'impressione che ci sia una lotta per la sopressione o l'abolizione della pena di morte, allo stesso tempo l'assassinio di bambini nascituri è diventato legale. L'aborto è persino diventato un “diritto” delle donne. Gli anziani o i malati possono venire legalmente eutanasizzati in alcuni Paesi europei. Mentre combattiamo ovunque contro le mutilazioni genitali, una pratica disumana diffusa in alcuni Paesi, stiamo legalizzando congiuntamente la mutilazione di persone che vogliono cambiare sesso in Occidente.  Oggi viviamo in confusione e in un vero e proprio cambio di usanze e costumi. C'è il rifiuto di accettarsi come creature di Dio.
IL RIFIUTO DELLA PATERNITA'
Il crollo spirituale, la confusione nell'insegnamento dottrinale e morale della Chiesa e l'erosione della fede cristiana hanno quindi caratteristiche puramente occidentali. Vorrei sottolineare in particolare il rifiuto della paternità. Abbiamo convinto i nostri contemporanei che, per essere liberi, non si deve dipendere da nessuno. Questo è un tragico errore. Gli occidentali sono convinti che ricevere sia contrario alla dignità della persona umana. Eppure l'uomo civilizzato è fondamentalmente erede; riceve una storia, una cultura, una lingua, una religione, una fede, un nome, una famiglia, una tradizione, una patria ecc. È questo che lo distingue dal barbaro. Rifiutarci di aderire a una rete di dipendenze, eredità e parentela ci condanna ad entrare nella giungla della concorrenza di un'economia lasciata a se stessa. Poiché si rifiuta di accettare se stesso come erede, l'uomo si condanna all'inferno della globalizzazione liberale, senza parametri morali o etici, dove gli interessi individuali si scontrano senza alcuna legge diversa da quella del profitto a tutti i costi.
In questo mio libro, "Si fa sera e il giorno ormai volge al declino", voglio ricordare agli occidentali che la vera ragione di questo rifiuto di ereditare, di questo rifiuto della paternità, è fondamentalmente il rifiuto di Dio, il rifiuto di Dio nelle società occidentali. Riceviamo da Lui la nostra natura di uomo e di donna. "Dio ha creato l'uomo a Sua immagine, a immagine di Dio, lo ha creato, uomo e donna, li ha creati" (Gn 1.27). Questo, tuttavia, diventa insopportabile per le menti moderne. L'ideologia del genere è infatti un rifiuto luciferino di ricevere da Dio una natura sessuale.
Così alcuni, in Occidente, si ribellano a Dio e si oppongono al loro Creatore e Padre a testa alta, e si mutilano orribilmente ma inutilmente per cambiare sesso. Ma fondamentalmente non cambiano la loro struttura come uomo e come donna. L'Occidente si rifiuta di ricevere; accetta solo ciò che costruisce da se stesso.
4 STRADE PER USCIRE DALLA CRISI
Ma – in concreto cosa dobbiamo fare per uscire da queste crisi?
Lavorare all’unità della Chiesa, anzitutto. Essa poggia su quattro colonne, che noi siamo chiamati a rinforzare e a ricostruire, ove vacillassero e cadessero, con pazienza giorno per giorno. Queste quattro colonne sono: la preghiera; la dottrina cattolica; l’amore di Pietro; la carità fraterna.
1.      Preghiera
Senza l'unione intima con Dio, nella preghiera, la contemplazione e l’adorazione silenziosa, qualsiasi impegno a rafforzare la Chiesa e la fede sarà inutile e dannoso. La preghiera deve diventare il nostro respiro più intimo. Ci rimette di fronte a Dio. Colui che prega si salva, colui che non prega è dannato, ha detto Sant'Alfonso. Una Chiesa che non porta la preghiera come bene più prezioso corre verso la perdita di se stessa. Se non riprendiamo il senso delle veglie lunghe e pazienti con il Signore, lo tradiremo.  Gli Apostoli lo fecero: crediamo noi stessi di essere migliori di loro? Senza la preghiera, avremmo l'illusione di servire Dio quando stiamo solo facendo l'opera del Male. Non si tratta di moltiplicare le devozioni. Si tratta di fare silenzio e di adorare. Si tratta di inginocchiarsi spesso davanti il Santissimo.
2.      Dottrina cattolica
Non dobbiamo inventare e costruire l'unità della Chiesa. La fonte della nostra unità ci precede e ci viene offerta. Sono ferito di vedere tanti pastori vendere la dottrina cattolica e creare confusione, smarrimento e divisioni tra i fedeli. Dobbiamo al popolo cristiano un insegnamento chiaro, fermo e stabile. Come possiamo accettare che le conferenze episcopali si contraddicono a vicenda? Dove regna la confusione, Dio non può vivere!
L'unità della fede implica l'unità del magistero nello spazio e nel tempo. Quando ci viene imposto un nuovo insegnamento, esso deve sempre essere interpretato in conformità con l'insegnamento di cui sopra. Se introduciamo rotture e rivoluzioni, rompiamo l'unità che governa la Santa Chiesa attraverso i secoli. Ciò non significa che siamo condannati all’immobilismo. Ma ogni evoluzione deve essere una migliore comprensione, uno sviluppo e un approfondimento del passato. L'ermeneutica della riforma nella continuità che Benedetto XVI così chiaramente ha insegnato è una conditio sine qua non dell’unità della Chiesa.
Coloro che annunciano il cambiamento e la rottura sono falsi profeti! Non stanno cercando il bene del gregge. Sono mercenari nell'ovile!
La nostra unità sarà forgiata attorno alla verità immutabile della dottrina cattolica. Non ci sono altri modi. Voler conquistare la popolarità dei media al prezzo della verità è come fare il lavoro di Giuda! Certo, Gesù è esigente. Sì, seguendolo chiede di portare la sua Croce ogni giorno! La tentazione della codardia è ovunque. In particolare, regna sui pastori. L'insegnamento di Gesù sembra troppo difficile. Molti di noi sono tentati di pensare: "Quello che dice qui è intollerabile, non possiamo continuare ad ascoltarlo!" (Gv 6, 60). Il Signore si rivolge a coloro che ha scelto, a noi sacerdoti e vescovi, e ci chiede di nuovo: "Anche tu vuoi andartene?"  (Gv 6, 67).
Dio vuole che siamo in grado di rispondergli con San Pietro, pieno di amore e di umiltà: "Da chi andremo Signore? Tu solo hai parole di vita eterna! (Gv 6, 68).
3.      L’amore di Pietro
Il Papa è portatore del mistero di Simon Pietro al quale Cristo disse: "Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa" (Mt 16, 18). Il mistero di Pietro è un mistero di fede.
Gesù voleva dare la sua Chiesa a un uomo. Per ricordarci meglio, lasciò che quest'uomo lo tradisse tre volte davanti a tutti, prima di consegnargli le chiavi della sua Chiesa. Sappiamo che la barca della Chiesa non è affidata ad un uomo a causa di straordinarie capacità superomistiche. Crediamo, tuttavia, che quest'uomo sarà sempre assistito dal pastore divino per mantenere ferma la regola della fede. Non abbiamo paura! Sentiamo Gesù: "Tu sei Simone. Il tuo nome sarà Pietro! (Gv 1,42). Fin dalle prime ore, il tessuto della storia della Chiesa è stato intrecciato: il filo d'oro delle decisioni infallibili dei pontefici, i successori di Pietro, il filo nero degli atti umani e imperfetti dei papi, successori di Simone.
Cari amici, i pastori sono coperti da difetti e imperfezioni. Ma non è disprezzandoli che costruirete l'unità della Chiesa. Non abbiate paura di esigere da loro la fede cattolica, i sacramenti della vita divina, l’esempio della purezza nella loro condotta morale! Ricordate la parola di Sant'Agostino: "Quando Pietro battezza, è Gesù che battezza. Ma quando Giuda battezza, è ancora Gesù che battezza!” Il più indegno dei sacerdoti rimane lo strumento della grazia divina quando celebra i sacramenti. Guarda fino a che punto Dio ci ama! Egli accetta di mettere il suo corpo eucaristico nelle mani sacrileghe dei preti miserabili.
Se pensate che i vostri sacerdoti e vescovi non siano santi, allora siate santi per loro! Pregate, fate penitenza, digiunate per i loro difetti e la loro codardia. Solo così si può portare il fardello dell'altro!
4.      Carità fraterna
Ricordiamo le parole del Concilio Vaticano II: "La Chiesa è il sacramento dell'unità della razza umana". Nonostante questo, tanto odio e divisione la sfigurano. È ora di trovare un po' di gentilezza tra di noi. È tempo di annunciare la fine del sospetto! Per noi cattolici è tempo di "entrare in un vero processo di riconciliazione interna", nelle parole di Papa Benedetto XVI. Cristo ha steso per tutti le braccia sulla Croce affinché da quel momento in poi, la Chiesa potesse aprire le proprie e noi riconciliarci in lei, con Dio e tra di noi.
Il cuore di un cristiano che vive la fraternità e l’incontro trova la sua amalgama nella carità, ovvero l’Amore che Dio ha rivelato. “Una Chiesa senza la carità non esiste”, ha detto Papa Francesco in un messaggio alla Caritas Internationalis.
Un importante filosofo contemporaneo francese, Fabrice Hadjadj, ha coniato una formula geniale parlando delle “eresie della carità” proprie dell’uomo moderno, che confondono la carità con il semplice voler bene (nel migliore dei casi) o con l’elemosina (nei casi peggiori). Ma la carità è l’amore di Dio: è Dio stesso, perché Dio è amore, dice San Giovanni; noi perciò “siamo” la carità, e ci facciamo testimoni della carità verso il prossimo, perché Dio ci ha amati per primi. Così è anche per la misericordia, banalmente intesa da molti come un colpo di spugna sui propri peccati. È vero che Gesù ci precede sempre e ci attende con le braccia spalancate, ma sta a noi avere anche un moto verso di Lui! Gesù è morto in croce, con le braccia aperte verso gli uomini: è morto implorando per noi il perdono del Padre. Chi può fare questo se non Dio stesso? Come facciamo a non riconoscerlo? Sempre Papa Benedetto ha detto che “solo laddove si vede Dio, comincia veramente la vita, solo quando incontriamo in Cristo il Dio vivente, noi conosciamo che cosa è la vita”. “Se vedi la carità, vedi la Trinità”, scriveva Sant’Agostino.
Dunque, l’amore di Dio non è un afflato sentimentalistico, ma una esperienza che dà vita nell’incontro con la persona di Gesù Cristo. Poiché siamo tutti figli di un unico Padre, nel battesimo siamo anche tutti fratelli. Il nostro amore gli uni per gli altri deriva dunque dalla paternità di Dio in Cristo. Se Dio è Amore (1 Gv 4; cfr. enciclica Deus Caritas est), Egli – come ricorda Giovanni Paolo II nella Familiaris Consortio – “chiamando l’uomo all’esistenza per amore, l’ha chiamato allo stesso tempo all’amore” (FC, n. 11). Gesù ha detto: "Amatevi come io vi ho amato" (Gv 13,34). Ritengo che proprio in quel "come io ho amato voi" possiamo trovare tutte le ragioni per la specificità del nostro modo di vivere personalmente la carità, perché il metro di misura, è dunque Cristo, quello che Lui ha rivelato con la sua parola e la sua vita. In Lui, che è la fonte e la radice della carità cristiana, risiede tutta la densità teologica del nostro agire. Se manca questa prospettiva propriamente teologale e teologica, cadiamo in un orizzontalismo che alla fine penalizza la persona, perché la considera solo nei termini della sua relazione alla società, e non della sua integralità.
AMORE TOTALE A DIO
In conclusione, carissimi amici, il punto di partenza è solo l’amore totale verso Dio. Non esiste altra soluzione. Noi possiamo amare il prossimo come Dio ci ha amati, solo perché Dio ci ha amati per primi. Perciò, anche quando parliamo dell’amore, non facciamo riferimento a un sentimentalismo astratto e passeggero, ma all’amore duraturo ed eterno, quello che ci viene donato da Dio. L’amore è un termine talmente abusato e violentato nella società contemporanea che dovremmo avere almeno un po’ di pudore nel pronunciarne il nome.
Che bella la frase più famosa e conosciuta del Cardinale Schuster: "L’amore lo si riconosce dal dono. E poiché ogni dono proviene dall’amore, il primo, tra tutti i doni, è l’amore".
Se possiamo rispondere umilmente, semplicemente: "Signore, tu sai tutto, sai bene che ti amo", allora egli ci sorriderà, allora Maria e i santi del cielo ci sorrideranno e, a ciascuno di noi Dio dirà, come disse una volta a San Francesco "Vai a riparare la mia Chiesa!" Andate, riparatela con la vostra fede, con la vostra speranza e la vostra carità. E non con le vostre polemiche, discussioni ed opposizioni. Andate a ripararla con la vostra preghiera e la vostra fedeltà. Come ha scritto Benedetto XVI nella Deus caritas est: “l’amore è divino perché viene da Dio e ci unisce a Dio e, mediante questo processo unificante, ci trasforma in un Noi che supera le nostre divisioni e ci fa diventare una cosa sola, fino a che, alla fine, Dio sia ‘tutto in tutti’” (1 Cor 15,28). Ma l’amore di Dio e l’amore del prossimo sono inseparabili: la Chiesa stessa è una storia d’amore. L’amore è esigente! Amare veramente è amare fino alla morte e alla morte di croce. L’uomo oggi è scoraggiato di fronte al cammino che lo attende, perché non capisce più i motivi per cui vive: egli ha bisogno di obiettivi alti, vuole obiettivi alti, perché la sua meta è la santità. Uno scalatore punta alla vetta, perché sa, che lì, troverà pace e ristoro; ma se ascoltasse le voci di chi lo scoraggia, cadrebbe nel dirupo. Il punto è che, oggi, appare più comodo, non impegnarsi per le vocazioni nobili, esigenti e grandi: siamo nella società polverizzata, nella cultura del desiderio che si fa diritto. L’uomo deve capire che la santità è un cammino, che si percorre, offrendo quotidianamente a Dio, il valore delle cose che si compiono: in famiglia, nel lavoro, nella vita sociale e comunitaria.
Questo ci insegnano i grandi santi della Chiesa. E non c’è niente di più bello. 
Vi ringrazio!
Robert Sarah
PREFETTO DEL CULTO DIVINO E DELLA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI

martedì 15 ottobre 2019

Giuseppe, “il re dei sogni”

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Catechesi in piazza al festival francescano di Rieti

Una bella catechesi per i giovani e per chi crede che dinanzi a Dio non fa mai male farsi giovani, farsi piccoli come Francesco. Un fine mattinata di sabato nell’assolata piazza cuore del festival francescano dove i gazebo riparano a fatica dal sole ottobrino che ancora picchia bene: ma vale la pena fermarsi per ascoltare don Gianvito Sanfilippo che propone una riflessione a partire dalla figura di Giuseppe, “il re dei sogni”.
Prete della diocesi di Roma, responsabile del centro vocazionale del seminario “Redemptoris Mater” di Roma e responsabile della fascia post-Cresima nell’ambito del Cammino Neocatecumenale, don Gianvito si fa seguire bene e parla dritto al cuore. Riprende la straordinaria storia del penultimo figlio di Giacobbe: quello preferito dal padre, venduto dai fratelli gelosi, finito in Egitto e da schiavo divenuto viceré fino ad accogliere gli israeliti che da Canaan si trasferiscono nella terra dei faraoni.
La ripercorre brevemente e con sagacia, don Vito, quella storia narrata negli ultimi capitoli della Genesi più avvincente di un romanzo, per aiutare a riflettere che, in fondo, Giuseppe è ciascuno di noi. La sua storia, così particolare e avventurosa, quasi da favola, è in realtà la vicenda di chi capisce che dietro ogni situazione c’è un disegno. È quella di chi, dinanzi ai fratelli che lo hanno tradito e che è capace di ritrovare e perdonare appunto “da fratello”, è capace di riconoscere che è stato Dio a farlo venire qui, che Dio si serve delle righe storte per scrivere dritto: «una visione diversa della storia, che vede come provvidenziale anche l’invidia, anche il peccato», dice il sacerdote.
Non va mai dimenticato, infatti, che la Bibbia non è solo una raccolta di storie del passato, belle e significative quanto vogliamo ma alla fine storie di qualcun altro: è Parola divina, «e come tale ha il potere di ripetersi, di parlare a ciascuno di noi nell’oggi della propria vita».
Quella di Giuseppe è la vicenda che fa ben comprendere la pedagogia di Dio, che si serve di due cose, fa capire la catechesi di don Gianvito: «Primo, l’esperienza dell’ingiustizia subita, che gli fa sperimentare che comunque Dio lo ha ascoltato». L’esperienza di finire ingiustamente condannato lo fa prefiguratore di Gesù stesso, «in una catena di giovani che sanno ascoltare», in cui prima di Cristo troviamo «il giovane Mosè, il giovane Davide, il giovane Neemia» e tanti altri, e anche dopo Gesù «il giovane Pietro, il giovane Francesco, il giovane Antonio, la giovane Teresa» e così via. «Chissà, qui a Rieti, quanti giovani sta ancora chiamando Dio attraverso le ingiustizie», attraverso le prove che vengono subite e che servono a crescere per capire che Dio non abbandona e con un male prepara un bene più grande.
La seconda cosa di cui Dio si serve è quella tentazione cui il giovane Giuseppe resistette e ciò gli causò l’ingiusta accusa: l’insidia sensuale della moglie del padrone Potifar che ci aveva sfacciatamente “provato” con l’aitante servo e che si vendicò accusando di essere lui ad averci provato con lei… «La tentazione sessuale, quella che ci mette dinanzi alla sacralità del nostro corpo che è un profeta»: l’erotismo, spiega il sacerdote, è un dono di Dio, «che però ha due difetti: egoismo e infedeltà. Difetti che l’hanno vinta a meno che dall’alto non giunga l’altro dono di Dio: l’agàpe», l’amore che non è solo erotismo.
Del resto Dio ci ha creati buoni, ma «ognuno di noi ha un avversario: perché insieme alla creazione visibile ha creato gli angeli e tra loro ci sono quelli che nella loro libertà si sono ribellati al Creatore, ci sono i diaboloi, i divisori, che ci vogliono dividere da lui». Eppure Dio «ci stima lo stesso, ci ama nonostante il peccato»: questa la grande, bella notizia da gridare forte!
Si deve aver fiducia in colui che ha vinto il peccato, che se l’è addossato. Ma «non restate nel peccato, perché il peccato è una m…» dice per andare dritto al cuore dei giovani don Gianvito: «se resti nel peccato sarai sempre solo, triste, insoddisfatto». Perché «un conto è essere peccatori, un conto essere corrotti, come ha detto bene papa Francesco: la differenza tra peccatore e corrotto è che il peccatore riconosce il suo peccato e non vuole restarci, il corrotto trova scuse con se stesso per negare di starci o si giustifica con “che male c’è?” e “fanno tutti così!”: questo è diabolico!».
La buona notizia del cristianesimo è proprio questa: «che Cristo ascolta la nostra solitudine e ci dice di consegnare a lui i nostri peccati, perché possa prenderli su di sé e vincerli». Il festival francescano – che tra le sue tante iniziative comprende anche le confessioni di strada: in piazza San Francesco c’è sempre un frate confessore pronto ad amministrare il sacramento della Riconciliazione – può essere una buona occasione anche per ricordarsi di questo.