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venerdì 22 maggio 2020
domenica 26 marzo 2017
La beata degli zingari
GIORGIO BERNARDELLI
Una donna gitana è entrata da ieri 25 marzo a far parte della schiera dei beati della Chiesa cattolica. Si chiama Emilia Fernández Rodríguez e - con il solenne rito presieduto ad Aguadulce in Spagna dal cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le Cause dei santi - è andata ad affiancarsi a Zefirino Jiménez Malla, il primo e fino ad ora unico zingaro ad essere stato proclamato beato da Giovanni Paolo II nel 1997.
Come Zefirino anche lei salirà alla gloria degli altari per il martirio subito nella guerra civile spagnola. Anche se - a differenza di Jiménez Malla, fucilato per aver difeso un prete - Emilia morì in carcere per le conseguenze di un’emorragia da parto, di cui nessuno si prese cura. Insieme ieri, sabato 25 marzo, sono stati proclamati beati anche altri 114 martiri dell’Almeria, per la maggior parte sacerdoti uccisi in quegli anni bui per la Spagna.
Emilia era nata in una famiglia gitana di Tíjola il 13 aprile 1914. Battezzata e cresciuta nella fede cristiana, da ragazza si guadagnava da vivere come canestraia. A 24 anni sposa Juan Cortés, anche lui zingaro, e rimane presto incinta. Ma sui due giovani si abbatte presto la tragedia della guerra: Juan riceve la cartolina che gli intima l’arruolamento nella Guardia rivoluzionaria, per una guerra contro i franchisti che non è la sua. Emilia stessa si adopera per evitargli la leva obbligatoria: gli unge gli occhi con del solfato affinché sia scartato. Ma è tutto inutile. Così, quando il marito non si presenta alle armi, anche lei viene arrestata per diserzione sebbene la gravidanza sia ormai evidente; la condannano a sei anni di reclusione.
Il carcere, però, si rivela un’esperienza di fede profonda per Emilia: nella sezione femminile incontra un gruppo di donne dell’Azione cattolica, anche loro dietro le sbarre. Ed è con loro che la giovane gitana scopre la preghiera del Rosario: lei che non era andata a scuola si fa insegnare quelle parole in latino che iniziano a scandire le sue giornate. Le stesse guardie se ne accorgono e la sottopongono a interrogatori serrati: nel loro furore ideologico vorrebbero che denunciasse chi glielo ha insegnato; le promettono persino di liberarla se lo farà. Ma Emilia, nonostante la gravidanza ormai avanzata, tace.
Il 13 gennaio 1939, senza che le sia garantita alcuna assistenza, partorirà in carcere la sua bambina. Saranno le compagne di prigionia a battezzarla di nascosto dandole il nome Ángeles. Mentre per Emilia, però, inizierà l’ultimo tratto del Calvario: un’emorragia da parto non curata si rivelerà fatale, morirà una manciata di giorni dopo, il 25 gennaio. Con un ultimo oltraggio che le sarà riservato dai suoi persecutori anche dopo la morte: la bambina non sarà consegnata ai parenti, ma affidata a un istituto e poi data in adozione dal governo rivoluzionario. Nessuno ha più saputo la sua sorte ed essendo nata nel 1939 oggi potrebbe essere ancora viva senza conoscere la storia della sua vera madre. Una donna che nelle carovane degli zingari da domani sarà invocata come beata.
martedì 7 febbraio 2017
Takayama sugli altari

In Giappone beatificato Justus Takayama Ukon. Il principe missionario.
«Infaticabile promotore dell’evangelizzazione del Giappone», Justus Takayama Ukon «fu un autentico guerriero di Cristo, non con le armi di cui era esperto, ma con la parola e l’esempio». È il profilo spirituale del martire laico che il cardinale Angelo Amato ha beatificato martedì 7 febbraio, durante la celebrazione presieduta a Osaka in rappresentanza di Papa Francesco.
Il prefetto della Congregazione delle cause dei santi all’omelia ha ricordato come il nuovo beato (1552-1615), «educato all’onore e alla lealtà», maturò una «fedeltà al Signore Gesù così fortemente radicata da confortarlo nella persecuzione, nell’esilio, nell’abbandono». Infatti, ha aggiunto, «la perdita della sua posizione di privilegio e la riduzione a una vita povera e di nascondimento non lo rattristarono, ma lo resero sereno e perfino gioioso, perché si manteneva fedele alle promesse del battesimo».
Del resto, la singolare biografia di Justus è quella di «un principe di altissimo rango, appartenente alla classe più nobile del Giappone», che all’alba dell’evangelizzazione del suo Paese decide di abbracciare con entusiasmo la nuova fede portata dai missionari gesuiti. Anzi, ha sottolineato il celebrante, «con l’intento di diffondere il cristianesimo, fonda seminari per la formazione di catechisti» autoctoni, tra i quali molti subirono il martirio, come san Paolo Miki. Ma quando venne ordinata «l’espulsione dei missionari, interrompendone così la feconda attività evangelizzatrice», Justus piuttosto che abbandonare la fede scelse l’esilio. Riabilitato nel 1592, purtroppo nel 1614 subì l’emanazione di un nuovo editto che ingiungeva di abbandonare il cristianesimo. «Il rifiuto — ha ricordato il cardinale Amato — costò a Justus un sofferto periodo di privazioni e di solitudine. Prima deportato a Nagasaki, fu poi condannato all’esilio nelle Filippine». Insieme con trecento cristiani raggiunse Manila dopo una lunga e travagliata navigazione durata 43 giorni. Indebolito dalle malattie contratte durante la deportazione, si spense nella capitale filippina 44 giorni dopo l’arrivo. «Aveva 63 anni — ha spiegato il porporato — la maggior parte dei quali passati come straordinario testimone della fede cristiana in tempi difficili di contrasti e di persecuzione».
In pratica, ha detto ancora il prefetto della Congregazione delle cause dei Santi, il nuovo beato «visse da cristiano, non considerando il Vangelo come una realtà estranea alla cultura giapponese». Anzi «d’accordo con l’approccio dei missionari gesuiti, egli puntava esclusivamente sull’annuncio del Vangelo e sulla figura di Gesù, che donava la vita per la salvezza degli uomini e per la loro liberazione dal male e dalla morte». Al punto che «gli ultimi mesi della sua esistenza furono un continuo corso di esercizi spirituali, accompagnato dalla preghiera, dai sacramenti, dal raccoglimento e dalle conversazioni spirituali con i missionari». E fu «con questi sentimenti» che «accolse la morte offrendo la vita per la conversione del Giappone, pregando e perdonando i suoi persecutori. Spirò — ha rimarcato il cardinale Amato — invocando il nome di Gesù e consegnando come il protomartire Stefano il suo spirito al Signore».
Infine il porporato ha attualizzato la propria riflessione evidenziando l’eredità che Justus ha lasciato ai cristiani giapponesi. Egli, ha detto, «viveva di fede. E la viveva valorizzando le tradizioni della sua cultura». Con «il suo comportamento autenticamente evangelico aveva colto il messaggio centrale di Gesù, la legge della carità. Per questo era misericordioso con i suoi sudditi, aiutava i poveri, dava il sostentamento ai samurai bisognosi. Fondò la confraternita della misericordia. Visitava gli ammalati, era generoso nell’elemosina, portava assieme al padre la bara dei defunti che non avevano famiglia e provvedeva a seppellirli». Inoltre, ha concluso, «la spiritualità ignaziana lo spingeva alla meditazione, al silenzio, alla preghiera, al raccoglimento, alla mortificazione, al discernimento, alla rinuncia a se stesso».
L'Osservatore Romano
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Takayama Ukon: il samurai beato. Cerimonia a Osaka
Il Sole 24 Ore
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(Chiara Santomiero) Di famiglia aristocratica, rinunciò a potere e ricchezze pur di non rinnegare Cristo. Riconosciuto il martirio. Il severo codice di onore trasmesso di padre in figlio non gli permetteva di rinnegare il Signore a cui aveva giurato fedeltà; così, quando il cristianesimo fu messo al bando in Giappone, egli non tradì il suo Signore nemmeno nella persecuzione. Justo Takayama Ukon (1552-1615), più conosciuto come il "samurai di Cristo", viene beatificato oggi a Osaka durante un rito presieduto dall' inviato del Papa, il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi.Takayama era nato in una famiglia di daimyo, l' aristocrazia feudale giapponese. Quando aveva 12 anni, suo padre Dario, affascinato dalla predicazione di san Francesco Saverio che nel 1549 aveva introdotto il cristianesimo in Giappone, si era convertito con tutta la famiglia. Justo era il nome che gli aveva dato il gesuita padre Gaspare di Lella al momento del Battesimo. I Takayama erano una famiglia influente, possedevano territori e potevano ingaggiare eserciti: la loro protezione permise ai missionari gesuiti e francescani di diffondere il Vangelo e convertire al cattolicesimo decine di migliaia di persone. Questo "successo", assieme al timore che i missionari occidentali estendessero la loro influenza anche sulla famiglia imperiale, accese il fuoco della persecuzione da parte dello shogunato, il potere militare giapponese. I missionari furono espulsi e i cattolici giapponesi convinti ad abiurare. La famiglia Takayama non si piegò: rinunciò agli onori e alle proprietà ma rimase salda nella fede. Il 5 febbraio 1597 fu ordinata l' esecuzione di 26 cattolici, stranieri e giapponesi: furono crocifissi tutti a Nagasaki dove oggi il Museo dei martiri ricorda u- na delle pagine più tremende della chiesa nipponica. Nonostante le forti pressioni cui era sottoposto - l' abiura da parte di un personaggio del suo rango avrebbe rappresentato una vittoria per lo shogunato-- Justo Ukon continuò a professarsi discepolo di Cristo. La povertà e gli stenti, in parte alleviati dagli amici aristocratici di un tempo, ne minarono la salute. Nel 1614 lo shogun Tokugawa Ieyasu bandì definitivamente il cristianesimo dal Giappone e Justo si mise alla testa di un gruppo di 300 cattolici per guidarli nell' esilio verso le isole delle Filippine. Il gruppo si stabilì a Manila, ma l' inverno rigido aggravò la condizione fisica di Justo Ukon già resa precaria dalle persecuzioni subite in Giappone. Il "samurai di Cristo" morì il 3 febbraio 1615. Tre secoli dopo, il 21 gennaio delle scorso anno, papa Francesco ha autorizzato la firma del decreto per la beatificazione riconoscen-done il martirio: il grave deperimento provocato dai maltrattamenti sofferti in patria giustificano la corona di «ucciso in odio alla fede». Sulla figura di Takayama è stato realizzato un film-documentario Ukon il samurai - La via della spada, la via della Croce realizzato dalla regista Lia Beltrami e prodotto da Aurora Vision con il patrocinio del Pontificio Consiglio per la cultura, la collaborazione dell' ambasciata del Giappone presso la Santa Sede, della Conferenza episcopale del Giappone, i gesuiti d' Italia e la "Trentino Film Commission", presentato in Vaticano lo scorso aprile.
Avvenire
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La beatificazione di Justus Takayama Ukon.
Dalla spada alla croce
(Toni Witwer, Postulatore generale dei gesuiti) È stato il più grande “missionario giapponese” del Cinquecento, il laico Justus Takayama Ukon che il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, beatifica il 7 febbraio a Osaka in rappresentanza di Papa Francesco. Egli infatti ha vissuto la fede cristiana non come qualcosa di “straniero” ma proprio da giapponese: da principe di altissimo rango, ha aiutato a inculturare il cristianesimo per mezzo del suo esempio di vita fino alla morte in esilio.
Hikogorō, questo il suo nome giapponese, nacque probabilmente nel 1552 a Takayama — l’antica sede dell’omonima famiglia cui apparteneva — tre anni dopo l’arrivo del cristianesimo, introdotto dal gesuita Francesco Saverio. Apparteneva alla classe alta, i daimyō, signori feudali, governanti che erano al secondo posto dopo lo shogunnel Giappone medievale e della prima età moderna. I Takayama, che possedevano vaste proprietà, accettarono la presenza dei missionari e sostennero le loro attività, proteggendoli.
Dal 1558 la famiglia viveva nella fortezza Sawa, divenuta un centro cristiano dopo la conversione del padre Dario. Un missionario istruiva nella fede la famiglia e suoi sudditi. Justus ricevette il battesimo a dodici anni, insieme alla madre, ai fratelli e ad altre 150 persone. Tuttavia, crebbe comunque con la mentalità del guerriero e nel 1573 si batté in duello uccidendo l’avversario e riportando ferite che lo costrinsero a letto. Durante la convalescenza poté riflettere sul senso profondo della vita.
Intanto, a causa di conflitti, la famiglia dovette porsi al servizio di Wada Koremasa e si trasferì a Takatsuki. Dopo la rinuncia del padre al dominio, Justus divenne sovrano di Takatsuki. Nel 1574 si sposò con Justa: ebbero cinque figli e cinque nipoti.
La sua fede fu messa a dura prova quando, a causa di un conflitto tra signori, fece qualcosa di impensabile per un guerriero: invece di gettarsi nella battaglia, cercò di limitare le perdite il più possibile e di negoziare la pace. Presentandosi disarmato all’avversario, Ukon rinunciò a se stesso e si affidò completamente a Dio.
Il prendere coscienza della situazione in cui si trovava e l’aver sperimentato la propria impotenza gli permisero di approfondire la fiducia nel Signore e lo resero in modo crescente capace di rinunciare alla propria posizione, all’onore e alla vita stessa. Lo trasformarono da guerriero abituato a lottare come un eroe, in un uomo disposto a offrire se stesso per gli altri, capace di amare secondo l’esempio di Cristo. Grazie a questa seconda conversione Justus Takayama Ukon divenne un “missionario” che sapeva convincere non solo con le parole e le opere, ma anche con la condotta di vita, dando onore al proprio nome “Giusto”. Al punto che i giapponesi chiamarono il cristianesimo la “legge di Takayama”.
Per favorire la crescita della fede, si impegnò nella fondazione di seminari per la formazione di missionari e catechisti nativi, prima ad Azuchi, poi nella residenza di Takatsuki e infine a Osaka. La maggioranza dei seminaristi venivano dalle famiglie dei suoi sudditi. Tra loro san Paolo Miki e compagni martiri, la cui memoria si celebra il 6 febbraio.
Grazie alle attività missionarie e sociali di Justus, il numero dei cristiani nel dominio di Takatsuki, con circa 30.000 abitanti, aumentò da 600 nel 1576 a 25.000 nel 1583: in pratica la maggioranza del popolo. A lui si deve anche la fondazione della chiesa nella città di Osaka.
Particolarmente grande fu l’influsso di Justus sulla conversione di amici e nobili. Nella cerimonia del tè, che approfondisce il legame dell’amicizia e, quindi, il livello orizzontale, egli includeva la dimensione verticale che conduce all’unione con Dio e in lui.
Il trasferimento di Justus in un altro feudo aprì nuove possibilità di evangelizzazione cosicché, dal 1585 al 1587, furono battezzate alcune migliaia di persone. Ma l’editto di proibizione della religione cristiana, per cui nel 1587 fu ordinata l’espulsione dei missionari dal Giappone, interruppe la sua feconda attività. A Justus fu richiesto di abbandonare la fede; ma egli preferì lasciare il feudo e subire l’espulsione. Si rifugiò nell’isola di Shodoshima e un anno più tardi fu consegnato alla custodia di Maeda Toshiie, al servizio del quale rimase per i successivi 25 anni. A motivo dei meriti nelle battaglie, nel 1592 Justus fu riabilitato. Dopo la morte di Maeda Toshiie, servì il figlio Maeda Toshinaga. Ritiratosi dopo il 1600 secondo l’usanza giapponese, egli non portava più il titolo nobile Ukon-no-tayu ma il nome Tōhaku o Minami-no-bō, il nome del maestro della cerimonia del tè. Su desiderio di Justus, nel 1603 venne eretta la nuova residenza dei gesuiti a Kanazawa ed egli continuò a promuovere le attività missionarie nelle province del nord fino al 1614.
Il 14 febbraio di quell’anno, infatti, Justus Takayama e i suoi amici cristiani furono esiliati anche da Kanazawa: se non avessero abbandonato la fede cristiana, sarebbero stati deportati. L’espulsione dalla patria e il cammino faticoso in esilio a Manila fecero ulteriormente progredire Ukon nella fede. Malgrado tutte le sofferenze e le difficoltà, l’ultimo anno della sua vita fu decisivo per trasformarlo in un “vero martire”, come lo venerano i cristiani giapponesi. Durante questo tempo egli nutrì la speranza del martirio per morte violenta. Era certo che sarebbe stato ucciso e aspettava la fine con grande serenità. La navigazione verso le Filippine e l’esilio a Manila furono il tempo in cui Dio gli fece capire la differenza tra il desiderio attivo del martirio e l’essere esposto passivamente a condizioni che solo lentamente conducono alla morte. Ukon comprese che Dio gli chiedeva l’offerta della vita, nella forma del “martirio prolungato” dell’esilio. Sfinito dopo le fatiche del cammino e la navigazione di 43 giorni da Nagasaki a Manila, morì il 3 febbraio 1615, quaranta giorni dopo l’arrivo.
L'Osservatore Romano
venerdì 11 novembre 2016
Martino di Tours, esempio di lotta contro l’apostasia

di Osvaldo Rinaldi
Le vite dei santi sono un insegnamento per ogni cristiano, perché rivelano la loro grandezza nel lasciarsi guidare dalla volontà di Dio, il quale spesso gli conduce oltre i propri desideri ed aspirazioni. La vita di Martino di Tours risponde efficacemente a questo insondabile dilemma spirituale, presentandoci come la sua anima sia stata sempre attenta a discernere cosa Dio gli proponeva di compiere.
Martino nacque tra il 316 e 317 a Sabaria, nell’attuale Ungheria, nella provincia romana della Pannonia. La sua vita sembrava essere destinata alla carriera militare, dal momento che il padre era un tribuno militare dell’impero romano. Trasferitosi a Pavia, anche se proveniva da una famiglia pagana, Martino avvertì a 12 anni la chiamata del Signore che lo invitava a condurre una vita “monastica” nel deserto, imitando gli esempi di vita ascetica che stavano iniziando a diffondersi in Nord Africa e Medio Oriente.
Il suo intimo desiderio non potette realizzarlo nell’immediato, perché era in vigore una legge dell’impero romano che obbligava i cittadini a mantenere la stessa condizione sociale e lavorativa della figura paterna. Per Martino, la condizione di soldato non fu un impedimento per compiere opere di carità. A 18 anni donò la metà del suo mantello ad un povero. Nella stessa notte gli apparve Gesù Cristo che indossava quello stessa metà del mantello che aveva condiviso con l’indigente. Questo episodio lo condusse a chiedere il sacramento del Battesimo.
All’età di 25 anni lasciò la carriera militare per recarsi a Poitiers dal Vescovo Ilario, il quale dedicò la sua vita a difendere l’integrità della dottrina cristiana, combattendo con fermezza contro l’eresia ariana. Il vescovo Ilario pagò con l’esilio il suo opporsi alla politica ariana dell’imperatore Costanzo II e fu relegato in Asia. Anche Martino lasciò Poitiers, recandosi in anche a Milano, dove fondò un eremo, ma fu presto allontanato dal vescovo Aussenzio, anch’esso influenzato dall’eresia ariana.
Quando il vescovo Ilario di Poitiers tornò nella sua terra, anche Martino decise di rientrare, e in quell’occasione ebbe l’autorizzazione dal presule di ritirarsi in un eremo a Ligugé, nelle vicinanze di Poitiers. Nacque così la prima comunità monastica della Francia, formata da altri uomini che si aggregarono al futuro Santo. Martino oltre a studiare e meditare le Sacre Scritture, si dedicò all’annunzio del Vangelo ai poveri che vivevano nelle campagne, accompagnando la sua predicazione con vari miracoli.
La sua fama si diffuse per tutta quella regione al punto che nel 371 fu nominato, contro la sua volontà, vescovo di Tours. Compì egregiamente il suo ministero episcopale anche se continuava ad avere nel cuore la vita monastica. Martino scelse infatti di vivere, insieme ad altri fratelli che si aggregarono successivamente, in un eremo solitario a Marmoutir, diventando egli stesso Abate ed imponendo una regola austera di povertà, preghiera e penitenza.
Martino diventò l’amico dei poveri e degli ultimi, visitando i malati, i prigionieri ed i condannati a morte. Tanti miracoli sono avvenuti per suo tramite. San Martino morì l’8 novembre 397 a Candes-Saint-Martin, dove si era recato per compiere la sua ultima missione terrena di rimettere pace fra il clero locale. Ai suoi funerali assistettero migliaia di monaci e monache.
La vita di Martino è una luce di fede e di speranza che continua a risplendere a distanza di svariati secoli. Il suo desiderio non era quello di fuggire dalla realtà e nemmeno quello di isolarsi dal mondo. La sua vera intenzione era vivere un’autentica vita cristiana al servizio della Chiesa.
Anche oggi i cristiani sono chiamati a vivere con lo stesso spirito ecclesiale. Lo spirito mondano dell’individualismo e dell’egoismo ha corrotto la società e rischia di entrare sempre più in profondità nella vita della Chiesa. Il modo per fuggire dal veleno della mondanità è quello di aggrapparsi all’insegnamento del Vangelo, testimoniando la coerenza tra fede ed opere, tra parole ed azioni.
Il cristiano è chiamato ad essere riconosciuto non solo per la sua partecipazione alla Santa Messa, per il suo dichiararsi cristiano, per avere dentro casa statue di santi o icone, per avere nella sua macchina immagini sacre. Gli altri capiranno che siamo veramente cristiani se siamo disponibili all’ascolto e alla comprensione delle difficoltà altrui, se viviamo il perdono dimenticandoci del male ricevuto, se manteniamo la pace del cuore anche davanti alle difficoltà della vita, se viviamo gioiosi anche gli aspetti più semplici dell’esistenza, se la nostra famiglia è capace di rimanere unita anche davanti a dolorose situazioni.
Martino ha favorito la riappacificazione tra i membri della sua comunità. Il cristiano è un uomo e una donna di riconciliazione, che è il frutto più maturo dell’accoglienza dello Spirito Santo. Diventa sempre più urgente aderire alla missione beatifica del cristiano di essere operatore di pace.
Martino de Tours ha combattuto l’eresia ariana per difendere l’autenticità dell’insegnamento cristiano. Ogni periodo storico è caratterizzato da eresie, le quali si manifestano ogni volta con sembianze diverse, per ingannare l’uomo e portarlo lontano da Dio. Oggi non si usa più la parola eresia, perché viene considerata arcaica, ma si praticano liberamente tante forme di differenti di eresie spesso addolcite e nascoste. Il relativismo è l’eresia del momento perché considera allo stesso modo il bene e il male, equipara la famiglia ad altre forme di unioni, annulla il genere sessuale, propone modelli di relazione instabili, pubblicizza un abuso dei mezzi di comunicazione che portano a vivere un mondo virtuale, propone la liberalizzazione delle armi e delle sostanze stupefacenti. L’eresia dei nostri tempi si chiama apostasia, che rifiuta di credere all’esistenza di un Dio creatore e salvatore, decidendo di appoggiarsi a filosofie, culture ed ideologie create dall’uomo.
Martino è stato un esempio di virtù cristiana, perché ha chiesto a Dio la forza di combattere contro i mali del suo tempo. La memoria di questa grande santo della Chiesa dei primi secoli diventa un incoraggiamento a non lasciarsi vincere dal male, ma di affrontare il male con la forza dell’amore, dell’umiltà e della pazienza, le nobili virtù capaci di consolare e confortare i cuori afflitti di un’umanità ferita dall’orgoglio, dalla presunzione e dalla solitudine.
Zenit
mercoledì 6 luglio 2016
Maria Goretti, ovvero come divenire immortali
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di Osvaldo Rinaldi
Quel volto nessuno finora lo avevamai visto. Com’ era il viso di Maria Goretti, la piccola martire della purezza, proclamata santa da Pio XII nel 1950 e diventata simbolo del martirio di tante b...
M.FAMIGLIACRISTIANA.IT
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di Osvaldo Rinaldi
Maria Goretti nacque a Corinaldo (Ancona) il 16 ottobre 1890, secondogenita di sei figli. I suoi genitori, Luigi Goretti e Assunta Carlini, decisero di trasferirsi dalla Marche verso l’agropontino per cercare terreni adatti alla coltivazione. Il basso Lazio versava in situazioni di abbandono e degrado a causa dell’incuria delle terre paludose nelle quali inevitabilmente era molto diffusa la malaria. A causa di questo ambiente malsano, il papà Luigi nel 1900 si ammalò e morì in breve tempo.
Sua madre Assunta si trovò solo a portare avanti la famiglia, e fu obbligata a proseguire l’attività di suo marito nel duro lavoro dei campi. Affidò perciò a Maria l’incarico di occuparsi dei fratelli e di dedicarsi interamente alla gestione della casa. Il cambiamento radicale della sua situazione familiare fu vissuto dalla giovane sempre con fede umile e sincera. La pace interiore di Maria era alimentata da un perseverante dialogo con Dio attraverso la preghiera del cuore, la vita contemplativa della bellezza del creato, la lode gioiosa per il dono della vita, dalla recita quotidiana della preghiera del Santo Rosario, dalla partecipazione alla liturgia eucaristica e, non ultimo, dal servizio attento e premuroso verso i fratelli e le sorelle.
L’animo di Maria, malgrado la sua tenera età, era quel terreno fertile liberato dalla durezza interiore, dalle preoccupazioni del mondo, dalle seduzioni delle ricchezze, dalle spine del senso di abbandono che soffocano la volontà di Dio. Il suo cuore ebbe notevoli benefici spirituali attraverso la partecipazione alla prima Comunione, ricevuta all’età di 12 anni. L’occasione del primo incontro con il Signore Risorto presente nell’Eucarestia costituì per Maria una conferma della sua missione e del suo apostolato: rimanere sempre unita a Gesù, come la vite ai tralci, preferendo di essere potata piuttosto che essere tagliata e perdere quella relazione vitale con il suo Dio.
Maria espresse in cuore suo il santo proposito di preferire la morte piuttosto che offendere Dio commettendo il peccato. Questo era per lei il significato della partecipazione all’Eucarestia: offrire la propria vita sull’esempio di Cristo che ha donato la sua vita, come il chicco di grano caduto per terra che morendo non rimane solo ma produce molto frutto. Per lei lo spezzare il pane eucaristico significava partecipare in qualche misura al sacrificio di Gesù Cristo. Dio la stava preparando al compimento della sua missione.
Alessandro Serenelli, un giovane di 18 anni, che era da tempo amico di Maria, cercò di approfittare di lei e di violentarla. Maria Goretti cercò con tutte le sue forze di respingere quell’aggressione carnale. La reazione di Serenelli fu molto violenta, infliggendole 14 coltellate con un punteruolo. Maria Goretti fu subito portata in ospedale, ma le sue condizioni risultarono molto preoccupanti. Dopo l’operazione subita, ancora cosciente, ebbe il tempo e il coraggio di perdonare il suo assassino, sussurrando a sua madre, che era accanto a lei: “Per amore di Gesù gli perdono; voglio che venga con me in Paradiso”. Sul letto di morte fu iscritta tra le Figlie di Maria, ricevette gli ultimi sacramenti e lasciò questo mondo per essere accolta tra le braccia di Dio Padre nella comunione dei santi. Era il 6 Luglio del 1902. Maria Goretti fu proclamata santa nel 1950 da Papa Pio XII.
L’epilogo della vita della giovane lascia comprendere l’intensità e l’autenticità dell’amore che provava nel suo cuore per Dio Padre e per suo figlio Gesù Cristo. Quella carità costituiva che per lei era un tesoro prezioso da custodire nel suo intimo.
La lettura della storia di Maria Goretti appare fallimentare ed esagerata agli occhi del mondo: resistere ad una aggressione a tal punto da perdere la propria vita appare un atto eccessivo ed insensato secondo il parere di molta gente. Un gesto anacronistico, come quello – per portare un esempio dei nostri giorni – dei cristiani copti martirizzati in Libia davanti alla coste del mar Mediteranneo che hanno preferito rimanere fedeli al loro credo piuttosto che apostatare la fede cristiana.
Anche se il mondo non comprende questa fedeltà assoluta e trascendente, la Chiesa riconosce la grandezza dei suoi figli, nutrendo la certezza che la vita con morte non è tolta ma trasformata. La Chiesa invita i suoi fedeli a venerare questi martiri e a vedere le opere di vita e di conversione che scaturiscono da questi sacrifici. Alessandro Sabelli dopo un lungo periodo di reclusione, nel quale ebbe modo di pentirsi del male commesso, ebbe la grazia di chiedere perdono a mamma Assunta e di crescere nel desiderio di raggiungere il paradiso, così come Maria Goretti aveva chiesto a Dio prima di esalare l’ultimo respiro.
I martiri della Chiesa copta costituiscono per i fedeli egiziani un segno di continua speranza a rimanere fedeli alla fede cristiana malgrado le persecuzioni e le violenze subite da alcuni gruppi fondamentalisti del loro paese. La memoria viva del martirio non è solo un semplice ricordo, un atto di commiserazione umana, un esaltare l’eroicità di un essere umano, venerare e celebrare la vita di un martire significa chiedere a Dio di seguire il suo esempio di santità, imitarne le virtù eroiche, ricevere lo stesso spirito di coraggio e mitezza, ed infine avere l’umiltà di affidarsi all’intercessioni di quel santo che vive accanto a Dio ricordandosi di coloro che affidano alla sue preghiere.
Oltre al martirio fisico esiste quello spirituale, ed insieme sono la più alta testimonianza cristiana. Agli occhi del mondo sembrano debolezze, sconfitte e delusioni. Ma, vivere la santa rassegnazione con cuore fiducioso è un atteggiamento spirituale che costituisce la più grande testimonianza nel credere alla vita eterna, nella fede nella resurrezione della carne.
Credere nella continuità della vita dopo la morte è un dono della grazia che Dio vuole offrire a tutti gli uomini, i quali restano sempre liberi di accettare il dono della vita eterna. La testimonianza dell’immortalità rifulge proprio nel gesto del martirio e nei tanti segni che avvengono per l’intercessione di questi santi, dimostrando al mondo che essi vivono per sempre accanto a Dio, l’unica sorgente eterna della vita.
domenica 12 giugno 2016
La predica non va in vacanza
Beatificato a Vercelli il parroco don Giacomo Abbondo.

Istruzione popolare ed esercizi spirituali. È il binomio che ha caratterizzato gli oltre trent’anni — dal 1757 al 1788 — di ministero svolto a Tronzano dal parroco don Giacomo Abbondo, beatificato sabato 11 giugno nella cattedrale di Vercelli. «Pastore secondo il cuore di Cristo, interamente dedito alla parrocchia, alle anime, alla Chiesa»: così lo ha ricordato all’omelia il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, che ha presieduto il rito in rappresentanza del Papa.
«In tempi difficili — ha ricordato il porporato — seppe rispondere con sapienza e fortezza a una triplice sfida. Anzitutto, contrastò l’illuminismo, armonizzando fede e ragione e mettendo al centro della sua pastorale la conoscenza del vangelo e l’annuncio della Parola. Attraverso la Compagnia della dottrina cristiana favorì l’istruzione popolare e spesso, durante la stagione invernale, si recava egli stesso per la catechesi a domicilio nelle cascine lontane dal paese. Promosse gli esercizi spirituali e le missioni popolari».
Inoltre «si oppose al rigorismo del giansenismo, favorendo la frequenza ai sacramenti di grandi e piccoli e incentivando le devozioni popolari. Permise l’accesso dei bambini all’Eucaristia, anticipando così la storica decisione di san Pio X. Da Clemente XIII ottenne l’indulgenza plenaria per quanti si accostavano ai sacramenti nella festa della Madonna del Carmine, che diventò per il popolo una sorta di “Pasqua estiva”». Devoto al Sacro cuore e all’Immacolata, don Abbondo «era confessore paziente e misericordioso, prospettando ai fedeli la speranza del premio in paradiso. Fu parroco zelante e condusse una vita esemplare da tutti riconosciuta come santa».
Infine, terzo elemento rievocato dal cardinale celebrante, il beato «contrastò la diffusione del gallicanesimo, manifestando una speciale venerazione per il Papa. Viveva, infatti, in piena fedeltà al magistero pontificio, in filiale obbedienza al vescovo, in diligente tensione per la santificazione delle anime».
Attualizzando la riflessione il cardinale Amato ha quindi sottolineato come «formazione religiosa, vita sacramentale e devozione al Papa» siano le tre caratteristiche del beato. Del resto, ha fatto notare, «i santi non passano mai di moda, perché formati da Gesù, sempre presente in mezzo a noi come via, verità e vita». E don Giacomo «arricchisce ulteriormente il panorama della santità sacerdotale piemontese».
In proposito il prefetto della congregazione vaticana ha citato le parole con cui don Abbondo rinunciò all’usanza vercellese di sospendere la predicazione nei mesi estivi a causa del clima afoso insopportabile: «Qui è ignoto il nome di vacanza», disse. E «questa scrupolosità apostolica meritò una nota di merito nella relazione del vescovo Vittorio Costa D’Arignano durante la visita pastorale del 1775».
Commovente l’elogio dei 74 capi di casa riuniti dopo la sua morte, che esaltavano il «signor prevosto don Jacopo Abbondo d’immortale memoria per la perspicacia del suo ingegno, per la profondità della sua dottrina, per la santità della sua vita, per la somma prudenza nella sua condotta e per l’instancabilità nell’esercizio del pastorale suo ministero». Grazie a lui infatti, ha concluso il cardinale Amato, «la parrocchia di Tronzano era diventata una comunità modello».
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Verso gli onori degli altari suor Maria di Gesù Santocanale. Signora madre
(Enza Amodeo) Povera tra i poveri per condividere con i fratelli le difficoltà di ogni giorno. È Maria di Gesù Santocanale (1852-1923), fondatrice della congregazione delle suore cappuccine dell’Immacolata di Lourdes, che il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, domenica 12 giugno, nella cattedrale di Monreale, beatifica in rappresentanza di Papa Francesco.
Carolina Concetta Angela nasce a Palermo il 2 ottobre 1852 da Caterina Stagno e da Giuseppe Santocanale, dei baroni della Celsa reale. Cresce circondata dall’affetto dei genitori e dei nonni, che la custodiscono con premura. È la primogenita di sei fratelli. Viene istruita nelle lettere, nel francese, nella musica, ma anche nel ricamo e cucito, e nei lavori di casa.
A sedici anni è una bella ragazza, sensibile, estrosa, intelligente. Ama curare il suo aspetto, ha il desiderio di amare. Ma Dio ha altri progetti su di lei. Nella Quaresima del 1869 l’ascolto della parola di Dio la trasforma. Carolina comincia ad apprezzare la bellezza della “verginità”. A 19 anni è chiamata al capezzale del nonno, morente a Cinisi (Palermo), dove incontra don Mauro Venuti, il sacerdote destinato divenire il suo direttore spirituale. La giovane non esita ad aprirgli l’animo e scopre che Dio la chiama a uno stato di maggiore perfezione. La sua risposta è pronta, decisa. A 21 anni il suo bisogno di contemplazione la spinge a pensare al monastero di Santa Caterina. Ma la profonda miseria materiale e spirituale vista a Cinisi, la sconvolgono.
Nel Terz’ordine francescano, Carolina individua la sua scelta di vita, perché in esso può fondere i suoi due ideali: di contemplazione, seguendo la mistica di Francesco d’Assisi, e di azione, aiutando i poveri. Il Signore, prima di renderla degna di tale missione, la purifica attraverso sedici lunghi mesi di malattia. Guarisce nel 1887 grazie all’aiuto di un medico, amico di famiglia, e l’intercessione di san Giuseppe; il 13 giugno veste l’abito religioso come terziaria francescana Non si chiamerà più Carolina, ma suor Maria di Gesù o «signora madre», come tutti la chiamavano a Cinisi.
Come Francesco si fa povera tra i poveri e con la bisaccia sulle spalle gira di porta in porta. Gesù Eucaristia è fondamento della sua vita: si fa ogni giorno pane che si spezza per ogni malato, per ogni bimbo, per le tante famiglie. Ciò che la rende speciale è il suo cuore di madre, la tenerezza e la signorilità che elargisce nel suo servizio. La giornata terrena di madre Maria di Gesù si conclude il 27 gennaio 1923, mentre tutti unanimi la dichiarano “santa”.
L'Osservatore Romano
venerdì 10 giugno 2016
Santi da Leggenda
di Rino Cammilleri
Mai sentito parlare della Leggenda Aurea? No? Nemmeno di straforo? Eppure per un cattolico dovrebbe essere più nota del cardinal Martini. Per secoli e secoli ha costituito un testo imprescindibile per i credenti. Infatti era una delle opere più copiate del Medioevo e più stampate dopo che Gutemberg ideò il suo torchio.
L’autore era un santo, anzi un beato: Jacopo da Varazze (oggi in quel di Savona). Nacque nel 1228 e si chiamava Jacopo di Fazio. Poi, entrato nel 1244 nei domenicani, divenne fra Jacopo da Varagine (Varago-Varaginis, nome latino della città) dell’Ordine dei Predicatori, da poco fondato da san Domingo de Guzmán. I predicatori erano stati creati per rispondere alla sfida dei catari, molto agguerriti nelle Scritture e attraenti per le masse perché austeri e vegetariani. A quel tempo solo ai vescovi era concesso predicare, ma questi non di rado soccombevano nelle dispute con gli eretici. I quali, un po’ come i Testimoni di Geova odierni, studiavano ed erano abili nella controversia, mentre i vescovi, dovendo occuparsi del governo (non di rado anche di quello civile), spesso non avevano tempo per altro.
Da qui l’idea di san Domenico di una task force di predicatorimendicanti, capaci di altrettante preparazione e austerità, disponibili a recarsi dovunque su comando del Papa. Fino a quel momento l’ordine “erudito” nella Chiesa erano stati i canonici agostiniani, ma la clausura impediva loro la mobilità necessaria a opporsi, nelle piazze, alla prima grande eresia popolare, il catarismo. Perciò, Jacopo divenne uno studioso, un perfetto Domini cane anche nella santità di vita. Nel 1265 era già priore del suo convento e, dopo soli due anni, provinciale della Lombardia (che allora comprendeva quasi tutta l’Italia settentrionale). Nel 1288 fu chiamato a reggere la diocesi di Genova, ma rifiutò per umiltà.
La gente insorse e nel 1293 fu costretto ad accettare a furor di popolo. A quel tempo all’arcivescovo diGenova non bastava, però, la santità, ci voleva anche una buona dose di sprezzo del pericolo, perché la Superba era dilaniata dalle lotte tra le grandi famiglie Fieschi, Doria, Spinola, e il sangue tra le fazioni scorreva ch’era un piacere. Jacopo più volte riuscì a mettere pace tra i clan, e la popolazione gliene fu grata. Da buon domenicano scrisse molte opere, tra cui I commentari a sant’Agostino e una Cronaca di Genova dalla fondazione della città al 1298, anno in cui il Beato morì. Ma il lavoro che lo rese famoso fin da subito fu la Leggenda delle vite dei Santi, poi chiamata, dai posteri, Aurea per il tema trattato. Si trattava di uno dei primi esempi sistematici di agiografia (lett.: scritti sui santi), da leggersi (lat.: legenda) una “vita” per volta il giorno della ricorrenza del Santo.
I monaci a mensa mangiavano in silenzio mentre uno di loro leggeva testi religiosi. Jacopo inteseaggiungere a queste letture le gesta degli eroi della fede. In latino, così che in tutta la cristianità si potesse usufruirne. Ma la sua scrittura era così semplice e lieve che il libro ebbe un successo travolgente e inaspettato, anche tra i laici. La sua diffusione fu impressionante. Si pensi che i manoscritti a tutt’oggi sopravvissuti sono più di millecinquecento, il che ci dà un’idea dello spropositato numero di copie che, fino all’avvento della stampa, ne furono fatte. Come spesso accadeva, però, per opere copiate a mano, non di rado qualche copista aggiungeva qualcosa di suo. Così, quando il protestantesimo si ostinò sulla sola Scriptura e il successivo positivismo richiese “scientificità” alle opere storiche (e le biografie lo sono), la Leggenda Aurea cominciò ad essere squalificata per l’imprecisione e, dunque, l’inattendibilità.
Anzi, la parola “leggenda” prese a indicare un racconto inventato di cose antiche, da non prendere sulserio. In realtà Jacopo non aveva inventato nulla, ma si era documentato scrupolosamente sul materiale allora a disposizione. Non era colpa sua se, a quel tempo, la Storia non era una disciplina rigorosa come la intendiamo oggi (anche se la manipolazione non è mai morta, dipendendo dall’ideologia dello storico, il quale sceglie sempre i fatti da riportare in base al suo pre-giudizio, alcuni enfatizzando e altri sottacendo o minimizzando). Non solo. Jacopo voleva fare solo un’opera di edificazione, a uso di lettori cui della veridicità effettiva dei fatti narrati non importava affatto.
Che importava, infatti, se le Undicimila Vergini martiri con sant’Orsola non fossero state davveroundicimila, ma molte meno? Quel che contava era l’esempio di fermezza nella fede. Lo capirono perfettamente quei grandi artisti, dal Beato Angelico a Piero della Francesca, che proprio dalla Leggenda Aurea trassero i loro soggetti. Per questo è una lettura consigliabilissima anche oggi, che di buoni esempi abbiamo più che mai bisogno.
-Jacopo da Varagine, Leggenda Aurea (Libreria Editrice Fiorentina, trad. di Cecilia Lisi, 2 voll., pp. 1330, €. 40)
giovedì 26 maggio 2016
5 aneddoti su san Filippo Neri

Nel 1500 a Roma non c’erano scuole, ma abbondava la miseria e torme di ragazzini abbandonati a se stessi, ladruncoli laceri e sempre affamati, affollavano le strade cercando di borseggiare qualche passante o di sgraffignare qualcosa da mangiare dai banchi del mercato. Colto, appassionato di Dio (si racconta che nella sua prima estasi il cuore gli si dilatò nel petto rompendogli due costole) e sempre di buonumore, giunse a radunarli intorno a sé un giovane fiorentino di buona famiglia che a Firenze era nato il 21 luglio 1515. “Pippo buono”, come era chiamato da tutti, diede loro un tetto e una famiglia e mendicò nelle strade perchè avessero da mangiare, istruendoli attraverso il canto e la catechesi nella conoscenza di Dio . A 500 anni dalla nascita di san Filippo Neri (la cui memoria liturgica ricorre il 26 maggio) non si è ancora spenta l’eco della sua risata di grande burlone che portava il cuore di piccoli e grandi a Dio attraverso la gioia e lo stare allegri nella semplicità, così come alcuni aneddoti famosi che lo ebbero protagonista.
STATE BUONI… SE POTETE!
Filippo voleva che i suoi ragazzi crescessero nella gioia e cantando: tutt’altro stile rispetto alla severità e all’uso del bastone che si ritenevano fossero necessari all'epoca per educare i giovani. “Figlioli – diceva – state allegramente: non voglio nè scrupoli, nè malinconie, mi basta che non facciate peccato”. La sua frase ricorrente (diventata il titolo di un film musicale del 1983 con Johnny Dorelli) era: “State buoni…se potete!” che in romanesco suona “State bboni (se potete…)!”. E sempre in romanesco era anche la frase che indirizzava ai ragazzi quando gli facevano perdere la pazienza ma…correggendo il tiro all’ultimo con l’auspicio di poter ricevere la corona del martirio: “Te possi morì ammazzato… ppe' la fede!"
MENDICANTE PER AMORE
Filippo cercava di provvedere ai suoi ragazzi in tutti i modi possibili e non esitava a bussare alle porte dei palazzi dei ricchi per farsi dare un aiuto. Si narra che una volta, un ricco signore, infastidito dalle sue richieste, gli diede uno schiaffo. Il santo non si scompose: “Questo è per me – disse sorridendo – e ve ne ringrazio. Ora datemi qualcosa per i miei ragazzi”
TOGLIETEMI LE SCARPE!
E’ chiaro che per san Filippo l’umiltà fosse la virtù principale, specialmente per un uomo o una donna consacrata a Dio. C'era ai suoi tempi una religiosa che godeva di grande notorietà poiché si diceva avesse estasi e rivelazioni. Un giorno il Papa mandò proprio “Pippo bono” a verificare la santità della suora che si trovava in un convento nei pressi di Roma. Mentre Filippo era in cammino un violento temporale trasformò in fango la strada così che il santo arrivò a destinazione conciato male e con le scarpe tutte lorde. Quando giunse al suo cospetto la suora, a mani giunte e un’espressione ieratica, Filippo si sedette e, stese le gambe, disse: “Toglietemi le scarpe!”. Indignata per il trattamento, la suora restò ferma e lo guardò ma il santo non aggiunse altro: riprese il mantello e tornò a Roma a riferire al Papa che, secondo lui, una persona che non ha l’umiltà di mettersi al servizio di chi ha bisogno, non può essere una santa.
I DANNI DEL CHIACCHIERICCIO
Un giorno, una nota chiacchierona, andò a confessarsi da San Filippo Neri. Il confessore ascoltò attentamente e poi le assegnò questa penitenza: “Dopo aver spennato una gallina dovrai andare per le strade di Roma e spargerai un po' dappertutto le penne e le piume della gallina! Dopo torna da me!”. La donna, abbastanza sconcertata, eseguì questa strana penitenza e tornò dal santo come richiesto. “La penitenza non è finita! – disse Filippo – Ora devi andare per tutta Roma a raccogliere le penne e le piume che hai sparso!”. “Ma è impossibile!”, rispose la donna. “Anche le chiacchiere che hai sparso per tutta Roma non si possono più raccogliere! – replicò Filippo Neri – Sono come le piume e le penne di questa gallina che hai sparso dappertutto! Non c’è rimedio per il danno che hai fatto con le tue chiacchiere!”.
PREFERISCO IL PARADISO!
In molti ricorderanno la fiction del 2010 sulla vita di san Filippo Neri con protagonista l’attore Gigi Proietti: “Preferisco il Paradiso”. Però forse non tutti sanno da dove deriva questo titolo. La leggenda dice che al santo, amico non solo dei ragazzi di strada e della povera gente, ma anche di pontefici e cardinali (in particolare il cardinale di Milano Carlo Borromeo) che spesso ricorrevano ai suoi consigli, fosse stato proposto di diventare a sua volta cardinale. Ma Filippo, che tralasciò sempre nella sua vita le ricchezze materiali e qualsiasi privilegio, rispose appunto: “Preferisco il Paradiso!”.
giovedì 28 aprile 2016
UNA CHICA COMO LAS DEMÁS...

Ieri, il Santo Padre Francesco ha autorizzato la Congregazione delle Cause dei Santi a promulgare i decreti riguardanti dodici cause di beatificazione. Tra questi si trova il decreto sull’eroicità delle virtù di Montse Grases (1941-1959), ragazza dell’Opus Dei.
Nell’apprendere la notizia diffusa dalla Santa Sede, il prelato dell’Opus Dei mons. Javier Echevarría, ha dichiarato: “Ringrazio di cuore il Signore per questo passo della causa di beatificazione di Montse, una ragazza dalla vita breve, che è però stata un autentico dono di Dio per coloro che la frequentarono e anche per quelli che l’hanno conosciuta dopo il suo dies natalis, il suo transito al cielo”.
Montse Grases – ha aggiunto il prelato – “ha corrisposto sin dalla giovane età all’amore di Dio in mezzo al mondo e ha cercato di avere una vita di pietà, di lavorare bene – mettendo a frutto le sue doti – con spirito di servizio, nel desiderio costante di occuparsi generosamente degli altri, dimenticandosi di sé stessa”.
Ella “ha seguito fedelmente il Signore quando la chiamò a far parte dell’Opus Dei e ha cercato di camminare – lungo un’esistenza ordinaria come quella di tante donne – molto unita a Dio, anche quando si ammalò del cancro che la condusse alla morte e che le causò dolori molto forti. Cercò di portare a termine con delicatezza soprannaturale le sue occupazioni quotidiane, per amore di Dio e degli altri, e si propose di attrarre a Gesù le sue numerose amicizie”.
La speranza di mons. Echevarría è dunque “che l’esempio di Montse continui a spronare molte ragazze e ragazzi verso una vita di generosa donazione al Signore nel matrimonio, nel celibato apostolico, nella vita religiosa e nel sacerdozio”.
María Montserrat – Montse – Grases García nacque a Barcellona, il 10 luglio 1941. Era la seconda di nove figli. Aveva un temperamento vivace e spontaneo. In famiglia assimilò alcuni lineamenti caratteristici della sua personalità: la gioia, la semplicità, la generosità e la preoccupazione verso gli altri. Le piacevano lo sport, la musica, le danze popolari della sua terra e partecipare ad opere teatrali. Aveva molti amici.
I suoi genitori le insegnarono a rivolgersi a Dio con fiducia e, man mano che cresceva, la aiutarono a lottare per vivere le virtù cristiane e a consolidare la sua vita spirituale. Nel 1954 cominciò a frequentare un centro dell’Opus Dei. Le attività di formazione cristiana contribuirono alla sua maturazione umana e spirituale.
Quando aveva 16 anni si rese conto che il Signore la chiamava a percorrere questo cammino nella Chiesa: dopo aver meditato, pregato e chiesto consiglio, chiese di essere ammessa nell’Opus Dei. Da quel momento si impegnò con maggior decisione e costanza a cercare la santità nella vita quotidiana. Cercò di avere un rapporto costante con Dio, di scoprire la volontà divina nel compimento dei suoi doveri, di curare, per amore, i piccoli particolari e di rallegrare coloro che le stavano accanto. Riusciva a trasmettere a molti dei suoi parenti e amici la pace che proviene dal vivere al cospetto di Dio.
Poco prima di compiere 17 anni, le diagnosticarono un cancro (sarcoma di Ewing) al femore della gamba sinistra. La malattia durò nove mesi e fu causa di dolori molto forti, che lei accettò con serenità e con forza. Anche se gravemente malata, continuò a manifestare un’allegria contagiosa. Riuscì ad attrarre a Dio molte amiche e compagne di classe che andavano a trovarla. Il dolore divenne un luogo di incontro con Gesù e con la Madonna. Quanti la frequentavano furono testimoni della sua progressiva unione con il Signore. Una delle sue amiche afferma che, quando la vedeva pregare, palpava la sua intimità con Cristo.
Morì il 26 marzo 1959, Giovedì Santo. Molti affermarono che la sua vita era stata eroica ed esemplare. Da allora, tale fama di santità si è diffusa sempre più. Il processo informativo su Montse Grases si è svolto a Barcellona, aperto dall’arcivescovo Gregorio Modrego Casaus il 19 dicembre 1962 e concluso il 26 marzo 1968, su mandato del nuovo arcivescovo, mons. Marcelo González Martín.
Negli anni successivi, l’itinerario della causa procedette più lentamente, a motivo dei cambiamenti della normativa delle cause di canonizzazione decisi dal beato Paolo VI e da san Giovanni Paolo II. La fama di santità di Montse continuò tuttavia ad aumentare.
Il 15 maggio 1992 la Congregazione delle Cause dei Santi dichiarò la validità del processo diocesano di Montse Grases. Nello stesso anno, comunque, si decise di svolgere un’inchiesta supplementare, tra l’altro per arricchire le prove processuali raccolte negli anni ’60. Questo processo aggiuntivo si svolse a Barcellona, dal 10 giugno al 28 ottobre 1993. Il 21 gennaio 1994 la Congregazione delle Cause dei Santi decretò la validità di questo secondo processo.
Il 21 novembre 1999 fu presentata la Positio sulla vita e sulle virtù della Serva di Dio. Il 10 giugno 2015 il congresso peculiare dei consultori teologi della Congregazione delle Cause dei Santi diede una risposta positiva alla domanda sull’esercizio eroico delle virtù di Montse Grases e il 19 aprile 2016 la congregazione ordinaria dei cardinali e dei vescovi si pronunciò nello stesso senso.
Martedì 26 aprile 2016 Papa Francesco ha ricevuto dal cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, una relazione dettagliata sulle fasi della causa, e ha quindi ratificato il voto della Congregazione e autorizzato la promulgazione del decreto con il quale si dichiara venerabile la Serva di Dio Montse Grases.
Zenit
lunedì 11 aprile 2016
Samaritana della misericordia

Nuovo tweet del Papa: "I figli sono un meraviglioso dono di Dio, una gioia per i genitori." (11 aprile 2016)
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Madre Teresa e i Papi
(Lush Gjergji) Nella vita e nelle opere della beata madre Teresa un’importanza fondamentale, spesso anche determinante, hanno avuto diversi Papi, da Pio XII a Francesco. Ripercorrendo la sua vita appare chiaro come lo Spirito Santo ha operato per mezzo suo e per mezzo dei Pontefici che si sono succeduti per il bene della Chiesa al servizio degli ultimi. Facendo a volte anche cambiare idea. Come nel caso di Papa Pio XII. Il Pastor angelicus non aveva dubbi, era fermamente convinto che non c’era bisogno di aumentare il numero delle Congregazioni religiose femminili o maschili, ma piuttosto dare spazio allo spirito di Cristo e al servizio evangelico.
«Dio mi ha chiamato ad abbandonare tutto per dedicarmi solo a Lui tramite il servizio ai più poveri e ai non amati», scriveva madre Teresa in una lettera. Il 12 agosto 1948 Pio XII le diede il permesso di uscire dalla comunità delle Suore di Loreto, restando sotto la giurisdizione dell’arcivescovo di Calcutta. Due anni dopo, nel 1950, le diede il permesso di fondare la nuova comunità di religiose, le Missionarie della Carità. Ebbe inizio così la grande opera di Dio tramite madre Teresa prima a Calcutta, in India, poi nel mondo intero.
Il carisma della beata colpì il cuore anche di Giovanni XXIII. In un’intervista che mi ha rilasciato nel 2008, il segretario di Papa Roncalli, monsignor Loris Francesco Capovilla, creato cardinale nel 2014 da Papa Francesco, mi disse: «Papa Giovanni spesso parlava di madre Teresa con me e con il segretario di Stato vaticano, il cardinale Tardini, come anche con altri, di questa grande e meravigliosa donna. La semplicità e l’amore erano la sua forza. È bello che un piccolo popolo abbia potuto avere una Madre così grande».
Una grande svolta alla comunità di madre Teresa la diede Paolo VI. Un primo incontro ci fu durante la storica visita in India nel 1964 per il Congresso Eucaristico a Bombay. In quell’occasione il Papa volle regalare la Cadillac con la quale viaggiava durante le sue visite ufficiali «per aiutare lei e per il bene dei poveri». Madre Teresa mise subito questa macchina lussuosa come premio di un lotteria ricavando in questo modo molti soldi per aiutare i più bisognosi. Il fatto ebbe una risonanza internazionale. L’anno successivo, il 10 febbraio 1965, con il Decretum laudis Paolo VI riconobbe l’ordine delle Missionarie della Carità come Congregazione di diritto pontificio. Questo consentì alle suore di espandersi in India e nel mondo. Tre anni dopo Montini invitò madre Teresa ad aprire la prima casa delle Missionarie della Carità a Roma. Era il 22 agosto del 1968. Meno di un anno dopo, il 29 marzo del 1969, approvò la fondazione Collaboratori di madre Teresa. Il 6 gennaio del 1971 il Pontefice consegnò alla suora il Premio per la Pace Giovanni XXIII.
Ma il duetto di Dio per eccellenza nelle strade del mondo fu quello composto da Giovanni Paolo II e madre Teresa. Nel 1980 il Papa polacco consegnò alla suora la chiave della Casa dell’accoglienza destinata a ospitare e accudire i bambini e le madri abbandonate. In seguito le donò la dimora Dono di Maria per poter accogliere e assistere i senzatetto di Roma. E ancora risuonano tra i cattolici albanesi le parole pronunciate da Giovanni Paolo II durante la sua visita pastorale in Albania: «Carissimi, non posso non salutare una persona così umile che si trova fra di noi. È madre Teresa di Calcutta. Tutti sapete da dove viene, qual è la sua patria. La sua patria è qui. Nella persona di madre Teresa, l’Albania è stata onorata per sempre. Vi ringrazio oggi a nome della Chiesa cattolica, vi ringrazio carissimi albanesi, per la figlia di questa terra, del vostro popolo».
Quando madre Teresa morì, il 5 settembre del 1997, Giovanni Paolo II si rivolse a lei chiamandola «buona samaritana» e ricordandola nelle diverse occasioni che aveva avuto di incontrarla come «una figura piccola, piena di vita e al servizio dei poveri fra i più poveri, con la forza di Cristo». Con un atto straordinario, lo stesso Pontefice permise in via eccezionale l’inizio del processo di beatificazione soltanto cinque anni dopo la sua morte. In seguito fece coincidere la beatificazione di madre Teresa, il 19 ottobre 2003, con la Giornata missionaria mondiale, ricordando come la vita della beata Madre Teresa fosse stata incorporata nell’amore, «come annuncio coraggioso del Vangelo di Cristo».
Benedetto XVI considerava madre Teresa un fulgido esempio di come la preghiera sia l’inesauribile sorgente dell’amore verso il prossimo. Nell’enciclica Deus Caritas est Papa Ratzinger scrive: «La preghiera come mezzo per attingere sempre di nuovo forza da Cristo, diventa qui un’urgenza del tutto concreta. Chi prega non spreca il suo tempo, anche se la situazione ha tutte le caratteristiche dell’emergenza e sembra spingere unicamente all’azione. La pietà non indebolisce la lotta contro la povertà o addirittura contro la miseria del prossimo. La beata Teresa di Calcutta è un esempio molto evidente del fatto che il tempo dedicato a Dio nella preghiera non solo non nuoce all’efficacia e all’operosità dell’amore verso il prossimo, ma ne è in realtà l’inesauribile sorgente. Nella sua lettera per la Quaresima del 1996 la beata scriveva ai suoi collaboratori laici: “Noi abbiamo bisogno di questo intimo legame con Dio nella nostra vita quotidiana. E come possiamo ottenerlo? Attraverso la preghiera”».
Ma oltre che esempio di preghiera attiva, madre Teresa fu indicata dal Papa anche come esempio di gioia evangelica. Il 16 dicembre 2008 nella terza domenica d’Avvento, Benedetto XVI diceva che «la gioia cristiana viene da questa certezza, Dio è vicino a noi, è con me, è con noi, nella gioia e nella tristezza, nella salute e nella malattia, come nostro Amico fedele. La beata Madre Teresa non era forse la testimone indimenticabile della gioia evangelica nel nostro tempo? Lei ha donato a tutti il sorriso di Dio».
Senza mai dimenticare che la vita è servizio da vivere come un dono, madre Teresa spese tutta la sua esistenza per gli altri. E quando il 4 gennaio del 2008 Benedetto XVI visitò in Vaticano la casa Dono di Maria delle Missionarie della Carità diede testimonianza concreta del suo appoggio alla missione svolta dalle sorelle a favore dei poveri e dei senzatetto. E in quella occasione disse: «È Natale ogni volta che creiamo a Gesù la possibilità di amare gli altri tramite noi. Per anni, quando ero prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ho passato molte ore vicino a questa istituzione meritevole voluta dal mio predecessore, il servo di Dio Giovanni Paolo II, che ha affidato questo alla beata Madre Teresa di Calcutta. Questa Casa ha un bel nome, Dono di Maria, e ci invita tutti all’inizio dell’anno a donare la nostra vita senza nessuna stanchezza».
Papa Francesco e la beata madre Teresa sono spiritualmente due “anime gemelle” perché il loro orientamento e atteggiamento evangelico è basato sulla semplicità, umiltà, povertà, ma soprattutto sulla fede e l’amore. Nell’enciclica Lumen fidei il Papa scrive: «La luce della fede non ci fa dimenticare le sofferenze del mondo. Per quanti uomini e donne di fede i sofferenti sono stati mediatori di luce! Così per san Francesco d’Assisi il lebbroso, o per la beata madre Teresa di Calcutta i suoi poveri. Hanno capito il mistero che c’è in loro. Avvicinandosi a essi non hanno certo cancellato tutte le loro sofferenze, né hanno potuto spiegare ogni male. La fede non è luce che dissipa tutte le nostre tenebre, ma lampada che guida nella notte i nostri passi e questo basta per il cammino».
Definendo madre Teresa come un’«icona della misericordia di Dio», il Papa ha deciso di canonizzarla quest’anno.
L'Osservatore Romano
venerdì 25 marzo 2016
Cento racconti di risurrezione
di Giovanni Fighera
«Che cos’è la perfezione di fronte alla santità?... E la santità se non la sete di tutto?... Tutto l’orgoglio è di pretendere di essere perfetto e non di volere essere santo» scrive Gilbert Cesbron (Parigi 1913-1979) in È mezzanotte, dottor Schweitzer. Per questo Charles Moeller scrive riguardo ai santi: «Una sola cosa supera l’opera di Dante (cioè la Divina Commedia), la santità vissuta su questa terra. Allora il Paradiso celeste si incarna fin da quaggiù. Il suo candore squarcia un poco le nebbie della nostra valle. Cantare non è nulla, vivere è meglio».
Moeller aggiunge: «Apri gli occhi. Guarda i santi. Vi vedrai il Cristo, l’Uomo nuovo». L’uomo che vive e che guarda rimane colpito dall’incontro con i santi che percorrono i sentieri di questa nostra terra. Infatti, il volto buono, bello e misericordioso del Mistero che opera in mezzo a noi si legge già nella vita di tanti santi che fanno meraviglie. Per questa ragione la pedagogia della Chiesa insiste da sempre sul volto dei santi, ce li sottopone quotidianamente all’attenzione, come già la Didakè nei primi secoli ricorda: «Guardate ogni giorno il volto dei santi, traete conforto dai loro discorsi».
Sacerdote e teologo, fondatore del «Movimento Ecclesiale Carmelitano», padre Antonio Sicari (1943) ha divulgato la vita di molti santi attraverso la celebre collana di Ritratti di Santi. Ha messo in luce le loro caratteristiche, quelle precedenti alla conversione radicale all’amore per Cristo, quegli aspetti della loro persona che sono stati trasfigurati dall’incontro con Gesù. Infatti, Dio «quando ci impegna per la sua lotta, ci prende come siamo tutti interi: il buono e il cattivo. Se metti un ceppo al fuoco, tutto brucia: anche i vermi che lo divorano» (È mezzanotte, dottor Schweitzer). Ora, in una sorprendente ed efficacissima sintesi, ci propone una scelta di cento santi, presentati tutti nel momento in cui si appropinquano all’incontro con l’amato Gesù nel passaggio da questa vita a quell’altra che durerà per l’eternità. La raccolta prende il nomeCome muoiono i santi. Cento racconti di risurrezione (Ares edizioni, euro 12,90).
Nell’indagine padre Sicari può documentare una rassicurante evidenza: «Ho raccontato la morte dimolti santi, ma tutti mi hanno confermato la verità di questa antica intuizione cristiana: “Quando muore un Santo, è la morte che muore!”». E poi padre Sicari si apre a un’altra constatazione: «I santi non hanno temuto la morte. Alcuni l’hanno incontrata prematuramente, in giovane età, quasi consumati da un amore impaziente per Dio e anche, oserei dire, da parte di Dio. […] Alcuni l’hanno desiderata, in un impeto mistico del cuore che li spingeva a pregare perché lo Sposo Cristo affrettasse la sua venuta. Altri l’hanno attesa e vissuta con estremo dolore, ma perché erano chiamati dall’amore a rivivere le ore drammatiche del Venerdì santo. Alcuni l’hanno quasi “cercata” nello spasimo di consumarsi interamente in “opere e opere” di carità e di missione. Altri l’hanno gustata a tarda età, “sazi di giorni”, felicemente stanchi per un lunghissimo lavoro condotto nella vigna del signore». Tutti loro sono andati «incontro alla morte con la certezza gioiosa di abbracciare la Vita, dopo che in terra si è potuto umanamente contemplare il Germe della Salvezza».
Padre Sicari ha scelto quasi solo santi del secondo millennio, perché più vicini alla nostracontemporaneità, e li ha divisi, per esigenze didascaliche, in gruppi, che sottolineassero alcune prerogative della loro personalità e gli ultimi giorni di vita: «Morire martiri», «Morire d’amore», «Morire di passione ecclesiale», «Morire di carità materna», «Morire di carità paterna», «Morire di fatiche apostoliche», «Morire innocenti», «Morire santi». La nostra è l’epoca per eccellenza del martirio dei cristiani, mai la storia è stata caratterizzata, drammaticamente come ora nel XX e nel XXI secolo, dalla morte di decine di milioni di cristiani, uccisi perché testimoni della loro fede.
Nel lager Padre Massimiliano Kolbe si sostituì spontaneamente a un carcerato condannato a morte per fame, che implorava di poter vivere per rivedere i figli e la moglie. Padre Kolbe accompagnò con la preghiera gli ultimi giorni di quanti sarebbero stati uccisi con lui per inedia e quando venne aperta la porta dove era morto il suo carceriere raccontò: «Non viveva più; ma mi si presentava come se fosse vivo. […] La faccia era raggiante in modo insolito. Gli occhi largamente aperti e concentrati in un punto. Tutta la figura come in estasi. Non lo dimenticherò mai». Già condannato a morte, pur non sapendo che sarebbe stato giustiziato il giorno dopo, Tommaso Moro scrive alla figlia Margherita il 5 luglio 1535: «Dubitare di Lui [Dio], mia piccola Margherita, io non posso e non voglio, sebbene mi senta tanto debole. E quand’anche io dovessi sentire paura al punto da esser sopraffatto, allora mi ricorderei di san Pietro, che per la sua poca fede cominciò ad affondare nel lago al primo colpo di vento, farei come fece lui, invocherei cioè Cristo e lo pregherei di aiutarmi. Senza dubbio allora Egli mi porgerebbe la sua santa mano per impedirmi di annegare nel mare tempestoso».
E pochi istanti prima di morire disse: «Chiedo di pregare per me. Testimoniate che sono morto nella fede e per la fede della santa chiesa cattolica. Muoio fedele servo del re, ma prima servo di Dio». Non gli venne meno neppure il suo tradizionale senso dell’umorismo. Si rivolse così al luogotenente che lo accompagnava al patibolo: «Per favore aiutatemi a salire, poi per scendere non disturberò nessuno». Ecco due dei tanti santi martiri che apre la galleria di Come muoiono i santi.
Dell’ultima sezione Morire santi vogliamo ricordare Santa Gianna Beretta Molla, divenuta una santavivendo il sacramento dell’amore cristiano nel Signore, canonizzata da san Giovanni Paolo II il 16 maggio 2004, alla presenza del marito, dei figli e dei nipoti. Gianna è sempre stata desiderosa di compiere la volontà di Dio nel matrimonio. Si rendeva conto delle proprie manchevolezze e chiedeva aiuto e correzioni al marito: «Pietro, se vedi che faccio qualcosa che non va bene, dimmelo, correggimi, hai capito? Te ne sarò sempre riconoscente». Umiltà e riconoscimento che l’altro ci è dato per camminare con e verso Cristo: sono questi due tratti fondamentali del matrimonio di Gianna, sostenuto sempre dalla preghiera e dalla offerta a Cristo.
Con gioia gli sposi Pietro e Gianna si aprono al dono della vita nascente. Vengono alla luce Pierluigi, Mariolina, Laura. La quarta gravidanza sarà, però, accompagnata dalla notizia della malattia di Gianna. La presenza di un fibroma nell’utero costituisce un pericolo per la vita della madre. Solo l’aborto, in base alle conoscenze e competenze mediche dell’epoca, potrebbe rappresentare una salvaguardia per la sua vita. Gianna decide di portare avanti la gravidanza, si fa asportare il fibroma, cosciente del grave rischio che la sutura praticata nell’utero possa cedere. Il 20 aprile 1962 Gianna entra in ospedale dove viene sottoposta a taglio cesareo. Nasce Gianna Emanuela. Subentra, però, una peritonite. In una lenta agonia si consumano gli ultimi giorni in ospedale. Il 28 aprile all’alba, in seguito a sua richiesta, viene riportata a casa, dove morirà alle 8 del mattino, accanto al marito e ai figli.
Nella bellissima prefazione al libro Santi di C. Martindale, che proponiamo di leggere o rimeditare,don Luigi Giussani ricorda che dall’amore a Gesù scaturisce un’unità della persona, di coscienza e di giudizio, perché una sola realtà come giudizio investe della sua luce tutte le cose (Ex uno verbo omnia, da un solo “Verbo” deriva ogni cosa). Da qui nasce un amore alla vita dentro un abbraccio consapevole delle sue condizioni esistenziali; nulla c’è da censurare o da sottacere in Cristo, tutto il nostro male è in Lui redento, persino la morte è un gesto della vita, perché è passaggio alla vita vera. Colui che segue il Maestro vive la sequela, ovvero l’appartenenza alla Chiesa, presenza reale di Cristo nella storia. Per questo motivo genera sempre in Lui un popolo nuovo, ovvero ogni circostanza è l’occasione e la possibilità di creare un luogo di un’umanità nuova, speranzosa e lieta.
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