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mercoledì 15 marzo 2017

Cardinali di paglia

Monsignor PagliaSe nella Chiesa si fa il tifo per l'eutanasia (senza dirlo)
di Riccardo Cascioli

Solo una notevole mancanza di senso della realtà può indurre a ignorare l’unico motivo per cui si vuole una legge che introduca le cosiddette Dichiarazioni Anticipate di Trattamento (Dat) o testamento biologico. Lo abbiamo raccontato e dimostrato più volte in questi giorni anche guardando ai Paesi che ci hanno preceduto: le Dat sono il primo passo per introdurre l’eutanasia. Eppure le gerarchie della Chiesa italiana e anche autorevoli esponenti vaticani sembrano viaggiare in un’altra dimensione.

C’è chi crede – vedi i vertici Cei - al potere taumaturgico della legge, capace di porre limiti a una deriva che altrimenti sarebbe ineluttabile, dimenticando che una legge c’è già: laddove una pratica è vietata non c’è alcun vuoto normativo da riempire. E c’è chi invece crede che la legge serva a creare unità nel Paese, proprio su un tema divisivo, evidentemente a prescindere – almeno in parte – dai contenuti. È quest’ultimo il caso di monsignor Vincenzo Paglia (sì, ancora lui purtroppo) i cui interventi, essendo egli il presidente della Pontifica Accademia per la Vita, acquistano un peso molto importante nel dibattito e nell’indirizzare l’azione dei cattolici.
In un’intervista a Famiglia Cristiana, dopo aver espresso diversi giudizi condivisibili sull’attuale cultura individualista che distrugge i legami e non valorizza la vita, entra nello specifico della discussione ora in Parlamento e si schiera con decisione a fronte di una legge sul biotestamento. Ovviamente per monsignor Paglia le Dat non c’entrano con l’eutanasia, ma la vera preoccupazione sembra l’unità del paese. Dato per scontato che è condivisa la necessità di una legge, «mi auguro che si giunga ad un accordo il più largo possibile».

Bisogna intanto ricordare che la necessità di una legge è stata propugnata da chi da sempre vuole l’eutanasia, e il primo grande successo è proprio aver convinto di tale necessità quasi tutti, compresi quelli che si illudono così di porre dei limiti. Inoltre è davvero curiosa la preoccupazione di un accordo ampio sulla legge piuttosto che quella di una legge giusta. È con queste preoccupazioni politiche che i cattolici collaborano volentieri all’approvazione di leggi ingiuste.
Queste sono comunque cose già viste e sentite. Ma è l’ultima risposta a lasciare veramente sconcertati: il giornalista chiede a monsignor Paglia un confronto nell’atteggiamento della Chiesa tra i casi del passato, Eluana Englaro e Piergiorgio Welby, e quello recente di djFabo. Qualcuno sostiene che in quest’ultima situazione i cattolici siano stati troppo tiepidi, dice il cronista. Macché, risponde Paglia: «Semmai, si sceglie in luogo della contrapposizione ideologica la via del dialogo e dell’approfondimento ma senza nessuna rinuncia ai principi». E ancora: Dobbiamo essere larghi nella compassione senza diminuire la fermezza nei principi».

Dunque, secondo monsignor Paglia, tentare di salvare una vita come quella di Eluana Englaro è contrapposizione ideologica. E cosa si sarebbe dovuto fare allora per essere più larghi nella compassione restando fermi nei princìpi? E con Welby? Dialogo o non dialogo c’era da scegliere: funerali in chiesa sì o no? Cosa farebbe oggi monsignor Paglia davanti a un caso del genere, in cui chi sceglie di morire sceglie anche di nobilitare i suoi ultimi giorni diventando la bandiera di un movimento che chiede l’eutanasia e il suicidio assistito, si fa testimonial del Partito Radicale e cerca, con il suo dramma, di spingere la Chiesa a cambiare la sua dottrina?

Crediamo purtroppo di sapere la risposta e – diciamocelo chiaramente – Paglia non è il solo a pensarla così. Sennò non si spiegherebbe il silenzio totale di voci ufficiali del mondo cattolico davanti ai ripetuti, pretestuosi, tentativi (non solo di Marco Cappato) di contrapporre l’atteggiamento della Chiesa milanese nel caso di dj Fabo con quello del Vicariato di Roma per il caso Welby.
È questa la novità di cui bisogna prendere atto: in questo clima di accompagnamento senza un criterio, si fa strada l’accettazione del suicidio (ovviamente a certe condizioni e con dei paletti, tanto per mettersi in pace con la coscienza) e aumenteranno le voci di coloro che già adesso parlano di riti e preghiere ad hoc per “accompagnare” coloro che scelgono l’eutanasia (clicca qui e qui). Si capisce allora perché la legge non faccia problema. Il mondo delle Curie è già molto più avanti.

venerdì 25 marzo 2016

DIO AMA PERSONALMENTE LA CREATURA

Il Magistero di Papa Benedetto XVI e la sofferenza

Benedetto XVI nella Deus Caritas est descrive un Dio, che ama personalmente la creatura a fronte di una mentalità del mondo antico, che concepiva non tanto un dio impassibile, quanto estraneo alla creatura. Impassibileed estraneo non sono sinonimi.

[9]«… Egli stesso, è l’autore dell’intera realtà; essa proviene dalla potenza della sua Parola creatrice. Ciò significa che questa sua creatura gli è cara, perché appunto da Lui stesso è stata voluta, da Lui fattaE così appare ora il secondo elemento importante: questo Dio ama l’uomo. La potenza divina che Aristotele,
al culmine della filosofia greca, cercò di cogliere mediante la riflessione, è sì per ogni essere oggetto del desiderio e dell’amore — come realtà amata questa divinità muove il mondo[1]—, ma essa stessa non ha bisogno di niente e non ama, soltanto viene amata. L’unico Dio in cui Israele crede, invece, ama personalmente. Il suo amore, inoltre, è un amore elettivo: tra tutti i popoli Egli sceglie Israele e lo ama — con lo scopo però di guarire, proprio in tal modo, l’intera umanità. Egli ama, e questo suo amore può essere qualificato senz’altro come eros, che tuttavia è anche e totalmente agape[2].
Contestualmente Papa Benedetto sottolinea drammaticamente che l’uomo, che dimentica Dio, pone la radice più profonda della sofferenza …
[31]… Spesso è proprio l’assenza di Dio la radice più profonda della sofferenza … [38]. Certo Giobbe può lamentarsi di fronte a Dio per la sofferenza incomprensibile, e apparentemente ingiustificabile, presente nel mondo. Così egli parla nel suo dolore: « Oh, potessi sapere dove trovarlo, potessi arrivare fino al suo trono! … Verrei a sapere le parole che mi risponde e capirei che cosa mi deve dire. Con sfoggio di potenza discuterebbe con me? … Per questo davanti a lui sono atterrito, ci penso ed ho paura di lui. Dio ha fiaccato il mio cuore, l’Onnipotente mi ha atterrito » (23, 3. 5-6. 15-16). Spesso non ci è dato di conoscere il motivo per cui Dio trattiene il suo braccio invece di intervenire. Del resto, Egli neppure ci impedisce di gridare, come Gesù in croce: « Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? » (Mt 27, 46). Noi dovremmo rimanere con questa domanda di fronte al suo volto, in dialogo orante: « Fino a quando esiterai ancora, Signore, tu che sei santo e verace? » (Ap 6, 10). È sant’Agostino che dà a questa nostra sofferenza la risposta della fede: « Si comprehendis, non est Deus » — Se tu lo comprendi, allora non è Dio[3]. La nostra protesta non vuole sfidare Dio, né insinuare la presenza in Lui di errore, debolezza o indifferenza. Per il credente non è possibile pensare che Egli sia impotente, oppure che « stia dormendo » (cfr 1 Re 18, 27). Piuttosto è vero che perfino il nostro gridare è, come sulla bocca di Gesù in croce, il modo estremo e più profondo per affermare la nostra fede nella sua sovrana potestà. I cristiani infatti continuano a credere, malgrado tutte le incomprensioni e confusioni del mondo circostante, nella « bontà di Dio » e nel « suo amore per gli uomini » (Tt 3, 4). Essi, pur immersi come gli altri uomini nella drammatica complessità delle vicende della storia, rimangono saldi nella certezza che Dio è Padre e ci ama, anche se il suo silenzio rimane incomprensibile per noi».
Nella Enciclica  Spe Salvi Papa Benedetto non manca di ricordare che, pur cercando di limitare la sofferenza ed i suoi danni, non possiamo eliminarla. Anzi, cercare di eliminarla spesso porta l’uomo a percorrere le strade di una vita senza senso.
«37. … Possiamo cercare di limitare la sofferenza, di lottare contro di essa, ma non possiamo eliminarla. Proprio là dove gli uomini, nel tentativo di evitare ogni sofferenza, cercano di sottrarsi a tutto ciò che potrebbe significare patimento, là dove vogliono risparmiarsi la fatica e il dolore della verità, dell’amore, del bene, scivolano in una vita vuota, nella quale forse non esiste quasi più il dolore, ma si ha tanto maggiormente l’oscura sensazione della mancanza di senso e della solitudine. Non è lo scansare la sofferenza, la fuga davanti al dolore, che guarisce l’uomo, ma la capacità di accettare la tribolazione e in essa di maturare, di trovare senso mediante l’unione con Cristo, che ha sofferto con infinito amore. Vorrei in questo contesto citare alcune frasi di una lettera del martire vietnamita Paolo Le-Bao-Thin († 1857), nelle quali diventa evidente questa trasformazione della sofferenza mediante la

 


forza della speranza che proviene dalla fede. “Io, Paolo, prigioniero per il nome di Cristo, voglio farvi conoscere le tribolazioni nelle quali quotidianamente sono immerso, perché infiammati dal divino amore innalziate con me le vostre lodi a Dio: eterna è la sua misericordia (cfr Sal 136 [135]). Questo carcere è davvero un’immagine dell’inferno eterno: ai crudeli supplizi di ogni genere, come i ceppi, le catene di ferro, le funi, si aggiungono odio, vendette, calunnie, parole oscene, false accuse, cattiverie, giuramenti iniqui, maledizioni e infine angoscia e tristezza. Dio, che liberò i tre giovani dalla fornace ardente, mi è sempre vicino; e ha liberato anche me da queste tribolazioni, trasformandole in dolcezza: eterna è la sua misericordia[4]. In mezzo a questi tormenti, che di solito piegano e spezzano gli altri, per la grazia di Dio sono pieno di gioia e letizia, perché non sono solo, ma Cristo è con me […] Come sopportare questo orrendo spettacolo, vedendo ogni giorno imperatori, mandarini e i loro cortigiani, che bestemmiano il tuo santo nome, Signore, che siedi sui Cherubini (cfr Sal 80 [79], 2) e i Serafini? Ecco, la tua croce è calpestata dai piedi dei pagani! Dov’è la tua gloria? Vedendo tutto questo preferisco, nell’ardore della tua carità, aver tagliate le membra e morire in testimonianza del tuo amore. Mostrami, Signore, la tua potenza, vieni in mio aiuto e salvami, perché nella mia debolezza sia manifestata e glorificata la tua forza davanti alle genti […]. Fratelli carissimi, nell’udire queste cose, esultate e innalzate un perenne inno di grazie a Dio, fonte di ogni bene, e beneditelo con me: eterna è la sua misericordia. […] Vi scrivo tutto questo, perché la vostra e la mia fede formino una cosa sola. Mentre infuria la tempesta, getto l’ancora fino al trono di Dio: speranza viva, che è nel mio cuore…” . Questa è una lettera dall’ inferno [5]. Si palesa tutto l’orrore di un campo di concentramento, in cui ai tormenti da parte dei tiranni s’aggiunge lo scatenamento del male nelle stesse vittime che, in questo modo, diventano pure esse ulteriori strumenti della crudeltà degli aguzzini. È una lettera dall’inferno, ma in essa si avvera la parola del Salmo: « Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti […]. Se dico: “Almeno l’oscurità mi copra” […] nemmeno le tenebre per te sono oscure, e la notte è chiara come il giorno; per te le tenebre sono come luce » (Sal 139 [138] 8-12; cfr anche Sal 23 [22],4). Cristo è disceso nell’ inferno  e così è vicino a chi vi viene gettato, trasformando per lui le tenebre in luce. La sofferenza, i tormenti restano terribili e quasi insopportabili. È sorta, tuttavia, la stella della speranza – l’ancora del cuore giunge fino al trono di Dio. Non viene scatenato il male nell’uomo, ma vince la luce: la sofferenza – senza cessare di essere sofferenza – diventa nonostante tutto canto di lode.
Quale sia il valore dell’umanità si descrive proprio nella sofferenza. Quando l’oggetto dell’amore è lontano, allora, nel cuore attento, ritorna, esaltato, l’affetto per la persona che prima, collocata nella dimensione della quotidianità, risultava scontata. Per un figlio è scontato che il genitore ci sia, ma quando manca … Per uno sposo è scontato che la sposa ci sia, ma quando manca … ? Non solo rapporto con la sofferenza, ma anche con il sofferente. Così Papa Benedetto nella Spe Salvi continua:
38. La misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. Questo vale per il singolo come per la società. Una società che non riesce ad accettare i sofferenti e non è capace di contribuire mediante la com-passione a far sì che la sofferenza venga condivisa e portata anche interiormente è una società crudele e disumana. La società, però, non può accettare i sofferenti e sostenerli nella loro sofferenza, se i singoli non sono essi stessi capaci di ciò e, d’altra parte, il singolo non può accettare la sofferenza dell’altro se egli personalmente non riesce a trovare nella sofferenza un senso, un cammino di purificazione e di maturazione, un cammino di speranza. Accettare l’altro che soffre significa, infatti, assumere in qualche modo la sua sofferenza, cosicché essa diventa anche mia. Ma proprio perché ora è divenuta sofferenza condivisa, nella quale c’è la presenza di un altro, questa sofferenza è penetrata dalla luce dell’amore. La parola latina con-solatio, consolazione, lo esprime in maniera molto bella suggerendo un essere-con nella solitudine, che allora non è più solitudine. Ma anche la capacità di accettare la sofferenza per amore del bene, della verità e della giustizia è costitutiva per la misura dell’umanità,
 
La Pietà di Michelangelo esprime la capacità di
stare con il dolore, nel dolore.

 perché se, in definitiva, il mio benessere, la mia incolumità è più importante della verità e della giustizia, allora vige il dominio del più forte; allora regnano la violenza e la menzogna. La verità e la giustizia devono stare al di sopra della mia comodità ed incolumità fisica, altrimenti la mia stessa vita diventa menzogna.
Noi penseremmo che con l’amore la sofferenza abbia fine e che l’amore sia assenza di sofferenza. E,  invece, più si ama e più si soffre, tanto che nelle filosofie orientali l’amore, inteso come affezione e passione, deve essere evitato come attaccamento, in quanto renderebbe impossibile la liberazione, l’illuminazione.
Continua Papa Benedetto: E infine, anche il sì  all’amore è fonte di sofferenza, perché l’amore esige sempre espropriazioni del mio io, nelle quali mi lascio potare e ferire. L’amore non può affatto esistere senza questa rinuncia anche dolorosa a me stesso, altrimenti diventa puro egoismo e, con ciò, annulla se stesso come tale.
Addirittura per il Papa Emerito il soffrire diventa la condizione per amare. Se dico ti voglio bene e, intanto, non soffro per te, il mio volerti bene è vuoto!
Il soffrire per amore della verità e della giustizia ed il soffrire a causa dell’amore per diventare capaci di amore vero, sono virtù di umanità!
  1. Soffrire con l’altro, per gli altri; soffrire per amore della verità e della giustizia; soffrire a causa dell’amore e per diventare una persona che ama veramente – questi sono elementi fondamentali di umanità, l’abbandono dei quali distruggerebbe l’uomo stesso. Ma ancora una volta sorge la domanda: ne siamo capaci? È l’altro sufficientemente importante, perché per lui io diventi una persona che soffre? È per me la verità tanto importante da ripagare la sofferenza? È così grande la promessa dell’amore da giustificare il dono di me stesso? Alla fede cristiana, nella storia dell’umanità, spetta proprio questo merito di aver suscitato nell’uomo in maniera nuova e a una profondità nuova la capacità di tali modi di soffrire che sono decisivi per la sua umanità.

Questo grande Papa Teologo indica nella profondità del Dottore San Bernardo la connessione tra il Dio impassibile, che per sua natura non può soffrire, con il Dio che sa compatire nella sua dimensione di Dio ri-voltoverso la creatura. Non il Padre o lo Spirito, in quanto tali, ma il Verbo in quanto incarnato, per l’identità della persona divina soggetto dell’uomo-Gesù. Le parole seguenti sembrano un canto di come Dio, fattosi carne, senza smettere di essere Dio, è vicino a questa sofferenza, che, mai dobbiamo dimenticarlo, fa crescere l’uomo, come le doglie del parto fanno crescere l’amore di una donna per la propria creatura, facendo diventare la donna madre,colei che sa generare!
 La fede cristiana ci ha mostrato che verità, giustizia, amore non sono semplicemente ideali, ma realtà di grandissima densità. Ci ha mostrato, infatti, che Dio – la Verità e l’Amore in persona – ha voluto soffrire per noi e con noi. Bernardo di Chiaravalle ha coniato la meravigliosa espressione: Impassibilis est Deus, sed non incompassibilis[6] [29] – Dio non può patire, ma può compatire. L’uomo ha per Dio un valore così grande da essersi Egli stesso fatto uomo per poter com-patire con l’uomo, in modo molto reale, in carne e sangue, come ci viene dimostrato nel racconto della Passione di Gesù. Da lì in ogni sofferenza umana è entrato uno che condivide la sofferenza e la sopportazione; da lì si diffonde in ogni sofferenza la con-solatio, la consolazione dell’amore partecipe di Dio e così sorge la stella della speranza. Certo, nelle nostre molteplici sofferenze e prove abbiamo sempre bisogno anche delle nostre piccole o grandi speranze – di una visita benevola, della guarigione da ferite interne ed esterne, della risoluzione positiva di una crisi, e così via. Nelle prove minori questi tipi di speranza possono anche essere sufficienti.
 La sofferenza cristiana diventa speranza per il cristiano e per colui che si apre, neofita, alla fede. La capacità di soffrire dipende dalla misura della speranza che è nell’uomo.
Ma nelle prove veramente gravi, nelle quali devo far mia la decisione definitiva di anteporre la verità al benessere, alla carriera, al possesso, la certezza della vera, grande speranza, di cui abbiamo parlato, diventa necessaria. Anche per questo abbiamo bisogno di testimoni, di martiri, che si sono donati totalmente, per farcelo da loro dimostrare – giorno dopo giorno[7]. Ne abbiamo bisogno per preferire, anche nelle piccole alternative della quotidianità, il bene alla comodità – sapendo che proprio così viviamo veramente la vita. Diciamolo ancora una volta: la capacità di soffrire per amore della verità è misura di umanità. Questa capacità di soffrire, tuttavia, dipende dal genere e dalla misura della speranza che portiamo dentro di noi e sulla quale costruiamo. I santi poterono percorrere il grande cammino dell’essere-uomo nel modo in cui Cristo lo ha percorso prima di noi, perché erano ricolmi della grande speranza.
E nella speranza vissuta quotidianamente, il Papa ripropone all’uomo sofferente l’antica abitudine-virtù di saper offrire le sofferenze.
40. Vorrei aggiungere ancora una piccola annotazione, non del tutto irrilevante per le vicende di ogni giorno. Faceva parte di una forma di devozione, oggi forse meno praticata, ma non molto tempo fa ancora assai diffusa, il pensiero di poter offrire  le piccole fatiche del quotidiano, che ci colpiscono sempre di nuovo come punzecchiature più o meno fastidiose, conferendo così ad esse un senso. In questa devozione c’erano senz’altro cose esagerate e, forse, anche malsane, ma bisogna domandarsi se non vi era contenuto in qualche modo qualcosa di essenziale che potrebbe essere di aiuto. Che cosa vuol dire offrire ? Queste persone erano convinte di poter inserire nel grande com-patire di Cristo le loro piccole fatiche, che entravano così a far parte in qualche modo del tesoro di compassione di cui il genere umano ha bisogno. In questa maniera anche le piccole seccature del quotidiano potrebbero acquistare un senso e contribuire all’economia del bene, dell’amore tra gli uomini. Forse dovremmo davvero chiederci se una tale cosa non potrebbe ridiventare una prospettiva sensata anche per noi».
Il  nostro problema, quindi,  è capire se, nel disegno di Dio, l’uomo sia un essere mortale e destinato alla sofferenza illuminata dalla Speranza.
Il CCC 374-379  dice, riguardo all’uomo, di una giustizia originale, -che ritengo vada intensa in senso meta-temporale-, possibile solo nella dimensione dell’armonia con il Creatore. Solo la perdita di tale armonia farà perdere questo stato di immortalità, dono di Dio, come  è suo dono ogni cosa della quale l’uomo possa avere esperienza e conoscenza.
L’uomo, nell’attuale condizione di peccato, è privo dell’armonia con il Creatore e, quindi, sperimenta la sofferenza, la fatica, la discordia e la morte. Ciò significa che Dio, nella sua scienza e amore, ha previsto per l’uomo due possibilità, come ben sappiamo, legate alla libertà, -altro nodo problematico nell’uomo di tutti i tempi e della teologia-. Ma, anche qui, il N. T. più che chiedersi cosa sia la libertà, indica come essere liberi.
Marcello Giuliano
_______________________
[1] Cf Aristotele, Metafisica, XII, 7.
[2] Cfr Pseudo Dionigi Areopagita che, nel suo Sui nomi divini, IV, 12-14: PG 3, 709-713, chiama Dio nello stesso tempo eros agape.
[3] Cf S. Agostino, Sermo 52, 16: PL 38, 360.
[4] La sottolineatura è nostra.
[5] Breviario Romano, Ufficio delle Letture, 24 novembre.
[6] Sermones in Cant., Serm. 26,5: PL 183, 906.

[7] Pensiamo all’esempio di un S. Thomas Backet o di San Thomas More.

domenica 6 marzo 2016

Viaggio nell'orrore della dolce morte


La foto di una donna morta di eutanasia in Belgio la cui storia è raccontata nel video
la foto di una donna morta di eutanasia in Belgio.

In Belgio si uccide a insaputa dei parenti
di Benedetta Frigerio

Dopo la legalizzazione delle unioni fra persone delle stesso sesso, in questi giorni è ricominciato in Parlamento il dibattito sull'eutanasia, abbandonato nel 2011 dopo la crisi di governo. Non è un caso. Le due istanze sono una conseguente all'altra, figlie della stessa ideologia mortifera, che in nome della libertà di autodeterminazione si impone sui più deboli e quindi sulla società intera. Così, come per le unioni civili, si sentirà probabilmente ripetere il ritornello che “è impossibile opporsi” e che quindi “bisogna porre dei paletti”. Con la stessa logica di compromesso espressa anche dai parlamentari cattolici già cinque anni fa, la norma sulle “dichiarazioni anticipate di trattamento” passò al Senato alla fine del 2010 per poi essere affossata insieme al governo Berlusconi.
Ma a rivelare come si trasforma, che volto spaventoso possa assumere e fino a dove possa spingersi in pochi anni una società che legalizza l'eutanasia anche con "regole ferree" è un documentario dell'“Euthanasia Prevention Coalition", che descrive la situazione belga a 14 anni dall'approvazione della legge. La voce di un uomo descrive in maniera glaciale la morte della madre a sua insaputa: «Ha ricevuto un'iniezione letale nell'ospedale dell'università pubblica di Bruxelles (…) era in salute, anche se attraversava momenti di depressione». Un altro uomo ricorda: «Mio nonno ha sviluppato un cancro a 80 anni ed è stato sostanzialmente ucciso dallo staff medico della casa di cura». Il padre di una ragazza disabile conferma le «pressioni affinché praticassimo l'eutanasia su di lei, che è come ogni altro figlio della nostra famiglia».
Il filmato affronta anche il tema dell'autodeterminazione venduta come libertà ponendo dei quesiti: «Sì, - dice il figlio di una donna che ha richiesto l'eutanasia – era lei che sarebbe morta, ma noi eravamo i suoi figli, l'amavamo». Un altro svela il suo senso di smarrimento così: «Non si trattava solo della sua di qualità di vita, ma anche di quella di suo nipote». Ma il problema è anche dei medici, dato che le sentenze giudiziarie hanno portato alle estreme conseguenze il diritto all'autodeterminazione restringendo il campo all'obiezione di coscienza.
Fra le voci del documentario proprio quella di un dottore fa notare: «La norma dice che è il paziente a dover decidere, è quindi strano che invece non si voglia rispettare la scelta autonoma dei medici decisi a non praticare l'eutanasia. E nemmeno l'autonomia delle istituzioni che non vogliono praticarla». Contro l'argomento della cosiddetta compassione c'è anche chi ricorda la visita di una parente al nonno: «Voleva dargli dell'acqua. Ma una delle infermiere disse: “Non farlo, stai prolungando il processo di morte”. E lei rispose: “Cosaaa?”». Il medico spiega il vero volto della carità che va scomparendo: «Si aiutano le persone a morire controllandone sintomi e sofferenze, non uccidendoli». Infine, l'amara constatazione: «Che cosa sta diventando questa società? È una società di qualità, solo i migliori sopravvivono».
Eppure, il 28 maggio 2002, quando il Belgio approvò la norma, le regole erano rigidissime e l'eutanasia era permessa solo in “casi estremi” di morte imminente. Ora la pratica è estesa anche ai bambini. E nel 2012, l'Istituto europeo di bioetica dichiarò che «l’eutanasia è diventata gradualmente un atto normale e ordinario».
Basti pensare che, se nel 2003 i casi erano 236, già nel 2008 erano 704. Nel 2011 si giunse alla cifra di 1.432 (il 25 per cento in più rispetto ai 1.133 casi dell’anno precedente). Senza contare le sedazioni terminali praticate con la morfina. La stessa Commissione belga incaricata di valutare i casi aveva ammesso di «non essere in grado di accertare se i casi di eutanasia dichiarati corrispondono al numero dei casi reali che si verificano». Nel 2013, il New England Journal of Medicine, riportava che il 5,1 per cento di tutte le morti nelle Fiandre era dovuto all’eutanasia (attiva e passiva). Solo quattro anni dopo, nel 2015, i casi sono diventati 2.021. Di questi alcuni sono avvenuti anche senza il consenso dei pazienti.
Ma perché nessun compromesso è in grado di porre un freno alla legalizzazione della morte scelta e procurata? Nel 2010, quando "il testamento biologico" fu discusso in Italia, furono pochi a opporsi cercando di obbedire alla nota sul comportamento dei cattolici in politica della Congregazione per la dottrina della fede che parla di «princìpi morali che non ammettono deroghe, eccezioni o compromesso alcuno», come «il caso delle leggi civili in materia di aborto e di eutanasia».
Fra questi, l'associazione Medicina e Persona spiegò: «Regolamentare la vita e la morte “patteggiandole” significa averne già accettata la relativizzazione rispetto a quell’epoca storica in cui se ne discute». Giuseppe Verucchi, allora arcivescovo di Ravenna, spiegò perché, una volta messa ai voti, la vita sarebbe stata relativizzata avallando una logica dalle conseguenze inarrestabili: «Si aprirà una strada verso l’eutanasia. Se apro un foro in una diga (anche piccolo) prima o poi la diga crolla. (…) Affidiamoci sempre meno al relativismo e sempre di più al bene e ai valori naturali e oggettivi. O forse abbiamo paura ad andare contro corrente».

sabato 5 marzo 2016

I nonni secondo Papa Francesco




Età anziana : non è sempre stata così
di Innocenza Laguri
Il vecchio saggio e  il vecchio debole di  papa Francesco
C’è un testo di Aldo Maria Valli piccolo, molto leggibile, intitolato “Avete un grande compito”  (Mondadori Store) che racconta dell’attenzione del Papa per gli anziani.  Tutto il breve percorso, compreso le pagine  dedicate alla grande nonna di Francesco, mostra l’ importante funzione attribuita da Francesco ai vecchi  , in quanto saggi, contrariamente a quanto oggi avviene. il Papa nel testo sottolinea  il loro  contributo fondamentale, soprattutto in quanto nonni, mentre  in altre occasioni   si preoccupa  della necessità di assisterli quando sono deboli. Fabrice Hadjadj , nella sua rubrica su Avvenire  “Ultime notizie dell’uomo” nota che la nostra società tecnologica ha prodotto una gravissima inversione del venerabile e del vulnerabile: i vulnerabili sono diventati gli anziani  mentre i venerabili sono i giovani .Hadjadj definisce questo fenomeno “riduzione della genealogia  alla tecnologia”, perché anche nelle relazioni ci si allinea alla mentalità tecnologica per la quale ciò che conta è il nuovo e l’innovazione ,dunque il prodotto più recente rende obsoleto quello che lo precede, il risultato è il culto del giovanilismo, il vecchio è sempre uno scarto  non è riconosciuto come colui che ha attraversato le prove della vita, che è stato fecondo, che è in grado di raccontare l’esistenza.
Ma la saggezza è così certa?
Penso sia corrispondente a verità il giovanilismo, ritengo importante il  collegamento che ne  fa Hadjadj con il dominio della mentalità tecnologica, penso poi si debba  riconoscere agli anziani il valore della saggezza. Ma dico anche  che  questa saggezza non è così diffusa e così  scontata. Ne ho già accennato  in uno o più di questi contributi , ma  riprendo  la questione perché  sono frequenti   gli incontri con anziani  che mi risultano inquietanti e  mi dico “speriamo di non fare così…” L’altro giorno in panetteria un signore (coetaneo direi )si lamentava  come se fosse morto un parente perché il pane preferito  quel giorno era più grosso del solito, e lui non voleva ..cambiare qualità, ieri all’ufficio che dà i pass  (per una zia) una signora, mia coetanea, ha chiesto  almeno tre volte ad alta voce  come mai ci fosse così poca gente in sala e il suo numero non uscisse ancora… aveva una fretta incredibile, una intolleranza per l’attesa più che infantile! Si sa, si dice ,i vecchi sono come bambini! Gasp!
I vecchi di oggi,novità e prospettive
Attualmente, attorno a noi,come è implicito anche nella duplice preoccupazione del Papa, ci sono due tipologie di anziani :i cosiddetti “ grandi anziani” (verso e oltre i 90 anni) e quelli che sono i loro figli, cioe’ quelli che  come me sono i figli del baby boom post guerra, tra i 65 e i 70 anni.  L’essere ancora al mondo dei grandi anziani è un fatto nuovo,mai accaduto prima, dunque storicamente inedito, senza “tradizione” precedente, dell’allungamento della vita. Ne sono travolti, perché se anche hanno beneficiato dei progressi della medicina, magari dei vantaggi della nuova frontiera dell’impianto degli organi, subiscono le malattie degenerative.  Poi ci siamo noi, la generazione del baby boom che ha vissuto ancor più pienamente quel  clima del controllo sulla morte, iniziato già nel XIX ma divenuto dominante oggi. Chiave di volta di questo clima  è l’uomo che si fa da sé, stregato dall’imperativo culturale della propria realizzazione individualista e, sempre più dalla tecnologia con la sua promessa di  transumanismo.  In un testo di sociologia  (La société post- mortelle di Céline Lafontaine, Seuil )  si dice che è  un clima supportato anche dal potere Statale che si fa garante niente po’ po’ di meno che del  Diritto alla salute (vedi codice del 1942 ).Lo stato delle dittature del XX secolo  era padrone della morte dei cittadini, quello attuale è il garante della salute.  La  Lafontaine, ma certo non solo lei, osserva che il progresso medico e l’impegno statale per il  Diritto alla salute   hanno contribuito a far perdere alla morte il suo statuto ontologico , essa non fa più parte del destino umano: viene decostruita,  nel senso c’è sempre una causa della morte, cioè  un non funzionamento di una parte del corpo .Domina il diritto ad una morte tardiva e il già citato mito della giovinezza. E’ probabile che anche per molti di noi si apra lo scenario della malattia degenerativa, perché i progressi della medicina  nei confronti del cervello non saranno così immediati , se mai potranno  esserci. In una bella conferenza,in francese, (metto in calce gli estremi) una donna chirurgo,partendo dall’interessante (e controcorrente) ipotesi che i successi della medicina suscitino problemi più grandi degli stessi successi, preconizza una società che, con il  prolungamento della vita e la “morte della morte” va  tutta verso la demenza senile, visto che l’encefalo  non è sostituibile.Dato che  l’individualismo giovanilistico si collega, tra le altre cose , con l’avere pochi figli, avremo una società a maggioranza di vecchi dementi  a carico di pochi giovani.  Mi piacerebbe sapere chi e con che impegno nell’ambito della ricerca, e nell’ambito del potere si faccia carico di questa realisticissima ipotesi, quali possibilità ci siano  nel futuro immediato per correggerla.  C’è infatti poca informazione mediatico-scientifica, e poco interesse della gente, chi come me è  ancora autosufficiente  preferisce non sapere e non informarsi, ancor di più i giovani adulti, ma certo mi sembra una questione epocale. Varrebbe la pena di leggere il terzo rapporto dell’organizzazione Mondiale della Sanità  sull’invecchiamento della popolazione nel mondo. In esso c’è questo dato: in Italia  una persona su cinque è anziana e la prospettiva  è quella dell’invecchiamento globale (tra 35 anni gli over 65 saranno il 21% della popolazione mondiale cioè 2,4 miliardi), Intanto , nonostante “la morte della morte” essa non è scomparsa ,e pur arrivando ai 90 anni, come sta succedendo  ai padri di noi giovani-anziani del baby boom  dunque pur arrivando in avanzata demenza, alla fine  arriva.  Oggi dunque  morte e vecchiaia  sono strettamente unite, con la novità che la vecchiaia (appunto perché trapassante in demenza) è sentita unicamente come socialmente insensata e perdente ,per nulla produttiva. Terribile circolo vizioso: giovinezza a tutti i costi da cui prolungamento vita, ma anche , demenza da cui rifiuto.  Immersa, malgrado tutto, anch’io in questa mentalità, sono colpita quando  il testo citato ricorda che  il legame vecchiaia morte è, in realtà,  un dato storico: dall’alba dell’umanità sino al XIX secolo  la morte non solo faceva parte della vita quotidiana , ma anche prendeva la fisionomia dei neonati e delle donne incinta:la morte era vicinissima al parto e al neonato, mentre oggi ne è lontanissima e la messa al mondo è sentita unicamente come promessa di vita, liberata da ogni timore .Così il bambino viene elevato come immortale,i recenti procedimenti in merito alle morti di mamme e bimbi di questi giorni in Italia  fanno riflettere. Ovviamente penso che la riduzione della mortalità sia  un progresso, ma il suo prezzo è stato certamente una riduzione del senso della nascita.
Cosa ricavare dalla contestualizzazione storica
Ecco, per me, altri motivi  di utilità di questa contestualizzazione della morte: confermano quella maggior attenzione al tempo che noi anziani ancora autosufficienti possiamo praticare  per essere veramente quei saggi di cui parla Francesco. Un tempo vissuto nella consapevolezza che non abbiamo finito di educarci , di maturare la fede, la parabola delle vergini della terza ferie dopo l’Epifania (rito ambrosiano) può essere letta in questa chiave: lo sposo  può arrivare da un momento all’altro, e senz’altro lo sposo è una circostanza  di conversione, ma anche il  viaggio ultimo/ malattia. Una circostanza importante di conversione è la nonnità,  se però ce ne chiediamo il significato, cioè se lo consideriamo circostanza di conversione, al proposito metto  una segnalazione in calce per conoscere una associazione che aiuta in questo. la nonnità può essere una  delle circostanze che maggiormente richiamano alla dimensione del gratuito , altre atmosfere non  lo fanno ( come l’atmosfera burocratica-autoritaria, fredda e calcolatrice). le buone atmosfere (come le chiama Guardini) ci aiutano a far divenire  fondamentale lo stupore più  che il non capire ancora, o il ringraziamento  più che il sentirsi appagati .Per l’ultimo viaggio /malattia  mi sembra che l’unico vero aiuto  sia una  ininterrotta conversione chiesta  cercata e, può essere,  ottenuta dalla Grazia con maggior insistenza che nella giovinezza. Altra utilità della contestualizzazione  è anche il richiamo ad una maggior attenzione alla questione vecchiaia in termini storico-social-medicali; per esempio circa  il rapporto tra le  malattie degenerative e quel poco tanto di fiducia nel dono della vita,  che appunto  si è cercato, con tutti i limiti, di vivere nell’arco della vita e nel tempo che precede l’eventuale demenza senile. Mi capita di far compagnia ad una signora più che novantenne che è stata viva, capace di grande sacrificio per i figli, ma piuttosto indifferente alla fede, mi colpisce il fatto che la sua demenza si presenti oggi  in termini che rivelano soprattutto la disperazione( vedi la classica idea della badante che ruba , dei figli che non l’amano,ecc). C’è sicuramente, io credo, un rapporto tra materia e spirito, tra fede e cervello, ma non ne sento parlare.
Innocenza Laguri
Note in calce
– Per la lezione del medico http://www.e-philanthropos.org/audios/  la registrazione della conferenza di Anna Boch “Quel progrès pour la médecine..”
-Per conoscere l’Associazione nonni :http://www.nonniduepuntozero.eu

martedì 24 novembre 2015

Pornografia sentimentale.



Le Iene, il veleno e il cioccolatino

di Emanuele Boffi
La grande scrittrice americana Flannery O’Connor diceva che «la pornografia è essenzialmente sentimentale». E la definizione calza a pennello per il servizio mandato ieri in onda dalle Iene su Italia Uno. Lo sapete, da queste parti pensiamo tutto il peggio possibile di loro (e non solo per la vicenda Stamina). Ieri sera, però, sono riusciti nell’impresa di superarsi, presentando un lunghissimo servizio (ben 26 minuti, lo trovate in internet, qui non lo linkiamo) sulla necessità di introdurre in Italia una legge sul fine vita.
L’aspetto grottesco non è tanto e solo che si è fatta una trasmissione a senso unico (e vabbè, che ti aspetti dalle Iene) con qualche battuta del solo Mario Melazzini a fare da contraltare. L’aspetto vergognoso non è tanto e solo che si sfruttino i malati terminali in maniera macabra e a fini commerciali (qui c’è uno che vuole farla finita – pubblicità – qui ce ne è un altro – pubblicità). L’aspetto orrendo non è tanto e solo che si mostri in prima serata una donna che si suicida. L’aspetto assurdo non è tanto e solo che si faccia consapevolmente un gran polverone al solo scopo di introdurre l’eutanasia in Italia facendo intendere che – tanto! – si fa già e che, anzi, se ci fosse una legge, la gente non si suiciderebbe in maniera così “sbagliata”, sconveniente e violenta.
L’aspetto veramente grottesco, vergognoso, orrendo e assurdo è che si presenti tutto questo come un atto decoroso, pulito, altruistico. Così si mostra la «dolcissima» Erika che passa il veleno e si manda in sottofondo la musichetta patetica. Si avvolge tutto con le lacrime, le belle parole, pure la morale sulla morte-che-è-una-cosa-naturale, il mazzo di fiori e, con un poco di zucchero, la pillola va giù. Perché dare solo l’intruglio mortifero sarebbe troppo anche per i nostri disincantati occhi di moderni. E così si dà il veleno, ma, tranquilli, subito dopo arriva il cioccolatino.
Va da sé che non si spenda una parola per raccontare cosa accade in Olanda e Belgio, paesi gran campioni d’eutanasia, che ormai non fanno più distinzioni tra malati e sani, giovani e vecchi, down e depressi. Perché la realtà va sempre in direzione opposta alla pornografia sentimentale. Invece le Iene non vogliono raccontarci qualcosa, vogliono solo trasmetterci un’emozione. Vogliono solo darci il veleno, e il cioccolatino.


Tempi

giovedì 19 novembre 2015

Come rimanere giovani per sempre




Olanda, eutanasia per tutti. Ecco la “Kill Pill” per chi compie 70 anni 

di Leone Grotti
Basta con l’eutanasia solo per chi è malato terminale, malato mentale, affetto da imperfezioni e problemi fisici o più semplicemente stanco di vivere. Ora la potente associazione per il diritto di morire (Nvve) vuole che l’eutanasia sia estesa d’ufficio a tutti coloro che hanno compiuto i 70 anni.
L’anno scorso in Olanda la “buona morte” è stata somministrata ufficialmente a 5.306 persone (in realtà, le vittime sono almeno 6 mila), un aumento del 182 per cento rispetto a quando la legge è stata approvata nel 2002. Me per Nvve non basta e così ha ritenuto maturi i tempi per riproporre un vecchio cavallo di battaglia degli anni ’90: la “Kill Pill”.
MORTE, NON SUICIDIO. «Noi vediamo che la società vuole una pillola del genere», ha spiegato il direttore della lobby pro eutanasia Robert Schurink. «Soprattutto la generazione del baby boom, che non ha paura di dire esplicitamente ciò che desidera. Vogliono avere il controllo sulla fine delle loro vite». A prescindere dall’essere affetti o meno da patologie, fisiche o mentali che siano.
La pillola eutanasica sarebbe messa gratuitamente a disposizione di tutti gli olandesi che abbiano compiuto i 70 anni e comodamente ritirabile in farmacia. La Nvve ha detto che nelle prossime settimane discuterà una sperimentazione con l’associazione dei medici olandesi e con i ministri di Giustizia e Salute. Questa servirà per assicurare che «la pillola non venga usata per il suicidio, l’abuso o l’omicidio». Ma solamente per procurarsi la “buona morte”.
NUOVA CONCEZIONE. L’Olanda sta procedendo velocemente e inesorabilmente verso una nuova concezione di eutanasia. Quando è stata approvata nel 2002, era considerata un’eccezione, uno strappo alla regola dettato dalla compassione per permettere ai “pochissimi” casi di persone che soffrono in modo insopportabile a causa di malattie terminali di anticipare di poche settimane la propria dipartita. Com’era prevedibile, una volta affermato che alcune persone possono essere uccise in casi particolari, una volta stabilito che c’è anche un solo caso in cui una vita perde di valore, il diritto di morire si è esteso negli anni ed ora viene rivendicato per tutti, sani e malati, come se fosse un modo di morire come gli altri, naturale come gli altri, perché non c’è niente di più naturale della volontà e dell’autodeterminazione. È giusto quindi fornire la pillola per tutti quelli che compiono 70 anni (ci vorrà ancora qualche anno per abbassare la soglia di questa età). Basta che non venga chiamato con una bruttissima parola: “suicidio”.

Tempi

lunedì 2 novembre 2015

Accompagnare e imparare



L’età anziana è anche l’età in cui accompagnare nella malattia   prima di essere a nostra volta accompagnati, come da questa testimonianza che un amico mi ha inviato e che col suo permesso, vi invio. 
Innocenza Laguri
***
Carla, mia sorella, era ammalata di Alzheimer da alcuni anni ma da tre stava in poltrona o a letto e più il tempo passava, meno riconosceva e capiva. Ogni mercoledì, prima di prendere il treno per Milano, dove lavoro, l’andavo a trovare. In macchina, mentre percorrevo il tratto di strada da Giussano a Capriano, pensando a lei così immobile e sofferente, volevo esser degno di stare con lei. Quante volte dopo esser stato un po’ in sua compagnia e averla salutata, mentre mi recavo al treno a Carugo, più che la soddisfazione di una visita fatta, mi prendeva una strana amarezza.
Perché per molti altri incontri che avvenivano in giornata questa esigenza d’esser degno non raggiungeva questa intensità?
Bambino, mi avevano colpito le parole di Gesù: ero malato e mi avete visitato.
Mentre ero in macchina e mi avvicinavo a casa sua, queste parole così semplici e così belle risuonavano, con certa trepidazione, nel mio cuore. Era una cosa così piccola quella che mi apprestavo a fare, una breve visita, ma le parole di Gesù le davan valore, un valore inaspettato: allora chiedevo a lui, che di queste cose se ne intende, di farmi degno.
E così la salutavo e le parlavo. I primi tempi, Alberto, suo marito, sentendomi raccontare tante cose, mi ricordava che Carla non capiva ed era un po’ inutile quel raccontare. Io, incurante, le parlavo dei ragazzi che venivano a Portofranco per essere aiutati  nello studio: Lina, una ragazza etiope, occhi sgranati, Olga, una ragazza moldava, troppo impegnata, Giacomo, un ragazzo milanese speciale, Arze, albanese, affettuosa e le raccontavo dei volontari che gratuitamente, con dedizione, si applicavano a spiegar loro quanto non capivano.
A volte lei diceva due, tre parole e poi si fermava, si impappinava e le parole diventavano mormorio incomprensibile ed io: cosa vuoi dire? Allora concludevo io la sua frase, iniziata una infinità di volte, dandole un senso. Ma a lei non interessavano le mie conclusioni che non capiva. Forse più importante era  che io fossi lì. A fare che? Niente. Quanto è importante esser lì a far niente, quando quel niente è riverbero di un amore. Le ricordavo quando in casa, la sera, in latino, sotto la direzione decisa della mamma dicevamo il rosario e la mattina, nel grande atrio, risuonavano le preghiere con cui cominciava la giornata e tante altre cose anche ridicole o divertenti della nostra infanzia. Quella volta che il papà, tornato da Milano, come sempre con un grande appetito, mi manda dal Pepinu, il nostro salumiere, a comprare un etto di crudo ed io torno con una scopa!
E qualche volta, mentre eran con me Viola o Anna, le due signore polacche che la servivan  con tanta cura, dicevo lentamente, in latino, l’Ave Maria perché mi sembrava che così potesse ricordarla e desideravo che quelle belle cose scendessero come un balsamo nel suo cuore e sul suo  corpo. ” Prega per noi peccatori, adesso”…quell’adesso lo ripetevo più volte, perché, mentre  ero lì con lei, io potessi riconoscerlo presente sul suo volto, spesso vuoto e smarrito e in quegli occhi, a volte impauriti, altre volte, invece, guardavan con una intensità struggente quasi a implorare aiuto e  incontravano in me, solo un silenzio impotente. Al senso di impotenza che spesso mi prendeva, rispondeva solo l’accettazione della vita che è dono, sempre. E bisogna aver ripetuto e ripetere ogni giorno le parole del “ Ti adoro” “ conservato in questa notte” per ritrovare, appena svegli, la sorpresa dell’esserci nuovamente, altrimenti tutto è solamente un peso.  Quando poi dicevo: “ e benedetto il frutto del ventre tuo Gesù “, allora potevo riconoscere, con sollievo, che il senso di tutto è dato in quel bambino e che la sofferenza non è inutile. Quel sollievo che non toglie l’asprezza della vita  che Dio abbraccia.
Avevo  imparato ad accarezzare il suo volto e non era un mio gesto abituale. Quante volte le scorrevan le lacrime sul viso mentre la accarezzavo. Volevano esser carezze d’amore. Ecco perché io domandavo spesso a Gesù che riempisse del suo calore i miei gesti, le mie parole e il mio sguardo che invece spesso eran vuoti e forse l’amarezza che a volte mi afferrava era per questa mancanza di affetto cristiano. Le carezze  son tenerezza e la tenerezza un po’ si può imparare guardando quelli che la vivono. I malati e i bambini in particolare un po’ la  facilitano, poi il desiderio e la nostalgia di essa ci spingono a chiederla in dono e a coltivarla.
Ecco perché è necessario fissare lo sguardo su chi sa amare e non perde tempo inutilmente. E mi venivano in mente, mentre ero in macchina, le vite di San Camillo de Lellis, di don Orione, di Santa Teresa di Calcutta e una schiera infinita di uomini e di donne semplici  che negli ospedali, negli ospizi, nelle case, lungo i secoli e oggi, servono e amano con ardore.
A volte tra fratelli e parenti si diceva, un po’ sottovoce, che quella malattia non ci voleva e che tutto era senza senso. Certo noi non scegliamo la malattia e la sofferenza, ma chi è malato e soffre, dopo le parole di Gesù:”ero malato e mi avete visitato”, è sacro ed io, con la Carla, un po’ l’ho imparato.
Accettare e amare ciò che è dato, in qual forma è dato. Come è difficile accettare che Dio, anche attraverso questa forma, si manifesti. Come è facile la tentazione di rifiutare e di girarsi dall’altra parte. Però, chiedere aiuto per amare, è forse più facile: riconoscere in noi una incapacità ad amare, soprattutto in queste circostanze e chiedere aiuto a chi se ne intende e può rispondere, è l’unico modo per sfuggire alla trappola della assurdità e del non senso.
Ancor oggi nella mia mente ci sono i volti e le storie di amici che per un decennio o per anni hanno curato padri e madri o figli sacrificandosi e quando li incontravo mi colpiva che non c’erano lamenti, eran affaticati ma sereni e grati a Dio per l’aiuto ricevuto.  Portavan un così grave peso che mi sembrava  dovesse schiacciarli, invece eran più leggeri di me. Non riuscivo molto a capire queste cose, ma eran sotto i miei occhi.
Accogliere e amare, due cose che Gesù faceva bene, due cose che seguendo Gesù si possono imparare, due cose, pensando alle mie visite alla Carla, che non sempre ho vissuto in modo autentico e l’amaro che me ne veniva ne era un segno, benefico, una medicina, perché, in qualche modo, mi costringeva a invocare aiuto a chi può donarlo oggi. Quelle parole: ero malato…non son più astratte o favole, perché han reso la nostra povera e piccola volontà di compagnia un po’ più ardente. Che bello constatare a volte che il tuo cuore è un riverbero del cuore vibrante d’amore di Gesù e ringraziare di questo dono.
Quando è venuto il vecchio don Gino per l’estrema unzione eravamo tristi e contenti perché è stato più evidente, pregando insieme, che la Sua presenza non è nemica della felicità ma realizza il nostro desiderio di felicità, soprattutto quello di Carla che, in una forma misteriosa, si compiva in quei giorni.
Proprio negli ultimi giorni, mentre eravamo attorno al suo letto, una mia sorella diceva alla Carla, ormai del tutto assente, che in Paradiso, dove era attesa, doveva preparare, anche per lei, un posto. Fu la parola più bella di quei giorni perché ci ricordava che il destino ultimo della nostra cara sorella Carla era il Paradiso e non la morte che stava arrivando.
Quella parola, così familiare ai nostri vecchi e che arrecava loro sollievo, perché evocava la dolce compagnia di Gesù, ritornava a splendere anche tra noi quei giorni e se ne parlava con semplicità ai bambini presenti che credono alle promesse di Dio. Per noi adulti c’è solo da sperare che il fascino e la gioia del Paradiso, Gesù presente tra noi, riapra quella partita che Carla ha giocato fino in fondo vittoriosamente, come Gesù sulla croce.
Qual paradosso ci si è mostrato in questi anni di malattia di Carla: se Gesù al massimo della debolezza, sulla croce, aprendo le porte del Paradiso al buon ladrone, ha mostrato al mondo che il miracolo è uno sguardo d’amore, Carla, senza saperlo e volerlo ci ha sospinti ad amarla e a guardarla come Gesù guarda ed ama.  Nessuno aveva scelto quella forma di vita, dovevamo però scegliere di accoglierla e amarla. Se abbiamo imparato e vissuto un po’ di più lo sguardo di amore di Gesù, un po’ lo dobbiamo anche a lei e questo è il tesoro più bello che Carla, che non poteva fare niente e parlare, ci ha regalato.
Senza che lei lo volesse ci è stata affidata perché la amassimo. Non è questa la cosa grande per cui siam fatti e che inconsapevolmente ci ha ricordato e ci ha invitati a fare? Non si riempie di senso e di gioia la nostra vita quando amiamo veramente? E se siamo ancora incapaci non è a nostra portata guardare e imparare da chi lo fa? Siamo fortunati perché circondati da molte persone che vogliono vivere intensamente e amare.
Il tempo che Carla è rimasta con noi ammalata è stato una scuola fruttuosa e impegnativa per chi l’ha accompagnata, per i suoi in particolare, perché ci ha fatto capire dove sta il colore vero della vita.
Preghiamo Dio per lei e che ci aiuti a giocare fino in fondo la partita in cui ci ha coinvolti, suo malgrado, durante la malattia e oggi ,facendo il tifo di lassù.

Giovanni

martedì 4 agosto 2015

È giusto dare l’unzione degli infermi a una persona ammalata di Alzheimer?

Patient - Sick © UNICEF-Marco Dormino


Quali effetti comporta il sacramento dell’unzione degli infermi chiesto da un familiare per una persona anziana, ancora in vita, che ammalata di Alzheimer, non è assolutamente in grado di accostarsi alla confessione e all’eucaristia e quindi capirne i benefici per la sua salvezza?
Luciano Olivieri


Risponde padre Valerio Mauro, docente di Teologia sacramentaria alla Facoltà teologica dell'Italia centrale.
La domanda dal lettore coinvolge un aspetto della teologia sacramentaria che va al di là della questione particolare sulla quale si chiede una risposta. Possiamo, quindi, affrontare il discorso in generale e scendere poi sul particolare di un’unzione degli infermi dato ad una persona, ritenuta ormai incapace di comprendere il senso di quanto sarebbe celebrato.

La fede della Chiesa ha sempre riconosciuto un valore singolare alle azioni liturgiche, in modo speciale a quelle sacramentali. L’Oriente cristiano ha posto l’accento soprattutto sul valore ecclesiale della liturgia, elemento costitutivo della santa e viva Tradizione. Ogni celebrazione avviene nella fede della Chiesa, che crede come prega. La riflessione occidentale ha messo più in evidenza come Cristo sia «presente con la sua virtù nei sacramenti, al punto che quando uno battezza è Cristo stesso che battezza» (Concilio Ecumenico Vaticano II, Decreto sulla sacra liturgia Sacrosanctum concilium, n. 7, dove si rinvia a un celebre passo di Agostino: «Battezzi pure Pietro, è Cristo che battezza; battezzi Paolo, è Cristo che battezza; e battezzi anche Giuda, è Cristo che battezza», Commento al Vangelo di Giovanni, Omelia VI, n. 7).
Le due posizioni chiedono di essere coniugate e non contrapposte. Come si esprime il Catechismo della Chiesa Cattolica, i sacramenti sono al tempo stesso sacramenti di Cristo e della Chiesa. Il valore ecclesiale del ministro è fondamento del suo riferimento cristologico. Per la validità dei riti sacramentali occorre sempre che il ministro abbia l’intenzione di compiere quanto intende fare la Chiesa con quel gesto simbolico. Così il Concilio Ecumenico di Firenze nella bolla di unione con la Chiesa armena: «Tutti questi sacramenti sono completati di tre elementi: cioè di cose a somiglianza di materia, di parole a somiglianza di forma e della persona del ministro che conferisce il sacramento, con l’intenzione di fare ciò che fa la Chiesa» (Decreto per gli Armeni Exsultate Domino).

Tuttavia, l’insistenza sulla dimensione oggettiva del rito non ha mai voluto squalificare la fede di chi si disponeva a ricevere i sacramenti. Studi ormai classici hanno mostrato come la Chiesa antica tenesse in grande considerazione la fede personale, disposizione interiore importante per accogliere la grazia di Dio e permetterle di trasformare la vita del credente.
Nel XVI secolo le posizioni estremiste di Lutero e degli altri riformatori reinterpretarono la comprensione della fede cristiana e la Chiesa cattolica fu spinta a difendere quanto veniva contestato. Il Concilio di Trento conferma la fede cattolica per cui si condanna chi affermi che i sacramenti della Nuova Legge non … conferiscano la grazia significata a quelli che «non frappongono ostacolo» (cf Decreto sui sacramenti, canone 6). L’espressione usata, non frapporre ostacolo (complicata anche in latino: non opponentibus obicem), fu decisa durante la discussione assembleare per includere nel testo il battesimo dei bambini, il cui valore pieno non era mai stato messo in discussione. Nella grande Tradizione della Chiesa il battesimo dei bambini è praticato da tempo immemorabile, riconosciuto come pieno e autentico battesimo. Il bambino non è consapevole di quanto è celebrato per lui, ma al tempo stesso non oppone un rifiuto consapevole verso il dono di grazia. Quanto deciso per il battesimo ha valore per ogni altro sacramento.

Così ci stiamo spostando verso la conclusione del nostro discorso. I doni di Dio sono assolutamente gratuiti. Offerti alla fede e alla libertà dell’uomo, non dipendono in modo assoluto dalla sua risposta, né dalla piena consapevolezza di chi li accoglie. Certamente la situazione più adeguata per celebrare un sacramento è quella di una piena e attiva partecipazione dei fedeli, secondo la riforma liturgica sancita dal Concilio Vaticano II: «Ad ottenere però questa piena efficacia, è necessario che i fedeli si accostino alla sacra liturgia con disposizioni d’animo retto, conformino la loro mente alle parole e cooperino con la grazia divina per non riceverla invano» (Costituzione sulla sacra liturgia Sacrosanctum concilium, n. 11).
L’azione pastorale deve tendere a far vivere a tutti, personalmente e comunitariamente, una partecipazione consapevole, attiva e fruttuosa alle celebrazioni liturgiche. Ma il mistero di Dio e dei suoi doni è molto più grande della nostra consapevolezza. La Chiesa continua a battezzare i bambini nella fede professata dai loro genitori. La Chiesa continua ad offrire i suoi sacramenti ad ogni persona, anche quando si trovi in situazioni di autoconsapevolezza, diversa da quanto riteniamo rientrare nella normalità.

L’unzione data ad un malato in fin di vita o in uno stato di non consapevolezza è pur sempre quel dono di Dio che unisce profondamente la persona al Cristo sofferente e crocifisso, perché la sua realtà di sofferenza sia trasfigurata dalla comunione con il Signore risorto. Al tempo stesso, proprio attraverso il sacramento dell’unzione la Chiesa raccomanda i suoi figli malati al Signore sofferente e glorificato, perché alleggerisca le loro pene e li salvi (cf Gc 5,14-16). Attraverso ogni sacramento, infine, lo Spirito Santo ci conforma profondamente a Cristo, in quella tensione verso il Regno definitivo, quando saremo da Lui consegnati nelle mani del Padre. Se siamo chiamati a vivere in una fede libera e consapevole questa conformazione di grazia, resta pur sempre un dono così gratuito che trasforma al di là delle nostre capacità di accoglienza e risposta.
Toscana oggi

lunedì 1 giugno 2015

Le donne e la vecchiaia




(Lucetta Scaraffia) Nel corso dell’ultimo secolo la durata della vita si è talmente allungata da arrivare quasi a raddoppiare quello che era il dato medio all’inizio dell’Ottocento, almeno per quanto riguarda i paesi cosiddetti avanzati. E in questa gara a chi vive più a lungo le donne mantengono ovunque il primato, anche se sono quelle che si curano di meno; quando poi prendono medicine, si tratta di farmaci testati solo sugli uomini. Qualcuno dice che è perché non lavorano, ma si tratta di una ipotesi facilmente smentita dalla realtà: le donne lavorano in media molto più degli uomini perché aggiungono ai ruoli familiari quelli professionali. La risposta vera sta forse nella maggiore capacità delle donne di affrontare la vecchiaia: non avendo puntato tutto sulla realizzazione nel lavoro — come fanno gli uomini, che entrano spesso in depressione quando vanno in pensione — accettano più facilmente una fase della vita in cui la realizzazione di sé è limitata ai rapporti personali, alle soddisfazioni affettive e all’esercizio della solidarietà. Proprio per questo — da quando è quasi scomparsa la mortalità per parto, che ha segnato per secoli il loro destino — le donne anziane si sono moltiplicate, assumendo anche ruoli nuovi ed esplorando spesso impensate possibilità. Che non sono solo fare ginnastica o curarsi di più di se stesse, come suggeriscono i media, ma anche, forse soprattutto, approfondire la loro vita spirituale. Quell’aspetto che era forzatamente trascurato negli anni del doppio se non triplo impegno lavorativo, nel tempo della vecchiaia è finalmente accessibile anche a loro. È come se l’allungamento della vita offrisse a molte donne la possibilità non solo di aiutare gli altri, allargando il raggio degli affetti e dei legami, ma anche di approfondire il senso della loro vita, del loro impegno religioso, con letture e incontri, con pellegrinaggi e ritiri spirituali, trovando in questa dimensione un nutrimento dell’anima di tipo nuovo. I primi a beneficiare di questo impegno sono i familiari, accompagnati nella preghiera con maggiore attenzione, ma anche tutte le persone che appartengono al loro gruppo sociale, che ne riconoscono la capacità rinnovata di aiuto e di ascolto. Se ci guardiamo intorno, vediamo che le donne anziane tengono in piedi il mondo: non solo come nonne che aiutano spesso in maniera insostituibile ad allevare i nipoti, ma anche come assistenti dei poveri e dei più anziani, come aiuto dei parroci nella vita di parrocchia, dove spesso impegnano il loro tempo improvvisamente libero. Ma anche, e non secondariamente, nella preghiera: le anziane sono capaci di sostenere per questa via la vita delle persone care, che spesso non ne sono neppure consapevoli. Ed è risaputo, come conferma suor Emidia, intervistata in prima pagina, che le donne sanno sopportare meglio la sofferenza fisica, e trasformare anche le crescenti sofferenze in nuove opportunità per lo spirito. La vecchiaia femminile quindi è potenzialmente carica di doni, tanto che gli uomini dovrebbero imparare da questo modello, come fa Simeone nel prendere in braccio il piccolo Gesù, rivelando una tenerezza materna. (lucetta scaraffia)
L'Osservatore Romano