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martedì 15 maggio 2018

È un dramma, non uno storytelling

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Riporto da "Tempi"

Figlie che diventano figli, madri maschi, padri femmine.

di Ilaria Specchi
«Sono rimasto incinta», «si parla dell’invidia del pene, nessuno da cos’è l’invidia del parto», «per Pasqua mia madre mi ha regalato tre fialette di testoviron da 250 milligrammi e mi ha reso l’uomo più felice del mondo». Un corpo non è una corporazione, è un corpo. Ma ora è importante farne una corporazione, cosicché qualunque considerazione a proposito risulti faziosa, perfino razzista se non allienata. Non lo diciamo noi. In questi giorni sta andando in onda su Raitre il programma “Storie del genere”, con un programma preciso: «Certo, diciamolo che in fondo c’è un solo termine per definire chi è contro la naturale evoluzione della società: razzismo. Razzismo è quello che distingue tra ciò che invece deve essere riassunto in un solo modo, “genere umano”» ha spiegato la conduttrice Sabrina Ferilli all’Ansa. Capelli raccolti, longuette nera, un filo di trucco e décolleté rosse ai piedi, Ferilli apre la porta a persone che a un certo punto della loro vita hanno deciso di cambiare sesso, le accoglie sorridente in un luminoso salotto con camino.
«All’epoca lei mi disse “mamma l’hai sempre saputo che io mi sono sentito sempre un uomo”», «è la stessa persona di prima, forse con qualcosa in più, tipo la parrucca in testa», «durante la gravidanza avevo la percezione che il bambino che era in pancia fosse maschio. Anche dopo l’ecografia, credevo si fossero sbagliati». Sì perché le “Storie del genere” sono anche le storie e le parole dei famigliari delle persone scelte nell’ambito del protocollo di una struttura sanitaria, la Saifip, Servizio per l’adeguamento identità fisica e identità psichica dell’Azienda ospedaliera San Camillo – Forlanini di Roma. Persone con la disforia di genere: «Ho 62 anni sono vissuta 60 anni sotto copertura» (dice Fabrizio, un figlio grande, all’anagrafe Daniela), «hanno elaborato questa cosa, non mi chiamano mamma, mi chiamano Maikol» (dice Maikol, che prima era Masha, si è sposata e ha avuto tre bambine), «non avevo istinto materno non volevo che un bambino uscisse da me, il mio è un istino di protezione, un istinto paterno» (dice Alessandro, 26 anni, nata Verbenia che sta transitando da femmina a maschio, ha una compagna e vorrebbe un giorno diventare padre).
È IL CORPO CHE LO CHIEDE. «Io ho solo dovuto fare un passo: la conquista della verità», «la fine della vergogna», «togliere il pene: è il corpo che lo chiede». «Se ho sofferto? Un po’», «un pochino sì», «forse all’inizio». Ferilli, sguardo ora agli ospiti ora alla telecamera ammonisce, traduce, livella: «A volte dietro un bisturi si ridisegna la mappa della propria identità», «il matrimonio a volte nasconde, insabbia, maschera», «cambiare sesso significa cambiare desideri, si può desiderare di essere madri in un corpo di maschio, oppure non avere l’istinto materno quando si è biologicamente femmine, ma sognare di essere padri».
“A volte”, “un po’”, “oppure”: quello che colpisce delle drammatiche “Storie di genere” che in molti hanno presentato come un programma che «genererà polemiche e discussioni» è al contrario il tentativo di imborghesimento, di normalizzazione, l’affogare i casi singoli e sofferti nelle trappole mediatiche del «tema di grande attualità». Che non è il boom della disforia di genere – perché non sembra esserci alcun riguardo nella riduzione di quelle storie, così imbevute di dramma, nel presentarle come conquiste di verità. Bensì l’alimentazione dello storytelling del diritto/desiderio di essere ciò che si vuole. «Mio padre mi ha insegnato che la cosa più importante è essere quello che si vuole, a mandare a quel paese quelli che ti stanno accanto», «ricordo lo stordimento quando è nata mi hanno messo mia figlia accanto, lo smarrimento, ma ho fatto io questa cosa? Era più forte la sensazione che questo era un corpo che non era il mio e stava venendo fuori la consapevolezza che io potessi avere la disforia di genere», «non penso di aver tolto nulla alle mie figlie, penso di aver dato qualcosa in più. Se io stavo bene stavano bene loro», «farò l’isterectomia ma non farò la falloplastica perché sto bene così. L’importante è raggiungere l’equilibrio. Mi guardo allo specchio e dico: sono io».
NEANCHE UN BACETTO DA DUE ANNI. «Figlie che diventano figli, madri che diventano maschi, padri che diventano femmine. Una grande confusione. Una cosa è certa. Con l’amore e l’accettazione tutto torna a posto. Diversamente ma torna a posto», sorride Ferilli a fine puntata, «con la pazienza e la comprensione da parte di tutti». Eppure Fabrizio che diventa Daniela, esce col suo nuovo documento di identità levando gli occhi al cielo, «oddio mamma, nun me guardà. Zitta!». Racconta del suo matrimonio, «quel giorno ero felice perché amo la commedia, la rappresentazioni, io ne farei uno al giorno», racconta l’eros prima di cambiare, «aveva una grande originalità perché era molto corporale e non molto genitale», e dopo esser cambiato, «e adesso come funziona il sesso? Non funziona. Non c’è. La terapia ormonale abbatte completamente il testosterone. Non c’è la libido. Neanche un bacetto da due anni». Racconta della sua transizione, conclusa con un trasferimento lontano da tutti, in un casale nella Tuscia, dove Daniela si è ritirata tra uova, polli, gatti e ferri da stiro: «Questo amore e questa rinascita dovevano trovare un luogo. Per morire e rinascere devi trovare un posto, una cuccia in cui ti uccidi e poi risorgi. Ed è un luogo di solitudine».
Per non essere razzisti – e va da sé, visto come vanno le cose, per non essere omofobi, fascisti reazionari – basterebbe questo. Per raccontare che la vita è un dramma, che la disforia di genere è un dramma, non serve lo storytelling, il salotto col camino, gli slogan sull’amore, la crociata per il genere umano, la conquista all’anagrafe di una nuova identità, la traduzione del corpo in corporazione di certa eco mediatica e polemica. Basterebbe solo raccontare la verità.

lunedì 23 aprile 2018

La radice del male sta in Inghilterra

Sir Francis Galton

di Riccardo Cascioli (Lanuovabq)
«Che vantaggio trae l’umanità dalle migliaia di disgraziati che ogni anno vengono al mondo, dai sordi e dai muti, dagli idioti e dagli affetti da malattie ereditarie incurabili, tenuti in vita artificialmente fino a raggiungere l’età adulta? …Quale immenso grumo di sofferenza e dolore tale squallore comporta per gli stessi sfortunati malati, quale incalcolabile somma di preoccupazione e dolore per le loro famiglie, quale perdita in termini di risorse private e costi per lo Stato a scapito dei sani! Quante sofferenze e quante di queste perdite potrebbero venire evitate se si decidesse finalmente di liberare i totalmente incurabili dalle loro indescrivibili sofferenze con una dose di morfina».

Qualcuno potrebbe pensare che queste parole siano state pronunciate da qualche gerarca nazista. E invece no, risalgono a ben prima del nazismo: si trovano nel libro “L’enigma della vita”, scritto nel 1904 da Ernst Haeckel. Conosciuto come il fondatore dell’ecologia, Haeckel è soprattutto un entusiasta discepolo di Charles Darwin e delle sue teorie sulla selezione naturale. E quindi di Francis Galton (1822-1911), cugino di Darwin e padre della Eugenetica. Galton porta alle estreme conseguenze la teoria darwiniana sulla selezione naturale: poggiandosi anche sulla recente scoperta dell’ereditarietà dei geni si pone la domanda sul come “guidare” questa selezione in modo da migliorare la razza umana.
Nascono così le Società di Eugenetica nei primissimi anni del ‘900. All’inizio si parlava soprattutto di Eugenetica “positiva”, ovvero attraverso matrimoni selettivi privilegiando quelli tra i migliori elementi della società. Ma ben presto si passa a quella “negativa”, cioè il divieto ai deboli di riprodursi. Non per niente leggi eugenetiche (con sterilizzazioni forzate dei “non adatti”) tra il 1910 e il 1925 vengono approvate e applicate in diversi paesi nord-europei e in gran parte degli stati degli USA.
È un quadro che aiuta meglio a inquadrare quanto sta avvenendo all’ospedale Alder Hey Liverpool dove il piccolo Alfie Evans viene trattato come uno “scarto” da eliminare.

Molti in questi giorni, leggendo anche le agghiaccianti sentenze dei giudici britannici, hanno rievocato le leggi naziste sulla selezione della razza.
Se il regime tedesco ebbe certamente la possibilità di applicare certe idee, è riduttivo e alla fine fuorviante ridurre la mentalità eugenetica al nazismo. Al contrario, è proprio la Gran Bretagna di fine ‘800-inizio ‘900 all’origine di quel movimento razzista e di quella “cultura dello scarto” (come direbbe papa Francesco) che ebbe poi massimo fulgore nel Terzo Reich. E la Germania nazista forse non avrebbe avuto la possibilità di implementare certi programmi se non fosse stato per i generosi finanziamenti delle grandi fondazioni americane e britanniche e per il grande consenso che riscuotevano in Europa. Il professore Ernst Rudin, psichiatra nazista e teorico delle leggi razziali, potè aprire il suo Istituto Kaiser Guglielmo per l’Antropologia, l’Eugenetica e la Genetica Umana (Monaco, 1927) grazie ai fondi della famiglia Rockefeller. E del resto Hitler poteva contare sull’amicizia e sulla solidarietà di altri capi di governo, anch’essi appartenenti alle Società Eugenetiche, come ad esempio il premier britannico Arthur Neville Chamberlain e il primo ministro collaborazionista francese Henri-Philippe Pétain.
Dunque non è la Germania nazista l’origine del problema ma proprio quella Gran Bretagna liberale che oggi ci fa inorridire.
Non è corretto neanche parlare di un “ritorno”. In realtà il movimento eugenetico non se ne è mai andato; si è solo trasformato perché alla fine della Seconda Guerra Mondiale e a causa di quanto avvenuto in Germania, la parola “eugenetica” non godeva più di buona fama. Così pian piano le Società di Eugenetica si trasformano, anzitutto in società di ricerca genetica o di biologia, ma anche semplicemente cambiano nome per rendersi più presentabili.

È il caso della Società di Eugenetica britannica: non ha mai smesso la sua attività, semplicemente oggi si chiama Galton Institute e soprattutto attraverso la sua annuale “Galton Lecture” valorizza gli studi sulla genetica che vanno nella direzione della costruzione dell’uomo “su misura”. Tanto per fare un esempio, la Galton Lecture 2018 vedrà protagonista la professoressa Jennyfer Doudna, autrice di una ricerca – eticamente molto controversa – sull’editing del genoma. Scopo di tanti studi del Galton Institute è quello di arrivare alla “costruzione” di individui con le caratteristiche volute, fisiche e morali.
Quello che attribuiamo al nazismo, dunque, è in realtà una cultura ben radicata nel Regno Unito (e non solo), tuttora molto seguita. Anzi, come dimostra il caso di Alfie Evans, essa viene ormai apertamente praticata negli ospedali e proclamata nelle aule di tribunale senza che nessun settore della società muova un dito, faccia un sobbalzo o almeno trovi qualcosa di sinistro in tutto ciò.

***

Alfie Evans / Giornali e tv sperano che muoia per non rispondere alle sue domande 
Il Sussidiario 
(Monica Mondo) Alfie Evans non sa che c'è chi conta le ore e pregando spera ancora in un miracolo. Non sa di essere pietra d'inciampo, scandalo che separa la verità dalla menzogna, i giusti dagli ingiusti. Non sa di essere così prezioso e insieme così scomodo. La sua presenza infastidisce, perché obbliga a pensare, prendere posizione e c'è chi non vede l'ora che tutto finisca, che una pietra tombale aiuti a placare, dimenticare, andare avanti. (...)

***

Il caso. Alfie, alle 14 si "stacca la spina"? Mariella Enoc a Liverpool 
Avvenire 
(Francesco Ognibene) Una manifestazione spontanea si sta radunando davanti all’Alder Hey Children’s Hospital di Liverpool, dov’è ricoverato Alfie Evans, il bambino di poco meno di due anni affetto da una malattia neurodegenerativa grave ma ancora non diagnosticata, che attende con i suoi genitori Tom e Kate che i medici attivino la procedura per il distacco del respiratore, sotto sedazione. (...)

giovedì 29 marzo 2018

Insomma, senza preservativo.



Che cos’è l’apertura alla vita


Nei giorni scorsi si è molto parlato dell’Humanae Vitae e dell’affermazione di Don Chiodi rispetto all’eventuale obbligo, da parte di coppie in particolari situazioni di difficoltà, di fare uso della contraccezione. Avrei voluto scrivere subito qualche considerazione sull’argomento, ma mi sono frenata dopo aver letto la splendida riflessione di Flora Gualdani sul blog di Costanza Miriano: in effetti ha già detto tutto lei, c’è ben poco da aggiungere.
L’unica cosa che posso aggiungere è la mia esperienza: mi sono sposata nel 2003, con un ragazzo meraviglioso ma molto malato. Nei due anni successivi abbiamo avuto due bambine, a diciassette mesi di distanza l’una dall’altra, concepite durante un periodo di relativa “tranquillità” della malattia. Durante la gravidanza della secondogenita, purtroppo, il tumore di mio marito si è ripresentato in maniera tanto sorprendente quanto aggressiva, e lui è morto tre anni dopo. Le bambine avevano quattro anni l’una e due e mezzo l’altra.
Se dovessi dire che cosa è significato, durante il matrimonio con Luigi, l’aver avuto due figlie, non potrei che usare le stesse parole del suo medico: un miracolo. Non era infatti scontato per noi (come non lo è per nessuna coppia, in fondo) diventare genitori. Queste bambine sono state una benedizione inaspettata, in una situazione in cui sarebbe stato quantomeno comprensibile, se non addirittura auspicabile, evitare l’arrivo di un figlio. Forse, potremmo dire che io e Luigi saremmo rientrati in uno di quei casi per cui Don Maurizio Chiodi indicava l’obbligo della contraccezione. E io stessa dopo la nascita della seconda figlia – che è coincisa con l’aggravarsi della malattia – non ho trovato altra strada, inizialmente, che quella della pillola anticoncezionale, per evitare l’arrivo di una terza gravidanza. Non ignoravo, infatti, il Magistero e le sue indicazioni, ma avevo tanta paura e ancor più tanta rabbia verso Dio, che sembrava essere sordo alle mie preghiere. Dopo un paio di mesi, però, d’accordo con Luigi, decisi di imparare a usare i metodi naturali. Non me ne sono mai pentita.
Sette anni fa mi sono risposata e con mio marito Gianni ho avuto altri tre figli, tutti maschi (e io che dieci anni fa lamentavo l’assenza di un uomo in casa… dopo aver conosciuto Gianni sono stata invasa dal testosterone!!). Tre bambini amati e desiderati, e “distanziati” nel loro arrivo attraverso l’uso dei metodi naturali. E’ vero, ammetto che uno dei tre (ma non dirò mai quale, nemmeno sotto tortura) è arrivato un po’ “a rotta di collo”, forse non eravamo del tutto preparati, ma di sicuro non abbiamo mai pensato: questo qui è di troppo. E se non l’abbiamo mai pensato non è perché siamo bravi, buoni o santi, ma perché abbiamo avuto la Grazia, fino ad ora, di non sentirci padroni assoluti delle nostre vite o di quelle dei figli che ci sono stati affidati. E se qualcuno mi chiedesse che cos’è per me, oggi, l’apertura alla vita, risponderei: un dono di Dio. Perché l’apertura alla vita non è qualcosa che ci diamo da soli, è sempre frutto di un rapporto con il Signore, anche un rapporto tiepido e scalcinato come il mio, ma pur sempre un rapporto. E se è vero che i metodi naturali sono sicuramente una ricchezza in se stessi, anche per una coppia che non crede e non va in Chiesa (perché il rispetto del proprio corpo e di quello della persona amata dovrebbe interessare a tutti, anche a chi non ha fede), a maggior ragione sarebbe quantomeno doveroso incoraggiarne la conoscenza, da parte dei nostri pastori, presso le coppie cristiane, piuttosto che parlare di obbligo alla contraccezione.
Oggi ho quarant’anni, cinque figli e l’istinto materno di un tostapane. Non amo i bambini in generale, non mi fermo a toccare le pance delle donne incinte, non vado in brodo di giuggiole se vedo un neonato, ma sono pazza dei miei figli.
Mi commuovo quando vado alle loro recite dell’asilo, quando leggo un loro tema, o la pagella, o quando entro di soppiatto nelle camere e li guardo dormire. Eppure tutti loro mi hanno tolto, a turno in questi anni, ore di sonno, tempo libero, tonicità muscolare e qualche quintalata di autostima (chi ha figlie femmine adolescenti sa di cosa sto parlando). La felicità nell’essere madre di una folta prole, nonostante il mio sconcertante egoismo, mi viene dall’unica certezza che ho e che cerco di vivere all’interno del mio matrimonio: che Dio mi ama. E il suo amore per me è sempre stato pieno, totale.
Insomma, senza preservativo.

martedì 27 febbraio 2018

Massimo Gandolfini (Presidente del Comitato Difendiamo i nostri Figli - Family Day) ai fratelli del Cammino Neocatecumenale: Informazioni utili per la scelta elettorale.

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Carissimi fratelli e sorelle, 
la Pace del Signore sia con voi e con i vostri cari.

Considerato il clima di grande confusione in atto in ordine alle prossime elezioni politiche, ritengo doveroso da parte mia - in qualità di Presidente del Comitato Difendiamo i nostri Figli, nato con i due Family Day 2015/2016 - darvi delle informazioni che ritengo possano esservi utili nel lavoro di discernimento che certamente state facendo circa la vostra scelta elettorale.

Mi rivolgo a voi in quanto fratelli del Cammino, precisando che il Cammino in quanto tale non è e non può essere coinvolto in nessun modo nel discorso politico-elettorale.

Fermo restando il rispetto assoluto di ogni scelta personale, vi espongo le scelte che il nostro Comitato (nato dai Family Day del 2015 e 2016) ha deciso di assumere:

   - Il Comitato svolge un lavoro di carattere socio-culturale pre-politico, sostenendo quella "politica dei principi" che ha tanto efficacemente contribuito alla costruzione dello stato democratico votato alla promozione del bene comune, in piena sintonia con quella "evangelizzazione del mondo della cultura" che il Beato Papa Paolo VI ha efficacemente delineato quando definì la politica "la forma più alta ed esigente della carità, per il conseguimento del bene comune. Essa è prima di tutto servizio, e richiede costanza, impegno, intelligenza e onestà".

   - Papa Francesco, il 30 aprile 2015, incontrando gli aderenti alle Comunità di Vita Cristiana (CVX), Lega Missionaria Studenti d'Italia in Aula Paolo VI, parlando a braccio ha affermato che: "La Chiesa non è un partito politico... un partito solo dei cattolici non serve e non avrà capacità convocatorie perchè farà quello per cui non è stato chiamato... Fare politica è importante, la piccola e la grande politica... Un cattolico deve fare politica..".

   - Il Comitato non è un partito, ha deciso di non fondare alcun partito e non ha un suo partito di riferimento.

   - Nel suo impegno in difesa della vita, dal concepimento alla morte naturale, della famiglia e della responsabilità educativa dei genitori verso i figli, ha avuto il grande merito di aver portato questi temi nel cuore della politica e delle forze partitiche, registrando condotte assai diverse, che vanno dal rifiuto completo di qualsiasi dialogo alla condivisione di una battaglia comune.

   - A Roma il 27 gennaio scorso abbiamo chiesto ai partiti di centro-sinistra, di centro-destra e al Movimento 5 stelle di sedersi allo stesso tavolo per affrontare la grave emergenza natalità in cui versa il nostro Paese: solo Lega, Fratelli d'Italia, Forza Italia e Noi per l'Italia (UDC) hanno accolto il nostro appello, dando vita ad un virtuoso dialogo e programma a favore della vita e della famiglia.

   - Nel corso della scorsa legislatura, i parlamentari che si sono impegnati in prima persona per difendere le nostre istanze, mostrando una onestà e un coraggio che li ha portati a patire sofferenze anche all'interno degli stessi partiti di appartenenza, sono tutti militanti nell'area del centro-destra (solo qualche esempio: Roccella, Giovanardi, Fedriga, Palmieri, Menorello etc...). Ad essi va la nostra gratitudine formale e sostanziale, sostenendoli oggi con il nostro voto.

   - Il Comitato in quanto tale ha espresso tre suoi candidati: Simone Pillon a Milano, Federico Iadicicco a Roma e Giancarlo Cerrelli a Crotone. A loro, in particolare, va il nostro completo sostegno.

   - Stante l'attuale legge elettorale, che non prevede le preferenze personali, diventa imperativo votare una forza politica che ha la certezza di entrare in parlamento, portando persone nostre "amiche". Oggi, la coalizione che ha condiviso le nostre istanze è quella del centro-destra, con i partiti che la compongono. In questa prospettiva il cosiddetto "voto di testimonianza", dato al di fuori di detta coalizione, è personalmente legittimo ma politicamente non proficuo, potendo addirittura riverlarsi dannoso laddove l'elezione di un candidato si gioca sul filo della decina di voti.

   - E' per queste ragioni che - pur condividendo i temi di fondo - riteniamo inopportuno e strategicamente sbagliato votare il "Partito della Famiglia", che - lo diciamo con rammarico - si è assunto la dannosa responsabilità di dividere il popolo del Family Day il giorno dopo il Circo Massimo.


Per avere maggiori dettagli (collegi e candidati) riguardanti il vostro territorio, vi invito a consultare il sito del nostro Comitato e ad interpellare la nostra segreteria (www.difendiamoinostrifigli.it).

Un ultimo appello: andate a votare e convincete le persone a voi vicine ad andare a votare. Come diceva un filosofo inglese del XVIII secolo: "Perchè il male trionfi, è sufficiente che i buoni rinuncino a combattere".
Grazie per l'attenzione che mi avete dedicato.
Un abbraccio di Pace nel Signore a ciascuno di voi.

Massimo Gandolfini
Comitato Difendiamo i Nostri Figli - Family Day

***



mercoledì 21 febbraio 2018

Omosessualità ecclesiastica e riforma della Chiesa, oggi come allora...



di Riccardo Cascioli (Lanuovabq)

«Nelle nostre regioni, cresce un vizio assai scellerato e obbrobrioso. Se la mano della severa punizione non lo affronterà al più presto, certamente la spada del furore divino infierirà terribilmente, minacciando la sventura di molti. Ah, mi vergogno a dirlo! (…) La sozzura sodomitica si insinua come un cancro nell’ordine ecclesiastico, anzi, come una bestia assetata di sangue infuria nell’ovile di Cristo con libera audacia». Così san Pier Damiani, di cui oggi la Chiesa celebra la memoria, a metà dell’XI secolo scriveva il Liber Gomorrhianus (Libro di Gomorra). Il libro, sottotitolato “Omosessualità ecclesiastica e riforma della Chiesa”, era indirizzato al papa Leone IX, in cui il monaco Pier Damiani riponeva molta fiducia per un intervento drastico al fine di stroncare l’omosessualità praticata da sacerdoti e prelati.

Come si capisce già da questi brevi accenni, le parole di Pier Damiani, che è anche dottore della Chiesa, sono di estrema attualità. Evidentemente anche intorno all’anno Mille la corruzione morale oltre che diffusa nel clero era arrivata molto in alto nella gerarchia ecclesiastica («O riprovevoli sodomiti, perché desiderate, vi chiedo, con tanto ambizioso ardore, l’alta carica ecclesiastica?»). Anche se allora non si era arrivati – come invece vediamo accadere oggi – a vescovi e cardinali che benedicono le coppie dello stesso sesso e pretendono di cambiare la dottrina in materia. Pier Damiani lega anche – altro esempio di estrema attualità – l’omosessualità agli abusi sui minori e senza neanche bisogno di indagini sociologiche.
Pier Damiani si richiama giustamente alle Scritture per giustificare le sue parole di fuoco sull’omosessualità: «Questa turpitudine viene giustamente considerata il peggiore fra i crimini – dice -, poiché sta scritto che l’onnipotente Iddio l’ebbe in odio sempre ed allo stesso modo, tanto che mentre per gli altri vizi stabilì dei freni mediante il precetto legale, questo vizio volle condannarlo, con la punizione della più rigorosa vendetta. Non si può nascondere infatti che Egli distrusse le due famigerate città di Sodoma e Gomorra, e tutte le zone confinanti, inviando dal cielo la pioggia di fuoco e zolfo».

Pier Damiani ci vede un grande pericolo soprattutto per il clero, e il perché è facilmente spiegato: «Questo vizio non va affatto considerato come un vizio ordinario, perché supera per gravità tutti gli altri vizi. Esso infatti uccide il corpo, rovina l’anima, contamina la carne, estingue la luce dell’intelletto, scaccia lo Spirito Santo dal tempio dell’anima, vi introduce il demonio istigatore della lussuria, induce nell’errore, svelle in radice la verità dalla mente ingannata, prepara insidie al viatore, lo getta in un abisso, ve lo chiude per non farlo più uscire, gli apre l’Inferno, gli serra la porta del Paradiso, lo trasforma da cittadino della celeste Gerusalemme in erede dell’infernale Babilonia, da stella del cielo in paglia destinata al fuoco eterno, lo separa dalla comunione della Chiesa e lo getta nel vorace e ribollente fuoco infernale».
Sull’omosessualità peccato contro natura, ha le idee molto chiare e le sue parole non lasciano certo spazio a interpretazioni ambigue: «Questa pestilenziale tirannia di Sodoma rende gli uomini turpi e spinge all’odio verso Dio; trama turpi guerre contro Dio; schiaccia i suoi schiavi sotto il peso dello spirito d’iniquità, recide il loro legame con gli angeli, sottrae l’infelice anima alla sua nobiltà sottomettendola al giogo del proprio dominio. Essa priva i suoi schiavi delle armi della virtù e li espone ad essere trapassati dalle saette di tutti i vizi».
E ancora: «Questa peste scuote il fondamento della fede, snerva la forza della speranza, dissipa il vincolo della carità, elimina la giustizia, scalza la fortezza, sottrae la temperanza, smorza l’acume della prudenza; e una volta che ha espulso ogni cuneo delle virtù dalla curia del cuore umano, vi intromette ogni barbarie di vizi».  
Seppure san Pier Damiani chieda sanzioni molto severe nei confronti degli ecclesiastici che si macchiano di tale peccato, egli è mosso dal desiderio di riportare le anime a Dio, desidera il pentimento e la conversione: «Se infatti il diavolo è tanto potente da farti sprofondare in questo vizio, Cristo è molto più potente e ti può riportare alla cima da cui sei caduto».
Qualcuno sicuramente si scandalizzerà per queste parole durissime di san Pier Damiani, altri sicuramente sorrideranno sentendosi moderni e superiori a queste cose da Medioevo; ma seppure il linguaggio del nostro dottore della Chiesa oggi garantirebbe la galera immediata, la sua nettezza di giudizio non può non interrogarci: affonda le radici nella Scrittura e proclama una verità immutabile. In fondo, con altre parole più adatte ai tempi moderni, anche Benedetto XVI ha espresso analoghi concetti nell’ultimo discorso alla Curia Romana (21 dicembre 2012) quando ha parlato della sfida costituita dall’ideologia gender, che viene presentata come nuova filosofia della sessualità.  «Il sesso, secondo tale filosofia – diceva Benedetto XVI - non è più un dato originario della natura che l’uomo deve accettare e riempire personalmente di senso, bensì un ruolo sociale del quale si decide autonomamente, mentre finora era la società a decidervi. La profonda erroneità di questa teoria e della rivoluzione antropologica in essa soggiacente è evidente. L’uomo contesta di avere una natura precostituita dalla sua corporeità, che caratterizza l’essere umano. Nega la propria natura e decide che essa non gli è data come fatto precostituito, ma che è lui stesso a crearsela. Secondo il racconto biblico della creazione, appartiene all’essenza della creatura umana di essere stata creata da Dio come maschio e come femmina. Questa dualità è essenziale per l’essere umano, così come Dio l’ha dato. Proprio questa dualità come dato di partenza viene contestata.  Non è più valido ciò che si legge nel racconto della creazione: “Maschio e femmina Egli li creò” (Gen 1,27) (…)  Maschio e femmina come realtà della creazione, come natura della persona umana non esistono più. L’uomo contesta la propria natura. (…) Maschio e femmina vengono contestati nella loro esigenza creazionale di forme della persona umana che si integrano a vicenda. (…)  Dove la libertà del fare diventa libertà di farsi da sé, si giunge necessariamente a negare il Creatore stesso e con ciò, infine, anche l’uomo quale creatura di Dio, quale immagine di Dio viene avvilito nell’essenza del suo essere». 
Quello che mille anni fa era solo un vizio, per quanto diffuso nel clero, oggi appare come un attacco sistematico e consapevole contro il progetto creatore di Dio, di fronte al quale ci sono troppi silenzi complici nella gerarchia ecclesiastica. Anche di questi silenzi parla il Liber Gomorrhianus attaccando duramente quanti tacciono per evitare scandali o per quieto vivere. Bisogna svegliarsi, ci dice oggi più che mai san Pier Damiani, acquistare consapevolezza della posta in gioco (niente meno che la vita eterna, per noi e per quanti incontriamo) e liberare di conseguenza la Chiesa da quella lobby gay che la sta soffocando.

giovedì 16 novembre 2017

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO SULLE QUESTIONI DEL "FINE-VITA"

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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI AL MEETING REGIONALE EUROPEO
DELLA "WORLD MEDICAL ASSOCIATION"
SULLE QUESTIONI DEL "FINE-VITA"
[Vaticano, Aula Vecchia del Sinodo, 16-17 novembre 2017]

Al Venerato Fratello
Mons. Vincenzo Paglia
Presidente della Pontificia Accademia per la Vita
Invio il mio cordiale saluto a Lei e a tutti i partecipanti al Meeting Regionale Europeo della World Medical Association sulle questioni del cosiddetto “fine-vita”, organizzato in Vaticano unitamente alla Pontificia Accademia per la Vita.
Il vostro incontro si concentrerà sulle domande che riguardano la fine della vita terrena. Sono domande che hanno sempre interpellato l’umanità, ma oggi assumono forme nuove per l’evoluzione delle conoscenze e degli strumenti tecnici resi disponibili dall’ingegno umano. La medicina ha infatti sviluppato una sempre maggiore capacità terapeutica, che ha permesso di sconfiggere molte malattie, di migliorare la salute e prolungare il tempo della vita. Essa ha dunque svolto un ruolo molto positivo. D’altra parte, oggi è anche possibile protrarre la vita in condizioni che in passato non si potevano neanche immaginare. Gli interventi sul corpo umano diventano sempre più efficaci, ma non sempre sono risolutivi: possono sostenere funzioni biologiche divenute insufficienti, o addirittura sostituirle, ma questo non equivale a promuovere la salute. Occorre quindi un supplemento di saggezza, perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona.
Il Papa Pio XII, in un memorabile discorso rivolto 60 anni fa ad anestesisti e rianimatori, affermò che non c’è obbligo di impiegare sempre tutti i mezzi terapeutici potenzialmente disponibili e che, in casi ben determinati, è lecito astenersene (cfr Acta Apostolicae Sedis XLIX [1957],1027-1033). È dunque moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico che verrà in seguito definito “proporzionalità delle cure” (cfr Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione sull’eutanasia, 5 maggio 1980, IV: Acta Apostolicae Sedis LXXII [1980], 542-552). L’aspetto peculiare di tale criterio è che prende in considerazione «il risultato che ci si può aspettare, tenuto conto delle condizioni dell’ammalato e delle sue forze fisiche e morali» (ibid.). Consente quindi di giungere a una decisione che si qualifica moralmente come rinuncia all’“accanimento terapeutico”.
È una scelta che assume responsabilmente il limite della condizione umana mortale, nel momento in cui prende atto di non poterlo più contrastare. «Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire», come specifica il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2278). Questa differenza di prospettiva restituisce umanità all’accompagnamento del morire, senza aprire giustificazioni alla soppressione del vivere. Vediamo bene, infatti, che non attivare mezzi sproporzionati o sospenderne l’uso, equivale a evitare l’accanimento terapeutico, cioè compiere un’azione che ha un significato etico completamente diverso dall’eutanasia, che rimane sempre illecita, in quanto si propone di interrompere la vita, procurando la morte.
Certo, quando ci immergiamo nella concretezza delle congiunture drammatiche e nella pratica clinica, i fattori che entrano in gioco sono spesso difficili da valutare. Per stabilire se un intervento medico clinicamente appropriato sia effettivamente proporzionato non è sufficiente applicare in modo meccanico una regola generale. Occorre un attento discernimento, che consideri l’oggetto morale, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti. La dimensione personale e relazionale della vita – e del morire stesso, che è pur sempre un momento estremo del vivere – deve avere, nella cura e nell’accompagnamento del malato, uno spazio adeguato alla dignità dell’essere umano. In questo percorso la persona malata riveste il ruolo principale. Lo dice con chiarezza il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità» (ibid.). È anzitutto lui che ha titolo, ovviamente in dialogo con i medici, di valutare i trattamenti che gli vengono proposti e giudicare sulla loro effettiva proporzionalità nella situazione concreta, rendendone doverosa la rinuncia qualora tale proporzionalità fosse riconosciuta mancante. È una valutazione non facile nell’odierna attività medica, in cui la relazione terapeutica si fa sempre più frammentata e l’atto medico deve assumere molteplici mediazioni, richieste dal contesto tecnologico e organizzativo.
Va poi notato il fatto che questi processi valutativi sono sottoposti al condizionamento del crescente divario di opportunità, favorito dall’azione combinata della potenza tecnoscientifica e degli interessi economici. Trattamenti progressivamente più sofisticati e costosi sono accessibili a fasce sempre più ristrette e privilegiate di persone e di popolazioni, ponendo serie domande sulla sostenibilità dei servizi sanitari. Una tendenza per così dire sistemica all’incremento dell’ineguaglianza terapeutica. Essa è ben visibile a livello globale, soprattutto comparando i diversi continenti. Ma è presente anche all’interno dei Paesi più ricchi, dove l’accesso alle cure rischia di dipendere più dalla disponibilità economica delle persone che dalle effettive esigenze di cura.
Nella complessità determinata dall’incidenza di questi diversi fattori sulla pratica clinica, ma anche sulla cultura della medicina in generale, occorre dunque tenere in assoluta evidenza il comandamento supremo della prossimità responsabile, come chiaramente appare nella pagina evangelica del Samaritano (cfr Luca 10, 25-37). Si potrebbe dire che l’imperativo categorico è quello di non abbandonare mai il malato. L’angoscia della condizione che ci porta sulla soglia del limite umano supremo, e le scelte difficili che occorre assumere, ci espongono alla tentazione di sottrarci alla relazione. Ma questo è il luogo in cui ci vengono chiesti amore e vicinanza, più di ogni altra cosa, riconoscendo il limite che tutti ci accumuna e proprio lì rendendoci solidali. Ciascuno dia amore nel modo che gli è proprio: come padre o madre, figlio o figlia, fratello o sorella, medico o infermiere. Ma lo dia! E se sappiamo che della malattia non possiamo sempre garantire la guarigione, della persona vivente possiamo e dobbiamo sempre prenderci cura: senza abbreviare noi stessi la sua vita, ma anche senza accanirci inutilmente contro la sua morte. In questa linea si muove la medicina palliativa. Essa riveste una grande importanza anche sul piano culturale, impegnandosi a combattere tutto ciò che rende il morire più angoscioso e sofferto, ossia il dolore e la solitudine.
In seno alle società democratiche, argomenti delicati come questi vanno affrontati con pacatezza: in modo serio e riflessivo, e ben disposti a trovare soluzioni – anche normative – il più possibile condivise. Da una parte, infatti, occorre tenere conto della diversità delle visioni del mondo, delle convinzioni etiche e delle appartenenze religiose, in un clima di reciproco ascolto e accoglienza. D’altra parte lo Stato non può rinunciare a tutelare tutti i soggetti coinvolti, difendendo la fondamentale uguaglianza per cui ciascuno è riconosciuto dal diritto come essere umano che vive insieme agli altri in società. Una particolare attenzione va riservata ai più deboli, che non possono far valere da soli i propri interessi. Se questo nucleo di valori essenziali alla convivenza viene meno, cade anche la possibilità di intendersi su quel riconoscimento dell’altro che è presupposto di ogni dialogo e della stessa vita associata. Anche la legislazione in campo medico e sanitario richiede questa ampia visione e uno sguardo complessivo su cosa maggiormente promuova il bene comune nelle situazioni concrete.
Nella speranza che queste riflessioni possano esservi di aiuto, vi auguro di cuore che il vostro incontro si svolga in un clima sereno e costruttivo; che possiate individuare le vie più adeguate per affrontare queste delicate questioni, in vista del bene di tutti coloro che incontrate e con cui collaborate nella vostra esigente professione.
Il Signore vi benedica e la Madonna vi protegga.
Dal Vaticano, 7 novembre 2017

Francesco

giovedì 26 ottobre 2017

Giustizia e misericordia (Enzo Bianchi, integrale)

Johannes Vermeer, Donna con in mano la bilancia, 1664.
Johannes Vermeer, Donna con in mano la bilancia, 1664.



L'Osservatore Romano 25 ottobre 2017
di ENZO BIANCHI
Relazione che il fondatore della comunità di Bose ha tenuto a Roma nel pomeriggio del 24 ottobre presso il Consiglio superiore della magistratura nell’ambito dei martedì dell’Associazione Vittorio Bachelet.

Introduzione
Tutta la storia umana, tanto a livello sociale e collettivo quanto a livello individuale e di rapporti interpersonali, conosce la tensione, non eliminabile, tra esigenze di giustizia e istanze di misericordia, cioè di perdono. Al tempo stesso, il richiamarsi reciproco di questi due poli – quale che sia di volta in volta il peso accordato all’uno o all’altro – mostra anche la loro complementarità. Giustizia e misericordia sono virtù che devono essere integrate e anche correlate nei processi inerenti alla vita associata, alla vita della polis. Giustizia e misericordia diventano perciò strutture portanti del tessuto sociale e fattori decisivi per il cammino di umanizzazione, sempre necessario e mai concluso.
Dico subito che non tenterò neppure di definire la giustizia, ma mi basta considerarla nel suo significato più ampio: la giustizia è la base di ogni ordinamento etico, e nella nostra tradizione culturale non possiamo dimenticare che il pensiero greco-latino pone l’accento su ciò che sta alla radice della costituzione della giustizia, il rapporto con gli altri (iustitia est ad alterum) e che, in particolare, il pensiero romano ha assunto al riguardo un dato ontologico al quale fare riferimento, ossia la dignità irrinunciabile della persona, sintetizzata nel principio unicuique suum.
Il concetto di giustizia ha attraversato la storia ed è stato letto anche con ottiche ideologiche e politiche, fino a svuotarsi e a essere pervertito: si pensi per esempio alla giustizia proletaria, a quella del popolo, e potremmo continuare… Certamente la giustizia deve regolare l’insieme dei rapporti sociali, ma in tale compito essa può essere soggetta a tentazioni, che si manifestano sotto forma di oscillazioni: in una società individualista la giustizia può essere ridotta a una convenzione che la considera solo in rapporto alle relazioni intersoggettive (giustizia commutativa), senza tenere conto della dimensione sociale, della communitas. D’altro canto, quando l’accento è posto solo sulla prospettiva giuridica, si corre il rischio dell’oggettivazione senza attenzione alla soggettività, cosicché la giustizia finisce per diventare summa iniuria, secondo il noto assioma “summum ius summa iniuria”. Ecco dunque la necessità dell’epieikeía, cioè del perseguimento di una giustizia superiore a quella definita, sempre imperfettamente, dalla lettera della legge, di una giustizia che sappia discernere le istanze soggettive di ciascuno.
Qui si apre dunque, ma in un orizzonte diverso, il discorso sulla misericordia, termine estraneo al diritto e tuttavia mai da esso sentito veramente estraneo, come mostra l’elaborazione di istituti diversi e con contenuto vario, quali la grazia, l’indulto, ecc. Basta evocare la comprensione diversa, nelle culture differenti e nelle varie epoche, della pena e della sua interpretazione, da punitiva, a cautelare, a rieducativa e riparativa… Non sono un giurista, perciò non sono abilitato a proporvi un contributo giuridico, ma ho accettato questo invito perché penso che, come nella nostra cultura occidentale latina, la Bibbia, ovvero il “Grande codice” (secondo la fortunata espressione di Northrop Frye), ha influenzato l’elaborazione del diritto ad Atene e a Roma, così sia possibile anche oggi ascoltare dalla Bibbia una parola proprio su questo tema: giustizia e misericordia.
1. “Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono”
Nel messaggio per la giornata mondiale della pace del 1° gennaio Giovanni Paolo II ha affermato con forza e grande convinzione che “non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono”. Come tutti voi sapete, il cristianesimo, a partire dalla profezia di Isaia contenuta nell’Antico Testamento, ha sempre affermato: “Opus iustitiae pax” (Is 32,17), ma in quell’occasione il papa ha rinnovato e accresciuto il messaggio biblico, aggiungendo per l’appunto, che “non c’è giustizia senza perdono”. Wojtyła rendeva in tal modo pubblica una confessione intima, personale e anche faticosa, come lui stesso ha ammesso:
La convinzione, a cui sono giunto ragionando e confrontandomi con la Rivelazione biblica, è che non si ristabilisce appieno l’ordine infranto, se non coniugando fra loro giustizia e perdono. I pilastri della vera pace sono la giustizia e quella particolare forma dell'amore che è il perdono … Il ministero che svolgo al servizio del Vangelo mi fa sentire vivamente il dovere, e mi dà al tempo stesso la forza, di insistere sulla necessità del perdono (§§ 2, 11).
Questa è una grande novità, un irreversibile passo in avanti nel magistero della chiesa. L’immanenza del perdono alla giustizia può anche scandalizzare, e certo richiede una ricerca profonda su come articolare queste due virtù che sembrano non coniugabili. Ma c’è di più. Il papa non si limitava a indicare questo cammino di giustizia e perdono come un itinerario personale dei cristiani, ma giungeva anche a “sperare in una ‘politica del perdono’, espressa in atteggiamenti sociali e istituti giuridici, nei quali la stessa giustizia assuma un volto più umano” (ibid. § 8). Sottolineo: istituti giuridici! Ciò significa che, all’atto di normare la giustizia, le leggi della polis dovrebbero essere in grado di legiferare tenendo conto del perdono, di quella virtù che ebrei e cristiani chiamano misericordia, parola che, etimologicamente, significa “cuore per i miseri”. La proposta è, dunque, che il perdono entri a fare parte della prassi politica, sia annoverato tra le componenti della società, riguardi i rapporti tra i popoli e le etnie, sia previsto dal diritto ed espresso in istituti giuridici. Ciò significa ripensare il concetto di giustizia punitiva in alcune legislazioni, di giustizia retributiva in altre, delle modalità della giustizia correttiva o rieducativa…
È in tale solco che mi muovo per fornire il mio contributo in questa sede: un contributo che presenti come nel “Grande codice”, e soprattutto nel cristianesimo, giustizia e misericordia possano e debbano essere coniugate.
2. La giustizia di Dio
La giustizia, tzedaqah in ebraico, è uno degli attributi principali di Dio in tutte le Scritture dell’Antico Testamento: Dio è giusto, tzaddiq, la giustizia è il fondamento del suo trono (cf. Sal 7,10-12; 9,5.8; 11,7, ecc.). Se ogni religione vuole essere una risposta alla domanda umana di senso, di giustizia e di salvezza, resta vero che nella tradizione di Israele soprattutto la giustizia di Dio è affermata come risposta agli umani da parte della divinità. Dio, infatti, proprio perché è giusto, interviene nella storia con azioni di giustizia, che tentano di instaurare quella giustizia così spesso infranta e smentita dagli esseri umani. Non a caso, la prima azione compiuta da Dio nella storia e recepita da Israele è la liberazione di una massa di oppressi, di migranti, sotto il dominio dell’Egitto con a capo il faraone. Dio si sente costretto a intervenire, perché – come sta scritto nel libro dell’Esodo – vede, ascoltaconosce la situazione ingiusta che colpisce quegli schiavi ebrei (cf. Es 3,7.8). E quando Israele sarà ormai sedentario nella terra di Canaan, Dio sarà considerato come il difensore degli oppressi, dell’orfano, della vedova, dello straniero, di coloro che sono vittime dell’ingiustizia, di coloro i cui diritti vengono violati e negati. La prima azione di Dio è pertanto quella del giudice che interviene per ristabilire la giustizia.
Di conseguenza, nell’Antico Testamento il credente in alleanza con Dio ha come primo attributo l’essere giusto, tzaddiq, a sua immagine. Nel libro di Geremia c’è un testo, tra gli innumerevoli che potrei citarvi, estremamente significativo al riguardo. A nome di Dio il profeta si rivolge al re Ioiakìm, uno dei tanti dei quali sta scritto che “fece ciò che è male agli occhi del Signore “ (2Re 23,37). Cosa fece di male? Non instaurò la giustizia, come era suo compito essendo messia (unto) e figlio di Dio. Geremia dunque gli rivolge con grande ironia questo monito:
Guai a chi costruisce la sua casa senza giustizia
e i suoi piani superiori senza equità,
fa lavorare il prossimo per niente,
senza dargli il salario …
Pensi di essere un re
perché sei riuscito a costruirti un palazzo lussuoso e spazioso? …
Ricordati di tuo padre Giosia, che praticava il diritto e la giustizia,
e così era veramente re.
Difendeva la causa del povero e dell’oppresso,
e così era veramente re.
Non è forse questo che significa conoscermi? (Ger  22,13.14-16).
Sì, praticare la giustizia è conoscere Dio. Questa intuizione profetica è straordinaria, perché dice che si conosce veramente Dio non nei riti, non nelle osservanze ascetiche, ma facendo e vivendo la giustizia. La fede di Israele confessa dunque che “il Signore è giusto”, e chi crede in lui deve vivere la giustizia.
Ma questa giustizia di Dio è sovente legata al concetto di “misericordia”, espresso da una costellazione di termini (chesedchenrachamim). Dio è giusto, per questo è anche amante, capace di grazia, compassionevole. Insomma è capace di un amore gratuito, preveniente, che non va mai meritato. Quando Dio rivela il suo Nome santo a Mosè, quest’ultimo ascolta l’acclamazione: “Il Signore, il Signore [tetragramma impronunciabile], Dio misericordioso e compassionevole, lento all’ira e grande nel perdono…” (Es 34,6). Di questo legame tra giustizia e misericordia-perdono vi è testimonianza in un brano di Osea purtroppo non tradotto fedelmente dall’ebraico nella Bibbia italiana ufficiale. Il profeta (nabi’pro-phetés, cioè il porta-parola di Dio), ci presenta Dio stesso che constata la rottura dell’alleanza da parte del suo popolo: Israele ha fatto il male, ha tradito il patto con Dio, dunque in nome della giustizia dovrebbe essere rigettato dall’alleanza perché questa è stata da lui infranta, dovrebbe essere punito e castigato. Ecco allora il soliloquio da parte di Dio:
Il mio popolo è ostinato nel male
[dunque dovrei allontanarlo da me per la sua ingiustizia].
Ma io potrei forse abbandonarti?
Potrei cacciarti via e di consegnarti ad altri?
Dentro di me il mio cuore si rivolta
e il mio intimo freme di compassione.
No, non darò sfogo alla mia collera,
perché sono Dio non, non sono un uomo,
sono il Santo in mezzo a te
e non verrò a te nella collera del castigo (Os  11,7-9).
Dio avrebbe una giustizia da instaurare, ma non la compie a mo’ di pena punitiva, come penserebbe una giustizia umana, bensì ha nel suo cuore un sentimento che si ribella all’esecuzione di una giustizia legale: per questo fa misericordia. Questa – dice il profeta – è la santità di Dio, il suo modo di agire in cui giustizia e misericordia sono immanenti l’una all’altra e non in concorrenza. In Dio non c’è una giustizia alla quale si applica il correttivo della misericordia, ma la sua giustizia è capace di contenere la misericordia, il perdono. Potremmo dire che in Dio c’è un prevalere della misericordia sulla giustizia? Sì, ma senza pensare a una giustizia priva di misericordia. Per questo, il Nome santo di Dio, cui facevo riferimento poc’anzi, contiene in sé i termini di misericordia e compassione non solo nella Torah ma anche nei Profeti (cf. Gn 4,2) e negli Scritti (cf. Ne 9,172Cr 30,9), soprattutto nei Salmi (cf. Sal 86,15; 103,8; 111,4; 145,8). A questo proposito è molto suggestiva l’immagine rabbinica dei due troni di Dio: quando Dio dichiara e promulga la Legge, sta seduto sul trono della giustizia; ma quando deve giudicare e formulare il giudizio, allora si siede sul trono accanto, quello della misericordia (cf., per esempio, Talmud di Babilonia, Abodah zarah 3b).
3. La giustizia secondo Gesù
Il grande messaggio su giustizia e misericordia è approfondito e rivelato in pienezza nel Nuovo Testamento dalle parole e dai gesti di Gesù di Nazaret. Nella sua vita umanissima egli ha voluto narrarci Dio (exeghésatoGv 11,18), il Dio giusto e misericordioso nel quale egli confidava quale figlio dell’alleanza stretta da Dio con i padri di Israele. Possiamo anche constatare che, proprio sul tema della giustizia, richiesta dal suo maestro Giovanni il Battista in vista del giorno del giudizio di Dio (cf. Mt 3,7-12Lc 3,7-18), Gesù porta a compimento la Legge e i Profeti. Non a caso l’evangelista Matteo, che redige il Vangelo in ambiente giudaico, testimonia queste parole di Gesù: “Se la vostra giustizia non supera [o non abbonda più di (verbo perisseúo)] quella di scribi e farisei, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 5,20). Questo non significa – come purtroppo molti comprendono – che la giustizia degli scribi dei farisei fosse ipocrita; no, era un adempimento della giustizia prescritto dalla Torah, dalla parola di Dio. Gesù però osa risalire all’intenzione del Legislatore, non si ferma alla norma oggettiva, chiedendone invece un adempimento più radicale e profondo.
Ciò che di peculiare il Vangelo ci testimonia è la misericordia di Gesù superiore a ogni giustizia, intesa come legalità. Per questo egli ha potuto dire: “Non sono venuto a chiamare i giusti (díkaioi) ma i peccatori” (Mc 2,17 e par.). Ma come possiamo riassumere il rapporto tra giustizia e misericordia nella predicazione di Gesù? Soprattutto ricorrendo ad alcune sue affermazioni. Innanzitutto Gesù ha affermato che occorre spezzare il rapporto tra “delitto e castigo”, titolo del celebre romanzo di Fëdor Dostoevskij, che esprime bene un principio a lungo predicato dalla chiesa. No, al delitto deve seguire la misericordia, “settanta volte sette” (Mt 18,22), cioè all’infinito: nei rapporti umani misericordia e perdono devono sempre essere affermati, perché questo è l’atteggiamento di Dio nei nostri confronti. Nella preghiera insegnata ai suoi discepoli Gesù ne fa addirittura la condizione per ricevere misericordia:
Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori … Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe (Mt 6,12.14-15).
La giustizia di Dio è infatti gratuita e preveniente rispetto alla nostra risposta: gratuita, perché l’amore e la misericordia di Dio non vanno mai meritati; preveniente, perché Dio per primo ci propone la relazione con lui, chiedendoci di accogliere il suo amore prima di rispondergli con il nostro.
La giustizia non è meritocratica, come insegna la parabola degli operai inviati nella vigna, i quali ricevono tutti lo stesso salario pur non avendo lavorato lo stesso numero di ore (cf. Mt 20,1-16). In questo caso, la legalità non è violata, perché agli operai della prima ora il Signore dà quanto ha con loro pattuito; ma agli ultimi, che senza questa eccezione non avrebbero ricevuto il necessario per vivere insieme alle loro famiglie, vuole dare un salario uguale a quello dei primi. Questa è la giustizia secondo Gesù e il suo Vangelo.
Certo, una tale giustizia scandalizza: ha scandalizzato i contemporanei di Gesù in Galilea in Giudea, e scandalizza ancora oggi. Ma questo è il messaggio che non pretende certo di essere realizzato in modo fondamentalista nella comunità dei credenti, eppure credo che vada accolto con attenzione e facendo discernimento, per vedere se in esso non vi sia un’ispirazione anche per l’affermazione e l’esercizio della giustizia qui e ora, nella polis.
Nei vangeli vi è una pagina particolarmente scandalosa, a tal punto che ha faticato a lungo a trovare posto nelle Scritture canoniche. La chiesa d’oriente l’ha ignorata per più di un millennio e la chiesa latina l’ha conservata, dandole però una collocazione molto tarda (e probabilmente fuori posto) nel capitolo ottavo del quarto vangelo. Solo nel concilio di Trento, dunque a metà del secondo millennio cristiano, questo testo fu chiaramente definito vangelo “canonico”, autentico. Mi riferisco alla famosa pagina dell’incontro di Gesù con la donna sorpresa in flagrante adulterio (cf. Gv 8,1-11). La Legge era precisa al riguardo e dichiarava, per l’adultero e l’adultera:
Se uno commette adulterio con la moglie del suo prossimo, l’adultero e l’adultera dovranno essere messi a morte (Lv 20,10).
Quando un uomo verrà trovato a giacere con una donna maritata, tutti e due dovranno morire: l’uomo che è giaciuto con la donna e la donna. Così estirperai il male da Israele. Quando una fanciulla vergine è fidanzata e un uomo, trovandola in città, giace con lei, condurrete tutti e due alla porta di quella città e li lapiderete a morte: la fanciulla, perché, essendo in città, non ha gridato, e l’uomo perché ha disonorato la donna del suo prossimo. Così estirperai il male in mezzo a te (Dt 22,22-24).
In ossequio a tali norme, una donna (e solo lei!) viene portata a Gesù dai nemici di lui, pii osservanti della Legge. Si servono di lei non come persona ma come un mero caso giuridico per trarre in inganno Gesù, in modo da poterlo accusare come disobbediente e ribelle alla Legge. Sappiamo però che Gesù, pur senza mettersi contro la Torah di Mosè, chiede che quanti sono pronti a lapidare la donna siano senza peccato. Allora costoro lasciano cadere le pietre e se ne vanno. E Gesù dice alla donna: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? … Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8,10-11). Le parole: “Neanch’io ti condanno”, sospendono la legge infranta e fanno regnare solo la misericordia. Ecco lo scandalo! Di qui la contestazione di Gesù da parte dei legalisti e degli osservanti: ma allora dove sta la giustizia? E sarà proprio questo aver compreso e annunciato la giustizia di Dio come contenente la misericordia, che porterà Gesù alla condanna e alla morte. Va ribadito con chiarezza: per Gesù il perdono, la misericordia sono una giustizia superiore!
Significativamente l’apostolo Giacomo, convinto, quale discepolo di Gesù, che la misericordia non deve temperare la giustizia, bensì deve temprarla, rendendola capace di affermarsi nella concretezza della vita, scrive:
Parlate e agite come persone che devono essere giudicate secondo la legge della libertà, perché il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà fatto misericordia. La misericordia invece ha sempre la meglio nel giudizio (Gc 2,12-13).
Questo, in sintesi, l’essenziale del messaggio di Gesù riguardante giustizia e misericordia.
Conclusione
Vi ho parlato di un ordine diverso, quello della gratuità e del dono, e sono consapevole che questo non può coincidere del tutto con l’ordine della giustizia. Ma siccome il diritto è una creazione umana e può ricevere ispirazioni da ciò che gli umani vivono, credono e sperano, mi auguro che sia possibile l’esercizio di una giustizia misericordiosa, una giustizia che possa ispirarsi alle acquisizioni del pensiero umano, religioso o non religioso.
In tal senso, concludo ricordando una parola decisiva per la chiesa proferita da papa Francesco nei giorni scorsi. Facendo memoria del venticinquesimo anniversario dalla promulgazione del Catechismo della chiesa cattolica, il papa ha ammesso che vi è un’evoluzione anche della dottrina cattolica, proponendo perciò di modificare atteggiamenti ed espressioni riguardanti il tema della pena capitale. Consapevole che nella storia anche lo stato pontificio ha comminato ed esercitato questa pena, Francesco ha chiesto perdono, affermando che “la pena di morte lede pesantemente la dignità umana … È una misura disumana che umilia, in qualsiasi modo venga perseguita, la dignità personale. È in se stessa contraria al Vangelo, che vieta di sopprimere vite umane” (Discorso ai partecipanti all’incontro promosso dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, 11 ottobre 2017).
È un mutamento della dottrina al quale deve fare seguito un mutamento anche del diritto canonico. Si tratta di un atto coraggioso, ma che il papa ha saputo compiere e che sarà tradotto in istituto giuridico. Anche questo gesto può ispirare iniziative di alto profilo da parte del diritto, a uomini e donne del diritto quali voi siete.
Pubblicato su: Osservatore Romano

mercoledì 25 ottobre 2017

Sopravvivere senza averlo visto..

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Prendiamoci la libertà di dire che è un film orrendo a prescindere, quel film che intende scherzare e ridere su un tema tanto delicato e tanto violento, come quello dell'utero in affitto, del mercato dell'umano, della nuova tratta degli schiavi.
Che non fa ridere nessuno, soprattutto i bambini.
Teniamoci stretti la libertà di dire che non è giusto che una pratica tanto disumana possa essere raccontata sorridendo in una commedia.
Che "il tema è il DONO" - parole della regista -, quando il "Dono" è un neonato "regalato" come fosse un pacco è quanto di più incivile si possa dire per giustificare il proprio film.
Incivile tanto quanto dire che "donare l'utero è come donare un rene" dimenticandosi che il bambino che abita l'utero non è di proprietà della donna, dimenticandosi che i bambini non si possiedono come un orologio, che i bambini sono soggetto di diritto e non oggetto, che sono individui con ik diritto di non essere venduti, regalati o ceduti, che quella che lei difende è la tratta degli essere umani.
Aggrappiamoci al diritto di dire che non apprezziamo un prodotto culturale che neanche intende aprire un dibattito, ma tranciarlo di netto, visto che ridicolizza l'altra parte.
Soprattutto nel momento storico che stiamo vivendo, dove genta (no, non è il t9) come Monica Cirinnà chiede di battagliare perchè diventi legale la poasibilità di decidere di far diventare orfano un bambino, pur di realizzare un proprio capriccio.
Non credete a chi vi dice "Vada prima a vederlo e poi discutiamone" (Sotto il post di FIlippo la regista e il marito lo avranno scritto mille volte. Diciamo che nessuno mi toglie il dubbio che siano accorsi solo per poter invitare ogni due commenti le persone a vedere il film. Anche perchè non hanno segnato di risposta neanche chi l'ha visto)
Ci spiace. Ci sforzeremo e non andremo riempire le sale di risate sulla pelle dei bambini.
Perché ci vergogneremo di farlo.
E continueremo lo stesso a dire che reputiamo folle e incivile un film che scherza su un tema tanto violento come quello di negare la mamma (o il papà) ad un bambino pur di realizzare un prorpio desiderio.
Presteremo la voce a quei bambini, e anche a quelle donne.
Poi quando uscirà su netflix o su Sky inviterò tutti a giro a casa mia a scoprire se avevamo ragione o meno. Fidatevi di noi. E se doveste poi scoprire che non ho ragione, pagherò. La pizza.
Questo film bisogna vederlo gratis, se proprio bisogna vederlo.
Senza dargli soldi solo perché possano darci il "diritto" di commentare negativamente.
Nessuno ha bisogno del loro permesso per fidarsi o meno di noi.
Se loro hanno il permesso di provare a far diventare simpatica la tratta degli schiavi, non ci teniamo stretti il permesso di commentare che questa operazione economica/culturale è vergognosa.
Fidatevi.
Potete sopravvivere senza averlo visto.
Fidatevi che quello che vi racconta chi l'ha visto corrisponde alla realtà: basterebbe leggersi qualche commento della regista sotto il post di Filippo Savarese per averne la certezza.
Oppure, basterebbe questa foto qua.
Fidatevi, che una risata fatta sulla pelle dei bambini è amara.
Anche questa è battaglia culturale

Maria Rachele Ruiu

venerdì 20 ottobre 2017

USA e getta




Usa. Genere «neutro» nell' atto di nascita
Avvenire

(Elena Molinari) La California è il primo Stato americano a legalizzare la possibilità di scelta. A partire da gennaio, gli abitanti della California potranno decidere, a posteriori, di non essere, e di non essere stati alla nascita, né maschi né femmine. Ogni residente dello Stato dell' Ovest potrà da quel momento chiedere all' anagrafe statale di cambiare il proprio certificato di nascita, indicandovi di non appartenere ad alcuno dei due sessi. Una nuova legge, approvata dall' Assemblea locale e appena promulgata dal governatore democratico Jerry Brown, permette infatti l' identificazione come persona «non binaria», o «neutra», semplicemente a chi ne fa richiesta, senza bisogno di passaggi legali ulteriori o di certificati medici. La legge non attribuisce ai genitori il diritto di scegliere a loro discrezione il sesso del nuovo nato, ma permette anche ai minori di richiedere l' identificazione sul certificato di nascita come appartenente a un «sesso neutro», previo consenso dei genitori. La California diventa così il primo Stato americano ad autorizzare la modifica di un documento di nascita su base volontaria. Finora solamente l' Oregon e il District of Columbia, che comprende solo la capitale Washington, avevano approvato l' inserimento di una "N" su un documento d' identità, specificamente sulla patente di guida, ma senza che potesse essere modificato il certificato di nascita. Il cambiamento è significativo, perché è il sesso indicato sui documenti ufficiali emessi alla nascita a fare testo nelle scuole, nelle università e sui posti di lavoro nel risolvere dispute come l' uso dei bagni pubblici o l' appartenenza a squadre sportive. Il nuovo certificato di nascita farà scomparire ogni traccia di quello originario. Ma resta da vedere se sarà riconosciuto a livello federale. L' associazione per la difesa della famiglia "Family Council' si è opposta all' approvazione della misura, sostenendo che è basata sulla menzogna «che essere maschio o femmina o non appartenere a nessuno dei due sessi sia una scelta che ogni persona ha il diritto di fare», come ha detto ieri il presidente del ramo californiano del gruppo, Jonathan Keller. Un' altra legge promulgata di recente da Brown, la SB 219, obbliga peraltro i lavoratori di ospedali, cliniche e case di cura ad usare pronomi neutri o il pronome scelto dal paziente se quest' ultimo ne fa richiesta. Un' imposizione che, a detta di molti costituzionalisti, viola il diritto alla libertà d' espressione degli impiegati della sanità. Il disegno di legge sulla modifica del certificato di nascita, il "Gender Recognition Act", era stato proposto in primavera da due legislatori democratici che avevano raccolto la petizione di alcune persone transessuali. Fra questi, A. T. Furuya, di San Diego, che era riuscito ad ottenere la designazione come «neutro» sul suo certificato di nascita al termine di una lunga battaglia legale. L' iniziativa della California ha spinto altre Assemblee locali a considerare la possibilità di intraprendere lo stesso percorso. Lo Stato di Washington sta infatti tenendo una serie di incontri pubblici per esplorare una modifica del proprio ordinamento in tal senso. Altri Paesi hanno introdotto il concetto di «sesso neutro» o «terzo sesso » sui documenti d' identità, fra questi Australia, Canada, Germania, India, Nuova Zelanda, Pakistan, Thailandia e Gran Bretagna.

domenica 15 ottobre 2017

OMOSESSUALISMO: RIFLESSO DELL'INFERNO



di Benedetta Frigerio (Lanuovabq)


Mentre i giornali, anche cattolici sdoganano il termine “cristiani Lgbt”, che è un ossimoro blasfemo al pari di “cristiani abortisti”, scandalizzandosi di chi ancora parla delle unioni omosessuali come di un peccato (come fa quel bigotto e tradizionalista del Catechismo) e di disegno demoniaco, che mira a sovvertire la creazione contro cui bisogna combattere, la nota setta satanica americana, Satanic Temple, dà ragione a questi ultimi. 
Tutto parte dalle dichiarazioni rilasciate dal loro leader, Lucien Greaves, cofondatore della setta, che ha lanciato una campagna di denuncia pubblica contro pasticceri cristiani (in cui, guarda a caso, non si dimentica di definirli “omofobi”) che si rifiutassero di preparare una torta celebrativa del diavolo: “Chiedi al tuo pasticcere omofobo - domandano i Satanic Temple ai loro adepti - di preparare una torta per satana”. Se si rifiuta di farlo? Lo si denuncia per discriminazione e lo si trascina in tribunale. 
Ma vuoi vedere allora che davvero il satanismo c’entra con la causa Lgbt? In un’intervista rilasciata alla Daily Caller News Foundation il 29 settembre scorso, Greaves ha parlato così per giustificare l’eliminazione dell’obiezione di coscienza, esattamente come fanno tanti politici: “Se hai un esercizio commerciale e fornisci un servizio pubblico, è necessario che tu agisca nei limiti di quello che viene accettato come un comportamento sociale, nonostante le tue opinioni religiose o di altro genere”. In poche parole, se vuoi stare in questo mondo pagano o agisci da pagano oppure non c’è posto per te. Sopratutto Greaves ha spiegato quanto la sua iniziativa sia stata apprezzata dai membri della comunità Lgbt, specialmente da coloro che fanno parte anche della setta satanica. Infatti, ha continuato il cofondatore, “molti dei nostri membri sono anche omosessuali e penso che ci siano ragioni ovvie che spiegano il perché”.
Ma resta ancora la domanda sul perché il satanismo sposi la causa omosessualità. Già nel 2014, intervistato dal Metro Times, il fondatore della setta confessò che “una delle cose che ci stanno più a cuore”, sono “i diritti gay” e che “per noi il matrimonio è un sacramento. Lo riconosciamo e pensiamo che lo Stato debba riconoscere il matrimonio sulla base della libertà religiosa. Chiunque voglia farlo può alzare la mano e avrà il suo matrimonio celebrato da Lucien Graves". E infatti sono molte le cerimonie omosessialiste che scimiottano il matrimonio con un satanista munito di corna a celebrarle. 
"Non vediamo l’ora - continuò - di diffonderci in Michigan sulla questione dei diritti gay, per portarli nel ventunesimo secolo” poi parlò così a favore dell’aborto: “So anche che Snyder (governatore repubblicano, ndr) ha cercato di rendere impossibile alle donne di terminare una gravidanza: noi sentiamo di dover proteggere le donne da procedure superflue come l’ecografia (pratica che diversi Stati cercavano di rendere obbligatoria prima di ogni aborto, ndr)». 
Ma, ancora, che c’entra la lotta contro la vita e a favore di leggi contro natura con il diavolo? Il capo della Satanic Temple lo spiegò bene: «(satana, ndr) Simboleggia l’eterno ribelle, l’opposizione all’autorità arbitraria e difende la sovranità personale, anche di fronte a disuguaglianze insormontabili», quelle stabilite dalla creazione.
Ecco confermato quanto sostenne il cardinal Caffarra il 19 maggio del 2017 prima di intervenire al Roma Life Forum: “Cosa vediamo oggi? Due eventi terribili. In primo luogo, la legittimazione dell’aborto. Cioè, l’aborto è diventato un diritto soggettivo della donna. Il “diritto soggettivo” è una categoria etica, e quindi siamo nell’ambito del bene e del male; si sta dicendo che l’aborto è un bene, che è un diritto. La seconda cosa che vediamo è il tentativo di equiparare i rapporti omosessuali e il matrimonio”. 
Poi il cardinale non ebbe paura di concludere che in questo modo “Satana sta tentando di minacciare e distruggere i due pilastri (della creazione divina, vita e unione uomo donna ndr), in modo da poter forgiare un’altra creazione. Come se stesse provocando il Signore, dicendo a Lui: “Farò un’altra creazione, e l’uomo e la donna diranno: qui ci piace molto di più”. Per questo, spiegava il cardinale, la confessione e la difesa della fede oggi non può non passare dalla difesa della creazione.



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Un Cordileone contro i mali del mondo

«Anche nelle nostre città (…) vediamo l’esaltazione e perfino la celebrazione del volgare, schernendo il bel piano di Dio su come ci ha creati nei nostri propri corpi, per la comunione gli uni con gli altri, e con Lui stesso». E’ un passaggio dell’omelia che il vescovo di San Francisco, Salvatore Cordileone, ha tenuto lo scorso 7 ottobre quando ha consacrato al Cuore Immacolato di Maria la sua diocesi.
In particolare aborto, eutanasia e vita omosessuale vengono definiti senza giri di parole «un riflesso vivo dell'inferno».
Il riferimento è alle cosiddette Pride parades che i movimenti omosessualisti organizzano anche nelle strade di San Francisco. Rientrano in un elenco stilato dal vescovo sui grandi mali, tra cui le due guerre mondiali e i genocidi, che hanno attraversato il mondo in questi ultimi 100 anni che ci separano dalle apparizioni mariane di Fatima.
«E poi», ha detto Cordileone riferendosi all’aborto legale, «c’è il grande attacco alla vita umana innocente: la nostra terra è stata sporcata dal sangue dei bambini innocenti in quella che è diventata una grande epidemia mortale equivalente a un genocidio nel ventre materno».
Infine, «adesso c’è l’abbandono dei nostri fratelli e sorelle sofferenti all’altra estremità della viaggio della vita», cioè il fenomeno dell’eutanasia sempre più diffuso e pervasivo.
«Se pensiamo a ciò che è accaduto in questi ultimi 100 anni», si è chiesto Cordileone, «non ci dice che il secolo che abbiamo appena attraversato non era altro che un’esperienza dell’inferno?». Un’intera generazione «ha beffato Dio, ma Dio non può essere preso in giro, non perché egli si diletta nel vendicarsi di noi, ma perché se voltiamo le spalle a Dio il male ci si rivolge contro, portandoci alla autodistruzione».
«Lo chiedo a tutti i cattolici della diocesi di San Francisco, se non lo fanno già, che recitino il rosario tutti i giorni. E chiedo a tutte le famiglie che recitino insieme il rosario almeno una volta alla settimana». Il Cuore immacolato di Maria, ha concluso, «alla fine trionferà». E’ attraverso quel Cuore che «camminiamo dall’oscurità del peccato e della morte alla luce della verità e della misericordia di Cristo. C’è, dall’altra parte di quella porta, un paradiso glorioso, immenso e pieno di luce, che è il Cielo».
Lorenzo Bertocchi