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mercoledì 7 febbraio 2018

«Quando andai a letto senza cena»





(Carlo Carretto) Sulle orme di Charles de Foucauld Pubblichiamo la prefazione al libro Padre mio mi abbandono a te. Un commento alla preghiera di Charles de Foucauld (Roma, Città Nuova editrice, 2017, pagine 176, euro 13) intitolata Carlo Carretto: un trovatore di Cristo, accompagnata dalla premessa dell’autore alla prima edizione, pubblicata nel 1975 sempre da Città Nuova, nella collana «Meditazioni».
Vorrei che gli amici che prenderanno in mano questo volumetto lo leggessero con serenità e possibilmente senza prevenzioni. Quando scrissi Famiglia piccola Chiesa capitò il putiferio. E dire che si trattava di un libro da educande, come tutti possono constatare ora. Non vorrei capitasse la stessa cosa ora solo perché dico cose che non siamo abituati a sentire. 
Tenete conto che ciò che scrivo in questo libro è vecchio come la Bibbia ed è, su un piano esegetico, di una semplicità da bambini. Può impressionare il parlare in un certo modo della Chiesa, ma ci tengo a dire con chiarezza che quella Chiesa di cui parlo sono io, siete voi, siamo tutti noi cristiani. Dopo il Concilio, quando si dice Chiesa non si intende solo il Vaticano, il vescovo, il parroco come capitava una volta, ma tutto il «Popolo di Dio». E il Popolo di Dio non si offende né si arrabbia se gli si dice che è un popolo di eminenti peccatori e che è l’ora di convertirsi specie quando capita l’Anno Santo. Non siamo più come al tempo della mia adolescenza quando, solo per aver detto in casa che Pio IX avrebbe fatto meglio a non scomunicare Cavour che aveva voluto l’unità d’Italia, mi presi un solenne ceffone da mia madre e finii a letto senza cena. Certi infantilismi dovrebbero già essere scomparsi dai nostri ambienti pii e devoti. E vorrei dire un’altra cosa: smettiamola con le geremiadi: i giovani sono perduti... non abbiamo più vocazioni... più nessuno viene in chiesa... è la fine di tutto... Non serve a nulla lamentarsi così, peggio, serve solo a passare male gli ultimi anni della nostra vita inaciditi come zitelle e avvelenati come vecchi cui l’impotenza dà fastidio. Volete un consiglio? Non diciamo più «tutto sta per crollare» ma diciamo — ed è vero — «tutto è già crollato», e vi accorgerete che è molto più interessante e lieto considerarsi costruttori di un domani nuovo che difensori di un passato ormai vecchio e compromesso. «Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti» direbbe Gesù. Ora «tu va’ ad annunciare il Regno». E in fin dei conti non è affatto necessario pensare che è giunta la fine del mondo. Siamo alla fine di un’epoca e il bello è che ne comincia subito un’altra che — ai fini del Vangelo — sarà forse più interessante e feconda. 
Volete perdere un po’ del vostro pessimismo? Cercate di frequentare qualche Assemblea liturgica di una delle tante comunità di preghiera che stanno spuntando come funghi nel gran bosco della Chiesa di oggi. Assisterete a delle esplosioni di gioia e di fede che forse non sono più di casa nelle vecchie cattedrali di un tempo, troppo serie e compassate. Se poi vi capitasse di prender parte a delle liturgie di quelle comunità, nelle quali si canta la Parola di Dio e solo la Parola di Dio, ne uscirete convinti che la Chiesa è estremamente giovane e rinasce continuamente dalle ceneri del suo passato. 
Io dopo trent’anni di Azione cattolica e dieci anni di deserto mi sento davanti a queste comunità orbanti come un bambino che deve imparare ancora molte cose. Guarda un po’ — mi dico — questi ragazzacci di oggi, che sembrano così sprovveduti, hanno saltato a pie’ pari tutta la nostra retorica religiosa e con sensibilità infinitamente più matura mettono la musica solo sulla Parola di Dio. Ai nostri sgangherati Noi vogliam Dio o Mira il tuo popolo rispondono musicando Osea, Geremia, la Genesi, l’Esodo. Abbasso umilmente il capo, li ringrazio con vero affetto di fratello.  
Contro la malattia della paura (Pablo d’Ors) 
Al culmine della sua carriera professionale e pubblica, Carlo Carretto (1910-1988) decise di ritirarsi nel deserto. Disse che non riteneva che Dio avesse bisogno del suo agire o del suo parlare; disse che ciò che Dio voleva da lui era sicuramente la sua compagnia e la sua preghiera. E agì di conseguenza. Questo mi colpisce. La ritengo una scelta coerente e, in un certo senso, provocatoria. Mi fa pensare che potrei essere chiamato anch’io, in qualche modo, a qualcosa di simile. Questo è il massimo che uno scrittore e i suoi libri possano produrre: una messa in discussione della propria vita, un desiderio di cambiare, di essere una persona migliore, più fedele e più libera, più te stesso e di Dio.
Il presente libro, di cui mi è stato chiesto di redigere la prefazione, è stato scritto con il cuore, nessuno ne può dubitare È stato scritto non solo da uno spirito in ricerca, ma da qualcuno che, in un certo senso, ha trovato. Carlo Carretto — che avevo letto quando ero giovane e che ora ho avuto il privilegio di rileggere — scrive in modo colloquiale, come un amico che dice all’altro ciò che pensa. Non c’è nella sua prosa alcuna ricercatezza letteraria, bensì la mera intenzione di trasmettere, il più direttamente e semplicemente possibile, un’eredità e un’esperienza. 
Si tratta di un’opera in prosa, sebbene, nello scrivere con tanti punti e a capo, a prima vista il testo possa far pensare a un poema, come una specie di lunga poesia scritta partendo dal profondo del cuore di un credente e diretta al cuore della Chiesa. A mio avviso, solo uomini e donne di Chiesa potranno capire come si possa parlare — scrivere — con tanta passione della Chiesa. Il resto dei lettori non entrerà in questo libro, non lo sopporterà; lo riterrà estraneo ai propri interessi e alla propria sensibilità.
Per quanto riguarda il contenuto, Carretto — una delle voci religiose più popolari del nostro tempo — deplora la fissità di coloro che guardano con preoccupazione più al passato che al futuro. Nella Chiesa ci sono ovviamente tanti che continuano ad affermare che i giovani di oggi sono perduti, che ormai non ci sono più vocazioni, che pochi frequentano la messa... Per tutti loro Carretto, ormai stanco di questo discorso così pessimista, scrive invitando a guardare al domani («Il domani sarà migliore di oggi» è infatti una delle sue espressioni più emblematiche). 
Dopo trent’anni di militanza nell’Azione cattolica e dopo dieci anni nel deserto (dove scopre che quanto più hai bisogno della fede, meno la senti), la parola di questo scrittore e consacrato ci deve far riflettere, soprattutto per la sua attitudine: «Sono come un bambino che deve imparare», confessa. È bellissimo leggere una frase del genere.
L’impressione dell’autore è che la Chiesa, con cui si identifica e verso la quale professa un amore pressoché infinito, si trovi oggi nell’occhio del ciclone. Le sue risorse per attenersi a Cristo sono illimitate; ma la sua malattia può essere mortale, poiché è gravemente affetta dalla paura. Proprio quando non ci sarebbero ragioni valide per avere paura, alla luce della grande novità del concilio Vaticano II, è proprio ora che la Chiesa, i credenti, hanno, abbiamo, paura. «Se si chiude un seminario non mi viene in mente di dubitare che mi mancherà un prete a darmi l’Eucaristia», scrive Carretto. «Se si vende il Vaticano non tremo pensando che tutto è finito e che Dio è stato vinto dal male». 
Sì, queste pagine sono scritte a mo’ di un lungo esorcismo contro la paura. La voce del profeta Carretto si alza per denunciare chi alimenta il popolo con fiacche devozioni pietose, invece che con la forza della Parola della Scrittura. Questo profeta di questi nuovi tempi ci esorta a tornare a vivere secondo lo stile delle prime comunità cristiane, dove regnavano il servizio, l’impegno, la povertà e la carità.
Logicamente alla base di questo amore per la Chiesa c’è l’amore per il Padre, simile a una lezione di fiducia imparata da Carretto a forza di deserto e solitudine. «Se Dio è mio Padre — scrive — posso stare tranquillo e vivere in pace: sono assicurato per la vita e per la morte, per il tempo e per l’eterno». Perché se Dio è Padre — continua a scrivere — non posso concepire che quello che mi succede sia frutto del caso, bensì di un bellissimo disegno d’amore. Questo Dio Padre, così misericordioso, chiede all’uomo ciò che l’uomo chiede a Lui: «Nell’attesa del Regno, fa’ tu il regno. Nell’attesa di essermi figlio, fa’ tu da padre. Nell’attesa della giustizia e della pace, fa’ tu la giustizia e la pace (...). Vuoi essere perdonato, perdona. Vuoi essere sfamato, sfama. Vuoi essere liberato, libera».
E tutto questo come risulta evidente sin dal titolo del libro, a braccetto di Charles de Foucauld il più grande — e più piccolo — Padre del deserto contemporaneo, del quale Carlo Carretto si sente figlio spirituale. Perché qualsiasi grande uomo che voglia scrivere — per quanto piccolo o persino insignificante sia il suo aspetto — deve confrontarsi con i grandi uomini e i grandi testi. Carretto, dal canto suo, si confronta con Foucauld, sicuramente il più grande testimone di Gesù Cristo a cavallo tra il XIX e XX secolo, proprio per essere il più piccolo. Il Vangelo, in questo senso, è il libro sul quale ogni occidentale che voglia fare i conti con la propria cultura dovrebbe riflettere. Con costanti riferimenti a scene evangeliche, citazioni di lettere di san Paolo e allusioni a brani dell’Antico Testamento, Padre mio mi abbandono a te è permeato della forza dei libri biblici, per così dire. 
Naturalmente questa è una caratteristica che si ritrova in tutti i libri qualificabili come cristiani; ma forse non così chiaramente come in questo, in cui ogni singolo paragrafo trasuda spiritualità biblica. Leggiamo nella prefazione: «Ciò che scrivo in questo libro è vecchio come la Bibbia ed è, su un piano esegetico, di una semplicità da bambini».
Forse Carretto non ha desiderato fare altro, nel corso della sua vita, che rispecchiarsi nel Vangelo di Cristo. Forse ha avuto solo l’intento di rinnovare nella sua epoca la passione di fratel Carlo e di Gesù di Nazareth per l’ultimo posto. Per questo, leggendolo, si capisce quanto evangelicamente grande fu e continua ad essere Foucauld, la cui preghiera dell’abbandono è analizzata dall’autore capitolo per capitolo, estraendo da ogni singola parola implicazioni e conseguenze.
L’aspetto più importante è che questa preghiera, recitata per decenni, ha svelato a Carretto che la sua vita, la sua persona erano molto più povere di quanto immaginasse quando la lesse per la prima volta: «Queste semplici parole — dichiara — sono la proclamazione della più importante profezia che riguarda l’uomo e la risposta a tutti gli interrogativi posti al mistero della vita». A partire da questa preghiera — anche questo va ricordato — è stato scritto l’allegato incluso alla fine del volume, intitolato: Evangelizzazione e impegno politico, dove si illustra il carisma dei Piccoli Fratelli del Vangelo, una vocazione che sottolinea la predilezione per i più bisognosi.
Per concludere e a mo’ di sintesi vorrei dire che questo testo, sulla scia delle Confessioni di sant’Agostino, è stato scritto come un testamento che mette in luce la passione di un uomo per il suo Dio, eco evidente della passione di Dio per l’uomo, per quest’uomo. Con tono lirico, si tratta di un libro scritto a partire da una preghiera (la supplica dell’abbandono), come una preghiera (non sono poche le volte in cui l’autore interpella direttamente il grande Autore) e, comunque, per la preghiera, in quanto il volume richiede spesso al lettore d’essere chiuso per permettergli di elevare il proprio pensiero e la propria orazione a Dio.
È meravigliosa l’alternanza tra il tono intimo — proprio di chi ha compreso che Dio è amore — e quello sociale o profetico, poiché ripetutamente Carretto rimprovera la Chiesa e il mondo, chiedendogli e chiedendosi che cosa sia potuto accadere per farci ritrovare così lontani dalla vita, come mai abbiamo capito talmente poco, che cosa fare a questo punto...
Un libro carico di verità, semplicità, passione e ricerca. Un libro in cui si scorge, quasi in carne, proprio l’anima del suo autore: un trovatore di Cristo.
L'Osservatore Romano

giovedì 7 settembre 2017

Una vita, una eredità.



(Oswaldo Curuchich) Anticipiamo stralci dal libro Charles de Foucauld. Vita e spiritualità (Milano, Edizioni Terra Santa, 2017, pagine 160, euro 14) che esce al termine dell’anno dedicato al centenario della morte del beato francese. Tra le pubblicazioni di Curuchich, membro della comunità dei piccoli fratelli di Jesus Caritas e docente di teologia spirituale presso l’Istituto teologico marchigiano, ricordiamo Come Gesù a Nazaret. Carlo Carretto sulle orme di Charles de Foucauld (2012) e Charles de Foucauld e René Voillaume. Esperienza e teologia del «Mistero di Nazaret» (2011), entrambi editi da Cittadella.
Fare memoria di frère Charles di Gesù nel centenario della sua morte significa riconoscere il lungo cammino che la Chiesa ha percorso seguendo le sue orme a partire da quel tragico 1° dicembre 1916 quando cadde sulla sabbia, ucciso a Tamanrasset nel deserto del Sahara. La vita-morte di Charles de Foucauld è un evento ecclesiale a tutti gli effetti perché, come afferma il teologo Sequeri, «dovunque un sacerdote viva sinceramente la propria vocazione al discepolato come ministro ecclesiastico dell’Evangelo in seno alla condizione umana, la Chiesa ha già incominciato ad agire formalmente nella successione apostolica della confessione della fede, dell’ospitalità evangelica, dell’annuncio della salvezza, della speranza di riscatto delle opere di agàpe. Un sacerdote, un religioso, un cristiano, non sono mai senza Chiesa». 
E se i primi cinquant’anni post-mortem sono stati caratterizzati dal susseguirsi di fondazioni (congregazioni religiose, istituti secolari, associazioni di fedeli e altre esperienze) che si ispirano al messaggio spirituale di Padre de Foucauld, a partire dal 1966 — all’indomani del Concilio Ecumenico Vaticano II — a oggi, è la Chiesa nella sua totalità che accoglie il carisma foucauldiano suscitato dallo Spirito. Un carisma che già Paolo VI, molto legato sul piano spirituale a frère Charles e ai fondatori più noti come René Voillaume e p.s. Magdeleine di Gesù, riconosceva ampiamente il 5 ottobre 1966 rivolgendosi alle Piccole Sorelle di Gesù: «Tutta la vostra famiglia religiosa ci sembra segnare nella storia della Chiesa un atto della provvidenza, che rinnova gli esempi e le professioni di fedeltà al Vangelo». Il 31 dicembre 1966, traendo occasione dal cinquantesimo anniversario della morte, Papa Montini indicava in lui l’esempio di una testimonianza evangelica vivente: «Possa il luminoso messaggio di Padre de Foucauld esercitare la sua benefica influenza su un numero di anime sempre più grande per rivelare loro di quale amore il Signore le ama e a quale amore sono chiamate nel corso della loro esistenza quotidiana!».
È sorprendente: Charles de Foucauld è morto in totale solitudine, ma oggi sono molte le persone che si rifanno a lui. «Non è possibile separare Foucauld da questi discepoli spirituali — riconosce la voce autorevole di Jean-François Six —, questo mistico ha suscitato non solo un grande numero di seguaci, ma anche una grande diversità nelle modalità della sequela. Gli uni sono attratti dalla sua vita di eremita; gli altri sono ispirati dai suoi progetti di vita comune; gli uni lo seguono come religiosi, gli altri come laici; ma tutti possono richiamarsi legittimamente a lui». Ma non è un messaggio soltanto per la Chiesa o per i credenti: «Anche non credenti e giovani — continua Six — con mentalità moderna guardano a lui. È il caso di chiedersi: qual è il motivo di questo forte interesse? Charles de Foucauld è certamente una figura interessante sul piano psicologico e storico, ma soprattutto dà testimonianza di una sensibilità religiosa che fa di lui un profeta del XX secolo, così che gli uomini possano guardare al terzo millennio con il cuore aperto alla speranza».
Charles de Foucauld è stato beatificato il 13 novembre 2005 da papa Benedetto XVI. Attualmente alcuni cardinali, molti vescovi e centinaia di presbiteri nel mondo intero dichiarano di appartenere alla Famiglia spirituale o di nutrirsi spiritualmente degli scritti di Charles de Foucauld. E poi molti pastori promuovono e consigliano vivamente ai loro fedeli quella «spiritualità di Nazaret»... Ma vi è un caso che merita la nostra attenzione: la Chiesa in Algeria. Ci sembra doveroso dedicarle uno spazio in quanto è la terra che frère Charles ha amato, per le popolazioni del Sahara ha donato la vita e tuttora il deserto ospita il suo corpo in attesa della risurrezione finale.
Il vescovo del Sahara, monsignor Claude Rault, nel suo Il deserto è la mia cattedrale, con la profondità e la serenità che caratterizzano un uomo che vive nel Sahara da oltre quarant’anni, e con uno spiccato senso dell’umorismo, racconta la situazione affascinante e allo stesso tempo drammatica della sua Chiesa particolare: «un centinaio di cristiani e cristiane disseminati in undici punti di presenza, in seno a una tale popolazione, in una regione così vasta e bella merita di essere una Chiesa locale». 
Il vescovo del Sahara appartiene — di diritto — alla Famiglia spirituale di frère Charles, e monsignor Rault è ritenuto attualmente uno dei suoi pilastri. Il suo essere vescovo in un posto estremo, in una periferia del pianeta per dirla con papa Francesco, lo porta a mettere in atto lo stile pastorale dell’umile presenza (ma non solo presenza) e testimonianza del vangelo, anzitutto con la vita: «La nostra presenza gratuita non è una questione di tattica apostolica o di strategia prestabilita per meglio circuire l’altro e spingerlo a entrare nei nostri ranghi. Certuni parlano della nostra presenza come di una “pre-evangelizzazione”. Io trovo sconveniente questo termine. In un certo senso, noi evangelizziamo! Non è la mancanza di risultati tangibili e quantificabili che ci farà allontanare dalla nostra vocazione primaria: svelare gratuitamente l’amore di Dio per tutti gli uomini. Secondo la nostra vocazione, siamo consapevoli di vivere in umile fedeltà al Vangelo, nel massimo rispetto per l’islam e per i credenti musulmani che ci accolgono, e perfino per quelli che ci rifiutano!».
I cristiani in Algeria sono fortemente segnati da due poli impressionanti: l’islam e il deserto. I due poli influenzano profondamente la vita quotidiana, la vocazione cristiana, la relazione con Dio e con le persone, il modo stesso di essere Chiesa. Seguendo le orme di frère Charles, il vescovo Claude Rault e i cristiani in Algeria continuano a portare Gesù agli altri, a coloro che ancora non lo conoscono, ma che sono ugualmente da considerare fratelli e sorelle perché figli di Dio. L’islam e il deserto, l’Algeria e tutta la regione dell’Africa del Nord interpellano oggi la vita di tutta la Chiesa, dell’Europa e del mondo intero. 
L’eredità di Charles de Foucauld è la sua vita. Il suo modo di porsi di fronte all’uomo del suo tempo è stato assunto a “piano pastorale” dalla Chiesa in Algeria oggi. Forse sembrerà un’affermazione un po’ pessimista o ingenua, ma potremmo pensare ai cristiani in Algeria oggi come l’immagine della Chiesa di domani: «Da ultimo — conclude il vescovo del Sahara — frère Charles ha voluto mostrarsi come Fratello universale. La casa dove viveva da solo l’aveva chiamata La Fraternità. La sua porta era aperta a tutte le persone, poveri e ricchi, Tuareg e militari francesi, uomini e donne, agnostici, cristiani e musulmani. Il bordj dove è stato ucciso non era che un misero rifugio. Fu spinto a costruire il fortino per permettere alla popolazione circostante di difendersi. È stato poi la sua prigione e la sua tomba. Mistero di una morte poco gloriosa per un uomo che voleva essere universale e aperto a tutti! Si è lasciato rinchiudere in un nazionalismo che oggi possiamo giudicare ristretto. Certo era quello del suo tempo, quello della Prima guerra mondiale. Ma la sfida della fraternità universale resta una pagina aperta e incompiuta: tocca a noi continuare a scriverla! L’eredità resta aperta. Che faremo noi, di fronte a una così grande sfida?».
I cristiani che vivono in mezzo ai musulmani, in Medio Oriente e altrove, spesso piccole Chiese che hanno resistito eroicamente alle invasioni, alle persecuzioni e alle discriminazioni lungo i secoli, tuttavia sono oggi dei testimoni viventi della fede in Cristo, témoins vivants de la foi chrétienne parmi les musulmans, diceva piccola sorella Magdeleine di Gesù agli inizi della sua avventura spirituale. Andare verso quei cristiani, sovente molto poveri e dimenticati da tutti, è stata per la fondatrice delle Piccole Sorelle «l’intuition première»... E poi verso il mondo musulmano. Non possiamo in questa sede approfondire l’argomento, ma di fronte agli ultimi avvenimenti drammatici che hanno colpito i cristiani che vivono nel mondo arabo è lecito porsi la domanda: che sarebbe del mondo se un giorno scomparissero completamente i cristiani in Medio Oriente? E coloro che si sono salvati fuggendo, è lecito «cattolicizzarli» o, peggio ancora, «occidentalizzarli» senza considerare il loro patrimonio storico, spirituale, liturgico e teologico?
Il primo richiamo esplicito a Charles de Foucauld, Papa Francesco l’ha fatto nel Discorso ai Vescovi della Conferenza Episcopale Regionale del Nordafrica, in Visita Ad Limina Apostolorum, il 2 marzo 2015: «La storia della vostra regione è stata segnata da numerose figure di santità, da Cipriano e Agostino, patrimonio spirituale di tutta la Chiesa, al beato Charles de Foucauld, di cui il prossimo anno celebreremo il Centenario della morte»; e, dopo aver ricordato quanti uomini e donne in quelle terre hanno donato la vita fino al sacrificio della propria vita, il Vescovo di Roma, esorta i suoi confratelli: «Spetta a voi sviluppare questa eredità spirituale innanzitutto tra i vostri fedeli, ma anche aprendola a tutti».



L'Osservatore Romano

sabato 4 febbraio 2017

Charles de Foucauld e l’islam.



Fratello universale 

(Christine Lacroix) Nel centenario della morte. Pubblichiamo ampi stralci di un articolo uscito sull’ultimo numero dei «Documents Épiscopat» della Conferenza episcopale francese, interamente dedicato a Charles de Foucauld nel centenario della morte. 

L’avventura di Charles de Foucauld, completamente immerso nel mondo musulmano, è appassionante. Il primo incontro, molto forte, è stato quello che ha vissuto durante il suo viaggio di esplorazione in Marocco: «L’islam ha prodotto in me uno sconvolgimento profondo... la vista di quella fede, di quelle anime che vivono nella continua presenza di Dio, mi ha fatto scorgere qualcosa di più grande e di più vero delle occupazioni mondane» (Lettera a Henri de Castries).
In Francia, a quell’epoca, il mondo musulmano non aveva il peso che ha oggi nello spazio socio-politico. Apparteneva al mondo delle colonie, lo si conosceva in modo molto superficiale con i soliti pregiudizi dei colonizzatori nei confronti dei colonizzati: «C’è forse da stupirsi che i musulmani si facciano false idee della nostra religione quando se ne hanno di così fantastiche delle loro credenze?» (Lettera a Henri de Castries, 14 agosto 1901). Foucauld parla «di un fardello di storie che si ascoltano ogni giorno lamentandosi» (ibidem). Solo personalità come Louis Massignon, grande conoscitore della religione e della cultura islamica, o François-Henry Laperrine, ufficiale dell’esercito colto ed aperto, fanno eccezione. L’ignoranza è reciproca. In una lettera a Suzanne Perret, nel luglio 1907, si rammarica che i musulmani nutrano per i cristiani «un grandissimo disprezzo, una grande ostilità, che li considerino come pagani dai costumi infami», il che non esclude comportamenti esemplari, come quello di Hadj Bourhim che gli ha salvato la vita in Marocco proteggendolo dai pericoli. Fratel Charles è stato affascinato dall’islam al punto che, per un momento, forse ha pensato di convertirsi a quella religione. Per Émile Félix Gauthier, che l’ha conosciuto a Béni Abbés, «il giovane esploratore stava quasi per passare al turbante», e fratel Charles in una lettera del 14 agosto 1901 confidava a Henri de Castries: «L’islamismo mi piaceva per la sua semplicità di dogma, semplicità di gerarchia, semplicità morale». 
Dopo la sua conversione nella chiesa di Sant’Agostino a Parigi, sogna di ritornare in Marocco, stavolta non con il cappello da esploratore, ma con quello da missionario che vuole guadagnare alla causa di Gesù tutti gli uomini di buona volontà perché «anche loro hanno diritto a ricevere la buona novella» (Lettera a Gabriel Tourdes, 1902).
Nel corso della sua vita in Africa del Nord, Charles de Foucauld ha proceduto a tentoni circa il metodo da utilizzare. È passato da un approccio entusiastico — «Tutti gli uomini sono chiamati alla salvezza, i musulmani come gli altri» (30 giugno 1903); «I risultati molto consolanti ottenuti nella Cabilia dimostrano che i musulmani si convertono non appena ci si occupa di loro» (Lettera a Joseph Hours, 28 novembre 1911), convincendosi che occorre solo molto amore —, a un atteggiamento di prudente attesa: «La conversione dei musulmani: un’opera non di anni ma di secoli» (Lettera a Suzanne Perret, 25 luglio 1907). 
Curiosamente gli storici hanno notato che il soggiorno di Charles de Foucauld nell’Hoggar ha coinciso con una fase d’intensa islamizzazione. Se si era dedicato soprattutto al mondo dei Tuareg (identità particolare nel mondo musulmano) era perché aveva notato che quel popolo era mal islamizzato e forse, a priori, poteva essere più disponibile ad accogliere una nuova religione. 
Ma non vuole comunque forzare la conversione. Non c’è proselitismo in lui. «Bisogna bandire lo spirito militante» e costruire invece un rapporto di amicizia, praticare un apostolato della bontà: «Non si tratta di convertirli in un giorno e neppure con la forza, ma teneramente, con discrezione, con la persuasione, con il buon esempio» (Lettera a René Bazin, 29 luglio 1916). Che bel programma in prospettiva!
È nota la sua celebre frase: «Io voglio abituare tutti gli abitanti cristiani, musulmani, ebrei e idolatri a considerarmi come loro fratello, il fratello universale» (Lettera a sua cugina, Béni Abbés, 7 luglio 1902). 
Nonostante i pregiudizi che comunque nutre, a salvarlo è l’amore che mette nel suo approccio con i musulmani. Le autorità musulmane lo riconoscono. Boubakeur, rettore della Grande Moschea di Parigi, fa sul suo conto la seguente dichiarazione: «È venuto tra noi povero, è morto povero ma ha lasciato una grande ricchezza, una ricchezza imperitura perché è stata segnata dall’amore». Siamo ben lontani dal soldato o dal missionario conquistatore, la sua umiltà gli ha fatto guadagnare la stima di quanti l’hanno conosciuto. Accetterà di non evangelizzare in modo più esplicito i Tuareg e si consolerà pensando che seguire la religione naturale può essere un cammino di santificazione, quindi di salvezza. Alla sua epoca era un’opinione molto diffusa: «Sono certo che il buon Dio accoglierà in cielo quelli che furono buoni e onesti senza bisogno che essi siano cattolici romani» (dichiarazione fatta al dottore Dautheville in servizio a Tamanrasset). Cercherà piuttosto di «portare i Tuareg a servire Dio secondo la legge naturale» (Lettera a Suzanne Perret, 25 luglio 1907). Ma le riserve sono dure a morire.
Ciononostante fa piacere ricordare il bel testo (vero brano di antologia) di Moussa, l’amenokal dell’Hoggar, scritto alla sorella di Charles pochi giorni dopo la sua morte: «Non appena ho saputo della morte del nostro amico, suo fratello Charles, i miei occhi si sono chiusi, tutto è buio per me; ho pianto, ho versato molte lacrime e provo grande dolore. La sua morte mi ha rattristato molto. Charles il marabù non è morto solo per voi, è morto anche per noi. Che Dio gli conceda misericordia e che possiamo rincontrarci in Paradiso».
L'Osservatore Romano

giovedì 1 dicembre 2016

Sulle tracce di Charles de Foucauld



Nuovo tweet del Papa: "Ricordiamo oggi il Beato Charles de Foucauld, che diceva: la fede è vedere Gesù in ogni essere umano." (1° dicembre 2016)

*** E' la testimonianza concreta del beato Charles de Foucauld che Papa Francesco ha indicato per sollecitare i cristiani a «camminare sulle sue tracce di povertà, contemplazione e servizio ai poveri». Il Pontefice ha voluto ricordare il religioso francese, nel centenario della sua uccisione, al termine della messa celebrata giovedì mattina, 1° dicembre, nella cappella della Casa Santa Marta.

Charles de Foucauld, ha affermato Francesco prima di impartire la benedizione, è stato «un uomo che ha vinto tante resistenze e ha dato una testimonianza che ha fatto bene alla Chiesa». Per questo «chiediamo che ci benedica dal cielo e ci aiuti» ha aggiunto, rilanciandone così la via più che mai attuale per la diffusione del Vangelo. Proprio «le resistenze» che de Foucauld ha saputo superare sono state il filo conduttore della riflessione proposta dal Pontefice a partire anche dal passo evangelico di Matteo (7, 21.24-27) proposto dalla liturgia. Il Papa ha indicato in particolare «tre tipi di resistenze nascoste», le più «pericolose»: quella delle «parole vuote», delle «parole giustificatorie» e delle «parole accusatorie».
«In questa prima settimana dell’Avvento — ha affermato nell’omelia — chiediamo sempre al Signore di purificarci, di prepararci all’incontro con Lui». In particolare «oggi, nella preghiera, nella colletta, abbiamo pregato così: “Ridesta la tua potenza, Signore, e con grande forza soccorri i tuoi fedeli; la tua grazia vinca le resistenze del peccato e affretti il momento della salvezza”». Dunque, ha proseguito Francesco, «chiediamo al Signore di aiutarci in questo cammino dell’incontro, della salvezza». Ma «c’è una grazia che chiediamo che mi ha fatto riflettere: “La tua grazia vinca le resistenze del peccato”».
Infatti, ha fatto notare, «nella vita cristiana ci sono sempre difficoltà e resistenze per andare avanti: ci sono resistenze aperte, che nascono dalla buona volontà». Proprio come per Saulo che «resisteva alla grazia, ma non sapeva ed era convinto di fare la volontà di Dio». Poi «è stato lo stesso Gesù a dirgli: “Saulo, Saulo, stai tranquillo, fermati”». Perché «è duro ricalcitrare contro i pungoli». Così «Gesù va lì e Saulo riconosce e si converte». Del resto, ha aggiunto il Pontefice, «le resistenze aperte sono sane, perché tutti siamo peccatori ed è naturale che vengano». E «sono sane, nel senso che sono aperte alla grazia per convertirsi».
Sono invece «più pericolose — ha spiegato — le resistenze nascoste: quelle che sono sotto, che non si fanno vedere». Ma «le abbiamo tutti». Sì, ha insistito il Pontefice, «ognuno di noi ha il proprio stile di resistenza nascosta alla grazia: dobbiamo cercarlo, trovarlo e metterlo davanti al Signore, affinché Lui ci purifichi». Ed è proprio quella «resistenza» di cui «Stefano accusava i dottori della legge: “Voi e i vostri padri resistete sempre allo Spirito Santo”». Difatti quei dottori «si facevano vedere come se cercassero la gloria di Dio, ma dietro c’era una resistenza allo Spirito Santo». Certo, formulare quell’accusa «al povero Stefano costò la vita, ma disse la verità».
«Queste resistenze nascoste, che tutti abbiamo», ha chiarito ancora Francesco, hanno una «natura» ben riconoscibile in quanto «vengono sempre per fermare un processo di conversione». Ed è proprio un «fermare, non è lottare contro; è stare fermo, sorridere forse, ma tu non passi», come un «resistere passivamente, nascostamente». Del resto «quando c’è un processo di cambiamento in un’istituzione, in una famiglia» si possono riconoscere, appunto, «resistenze» ed è un bene, ha rimarcato Francesco. Infatti «se non ci fossero la cosa non sarebbe di Dio: quando ci sono queste resistenze è il diavolo che le semina, perché il Signore non vada avanti».
«Ma quali sono queste resistenze nascoste?» è la domanda proposta dal Papa, che ne ha subito suggerite alcune. A cominciare dalle «resistenze delle parole vuote, quelle parole» alle quali il Signore fa riferimento nel Vangelo: «Non chiunque mi dice “Signore, Signore” entrerà nel regno dei cieli». E si può arrivare a dire: «Signore, Signore, tu mi conosci, abbiamo cenato insieme...». E «Lui lo ripete tanto nel Vangelo: “No, questo non entra!”». Per questo — ha precisato Francesco — «le parole non servono, le parole non ci aiutano: solo le parole, le parole vuote». Come dire «Si, sì, sì» anche se sotto è «no, no, no». Ma pur «sempre il sì, il dolce sì, per ammorbidire il comandamento del Signore o la voce dello Spirito».
Il Pontefice, a questo proposito, ha anche riproposto «la parabola dei due figli, che il padre invia alla vigna». E «uno dice: “No, non ci andrò!”». Ma «poi pensa: “Sì, ci vado, è papà”». L’altro figlio, invece, risponde: «“Sì papà, stai tranquillo. io ci andrò”». Invece «pensa “ma questo vecchio non capisce le cose nuove” e non ci va».
Dunque, ha evidenziato il Papa, il secondo figlio «fa la resistenza passiva» che consiste appunto nel «dire sì, tutto sì, molto diplomaticamente», quando invece «è no, no, no». Insomma «tante parole — “sì, sì, sì cambieremo tutto, sì” — per non cambiare nulla». È esattamente lo stile del «gattopardismo spirituale», proprio di quelli che dicono «tutto sì» quando invece «è tutto no». E questa «è la resistenza delle parole vuote».
«Poi c’è un’altra resistenza — ha spiegato il Pontefice — quella delle parole giustificatorie, ma che non ci giustificano». È il caso di una persona che «si giustifica continuamente — “no, quello l’ho fatto per quello, quello, quello” — ma quando ci sono tante giustificazioni non c’è il buono odore di Dio, c’è il brutto odore del diavolo». In realtà, ha prosetuito Francesco, «il cristiano non ha bisogno di giustificarsi: è stato giustificato dalla parola di Dio, l’unica che ci giustifica». Invece ecco il ricorrere ad argomentazioni come «no, io ho fatto questo per quello...» tipico di coloro che «hanno sempre una ragione da opporre». Invece «non si deve fare questo per quello, guarda questo pericolo...”». Ma così «la cosa non può andare avanti, la grazia non può andare avanti: è una resistenza delle parole che cercano di giustificare la mia posizione per non seguire quello che il Signore mi indica».
E, ancora, «c’è una terza resistenza delle parole: le parole accusatorie». È propria di quanti «accusano gli altri per non guardare se stessi». Il Papa ha proposto l’esempio del fariseo nel tempio che dice: «Ti rendo grazie, Signore, perché non sono come gli altri e neppure come quello là, io sono giusto davanti a Te». Questo è l’atteggiamento di coloro che «accusano gli altri, accusano quel povero pubblicano». Però così facendo si «resiste alla grazia» e, considerandosi giusti, non si sente il «bisogno di cambiare, di conversione».
«Ma le resistenze non sono quelle grandi resistenze storiche solamente, la linea Maginot o tutte quelle che abbiamo studiato» ha messo in guardia Francesco. Ce ne «sono dentro il nostro cuore, tutti i giorni». C’è «la resistenza alla grazia, e quello è un buon segno, perché indica che il Signore sta lavorando in noi». E «dobbiamo far cadere le resistenze, perché la grazia vada avanti». Infatti «la resistenza cerca sempre di cambiare il reale nel formale, nascondersi nel formale e con le formalità delle parole vuote, delle parole giustificatorie, delle parole accusatorie e tante altre, cerca di rimanere dov’è e non lasciarsi portare avanti dal Signore». Perché, ha riconosciuto il Papa, «non è sempre facile, c’è sempre una croce: dove c’è il Signore ci sarà una croce, piccola o grande».
Ed è «la resistenza alla croce, la resistenza al Signore che ci porta alla redenzione». È «la resistenza di Pietro: quando Gesù, dopo aver detto che lui sarebbe stato la pietra della Chiesa, comincia a spiegargli che dovrà soffrire, Pietro resiste. E dice: “No, Signore, questo mai accadrà!”». E «Gesù a Pietro, al suo eletto, al primo Papa, replica dicendo “vattene satana!”». Sì, perché Pietro «resisteva alla grazia, resisteva al piano di Dio sull’umanità e su ciascuno di noi».
In questa prospettiva il Pontefice ha invitato a «non avere paura quando ognuno di noi trova che nel suo cuore ci sono resistenze». Certo, l’atteggiamento giusto è «dirlo chiaramente al Signore: “Guarda, Signore, io cerco di coprire questo, di fare questo per non lasciare entrare la tua parola”». E «dire questa parola tanto bella: “Signore, con grande forza, soccorrimi; la tua grazia vinca le resistenze del peccato”». Del resto, ha aggiunto Francesco, «le resistenze sono sempre un frutto del peccato originale che noi portiamo». Ed è bello «avere resistenze». È «brutto» invece «prenderle come difesa dalla grazia del Signore». Insomma «avere resistenze è normale» ha concluso il Papa, suggerendo di dire: «Sono peccatore, aiutami Signore!». E invitando a preparasi «con questa riflessione al prossimo Natale».
L'Osservatore Romano

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Un martire senza carnefici 
Vatican Insider 

(Paolo Affatato) Charles de Foucauld è la figura che insegna ai battezzati l’autentica natura del martirio cristiano, troppo spesso oggi distorta nell’ideologia del «persecuzionismo». Fratel Michael Davide Semeraro, monaco benedettino e maestro di spiritualità, offre una prospettiva originale sull’esperienza del “piccolo fratello” e sulla sua eredità, a cento anni dalla morte. La figura di de Foucauld, come spiega nel suo libro «Charles de Foucauld. Esploratore e profeta di fraternità universale» (San Paolo, 2016) non è irrilevante nella temperie ecclesiale contemporanea, segnata da un rapporto per molti problematico, se non conflittuale, con l’islam. (...)

mercoledì 30 novembre 2016

Charles de Foucauld, il «fratello» di tutti



(Laura Badaracchi) A cento anni dalla sua morte, avvenuta il 1° dicembre 1916 nel deserto algerino di Tamanrasset, il beato Charles de Foucauld ha ancora un messaggio attualissimo da comunicare: «Anzitutto, il fulcro del suo carisma, che è la vita quotidiana di Nazaret come testimonianza del Vangelo nella semplicità, nell' impegno del lavoro, mantenendo sempre al centro l' umanità che ci lega gli uni agli altri, perché siamo tutti fratelli», ricorda padre Andrea Mandonico, 61 anni, della Società delle Missioni africane, istituto missionario nato nel 1856 a Lione. Dal 2012 è vicepostulatore della causa di canonizzazione di frère Charles, a cui lo lega una profonda sintonia: «Mentre frequentavo il liceo in Seminario a Crema, un compagno mi passò un libretto su di lui. 
Rimasi colpito: la sua esperienza mi suggeriva come vivere la fede. Su di lui è incentrata la mia tesi di dottorato in teologia spirituale». Il secondo aspetto del beato che parla agli uomini e alle donne del terzo millennio «è la vicinanza al prossimo. Amare Dio e il prossimo sono due aspetti inscindibili. Lui si è fatto vicino al popolo tuareg in Algeria, emarginato e povero, e suggerisce a noi oggi una vicinanza agli ultimi per vedere in loro la presenza di Gesù e in chiunque si affaccia alla nostra porta la presenza di Gesù. Fra l' altro, anche i musulmani vivono la regola dell' elemosina e dell' amore al povero». In terzo luogo, Charles de Foucauld «ci ha lasciato l' eredità del dialogo: è stato un uomo che ha dialogato con tutti, perché il dialogo smonta i pregiudizi reciproci e avvicina fino a trasformarsi in amicizia per vivere la fraternità. 
Lui l'ha vissuto fino alle estreme conseguenze: venne ucciso in una razzia. Ma era convinto dell' urgenza di stringere rapporti di fraternità e vincere la paura che ci separa gli uni dagli altri». Il bisogno di dialogo e amicizia emerge costantemente anche nelle oltre 7mila lettere (pubblicate quasi tutte in francese, non in italiano) scritte dal Beato Charles, che voleva essere «fratello universale e vivere in amicizia con tutti: giudei cristiani e musulmani», rimarca padre Mandonico, che sta tenendo per il secondo anno consecutivo un seminario su de Foucauld al Centro studi dialogo interreligioso della Pontificia Università Gregoriana, sul tema "Cristianesimo e islam: una fraternità possibile?". 
A dare il via libera alla beatificazione, il 13 novembre 2005, la guarigione inspiegabile della signora Giovanna Pulici, originaria di Desio. «Aveva un tumore osseo in fase terminale, alla fine degli anni Settanta. Curata a Milano, fu mandata a casa dai medici perché non c' era più nulla da fare. Il marito, grande devoto di frère Charles, gli disse: "Pensaci tu". La donna guarì improvvisamente, il giorno di Pasqua era in chiesa a ringraziare il Signore con sua famiglia». Molti anni dopo, nel 2000, il marito con le figlie era a Roma per l' Anno Santo: «Ha visto passare una piccola sorella di Gesù per strada e l' ha fermata chiedendole: "Quando vedremo fratel Carlo canonizzato?". 
Lei rispose che ancora non era beato, perché per far andare avanti la causa occorreva la certificazione di un miracolo. E lui: "Il miracolo ce l' ho io"». Lo stesso padre Andrea è stato impegnato nella raccolta della testimonianza, del dossier medico di Giovanna e della sua cartella clinica. E riferisce che proprio in occasione del centenario della morte di frère Charles «dalla Francia alcuni vescovi hanno inviato al Santo Padre lettere per chiedergli la canonizzazione anche senza un secondo miracolo, per la fama di santità». Oggi circa 20 associazioni e congregazioni fanno parte della famiglia spirituale del beato e si ispirano al suo carisma. 
Contemplazione, condivisione, universalità (Antonella Fraccaro) 
Le tre «espressioni di cura», scuola di fraternità sulle orme di frère Charles Contemplazione, condivisione, universalità: tre condizioni di vita, tre espressioni di cura. È così che desideriamo raccontare l' esperienza al seguito di frère Charles. Nate circa 40 anni fa, nella diocesi di Treviso, in ascolto degli appelli del Concilio Vaticano II, abbiamo voluto rispondere ai bisogni del tempo, formate dalla Parola e dai documenti della Chiesa. Una delle prime scelte che hanno segnato la nostra vita di donne religiose è stata quella di lavorare all' esterno della fraternità, per condividere "con" la gente la fatica e la bellezza della vita ordinaria (cercare casa, lavoro, far quadrare i conti a fine mese). Dalla spiritualità di Charles de Foucauld abbiamo assunto tre aspetti: la preghiera e la contemplazione, l' accoglienza e la condivisione, l' evangelizzazione secondo lo spirito di Gesù a Nazareth, vissuti in comunione con la Chiesa locale. 
Nel 2007 il nostro istituto religioso è stato riconosciuto come il ventesimo gruppo della grande Famiglia spirituale Charles de Foucauld. Siamo attualmente presenti con 11 fraternità locali in alcune Chiese del nord Italia e in Francia. La prima espressione di cura ereditata in questi anni dall' esperienza di frère Charles è la contemplazione. La meditazione del Vangelo e l' adorazione eucaristica silenziosa ci aiutano a guardare con gli occhi di Dio i piccoli e grandi eventi che accadono ogni giorno. Così scriveva Charles: la fede «fa vedere tutto sotto un' altra luce: gli uomini come immagini di Dio, che bisogna amare e venerare come ritratti del Beneamato… e le altre creature come cose che devono tutte quante, senza eccezione, aiutarci a ritrovare il cielo». Viviamo le nostre giornate animate da questo spirito, nel confronto fraterno, per discernere la volontà di Dio nelle diverse situazioni della vita, perché le nostre scelte siano il più possibile a servizio dei poveri. 
Lo sguardo contemplativo diventa motivo di fede e di speranza anche per quanti incontriamo, nel posto di lavoro o nelle comunità cristiane in cui siamo inserite. Guardare l' altro come un' immagine di Dio ci permette di vedere in lui o in lei una persona amata e salvata da Dio, da amare anzitutto così com' è. La condivisione è la seconda espressione che ereditiamo dall' esperienza di frère Charles. Quante volte, negli scritti, egli ringrazia per essere stato accolto: dalla vita, anche se essa si è mostrata presto ostile con la perdita precoce di entrambi i genitori; dalla fede, grazie alla religiosità dei familiari e dei fratelli musulmani incontrati nel Sahara e in Marocco. È stato accolto più volte e in diverse situazioni da figure ecclesiali, da amici militari, dal popolo tuareg. 
A sua volta, Charles ha praticato assiduamente l' accoglienza: in Trappa, a Nazareth e nel deserto, dedicando tutto se stesso, fino al termine della sua vita. Giunto da poco a Beni Abbès scriveva: «Questa sera, per la festa del santo Nome di Gesù, ho una grande gioia: per la prima volta dei viaggiatori poveri ricevono l' ospitalità sotto l' umile tetto della Fraternità del Sacro Cuore. Gli indigeni cominciano a chiamarla Khaoua (la Fraternità) e a sapere che i poveri hanno qui un fratello; non solo i poveri, ma tutti gli uomini». Le nostre fraternità sono aperte all' accoglienza, quotidiana e temporanea, e anche quando sono di modeste dimensioni, uno spazio per accogliere persone, di ogni cultura e nazionalità si trova sempre. In alcune nostre fraternità in Italia, dallo scorso anno, in seguito al ripetuto appello di papa Francesco, abbiamo aperto l' accoglienza anche a donne migranti, richiedenti asilo. Sono giovani, provenienti da varie parti dell' Africa, soprattutto dalla Nigeria (Benin City). 
Sono piene di forza di vita, ma nello stesso tempo ferite nella loro esistenza e fecondità, perché cresciute in contesti poveri culturalmente, in condizioni di violenza, di abuso, di sfruttamento. Vivere con loro, condividere la stessa mensa, gli stessi spazi, ha allargato gli orizzonti della nostra accoglienza e ci ha aperto a nuove forme di collaborazione e di gratuità, incoraggiandoci a sviluppare, insieme ad altre realtà civili ed ecclesiali, riflessioni e iniziative volte a offrire a queste donne prospettive di vita e di speranza. 
L' esperienza di una nostra fraternità, in un quartiere di Marsiglia, a prevalenza musulmano e multietnico, ci fa sperimentare che cosa significa essere "straniere tra stranieri". Tocchiamo con mano la bellezza della reciproca ospitalità, dell' ascolto e dell' accoglienza della ricchezza dell' altro, nei gesti di bontà e di cura donati e ricevuti. Sono vie quotidiane, piccole e nascoste, segni di speranza e di pace tra persone di diversa cultura e religione. Fin dalla sua presenza nel Sahara, Charles de Foucauld si era proposto di «abituare tutti gli abitanti, cristiani, musulmani, ebrei, idolatri» a considerarlo «come loro fratello, il fratello universale». 
Egli voleva essere «il fratello di tutti gli uomini senza eccezione né distinzione » e desiderava che quanti lo avvicinavano, credenti e non credenti, diventassero, a loro volta, fratelli di altri uomini e donne. L' universalità è la terza prospettiva di vita ereditata al seguito di frère Charles. Per noi, la "fraternità universale" ha trovato, nel corso degli anni, diverse forme di espressione. Frequentare ambiti lavorativi diversi, essere inserite in ambienti sociali, culturali e religiosi differenti (quartieri popolari, rurali e cittadini), vivere in comunione con le comunità cristiane di appartenenza, sono manifestazioni della creatività e originalità dell' esperienza spirituale foucauldiana. L' incontro con la vicenda di frère Charles, fratello universale al seguito di Gesù di Nazareth, sia per ciascuno concreta possibilità per vivere relazioni di cura e benevolenza verso quanti incontriamo: relazioni pienamente umane poiché autenticamente evangeliche.

Avvenire

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Charles de Foucauld e il “mistero di Nazaret”
Vatican Insider 

(Crsitina Uguccioni) Giovedì 1° dicembre ricorre il centenario della morte del beato Charles de Foucauld, figura primaria della spiritualità cristiana recente, un uomo che – ha detto Papa Francesco – «forse come pochi altri, ha intuito la portata della spiritualità che emana da Nazaret»; un uomo il cui carisma – ha osservato il teologo Pierangelo Sequeri – «fu donato e destinato, in anticipo, per questo tempo della Chiesa». 
L’ufficiale, l’esploratore 
Charles de Foucauld nasce a Strasburgo, in Francia, il 15 settembre 1858. Nell’adolescenza subisce l’influsso dello scetticismo religioso e del positivismo scientifico che caratterizzano la sua epoca; ricordando quel tempo, scriverà: «Fin dall’età di 15 o 16 anni tutta la fede era sparita in me».  (...)

martedì 29 novembre 2016

Fratello Universale




-Il marabut cristiano (Solène Tadié)
-Esercizi estremi dello spirito (Lucetta Scaraffia)
-Una via attuale (Bernard Ardura)
-Al cuore delle masse (g.m.v.)
-Come un chicco di grano (Charles de Jésus)
-Fratello Universale
-Racconta Liliana Cavani (Silvia Guidi)   
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Il marabut cristiano 
di Solène Tadié
Il 1° dicembre 1916 moriva Charles de Foucauld, assassinato all’età di 58 anni da un gruppo armato della tribù dei senussisti, che aveva circondato il suo eremo di Tamanrasset nel Sahara algerino. Se la notizia della sua morte non ebbe una grande eco nell’Europa lacerata dalla grande guerra, il religioso passerà agli occhi della storia come uno dei più importanti della sua generazione, a cavallo di due secoli.
La prima biografia scritta da René Bazin nel 1923 consacrò la sua posterità spirituale, facendo conoscere in Francia e poi al mondo la sua personalità fuori dal comune e la sua opera prolifica, che hanno suscitato tante vocazioni. A un secolo dalla morte, una nuova opera dedicata alla vita del religioso, beatificato da Benedetto XVI nel 2005, intitolata Charles de Foucauld, 1858-1916 (Paris, Éditions Salvator, 2016, pagine 720, euro 29,90) con la prefazione di padre Bernard Ardura, postulatore della sua causa di canonizzazione, dovrebbe a sua volta fare epoca.

L’autore, Pierre Sourisseau, è in effetti, tra i migliori conoscitori del prete eremita: archivista della sua causa di beatificazione, ha all’attivo trentacinque anni di lavori di ricerca, di articoli e di conferenze su di lui. Il volume, simile a una summa, presenta una serie di ritratti di Foucauld, seguendo le tappe della sua vita e i suoi diversi status, dalla sua infanzia a Strasburgo e la sua gioventù nell’esercito, fino alla sua vocazione missionaria tra i tuareg del Sahara. Ripercorre anche nel dettaglio i suoi anni di ricerca contemplativa in Terra santa, nella trappa in Francia poi in Siria, così come il suo soggiorno tra le suore clarisse a Nazaret, dove fiorirà la sua vocazione profonda, fino alla sua ordinazione a Viviers, il 9 giugno 1901.
Attraverso il voluminoso carteggio di Foucauld, numerose citazioni delle sue opere e documenti inediti della sua causa di canonizzazione, Sourisseau fa anche luce su alcuni elementi ancora oggetto di dibattito. In particolare attenua l’immagine di libertino impenitente e di dilettante attribuita al giovane prima della sua conversione, specialmente da ufficiale.
Se l’appellativo di «letterato festaiolo», affibbiatogli dal suo amico, il generale Laperrine, non è certo del tutto infondato, la sua corrispondenza dell’epoca lascia già intravedere un giovane uomo profondo, alla ricerca di un ideale, che si rivelerà un lavoratore instancabile quando un progetto gli sta a cuore. I racconti della sua spedizione nei paesi del Magreb tra il 1882 e il 1886 — dopo essersi congedato dall’esercito — lo confermano: l’ardente fede che osserva tra i musulmani rimetterà al centro delle sue riflessioni la questione della trascendenza, che aveva liquidato durante la sua adolescenza.
Contrariamente all’idea molto diffusa secondo la quale si sarebbe convertito improvvisamente entrando nella chiesa Saint-Augustin di Parigi, solo alla fine di un lungo percorso, anzitutto intellettuale, Foucauld riabbraccerà la fede. Due persone ebbero un ruolo determinante nel processo: Bossuet e la sua amata cugina Marie de Bondy. Quest’ultima gli aveva regalato per la sua prima comunione le Elévations sur les mystères, capolavoro del grande predicatore che riscoprirà a Parigi al suo rientro dal Marocco, nell’estate del 1886.
Charles provava allora un’inclinazione nuova per l’idea stessa di virtù, inclinazione rafforzata dal clima di dolcezza instaurato dalle presenze femminili di sua zia e delle sue cugine, dalle quali viveva, e nelle quali trovò «l’esempio di tutte le virtù unito alla visione di grandi intelligenze e di convinzioni religiose profonde», come scriverà alcun anni dopo. Per soddisfare quello slancio dell’anima, all’inizio però si volse verso i moralisti dell’antichità, quegli stessi filosofi «pagani» che anni prima l’avevano portato ad allontanarsi dalla fede cristiana, ma fra i quali trovava ormai «solo vuoto e disgusto». Anzi, con suo grande stupore, il modello di virtù professato da Bossuet lo riavvicinò alle sue aspirazioni profonde, al punto da fargli pensare che «la fede di una così grande mente (…) non era forse così incompatibile con il buon senso come (gli) era sembrato fino ad allora». Sua cugina Maria, che gli aveva fatto «sentire il calore e la bellezza» dell’opera di Bossuet, incarnava la forma più perfetta di quella «bellezza d’animo» che lasciava trasparire una virtù «così bella da avergli irrevocabilmente rapito il cuore». Fu allora che Charles decise di seguire dei corsi di religione nella cripta della chiesa Saint-Augustin, impartiti da Henri Huvelin, che diventerà poi il suo direttore spirituale. Da quel momento Charles de Foucauld manterrà una relazione epistolare costante con il prete, che considera un padre e che eserciterà su di lui una considerevole influenza.
La fedeltà di Foucauld verso la sua famiglia e i suoi numerosi amici è attestata da una fitta corrispondenza. Ma fu a sua cugina Maria — colei che aveva destato in lui il gusto del Vangelo e che chiamava «Madre» — che riservò il suo affetto più grande. Un affetto corredato da una profonda ammirazione reciproca, rivelata nel corso della biografia da molti passaggi dei loro scambi epistolari, quasi quotidiani.
Maria era per Charles una figura di santità, che consultava ogni volta che nasceva in lui un dubbio. Fu sempre lei a fargli scoprire la devozione al Sacro Cuore di Gesù, il quale diventerà il suo emblema. Quel cuore sovrastato da una croce che portava sulla sua veste liturgica e che faceva apparire nell’intestazione di tutte le sue lettere era anche il simbolo di ciò che Maria aveva risvegliato in lui: «Lei ha acceso il fuoco dell’Amore divino nel mio cuore dove si era tanto spento e mi ha salvato quando ero perduto», le scrisse il 2 luglio 1901, pochi giorni dopo la sua ordinazione e la sua prima messa nella festa del Santissimo Sacramento. Fu in quel momento che sentì la chiamata a una vita missionaria nel Sahara. Fratel Charles de Jésus aveva allora quarantatré anni.
«La palla è lanciata: chi la fermerà?», scrisse un giorno Huvelin riguardo al suo figlio spirituale. Una formula molto calzante che fa eco al motto della famiglia di Foucauld: «Mai indietro», e che divenne ancora più pertinente nell’ultima parte della sua vita, segnata da una seconda chiamata verso l’Africa del Nord. La chiamata assunse allora un carattere diverso, quello di una «vocazione speciale». Huvelin, all’inizio contrario all’idea di una partenza di Charles verso regioni così lontane, finì col comprenderne la dimensione spirituale. «Qualcosa lo spinge, qualcosa di irresistibile, credo» scrisse a Marie de Bondy.
Charles trascorse inizialmente tre anni a Beni Abbès, in Algeria, durante i quali si distinse per la sua lotta attiva contro la schiavitù. Ma non riuscendo a portare compagni nella fraternità che aveva eretta, decise su invito del comandante Laperrine di avvicinarsi ai tuareg, popolo che viveva nel cuore del deserto. A Tamanrasset, nella regione dell’Hoggar, quello che i tuareg chiamano il «marabut cristiano» non lesina sforzi: dal Natale 1905 iniziò a tradurre i vangeli in lingua tuareg e poi elaborò — con l’aiuto di un amico interprete — un vocabolario tuareg-francese. Scrisse anche testi in prosa sui costumi ancestrali di quel popolo, fondati sulle testimonianze degli anziani.
Questi lavori di ricerca, dal valore scientifico senza precedenti, erano in sintonia con l’apostolato di fratel Charles de Jésus: la diffusione della bellezza del cristianesimo con le sue opere e la sua bontà. In effetti, la sua rapida presa di coscienza dei limiti dell’evangelizzazione tradizionale tra il popolo tuareg gli aveva ispirato quest’intuizione, espressa in una lettera a monsignor Guérin: «Non bisogna predicare Gesù, ma preparare la sua predicazione». Proprio in questo apostolato originale, in questa ecclesiologia antropologica monsignor Maurice Bouvier, postulatore della sua causa di beatificazione e canonizzazione tra il 1990 e il 2011, ha percepito alcune intuizioni anticipatrici dello spirito del concilio Vaticano II.
«È nel momento in cui Giacobbe è in cammino, povero, solo, in cui si distende sulla nuda terra, nel deserto… è nel momento in cui si trova in questa dolorosa situazione di viandante isolato nel mezzo di un lungo cammino in un paese straniero e selvaggio, senza alloggio, è nel momento in cui si ritrova in questa triste condizione, che Dio lo ricolma di favori incomparabili». Questa meditazione biblica (ispirata a Genesi 28) di Charles de Foucauld, scritta durante il suo soggiorno a Roma nel dicembre 1896, riassume in modo particolarmente eloquente il suo percorso spirituale: quello di un uomo insaziabile nella sua sequela di Gesù, in costante ricerca nella sua vocazione.
Una meditazione che assume tratti eminentemente profetici nel momento in cui Charles, giunto a un crocevia della sua esistenza, sta per intraprendere un cammino che si annuncia abissale quanto quello di Giacobbe.
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Esercizi estremi dello spirito
di Lucetta Scaraffia
Sui santi, sui giganti della vita spirituale, sono stati scritti libri agiografici, biografie storiche o romanzate, ma mai nessuno aveva osato scrivere un’autobiografia immedesimandosi nel soggetto narrante a tal punto da confondere la sua vita con quella del personaggio stesso.
È proprio questa la specificità del libro di Pablo d’Ors L’oblio di sé(Milano, Vita e Pensiero, 2016, pagine 300, euro 20), che affronta dall’interno la vita di Charles de Foucauld. Personaggio complesso e intrigante sul quale si moltiplicano le biografie, sia per l’anniversario — il centesimo — della sua morte, sia per l’attualità della sua esperienza di cristiano appassionato che impara a vivere e a conoscere l’islam.
Le capacità di d’Ors di entrare nel personaggio si radicano in alcune innegabili somiglianze: l’origine aristocratica, la ricerca del silenzio come asse portante della via spirituale, il deserto, la scrittura. In un senso più profondo, probabilmente, hanno in comune la ricerca di Dio attraverso esercizi estremi dello spirito, per poi scoprirlo vivo e presente anche nella più umile e banale delle vite umane.
L’esistenza del visconte Charles de Foucauld, rimasto orfano da bambino, è stata per la prima fase la vita di chi protesta contro il suo destino, rifiutando di essere ciò che gli viene di volta in volta richiesto dalla famiglia e dalle circostanze: studente svogliato, soldato indisciplinato e licenzioso, comincia a rivelare coraggio solo grazie all’amore per il suo paese, che gli resterà per tutta la vita. L’esperienza nell’esercito coloniale, che in quegli anni stava portando a termine l’occupazione dell’Algeria, gli apre però nuove e decisive prospettive. Il deserto, un mondo sconosciuto del quale coglie immediatamente il fascino e la ricchezza, lo attira tanto da indurlo a cambiare mestiere: da militare si fa esploratore, e comincia a rivelare la tempra d’acciaio nel sopportare disagi e umiliazioni, nell’affrontare pericoli, che poi segnerà tutta la sua vita successiva.
Esploratore molto stimato, autore di un volume di ricerca geografica premiato in patria, Charles si accorge di non essere interessato al successo mondano e professionale, e sente l’impulso a tornare non solo alla religione dei suoi avi, per capirla meglio, ma addirittura a vestire l’abito trappista. Per tutta la sua vita, ma soprattutto in questa prima fase di incertezza e di ricerca, un ruolo centrale è svolto dalla cugina prediletta, Marie, dolce e credente, che gli starà a fianco fino alla fine con immutato affetto, sostegno e confidente. Sarà lei la destinataria delle sue memorie.
La vita nel monastero trappista segna l’inizio di un lungo e fecondo cammino spirituale, sempre alla ricerca di una più piena povertà, di una umiltà più totale, di una radicalità che lui considera fin dall’inizio come l’unica condizione per arrivare a Dio.
La chiave autobiografica permette di mettere al centro della narrazione sempre e solo la vita spirituale di Charles, di leggere i suoi tentativi di trovare la condizione adatta a lui — dal monastero di monache di Nazaret, dove faceva il giardiniere vivendo in un capanno degli attrezzi, agli eremi di fango che si costruisce con le sue mani nel deserto, prima a Beni Abbès poi fra i tuareg a Tamanrasset, dove morirà ucciso in un’incursione di predatori — e la sua crescente consapevolezza, fino all’illuminazione.
Una vicenda appassionante, un percorso vertiginoso che si legge come un romanzo di avventure, nel quale appaiono personaggi tratteggiati con grande finezza, come l’irlandese che lo inizia allo studio del deserto, o il comandante supremo delle oasi, che si perdeva spesso nella contemplazione del deserto e capiva profondamente la fascinazione che questo esercitava su Charles. Oppure i complessi e difficili rapporti con la popolazione locale, che si rasserenano e diventano per lui fonte di importanti esperienze spirituali quando abbandona ogni idea di evangelizzazione, per cercare solo la loro amicizia.
L’epica che accompagna come un filo rosso la vicenda è quella del fallimento: Charles fallisce come soldato, come esploratore, come trappista... ma anche come fondatore di un nuovo ordine di piccoli fratelli e sorelle che seguano la sua via. I piccoli fratelli si formeranno solo dopo la morte, mentre da questo punto di vista la sua vita sarà segnata da una completa solitudine. Ma è solo nel fallimento che si può pensare l’imitazione di Cristo, del messia che è morto in croce come un malfattore.
E, nel percorrere la strada della rinuncia, Charles apprezza il fatto di avere avuto qualcosa di importante a cui rinunciare: «Senza la ricchezza né i titoli nobiliari, senza onori, non avrei potuto disfarmi di quei titoli e di quegli onori, di quella ricchezza; e senza una rinuncia significativa — come richiesto a una trappa — le mie scelte sarebbero state meno credibili, e probabilmente meno salde e durature».
Neppure la trappa era abbastanza mortificante per lui, che ammette senza reticenze di essere sempre stato un esagerato, ma, scrive «non mi vergogno di aver esagerato, perché non concepisco l’amore senza esagerazione».
In alcuni momenti della vita, come a Nazaret, Charles ha sfiorato la pazzia, che si confonde con la visione mistica forse anche nella vita di altri santi, sembra suggerire d’Ors. Ma sarà nell’eremo che si era costruito nel deserto, a Beni Abbès che, dopo un lungo periodo di fatiche e delusioni, Charles vive la sua notte oscura, che lo porta a comprendere quello che definisce «uno dei misteri più insondabili del cristianesimo», cioè «così come Dio ha creato il mondo dal nulla, a quanto dicono le Sacre Scritture, allo stesso modo — dal nulla — crea ogni singola anima che si lascia lavorare e plasmare da Lui. Il nulla è necessario alla creazione. Il nulla è il nocciolo dell’esperienza mistica perché (il) nulla è Dio».
È solo quando riesce ad abbandonare ogni progetto di evangelizzazione, a rinunciare a tutto, che l’eremita riesce a trovare Dio nelle persone che incontra, nei poveri che ascolta e aiuta, e poi perfino nelle cose, negli oggetti di ogni giorno. «Essere testimoni del Vangelo — comprende — non significa soltanto testimoniarlo dinnanzi al mondo, bensì essere capaci di captarne le testimonianze in ogni dove».
Ma è Charles o Pablo che sta parlando? La sovrapposizione completa fra scrittore e personaggio dell’opera, nella quale cade completamente il lettore, emerge con chiarezza alla fine, quando Charles, poco prima di morire, riflette sul silenzio dal suo eremitaggio sul monte dell’Assekrem: «Ho l’impressione che più si è ricchi dentro e più si è silenziosi. Il silenzio è la manifestazione più eloquente di un’interiorità feconda: il rumore, invece, è l’atto di terrorismo più efficace contro l’anima» perché — continua — «ho passato la vita intera a esercitarmi per poter ascoltare Dio, ma Lui, misteriosamente, mi ha offerto solo silenzio. C’è chi pensa che il silenzio sia la prova irrefutabile dell’inesistenza di Dio. Da parte mia, credo sia proprio l’opposto: il silenzio è il suo linguaggio migliore, la perfetta dimostrazione della libertà che ci concede e, dunque, del suo immenso amore».
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Una via attuale
di Bernard Ardura
A un secolo dalla fine della sua vita terrena, Charles de Foucauld ci propone una via più che mai attuale per la diffusione del Vangelo, il primo compito affidato da Gesù ai suoi discepoli. Missionario nel più profondo della sua anima, Charles de Foucauld già nel 1902, ossia alcuni mesi dopo il suo arrivo a Beni Abbès, si rende conto di trovarsi in mezzo a un guarnigione militare francese i cui membri sono in maggioranza indifferenti nei confronti della religione. Il mondo circostante, inoltre, è interamente musulmano. Charles parte allora dalla parabola della pecorella smarrita, ma da un punto di vista radicalmente differente: «Occuparmi specialmente delle pecore smarrite. Non lasciare le novantanove pecore smarrite per tenermi tranquillamente nell’ovile con la pecora fedele. Correre dietro le pecore smarrite, come il buon pastore».
Facendo eco a questi pensieri di Charles de Foucauld, Papa Francesco commentava, il 17 giugno 2013, la stessa parabola rivolgendosi ai partecipanti al convegno ecclesiale della diocesi di Roma: «Ah! È difficile. È più facile rimanere a casa, con una sola ed unica pecorella! È più facile con questa pecorella, pettinarla, accarezzarla..., ma noi, preti, e voi, cristiani, tutti: il Signore vuole che siamo dei pastori e non dei pettinatori di pecorelle; dei pastori!».
L’uomo silenzioso del Sahara, uomo di adorazione e di preghiera, che si è fatto «fratello universale», sempre accogliente per tutti, si proponeva di «gridare il Vangelo sui tetti con tutta la mia vita». Questa è stata la via aperta dal «missionario isolato», il cui esempio ha ispirato e continua a ispirare innumerevoli pastori e fedeli.
Quando Charles de Foucauld elabora gli Statuti della congregazione, di cui già da anni porta il progetto nel cuore, riassume in poche parole un ideale missionario che parte da una convinzione: ogni battezzato è invitato a vivere come Gesù. «In ogni cosa, domandarci ciò che Gesù farebbe al nostro posto, e farlo». Nell’elaborare gli Statuti, de Foucauld fissa le priorità: «Amore fraterno di tutti gli uomini: vedere Gesù in ogni essere umano; in ciascuna anima, vedere un’anima da salvare; in ogni uomo vedere un figlio del Padre celeste; essere caritatevole, benevolo, umile, coraggioso con tutti; pregare per tutti gli uomini, offrire le proprie sofferenze per tutti, essere un modello di vita evangelica, mostrare attraverso la propria vita cosa è il Vangelo... farsi tutto a tutti per guadagnare tutti a Gesù».
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Al cuore delle masse
Nel giugno 1953, da pochi mesi alla guida della Segreteria di Stato vaticana come pro-segretario di Stato per gli affari ordinari, Giovanni Battista Montini — che esattamente dieci anni dopo sarebbe divenuto papa prendendo il nome di Paolo VI — scrisse la prefazione a un libro rimasta inedita e pubblicata quasi mezzo secolo più tardi, nel 1998. La richiesta era arrivata all’alto prelato da René Voillaume, fondatore e priore generale dei Piccoli fratelli di Gesù, ispirati alla figura di Charles de Foucauld. Il religioso francese (1905-2003) aveva chiesto a Montini di scrivere la prefazione alla seconda edizione della traduzione italiana del suo Au coeur des masses. La vie religieuse des Petits Frères du père de Foucauld. Il volume era stato pubblicato in Francia nel 1950 e in seconda edizione due anni dopo, e da poco era uscito in Italia con il titolo Come loro. La vita religiosa dei Piccoli fratelli di Padre de Foucauld (Roma, 1952). Era stato verso la fine della guerra che Montini aveva conosciuto Voillaume, e con lui Magdeleine Hutin, fondatrice delle Piccole sorelle di Gesù. Fu questo l’inizio di un rapporto e di un’amicizia che continuarono anche dopo l’elezione al papato e di cui è un primo segno questa prefazione, che pubblichiamo per intero sul sito dell’Osservatore Romano. Nel 1968 il fondatore dei Piccoli fratelli predicò gli esercizi spirituali in Vaticano e ne trasse un libro uscito in Francia l’anno successivo e subito tradotto in italiano (Con Gesù nel deserto, Brescia, 1969) con una prefazione di Virgilio Levi, in quegli anni segretario di redazione dell’Osservatore Romano. (g.m.v.)
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Come un chicco di grano
Sono un vecchio peccatore che, all’indomani della sua conversione, quasi vent’anni fa, è stato attirato con forza da Gesù a vivere la vita nascosta di Nazaret. Da allora, mi sforzo di imitarLo, ma miseramente, purtroppo! Ho passato molti anni in questa cara e benedetta Nazaret, domestico e sacrestano del convento delle clarisse. Ho lasciato quel luogo benedetto solo per ricevere, cinque anni fa, l’ordine sacro. Prete libero della diocesi di Viviers, i miei ultimi ritiri di diaconato e di sacerdozio mi hanno mostrato che questa vita di Nazaret, la mia vocazione, non dovevo viverla in Terra Santa, anche se molto amata, ma tra le anime più malate, le pecore più sperdute, più abbandonate: questo banchetto divino di cui sono diventato ministro, dovevo presentarlo non ai fratelli, ai parenti o ai vicini ricchi, ma ai più zoppi, ai più ciechi, ai più poveri, alle anime più abbandonate che hanno più bisogno di sacerdoti. Da giovane ho percorso in lungo e in largo l’Algeria e il Marocco: in Marocco, grande quanto la Francia, con dieci milioni di abitanti, nell’entroterra non c’è neanche un sacerdote; nel Sahara algerino, sette, otto volte più grande della Francia, più popolato di quanto si credeva un tempo, ci sono solo una dozzina di missionari. Poiché nessun altro popolo mi sembrava più abbandonato di quelli, ho chiesto e ottenuto dal Prefetto apostolico del Sahara il permesso di stabilirmi nel Sahara algerino per condurvi, in solitudine, nella clausura e nel silenzio, nel lavoro manuale e in santa povertà, solo o con qualche altro prete o laico, fratelli in Gesù, nell’Adorazione perpetua del Santissimo Sacramento, se il buon Dio mi dona qualche fratello, una vita il più conforme possibile alla vita nascosta dell’amato Gesù a Nazaret. Tre anni e mezzo fa, mi sono stabilito qui, a Beni Abbès, nel Sahara algerino, proprio al confine con il Marocco, cercando, molto miseramente, molto tiepidamente, di vivervi la vita benedetta di Nazaret; finora sono stato solo: «il chicco di grano che non muore, rimane solo». Preghi Gesù affinché io muoia a tutto ciò che non è Lui e la Sua volontà. Una piccola valletta è la mia clausura da dove esco solo quando un dovere molto imperioso di carità mi costringe a farlo — in mancanza di un altro prete (il prete più vicino è a 400 km a Nord) — a portare Gesù in qualche luogo… Sono stato così costretto a viaggiare, per lungo tempo, nel 1904… Ma eccomi ora rientrato nella mia clausura, ai piedi del divino Tabernacolo, per condurvi sotto gli occhi dell’Amato una vita tanto simile a quella della divina casa di Nazaret quanto me lo permette la miseria del mio cuore... Lei capisce ora quanto mi sta a cuore il suo Gesù Adolescente! Quanto mi hanno commosso le pagine in cui dipinge il Modello che da vent’anni mi sforzo d’imitare! La sua partenza per la Terra Santa mi commuove. L’amo tanto, questa cara Terra Santa, e soprattutto Nazaret!
Charles de Jésus, prete 8 aprile 1905
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Fratello universale
Per commemorare il centenario della scomparsa di fratel Charles de Jésus, la diocesi di Viviers — dove è stato ordinato — ha incaricato lo sceneggiatore e musicista Francesco Agnello di realizzare uno spettacolo teatrale che ne ripercorra il percorso spirituale. Intitolata Fratello universale in riferimento al suo instancabile intento di creare ponti a prescindere dalle culture e dalle frontiere, l’opera — accompagnata da una musica suggestiva — ha una scenografia molto sobria allo scopo di mettere in risalto il fervore spirituale degli scritti del beato. A partire dal dicembre scorso, lo spettacolo è andato in scena in diverse città francesi: gli ultimi due appuntamenti saranno i prossimi 14 e 21 dicembre nella chiesa di Sant’Agostino a Parigi. Lì dove si è compiuta la conversione di Charles de Foucauld.
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Racconta Liliana Cavani
di Silvia Guidi
«La sua è stata una partecipazione totale all’esistere. Una vita dedicata al mondo; più nel mondo di così si muore» ci dice Liliana Cavani ricordando il documentario che nel 1964 ha dedicato ai Piccoli fratelli di Gesù e alla spiritualità di Charles de Foucauld; una vita che più si allontana nel tempo più appare libera, affascinante, misteriosamente feconda. «Gli interessava — continua — testimoniare, essere presente, vedere, osservare, contagiare con lo spirito. Si fece monaco per questo, la solitudine in realtà era una continua occasione di incontro. Per anni ha fatto il giardiniere a un piccolo gruppo di clarisse, dormendo nella chiesetta del convento o nella baracca degli attrezzi nell’orto, poi ha scelto di vivere tra i tuareg, e di custodire la memoria della loro lingua».
Gesù mio fratello, vita e spiritualità di Charles de Foucauld e dei piccoli fratelli di Gesù è nato da una proposta di Pier Emilio Gennarini, dirigente Rai di grande competenza e grande passione per il suo lavoro. «Nella vita, credo, non ha firmato quasi nulla» ricorderà Furio Colombo, rievocando la vivacità culturale della Radio televisione italiana dei primi anni Sessanta «ma lo reputo il miglior giornalista mai incontrato in diverse e variegate carriere. Era il tipo che di fronte all’incertezza — “Ma lo posso fare?” — replicava: “Se pensi che sia la cosa giusta, prova. È un rischio, ma perché rinunciare?”».
Fu possibile realizzare il documentario anche grazie all’amicizia con padre René Voillaume, priore generale dei Piccoli fratelli fino al 1965, e al suo archivio su padre Charles. «Alcuni di loro lavoravano in una fabbrica metallurgica di Marsiglia ma non era possibile filmarli all’interno dello stabilimento. Altri vivevano in Libano e in Siria. Ricordo uno di loro, medico oculista, addolorato perché tanti bambini avevano patologie gravi agli occhi. E le sorelle che vivevano a Damasco, in una bidonville, una lavorava in una fabbrica di valigie, un’altra aiutava gratuitamente le famiglie in difficoltà prendendosi cura dei figli piccoli. Si rimboccavano le maniche e facevano servizio, lavorando e pregando. Uno di loro, autista di camion, mi diceva “Io prego per quelli che non hanno il tempo di farlo, o non ne hanno voglia”. Vivevano mescolati alla gente. Non volevano interviste in pubblico. A Marsiglia li ho filmati in un piccolo appartamento molto modesto, o da lontano, mentre andavano al lavoro in bicicletta, in una raffineria vicina al porto. Tanti di loro erano molto giovani; ricordo il loro priore, un milanese dolcissimo. Un’attività silenziosa ma molto efficace. Una vera libertà interiore, riproposta ogni giorno, mai stantia, mai ripetitiva, sempre fresca, un modo di vivere simile a quello dei francescani primitivi».

L'Osservatore Romano