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martedì 15 maggio 2018

È un dramma, non uno storytelling

Risultati immagini per storie del genere ferilli

Riporto da "Tempi"

Figlie che diventano figli, madri maschi, padri femmine.

di Ilaria Specchi
«Sono rimasto incinta», «si parla dell’invidia del pene, nessuno da cos’è l’invidia del parto», «per Pasqua mia madre mi ha regalato tre fialette di testoviron da 250 milligrammi e mi ha reso l’uomo più felice del mondo». Un corpo non è una corporazione, è un corpo. Ma ora è importante farne una corporazione, cosicché qualunque considerazione a proposito risulti faziosa, perfino razzista se non allienata. Non lo diciamo noi. In questi giorni sta andando in onda su Raitre il programma “Storie del genere”, con un programma preciso: «Certo, diciamolo che in fondo c’è un solo termine per definire chi è contro la naturale evoluzione della società: razzismo. Razzismo è quello che distingue tra ciò che invece deve essere riassunto in un solo modo, “genere umano”» ha spiegato la conduttrice Sabrina Ferilli all’Ansa. Capelli raccolti, longuette nera, un filo di trucco e décolleté rosse ai piedi, Ferilli apre la porta a persone che a un certo punto della loro vita hanno deciso di cambiare sesso, le accoglie sorridente in un luminoso salotto con camino.
«All’epoca lei mi disse “mamma l’hai sempre saputo che io mi sono sentito sempre un uomo”», «è la stessa persona di prima, forse con qualcosa in più, tipo la parrucca in testa», «durante la gravidanza avevo la percezione che il bambino che era in pancia fosse maschio. Anche dopo l’ecografia, credevo si fossero sbagliati». Sì perché le “Storie del genere” sono anche le storie e le parole dei famigliari delle persone scelte nell’ambito del protocollo di una struttura sanitaria, la Saifip, Servizio per l’adeguamento identità fisica e identità psichica dell’Azienda ospedaliera San Camillo – Forlanini di Roma. Persone con la disforia di genere: «Ho 62 anni sono vissuta 60 anni sotto copertura» (dice Fabrizio, un figlio grande, all’anagrafe Daniela), «hanno elaborato questa cosa, non mi chiamano mamma, mi chiamano Maikol» (dice Maikol, che prima era Masha, si è sposata e ha avuto tre bambine), «non avevo istinto materno non volevo che un bambino uscisse da me, il mio è un istino di protezione, un istinto paterno» (dice Alessandro, 26 anni, nata Verbenia che sta transitando da femmina a maschio, ha una compagna e vorrebbe un giorno diventare padre).
È IL CORPO CHE LO CHIEDE. «Io ho solo dovuto fare un passo: la conquista della verità», «la fine della vergogna», «togliere il pene: è il corpo che lo chiede». «Se ho sofferto? Un po’», «un pochino sì», «forse all’inizio». Ferilli, sguardo ora agli ospiti ora alla telecamera ammonisce, traduce, livella: «A volte dietro un bisturi si ridisegna la mappa della propria identità», «il matrimonio a volte nasconde, insabbia, maschera», «cambiare sesso significa cambiare desideri, si può desiderare di essere madri in un corpo di maschio, oppure non avere l’istinto materno quando si è biologicamente femmine, ma sognare di essere padri».
“A volte”, “un po’”, “oppure”: quello che colpisce delle drammatiche “Storie di genere” che in molti hanno presentato come un programma che «genererà polemiche e discussioni» è al contrario il tentativo di imborghesimento, di normalizzazione, l’affogare i casi singoli e sofferti nelle trappole mediatiche del «tema di grande attualità». Che non è il boom della disforia di genere – perché non sembra esserci alcun riguardo nella riduzione di quelle storie, così imbevute di dramma, nel presentarle come conquiste di verità. Bensì l’alimentazione dello storytelling del diritto/desiderio di essere ciò che si vuole. «Mio padre mi ha insegnato che la cosa più importante è essere quello che si vuole, a mandare a quel paese quelli che ti stanno accanto», «ricordo lo stordimento quando è nata mi hanno messo mia figlia accanto, lo smarrimento, ma ho fatto io questa cosa? Era più forte la sensazione che questo era un corpo che non era il mio e stava venendo fuori la consapevolezza che io potessi avere la disforia di genere», «non penso di aver tolto nulla alle mie figlie, penso di aver dato qualcosa in più. Se io stavo bene stavano bene loro», «farò l’isterectomia ma non farò la falloplastica perché sto bene così. L’importante è raggiungere l’equilibrio. Mi guardo allo specchio e dico: sono io».
NEANCHE UN BACETTO DA DUE ANNI. «Figlie che diventano figli, madri che diventano maschi, padri che diventano femmine. Una grande confusione. Una cosa è certa. Con l’amore e l’accettazione tutto torna a posto. Diversamente ma torna a posto», sorride Ferilli a fine puntata, «con la pazienza e la comprensione da parte di tutti». Eppure Fabrizio che diventa Daniela, esce col suo nuovo documento di identità levando gli occhi al cielo, «oddio mamma, nun me guardà. Zitta!». Racconta del suo matrimonio, «quel giorno ero felice perché amo la commedia, la rappresentazioni, io ne farei uno al giorno», racconta l’eros prima di cambiare, «aveva una grande originalità perché era molto corporale e non molto genitale», e dopo esser cambiato, «e adesso come funziona il sesso? Non funziona. Non c’è. La terapia ormonale abbatte completamente il testosterone. Non c’è la libido. Neanche un bacetto da due anni». Racconta della sua transizione, conclusa con un trasferimento lontano da tutti, in un casale nella Tuscia, dove Daniela si è ritirata tra uova, polli, gatti e ferri da stiro: «Questo amore e questa rinascita dovevano trovare un luogo. Per morire e rinascere devi trovare un posto, una cuccia in cui ti uccidi e poi risorgi. Ed è un luogo di solitudine».
Per non essere razzisti – e va da sé, visto come vanno le cose, per non essere omofobi, fascisti reazionari – basterebbe questo. Per raccontare che la vita è un dramma, che la disforia di genere è un dramma, non serve lo storytelling, il salotto col camino, gli slogan sull’amore, la crociata per il genere umano, la conquista all’anagrafe di una nuova identità, la traduzione del corpo in corporazione di certa eco mediatica e polemica. Basterebbe solo raccontare la verità.

sabato 5 maggio 2018

50 anni di Cammino. Rassegna stampa.

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50 anni in Cammino, i "Neocat" incontrano il Papa

Al Giubileo del Cammino neocatecumenale il Papa ha parlato davanti a 150 mila persone e ha invitato il popolo neocatecumenale ad andare in missione e «testimoniare che Dio ci ama e che con Lui è possibile l’amore vero, quello che porta a donare la vita ovunque, in famiglia, al lavoro, da consacrati e da sposati».


Vatican Insider Italiano


Pubblicata una lettera del Pontefice al sostituto alla Segreteria di Stato: «Sarà il mio il mio esclusivo portavoce per le reciproche relazioni». L'incarico affidato il 2 febbraio 2017. Vaticano, Mistò: “La riforma dell'economia va avanti”. Domenico Agasso jr. Vaticano, Mistò: “La riforma dell'economia va avanti”. Così il ...

Il Papa: per annunciare bisogna rinunciare al mondo - Avvenire

https://www.avvenire.it/papa/.../papa-incontra-cammino-neocatecumenale-tor-vergata
12 ore fa - Il discorso di Francesco ai 100mila giunti a Tor Vergata, con il fondatore Kiko Arguello, per un "Te Deum" di ringraziamento per i 50 anni di missione nella Chiesa.
Hai visitato questa pagina 3 volte. Ultima visita: 05/05/18

Il Papa a Tor Vergata, incontro con i neocatecumenali: "Chiesa è ...

roma.repubblica.it/cronaca/2018/05/05/foto/bagno_di_folla_per_il.../1/
12 ore fa - Una grande folla ha accolto l'arrivo di papa Francesco a Tor Vergata in occasione dei 50 anni del Cammino Neocatecumenale, il movimento religioso fondato da Kiko Arguello e Carmen Hernandez. Applausi, cori e canti liturgici hanno accolto l'arrivo del pontefice mentre bandiere di ogni nazionalità coloravano l'area ...


El Papa pide a los Neocatecumenales que evangelicen por todo el ...

www.abc.es/.../abci-papa-pide-neocatecumenales-evangelicen-to...
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6 ore fa - En un emocionante encuentro con mas de cien mil personas del Camino Neocatecumenal, el Papa Francisco les ha invitado este sábado a evangelizar «asumiendo riesgos» por todo el mundo, sabiendo que «solo una Iglesia separada del poder y del dinero, libre de triunfalismos y clericalismos puede testimoniar de ...

El Papa al Camino Neocatecumenal: Misión es donar lo que hemos ...

https://www.vaticannews.va/.../papa-francisco-discurso-camino-neocatecumenal-anive...
13 ore fa - Encuentro del Papa Francisco con los miembros del Camino Neocatecumenal con ocasión del 50° Aniversario de su llegada a Roma.

El Papa preside un encuentro con 120.000 miembros del Camino ...

https://www.larazon.es/.../el-papa-preside-un-encuentro-ante-12...
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12 ore fa - El Papa Francisco preside un encuentro con miembros del Camino Neocatecumenalllegados desde 134 países.

giovedì 26 aprile 2018

«Frutti»





«Frutti» è il titolo del terzo seminario internazionale pensato per elaborare «una teologia intrinsecamente femminile» che si tiene dal 27 al 29 aprile a Roma nella sede della Pontificia università Urbaniana grazie all’impulso di Lucinda M. Vardey. Rispondendo all’invito più volte ripetuto da Papa Francesco di elaborare «una profonda teologia delle donne», l’iniziativa si è articolata in tre convegni, tenutisi tutti in coincidenza del 29 aprile, festa di santa Caterina. Dopo «Lacrime» (2016) e «Cuore» (2017), l’incontro di quest’anno prevede interventi di Caterina 
(Anne-Marie Pelletier) Attraverso il lavoro condotto in questi tre anni nel quadro dei nostri incontri, è stato proprio il contributo delle donne al nostro mondo contemporaneo l’oggetto delle nostre indagini sulla singolarità dell’esperienza femminile in materia sia antropologica sia spirituale. 
Il tema della fecondità affrontato quest’anno dovrebbe offrirci l’occasione di progredire ulteriormente nel nostro cammino. Il termine implica subito una connotazione femminile, rinviando in particolare al rapporto che le donne intrattengono con la vita, attraverso il loro corpo che ne accoglie un altro e lo fa crescere nella maternità. Al tempo stesso, questa realtà suscita un proliferare di fantasie che si estende attraverso i millenni fino al tempo presente. Le realtà della gestazione, processo fino a poco tempo fa misterioso, che si dispiega nell’intimità del corpo femminile, sembra attirare e affascinare in maniera immemorabile lo sguardo maschile. Ne sono prova le statue di donne incinte, quelle Veneri dalle forme oltraggiose che si moltiplicarono sia nel paleolitico che nel neolitico, testimoniando una fissazione dell’immaginario sulla sessualità femminile, che rimanda in modo provocatorio, in epoca moderna, al celebre quadro di Courbet, dal titolo L’origine del mondo, interamente occupato dalla raffigurazione di un sesso femminile. Il che attesta un interesse transculturale, fatto di attrazione e di paure arcaiche dinanzi al mistero della vita nella sua origine, che sembra essere un segreto di donne e che tiene gli uomini a distanza. I rapporti tra erotismo e sacralità hanno certamente a che fare con tutto ciò. Ma s’intuisce anche quella che può essere la diffidenza della tradizione biblica rispetto a questo immaginario che reca così facilmente il sigillo del paganesimo che circonda Israele. Il mio obiettivo sarà proprio di apprezzare il modo in cui la Bibbia affronta la generazione materna e, più in generale, la fecondità. Una volta mostrato come essa si affranca dagli ammalianti sortilegi del sacro, si vedrà come restituisce alla fecondità una dimensione d’interiorità ignorata dal paganesimo. Si vedrà, in particolare, come consente di riconoscere un certo ritmo dell’agire fecondo al femminile che, in modo sorprendente, si ritrova a caratterizzare il discorso biblico su Dio e sul suo modo di presenza e d’intervento nella storia. Si dovrebbe così poter valutare l’importanza e il prezzo di questa esperienza femminile della fecondità in un mondo trascinato oggi nelle esaltazioni di un’accelerazione generalizzata. 
Cominciamo con una costatazione: la sola evocazione a livello dei due Testamenti di una fecondità genesica, collegata a un vitalismo naturalista, s’iscrive, trasversalmente e in modo molto polemico, nella menzione dell’Artemide degli efesini nel capitolo 19 del libro degli Atti degli apostoli. Si ricorderà che quest’ultima è raffigurata sotto forma di una dea dal cui petto proliferano pesanti grappoli di seni. Ispirata forse dalle dee-madri dell’Anatolia, questa raffigurazione strana, tipica di un immaginario pagano affascinato e incontrollato, è all’origine della sommossa che suscita, nell’ambiente degli orafi e dei commercianti che gravitano attorno al tempio di Efeso, la predicazione di Paolo che minaccia il loro commercio. Così questa raffigurazione di una femminilità identificata con un’esuberanza sessuale non può che rispuntare, implicitamente, all’interno del corpo biblico. Si esprime qui una chiara condivisione tra Israele e i paganesimi circostanti.
Non che il mondo biblico si distaccasse dalle culture umane, identificando così costantemente le donne con la loro funzione di genitrici e di madri. Siamo in realtà in un universo patriarcale che deputa le donne anzitutto alla procreazione e dove la sterilità costituisce un disonore che destina all’ignominia. Così la condizione delle donne, qui come altrove, associa l’esercizio della maternità, appannaggio femminile, a un’identità ontologicamente inferiore, che si traduce in una condizione subalterna. È d’altra parte proprio lo schema che si ritrova nelle parole della prima lettera a Timoteo, testo alquanto misogino, che imputa la colpa originale alla donna prima di concludere che «essa potrà essere salvata partorendo figli» (2, 15).
Ciò premesso, la Bibbia resta fondamentalmente sobria in merito alla generazione e al parto. Questa realtà è forse troppo banale agli occhi degli autori biblici per essere oggetto di sviluppi particolari? Ma non è certo che non ve ne siano. Di fatto non si può non constatare che essa è evocata con la stessa sorprendente neutralità che contraddistingue la menzione della morte. Al «si addormentò con i padri» per indicare la fine di una vita, sembrano fare eco le laconiche menzioni delle unioni da cui nascono le generazioni d’Israele: quell’uomo “conobbe” quella donna, che partorì. Come se l’espressione osservasse una stessa ascesi per evocare l’inizio e la fine della vita, questi due momenti tanto propizi agli straripamenti dell’immaginario. In ogni caso, la sobrietà del testo riguardo alla prima consegna ricevuta dall’umanità in Genesi 1, 28 («siate fecondi, moltiplicatevi»), ha come effetto quello di favorire il dispiegarsi di una dimensione d’interiorità, sulla quale vorrei soffermarmi. 
Questa nota d’interiorità caratterizza proprio uno dei rari commenti biblici sulla gestazione e il parto. Non è irrilevante che sia stato messo sulla bocca di una donna. Mi riferisco alle parole della madre dei sette fratelli, nel secondo libro dei Maccabei. Esortando i suoi figli a non rinnegarsi trasgredendo la legge, invoca la potenza di Dio capace di ridare loro la vita al di là della morte, ricordando il modo in cui hanno preso forma nella sua carne: «Non so come siate apparsi nel mio seno; non io vi ho dato lo spirito e la vita, né io ho dato forma alle membra di ciascuno di voi» (7, 22). Così il mistero della vita trasmessa e ricevuta non è espresso qui dalla fantasia maschile, ma suggerito discretamente, come un enigma che si sottrae alla donna stessa e che questa può nominare rinviando al segreto della vita di Dio. Così è anche la dimensione che la maternità assume attraverso il racconto patriarcale che ricorda le matriarche sterili che hanno ricevuto da Dio la capacità di partorire, dando così consistenza e futuro alla promessa. L’esperienza del “nulla è impossibile a Dio”, che si vive in questi parti miracolosi della storia d’Israele, entra singolarmente in risonanza con l’esperienza della maternità esplorata con grande intensità da Carla Canullo nel suo libro Essere madre (2009). Esperienza della «vita sorpresa» che si rinnova nell’emozione assoluta che produce la venuta dell’altro portato nell’intimità della carne. Presenza inedita, sconosciuta, donata e affidata con il suo carico di oneri, derivanti da un’alterità che sconvolge la carne e la vita che l’accolgono.
Un’altra indicazione è data nel Salmo 139. Parole di un uomo, questa volta, che ricorda la sua stessa vita come un mistero nascosto in Dio, ancor prima della sua nascita: «Sei tu che hai formato le mie reni, che mi hai intessuto nel seno di mia madre… Le mie ossa non ti erano nascoste, quando fui formato in segreto e intessuto nelle profondità della terra. I tuoi occhi videro la massa informe del mio corpo» (13-16). La stessa allusione a una tessitura di vita si ritrova sulla bocca di Giobbe che si rivolge a Dio come colui che l’ha «rivestito di pelle e di carne» (10, 11). L’espressione va tenuta presente in quanto contiene un prezioso suggerimento. Tessere, in effetti, è un’attività silenziosa, un gesto laborioso, fedelmente ed efficacemente ripetitivo, che si compie nel tempo. E che manifesta la fecondità della pazienza del tempo, quando appare nella sua compiutezza il disegno di un tessuto o la solidità di una tela. Lo stesso vale per l’umano generato dal lavoro nascosto, invisibile ma attivamente fecondo, che si opera nel ventre materno. 
Il racconto della Visitazione in Luca s’iscrive in modo singolare nel registro di questa vita nascosta che cresce e da cui si origina la storia delle generazioni e del mondo intero. Il dipinto di Pontormo che accompagna il nostro convegno ne è testimonianza. Due donne s’incontrano, entrambe portatrici, ognuna a suo modo, della “vita sorpresa” di cui Dio ha l’iniziativa nella loro carne. C’è molto silenzio in questa scena densa di riconoscenza che ha una naturalezza e una grazia di pericoresi. Due volti di donna figurano in secondo piano, una giovane e una anziana, come se insieme ricoprissero tutto lo spettro della vita al femminile. Il segreto scambiato tra Maria ed Elisabetta non è forse prima di tutto un segreto di donne, al quale tuttavia accede il bambino — la cui esistenza si sta tessendo — che Dio ha donato alla vecchiaia di Zaccaria e di Elisabetta e che sussulta in seno alla madre alla presenza di Maria? La gioia di quel sussulto, che solo la carne materna percepisce, è una risonanza silenziosa e decisiva dell’opera divina che sta prendendo forma nel corpo di Maria. E tutto ciò avviene al ritmo congiunto della vita di due donne e del calendario della storia divina che s’iscrive in quei giorni: durante il sesto mese di Elisabetta, precisa il testo, Maria riceve la visita dell’angelo di Dio; dopo aver accompagnato gli ultimi tre mesi di gravidanza della parente, Maria giunge lei stessa al giorno della nascita di Gesù. Nessuna urgenza, se non quella di affrettare l’ora della salvezza, può stravolgere le scadenze della maternità. 
«Occorrono nove mesi per fare un uomo e un solo giorno per ucciderlo», Si sarebbe tentati di riconoscere in questa frase di La condizione umana di Malraux il suggerimento di due temporalità. Una è quella degli eventi nel presente immediato, dove la decisione è posta nell’istante e dove l’atto s’iscrive in un mondo di azione senza indugio. Temporalità che è in affinità con la mascolinità, e che comporta la terribile efficacia, secondo Malraux, di poter tagliare il filo di una vita, nell’istante di un gesto omicida. Al contrario, la temporalità femminile costruisce nella pazienza del tempo, edifica la vita e la storia al ritmo lento di una crescita interiore. È esemplarmente quella dell’attesa che caratterizza la tessitura della gestazione. 
È però ben lungi dall’essere solamente l’esperienza di un tempo che cesserebbe con la nascita. Poiché è allora, sottolinea Claudia Canullo, che l’attesa si rivela come modalità della vita intera, e non solo di uno dei suoi momenti. Pazientemente, si tratta ora di lasciare esistere l’altro nel tempo, dove diviene se stesso giorno dopo giorno, affermandosi nella sua diversità. In realtà, questo ritmo lento della pazienza e dell’attesa qualifica la vita e permea i gesti delle donne. Si ritrova come inciso nell’essere-donna, persino al di là dell’esperienza carnale della maternità. Per istinto, le donne sanno che la vita ha come condizione il consenso all’attesa, che la fecondità vuole la pazienza che permette la maturazione, la fiducia che ha valore al di là dei limiti dell’istante presente. Ci si ricorderà così di come, nella storia degli inizi dell’Europa cristiana — mentre alcuni sovrani battezzavano in tutta fretta eserciti e intere popolazioni — furono delle donne a ricordare la necessità di rispettare le scadenze di una vera evangelizzazione. Parimenti, le donne sanno durare in una perseveranza che non cede mai, persino quando l’irreparabile è stato commesso. Tutto ciò è stato ricordato proprio qui, lo scorso anno, rievocando la resistenza femminile in America latina. C’è un modo femminile di confrontarsi con il tempo, di farne un alleato per riparare, consolare, ricostruire e contrapporre la fedeltà della memoria — memoria combattente se necessario — al disonore o alla perdita. 
È evidente, la fede e la vita spirituale sono intrinsecamente coinvolte in un ritmo singolare che implica la pazienza del tempo, la resistenza della speranza e il consenso a una storia profonda che non coincide con il ritmo del tempo immediato, quello della visibilità mondana degli eventi. Ebbene, si deve ammettere che tra queste due temporalità il divario è oggi aumentato in modo inedito. Il sociologo Hartmunt Rosa, in effetti, fa dell’accelerazione una delle caratteristiche principali della tarda modernità in cui viviamo. Molto più decisiva, sostiene, dell’espansione sfrenata dei processi di razionalizzazione e d‘individualizzazione. Nel suo famoso libro Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica del tempo nella tarda modernità elenca le modalità di questa accelerazione, che rimodella le relazioni sociali, permea la vita economica e culturale, modifica profondamente il rapporto soggettivo con se stessi nelle società contemporanee. Così viviamo sempre più in un mondo d’identità instabili, in un tempo dominato dalle scadenze, dall’instaurazione di una inter-comunicazione istantanea, dove l’uomo è sradicato e trascinato alla cieca in un futuro immaginario. Questa logica ha innegabilmente una connotazione più maschile che femminile. Il che significa anche che l’esperienza delle donne potrebbe e dovrebbe essere più che mai antidoto vitale a un mondo di visibilità senza ombra, di fuga in un’accelerazione generalizzata, diventando sempre più straniero al ritmo profondo della vita spirituale. Hartmunt Rosa si dichiara pessimista nella sua ricerca di pratiche di decelerazione che possano salvarci dalle esaltazioni suicide della cultura contemporanea. Forse sarebbe meno disincantato se si ricordasse che la parte femminile della nostra umanità custodisce, per sé e per tutti, questo segreto vitale di un tempo diverso da quello che le nostre tecniche strumentalizzano. 
«Occorrono nove mesi per fare un uomo», il che è vero ancora oggi. Questa banalità antropologica — che resiste in un’epoca di discutibili manipolazioni della procreazione o della pratica delle madri surrogate — resta un baluardo a protezione della nostra umanità. Questa esperienza propria della vita delle donne è direttamente coinvolta nella lotta contro le tentazioni disumanizzanti che assillano le nostre società.

L'Osservatore Romano

lunedì 23 aprile 2018

La radice del male sta in Inghilterra

Sir Francis Galton

di Riccardo Cascioli (Lanuovabq)
«Che vantaggio trae l’umanità dalle migliaia di disgraziati che ogni anno vengono al mondo, dai sordi e dai muti, dagli idioti e dagli affetti da malattie ereditarie incurabili, tenuti in vita artificialmente fino a raggiungere l’età adulta? …Quale immenso grumo di sofferenza e dolore tale squallore comporta per gli stessi sfortunati malati, quale incalcolabile somma di preoccupazione e dolore per le loro famiglie, quale perdita in termini di risorse private e costi per lo Stato a scapito dei sani! Quante sofferenze e quante di queste perdite potrebbero venire evitate se si decidesse finalmente di liberare i totalmente incurabili dalle loro indescrivibili sofferenze con una dose di morfina».

Qualcuno potrebbe pensare che queste parole siano state pronunciate da qualche gerarca nazista. E invece no, risalgono a ben prima del nazismo: si trovano nel libro “L’enigma della vita”, scritto nel 1904 da Ernst Haeckel. Conosciuto come il fondatore dell’ecologia, Haeckel è soprattutto un entusiasta discepolo di Charles Darwin e delle sue teorie sulla selezione naturale. E quindi di Francis Galton (1822-1911), cugino di Darwin e padre della Eugenetica. Galton porta alle estreme conseguenze la teoria darwiniana sulla selezione naturale: poggiandosi anche sulla recente scoperta dell’ereditarietà dei geni si pone la domanda sul come “guidare” questa selezione in modo da migliorare la razza umana.
Nascono così le Società di Eugenetica nei primissimi anni del ‘900. All’inizio si parlava soprattutto di Eugenetica “positiva”, ovvero attraverso matrimoni selettivi privilegiando quelli tra i migliori elementi della società. Ma ben presto si passa a quella “negativa”, cioè il divieto ai deboli di riprodursi. Non per niente leggi eugenetiche (con sterilizzazioni forzate dei “non adatti”) tra il 1910 e il 1925 vengono approvate e applicate in diversi paesi nord-europei e in gran parte degli stati degli USA.
È un quadro che aiuta meglio a inquadrare quanto sta avvenendo all’ospedale Alder Hey Liverpool dove il piccolo Alfie Evans viene trattato come uno “scarto” da eliminare.

Molti in questi giorni, leggendo anche le agghiaccianti sentenze dei giudici britannici, hanno rievocato le leggi naziste sulla selezione della razza.
Se il regime tedesco ebbe certamente la possibilità di applicare certe idee, è riduttivo e alla fine fuorviante ridurre la mentalità eugenetica al nazismo. Al contrario, è proprio la Gran Bretagna di fine ‘800-inizio ‘900 all’origine di quel movimento razzista e di quella “cultura dello scarto” (come direbbe papa Francesco) che ebbe poi massimo fulgore nel Terzo Reich. E la Germania nazista forse non avrebbe avuto la possibilità di implementare certi programmi se non fosse stato per i generosi finanziamenti delle grandi fondazioni americane e britanniche e per il grande consenso che riscuotevano in Europa. Il professore Ernst Rudin, psichiatra nazista e teorico delle leggi razziali, potè aprire il suo Istituto Kaiser Guglielmo per l’Antropologia, l’Eugenetica e la Genetica Umana (Monaco, 1927) grazie ai fondi della famiglia Rockefeller. E del resto Hitler poteva contare sull’amicizia e sulla solidarietà di altri capi di governo, anch’essi appartenenti alle Società Eugenetiche, come ad esempio il premier britannico Arthur Neville Chamberlain e il primo ministro collaborazionista francese Henri-Philippe Pétain.
Dunque non è la Germania nazista l’origine del problema ma proprio quella Gran Bretagna liberale che oggi ci fa inorridire.
Non è corretto neanche parlare di un “ritorno”. In realtà il movimento eugenetico non se ne è mai andato; si è solo trasformato perché alla fine della Seconda Guerra Mondiale e a causa di quanto avvenuto in Germania, la parola “eugenetica” non godeva più di buona fama. Così pian piano le Società di Eugenetica si trasformano, anzitutto in società di ricerca genetica o di biologia, ma anche semplicemente cambiano nome per rendersi più presentabili.

È il caso della Società di Eugenetica britannica: non ha mai smesso la sua attività, semplicemente oggi si chiama Galton Institute e soprattutto attraverso la sua annuale “Galton Lecture” valorizza gli studi sulla genetica che vanno nella direzione della costruzione dell’uomo “su misura”. Tanto per fare un esempio, la Galton Lecture 2018 vedrà protagonista la professoressa Jennyfer Doudna, autrice di una ricerca – eticamente molto controversa – sull’editing del genoma. Scopo di tanti studi del Galton Institute è quello di arrivare alla “costruzione” di individui con le caratteristiche volute, fisiche e morali.
Quello che attribuiamo al nazismo, dunque, è in realtà una cultura ben radicata nel Regno Unito (e non solo), tuttora molto seguita. Anzi, come dimostra il caso di Alfie Evans, essa viene ormai apertamente praticata negli ospedali e proclamata nelle aule di tribunale senza che nessun settore della società muova un dito, faccia un sobbalzo o almeno trovi qualcosa di sinistro in tutto ciò.

***

Alfie Evans / Giornali e tv sperano che muoia per non rispondere alle sue domande 
Il Sussidiario 
(Monica Mondo) Alfie Evans non sa che c'è chi conta le ore e pregando spera ancora in un miracolo. Non sa di essere pietra d'inciampo, scandalo che separa la verità dalla menzogna, i giusti dagli ingiusti. Non sa di essere così prezioso e insieme così scomodo. La sua presenza infastidisce, perché obbliga a pensare, prendere posizione e c'è chi non vede l'ora che tutto finisca, che una pietra tombale aiuti a placare, dimenticare, andare avanti. (...)

***

Il caso. Alfie, alle 14 si "stacca la spina"? Mariella Enoc a Liverpool 
Avvenire 
(Francesco Ognibene) Una manifestazione spontanea si sta radunando davanti all’Alder Hey Children’s Hospital di Liverpool, dov’è ricoverato Alfie Evans, il bambino di poco meno di due anni affetto da una malattia neurodegenerativa grave ma ancora non diagnosticata, che attende con i suoi genitori Tom e Kate che i medici attivino la procedura per il distacco del respiratore, sotto sedazione. (...)

martedì 10 aprile 2018

Dal cuore del pontificato




Giovanni Maria Vian: Dal cuore del pontificato

(Giovanni Maria Vian) Nasce dal cuore del pontificato di Francesco il documento sulla santità nel mondo di oggi. Ed è un richiamo alla radicalità del Vangelo l’elemento conduttore che percorre tutta l’esortazione apostolica Gaudete et exsultate, in alternativa a una «esistenza mediocre, annacquata, inconsistente». Un testo forse per molti inatteso e che invece, con un’impostazione e tratti indubbiamente personali, rivela il volto più autentico del Papa. Nel riferimento costante alla Scrittura e alla continuità della tradizione cristiana che è assicurata spesso dalla testimonianza di donne: «nostra madre, una nonna» nota Bergoglio, sempre attento alla componente femminile della Chiesa.
La prima citazione non biblica è così dall’omelia di Benedetto XVI per l’inizio del pontificato, con il cenno alla realtà misteriosa, ed eppure così vera, della comunione dei santi, grazie alla quale «siamo circondati, condotti e guidati dagli amici di Dio». Ma non si tratta solo di figure formalmente proclamate sante o beate, come nel caso del primo modello di santità contemporanea citato, quello di una giovanissima donna, Maria Gabriella Sagheddu, che offrì la sua vita per l’unità dei cristiani. Una caratteristica del testo, cara al Papa, è infatti quella di sottolineare una santità che si potrebbe definire feriale, cioè di tutti i giorni, nel vitale contesto comunitario cristiano.
È l’esistenza quotidiana della Chiesa militante, semplice ed esemplare, che rimane nascosta alla storia: uomini che lavorano per «portare il pane a casa», malati spesso soli, «religiose anziane che continuano a sorridere»; in una sola efficace espressione, quella «classe media della santità» descritta dallo scrittore francese Joseph Malègue che affascinò il giovane Bergoglio. Dimensione quotidiana peraltro già presente nella realtà nuova, e dunque anche nel linguaggio, delle primissime comunità cristiane, come appare per esempio nei saluti delle lettere di san Paolo ai Romani e ai Corinzi, appena un trentennio dopo la predicazione di Gesù.
La predicazione di Cristo è alla radice del documento papale, fin dal titolo ricavato dalla conclusione delle beatitudini nel vangelo secondo Matteo e che richiama altre due esortazioni apostoliche: quella programmatica del pontificato (Evangelii gaudium) e un testo quasi dimenticato di Paolo VI sulla gioia cristiana (Gaudete in Domino). E proprio le beatitudini evangeliche sono evocate dal Pontefice, commentate e riassunte in una serie efficace dal sapore francescano, dalla prima («essere povero nel cuore, questo è santità») all’ottava («accettare ogni giorno il cammino del Vangelo benché ci comporti problemi, questo è santità»).
Fino al «grande protocollo» del giudizio finale descritto nel venticinquesimo capitolo del vangelo di Matteo sul quale tante volte è tornato in questi cinque anni Papa Francesco, il cui insegnamento troppo spesso viene mutilato da semplificazioni e caricature mediatiche, non di rado malevole ma soprattutto lontane dalla realtà. Un insegnamento che invece richiama di continuo la tradizione cristiana, come nell’ultima parte di questo documento dedicata alla vita cristiana che è «un combattimento permanente»: contro il male e più precisamente contro il demonio, «terribile realtà» sulla quale il Pontefice cita un testo poco noto di Paolo VI e scrive pagine importanti. Al termine di uno straordinario documento molto personale sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo che si chiude con una toccante visione della maternità di Maria, la santa tra i santi.

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Presentazione dell'Esortazione di Papa Francesco "Gaudete et exsultate". Interventi 
 Perché parlare di santità? di Angelo De Donatis
- Due falsificazioni di Gianni Valente
- Per gente comune di Paola Bignardi
Nella Sala stampa della Santa Sede. L’esortazione apostolica del Papa sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo è stata presentata nella mattina di lunedì 9 aprile nella Sala stampa della Santa Sede. Sono intervenuti l’arcivescovo Angelo De Donatis, vicario generale di Sua Santità per la diocesi di Roma, il giornalista Gianni Valente e l’ex presidente dell’Azione cattolica italiana, Paola Bignardi. 
Introdotti dal direttore della Sala stampa Greg Burke, che ha anche trasmesso un videoclip sul documento pontificio, i tre relatori hanno presentato le cinque parti in cui esso è articolato (pubblichiamo in questa pagina i testi dei loro interventi) e hanno risposto ad alcune domande dei giornalisti accreditati. Infine quattro persone di diverse nazionalità e culture, che hanno letto anticipatamente la Gaudete et exsultate, sono rimaste a disposizione dei media per esprimere e condividere le loro impressioni. Si tratta del rifugiato afghano Mohammad Jawad Haidari, musulmano che ha conseguito un master su religione e mediazione culturale all’università La Sapienza di Roma; del canadese Adam Hincks, diacono gesuita e astrofisico; della francese suor Josepha, delle fraternità monastica di Gerusalemme; e dell’italiana Veronica Polacco, regista ed ex attrice, di recente convertitasi al cattolicesimo.

Perché parlare di santità?

di Angelo De Donatis
Perché un’esortazione apostolica sulla chiamata alla santità? Questo linguaggio ecclesiale non è, quantomeno, da «addetti ai lavori» (cioè da religiosi)? In effetti la parola «santità» è considerata un po’ antiquata proprio da quel mondo contemporaneo a cui l’esortazione vorrebbe rivolgersi. Chi oggi esprimerebbe con questa parola ciò a cui il suo cuore aspira, per sé e per la propria esistenza quotidiana?
Queste brevi considerazioni, che forse esprimono il pensiero di tante persone, ci dicono subito qual è la sfida che l’esortazione intende affrontare: mostrare l’attualità perenne della santità cristiana, presentandone il contenuto, così come è narrato dalla Scrittura, in modo da poterla proporre a tutti come meta desiderabile del proprio cammino umano, come una chiamata che Dio rivolge a ciascuno. Papa Francesco sintetizza così: la santità è «la vera vita, la felicità per la quale siamo stati creati» (1). Il contrario della santità non è, prima di tutto, una vita di peccato, quanto «l’accontentarsi di un’esistenza mediocre, annacquata e inconsistente» (1). Essere cristiani significa ricevere da Dio il dono di una vita bella, ricca di senso, piena di gusto, mettersi in un cammino che renda «più vivi e più umani» (32). Contro il male di vivere o l’accettazione (falsamente pacificata) del non senso della realtà per limitarsi ad abitare il proprio frammento di esistenza, Dio offre un cammino di santità, coraggioso e umanizzante, da vivere nella sequela di Cristo e nella rete delle relazioni con gli altri. Dio è il tre volte Santo, e riversa sugli uomini la sua stessa vita divina: «Siate santi, perché io il Signore, sono santo» (Levitico, 11, 44), trasfigurando l’esistenza dell’uomo e rendendola sempre più a immagine e somiglianza della sua.
È evidente che Papa Francesco con questa esortazione vuole puntare l’attenzione su ciò che è decisivo ed essenziale nella vita cristiana e aiutarci a tenere ben largo il nostro sguardo, contro la tentazione di ridurre la visuale o di perdere l’orizzonte, di accontentarci e «vivacchiare». L’appartenenza al Signore Gesù e alla Chiesa si dissolve e si svuota di senso se non tiene ben dritta la direzione del cammino nella traiettoria della santità e fatalmente scade nella ricerca di «altro», di ciò che nulla ha a che fare con la costruzione del regno di Dio.
La finalità dell’esortazione non è di offrire «un trattato sulla santità, con tante definizioni e distinzioni»; «il mio umile obiettivo — scrive Papa Francesco — è far risuonare ancora una volta la chiamata alla santità, cercando di incarnarla nel contesto attuale, con i suoi rischi, le sue sfide e le sue opportunità» (2). Già il concilio Vaticano II aveva sottolineato con forza questa universale chiamata, ribadendo il fatto che essa è rivolta a tutti: «Muniti di salutari mezzi di una tale abbondanza e di una tale grandezza, tutti i fedeli di ogni stato e condizione sono chiamati dal Signore, ognuno per la sua via, a una santità la cui perfezione è quella stessa del Padre celeste» (Lumen gentium, 11). Il Papa riprende e ribadisce questo punto del concilio, attualizzandolo e rendendolo più comprensibile e attraente per l’uomo di oggi.
Dei temi toccati dal Papa, io riprenderò il primo (la chiamata alla santità) e l’ultimo capitolo (il combattimento spirituale, la vigilanza e il discernimento). Gianni Valente, il secondo, dedicato a due nemici della santità, il pelagianesimo e lo gnosticismo; Paola Bignardi il terzo e il quarto capitolo: vivere le beatitudini oggi e alcune caratteristiche della santità nel mondo attuale.
Per quello che riguarda il primo capitolo, vorrei riprendere quattro punti fondamentali, che rappresentano altrettante dimensioni della chiamata alla santità.
Prima di tutto il Papa vuole dirci che la santità non è un’altra cosa rispetto alla vita che facciamo tutti i giorni, ma è esattamente questa stessa nostra esistenza ordinaria vissuta in maniera straordinaria, perché resa bella dalla grazia di Dio, dall’azione dello Spirito santo ricevuto nel battesimo. Il frutto dello Spirito è infatti una vita vissuta nella gioia e nell’amore, e in questo consiste la santità. Non ci sono condizioni particolari: la santità non è appannaggio di chi vive dedicando molto tempo alla preghiera o allo studio teologico o esercitando un particolare ministero nella Chiesa, ma è quella vita nuova che per dono di Dio è concretamente possibile a tutti, «nelle occupazioni di ogni giorno, il dove ciascuno si trova» (14). Francesco ricorda le parole del cardinale vietnamita Van Thuan, nei lunghi giorni del carcere: «Vivo il momento presente, colmandolo di amore» (17). Il Papa fa volutamente esempi di santità prendendoli dalla vita ordinaria: «I genitori che crescono con tanto amore i figli, gli uomini e le donne che lavorano per portare il pane a casa, i malati, le religiose anziane che continuano a sorridere» (7). Sono i santi «della porta accanto», o «la classe media della santità» (7, titolo di un libro di Joseph Malegue). Per questo, Papa Francesco a un certo punto cambia stile e si rivolge direttamente al suo interlocutore, a chi lo sta leggendo, per dirgli che la santità, cioè la vita vera e felice, è davvero possibile anche a te: «Lascia che la grazia del tuo battesimo fruttifichi in un cammino di santità. Lascia che tutto sia aperto a Dio e a tal fine scegli Lui, scegli Dio sempre di nuovo. Non ti scoraggiare perché hai la forza dello Spirito Santo affinché sia possibile e la santità in fondo è il frutto dello Spirito nella tua vita» (15; ma il tu comincia anche al numero 10, 14, ecc). Il concilio, nel brano già citato, diceva: tutti sono chiamati, «ognuno per la sua via». Non si tratta di copiare le opere dei santi, perché in definitiva ognuno ha la sua vita e il suo posto nel mondo; si tratta invece, «sotto l’impulso della grazia di Dio, di costruire con tanti gesti quella figura di santità che Dio ha voluto per noi» (18). Anche se la mia vita fosse sprofondata nel peccato o nel fallimento, la chiamata alla santità mi raggiunge dove sono per donarmi una ripartenza e una possibilità di riscatto.
Altro punto: la santità non è possibile da soli. L’individualismo e la pretesa di autosufficienza non portano alla vera vita. Abbiamo bisogno degli altri, abbiamo necessità di sentire che la nostra vita è inserita in quella del Popolo di Dio, nel quale lo Spirito di Dio riversa la sua santità. Dio non ci salva da soli, ma come Lui si è voluto rivelare entrando nella storia di un popolo, in «una dinamica popolare», scrive il Papa (6), così anche il nostro percorso di avvicinamento al Signore e di crescita nella fede è possibile solo dentro «la complessa trama di relazioni interpersonali che si stabiliscono nella comunità umana» (7). Francesco cita qui l’omelia per l’inizio del ministero petrino di Papa Benedetto: «Non devo portare da solo ciò che in realtà non potrei mai portare da solo»: il santo Popolo di Dio «mi sostiene, mi sorregge e mi porta». Nella Chiesa trovo la testimonianza degli altri, dei santi canonizzati, delle persone più umili, di chi «con costanza va avanti giorno dopo giorno» (7); nella Chiesa «trovi tutto ciò di cui hai bisogno per crescere verso la santità: la Parola, i Sacramenti, i santuari, la vita della comunità, la testimonianza dei santi, e una multiforme bellezza che procede dall’amore del Signore» (15). Nel Popolo di Dio è presente uno stile maschile e uno femminile di vivere la santità, tutti e due «indispensabili per riflettere la santità di Dio in questo mondo» (12). E ancora, «fuori della Chiesa Cattolica e in ambiti molto differenti», lo Spirito suscita «segni della sua presenza, che aiutano gli stessi discepoli di Cristo» (9, citando Novo millennio ineunte). Come si comprende, la spiritualità cristiana è essenzialmente comunitaria, ecclesiale, profondamente diversa e lontana da una visione elitaria o di eroismo individuale della santità.
La sorgente da cui scaturisce la santità è il Signore Gesù, la meta a cui tende è la storia umana, la trasformazione della storia nel regno di Dio. Questo è un punto centrale. Scrive il Papa che ogni uomo che viene in questo mondo ha «bisogno di concepire la totalità della sua vita come una missione» (23). Quando mi chiedo: «Perché sono nato? Perché vivo e a che serve la mia vita? Qual è il mio contributo alla crescita di questo mondo?», mi sto interrogando su quale sia la mia missione. Ebbene, «ogni santo è una missione» (19), cioè è uno inviato dal Padre per incarnare e rendere presente Cristo, l’uomo nuovo, nel mondo. Gesù è infatti la sorgente di ogni santità: lo Spirito santo non fa altro che riprodurre oggi, in noi, i lineamenti del volto di Cristo. Però, ciascuno in un modo diverso: ci sono santi che riproducono la sua vita nascosta a Nazareth, altri la sua vicinanza agli ultimi; gli sposi divengono sacramento di Cristo sposo, i presbiteri sacramento del Cristo Buon Pastore... «Contemplare i misteri della vita di Cristo ci orienta a renderli carne nelle nostre scelte e nei nostri atteggiamenti» (20). Dall’altra parte Cristo è stato inviato per il Regno, per questo dice Francesco, sempre rivolgendosi a ciascuno di noi suoi lettori, anche tu «non ti santificherai senza consegnarti anima e corpo per dare il meglio di te in questo impegno» della costruzione del regno (25). La santità cristiana non aliena dall’impegno per la storia umana, anzi! I santi sono pericolosi rivoluzionari, perché sono decisi a giocarsi totalmente per la missione affidatagli dal Padre. Sanno che chi perde la vita per il regno, la trova, come Gesù. Come Francesco aveva ribadito in Evangelii gaudium (87-92) dalla spiritualità cristiana non si può togliere l’incarnazione e la croce, magari per dedicarsi a un Dio del benessere personale, distaccato dalle vicende umane, dalla carne dolorante dei suoi figli. Non c’è santità cristiana lì dove la spiritualità si distacca dalla storia, e in nome di una comunione vaga, magari con «energie armonizzanti», dimentica la comunione con gli altri esseri umani e la ricerca del volto dell’altro, dimentica la fraternità e la rivoluzione della tenerezza. A noi è affidato il compito di accogliere questa chiamata alla santità, fatta di imitazione di Gesù e impegno con Lui per la trasformazione della storia umana «Voglia il cielo che tu possa riconoscere qual è quella parola, quel messaggio di Gesù che Dio desidera dire al mondo con la tua vita» (24).
Questa proposta di vita che è la santità cristiana tende gradualmente a conformare l’uomo a Cristo unificando e integrando la sua vita. Preghiera e azione nel mondo, tempi di silenzio e tempi di servizio, vita familiare e impegno del lavoro, «tutto può essere accettato e integrato come parte della propria esistenza in questo mondo ed entra a far parte del cammino di santificazione» (26). La ricerca di momenti di solitudine e di silenzio, staccando dalla corsa febbrile di cui è fatta la nostra vita, è in funzione di questa unificazione interiore sotto lo sguardo di Dio. In questo spazio personale, a contatto finalmente con la verità di noi stessi, potremo vivere un dialogo sincero con il Signore e farci invadere da Lui. «Non avere paura di puntare più in alto, di lasciarti amare e liberare da Dio. Non aver paura di lasciarti guidare dallo Spirito Santo. La santità non ti rende meno umano perché è l’incontro della tua debolezza con la forza della sua grazia» (34).
Permettete di aggiungere qualche parola sull’ultimo capitolo, perché si tratta di una parte comunque importantissima della esortazione. Il titolo spiega che il cammino verso la santità implica il combattimento e richiede l’atteggiamento di una costante vigilanza. Per viverlo, dobbiamo chiedere il dono del discernimento.
Il combattimento è contro «la mentalità mondana», «contro la propria fragilità e le proprie inclinazioni» disordinate, ma è anche «una lotta contro il Maligno». (159-161). Papa Francesco, come sappiamo, ne parla spesso e nell’esortazione sottolinea che quando si parla del Nemico non abbiamo a che fare solo con «un mito, una rappresentazione, un simbolo, una figura o un’idea» (161), ma «con un essere personale che ci tormenta» (40). Nel Padre nostro l’ultima invocazione in realtà è «liberaci dal Maligno». Lo scopo del Nemico è quello di separarci da Dio, facendoci passare dall’esperienza del peccatore perdonato, del “misericordiato” (il peccato come luogo dell’incontro liberante e umanizzante con la misericordia di Dio), al quel ribaltamento della nostra realtà di figlio di Dio che è la corruzione (164-165). Qui è necessario esercitare una grande vigilanza, perché il corrotto è colui che vive una «cecità comoda e autosufficiente, dove alla fine tutto sembra lecito» (165). Satana qui è capace di «mascherarsi da angelo di luce», pur di ingannarci e ripiegarci nell’autoreferenzialità più radicale (165).
Come fare? Il Papa ci invita a chiedere il dono del discernimento. Questa grazia dello Spirito si trasforma in uno sguardo permanente sulla realtà: quella che è nel nostro cuore (i nostri pensieri, sentimenti, desideri, lì dove Dio stimola, attira, consola...) e la realtà che ci circonda, dove lo Spirito agisce suscitando quelli che il concilio chiama i «segni dei tempi» (Gaudium et spes, 11). «Discernimento» è davvero una parola chiave di questo pontificato, perché dice lo stile e la modalità spirituale con cui il discepolo di Gesù e la comunità sono chiamati a interpretare le cose della vita, a decidere scegliendo la volontà di Dio, a realizzare il suo regno nel mondo: Non si tratta solo di intelligenza o di buon senso, né tantomeno di utilizzare l’apporto delle scienze umane (psicologia, sociologia...) pensandole come risolutive. Il discernimento trascende tutto questo, perché mettendoci nel silenzio e nella preghiera davanti al Signore, con un atteggiamento di totale apertura, «ci disponiamo ad ascoltare: il Signore, gli altri, la realtà stessa che sempre ci interpella in nuovi modi». Soltanto chi «ha la libertà di rinunciare al proprio punto di vista parziale ed insufficiente, alle proprie abitudini e ai propri schemi, è realmente disponibile ad accogliere una chiamata che rompe le sue sicurezze» (172). Papa Francesco, ad esempio, chiede a tutti i cristiani «di non tralasciare di fare ogni giorno, in dialogo con il Signore che ci ama, un sincero esame di coscienza» (169), creando così nella propria vita personale uno spazio di solitudine e di preghiera dove leggere e comprendere la propria vita, cogliendovi gli appelli di Dio.
«Al giorno d’oggi l’attitudine al discernimento è diventata particolarmente necessaria», perché «esposti alla tentazione di uno zapping costante... possiamo trasformarci facilmente in burattini alla mercé delle tendenze del momento» (167).
Concludo con la citazione bellissima della frase che si trova sulla tomba di sant’Ignazio di Loyola e che Papa Francesco ricorda in nota per descrivere la vita vissuta nell’atteggiamento permanente del discernimento: Non coerceri a maximo, contineri tamen a minimo divinum est , “Non aver nulla di più grande che ti limiti, e tuttavia stare dentro ciò che è più piccolo: questo è divino”.


Due falsificazioni

di Gianni Valente
Nel secondo capitolo della esortazione apostolica Gaudete et exsultateil Papa si sofferma su quelle che definisce «due falsificazioni della santità che potrebbero farci sbagliare strada: lo gnosticismo e il pelagianesimo». Ancora una volta, quindi, il Papa fa riferimento ai nomi di queste due eresie «sorte nei primi secoli cristiani», e che a suo giudizio «continuano ad avere un’allarmante attualità» (35). 
Per provare a suggerire cosa c’entrano gnosticismo e pelagianesimo in un testo papale sulla chiamata universale alla santità, conviene partire proprio dalla natura della santità, da come la santità viene vissuta e considerata nella Chiesa e nel suo insegnamento. 
Anche questa esortazione ripete in tanti modi e in tanti passaggi che la santità viene da Dio. È un frutto è un dono della grazia nella vita della Chiesa. Questo vuol dire che la santità non è l’esito di un proprio sforzo, non è una montagna da scalare da soli. Vuol dire che non si possono fare strategie o programmi pastorali per “produrre” la santità. Vuol dire soprattutto che è Cristo stesso l’iniziatore e il perfezionatore della santità. Per questo la santità è il tesoro della Chiesa: perché se ci sono santi vuol dire che Cristo è vivo, e continua a operare in loro, ad accarezzare e a cambiare le loro vite, e noi possiamo vederne gli effetti. E sempre per questo è vero anche che le «proposte ingannevoli» che si muovono sulla scia del pelagianesimo e dello gnosticismo rappresentano un ostacolo per la chiamata universale a essere santi: esse infatti ripropongono in varie forme l’antico inganno pelagiano o quello gnostico: cioè occultano o rimuovono la necessità della grazia di Cristo, oppure svuotano la dinamica reale e gratuita del suo agire. 
Sant’Agostino scriveva che l’errore velenoso dei pelagiani del suo tempo era la pretesa di identificare la grazia di Cristo «nel suo esempio, e non nel dono della sua presenza». Secondo Pelagio, il monaco del vsecolo da cui prende il nome quell’antica eresia, la natura di tutti gli esseri umani non era stata ferita dal peccato di Adamo, e dunque tutti erano sempre in grado di scegliere il bene ed evitare il peccato esercitando semplicemente la propria forza di volontà. Per Pelagio Cristo era venuto soprattutto per dare un buon esempio, e andava seguito come un maestro di vita per imparare a coltivare la propria virtù morale. Ma questo percorso poteva essere compiuto contando sulle proprie forze e facendo a meno di lui, del dono e del soccorso della sua grazia. 
Su questo punto l’esortazione apostolica Gaudete et exsultate si pone nell’alveo dei tanti pronunciamenti con cui il magistero ecclesiale ha invece sempre ripetuto che nella condizione reale in cui si trovano tutti gli esseri umani non si può essere santi e non si può nemmeno vivere una vita giusta sulle orme di Gesù senza l’intervento della grazia di Cristo, senza essere abbracciati in maniera misteriosa ma reale dal suo spirito. 
Papa Francesco tra le altre cose cita il secondo Sinodo di Orange, che già nel 529 attestava che «persino il desiderare di essere resi puri nasce in noi per l’operazione dello Spirito Santo». Cita anche il Catechismo della Chiesa Cattolica, per ricordare che il riconoscimento della assoluta necessità della grazia dovrebbe essere «una delle grandi convinzioni definitivamente acquisite dalla Chiesa», visto che «attinge al cuore del Vangelo» (55). 
Invece, occorre fare sempre i conti con manifestazioni dell’atteggiamento pelagiano che si infiltra anche nelle prassi più ordinarie della vita ecclesiale. 
L’esortazione apostolica riscontra un’impronta pelagiana in tutti quelli che «fanno affidamento unicamente sulle proprie forze», e anche quando vogliono mostrarsi fedeli a «un certo stile cattolico» (46), in realtà esprimono «l’idea che tutto dipende dallo sforzo umano» sia pur «incanalato attraverso norme e strutture ecclesiali» (58).
Invece il Papa scrive che la chiamata universale alla santità è rivolta proprio a chi riconosce che in ogni passo della vita e della fede c’è bisogno sempre della grazia. Perché — come si legge nel testo — «in questa vita le fragilità umane non sono guarite completamente una volta per tutte dalla grazia» (49). E il lavoro della grazia non rende gli uomini dei superuomini, ma «agisce storicamente e, ordinariamente, ci prende e ci trasforma in modo progressivo» (50).
Anche l’altra «proposta ingannevole» segnalata dal Papa viene assimilata a un’antica contraffazione della novità cristiana, quella delle antiche dottrine gnostiche che spesso assorbivano parole e verità della fede cristiana nei loro sistemi concettuali, ma nel far questo svuotavano dall’interno l’avvenimento cristiano della sua storicità.
Per le teorie gnostiche, la salvezza consisteva in un processo di auto-divinizzazione, un cammino di conoscenza in cui il soggetto doveva prendere coscienza del divino che aveva già dentro di sé. Mentre la fede cristiana riconosce che la salvezza e la felicità per gli esseri umani sono un dono gratuito di Dio, che raggiunge l’uomo dall’esterno, da fuori di sé. 
Per questo anche le storie di chi è chiamato alla santità, e pure quelle dei santi già canonizzati, sono disseminate di fatti, di incontri, di circostanze concrete in cui l’operare della grazia si rende percepibile e tocca e cambia le loro vite. In maniera analoga a quello che accadeva ai primi discepoli di Cristo, che nel Vangelo hanno potuto segnare anche l’ora del loro primo incontro con Gesù.
Invece — scrive il Papa — la mentalità gnostica sceglie sempre la via dei ragionamenti astratti e formali, e così vuole dominare, «addomesticare il mistero» (40). E questo, anche nella Chiesa, è il percorso imboccato spesso da chi è impaziente, non attende con umiltà il rivelarsi del mistero, perché — come afferma l’esortazione apostolica — non sopporta il fatto che «Dio ci supera infinitamente, è sempre una sorpresa, e non siamo noi a determinare in quale circostanza storica trovarlo, dal momento che non dipendono da noi il tempo e il luogo e la modalità dell’incontro» (41).
L’esortazione apostolica avverte che uno spirito gnostico può insinuarsi anche oggi nella vita della Chiesa ogni volta che si vuole prescindere dalle fattezze concrete e gratuite con cui opera la grazia, e si prende la via dell’astrazione, che procede «disincarnando il mistero». Ad esempio, ciò accade quando prevale la pretesa di ridurre l’appartenenza ecclesiale a «una serie di ragionamenti e conoscenze» da padroneggiare, (36), o alla «capacità di comprendere la profondità di determinate dottrine» (37). E se il cristianesimo viene ridotto a una serie di messaggi, di idee, fossero pure l’idea di Cristo o l’idea della grazia, a prescindere dal suo operare reale, allora inevitabilmente la missione della Chiesa si riduce a una propaganda, un marketing, cioè alla ricerca di metodi per diffondere quelle idee e convincere altri a sostenerle. 
L’esortazione apostolica segnala anche altre tracce della mentalità gnostica che possono trovarsi anche in circoli ecclesiali, come l’elitarismo di chi si sente superiore alle moltitudini dei battezzati, o il disprezzo per gli imperfetti, per quelli che cadono, per quelli che gli antichi gnostici avrebbero definito come “i carnali”. 
Comunque, davanti a questi fenomeni di auto-ripiegamento ecclesiale, l’esortazione apostolica non inizia battaglie culturali contro neo-gnostici e neo-pelagiani. Il Papa prega che sia il Signore stesso a liberare la Chiesa dalle nuove forme di gnosticismo e di pelagianesimo che possono frenare il cammino di tanti «verso la santità» (62). L’intento dell’intero documento non è quello di stigmatizzare nuove forme di pelagianesimo e gnosticismo, ma solo quello di invitare tutti a cercare ogni giorno il volto dei santi disseminati tra il popolo di Dio, e a riconoscerli come segno reale ed efficace della presenza e della misericordia di Cristo.
  


Per gente comune

di Paola Bignardi
La prima cosa che colpisce in questo documento è la determinazione con cui si sostiene che la santità appartiene alla gente comune, che ha un’ordinaria vita quotidiana fatta delle cose semplici che sono la struttura dell’esistenza di tutti. Dunque una santità che non è per pochi eroi o per persone eccezionali, ma che rappresenta il modo ordinario di vivere l’ordinaria esistenza cristiana. La conseguenza di questo è subito detta: se non vi è vocazione o condizione esistenziale incompatibile con la chiamata alla santità, allora non vi è vita cristiana possibile al di fuori di questo quadro esigente e appassionante: la vita cristiana non può realizzarsi pienamente se non nella prospettiva della santità, non vi sono percorsi intermedi o accomodamenti con lo sconto.
La regola di essa è presentata nel terzo e quarto capitolo del documento. La carta di identità del cristiano è data dalle beatitudini e da quella che Papa Francesco chiama la «grande regola di comportamento» proposta nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo: la concreta misericordia verso il povero.
Nelle beatitudini vi è la carta di identità del cristiano perché in esse si delinea il volto del Maestro, che il cristiano è chiamato a far trasparire nella quotidianità della sua vita (n. 63). La parola “felice”, o beato, è sinonimo di santo. Chi vive nel dono di sé perché vive secondo la parola di Gesù, è santo e raggiunge la vera beatitudine.
Papa Francesco però mette in guardia dalla tentazione di considerare le beatitudini come belle parole poetiche: esse vanno controcorrente e delineano uno stile diverso da quello del mondo. Basta leggerne la semplice declinazione che viene fatta al termine della descrizione di ciascuna di esse: il santo è colui che è povero nel cuore; il santo è chi reagisce con umile mitezza; santo è chi sa piangere con gli altri; santo è chi cerca la giustizia con fame e sete; santo è chi guarda e agisce con misericordia; santo è chi mantiene il cuore pulito da tutto ciò che sporca l’amore; santo è chi semina pace attorno a sé; santo è chi accetta ogni giorno la via del Vangelo nonostante questo gli procuri problemi.
La «grande regola di comportamento» traduce in modo concreto le beatitudini, soprattutto quella della misericordia. L’esempio che viene riportato al n. 98 è proprio molto concreto e mostra il discrimine tra l’essere cristiani e non esserlo. «Quando incontro una persona che dorme alle intemperie, in una notte fredda» (n. 98) posso considerarlo un imprevisto fastidioso o riconoscere in lui un essere umano con la mia stessa dignità, come me infinitamente amato dal Padre: dal mio atteggiamento passa il confine tra l’essere cristiano e no.
Le beatitudini delineano il volto del Signore Gesù e non possono essere vissute se non conservando un’intensa unione con Lui. Ma non è sulla via della santità nemmeno colui che diffida dell’impegno sociale «considerandolo qualcosa di superficiale, mondano, secolarizzato, immanentista, comunista, populista» (n. 101); e conclude il testo: «Non possiamo proporci un ideale di santità che ignori l’ingiustizia di questo mondo». Perché se la santità è vivere l’amore, il dono di sé come lo ha vissuto il Signore Gesù, fino in fondo, in maniera radicale e totale, non si potrà passare distratti e indifferenti accanto al fratello; e per fare questo, il cristiano avrà bisogno che sia il Signore Gesù a renderlo capace di amare come Lui ha amato.
Vivere la santità richiede di aver realizzato nella propria vita quella unità per cui si passa dalla contemplazione del volto del Signore al concreto gesto di carità, e dal gesto al volto.
Il capitolo quarto delinea cinque grandi manifestazioni dell’amore per Dio e per il prossimo; cinque forme attuali, perché la santità ha forme concrete diverse nei diversi tempi. Il documento è uno strumento per cercare le forme della santità per l’oggi. Le cinque caratteristiche proposte intendono misurarsi con alcuni rischi e limiti della cultura di oggi: «l’ansietà nervosa e violenta che ci disperde e debilita; la negatività e la tristezza; l’accidia comoda, consumista ed egoista; l’individualismo, e tante forme di falsa spiritualità senza incontro con Dio che dominano nel mercato religioso attuale» (n. 111).
Per questo, c’è bisogno di fermezza e solidità interiore per resistere all’aggressività che è dentro di noi, alla tentazione di partecipare a quelle forme moderne di violenza quali quelle costituite dalla rete, per non lasciarsi suggestionare dal male che si annida sottile nelle relazioni con gli altri e le avvelena...
Il santo vive con gioia e ha il senso dell’umorismo; la sua non è la gioia spensierata e superficiale, ma quella che nasce dalla consapevolezza di essere infinitamente amati e si esprime nella comunione fraterna.
Inoltre la santità è parresia, è coraggio apostolico, è capacità di osare, di sperimentare, di prendere l’iniziativa, di muoversi verso la novità. È osare di andare verso le periferie e le frontiere, per scoprire che il Signore è già lì «Gesù ci precede nel cuore di quel fratello, nella sua carne ferita, nella sua vita oppressa, nella sua anima ottenebrata. Lui è già lì» (135). Santità è sfidare l’abitudinarietà e lasciarsi smuovere da ciò che succede attorno a noi e dalla Parola del Risorto.
Santità è un cammino da fare in comunità, come testimoniano tanti santi, e tra essi i monaci trappisti di Tibhirine, che si sono preparati insieme al martirio. La vita comunitaria — in famiglia, in parrocchia, nella comunità religiosa... — è «fatta di tanti piccoli dettagli quotidiani» (n. 143). La via dell’unità desiderata da Gesù nel discorso di addio passa dai piccoli gesti di ogni giorno.
Infine la santità è preghiera, fatta di silenzio, del lasciarsi guardare dal Signore, dal lasciar alimentare da Lui il calore dell’amore e della tenerezza; è «la contemplazione del volto di Gesù morto e risorto che ricompone la nostra umanità». La santità è lasciarsi trasformare dal Signore e dalla potenza del suo Spirito.
Anche oggi, dunque, la via della santità è la via della gioia.
L'Osservatore Romano