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sabato 30 aprile 2016

Rendiamo grazie al Padre di tutte le misericordie...




Omelia del Cardinale Leonardo Sandri,nella Celebrazione Eucaristica della Solennità di Santa Caterina da Siena, Patrona di Italia e di Europa -  Roma, Basilica di Santa Maria sopra Minerva
(a cura Redazione "Il sismorafo") 
Alle ore 18 di venerdì 29 aprile 2016, nella Basilica di Santa Maria sopra Minerva, il Cardinale Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali ha presieduto la Celebrazione Eucaristica nella Solennità di Santa Caterina da Siena, Vergine e Dottore della Chiesa, Compatrona della città di Roma, di Italia e di Europa. Alla Santa Messa hanno assistito Sua Beatitudine Youssef Ignace III Younan, Patriarca di Antiochia dei Siri, S.E. Mons. Cyril Vasil', Arcivescovo Segretario del Dicastero. Hanno concelebrato, oltre a numerosi religiosi domenicani e sacerdoti, anche i Superiori dei Frati Predicatori della Provincia del Centro-Italia e di quella di San Tommaso d'Aquino.  All'inizio della celebrazione, come tradizione, un rappresentante dell'Amministrazione Capitolina, ha offerto un omaggio floreale dinanzi all'altare che custodisce le spoglie mortali della Santa Senese. 
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1.Rendiamo grazie al Padre di tutte le misericordie, perché ci ha radunato a celebrare i santi misteri nella festa della Compatrona di Roma, di Italia e di Europa, Santa Caterina, vergine e dottore della Chiesa. 
Con stupore e commozione vogliamo sentirla vicina, non soltanto a motivo delle sue spoglie mortali che sono conservate e venerate sotto l'altare maggiore di questa basilica, ma ancor più perché in questi luoghi Ella visse per lunghi anni della sua vita mortale. Anche qui certamente allora fece l'esperienza di quel diventare dimora del Padre e del Figlio di cui ci ha parlato il Vangelo, il segreto più profondo della sua esistenza che espresse in numerose e bellissime preghiere e meditazioni.
Caterina, che fece la sua scelta religiosa dopo una visione del Santo Maestro Domenico, è gemma fulgida che brilla dentro il firmamento degli ottocento anni dall'approvazione dell'ordine dei Predicatori, che anche oggi, come ai tempi della Santa, officiano la Chiesa e animano la parte dell'antico convento che è stata restituita alla vita religiosa. Saluto qui con gioia i Superiori della Provincia Romana e di quella di San Tommaso d’Acquino, il Rettore della Chiesa, gli studenti e i confratelli domenicani, oltre che l’Arcivescovo Segretario e il Sotto-Segretario della Congregazione per le Chiese Orientali, che mi accompagnano. Un saluto colmo di affetto va a Sua Beatitudine Youssef Ignace III Younan, Patriarca di Antiochia dei Siri, che ha voluto essere presente qui oggi per pregare con noi.
2. La Colletta, con cui ho rivolto la preghiera al Signore all’inizio dell’assemblea liturgica, ha tratteggiato l’opera di Dio in Santa Caterina, “ardente dello Spirito di amore”: “unire la contemplazione del Crocefisso e il servizio della Chiesa”. Ella, come testimone, ci cammina innanzi, e con la sua intercessione ci ricorda che noi pure siamo partecipi in virtù del nostro battesimo del mistero di Cristo e come figli, ogni giorno, chiediamo al Signore che ci conceda “di esultare nella rivelazione della sua gloria”. La gioia, l’esultanza, ci dice la Madre Chiesa con le parole della liturgia, scaturisce nel cuore perchéDio non è rimasto nascosto, ma si è fatto conoscere e, come dice Giovanni all’inizio del suo Vangelo “noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di Unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità”. Il Verbo che si è fatto carne, è il testimone fedele, l’Agnello che ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, abbiamo letto nell’Apocalisse, ma soprattutto Egli è “Colui che ci ama”. Caterina afferma: “Da qualunque lato io mi volgo trovo ineffabile amore, e non ci possiamo scusare di non amare, poiché tu solo, Dio e uomo, sei colui che amasti me senza essere amato da me, perché io non ero e tu mi facesti”. Al Signore, come l’apostolo Tommaso nell’ultima cena, Ella domanda quale sia la via per raggiungere il Padre: “O verità eterna, quale è la dottrina tua e quale è la via per la quale tu vuoi e ci conviene andare al Padre? Non ci so vedere altra strada se non quella che tu hai lastricata con le vere e reali virtù del fuoco della carità tua. Tu, Verbo eterno, l’hai battuta col sangue tuo: questa è la via adunque”.
3. La chiara percezione della misura dell’amore di Dio per l’uomo è motivo in Caterina di sentire la miseria del peccato che è rifiuto di Dio, rottura del legame autentico con Lui e con i fratelli: ciascuno di noi, anziché essere dimora di Dio, può lasciare che del cuore prenda possesso il mistero dell’iniquità. La risposta della santa che oggi celebriamo non è anzitutto quella di porsi sul piedistallo a giudicare il mondo, lei che forse ne avrebbe avuto maggiormente l’autorevolezza, ma quella di scegliere una via di penitenza evangelica e di conversione, per diventare con la sua vita un appello a tornare a Dio, ad essere Chiesa Sposa di Cristo, alla pace e alla riconciliazione tra i popoli divisi dalle guerre. È lo spirito del Giubileo della misericordia, indetto da Papa Francesco: ritornando a Cristo, passando attraverso la Porta Santa ma in realtà spalancando la porta del nostro cuore a Lui, tutti siamo chiamati a riprendere la via del Vangelo, anche i più lontani, gli esclusi, i peccatori impenitenti. Questa trasformazione interiore operata dalla Grazia deve dilatarsi intorno a noi e nel mondo intero, attraverso le opere di misericordia corporale e spirituale, e renderlo una dimora accogliente, una casa di giustizia e di pace. È la riprova di quello che san Giovanni ha affermato nella seconda lettura: “Se camminiamo nella luce, come egli (Gesù) è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri”. Preghiamo per il Papa e per la Chiesa, con la consapevolezza colma di fede della santa senese: “Grazia, grazia sia a te, sommo ed eterno Padre che, come pazzo della fattura tua, oggi mostri in che modo si possa riformare la santa Chiesa sposa tua. E supplico te che, come tu hai provveduto da l’una parte d’illuminare l’occhio dell’intelletto di questa necessità, così provveda dall’altra disponendo i ministri e, massimamente il vicario tuo, a seguire il lume che tu hai infuso e infonderai”.
4. Caterina dal cielo vede e contempla Roma, l’Italia e l’Europa, che le sono state affidate come compatrona. Con la sua preghiera Ella è chiamata a trafiggere le fosche nubi di tenebra che rendono difficile riconoscere come la Nazione e il Continente stiano camminando nella luce. Caterina assiste ancora, come ai suoi tempi, alla litigiosità colma di sterili divisioni e fazioni, anche tra coloro che hanno responsabilità nelle sorti dei popoli, o ai persistenti episodi di corruzione, di calunnia o di violenza. Ella amava definire Cristo come il ponte tra il cielo e la terra, ormai riconciliati nel Suo Sangue prezioso, e attraversava i confini degli Stati per recarsi dal Papa ad Avignone: ora vede l’Europa - essa che pure si conta tra i grandi produttori di armamenti - riempirsi di muri che ostacolano il cammino di coloro che fuggono dalla guerra e dalla miseria. Anche questo è un modo di far trionfare l’egoismo dell’individuo-Stato, anziché la collaborazione e la solidarietà tra i popoli, consentendo che si mantenga come sistema globale quanto il Santo Padre ha più volte denunciato. La comunione, la partecipazione, la solidarietà vanno protette, non la chiusura tra i popoli e le Nazioni!
5. Insieme con Caterina anche noi leviamo lo sguardo, ma non possiamo permettere alle tenebre evocate di essere l’ultima parola su noi e sul mondo. Più grande è il mistero della misericordia: anche noi dobbiamo invocarla e supplicarla. Dal nostro cuore, a causa del nostro peccato, delle priorità del proprio tornaconto in Europa, delle sofferenze indicibili dei fratelli in Siria, Iraq, Medio Oriente, Corno d’Africa (per ridestare l’attenzione sulla loro condizione tra qualche ora la Fontana di Trevi si tingerà di rosso..), del dramma degli sfollati in Ucraina, visto il pericolo in cui è messa la pace del mondo, sgorgano lacrime di impotenza, che chiediamo al Signore di asciugare, donandoci la consolazione e la speranza, come anche accadrà nella Veglia presieduta dal Santo Padre il prossimo 5 maggio. Scrive la nostra Patrona: “Oggi grido dinanzi alla misericordia tua che tu mi dia di seguitare la verità tua con cuore schietto; dàmmi fuoco ed abisso di carità; dàmmi continua fame di portare per te pene e tormenti; dà, Padre eterno, agli occhi miei fonte di lacrime, con le quali io inchini la misericordia tua sopra tutto quanto il mondo, e particolarmente sopra la sposa tua”. Amen

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«Cuore» è il titolo del primo seminario internazionale pensato per elaborare «una teologia intrinsecamente femminile»
L'Osservatore Romano
Cuore. «Cuore» è il titolo del primo seminario internazionale pensato per elaborare «una teologia intrinsecamente femminile» che si tiene dal 28 al 30 aprile a Roma nella sede della Pontificia università Urbaniana grazie all’impulso di Lucinda M. Vardey. Rispondendo all’invito più volte ripetuto da Papa Francesco di elaborare «una profonda teologia delle donne», l’iniziativa prevede altri due incontri che — sempre in coincidenza con il 29 aprile, festa di santa Caterina da Siena — si svolgeranno nel 2017 e nel 2018. Aperto da una relazione di Lucetta Scaraffia sui legami con il cuore nella storia della santità femminile, l’incontro di quest’anno comprende interventi di Judette Gallares, Mary Madeline Todd, Anne-Marie Pelletier, Hanna-Barbara Gerl-Falkovitz, Lucinda M. Vardey, Leanna Cappiello, Emily Van Berkum, Philomena Njeri Mwaura, Elena Buia Rutt e Giulia Galeotti. Pubblichiamo stralci di due relazioni sulla figura di Maria nei vangeli di Luca e di Giovanni e sul pensiero di Edith Stein.Reinterpretando la figura di Maria. Donna tra le donne
(Anne-Maria Pelletier) L’umanità è associata in modo più intimo all’opera di salvezza attraverso la persona di una donna (cfr. Galati, 4, 4) e questo implica che le nostre teologie devono aprirsi decisamente alla realtà dell’“essere donna”. In un corpus evangelico che, si sa, è incredibilmente parsimonioso e discreto sulla persona della Vergine Maria, occorre fare riferimento al vangelo di Luca, precisamente al capitolo 23, versetti 19 e 51, dove due episodi del racconto dell’infanzia di Gesù — la visita dei pastori a Betlemme e il racconto su Gesù che rimane a Gerusalemme dopo la partenza dei suoi genitori — si concludono con l’affermazione che «Maria / sua madre, serbava tutte queste cose / parole (rèmata) meditandole nel suo cuore», con la duplice precisazione al verso 19 di un «serbava con cura» (sunetèrei) e di un lavoro della memoria sui rèmata meditati (sumbàllousa en te kardìa autès). 
Questa breve osservazione ha una portata a priori modesta, in ogni caso meno immediatamente teologica delle menzioni giovannee della «madre di Gesù», corredate dal titolo solenne e inatteso di gynè, “donna”, che, nel racconto di Cana e in quello della Passione, hanno immediatamente una portata cristologica ed ecclesiologica. Le parole di Luca appaiono piuttosto come una discreta incursione nel registro segreto dei pensieri di Maria nascosti in Dio, nell’intimo del suo cuore. Così, per un breve istante il racconto di Luca varca il recinto segreto di un cuore di donna la cui vita è toccata, nella quotidianità dei suoi giorni, da un disegno di Dio esorbitante, che sconvolge la sua carne e che accompagna la storia del bambino nato dal suo seno. 
Pertanto, il riferimento fatto qui al “cuore” fa intravedere che il discorso va oltre l’aneddoto dei “fioretti”, cosa che, tra l’altro, i due primi capitoli di Luca non sono affatto. È nota in effetti la densità di significato della parola “cuore” in antropologia biblica. Il cuore è il luogo della libertà, dunque della decisione, che comanda l’ascolto, il consenso a Dio o la chiusura alla sua Parola. Il cuore è anche chiamato all’esercizio di memoria delle opere di Dio, dei suoi comandamenti, delle sue promesse. Perciò la sua debolezza fa appello alla speranza di un cuore sul quale i comandamenti saranno iscritti, in Geremia, o più radicalmente, di un cuore nuovo, cuore di carne capace di palpitare d’amore, in Ezechiele. Allo stesso modo, la tematica del “serbare” è una pietra di paragone dell’alleanza e della fedeltà a cui essa impegna. Parlare dell’atteggiamento del cuore è dunque esprimere nel suo punto nevralgico la relazione con Dio. 
Pur rispettando la grande sobrietà del racconto di Luca, occorre cogliere qualcosa dell’atteggiamento interiore di Maria sottolineato da Luca con parole molto semplici, ma cariche di un silenzio che dobbiamo interpretare correttamente. Alla luce del duplice versetto riportato qui, vorrei in particolare reinterrogare l’eccezionalità di Maria che l’episodio di Luca 11, 27 sembra chiamare in causa, e che paragona la beatitudine del ventre che ha portato Gesù a quella dei cuori che ascoltano (akùontes) e serbano (phulàssontes) la Parola di Dio. Il che porterà a proporre alla nostra riflessione alcuni pensieri su una qualità del femminile di cui la fedeltà/fede di Maria è una testimonianza eminente, che la Chiesa da lei maternamente generata deve a sua volta riconoscere e vivere.
Volendo passare dal vangelo di Luca a quello di Giovanni, possiamo immaginare che è l’apprendimento di questa fedeltà paziente a permettere a Maria di stare ai piedi della croce. Qui più che mai l’eloquenza dei commenti spirituali svanisce e concede a Maria una percezione sublime dell’evento, ben lontana dalla realtà desolata del patibolo del Golgota dove si consuma «l’amore fino alla fine» di Cristo. Il succedersi delle perplessità che avevano suscitato le sue domande (all’angelo: «Come avverrà questo?», e all’adolescente ritrovato: «Perché ci hai fatto questo?») confluisce in questa ora in cui tutti i segni si spengono, mentre si compie la misteriosa profezia di Simeone. Che cosa capiva Maria ai piedi della Croce, mentre ripercorreva nella sua memoria lacerata il cammino di quel figlio senza eguali? Chi può dirlo? Ed è poi importante forzare il segreto? Nella notte oscura del venerdì santo è possibile che il «mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?» del figlio sia restato estraneo al cuore della madre? Ma a importare è solo ciò che attesta Giovanni: lei era lì, in piedi, sul calvario, alla portata degli occhi di Gesù. Si potrebbe allora anche immaginare qualcosa come l’ingresso di Maria nella nube della presenza divina, al tempo stesso oscura e luminosa: il dito sulla bocca.
Di fatto Maria non era sola sul Calvario. «Le donne che seguivano Gesù sin dalla Galilea» non lo avevano abbandonato come tutti gli altri. Anche nella nostra storia, Maria non è sola, contrariamente a un’immagine mitologica e tendenziosa («Sola tra tutte le donne, seppe piacere a Dio», Sedulius). Dobbiamo tenere presente che Maria, nel suo destino eccezionale, non è meno donna tra le donne. Teresa di Lisieux ha insistito su ciò sul suo letto di morte: «Non bisognerebbe dire di Lei cose inverosimili o che non si sanno». La stessa Teresa voleva che si dicesse: «viveva di fede come noi». Se la Vergine Maria è in stretta solidarietà con le donne del passato d’Israele, non lo è di meno con le donne di sempre e di ogni luogo. Credo, in effetti, che aiuti a percepire la capacità propriamente femminile di vivere l’oscuro, resistendo allo sconforto, superando l’evidenza della sconfitta, dunque senza abbandonare l’invisibile in cui la vita è invitta, dove la carne — per quanto sfigurata e decaduta — può sempre essere accolta, consolata, onorata. Una citazione per concludere: «tutti i viventi sono nel mio cuore. La locanda è vasta. Vi è perfino un letto e un pasto caldo per i criminali e i folli». Queste parole, che descrivono bene Teresa, potrebbero essere riferite altrettanto bene a Maria. Ebbene, sono le parole di un uomo, del poeta Christian Bobin. Mi piace questo confluire del maschile e del femminile. Credo che dobbiamo tenerlo presente nel nostro lavoro attuale. Ciò significa, nella fattispecie, che guardare e comprendere Maria è imparare la nostra umanità comune. E, per cominciare, chiaramente, è imparare a essere Chiesa, quella Chiesa che Maria riceve la vocazione di generare maternamente dalla bocca di Gesù sulla Croce. Possa tutta la Chiesa entrare nell’interiorità di questa fede di Maria che vede il mondo in Dio, serba una fiducia invincibile, qualunque sia la prova presente delle scadenze escatologiche.
La visione di Edith Stein. Nel profondo dello Spirito
(Hann-Barbara Gerl-Falkovitz)
Nei molteplici scritti teorici di Edith Stein, l’espressione “cuore” è poco comune, perché di solito lei non pone in rilievo l’affetto o il sentimento; nella maggior parte dei suoi documenti (escludendo le preghiere e le poesie) è rigorosamente riflessiva.
Ma nel suo capolavoro Essere finito ed essere eterno, scritto nel 1936-1937, si scopre l’espressione Herzmitte (“centro del cuore”). Cuore viene di solito usato come metafora di anima, ed è così possibile costruire un ponte verso la teoria dell’anima come centro inesauribile dell’essere umano. Questa antropologia porta, attraverso alcune riflessioni fenomenologiche, alla teologia dell’unità trinitaria in Dio. Ma soprattutto questo “cuore/anima” conduce in parte a Teresa d’Ávila, maestra psicologica e spirituale di Edith Stein.
La grandezza del “cuore” è quindi sia intellettuale che affettiva. Anche la chiara affinità con Agostino mostra la similitudine e la differenza nell’approccio di Edith Stein alla realtà umana e divina. La domanda se tale approccio può essere definito “femminile” richiede una risposta dettagliata.
In un testo straordinario e quasi sconosciuto del 1937, intitolato Pfingst-Novene (“novena di Pentecoste”) Edith Stein vede espresso nello Spirito Santo l’archetipo di donna. In sette versi innodici privi di rima e ritmo, la religiosa carmelitana domanda per sette volte «chi sei?» o «sei tu?», e di solito alla domanda aggiunge immagini o espressioni nelle quali si sente battere il suo cuore. Per esempio: «Sei forse tu la dolce manna, che emana dal cuore di tuo Figlio nel mio cuore?». Oppure riflette rifacendosi ai suoi scritti filosofici: «Dove tutti sentono il segreto significato del suo essere in modo delizioso». Il tono innodico le è familiare per aver lei stessa tradotto molti inni. Ma non condivide solo le immagini classiche, bensì le combina con il vivace ricordo di sua madre: l’aiuto altruistico, infinito, il calore naturale. Tutte queste esperienze si assommano nell’“avvocato”, lo Spirito santo: «Chi sei, dolce luce che m’inondi e rischiari la notte del mio cuore? Tu mi guidi come la mano di una mamma. Ma, se mi lasciassi, non più di un passo solo avanzerei».
In una sua riflessione questa idea ha radici ancora più profonde: «Nell’essere donna, ciò che è amore servizievole; non è un’immagine appropriata della divinità? Amore servizievole significa aiutare tutte le creature a giungere alla perfezione. Ebbene, tale è l’ufficio dello Spirito santo. Conseguentemente, nello spirito di Dio che si sparge su tutte le creature, potremmo vedere il prototipo dell’essere femminile. La sua immagine più perfetta la troviamo nella purissima Vergine (...); a lei più vicine sono le vergini consacrate (...). Sono sua immagine anche quelle donne che stanno accanto a un uomo che è immagine di Cristo, e che edificano il suo corpo, la Chiesa, attraverso la maternità fisica e spirituale» (Probleme der neueren Mädchenbildung).
Così, in modo del tutto inaspettato, si ritrova la poetessa nella filosofa, la donna credente nella pensatrice. Vivere a partire dal proprio cuore è la qualità dello spirito, dello Spirito santo, ed Edith Stein vede in questa persona divina l’immagine originale dell’essere donna. Cuore ed essere donna sono uniti tra loro in una terza entità, lo Spirito Santo.
Non vi è alcun dubbio che, nell’affrontare tali concetti, Edith Stein vada oltre il semplice significato-evento che (già di per sé) fa saltare i metodi e i confini della fenomenologia. Non lo prende come una cosa neutrale per quanto riguarda i fatti, ma come l’emergere di un potere personale. Ovviamente le catene dell’ego individuale vengono efficacemente sciolte da ciò attraverso una «pienezza che proviene d’altrove» (Natur und Gnade).
Proprio perché si tratta di una questione di potere personale, costituisce il suo corrispondente come persona. Ciò significa che esige una risposta: «Questo è il grande segreto della libertà personale davanti a cui Dio si arresta al fine di consentirlo. Egli vuole poter regnare sullo spirito creato solo come dono liberamente offerto dell’amore di quello spirito» (Kreuzeswissenschaft). Viene così descritto in modo esplicito un processo di reciprocità. Fintanto che il significato-evento rimane un “esso”, ha solo un carattere violento, depotenziante. Ma se giunge come “tu”, dischiude la possibilità di un amore libero, reciproco. L’essere umano riecheggia Dio, ma anche Dio riecheggia l’essere umano. Il solo avvicinarsi a immaginare ciò è, di fatto, un significato-evento che porta all’insondabile.
In sintesi: «Nel nascondimento e nel silenzio si compie l’opera di salvezza. Nel silenzioso dialogo del cuore con Dio vengono preparati gli elementi vivi dai quali cresce il regno di Dio, vengono forgiati gli eccellenti strumenti che aiutano a innalzare l’edificio» (cfr. Das Gebet der Kirche). In altri termini: «Il giorno in cui Dio arriverà ad avere potere illimitato sul nostro cuore, anche noi arriveremo ad avere potere illimitato sul suo cuore».
L'Osservatore Romano

martedì 5 gennaio 2016

La misericordia in Edith Stein

Targa per Edith Stein presso l'Arciabbazia di Beuron, Germania

“Rimettiamoci alla misericordia di Dio che sia venire a capo di tutto ciò che si fa beffe della nostra forza… la speranza in questa futura rivelazione mi dà una grande gioia… quando ciò che vediamo esternamente in noi e negli altri ci toglierebbe il coraggio”.
È Edith Stein a scrivere: grande santa tedesca (con il nome Teresa Benedetta della Croce) di origini ebraiche, filosofa di profonda intelligenza speculativa, assistente del filoso Edmund Husserl, patrona d’Europa.
Mi piace ricordarla non solo per la prossima giornata della memoria (27 gennaio, in commemorazione delle vittime della Shoah), ma perché alla sua scuola trovo la fiducia nella misericordia che splende nonostante le  tenebre del male e della violenza, tanto drammaticamente caratterizzanti quel “secolo breve” in cui la santa carmelitana visse e morì, ad Auschwitz. Uno dei modelli biblici preferiti da lei era la regina Ester, che aveva rischiato la vita per la salvezza del proprio popolo.
"Devo continuamente pensare alla regina Ester che venne sottratta al suo popolo per renderne conto davanti al re. Io sono una piccola Ester, povera ed impotente, ma il Re che mi ha scelta è infinitamente grande e misericordioso. E questa è una grande consolazione”, scriveva.
“Non mi è mai piaciuto pensare che la misericordia di Dio si fermi ai confini della Chiesa visibile - aggiungeva -. Dio è la verità chi cerca la verità cerca Dio, che lo sappia o no”.
Questa speranza nella misericordia divina presente nella Stein nonostante in prima persona ella vivesse grandi difficoltà e persecuzioni, è esemplare proprio in questi nostri tempi in cui il male e la violenza continuano ad allignare insidiosi: così anche la Misericordiae Vultus, la bolla di indizione
del Giubileo straordinario della Misericordia, invita a “guardare al futuro con speranza… varcando una Porta della Misericordia, dove chiunque entrerà potrà sperimentare l’amore di Dio che consola, che perdona e dona speranza”.
Ma com’è che la misericordia si pone dinanzi al male? Scriveva Edith Stein: “L’essenza dell’amore è andare verso un’altra persona”. Tornano in mente i “verbi d’azione” suggeriti per l’Anno giubilare dall’arcivescovo di Catanzaro-Squillace, monsignor Vincenzo Bertolone: “Prendere l’iniziativa senza paura”, “compiere il primo passo”, “precedere nell’amore”, “andare incontro” e “cercare i lontani”.
Dinanzi all’incalzante spirale di violenza che sembra rendere amaro il presente, e oscuro l’orizzonte del nostro futuro, penso che approfondire la conoscenza della figura di Santa Teresa Benedetta della Croce, qui appena accennata, possa donarci luce per cogliere e offrire più fortemente i segni della presenza e della vicinanza misericordiosa di Dio.
Zenit

venerdì 20 dicembre 2013

Edith Stein e il mistero del Natale


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di Claudia Mancini   LaPorzione.it
Nel raccoglimento dell’abbazia benedettina di Beuron, nel 1932, tre anni prima di entrare nel Carmelo, Edith Stein scrisse una ricchissima meditazione teologica sul Natale. Il testo, pronunciato in occasione di una conferenza dell’Associazione Accademici cattolici di Ludwigshafen (nel Land della Renania-Palatinato, in Germania), fu pubblicato per la prima volta nel 1950 a Colonia e in Italia solo nel 1989.
Filosofa, ebrea, atea, convertita, religiosa e martire, questa donna speciale inizia la meditazione non con una citazione erudita, alla ricerca di un incipit originale, ma con una riflessione che spiazza per la sua semplicità; sì, la semplicità di chi ha lo sguardo inclusivo della fenomenologia. La Stein fa notare che tutti – anche gli appartenenti ad un’altra religione e i non credenti, cui l’antico racconto del bambino di Betlemme non dice alcunché – non possono sottrarsi al fascino del Natale. Nelle settimane precedenti già «un caldo flusso di amore inonda tutta la terra», perché «tutti preparano la festa e cercano di irradiare qua e là un raggio di gioia». Cercare e dare gioia, preparare e prepararsi ad una festa, poiché è strutturalmente umano, è sempre apprezzabile e mai scontato da ricordare. Ma per il cristiano, e in particolare per il cristiano cattolico, la stella che porta alla mangiatoia è anche qualcos’altro. Il cuore di colui che vive con la Chiesa, fin dalle campane del Roratee dai canti dell’Avvento, comincia a battere all’unisono con la sacra liturgia che scandisce un tempo unico: il tempo di un’attesa che è allo stesso tempo un’ardente nostalgia. Un’attesa-nostalgia che cresce durante l’Avvento, e trova appagamento solo quando le campane della messa di mezzanotte suonano e annunciano: «E il verbo si fece carne». A questo annuncio, ci ritroviamo sempre davanti all’incanto del Bambino nella mangiatoia, che protende le mani e sorridendo sembra già dire quanto più tardi, divenuto Maestro, le sue labbra ripeteranno fino all’ultimo respiro della croce: «Seguimi».
Attenzione: la Luce della stella e l’incanto del Bambino nella mangiatoia durano il tempo di un battito del cuore. «Alla Luce discesa dal cielo, si oppone tanto più cupa la notte del peccato». Di fronte al Bambino, simultaneamente, gli spiriti si dividono in “favorevoli” e “contrari”. Davanti al «Seguimi», chi non è per Lui è contro di Lui. Non a caso, il giorno dopo il Natale, mentre ancora riecheggia il suono gioioso delle campane notturne e delle festose liturgie natalizie, la Chiesa depone i paramenti bianchi della festa e indossa il rosso del sangue e, il quarto giorno, il violetto del lutto per ricordare il primo martire Stefano e i bambini innocenti uccisi da Erode. Che significa questo? Dov’è l’incanto del bambino nella mangiatoia, dov’è la «beatitudine silente della notte santa»?
Il mistero della notte di Natale, scrive la Stein, porta una verità grave e seria che l’incanto della mangiatoia non deve velare ai nostri occhi: «il mistero dell’incarnazione e il mistero del male sono strettamente uniti». La gioia del Bambino e delle figure luminose che s’inginocchiano attorno alla mangiatoia – i bambini innocenti, i pastori fiduciosi, i re umili, i martiri, i discepoli, gli uomini di buona volontà che seguono la chiamata del Signore – va di pari passo con la constatazione che non tutti gli uomini sono di buona volontà, che la pace non raggiunge «i figli delle tenebre», che a essi il Principe della pace «porta la spada», che per essi è «pietra di inciampo» contro cui urtano e si schiantano. Quel Bambino divide e separa, perché mentre lo contempliamo impone una scelta: «Seguimi». Egli lo pronuncia anche per noi, oggi, e ci pone di fronte alla decisione di scegliere tra la luce e le tenebre. Le mani del Bambino «danno ed esigono nel medesimo tempo». Allora, se mettiamo le nostre mani in quelle del Bambino divino e rispondiamo con un «Sì» al suo «Seguimi», cosa riceviamo?
«O scambio mirabile! Il Creatore del genere umano ci conferisce, assumendo un corpo, la sua divinità». Proprio qui sta la grandezza del mistero dell’Incarnazione: chi sceglie la luce, chi si mette dalla parte di quel Bambino, «libera la via perché la Sua vita divina possa riversarsi in noi», e porta «invisibilmente il Regno di Dio dentro di sé». Il Natale è l’inizio di un’avventura che non è altro che quella di lasciare la grazia «penetrare di vita divina tutta la vita umana». Perche Dio è diventato uomo? Dio è diventato un figlio degli uomini, affinché gli uomini potessero diventare figli di Dio. Scrive la Stein: «uno di noi aveva lacerato il legame della figliolanza divina, uno di noi doveva nuovamente riannodarlo e pagare per il peccato. Ma nessun discendente di questa progenie antica, malata e imbastardita, era in grado di farlo. Su di essa andava innestato un ramoscello nuovo, sano e nobile».Queste parole di Edith Stein richiamano alla mente – per evidente analogia – un passo del “Cur Deus homo?” di Sant’Anselmo, in cui è racchiusa la medesima logica della redenzione: «La restaurazione della natura umana non sarebbe potuta avvenire, se l’uomo non avesse pagato a Dio ciò che gli doveva per il peccato. Ma il debito era così grande che la soddisfazione – essendo obbligato solo l’uomo, ma potendolo solo Dio – occorreva che fosse data da un Dio-uomo». (CDH 2,6)
Edith Stein aveva imparato alla scuola dei maestri del Carmelo, Teresa d’Avila e Giovanni della Croce in particolare, che la grazia si sviluppa in noi come un seme che ci trasforma, facendoci partecipe della Vita stessa di Dio. Per questo motivo, il seguito della meditazione insiste sui segni fondamentali di un’esistenza umana unita a Dio. Il primo segno della figliolanza divina è «essere una cosa sola con Dio». Il Bambino è sceso nel mondo per essere un «corpo misterioso» con noi: «egli è il nostro capo, noi le sue membra». Non esistiamo più «gli uni accanto agli altri, come esseri singoli, autonomi, ma siamo tutti una cosa solo con Cristo». Ilsecondo segno della figliolanza divina è «essere una cosa sola in Dio»: «se nel corpo mistico Cristo è il corpo e noi le membra, allora siamo membra gli uni degli altri, e tutti insieme siamo una cosa sola in Dio». Misura del nostro amore per Dio è il nostro amore per il prossimo «che sia parente o no, che lo troviamo simpatico o no, che sia moralmente degno del nostro aiuto o no»; «chi ama col suo [di Cristo] amore, vuole gli uomini per Dio e non per sé». Il terzo segno della figliolanza divina è la disponibilità ad accogliere qualunque cosa dalla mano di Dio: «Sia fatta la tua volontà!», in tutta la sua estensione, deve essere il criterio della vita cristiana. Esso deve scandire la giornata dal mattino alla sera, il corso dell’anno e tutta la vita. «Deve essere l’unica preoccupazione del cristiano. Tutte le altre il Signore le prende su di sé».
Nella Luce e nel calore della notte santa, quando abbiamo appena cominciato ad affidarci al Bambino, stringiamo fiduciosi la sua mano e vediamo con chiarezza quanto dobbiamo fare e non fare. Ma la situazione non rimarrà sempre così. Chi guarda l’incanto del Bambino nella notte santa non può far finta di non vedere che la via che si diparte da Betlemme conduce al Golgota, va dalla mangiatoia alla croce. «Chi appartiene a Cristo deve vivere tutta la sua vita». La notte di Natale e la notte della croce sono un’unica notte. Verrà il tempo della sofferenza e della morte, per ogni uomo. Quando sarà, la fiducia in Dio rimarrà incrollabile? Saremo disposti ad accogliere qualsiasi cosa dalla Sua mano? Saremo ancora capaci di dire «Sia fatta la tua volontà!», anche nella «notte più scura», «allorché la luce divina non brilla più e la voce del Signore tace»? I misteri del cristianesimo sono un tutto indivisibile. Chi ne approfondisce uno, finisce per toccare tutti gli altri – scrive la Stein. Sullo splendore luminoso che irradia dalla mangiatoia cade l’ombra della croce. La Luce della notte santa si spegne nell’oscurità del venerdì santo, ma torna a brillare più luminosa la mattina della resurrezione. Il Figlio incarnato di Dio perviene, attraverso la croce e la passione, alla gloria della Resurrezione. Così ogni uomo deve soffrire e morire. Ma se egli è un membro vivo del corpo di Cristo, la sua sofferenza e la sua morte diventano, grazie alla divinità del capo, redentrici: «Ognuno di noi, tutta l’umanità perverrà con il figlio dell’uomo, attraverso la sofferenza e la morte, alla medesima gloria». E Il Salvatore, ben sapendo che siamo uomini quotidianamente alle prese con le nostre debolezze, viene in aiuto della nostra umanità con quelli che la Stein chiama i «mezzi della salvezza»: «essere ogni giorno in relazione con Dio» attraverso l’ascolto della Parola, la preghiera liturgica ed interiore, la vita sacramentale. Ma è soprattutto al «Salvatore eucaristico» che dobbiamo fare spazio, affinché possiamo trasformare la nostra vita nella sua. Come il corpo terreno ha bisogno del pane quotidiano, così anche la vita divina aspira in noi ad essere continuamente alimentata: «Chi lo fa veramente il suo pane quotidiano, in lui si compie quotidianamente il mistero del Natale, l’incarnazione del Verbo». E questa è indubbiamente la via più sicura per conservare ininterrottamente l’unione con Dio e radicarsi ogni giorno sempre più saldamente e profondamente nel corpo mistico di Cristo.
Sono venti pagine di meditazione sul Natale, quelle scritte dalla Stein, fittissime e densissime. Per ricordare che i misteri del cristianesimo sono un tutto indivisibile, perché sono tutti misteri portatori di salvezza. Incarnazione, Croce e Resurrezione sono inseparabili. Solo perché veramente il Figlio, e in Lui Dio stesso, «si è fatto carne», Egli ha potuto morire e risorgere, quindi strapparci dalla morte e consegnarci ad un futuro in cui questa “carne”, la nostra esistenza terrena, entrerà nell’eternità del Regno di Dio. Celebriamo il Natale come l’invito a lasciarci trasformare da Colui che è entrato nella nostra carne, che si è congiunto a noi e ha congiunto noi a sé, per penetrare di vita divina tutta la vita umana. Il mistero della notte di Natale ci ricordi che con l’Incarnazione avviene qualcosa di straordinario: la carne diventa lo strumento della salvezza. «Verbum caro factum est» il Verbo si fece carne, scrive l’evangelista Giovanni e un autore cristiano de III secolo, Tertulliano, afferma: «Caro salutis est cardo», la carne è il cardine della salvezza. «Infatti se l’anima diventa tutta di Dio è la carne che glielo rende possibile! La carne vien battezzata, perché l’anima venga mondata; la carne viene unta, perché l’anima sia consacrata; la carne viene segnata della croce, perché l’anima ne sia difesa; la carne viene coperta dall’imposizione delle mani, perché l’anima sia illuminata dallo Spirito; la carne si nutre del corpo e del sangue di Cristo, perché l’anima si sazi di Dio. Non saranno separate perciò nella ricompensa, dato che son state unite nelle opere». (De carnis resurrectione, 8, 3: PL 2, 806).
fonte> LaPorzione.it

* Edith Stein, Il mistero del Natale, trad. italiana di Carlo Danna, Editrice Queriniana, Brescia 1989, 2013 (decima edizione).
* Immagine: Icona Natività, Andrej Rublev, Mosca – Galleria Tret’jakov.  In alcune icone della Natività, nella tradizione orientale, Gesù Bambino viene rappresentato avvolto in fasce  bianche e deposto in una mangiatoia che ha la forma di un sepolcro; un’allusione al momento in cui Egli verrà deposto dalla croce, avvolto in un lenzuolo e messo in un sepolcro scavato nella roccia (cfr Lc 2, 7; 23, 53).

giovedì 9 agosto 2012

Relazioni



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Abbiamo celebrato oggi 9 agosto la festa liturgica di santa Teresa benedetta della Croce, al secolo Edith Stein, di famiglia ebrea, convertita al cattolicesimo prima, carmelitana poi. Nel Carmelo di Colonia, nel 1933; di qui, dopo le manifestazioni antisemitiche in Germania la notte fra l’8 e il 9 novembre 1938 — la Notte dei Cristalli —, Edith viene trasferita al Carmelo di Echt, in Olanda, paese neutrale, ed è raggiunta dalla sorella Rosa, pure convertitasi al cattolicesimo. Fino alle cinque pomeridiane del 2 agosto 1942, quando viene prelevata insieme alla sorella Rosa dal convento, e una testimone la sente dire alla sorella: "Vieni, andiamo a morire per il nostro popolo". L'11 ottobre del 1998 il papa Giovanni Paolo II proclama la santità di Edith Stein e la eleva a compatrona d'Europa.
Io mi chiedo: che significa tutto ciò? Qual'è la logica di Dio? Esiste una relazione tra la sofferenza di Edith Stein, compatrona d'Europa, e la situazione europea di oggi? Che senso ha? E le sofferenze che hanno accompagnato tutti i martiri del secolo che ci siamo lasciati alle spalle?
E molto più egoisticamente, qual'è il significato della concreta sofferenza che accompagna oggi la mia vita? E quella (piccola o grande non importa,perchè davanti a Dio non esiste una sofferenza "piccola", son tutte grandi, come dice il Salmo: "... le mie lacrime nell'otre tuo raccogli...") di ciascuno di noi che ci diciamo "cristiani"? 
Gli ultimi anni della sua vita Edith Stein li ha vissuti in Olanda, una terra dura, per tanti versi refrattaria al cristianesimo, non solo allora...
Mi viene in mente una esperienza raccontata da Kiko durante l'incontro di Amsterdam del 30 aprile 2005, preparatorio alla Giornata Mondiale della Gioventù di Colonia, che si celebrò l'agosto successivo... Sentite un pò che cosa era l'Olanda nel 1983... 

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Kiko: Nel 1983 abbiamo inviato la prima volta gli itineranti in Europa. A due di essi toccò la città di Amsterdam. Abbiamo loro detto che se possedevano qualcosa, dovevano darlo ai poveri, dovevano pregare il Rosario e andare con la Bibbia fino ad una Chiesa e lì annunciare al prete la Buona Notizia che Dio lo amava e che sta preparando una primavera per la Chiesa. Dopo aver camminato tanto, questi due arrivarono ad Amsterdam, non conoscevano nessuna Chiesa. Senza mangiare nulla, senza un euro. Li hanno cacciati dalla parrocchia: non c'era nessuno. Hanno aspettato che rientrasse il parroco,ma questi non ha voluto ascoltarli. La cosa più grave è che, dopo essere stati cacciati tante volte, sono andati a dormire alla stazione, stanchissimi, senza mangiare, e a mezzanotte li hanno cacciati anche da lì. Si sono rimessi in strada, camminando con un freddo terribile, e questo solo il primo giorno. Il secondo giorno ad Amsterdam: sempre camminando, senza mangiare da 35 ore, arrivano ad una parrocchia, fanno l'annuncio al parroco, ma niente... fuori! Fuori! Queste sono stupidaggini! 
Dopo tre giorni senza mangiare nulla, non potevano più camminare, avevano camminato tutto il giorno e non ne potevano più, arrivano ad un'altra parrocchia e non annunciano nè Buona Notizia nè niente. Dicono solo al parroco: Padre, sono 3 giorni che non mangiamo, ci può dare un pò di pane per piacere? Il parroco gli chiede: "Ma voi chi siete?" E loro dicono un pò quello che stavano facendo, che erano itineranti del Cammino... Alla fine il parroco gli dice: "Io non vi dò niente, perchè questo pazzo che vi ha inviato capisca che queste cose non si fanno. Fuori!". Li ha cacciati... Quarto giorno. 
Al quinto giorno senza mangiare sono ritornati da me esausti ed io mi sono arrabbiato con loro e gli ho detto: "Ma come è possibile che due persone adulte non entrino in un ristorante, in una panetteria a chiedere pane? Siete pazzi? 5 giorni senza mangiare? Ad Amsterdam. Cacciati da tutti. Non è possibile! E' assurdo!". E loro mi hanno risposto: Kiko, noi due sentivamo di dover offrire questa sofferenza, la nostra stanchezza, i piedi congelati col freddo di Amstedam... 
Bene. Amsterdam, completamente chiusa all'annuncio del Kerygma di questi due poveretti, un americano e un prete timido, immaginate, camminando per la città, distrutti dalla fame e dal freddo... Ad Amsterdam cè oggi un Seminario, ... due Seminari, dove non c'era nulla! E ci sono oggi 28 comunità, e c'è qui questo incontro di oggi. Esiste una relazione tra la sofferenza di questi due fratelli e il nostro incontro di oggi? Io dico di sì. C'è una relazione: Cristo crocifisso. 

Come muore una santa




 Oggi 9 agosto abbiamo celebrato la memoria liturgica della Santa ebrea, compatrona d'Europa, morta 70 anni fa nel campo di sterminio di Auschwitz. Di seguito i commenti dalla stampa.

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Settant’anni fa, era il 9 agosto 1942, moriva nelle camere a gas del Campo di concentramento di Auschwitz Santa Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein, ebrea tedesca, filosofa e carmelitana. La Chiesa celebra oggi la memoria liturgica di questa Santa, proclamata da Giovanni Paolo II patrona d’Europa con Santa Brigida e Santa Caterina da Siena. Benedetto XVI l’ha ricordata più volte più volte nel corso del suo Pontificato. Il servizio di Sergio Centofanti.
Cercava con tutto il cuore la verità e non ha saputo resistere di fronte all’amore del Cristo crocifisso: “il cammino della fede – diceva – ci porta più lontano di quello della conoscenza filosofica: ci porta al Dio personale e vicino, a Colui che è tutto amore e misericordia, a una certezza che nessuna conoscenza naturale può dare”. Ebrea agnostica, si lascia conquistare da Gesù, ma non rinnega il suo popolo. Poteva fuggire dai nazisti, ma non volle, come ha sottolineato il Papa nella sua storica visita ad Auschwitz il 28 maggio 2006:
“Come cristiana ed ebrea, ella accettò di morire insieme con il suo popolo e per esso. I tedeschi, che allora vennero portati ad Auschwitz-Birkenau e qui sono morti, erano visti come Abschaum der Nation – come il rifiuto della nazione. Ora però noi li riconosciamo con gratitudine come i testimoni della verità e del bene, che anche nel nostro popolo non era tramontato. Ringraziamo queste persone, perché non si sono sottomesse al potere del male e ora ci stanno davanti come luci in una notte buia”.
“Il mondo è in fiamme – scriveva Edith Stein nel tempo buio del nazismo – la lotta tra Cristo e anticristo si è accanita apertamente, perciò se ti decidi per Cristo può esserti chiesto anche il sacrificio della vita”. Entra con tutta se stessa nel mistero della Croce:
“La santa carmelitana Edith Stein … scriveva così dal Carmelo di Colonia nel 1938: «Oggi capisco … che cosa voglia dire essere sposa del Signore nel segno della croce, benché per intero non lo si comprenderà mai, giacché è un mistero… Più si fa buio intorno a noi e più dobbiamo aprire il cuore alla luce che viene dall’alto»”. (Angelus del 20 giugno 2010)
Ma “la croce non è fine a se stessa” – diceva Edith Stein – è “l’amore di Cristo” che “non conosce limiti” e “non si ritrae davanti a bruttezza e sporcizia”. Gesù “è venuto per i peccatori e non per i giusti, e se l’amore di Cristo vive in noi – affermava la Santa carmelitana – dobbiamo fare come Lui e metterci alla ricerca della pecorella smarrita”. Così, solo l’amore che dà la vita per salvare l’altro cancella il male, annienta la morte, è eterno: in questo la Croce è la nostra “unica speranza”.
fonte: http://it.radiovaticana.va/articolo.asp?c=611619

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"Ci inchiniamo profondamente di fronte alla testimonianza della vita e della morte di Edith Stein, illustre figlia di Israele e allo stesso tempo figlia del Carmelo”.
Furono queste le parole pronunciate da Giovanni Paolo II, il 1° maggio 1987 a Colonia, in occasione della beatificazione di Edith Stein, monaca e martire, morta ad Auschwitz il 9 agosto 1942, proclamata Santa nel 1998.
Suor Teresa Benedetta della Croce, questo il suo nome da consacrata, fu “una personalità che portò nella sua intensa vita una sintesi drammatica del nostro secolo, una sintesi ricca di ferite profonde che ancora sanguinano” disse il Beato Wojtyla nel medesimo discorso. Allo stesso tempo, fu “la sintesi di una verità piena al di sopra dell'uomo, in un cuore che rimase così a lungo inquieto e inappagato, fino a quando finalmente trovò pace in Dio”.
Edith Stein nacque a Breslavia, il 12 ottobre 1891, undicesima figlia di genitori ebrei. Allevata nei valori della religione israelitica, a 14 anni abbandonò la fede e divenne atea. Studiò filosofia a Gottinga, diventando discepola e assistente di Edmund Husserl, fondatore della scuola fenomenologica, e guadagnandosi la fama di brillante filosofa.
Nel 1921 si convertì al cattolicesimo. Ad influenzare tale scelta fu la lettura della biografia di Santa Teresa. Dopo aver letto tutta la notte, chiuse il libro e si disse: “Questa è la verità”. Si battezzò il 1° gennaio 1922 e, nello stesso anno, ricevette la cresima. Desiderò da subito entrare a far parte delle monache carmelitane, ma il suo padre spirituale le impedì in un primo momento questa scelta.
Insegnò per otto anni a Speyer, fino al 1932, anno in cui fu chiamata ad insegnare all’Istituto pedagogico di Münster in Westfalia, ma la sua attività si interruppe a causa delle leggi razziali.
Nell’ottobre del ‘33, entrò come postulante nel monastero delle Carmelitane di Colonia, non per fuggire, ma per soddisfare un desiderio accarezzato da lungo tempo. Dopo qualche mese, si celebrò la cerimonia della sua vestizione. Da quel momento porterà il nome di Suor Teresa Benedetta della Croce.
Nel novembre del ‘38 l'odio nazista raggiunse il suo culmine. La Madre Priora delle Carmelitane di Colonia fece il possibile per portare Edith all'estero. La notte di capodanno del ’38, infatti, fu trasferita nel monastero delle Carmelitane di Echt, in Olanda. Lì scrisse: “Già ora accetto con gioia, in completa sottomissione e secondo la Sua santissima volontà, la morte che Iddio mi ha destinato”.
Nonostante le si presentò più volte la possibilità di fuggire, (tra cui l’offerta di una cattedra universitaria in America Latina), rifiutò sempre, per abbracciare totalmente quel disegno di Verità che Dio aveva riservato alla sua vita.
La sua priora confermerà nella deposizione: “Avrebbe potuto benissimo scomparire in un convento su una isola della Frisia, ma rifiutò di farlo perché non voleva sfuggire neanche all’ingiusta persecuzione per vie torte”.
Il 2 agosto del 1942 la Gestapo, strappò dal monastero Edith e sua sorella Rosa, anch’ella battezzata nella Chiesa cattolica e prestante servizio presso le Carmelitane di Echt.
Nelle sue riflessioni Edith scrisse: “Che gli esseri umani potessero arrivare ad essere così, non l'ho mai saputo e che le mie sorelle e i miei fratelli dovessero soffrire così, anche questo non l'ho veramente saputo ... in ogni ora prego per loro. Che oda Dio la mia preghiera? Con certezza però ode i loro lamenti”.
Condotta con la sorella nel Lager di Amersfoot, lì si raccolse intorno a lei una piccola comunità religiosa che pregava insieme il Santo Rosario. Edith, calma, non nervosa, con la stella ebraica sul suo abito, “veniva spontaneamente considerata come la loro superiora, perché traspariva in lei una forza soprannaturale” raccontano alcuni testimoni.
Anche in quei drammatici momenti, infatti, Edith non perse la sua statura morale. Diceva infatti: “Il mondo è formato da contrasti, ma alla fine rimarrà solo il grande amore. Come potrebbe essere diversamente?”.
Dopo il ‘transito’ nel campo di raccolta di Westerbork, vicino a Assen, nell’Olanda nordorientale, all'alba del 7 agosto, Edith e la sorella partirono con un carico di 987 ebrei in direzione Auschwitz.
Due giorni dopo, il 9 agosto, Suor Teresa Benedetta della Croce morì in una delle camere a gas del campo di sterminio.
Salì agli onori degli altari il 1° maggio del 1987, nel Duomo di Colonia. Con la sua beatificazione la Chiesa volle onorare: “una figlia d'Israele, che durante le persecuzioni dei nazisti è rimasta unita con fede ed amore al Signore Crocifisso, Gesù Cristo, quale cattolica, ed al suo popolo quale ebrea” come dichiarò il Beato Wojtyla.
Sempre Giovanni Paolo II la canonizzò, poi, l’11 ottobre 1998, e l’anno successivo, sempre per sua volontà la dichiarò Compatrona d’Europa insieme a S.Caterina da Siena e S.Brigida di Svezia. (S. Cernuzio)
Fonte: Zenit

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Di Cristiana Dobner  - Da "L’Osservatore Romano" di oggi,  9 agosto 2012

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Edith Stein, consegnata con la deportazione all’ultimo viaggio per giungere in quel luogo, Auschwitz, dove regnava l’ingegneria del male e che significava distruzione e morte certa, fu ridotta a cenere. La furia nazista supponeva di aver cancellato insieme con Israele anche la memoria e ogni traccia dell’efferatezza compiuta, invece lo “scacco matto” si è rivoltato contro gli apparenti vincitori, e i superstiti hanno saputo raccontarlo. È possibile quindi ricostruire gli ultimi giorni di Edith Stein prima che scomparisse nell’oblìo e nel silenzio.
Il nudo meccanismo della distruzione non ha avuto la meglio, malgrado la perfetta organizzazione confermata dal telegramma segreto a firma di Eichmann. Il 20 luglio 1942 venne diffusa e letta nei Paesi Bassi la lettera dei vescovi olandesi che, con forti e vibranti accenti, richiamava la popolazione all’aiuto dei perseguitati e si schierava con gli ebrei. Fu una trappola e si tramutò nell’occasione: i nazisti organizzarono per rappresaglia una retata in cui vennero inclusi anche i religiosi, 300, di origine ebraica. S. Romano afferma: «La sua [Edith Stein] deportazione ad Auschwitz nell’agosto del 1942 fu il risultato di un duro scontro fra le autorità tedesche e il clero olandese». Strappata al monastero fu condotta con la sorella al Lager di Amersfoot, dove la baracca loro assegnata già rigurgitava di prigionieri: «Le sette religiose formavano un gruppo a sé, una piccola Comunità: pregavano insieme, dicendo il breviario e il S. Rosario… Edith Stein veniva spontaneamente considerata da loro come superiora, perché traspariva in lei una forza soprannaturale». Portava sul suo abito, come tutti gli altri, la stella ebraica, «era calma, non nervosa, al contrario di Suor Rosa. Secondo il mio parere, questo proveniva dal suo abbandono a Dio. A Maastricht ovviamente ha pianto anche lei, ma più tardi il contrasto tra lei e Rosa era molto chiaro». Alcuni amici del monastero riuscirono a raggiungerla: «… si parlò di calci e di colpi del fucile. La Serva di Dio lo raccontò con la massima tranquillità, senza agitazione interiore»; il giornalista Van Kempen si trovò dinanzi «una donna spiritualmente grande e forte», egli durante il loro colloquio fumò una sigaretta e le chiese «se ne volesse una anche lei. Mi rispose che lo aveva fatto un tempo e che un tempo, da studentessa, aveva anche ballato».
La possibilità di fuga e scampo le si era presentata molte volte nell’ultimo decennio della sua vita: l’offerta di una cattedra universitaria in America Latina, un rifugio con documenti falsi in uno sperduto convento olandese, la salita in Palestina, dove avrebbe desiderato vivere; sempre rifiutò in nome della Verità tanto da lei cercata ed amata. La sua priora conferma nella deposizione: «Avrebbe potuto benissimo scomparire in un convento su una isola della Frisia, ma rifiutò di farlo perché non voleva sfuggire neanche all’ingiusta persecuzione per vie torte».
L’ultimo diniego di piegarsi lo sperimentò a Westerbork, vicino a Assen, nell’Olanda nordorientale a trenta chilometri dal confine tedesco, campo costruito dagli olandesi nel 1939, con il consenso dell’organizzazione ebraica, per raggruppare rifugiati ebrei, tedeschi o apolidi, entrati illegalmente nel paese e divenuto dal 1 luglio 1942 «campo di transito di polizia»: per centomila ebrei olandesi, l’ultima fermata prima di Auschwitz. Un impiegato olandese che prestava servizio al campo e le aveva letto negli occhi uno smisurato e pacato dolore, testimoniò più tardi nel corso del Processo di Beatificazione: «Dal suo essere silente emanava un forte influsso… Parlava con umile sicurezza, tanto da commuovere chi la sentiva. Una conversazione con lei … era come un viaggio in un altro mondo. In quei momenti Westerbork non esisteva più…. Mi disse: – Non avrei mai creduto che gli uomini potessero essere così e… che i miei fratelli dovessero soffrire tanto! – Quando non ci fu più dubbio che dovesse essere trasportata altrove, le domandai se potevo aiutarla e (cercare di liberarla); … di nuovo mi sorrise supplicandomi di no. Perché fare un’eccezione per lei e per il suo gruppo? Non sarebbe stata giustizia trarre vantaggio dal fatto che era battezzata! Se non avesse potuto partecipare alla sorte degli altri la sua vita sarebbe stata rovinata: – No, no, questo no!».
La carmelitana non smentì la sua statura interiore, affermò anche: «Il mondo è formato da contrasti… Ma la finale non sarà formata da questi contrasti. Rimarrà solo il grande amore. Come potrebbe essere diversamente?». Solo nel vivo dramma del campo Edith Stein toccò con mano una realtà che aveva sottovalutato: «Non avevo mai saputo realmente che i miei fratelli e le mie sorelle dovessero soffrire così…Ogni momento prego per loro. Se Dio ascolta la mia preghiera? Egli ascolta certamente il loro lamento».

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Una statua a Bad Neustadt, cittadina della Baviera, inaugurata domenica scorsa. Una Messa celebrata oggi nel campo di sterminio di Birkenau, in Polonia, a cui prenderà parte in rappresentanza della Conferenza episcopale tedesca monsignor Karl-Heinz Wiesemann, vescovo di Speyer. Un film che viene girato in queste settimane nell’Abbazia di Kremsmünster, in Austria, dal regista americano Joshua Sinclair. Si segnalano in diversi Paesi le iniziative per ricordare il transito al cielo di Teresa Benedetta della Croce, ovvero Edith Stein, santa e copatrona d’Europa, avvenuto il 9 agosto di 70 anni fa ad Auschwitz.Nata nel 1891 da una famiglia ebrea a Breslavia, capitale della Slesia prussiana, la Stein fu un intelletto precocissimo e brillante. Abbandonata a 14 anni la fede dei padri per un ateismo giovanile e vagamente ribelle, datasi alla ricerca speculativa, diventò allieva e assistente di uno dei filosofi più influenti della prima metà del ’900, Edmund Husserl, il fondatore della scuola fenomenologica. «Fu una fenomenologa ben nota in Germania e all’estero per le sue ricerche e le sue conferenze, tanto che entrata nel Carmelo di Colonia le fu concesso un permesso particolare per continuare i suoi studi e le sue pubblicazioni», commenta suor Cristiana Dobner, del monastero di Concenedo, vicino a Lecco. Anche lei come la Stein un talento per la cultura, letteraria soprattutto, che in gioventù ha scelto la via del Carmelo.
«Tutta la vita di Edith Stein – continua suor Cristiana – da ragazza ebrea non credente fino al giorno in cui incontrò Gesù Cristo durante la lettura dell’autobiografia di Teresa di Gesù, fu animata e sorretta da un solo desiderio: la ricerca della verità. Fra le persone con cui veniva in contatto con rapporti sempre franchi e sinceri, con le idee filosofiche che veniva conoscendo, con l’anelito a condurre una vita di cui il senso le sfuggiva: una vita a zig zag, con un filo conduttore però preciso che mai venne meno: “Tutta la mia ricerca della verità era una sola preghiera”».
Nel 1921, dopo un percorso di avvicinamento al cristianesimo, avvenne per la Stein la conversione repentina. Leggendo appunto l’autobiografia di santa Teresa d’Avila, trovata in casa di amici, durante una notte insonne. «Quando sperimentò l’incontro, persona a Persona, con Gesù Cristo – continua suor Cristiana – tutto risplendette, non avrebbe potuto avere altra strada che quella tracciata da Teresa e così condividere la sua storia con delle sorelle interamente dedicate alla vita contemplativa». E difatti nel 1933, quando l’espulsione da tutti i ranghi di insegnamento per gli ebrei non fu più una minaccia ma una tragica realtà, Edith Stein, allora docente all’Istituto di pedagogia scientifica di Münster, poté realizzare la sua chiamata ed entrare in convento. Una vita religiosa segnata fin dall’inizio dalla percezione del suo destino sacrificale. «Durante una preghiera dinanzi all’Eucaristia – ricorda sempre suor Cristiana – Edith aveva compreso che la sofferenza che si stava abbattendo sul “suo” popolo Israele, per lei si stava configurando come la Croce da portare e divenne così Teresa Benedetta della Croce». Il suo ordine la trasferì per motivi di sicurezza nel convento di Echt, nei Paesi Bassi. Ma quando il 20 luglio 1942 in tutte le Chiese olandesi venne letta una lettera pastorale in cui i vescovi denunciavano la deportazione degli ebrei, la reazione nazista fu spietata: 300 religiosi di origine ebraica furono deportati nei campi di concentramento. Tra loro Edith e la sorella Rosa, anche lei convertitasi e fattasi suora carmelitana.
La geniale collaboratrice di Husserl, che pure ha fatto in tempo a scrivere alcuni lavori filosofici di pregio, ha lasciato la sua opera forse più importante, considerata il suo testamento spirituale, in un commento a san Giovanni della Croce dal titolo Scientia Crucis. «Una scienza della Croce – chiosa suor Cristiana – non è teoria ma incarnazione. Giovanni Paolo II riconobbe in Edith Stein “l’espressione di un pellegrinaggio umano, culturale e religioso, che incarna il nucleo profondo della tragedia e delle speranze del Continente europeo” e la proclamò patrona d’Europa per “la grande sfida di costruire una cultura e un’etica dell’unità”». (Andrea Galli)
DAL ’99 E’ COMPATRONA ASSIEME A CATERINA DA SIENA E BRIGIDA
Edith Stein è dal 1° ottobre 1999 compatrona d’Europa. La nominò Giovanni Paolo II insieme a santa Caterina da Siena e santa Brigida di Svezia, completando al femminile quello aveva fatto nel 1980 con Cirillo e Metodio, evangelizzatori del mondo slavo, affiancati a san Benedetto da Norcia. Fu lo stesso papa Wojtyla, in una lettera apostolica pubblicata in occasione della proclamazione delle tre nuove compatrone, a spiegare i motivi che lo avevano indotto a una simile scelta, giunta significativamente alla vigilia del Giubileo del 2000 e mentre si stava celebrando il secondo Sinodo Europeo. Si tratta, scrisse, di «tre grandi sante, tre donne, che in diverse epoche – due nel cuore del Medioevo e una nel nostro secolo – si sono segnalate per l’amore operoso alla Chiesa di Cristo e la testimonianza resa alla sua Croce». La loro santità, aggiunse il Pontefice, «si espresse in circostanze storiche e nel contesto di ambiti “geografici” che le rendono particolarmente significative per il Continente europeo. Santa Brigida – faceva notare Giovanni Paolo II – rinvia all’estremo Nord dell’Europa, dove il Continente quasi si raccoglie in unità con le altre parti del mondo, e donde ella partì per fare di Roma il suo approdo. Caterina da Siena è altrettanto nota per il ruolo che svolse in un tempo in cui il Successore di Pietro risiedeva ad Avignone, portando a compimento un’opera spirituale già iniziata da Brigida col farsi promotrice del suo ritorno alla sua sede propria presso la tomba del Principe degli Apostoli. Teresa Benedetta della Croce, infine, recentemente canonizzata, non solo trascorse la propria esistenza in diversi paesi d’Europa, ma con tutta la sua vita di pensatrice, di mistica, di martire, gettò come un ponte tra le sue radici ebraiche e l’adesione a Cristo, muovendosi con sicuro intuito nel dialogo col pensiero filosofico contemporaneo e, infine, gridando col martirio le ragioni di Dio e dell’uomo nell’immane vergogna della “shoah”». Edith Stein, concludeva il Papa, «è divenuta così l’espressione di un pellegrinaggio umano, culturale e religioso, che incarna il nucleo profondo della tragedia e delle speranze del Continente europeo». (Mimmo Muolo)
fonte: http://www.avvenire.it/Chiesa/Pagine/stein-faro-europa.aspx

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Di Fernando Cancelli – L’Osservatore Romano - 9 agosto 2012
«Numero 44074, Edith Thérèse Hedwig Stein, nata il 12 ottobre 1891 a Breslau, proveniente da Echt, morta il 9 agosto 1942». Una nota della gazzetta ufficiale olandese del 16 febbraio 1950 registra i nomi degli ebrei deportati dai Paesi Bassi il 7 agosto 1942 e ci riporta ai tragici avvenimenti che si svolsero nel caldo di quell’estate di settant’anni fa.
L’arresto, con la sorella Rosa, al carmelo di Echt alle 17 del 2 agosto, il vento carico di sabbia che soffia sulla disperazione di Westerbork, i soffocanti vagoni merci sigillati diretti a est, la massa di persone angosciate, sfinite, perdute verso una meta ignota e senza ritorno, infine la pianura mortale e in quel periodo afosa di Auschwitz: il tutto si svolse per santa Teresa Benedetta della Croce e per i suoi compagni di deportazione in sette giorni. A un uomo che condivideva la sua stessa sorte nel campo di transito olandese non sfuggì quella carmelitana che «andava tra le donne come un angelo consolatore, calmando le une, curando le altre», occupandosi dei bambini le cui madri spesso «sembravano cadute in una sorta di prostrazione vicina alla follia»: lavandoli, pettinandoli, cercando di procurare loro il cibo.
«Più un’epoca è immersa nella notte del peccato e dell’allontanamento da Dio, più grande sarà il suo bisogno di anime unite a Dio, e d’altra parte Dio non le lascia certo mancare. Dalla notte più oscura – scriveva Edith Stein nel 1939 – sorgono le più grandi figure di profeti e di santi. Ma la corrente della vita mistica che forgia le anime resta in gran parte invisibile. Alcune anime delle quali nessun libro di storia fa menzione hanno un’influenza determinante nei tornanti decisivi della storia universale (…) e della nostra vita personale».
Edith era nata nel giorno dello Yom Kippur, e morì in prossimità del 9 di Av secondo il calendario ebraico, cioè nel digiuno del Ticha be-Av che ricorda la distruzione del Tempio di Gerusalemme: tutta la vita cristiana di santa Teresa Benedetta della Croce è saldamente ancorata alle sue radici ebraiche, quasi ritmata dalla liturgia ebraica, come ha sottolineato il carmelitano Didier-Marie Golay. «Ella ha amato la sua doppia appartenenza, anche se questo sconcerta i cristiani e gli ebrei. Che una cristiana muoia da ebrea non è parso a qualcuno più scioccante del fatto che un’ebrea abbia vissuto da cristiana» ha scritto il gesuita Xavier Tilliette.
Eppure la vocazione carmelitana affonda le proprie radici nella terra rossa di un monte di Israele: come «tenersi di fronte al volto del Dio vivente», ci ricorda questa martire, rinnegando le nostre origini? Ebrei e cristiani, in quei terribili giorni di settant’anni fa, pativano insieme anche l’angoscia dell’apparente silenzio di Dio.
«Si sono così spesso sentite in questi ultimi mesi – scriveva coraggiosamente Edith Stein – persone lamentarsi del fatto che le numerose preghiere per la pace non abbiano ancora avuto alcun effetto. Ma che diritto abbiamo di essere esauditi? Il nostro desiderio di pace è sicuramente autentico e giusto. Ma viene da un cuore completamente purificato? Avremo noi veramente pregato (…) unicamente per onorare il Padre e senza alcuna ricerca di sé?». E poco dopo concludeva: «Il giorno in cui avremo lasciato a Dio ogni potere sul nostro cuore anche noi avremo ogni potere sul suo». Sarà il giorno in cui, giunti magari faticosamente alla sommità del monte Carmelo, riconosceremo dentro di noi con gratitudine una parte della fede di Mosé e di Elia.
fonte: http://www.osservatoreromano.va/portal/dt?





mercoledì 8 agosto 2012

Teresa Benedetta della Croce:"La settima stanza" 1995 Italiano 1 11

Per oggi, 9 agosto, festa di santa Teresa Benedetta della Croce, compatrona d'Europa...







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Trama del film "La settima stanza".

A Breslavia nel 1922, la brillante allieva del filosofo Husserl, la docente di filosofia Edith Stein, appena battezzata con il nome di Theresia Hedwig, deve affrontare le rimostranze della madre Auguste, che l'accusa di aver tradito la religione ebraica. Agli inizi degli anni '30, durante una conferenza a Munster, viene attaccata dal professore Franz Heller, ex collega di studi e innamorato respinto, che l'accusa di opportunismo. Intanto il nazismo dilaga ed Edith viene sospesa dall'insegnamento. Heller, entrato nelle file naziste, la consiglia di espatriare. Le sorelle Elsa ed Erna con le famiglie sono in procinto di emigrare negli Stati Uniti: a sorpresa, Edith annuncia la decisione di farsi carmelitana. La famiglia è costernata: la madre la scaccia. Dopo un duro noviziato, durante il quale consiglia alla compagna Greta di seguire la sua vocazione alla maternità, Edith prende i voti ai quali assiste anche Hans, suo vecchio innamorato. Poi la sorella Rosa porta brutte notizie della madre, che muore senza vederla. Le elezioni sono un pretesto per Franz per rivedere Edith, millantare i successi del nazismo e rinnovarle l'invito ad espatriare. Dopo la tragica "Notte dei cristalli", nel 1938 Edith e Rosa si trasferiscono in Olanda, ma l'espansione nazista fa sì che le due donne vengano arrestate e caricate su un vagone, dove si prodigano per consolare i bambini deportati. Poi un ultimo incontro con Franz che l'accusa di superbia ed a cui Edith chiede perdono, sentendosi vicina alla morte (che la coglierà nel campo di concentramento di Auschwitz, dove si offre al posto di una bambina evitandole la camera a gas).

PRODUZIONE: MORGAN FILM (ITALIA), EUROFILM (FRANCIA), FILM STUDIO TOR (POLONIA), BUDAPEST FILM STUDIO (UNGHERIA)
DISTRIBUZIONE: MORGAN FILM (1996) - SAN PAOLO AUDIOVISIVI
PAESE: Italia 1995
GENERE: Biografico
DURATA: 110 Min
FORMATO: Colore PANORAMICO A COLORI 35 MM
Critica: 
"(...) Del film si fanno apprezzare la scelta significativa di alcuni momenti che hanno marcato la vita e la personalità della Stein, evidenziandone le doti umane di profonda ricchezza culturale (l'esperienza universitaria), di fermezza e tenacia nel perseguire un luminoso itinerario ascetico e mistico (l'esperienza religiosa nel Carmelo), e la profonda umanità (il viaggio con i bambini deportati sul treno della morte). Le scelte narrative sono rese ancora più felici da una fotografia luminosa e limpida, curata dal bravo Piotr Sobocinski e da un uso molto funzionale ed espressivo della cinepresa che collega con efficacia eventi e persone. Eccellente e ben diretto anche il gruppo di interpreti, tra i quali si fanno particolarmente apprezzare Maia Morgenstein, una Edith dalle intense vibrazioni, e Jan Novicki nel ruolo del duro Heller ." (Ettore Segneri, 'Rivista del Cinematografo')
Note: 
- PREMIO OCIC A VENEZIA 1995. PREMIO SPECIALE PER IL CENTENARIO "SERGIO TRASATTI - LA NAVICELLA CINEMA" 1995. - REVISIONE MINISTERO MAGGIO 1996
fonte "RdC - Cinematografo.it"