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giovedì 22 marzo 2018

Insieme con Maria.



 Al via in Francia e in altre nazioni una serie di incontri islamo-cristiani
L'Osservatore Romano
(Giovanni Zavatta) «Non avrei mai immaginato di parlare un giorno di Maria in una moschea nella ricorrenza dell’Annunciazione»: parole del vescovo di Créteil, Michel Santier, pronunciate un anno fa nella moschea del comune alle porte di Parigi. Era l’edizione 2017 di Ensemble avec Marie, titolo degli incontri islamo-cristiani che si svolgono in Francia dal marzo 2015 grazie all’associazione Efesia, presieduta da Gérard Testard, già alla guida del movimento Fondacio.
Citando Isaia e il suo celebre invito, «allarga lo spazio della tua tenda» (54, 2), monsignor Santier era intervenuto non solo come ex presidente del consiglio per le relazioni interreligiose ma soprattutto come vescovo di una diocesi in cui si vive in maniera naturale e progressiva questo cambiamento, ovvero «passare da un atteggiamento di sfiducia a uno di stima».
La felice esperienza si rinnova quest’anno con una serie di incontri che si svolgeranno dal 24 marzo al 9 aprile ad Autun, Bordeaux, Cergy, Créteil, Lille, Longpont, Parigi, Toulon, Toulouse, Valence, Vénissieux e Verdun. Per la prima volta dei musulmani sunniti e sciiti si riuniranno, il 14 aprile, nel convento dei domenicani dell’Annunciazione, nell’ottavo arrondissement della capitale. Sempre a Parigi verrà organizzato il 5 maggio un evento nazionale al Sacré-Coeur di Montmartre e iniziative simili si terranno in Belgio, in Italia e in cinque paesi africani (Algeria, Benin, Burkina Faso, Niger e Repubblica Democratica del Congo).
In un clima ancora teso a causa del rischio di attentati terroristici di matrice islamica, gli incontri fra cristiani e musulmani vogliono offrire un contributo per migliorare il vivere insieme. «Un incontro è di qualità solo se vi si trasmette un’amicizia», ha detto Testard qualche giorno fa nella conferenza stampa di presentazione. È il motivo per cui questa iniziativa — ispirata alla celebrazione comune dell’Annunciazione del Signore in Libano (dove dal 2007 è considerata giorno di festa) — lascia grandi margini di manovra ai comitati locali, partendo da una fratellanza già esistente sul territorio. L’unità di intenti è assicurata da un’identità ben definita: raduni spirituali e civici sono organizzati sia nelle parrocchie sia nelle moschee, accompagnati da interventi e visite che hanno al centro la profondità della preghiera ma anche la bellezza artistica dei luoghi di culto. È quanto accade, per esempio, da dieci anni a Créteil grazie ai passi avanti compiuti nell’una come nell’altra direzione: partecipazione dei musulmani all’inaugurazione della cattedrale e dei cristiani all’apertura della nuova moschea, scambio di auguri, operazione comune «Agosto -Aiuto alimentare». L’incontro fra credenti di differenti religioni, ha osservato Santier, «non è una cosa obbligatoria, non è imposta dalle autorità politiche, viene dall’interno della propria fede. Non abbiamo la stessa esperienza di Dio ma viviamo un’esperienza spirituale per camminare insieme e diventare pellegrini della pace».
Sulla stessa lunghezza d’onda Anouar Kbibech, presidente del Raggruppamento dei musulmani di Francia, quando testimonia di essere uscito dal primo di questi incontri (nel 2015 nella basilica di Longpont-sur-Orge si riunirono più di ottocento fra cristiani e musulmani) «con le lacrime agli occhi» e cita un proverbio marocchino che recita: «Invece di lamentarti del buio, accendi una candela». Con Ensemble avec Marie, osserva Kbibech, «si accende una candela contro l’oscurantismo, ci si trova faccia a faccia per appianare i malintesi e comprendere le convinzioni e i valori dell’altro, fianco a fianco per dialogare su questioni riguardanti la società, mano nella mano per fare qualcosa insieme e ritrovarsi attorno a temi che legano le persone».
Al centro c’è la figura di Maria che unisce le comunità, «senza sincretismo — spiega Testard — perché Maria-Maryam è differente nel Vangelo e nel Corano, e senza proselitismo perché non si tratta di convertire l’altro ma di vivere come fratelli dell’umanità». Creata nel 2014, l’associazione Efesia raggruppa persone impegnate nella Chiesa e nella società, con la voglia e una buona esperienza di vita comunitaria. Poco a poco, negli anni, attraverso la preghiera, hanno costruito solidi legami fraterni e spirituali. Gli orientamenti missionari al servizio dei quali i membri di Efesia mettono a disposizione le loro competenze per l’annuncio del Vangelo sono essenzialmente tre: incontro con gli altri movimenti, comunità e organizzazioni per raggiungere il nous ensemble nella Chiesa; incontro con i poveri, qualunque sia la loro cultura e religione; incontro con le altre fedi, in particolare con i musulmani. Per vivere l’ultima di queste missioni, l’associazione si ispira al testo conciliare Nostra aetate, dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, firmata da Paolo VI il 28 ottobre 1965. «Per rinnovare il dialogo fra cristiani e musulmani bisogna incontrarsi sul piano umano e culturale con un approccio spirituale. La priorità oggi, tenuto conto dell’evoluzione attuale delle società occidentali, è di installare un vivere insieme che sia — conclude il presidente Testard — incarnato nelle città, credibile, spassionato, portatore di frutti». 
L'Osservatore Romano

venerdì 27 ottobre 2017

Giornata del dialogo cristiano-islamico in Italia. Vincere paure e diffidenze



È dedicata alle donne e al loro ruolo, riconosciuto sempre più come fondamentale in un contesto multiculturale e interreligioso, la giornata del 27 ottobre, in Italia ormai tradizionalmente rivolta al dialogo cristiano-islamico. Nata nel 2001 in seguito ai tragici eventi dell’11 settembre, la giornata ha rilanciato nel tempo la necessità di un dialogo sempre più approfondito in grado di dissipare paure e rimontanti sentimenti xenofobi come pure di prevenire violenze e radicalizzazioni. «A sedici anni dalla sua costituzione — spiegano i promotori — la giornata oggi è di fronte a una grande sfida culturale e sociale: quella di potenziare il dialogo rendendolo proattivo. E, affinché ciò possa avvenire, occorre un maggiore sforzo di tutti coloro che in questi anni hanno creduto e sostenuto questa esperienza di grande interesse, dalle istituzioni religiose alle realtà laiche, a quelle dei giovani e delle donne».
Soprattutto è oggi ritenuto fondamentale il contributo femminile che, in tale prospettiva, va incoraggiato. Del resto, il dialogo tra le religioni è diventato un aspetto irrinunciabile, che si situa nel cuore delle Chiese e dei credenti. «Infatti nel novembre del 2001 — ricorda sul sito Riforma.it il teologo cattolico Brunetto Salvarani, tra i primi ideatori dell’iniziativa — un gruppo di persone lanciò l’appello per una giornata del dialogo cristiano-islamico proprio per affermare che l’incontro fraterno tra donne e uomini di fede cristiana e di fede musulmana apre strade di libertà e di crescita per tutti». Com’è consuetudine, il comitato promotore della giornata ha lanciato un appello che è possibile sottoscrivere online. Partendo dalla constatazione di un rafforzamento delle correnti populiste e xenofobe, i promotori della giornata insistono sulla necessità di costruire ponti tra cristiani e musulmani proprio per evitare ulteriori pericolose radicalizzazioni.
«Le stragi compiute in questi ultimi anni in diverse città europee — si legge nell’appello — hanno incrementato la paura e la diffidenza nei confronti dei musulmani. Sommando l’islam all’immigrazione, i partiti e i movimenti ultranazionalisti e xenofobi sono riusciti a incrementare il proprio consenso popolare, focalizzando la loro propaganda politica sulla presunta minaccia che incomberebbe sull’identità culturale e religiosa dell’Europa». Eppure, constatano i promotori della giornata del 27 ottobre (data simbolica scelta per ricordare l’incontro delle religioni per la pace ad Assisi, fortemente voluto da Giovanni Paolo II nel 1986), «il vecchio continente oggi ha un tessuto sociale irreversibilmente multietnico, multiculturale e multireligioso, come dimostra chiaramente la presenza di cittadini europei di origine straniera all’interno delle istituzioni statali di molti stati europei e a tutti i livelli dei vari organismi istituzionali», comunale, nazionale, parlamentare europeo. Una prospettiva che, viene rimarcato, sicuramente «nella vita politica e istituzionale di molti paesi europei, compresa l’Italia, è destinata a crescere e a fungere sempre di più da ponte di dialogo sociale».
Tuttavia, «il problema del terrorismo, della sicurezza e della crisi socio-economica toccano oggi molti paesi europei e stanno rendendo molto difficile il dialogo». Così, di fronte al razzismo e alla discriminazione, crescono i sentimenti di paura e di insicurezza in seno alle minoranze culturali e religiose. Una dicotomia che «favorisce la tendenza alla ghettizzazione, che a sua volta diviene terreno fertile per forme di devianze sociali, tra le quali la radicalizzazione religiosa». La sfida attuale è dunque quella di potenziare il dialogo rendendolo proattivo. In questo senso, i promotori chiedono a tutte le comunità cristiane e musulmane uno sforzo comune per la pace e la salvezza dell’umanità.
L'Osservatore Romano

martedì 19 settembre 2017

Biblia VS Corán: ¿Por qué son incomparables?



La Gaceta, 18 septiembre 2017
Es innegable que los musulmanes yihadistas justifican su violencia en los textos coránicos, mientras el mundo occidental no justifica la suya en los Evangelios o, más genéricamente, en la Biblia. Nadie asesina en el nombre de la Biblia. El Antiguo Testamento ha sido superado por el Nuevo. 
Fernando Paz / La Gaceta Suele ser argumento recurrente de un cierto tipo de pensamiento: en cada ocasión en que se relaciona la comisión de atentados yihadistas con el islam –una obviedad- se esgrime alguna cita del Antiguo Testamento para justificar que los textos coránicos más violentos no juegan papel alguno en la radicalización islamista: en la Biblia también hay pasajes violentos y crueles que llaman a la persecución y a la lapidación. 
En una situación de normalidad moral e intelectual bastaría con recordar que nadie asesina a sus semejantes en el nombre del Deuteronomio o inspirado por el Levítico. Si acaso surgiera algún individuo que tal cosa hiciera sería, en efecto, un caso aislado y no parte de una cosmovisión compartida por millones de personas. Y no hay duda de que quienes siguen las enseñanzas contenidas en ellos censurarían rotunda y públicamente el crimen. 
Lamentablemente, la realidad que vivimos es cualquier cosa antes que una situación de normalidad moral e intelectual. La situación que vivimos le debe mucho más a la ideología que a la razón. Y no digamos que a la realidad. Por lo que conviene recordar algunas cosas al respecto de las diferencias existentes entre el Corán y la Biblia.

La palabra de Dios

Tanto la Biblia como el Corán se reclaman la palabra de Dios. Pero las diferencias saltan a la vista: la palabra de Dios bíblica es inspirada, no dictada. La Iglesia ha reconocido la autoría de los textos veterotestamentarios desde hace mucho tiempo; de su exégesis y estudio se ha llegado a la conclusión de que hay una variedad de autores humanos del Pentateuco, quizá hasta cuatro distintos, y que la paternidad atribuida a Moisés puede estar ciertamente en el origen del mismo pero que, con posterioridad, se han efectuado aportaciones de distintos redactores.
La exégesis que siempre se ha hecho de la Biblia –no se trata de una explicación oportunista en tiempos de relativismo, sino de la interpretación tradicional- es que Dios habla a su pueblo de distintas formas según los tiempos; por tanto, hay implícita una flexibilidad en los textos bíblicos.  
Exactamente lo contrario de lo que afirma el Corán. El texto sagrado del islam fue dictado, palabra por palabra, por el propio Dios a través del arcángel Gabriel. En apoyo de esta idea, los musulmanes aducen la belleza literaria de la redacción del Corán, imposible para un hombre como Mahoma, que era analfabeto y que sólo transmitía a los distintos escribas que le acompañaban las palabras que le eran reveladas. 
Ningún musulmán puede poner esto en duda sin ser considerado apóstata; la idea de que Mahoma o cualquier otro ser humano, o espiritual, pudo haber influido en la redacción del Corán es inaceptable. 
Sin embargo, lo cierto es que el Corán se recopiló tras la muerte del profeta y también se produjo una depuración de los textos que, apenas una década tras la muerte de Mahoma, habían dado lugar a numerosas interpretaciones dispares. Finalmente se consiguió un libro unificado.
En cualquier caso, no hay religión alguna en la que exista un libro como el Corán; nadie afirma que Dios dictó palabra por palabra su texto sagrado, excepto los musulmanes (y los judíos ortodoxos respecto de la Torá). No hay nada en el Corán que no sea exactamente la palabra de Dios. No hay sinónimos, sino los términos exactos que Allah dictó a Mahoma. Y esto no cabe ponerlo en duda ni matizarlo. 

¿Una falsificación?

La Biblia es un conjunto de 73 libros que fueron elaborados a lo largo de una cantidad considerable de siglos, de los cuales 46 pertenecen al Antiguo Testamento. En cuanto a su origen, hay teorías para todos los gustos. 
No falta quien supone que los primeros cinco libros –el Pentateuco, la Torá- se retrotraen al siglo XV antes de Cristo, y tampoco quien los sitúa mil años más tarde. La elaboración del Antiguo Testamento es indudablemente antigua y se ha efectuado a lo largo de distintas épocas. Al menos cuatro tradiciones literarias alimentan los distintos géneros literarios que lo componen, entre ellos el histórico y el poético. Se trata, pues, de un proceso desarrollado a lo largo de varios siglos. 
El Antiguo Testamento es también un libro respetado en el islam, como el Nuevo Testamento, pero los musulmanes insisten en que ambos están falsificados por los judíos y por los cristianos. Ni lo justifican ni dan pruebas de ello, pero siguen manteniéndolo casi desde la fundación misma del islam. Numerosos musulmanes creen que, dado que el Corán denomina a los libros de la Biblia como “libros luminosos”, la alteración de los textos bíblicos se tuvo que producir después de la irrupción del propio islam; algo que, desde el punto de vista histórico, carece de fundamento.   
Pero, desde luego, dicha presunta alteración no tiene nada que ver con los textos violentos que aparecen en algunos pasajes del Antiguo Testamento.  

Una interpretación literal

Sin duda, una diferencia sustancial radica, precisamente, en que el Corán hay que leerlo de forma literal. El hecho de que haya sido dictado por Dios no deja margen a otra cosa, mientras que la Biblia, por el contrario, admite numerosas interpretaciones a partir del hecho de que se trata de textos inspirados (del Corán ciertamente hay también numerosas interpretaciones, pero todas son –o se pretenden- literales).  
La literalidad del texto sagrado musulmán lleva a muchos musulmanes a aprender el árabe, dado que es el idioma en que Dios ha hablado. Y la fidelidad a las palabras divinas es segura: Mahoma, poco antes de morir, revisó con el arcángel Gabriel todo lo escrito hasta el momento. 
Esa condición del texto coránico dota de inflexibilidad al mensaje y favorece, innegablemente, las versiones fundamentalistas. Las palabras del Corán son “al-wahy”, provienen directamente de Dios. 
Mientras que el Corán, por esto mismo, fija para siempre la palabra, es doctrina cristiana creer que Dios habla a los hombres también a través de la Escritura de acuerdo a los tiempos. Un aspecto importante del mensaje de salvación cristiano es que Dios se va revelando a lo largo de la historia de la forma más conveniente para los hombres.
Así, Jesús viene a establecer la Nueva Alianza, que reemplaza a la antigua (aunque también la culmina y completa). De ese modo, basta con recordar el pasaje de la adúltera y los lapidadores (“aquel que esté libre de pecado que tire la primera piedra”) para comprender que las prescripciones al respecto de la lapidación que aparecen en el Pentateuco han sido abrogadas en el cristianismo.  

A la luz de la realidad

A lo largo del Nuevo Testamento, la piedad y la misericordia se convierten en parte central de la fe cristiana. Jesús predica a sus seguidores el amor a Dios y al prójimo, y les instruye para que amen a este como cada uno se ama a sí mismo, constituyendo la caridad –el amor- el eje de su mensaje.   
La violencia que hoy existe en el mundo occidental –copiosa- no se produce a causa de su carácter cristiano, sino a su pesar. Y es innegable que, a la luz de lo que está sucediendo en el mundo, los musulmanes yihadistas justifican su violencia en los textos coránicos, mientras el mundo occidental no justifica la suya en los Evangelios o, más genéricamente, en la Biblia.
Nadie asesina en el nombre de la Biblia. El Antiguo Testamento ha sido superado por el Nuevo, y la realidad es que para los cristianos los textos del Pentateuco no juegan papel alguno en su fe (con la parcial excepción, quizá, del Génesis), por lo que a nadie se le ocurriría esgrimirlos en ningún sentido; y, en todo caso, nadie invoca el Deuteronomio o el Levítico, el Éxodo o Números, para perpetrar crimen alguno.  
Claro, que hay ideologías que dan al olvido toda referencia a la realidad.
https://infovaticana.com/

giovedì 13 luglio 2017

In God We Trust...





La Civiltà Cattolica
[Text: Italiano, English]
(Antonio Spadaro - Marcelo Figueroa) In God We Trust: questa è la frase impressa sulle banconote degli Stati Uniti d’America, che è anche l’attuale motto nazionale. Esso apparve per la prima volta su una moneta nel 1864, ma non divenne ufficiale fino al passaggio di una risoluzione congiunta del Congresso nel 1956. Significa: «In Dio noi confidiamo». Ed è un motto importante per una nazione che alla radice della sua fondazione ha pure motivazioni di carattere religioso. Per molti si tratta di una semplice dichiarazione di fede, per altri è la sintesi di una problematica fusione tra religione e Stato, tra fede e politica, tra valori religiosi ed economia. (...)
Evangelical Fundamentalism and Catholic Integralism in the USA: A surprising ecumenism


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l 28,5% dei giovani vive in un Paese islamico 
AsiaNews 
Segretario dell’Organizzazione della cooperazione islamica: i giovani possono essere “risorse per i loro Paesi e per il mondo”, ma è necessario combattere i problemi sociali e la narrativa che porta all’estremismo violento. -- Il 28,5% della popolazione fra i 15 e i 29 anni vive in un Paese dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica (Oic): un totale di quasi 500 milioni di giovani. (...)

mercoledì 12 luglio 2017

Un’idea sbagliata di islam



Anticipiamo parte di un articolo che uscirà sul prossimo numero di «Vita e Pensiero», il bimestrale di cultura e dibattito dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. 
(Paolo Branca) Per la sua ostinata attenzione verso gli ultimi e i lontani Papa Francesco è ritenuto da alcuni un “buonista”, ma si tratta di una percezione superficiale e affrettata che non sa cogliere la radicalità evangelica del suo messaggio. Egli infatti con coraggio e determinazione non si stanca di richiamare le coscienze a cogliere e a riparare il carattere pretestuoso di molte opposizioni e conflittualità che invece ci trovano consenzienti e complici, tanto siamo allarmati da una rappresentazione parziale della realtà nella quale prevalgono in modo impressionante pericoli, timori e negatività.
Come sanno bene i sociologi, è sufficiente che una cosa sia creduta vera perché essa produca effetti reali. Motivi concreti di preoccupazione non mancano di certo, ma altra cosa è diffondere in maniera sistematica l’impressione che il nostro rapporto coi musulmani, tanto quelli presenti sul nostro territorio quanto coloro che vivono nei paesi d’origine, siano ormai ridotti a una sorta di resa dei conti finale fra due contendenti che sarebbero addivenuti al cruciale dilemma mors tua, vita mea. Un sistema mediatico inadeguato paventa il pericolo di un’invasione e di un’islamizzazione imminente delle nostre terre. Ma guardiamo ai dati reali: 1,5 milioni di musulmani su circa 56 milioni di italiani. 
La prospettiva di un rapido mutamento che ci costringerebbe a rinunciare ad alcolici e carni suine e obbligherebbe le nostre donne a indossare un velo, più che poco plausibile, si mostra inconsistente. Sulla lunghissima distanza, uno sbilanciamento demografico verso comunità religiose più prolifiche non può essere escluso, ma attualmente mi pare più un alibi per trincerarsi sulla difensiva o, peggio, sulla passività che non gestisce nulla con un progetto ben definito e sostenuto, per arrendersi a subire più che a gestire ciò che sarebbe diritto-dovere di stati moderni e istituzioni democratiche almeno tentare di affrontare seriamente. Promuovere e premiare le pratiche migliori è l’essenza di una società aperta e matura. 
Per la caccia alle streghe di turno le dittature sono molto più efficaci, e inquietanti segnali in tal senso non mancano di certo. Che i musulmani abbiano preso il posto dei “cattivi” come nemico epocale diventa ormai un’evidenza, fatta salva l’emblematica eccezione per i peggio rappresentativi fra essi che per diverse ragioni vengono graziati (vedi recenti provvedimenti di Trump che non includono alcuna petromonarchia del Golfo) o demonizzati (vedi i soliti noti corteggiati dai media pur rappresentando una minoranza autoreferenziale che vive tra noi come un corpo estraneo o una società parallela) all’interno della medesima logica perversa. 
L’esito è inevitabilmente quello di concedere a pochi fanatici la rappresentanza legittima e ufficiale di 1,6 miliardi di musulmani che vivono oggi sulla Terra, in uno svariatissimo caleidoscopio di situazioni delle quali le più promettenti vengono condannate alla non esistenza e le peggiori sovraesposte con maniacale e autolesionista programmaticità. Eppure i fattori positivi davvero non mancano: i dati ufficiali della Diocesi di Milano confermano che nei suoi circa mille oratori il 25 per cento degli utenti sono giovani islamici, affidati con fiducia dalle loro famiglie a un ambiente religiosamente orientato piuttosto che lasciati per strada o indirizzati altrove. Circa il 15 per cento dei musulmani nelle scuole pubbliche non chiede l’esonero dall’ora di religione, desiderando restare coi compagni di classe in un modulo formativo che non solo è privo di “pericoli” di proselitismo, ma li vede talvolta come protagonisti, in quanto maggiormente interessati alle tematiche trattate rispetto ai compagni di classe locali. 
Nelle associazioni femminili e fra le nuove generazioni nate e cresciute in Italia gli esempi di mutua stima, rispetto e collaborazione non si contano, benché poco valgano agli occhi miopi dei media e alle timide o inesistenti prassi delle amministrazioni. Persino su punti cruciali del cosiddetto scontro di civiltà si registrano da tempo riflessioni e comportamenti che meriterebbero di essere valorizzati nel comune interesse. Sempre più spesso giovani musulmani italiani (anche se privi di cittadinanza per la nota inerzia burocratica) confessano di sentirsi più liberi di praticare il loro stesso culto qui che nei paesi d’origine delle loro famiglie. Non digiunare in pubblico durante il Ramadan è infatti là un reato punito dalle forze dell’ordine; qui resta un peccato da risolversi eventualmente fra il singolo e Dio, fuori da ogni controllo “statale”. Che i seguaci di una tradizione religiosa nobile e plurisecolare, basata su principii etici non distanti dai nostri e imparentati strettamente con la comune radice ebraica, restino “figli di un dio minore” asfissiati da inchieste e sondaggi sul burkini, la carne di maiale e il consumo di alcolici, è indice non tanto della loro presunta arroganza, quanto della nostra inconsistenza. 
Le pur lodevoli e consistenti iniziative di solidarietà verso irregolari e profughi rischiano di celare sotto il velo dell’emergenza una ben diversa realtà ormai matura e radicata che attende solo di essere debitamente portata alla luce. Il ruolo dei credenti, in questo senso, dovrebbe essere cruciale. La spiritualità e l’etica di masse di giovani rischiano di restare appannaggio dei pochi e ideologicamente orientati gruppi organizzati. Nessuno sembra volersene prender carico per non turbare i benpensanti autoctoni. Persino nelle situazioni di maggior emarginazione, esposte al pericolo della devianza e della criminalità, poco o nulla viene seriamente dibattuto né tantomeno messo in pratica. Dare un tetto e un pasto ai diseredati è sublime opera di misericordia... ma come si può ignorare che molti di loro conducono un’esistenza ai limiti? Troppi sans-papiers vivono tra noi per anni, ammassati in poche stanze affittate in nero e lavorano per italiani senza scrupoli che li smistano sulle strade a vender fiori, ombrelli, accendini... senza che nessuno si chieda quali conseguenze alla lunga comporti ospitare “braccia” da lavoro a basso costo e senza oneri sociali, purché la loro umanità negata venga minimamente presa in considerazione. 
Le rappresentanze consolari e diplomatiche dei loro paesi d’origine sono persino più assenti e indifferenti riguardo al loro destino di quelle locali. Ne incontro molti quasi quotidianamente per le strade e col pretesto della lingua mi faccio raccontare le loro storie. Non parlo per sentito dire, ma per diretta e dolorosa esperienza. Persino quando mi son messo d’impegno per far qualcosa almeno per i carcerati mi sono trovato, per anni, davanti a un muro di gomma. Chi già lavora nelle prigioni non gradisce nuovi “intrusi”. E così la mia casa e il mio studio traboccano di libri di letteratura araba da me selezionati e catalogati che volentieri regalerei alle istituzioni penitenziarie, ma ho perso ormai ogni speranza di riuscirvi. “Qualcuno da odiare”, specie in periodi di crisi, è la riproposizione della perenne guerra fra poveri che garantisce e perpetua i privilegi dei pochi agiati. Che dire poi dei poveri cristiani arabi, circa diecimila copti solo a Milano, sbeffeggiati da chiunque in quanto estranei che vengono a toglierci qualcosa? Ne conosco che vivono qui da decenni, son già cittadini italiani e i cui figli sono spesso i primi della classe... Ma si sentono rifiutati, messi nel mucchio dei non desiderabili senza alcuna considerazione verso la loro situazione sociale né verso la loro identità religiosa.

L'Osservatore Romano

martedì 16 maggio 2017

Per sradicare l’estremismo

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Intellettuali marocchini chiedono una corretta interpretazione dei testi sacri dell’islam.

Un’interpretazione corretta e umanistica dei testi sacri dell’islam per sradicare l’estremismo religioso che si sta diffondendo nel paese: è ciò che hanno chiesto diversi intellettuali marocchini durante un convegno tenutosi nei giorni scorsi a Rabat e di cui l’agenzia Efe ha diffuso una breve sintesi. I partecipanti alla conferenza, organizzata dal Coordinamento delle associazioni per i diritti umani nel Maghreb, hanno ribadito che contro il terrorismo non sono sufficienti le operazioni di polizia ma occorre affrontare le cause che sono alla radice dell’estremismo.
Mohamed Sassi, docente e politico, ha ricordato che lo stato stesso ricorse a una rigida interpretazione dell’islam per contrastare, negli anni sessanta e settanta del secolo scorso, l’ascesa dell’opposizione marxista. Per raggiungere questo obiettivo, secondo Sassi, lo stato avrebbe aumentato la “dose” di fanatismo religioso nei programmi educativi e nei mezzi di comunicazione e rafforzato il ruolo sociale e politico delle istituzioni religiose, sia di quelle ufficiali che di quelle non ufficiali. In tal modo, si sarebbe data all’autoritarismo «una legittimità religiosa e sacra», ha affermato l’intellettuale lamentando che, oggi, uno dei motivi principali della crescita dell’estremismo religioso fra i giovani marocchini è proprio l’uso autoritario dell’islam e la mancanza di un’interpretazione obiettiva dei testi sacri musulmani.
Dal canto suo lo scrittore e attivista berbero Ahmed Assid ha osservato che le scuole dovrebbero insegnare i contenuti etici e umanistici dell’islam, e che i bambini marocchini dovrebbero avere accesso alle informazioni riguardanti le altre religioni in modo da acquisire una “fede relativa”, che li allontani dal fanatismo. Assid ha inoltre avvertito che l’estremismo violento basato sulla religione rappresenta la peggiore forma di violenza perché si riveste di sacralità e rischia di godere della tolleranza della società.
Per lo scrittore Ahmed Buachrin l’aumento del fanatismo è dovuto principalmente all’uso politico della religione: poiché la maggior parte dei popoli musulmani sono conservatori — ha affermato — i sistemi hanno utilizzato l’islam come strumento di dominio politico, mentre una parte dell’opposizione, inclusa quella violenta, ha usato la religione come ideologia di resistenza.
Il Marocco, come le altre nazioni della regione, vive con preoccupazione la crescita dell’estremismo religioso tra i giovani, anche se è dal 2011 (ovvero dalla strage nella piazza Jamaa el Fna a Marrakech) che non si verificano rilevanti attacchi terroristici sul suo territorio. Giorni fa il ministro dell’interno, Abdelouafi Laftit, ha rivelato i dati di un rapporto presentato in parlamento a margine della richiesta di finanziamento sul progetto di legge antiterrorismo: un quinto del contingente marocchino finito tra le fila dei jihadisti è rappresentato da minori; su 1631 arruolati per la causa del cosiddetto “stato islamico”, 333 sarebbero infatti poco più che bambini. Numerose anche le donne: in 284 hanno risposto all’appello. Il rapporto è stato pubblicato dal quotidiano arabofono «Hespress». Secondo i dati del ministero, tra i marocchini accolti dall’Is, 558 sarebbero già morti in combattimento e 864 avrebbero raggiunto i luoghi di addestramento o di combattimento fuori dal paese (in Iraq, in Siria e in alcune nazioni del Sahel).
Nel 2016, in Marocco, sono state smantellate sedici cellule di presunti terroristi che progettavano attentati, un numero che corregge al ribasso le cifre del 2015, quando furono ventitré i gruppi di jihadisti assicurati alla giustizia. Circa seicento le persone complessivamente arrestate.

L'Osservatore Romano

mercoledì 3 maggio 2017

L' amore è la mia religione e la mia fede



(Wael Farouq) Il viaggio in Egitto del Papa e l' abbraccio ad al-Azhar «Prima d' oggi rinnegavo il mio amico / se la sua religione non s' accordava alla mia / Ora, il mio cuore accetta ogni forma / è pascolo per le gazzelle, convento per i monaci / tempio per gli idoli, Ka`ba per il pellegrino / tavole della Torà e libro del Corano / Io seguo la religione dell' amore ovunque mi conducano i suoi cammelli / L' amore è la mia religione e la mia fede».Sebbene la realtà dei musulmani, oggi, abbondi di violenza che sgorga da cuori privi di amore e di fede, non esiste città islamica in cui essi non fremano dalla commozione al ritmo di questi versi del sommo maestro Ibn Arabi (1164-1240). Cantiamo all' amore come a un lontano ricordo, una desiderata speranza, una cosa preziosa ereditata e poi smarrita. Mentre Ibn Arabi scriveva questi versi in Andalusia, in Egitto un giovane frate, di ritorno dall' accampamento nemico, affondava i piedi nel limo lasciato dalla piena del Nilo, l' anima rapita dal ringraziamento a Dio: al contrario di quanto tutti si aspettavano, il sultano Kamil al-Malik non l' aveva sgozzato. L' aveva ascoltato, era stato generoso con lui, aveva promesso di non chiudere le porte alla testimonianza di fede nel suo regno. Il Sultano era stato colpito dal coraggio del frate che aveva messo a repentaglio la propria vita per la sua salvezza. E il Sultano era stato coraggioso, non per aver sconfitto e respinto i crociati, bensì per aver creduto che quel giovane uomo di Dio, giunto con l' esercito nemico, lo amasse davvero e fosse pronto al martirio per amor suo. Non c' è coraggio più grande del credere che qualcuno ci ami. A questo coraggio Ibn Arabi dà il nome di fede. Prima della visita del Papa al Cairo, l' immagine più diffusa, in Egitto e in Italia, era quella del pontefice sovrastato da una colomba della pace con le ali spiegate e le piramidi sullo sfondo. Immagine che, dopo la visita papale, è stata sostituita da quella di san Francesco che abbraccia il Sultano e, sotto, la foto del Papa che abbraccia lo Sheykh di al-Azhar. L' intesa espressa da quell' abbraccio, l' accordo storico sul battesimo che avvia la fine della divisione fra la Chiesa cattolica e quella copta, la celebrazione della più grande messa nella storia dell' Egitto moderno - cui hanno partecipato cattolici e ortodossi e presenziato musulmani, trasmessa in diretta e seguita dall' intero mondo musulmano - ,così come l' invito degli intellettuali egiziani a studiare il discorso del Papa nelle scuole, sono tutti grandi risultati. Tuttavia, non sono nulla di fronte al cambiamento di coscienza testimoniato dal passaggio dalla prima alla seconda immagine. I simboli astratti della prima immagine - l' abito papale, la colomba e le piramidi - si sono trasformati, nella seconda immagine, nell' abbraccio di due persone, espressione d' amore. Un amore che non occupa solo lo spazio dell' immagine, ma anche il tempo. La storia è divenuta presente, san Francesco e il Sultano sono tornati ad agire nella coscienza collettiva. San Francesco che, al tempo delle crociate, nella sua Prima Regola, invitò alla convivenza con i musulmani e alla testimonianza del Vangelo attraverso una vita condivisa; e il Sultano che, nonostante la sua vittoria, rinunciò alla Terra Santa e aprì un corridoio per i pellegrini cristiani. L' eredità del loro incontro non è più perduta. Ce ne siamo riappropriati - come dice Goethe - dopo averla riguadagnata con questa visita. Oggi, l' amore per l' Altro che Ibn Arabi smise di rinnegare non è più soltanto canto, è divenuto esperienza vissuta, conoscenza che non può essere definita da simboli, ma solo dalla presenza con la quale il canto diventa preghiera. Che sia così.
Avvenire

mercoledì 12 aprile 2017

Come rispondere alla sfida dell’islam in Egitto





(Rosella Fabiani) Henri Boulad, un gesuita che ha trascorso la sua vita in Egitto al servizio degli ultimi, ancora oggi, a quasi novant’anni, non smette di servire e di essere una guida per la comunità egiziana tutta, musulmana e cristiana. In occasione di un viaggio al Cairo, ho avuto la fortuna d’incontrarlo. L’appuntamento è al Collegio dei Gesuiti al numero 151 di via Ramses. Il Collegio è un austero edificio con un giardino curato con grande dedizione. Si respira un’aria serena. Nell’ingresso, una statua di sant’Ignazio. La fisso e so che tra poco vedrò un uomo che quotidianamente lavora per aiutare i bambini di strada, i drogati, le donne e per costruire dispensari, asili nido e lebbrosari in tutto l’Egitto, dai più piccoli villaggi sperduti fino ad Alessandria e Il Cairo. Segue anche le vocazioni: oggi nel Paese ci sono 40 gesuiti, 12 sono al Cairo. 
Nato ad Alessandria nel 1931 da una famiglia melchita siriana, sfuggita ai massacri del 1860, entra nei gesuiti a 16 anni. Il suo sogno è cambiare il mondo con l’aiuto di Dio.
Padre Boulad è riuscito a realizzare il suo sogno?
Per cambiare il mondo bisogna cambiare il cuore dell’uomo. Il futuro dell’umanità dipende da noi, dalla nostra conversione, dal cambiamento di vita della nostra persona. Le leggi, la politica non bastano: finché non cambieremo l’essere umano dall’interno non avremo fatto nulla. L’unica vera opportunità che abbiamo è la possibilità di cambiare il nostro cuore. E il mio scopo è bruciare il cuore della gente. Risvegliando la fiducia in Dio pieno di misericordia che sempre si china sull’umanità con amore. Abbiamo bisogno di santi e di profeti. I profeti che sono capaci di cambiare la società, che non hanno paura di niente e che hanno il coraggio della verità. Dobbiamo costruire il mondo di domani sulla verità e la verità ci renderà liberi. C’è una lotta quotidiana tra il bene e il male nella società e dentro di noi, che può essere nella mia famiglia, tra la mia gente, nella mia chiesa, nel mio popolo; penso a Gesù che ha affrontato la sua famiglia a dodici anni dicendo «chi sono i miei fratelli? chi è mia madre? Coloro che fanno la volontà di Dio». Già i profeti prima di Gesù, penso soprattutto a Ezechiele, a Geremia, ad Amos, hanno chiamato alla conversione del cuore. E per cambiare il cuore c’è bisogno di educazione a tutti i livelli: umana, spirituale e religiosa.
Ha trascorso gran parte della sua vita in Egitto e conosce a fondo questo Paese. Quale è il ruolo della Chiesa cattolica in Egitto?
La Chiesa cattolica è un’istituzione molto bella e necessaria, ma ha bisogno di un rinnovamento dello spirito. Purtroppo il cristianesimo è diventato soltanto riti, messe, comandamenti e morale. Non basta rinnovare riti e tradizioni, ci deve essere un cambiamento spirituale. La Chiesa ha bisogno di maggiore impegno e di una presenza più forte legata al cambiamento del cuore, testimone dell’amore e della dedizione a Dio pieno di misericordia. E allora il cambiamento della società avverrà di conseguenza. Bisogna ricordare che la Chiesa è per il mondo e non il mondo per la Chiesa. Ma intendo la Chiesa intesa come corpo mistico di Cristo e non come Chiesa istituzionale. Un salto di coraggio e la sua sola presenza sono sufficienti per cambiare. Ripeto: abbiamo bisogno di santi e di profeti per il cambiamento. Tutto si gioca a livello spirituale e morale. Siamo in una fase di grandi rivolgimenti sotto molti aspetti: sociali, familiari, religiosi, politici. Un eccesso di tradizione senza un’autentica visione spirituale può uccidere la religione, ma quando noi rigettiamo le tradizioni anche questo può uccidere la religione. In Europa hanno gettato via tutte le tradizioni, per reinventare la Chiesa, il mondo, la società, ma è un disastro: senza radici l’albero è fragile. La tragedia dell’Europa e dell’Occidente in generale è che vuole reinventare l’uomo e la famiglia, per creare di testa sua e rigettare tutte le leggi e le tradizioni, per reinventare l’uomo e le strutture profonde della società: il risultato è che la situazione della famiglia è drammatica e senza la famiglia tutto si sgretola. Questo avviene perché a muovere la società è un principio edonista e non un principio morale. C’è poi un grande fraintendimento tra la legge e la libertà. In realtà la vera libertà è in schemi molto precisi.
Quale è il rapporto tra le Chiese in Egitto?
Le Chiese in Egitto stanno lavorando insieme a un riavvicinamento. La maggioranza dei cristiani in Egitto è ortodossa e il nuovo Papa Teodoro ii è molto aperto, ma incontra una resistenza terribile dentro la sua Chiesa come accade a noi, per la stessa ragione, ma penso che i giovani vogliano una Chiesa unita, che non significa omologata, uguale, ma diversa; sono stanchi di conflitti teologici che non hanno senso per la vita e non interessano nessuno. La divisione tra le Chiese è una lotta per il potere e la Chiesa è sì santa in teoria, ma deve essere santa anche nel concreto e quando i capi della Chiesa avranno la possibilità di lavare i piedi ai popoli concretamente e di essere servitori allora qualcosa cambierà. I giovani sono la speranza della Chiesa e del mondo, ma spesso la Chiesa e molti sacerdoti sono distanti dai giovani. Però sono ottimista e penso che la sfida dell’islam potrebbe spingere la Chiesa a unirsi, a diventare una Chiesa diversa: una nella carità e a non dare più tanta importanza soltanto al dogma. La storia dei Concili è molto lontana dai giovani. Papa Francesco ha sentito questo e parla un altro linguaggio.
Lei ha parlato della sfida che ci pone l’islam. È stato Rettore del Collegio dei Gesuiti al Cairo dove hanno studiato tanti, musulmani e cristiani. Un esempio concreto di convivenza. Eppure oggi il mondo sembra essere sotto attacco dallo stesso islam.
Ma di quale islam parliamo? È questo il punto. Nel Corano ci sono i versetti meccani e quelli di Medina. In quelli scritti alla Mecca, Maometto fa un discorso molto aperto che parla di amore, i giudei e cristiani sono nostri amici, non c’è obbligo nella religione e Dio è più vicino a noi. La prima parte della vita di Maometto trasmette dunque un messaggio spirituale, di riconciliazione e di apertura. Quando Maometto lascia la Mecca per fondare la Medina, c’è un cambiamento: da capo spirituale, diventa un capo di Stato, militare e politico. Oggi i tre quarti del Corano sono versetti della Medina e sono un appello alla guerra, alla violenza e alla lotta contro i cristiani. I musulmani nei secoli ix hanno preso atto di questa contraddizione e si sono messi insieme per tentare di risolverla, il risultato è stato che hanno preso una decisione ormai famosa di abrogante e abrogato: i versetti di Medina abrogano quelli della Mecca. Non solo. Il sufismo viene rifiutato e intere biblioteche vennero bruciate in Egitto e in Africa del Nord. Bisognerebbe allora riprendere i versetti originali che sono la fonte e che sono appunto i versetti della Mecca, ma questi sono stati abrogati e ciò rende la religione musulmana una religione della spada.
Molti osservatori e analisti parlano però di un islam moderato.
L’islam moderato è un’eresia, ma dobbiamo distinguere tra la gente e l’ideologia, la maggior parte dei musulmani sono molto aperti, gentili e moderati. Ma l’ideologia presentata nei manuali scolastici è radicale. Ogni venerdì i bambini sentono la predica della moschea che è una continua incitazione: chi lascia la religione musulmana deve essere punito con la morte, non bisogna salutare una donna o un infedele, e per fortuna questo non è praticato, ma i fratelli musulmani e i salafiti vogliono invece questa dottrina, i musulmani moderati non hanno voce e il potere è nelle mani di chi pretende di interpretare l’ortodossia e la verità. Ad avere oggi il potere non sono i musulmani che hanno preso dall’islam quello che è compatibile con la modernità e con la vita comune con altra gente, ma i musulmani radicali, quelli che applicano un’interpretazione letterale, e a volte anche strumentale, del Corano e che rifiutano qualsiasi dialogo.
Ma in questo modo negano l’opera di tutti i grandi pensatori musulmani come Avicenna o Al-Ghazali.
Sì e questo è il punto sensibile. La riforma che c’è stata nella storia dell’islam è stata rifiutata. Per esempio il califfo abbasside El Maamoun nato a Bagdad nel 786 e morto a Tarso nel 833 seguace dei mutazeliti, i razionalisti dell’islam, ha tentato una riforma, ma chi si ricorda oggi di lui? È prevalso l’islam chiuso e rigoroso di Muhammad ibn Abd al-Wahhab. L’ultima riforma è stata quella tentata dallo sheikh Mahmoud Taha in Sudan, che però a Khartum è stato impiccato nella piazza della città perché aveva detto che i versetti della Mecca dovevano abrogare quelli di Medina. È un problema interno all’islam, che non offre risposte alle domande della vita moderna e si trova di fronte alla necessità di riformare se stesso. L’islam avrebbe bisogno di un Vaticano II.
Oggi quali sono le sfide che l’Egitto ha di fronte?
Senza dubbio il problema demografico. Quando ero bambino, c’erano 15 milioni di abitanti. Oggi siamo 90 milioni. Sei volte di più. E niente è cambiato da allora riguardo alle condizioni di vita. Non si può continuare a questo ritmo. È un caos. E per molti popoli, non solo per l’Egitto, questa è una sfida terribile, legata alla sfida economica. Sviluppo e demografia vanno insieme. La terra potrebbe accogliere non soltanto 7 miliardi di persone ma 70 miliardi. Purtroppo si bruciano le merci per stabilizzare i prezzi e tenerli alti, e allo stesso tempo la gente muore di fame. Serve più giustizia. Un altro fenomeno di cui si parla poco è l’ateismo. In Egitto ci sono oltre due milioni di atei. Lo sono diventati perché non sopportano più la religione come incitazione alla violenza o alle esecuzioni. In questo non c’è nulla di divino. Non vogliono più il fanatismo, la liturgia come ripetizione meccanica di gesti e preghiere. E lasciare la religione è qualcosa del tutto nuovo in Egitto e nel mondo arabo.
Che cosa possiamo fare?
Serve educazione: c’è un’emergenza educativa a livello di base, saper leggere, scrivere e fare di conto. E serve un sistema di giustizia per distribuire le ricchezze del mondo. Questo paradiso sulla terra è possibile, in qualche modo è stato realizzato in Europa, in Canada e in America, ma il punto è se, una volta che abbiamo di che vivere, otteniamo la felicità. Sembra incredibile, ma in India ho trovato gente felice, in Europa no. C’è una relazione tra la gioia e la povertà, quando non diventa miseria. Nella povertà c’è un minimo per vivere. Il futuro dell’umanità dipende da un “riarmo morale”, da un cambiamento morale del cuore umano. 

L'Osservatore Romano

giovedì 6 aprile 2017

Solo una conferma



La demografia indica che nel 2035 nasceranno più musulmani che cristiani

È il dato che emerge da uno studio del Pew Reserch Center, che dà in netto calo invece coloro che non si definiscono credenti

di Riccardo Cristiano (Vatican Insider)

I trend demografici parlano chiaro e se nel prossimo futuro non interverranno grosse novità a modificarli, tra vent’anni il numero di nascite nelle famiglie musulmane sarà leggermente superiore a quello delle nascite nelle famiglie cristiane.  

Lo afferma il Pew Reserch Center in uno studio appena pubblicato e intitolato «I mutamenti del panorama religioso globale» che parte da una constatazione che riguarda il quinquennio appena trascorso: mentre i musulmani costituivano il 24% della popolazione globale, le nascite in famiglie musulmane hanno raggiunto il 31%.  

Nell’Africa sub-sahariana la popolazione cristiana, per esempio, cresce ed è destinata ad aumentare numericamente anche nel futuro, ma lo stesso non si può dire per altre aree del pianeta, in particolare quelle dove il numero dei cristiani tra i defunti eccede la percentuale complessiva dei battezzati, come accade in Europa. L’esempio citato è quello della Germania, dove tra i defunti si registrano 1,4 milioni di cristiani in più rispetto ai nati da genitori cristiani nell’ultimo quinquennio.  

Assumendo i dati tendenziali globali, e confermando la maggiore fertilità della famiglia musulmana media, lo studio proietta sul 2035 l’anno in cui nasceranno 225 milioni di bambini in famiglie musulmane e 224 milioni in famiglie cristiane. Il gap sarebbe destinato ad aumentare negli anni, arrivando nel quinquennio 2055-2060 a 6 milioni, cioè 232 milioni di neonati in famiglie musulmane rispetto a 226 milioni in famiglie cristiane.  

Lo studio si sofferma anche sul peso globale di coloro che si definiscono non credenti: oggi costituiscono il 16% della popolazione mondiale odierna. Ma solo il 10% dei neonati dell’ultimo quinquennio origina in famiglie che rifiutano l’appartenenza religiosa. Così questo segmento della popolazione globale è destinato a scendere ancora, arrivando a rappresentare poco più della metà del suo valore odierno nel giro di alcuni decenni. Restando le cose come sono oggi, il Pew Reserch Center è certo che tra il 2055 e il 2060 i figli di genitori agnostici saranno il 9% dei bambini, mentre i figli di musulmani saranno il 36% e quelli di genitori cristiani arriveranno al 35%.

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L’avanzata politica dell’Islam in Italia e in Europa

(di Lupo Glori) Lo scorso 1 febbraio il ministro dell’Interno, Marco Minniti, ha presentato soddisfatto la firma del Patto nazionale per un Islam italiano, siglato con i rappresentanti delle associazioni e della comunità islamiche del nostro Paese, definendolo «un atto particolarmente importante, un documento che riguarda il presente e il futuro dell’Italia attraverso il dialogo interreligioso».
Un patto che, secondo le parole dello stesso ministro, rappresenta un «passaggio cruciale» che predispone le parti «ad un percorso per arrivare all’intesa con lo Stato». Presupposto dell’accordo, spiega infatti Minniti, «è quello di dire con grande chiarezza che tutti i firmatari si impegnano a ripudiare qualunque forma di violenza e terrorismo».
Il ministro dell’Interno ha quindi illustrato i principali punti del Patto, che impegnano rispettivamente le associazioni islamiche e le nostre istituzioni, mettendo in guardia dal non commettere il “marchiano” errore di assimilare immigrazione e terrorismo: «è un grave errore l’equazione tra immigrazione e terrorismo, l’ho ripetuto più volte (…) è un grave errore dire che non c’è nessun rapporto tra integrazione e terrorismo, come dimostrato in maniera evidente da Charlie Hebdo in poi».
La «questione Islam» – afferma il ministro – si potrebbe semplicemente risolvere cambiando il modello di integrazione fino ad oggi adottato: «Livelli di integrazione insufficienti producono un brodo di cottura dentro il quale cresce il terrorismo (…) l’idea di integrazione è fondamentale: riguarda principi, diritti ma anche sicurezza (…) una società bene integrata, è una società più sicura».
Sono passati solo due mesi dalla firma di tale accordo ed ecco che l’Islam politico, forte dell’ancora fresca investitura e legittimazione istituzionale, comincia coll’avanzare le sue prime pretese: se da una parte la vasta galassia di organizzazioni islamiche presenti sul territorio italiano hanno presentato alcune loro prime proposte di intesa politica, dall’altra, invece, per la prima volta in Italia, si è sentito parlare di una realtà inedita che inizia a chiedere sempre più prepotentemente spazio: la «Costituente islamica».
Come ha scritto, in proposito, la giornalista marocchina Karima Moual sul quotidiano La Stampa, la comunità musulmana vede infatti nell’iniziativa voluta dal ministro Minniti, una ghiotta ed irripetibile occasione da massimizzare a tutti i costi: «L’accelerazione voluta dal Viminale sulla firma del Patto con le organizzazioni islamiche in Italia, si porta dietro molte aspettative da parte dei musulmani italiani, che vedono nel pragmatismo del nuovo Ministro un’opportunità da non perdere. Obiettivo: portare a casa qualcosa, dopo 40 anni di tavoli e consultazioni, che di fatto hanno prodotto più dossier e relazioni che cambiamenti reali sulla vita dei fedeli musulmani, a partire dalla questione dei luoghi di culto, ancora irrisolta».
In questa prospettiva, i principali esponenti dell’Islam italiano stanno freneticamente dandosi da fare per redigere una proposta “irrifiutabile” da portare sul tavolo di discussione della Presidenza del Consiglio. Tra questi, il soggetto capofila è la Grande Moschea di Roma, l’unico ente islamico riconosciuto giuridicamente, sede del Centro Islamico Culturale d’Italia, a sua volta in rapporti strettissimi con la comunità marocchina, la più grande rappresentanza musulmana presente sul nostro territorio, organizzata nella Confederazione dell’Islam italiano, a cui fanno capo ben 300 moschee.
A fianco della Grande Moschea di Roma e della Confederazione dell’Islam italiano, vi è infine la “Comunità religiosa islamica” (CO.RE.IS.). Sull’altro fronte, vi sono i rivali dell’Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia (UCOII) che costituiscono, in realtà, la più diffusa e radicata organizzazione islamica in Italia attraverso una ampia e capillare rete di oltre cento associazioni e la gestione di circa 80 moschee oltre a 300 luoghi di culto non ufficiali. Sono proprio loro che ora stanno cercando di rompere le cosiddette “uova nel paniere” agli accordi in ballo con la proposta di una “Assemblea Costituente islamica” come strumento finalizzato a «dare ai musulmani una rappresentanza eletta».
Obiettivo non dichiarato ma evidente della Costituente, che si richiama espressamente al progetto di nascita dello Stato democratico italiano all’indomani della seconda guerra mondiale, è quello arrivare alla costituzione di un partito politico islamico che possa un domani rappresentare le istanze dell’Islam all’interno del nostro Parlamento.
Come si legge infatti sul “Manifesto dell’Assemblea Costituente Islamica d’Italia“: «A 25 anni dalla presentazione della prima Proposta di Bozza d’Intesa da parte dell’UCOII, e poi da altri soggetti, siamo al punto fermo per quanto riguarda la realizzazione di questo importante strumento di diritto civile. Crediamo sia giusto che noi cittadini musulmani italiani e musulmani residenti ci si acclari attraverso un processo che dia vita ad un’assemblea elettiva di, tendenzialmente, 100 uomini e donne che condividano fede, pratica e senso comunitario islamici. Questa Assemblea, che si rinnoverà entro tre anni, vorrà essere rappresentanza dei diritti e delle istanze di coloro che parteciperanno ad eleggerla e di tutti i credenti che riconosceranno nei suoi principi e nella sua prassi la ricerca del bene, nella pace e nel dialogo costante con l’insieme della società italiana, di cui si sente parte. L’Assemblea Costituente Islamica in Italia, farà formale richiesta d’Intesa alla Presidenza del Consiglio e in concorso fraterno con le altre rappresentanze dei musulmani, variamente costituitesi, opererà politicamente per iniziare il percorso di legge».
La lenta ma progressiva avanzata politica dell’Islam italiano all’interno delle nostre istituzioni avviene gli stessi giorni in cui in Olanda il partito definito «antirazzista» Denk è entrato in Parlamento con tre deputati e il 2,1% dei consensi. Giampaolo Rossi sul Il Giornale ha delineato un interessante e allarmante quadro dell’attuale penetrazione all’interno delle istituzioni democratiche europee di forze politiche di matrice islamica che grazie al progressivo mutamento demografico in atto e al pianificato incessante processo di immigrazione stanno inesorabilmente cambiando il volto delle città europee ed acquisendo ogni giorno di più consensi e rappresentanza.
A questo proposito, Denk, fondato nel 2015 da Tunahan Kuzu e Selçuk Özturk, due deputati turco-olandesi, fuoriusciti dal Partito Laburista, dietro ad un programma politico all’apparenza innocuo, fedele ai dettami politically correct dell’odierno paradigma multiculturale, cela obiettivi politici di ben altro tenore che mettono a nudo il nocciolo duro che si nasconde all’interno di questi partiti, veri e propri “cavalli di troia” del progetto di penetrazione islamica in Europa.
Come si legge nell’articolo Rossi infatti: «Denk vuole la parificazione delle scuole islamiche con quelle pubbliche olandesi, mantenendo alcune prerogative come la separazione dei sessi e l’insegnamento del Corano in arabo». «Denk vuole l’istituzione di un corpo di “Polizia del Razzismo” il cui compito è la repressione di qualsiasi frase o idea ritenuta offensiva per i musulmani, attraverso la creazione di un “Registro del razzismo” per monitorare i discorsi dei personaggi pubblici e affibbiare multe e percorsi rieducativi a chi non è conforme al pensiero unico». «Denk vuole la riduzione dei vincoli di riconoscimento dello status di rifugiato; l’aumento delle quote di accoglienza e maggiori risorse economiche per l’emergenza profughi; obblighi alle aziende di assumere quote fisse di immigrati (almeno un 10%) e la loro sistemazione logistica anche utilizzando le case vuote degli olandesi».
Giampaolo Rossi denuncia infine lo scellerato patto stretto dalla sinistra europea con l’Islam in cambio di un pugno di voti, riportando quanto scritto dall’Economist a riguardo qualche tempo fa: «In tutta Europa i musulmani ed in genere gli immigrati, tendono a votare per i partiti di sinistra; in alcuni casi con punte elevatissime come in Austria (68%) o in Francia dove il 93% dei musulmani alle ultime elezioni, ha votato il socialista Hollande».
Una pragmatica alleanza politica che oggi si scioglie, unilateralmente, di fronte al mutato contesto socio-politico. L’Islam non ha più bisogno dell’“utile idiota”, rappresentato dalla sinistra internazionale, ed inizia ad organizzarsi per conto suo, potendo finalmente fare affidamento sulle proprie forze, rappresentate dai milioni di musulmani oggi presenti, in quella che, ogni giorno di più, possiamo, a ragione, chiamare «Eurabia» secondo la profetica espressione coniata dalla scrittrice Bat Ye’or. 
http://www.corrispondenzaromana.it

giovedì 23 marzo 2017

La risposta alla crisi dell' Islam



"È il Gesù Profeta del Corano la risposta alla crisi dell' Islam"
La Stampa

(Rolla Scolari) La tesi dello scrittore turco Mustafa Akyol: il suo insegnamento è una perfetta terza via tra il fanatismo conservatore e il laicismo - Che cosa Gesù può insegnare all' Islam? si chiede Mustafa Akyol, autore turco, editorialista del New York Times e di molti altri giornali internazionali, e musulmano devoto. Nel suo ultimo libro, The Islamic Jesus (St. Martin' s Press), lo scrittore racconta il Gesù coranico, anche alla luce di un' attenta lettura del Nuovo Testamento, dei testi canonici e non canonici della tradizione giudaico-cristiana.Il Gesù del Corano, benché nato da Maria Vergine, cui il libro sacro dell' Islam dedica una delle sure più lunghe, non ha natura divina, ma è uno dei principali Profeti venuti prima di Maometto. Per Akyol, il Gesù del Corano può rappresentare per un mondo islamico in crisi una terza via. E per spiegare come, l' autore chiama in causa lo storico britannico Arnold Toynbee, che nel suo Civiltà alla prova , del 1948, ha parlato di una crisi interna all' Islam (come Bernard Lewis più tardi nel suo La Crisi dell' Islam ): una frustrazione del mondo musulmano - a lungo faro della civiltà ma dal XIX secolo in decadenza - nel suo rapporto con un occidente tecnologicamente e culturalmente forte. Toynbee è stato il primo a fare il paragone, su cui si basa il libro di Akyol, tra questa crisi e una crisi più antica: quella degli ebrei al tempo della dominazione romana nel primo secolo avanti Cristo. Come allora da una parte c' erano i «modernisti» che collaboravano con Roma e imitavano l' occidente, e dall' altra gli «zeloti», militanti in armi contro Roma e propositori di una stretta aderenza alla legge religiosa, questo accade anche oggi per alcuni musulmani. I modernisti alla Kemal Atatürk si sono opposti nei decenni agli wahhabiti del puritanesimo religioso o agli estremi violenti dello Stato Islamico e della sua interpretazione iper-letterale dei testi sacri. Da qui l' idea di Akyol, presa in prestito da altri pensatori musulmani del passato, della necessità di una terza via. Questa terza via i musulmani potrebbero trovarla nel Gesù del Corano, dice Akyol: Gesù non lotta contro i romani, non si piega a loro, ma insiste sulla riforma della fede, chiedendo di focalizzarsi sui principi morali senza seguire la legge religiosa alla lettera. «C' è una crisi del mondo islamico e una estrema reazione a questa crisi. Dobbiamo trovare una terza via: cerco di capire che cosa Gesù insegnava in un periodo di conflitto come quello degli ebrei contro i romani, simile ai tempi di oggi. La sua azione era contro una estrema legalizzazione che riteneva fonte di ipocrisia. E questo è un problema che vedo anche nel mondo islamico di oggi. L' insegnamento di Gesù può essere una cura all' azione degli zeloti musulmani. Gli zeloti del primo secolo erano coloro che volevano combattere Roma, espellere i romani e creare una teocrazia. Gesù portava un messaggio di rinnovamento della propria fede quando la comunità era divisa». L' esempio riportato nel volume è quello del «Regno di Dio», il «Califfato» nel paragone con i fondamentalisti dell' Islam moderno. Nel primo secolo, per chi aderiva alla lettera alla legge, era la premonizione di un regno terreno, mentre Gesù introduce la sua versione spirituale: «Il Regno di Dio è dentro ognuno di voi» (nel Vangelo di Luca). «Come musulmani oggi abbiano bisogno di una visione che non sia né l' autoritarismo laico né l' autoritarismo islamista, due poteri che si rafforzano l' uno con l' altro: no al-Sisi e no Fratelli musulmani. I musulmani possono imparare dall' occidente, ma mantenendo le proprie tradizioni», sostiene Akyol, secondo il quale non sarebbe affatto controverso ricordare ai musulmani l' insegnamento di Gesù. Il Corano insegna la storia dei Profeti prima di Maometto e chiede di imparare da loro. Potrebbe invece essere controverso proporre una lettura del Nuovo Testamento, anche se il Corano rimanda alle scritture precedenti del monoteismo. Ci sono accademici musulmani che studiano nelle università moderne la teologia e la storia delle altre religioni, ma questo non accade nelle madrasse, le scuole religiose tradizionali. «È un errore. I primi musulmani in realtà lo facevano. I conflitti politici del tempo hanno trasformato la realtà. All' inizio c' era più ecumenismo. Lo abbiamo perso ed è tempo di ritrovarlo. Abbiamo bisogno di idee per muoverci in avanti, e le idee al momento non sono abbastanza forti per tirarci fuori dalla crisi attuale: io dico, cerchiamo una terza via tornando alle nostre stesse origini».

mercoledì 22 marzo 2017

Quella guerra santa in culla persa senza combattere



di Stefano Zecchi.
Le mamme dell’Occidente uccise dal nichilismo relativista.
Perdere senza neppure combattere. La bomba demografica islamica annienterà la civiltà occidentale, con la sua cultura, la sua religione.
Esattamente un secolo fa, lo aveva previsto il filosofo Oswald Spengler nel suo Il tramonto dell’Occidente, un Occidente che oggi si è sempre più ridotto a un piccolo, modesto paradiso, in cui sopravvivono ancora quelle libertà che gli islamici non sanno nemmeno cosa significhino. La popolazione mondiale islamica crescerà del 73% tra il 2010 e il 2050, perché ogni donna musulmana ha una media di 3,1 figli contro il 2,3 degli altri gruppi culturali/religiosi.
Sarà una vera e propria invasione, di fronte alla quale l’immigrazione di questi tempi, con tutta la sua retorica dell’accoglienza, è una sciocchezza. Ovvio che il problema non è il numero di nascite di musulmani, ma la mancanza di nascite di bambini occidentali. La civiltà occidentale non si è rinnovata, si è disinnamorata della sua tradizione, considerandola – in particolare da parte di quelle ideologie false-progressiste – insignificante, reazionaria.
L’Occidente è vecchio, e dai vecchi non nascono figli. È vecchio, perché chi non ama la sua tradizione umanistica le ha impedito di rigenerarsi, ammorbandola con la malattia spirituale più grave: il nichilismo. Tanta enfasi per celebrare in questi giorni i patti di Roma per la costituzione dell’unità europea. Ma quale Europa? Quella del grande cosmopolitismo amato da Goethe? Quella dei padri dell’illuminismo e dei grandi romantici? Figuriamoci! È venuta fuori l’Europa della più ignobile decadenza, quella che si fa governare dalle banche, dalla finanza, dalla burocrazia, quella che ignora la stupenda storia costruita da nazioni con le loro identità, con i propri valori che hanno saputo superare l’orrore delle guerre per ritrovare sempre di nuovo le forze spirituali per ricostruire libertà e democrazia: culture diverse, orgogliose della loro specificità, ma sapienti nel dialogo e nella competizione.
Quando si cancella quest’Europa, vitale nella sua tradizione umanistica, e la si consegna al denaro e ai formalismi amministrativi, il cuore dell’Occidente invecchia, si ammala di quella malattia che si chiama nichilismo con la sua esaltazione di un relativismo in cui il tutto e il niente finiscono per avere lo stesso valore.
Allora si tollera ogni cosa in nome di una falsa, vile democrazia. S’invecchia e non si fanno figli, perché il nichilismo relativista ha cancellato il sentimento del futuro: la speranza. Si consegnano, così, le chiavi di casa ai popoli giovani, aggressivi, il cui istinto li porta a credere nel futuro, popoli che si sentono appartenenti a una storia che li coinvolge e li spinge alla nostra conquista.
Fonte: il Giornale

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L’Olanda “islamizzata” che nessuno racconta

Si fa presto, a dire: Olanda. Quella che vediamo noi da qui è parziale e, soprattutto, effimera. Fateci caso: è trascorsa meno di una settimana e nessuno ne parla più. Diciamoci la verità: nessuno avrebbe prestato attenzione alle elezioni politiche nei Paesi Bassi, se non ci fossero state la Brexit e l’elezione di Trump alla Casa Bianca e se non ci fosse stata la prospettiva di un successo, almeno relativo, del partito “populista” di Wilders. Che invece è arrivato secondo. L’establishment ha brindato alla vittoria e l’Olanda torna ad essere un Paese noioso.
In teoria, perché la realtà è un po’ diversa, e stavolta a dirvelo non è Marcello Foa ma una lettrice di questo blog, Luisa F. che vive da quelle parti, e che mi ha scritto una bella lettera, da cui emerge uno spaccato diverso da quello narrato dai grandi media internazionali.
Luisa scrive:
Non mi sembra che la “vittoria” di Rutte abbia decretato la sconfitta del populismo, anzi, richiamando la sua giusta analisi, né rappresenta proprio il frutto. Infatti credo (e solo per riferirsi all’Olanda) che se Rutte non dovesse proseguire quell’atto di coraggio, iniziato la settimana scorsa, con la Turchia (ed i connazionali turchi in patria), incontrerebbe non poche difficoltà in questo suo nuovo mandato. C’è molto più populismo nell’elezione di Rutte che in quella che sarebbe stata una vittoria schiacciante di Wilders. Inutile continuare a fare gli indifferenti e/o cantar vittoria per il nulla…
Io credo che il populismo europeo stia invece crescendo sempre più: le città tra Belgio, Olanda e Germania sono letteralmente invase dai Turchi e musulmani che non considero assolutamente integrati con noi. Hanno i loro quartieri, i loro negozi, i loro orari di lavoro, la loro lingua (molto di loro anche nati qui non parlano la lingua locale), insomma tutto diverso da noi (e per noi intendo l’altra faccia multieuropea di queste città); è questa l’integrazione?.
Potrebbe essere più chiara? Luisa F. continua con altre osservazioni alquanto interessanti:
Le racconto questo annedoto (sempre per parlare di Olanda), il mio ex marito ha votato per Rutte (di Wilders non condivide l’idea di uscire dall’Europa) tuttavia nostro figlio andrà ad una scuola cattolica perchè nelle scuole laiche (il sistema qui non è ugale al pubblico e privato in Italia) ci sono troppi turchi e musulmani (parole più sue che mie). Ovviamente io non solo condivido ma appoggio al 100% e non ho nessuna vergogna a dirlo. Quindi mi dica siamo sicuri che il populismo non sia in realtà molto più vasto di quanto i nostri bei governanti europei pensino?
Gli europei non vogliono distruggere l’Europa vogliono solo che l’Europa torni agli europei. C’è molto più populismo in questo che in quella che sarebbe stata un ipotetica vittoria di Wilders. Sull’impeto di questo momento di illusione gli Olandesi hanno riconfermato Rutte.
Aggiungete un dato interessante e passato sotto silenzio sui media. Alle ultime elezioni si è candidato un partito islamico, si chiama DENK. Ebbene nella bella e cosmopolita Amsterdam questo partito ha ottenuto più voti di quello di Wilders, ben il 7,5% contro il 7% del Pvv.
Questi sono i segnali che contano. E non sono affatto confortanti. (di Marcello Foa)
Da blog.ilgiornale.it