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martedì 7 aprile 2020

Pasqua 2020 - Comunione e Liberazione



Manca sempre qualcosa, c’è un vuoto in ogni mio intuire. Ed è volgare, questo non essere completo, è volgare, mai fui così volgare come in questa ansia, questo “non avere Cristo” – una faccia che sia strumento di un lavoro non tutto perduto nel puro intuire in solitudine. Pier Paolo Pasolini «Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi, il figlio dell’uomo perché te ne curi?» Nessuna domanda mi ha mai colpito, nella vita, così come questa. Solo Cristo si prende tutto a cuore della mia umanità. Perché quell’Uomo, l’Ebreo Gesù di Nazareth, è morto per noi ed è risuscitato. Quell’Uomo risorto è la Realtà da cui dipende tutta la positività dell’esistenza di ogni uomo. Ogni esperienza terrena, vissuta nello Spirito di Gesù, Risorto da morte, fiorisce nell’Eterno. Questa fioritura non sboccerà solo alla fine del tempo, essa è già iniziata nel crepuscolo della Pasqua. Per cui l’esistenza si esprime, come ultimo ideale, nella mendicanza. Il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo. Luigi Giussani

giovedì 19 settembre 2019

Ci ha lasciato padre Giacomo Raineri

E' tornato alla Casa del Padre
Padre Giacomo Raineri

PADRE GIACOMO RAINERI
(PRESBITERO ITINERANTE)

Benediciamo il Signore per tutta l'opera di Evangelizzazione compiuta.
I fratelli della 1° Comunità Neocatecumenale di Roseto degli Abruzzi,
i Fratelli delle Comunità ex Jugoslavia, di Castellamonte (Iv.), della Calabria,
i confratelli ed i parenti tutti.
***

padre giacomo raineri

https://www.tgroseto.it/

Purtroppo ci tocca, per dovere di cronaca, pubblicare una triste notizia.
Il parroco, l’insegnante, l’amico padre Giacomo, oggi ci ha lasciato.
Malato da tempo di un male incurabile prima di lasciare la sua casa di Roseto degli Abruzzi, agli amici accorsi richiamati dalla sirena dell’ambulanza del 118 ha semplicemente detto a loro “pregate per me”, prima di essere trasportato in ospedale, dove poco dopo è deceduto.
Personalmente ho avuto la fortuna di percorrere con lui un tratto della mia vita.
Negli anni ’70, dopo averlo avuto come insegnante a scuola, ho condiviso insieme a un gruppo di amici una stanza del Centro Guerrieri, divenuta la prima sede rosetana di CL (Comunione e Liberazione).
Con noi c’era anche Giuseppe, chiamato da tutti Beppe o Peppe, oggi diventato don Giuseppe Bonomo.
Successivamente è stata costituita la sede di Giulianova e di Teramo di CL.
E i tanti raduni fuori regione in vari eremi e conventi a cui abbiamo partecipato.
Per noi giovani un punto di riferimento, leale, pulito e come ci raccontava padre Giacomo “una esperienza di vita”.
Aveva ragione.
Poi i nostri destini si sono divisi ma ci siamo rivisti e sempre rispettati, raccontandoci le nostre diverse esperienze e trascorsi di vita.
Padre Giacomo Raineri ultimamente era diventato un presbitero itinerante, nello stessi tempo, responsabile dell’evangelizzazione in aree del Piemonte e della Calabria e dell’ex-Jugoslavia.
Credo, sinceramente, che lascia un vuoto nel cuore dei suoi tanti amici rosetani, che oggi mi hanno telefonato e commossi mi hanno avvertito della triste notizia
Ciao Padre, riposa in pace.


La camera ardente è stata allestita nella Cripta della chiesa del Sacro Cuore a Roseto degli Abruzzi (Teramo).
La messa di saluto sarà celebrata venerdì 20 Settembre 2019 alle ore 11,00 nella chiesa del Sacro Cuore a Roseto degli Abruzzi, e sarà presieduta dal Vescovo, della Diocesi di Teramo.

lunedì 19 febbraio 2018

Quando i bambini si chiedono perché.



 Il dialogo tra il Pontefice e un gruppo di piccoli orfani romeni  

Pubblichiamo la trascrizione del dialogo, avvenuto in Vaticano il 4 gennaio scorso, tra il Papa e alcuni bambini assistiti da Fdp-Protagonisti nell’educazione. L’associazione, nata in Romania grazie all’amicizia con i volontari dell’Avsi e cresciuta nel carisma di don Giussani, dopo essersi dedicata inizialmente ai piccoli di un orfanotrofio alla periferia di Bucarest è oggi impegnata con le persone a rischio di esclusione sociale. 
Cari ragazzi, cari fratelli e sorelle, vi ringrazio per questo incontro, e per la confidenza con cui mi avete rivolto le vostre domande, in cui si sente la realtà della vostra vita.
Ho qui le vostre domande, che avevo già letto. Ma prima di rispondervi vorrei ringraziare con voi il Signore perché siete qui, perché Lui, con la collaborazione di tanti amici, vi ha aiutato ad andare avanti e a crescere. E insieme ricordiamo tanti bambini e ragazzi che sono andati in cielo: preghiamo per loro; e preghiamo per quelli che vivono in situazioni di grande difficoltà, in Romania e in altri Paesi del mondo. Affidiamo a Dio e alla Vergine Madre tutti i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze che soffrono per le malattie, le guerre e le schiavitù di oggi. 
E ora vorrei rispondere alle vostre domande. Lo farò come posso, perché mai si può rispondere del tutto a una domanda che viene dal cuore. In queste domande la parola che voi usate di più è “perché?”: ci sono molti “perché?”. Ad alcuni di questi “perché?” posso dare una risposta, ad altri no, solo Dio può darla. Nella vita ci sono tanti “perché?” ai quali non possiamo rispondere. Possiamo soltanto guardare, sentire, soffrire e piangere.
Perché la vita è così difficile e tra noi amici litighiamo spesso? E ci imbrogliamo? Voi preti ci dite di andare in chiesa, ma immediatamente quando usciamo sbagliamo e commettiamo peccati. Allora perché sono entrato in chiesa? Se io considero che Dio è nel mio animo, perché è importante andare in chiesa?
I tuoi “perché?” hanno una risposta: è il peccato, l’egoismo umano: per questo — come dici tu — “litighiamo spesso”, “ci facciamo del male, ci imbrogliamo”. Tu stesso lo hai riconosciuto, che anche se andiamo in chiesa, poi sbagliamo ancora, rimaniamo sempre peccatori. E allora giustamente tu ti domandi: a cosa serve andare in chiesa? Serve a metterci davanti a Dio così come siamo, senza “truccarci”, così come siamo davanti a Dio, senza trucco. A dire: “Eccomi, Signore, sono peccatore e ti chiedo perdono. Abbi pietà di me”. Se io vado in chiesa per far finta di essere una buona persona questo non serve. Se vado in chiesa perché mi piace sentire la musica o anche perché mi sento bene non serve. Serve se all’inizio, quando io entro in chiesa, posso dire: “Eccomi Signore. Tu mi ami e io sono peccatore. Abbi pietà di noi”. Gesù ci dice che se facciamo così, torniamo a casa perdonati. Accarezzati da Lui, più amati da Lui sentendo questa carezza, questo amore. Così piano piano Dio trasforma il nostro cuore con la sua misericordia, e trasforma anche la nostra vita. Non restiamo sempre uguali, ma veniamo “lavorati”. Dio ci lavora il cuore, è Lui, e noi siamo lavorati come l’argilla nelle mani del vasaio; e l’amore di Dio prende il posto del nostro egoismo. Ecco perché credo che è importante andare in chiesa: non solo guardare Dio, lasciarsi guardare da Lui. Questo penso. Grazie.
Perché ci sono dei genitori che amano i bambini sani e invece quelli malati o con problemi no?
La tua domanda riguarda i genitori, il loro atteggiamento davanti ai bambini sani e a quelli malati. Ti direi questo: di fronte alle fragilità degli altri, come le malattie, ci sono alcuni adulti che sono più deboli, non hanno la forza sufficiente per sopportare le fragilità. E questo perché loro stessi sono fragili. Se io ho una grossa pietra, non posso appoggiarla sopra una scatola di cartone, perché la pietra schiaccia il cartone. Ci sono genitori che sono fragili. Non abbiate paura di dire questo, di pensare questo. Ci sono genitori che sono fragili, perché sono sempre uomini e donne con i loro limiti, i loro peccati e le fragilità che si portano dentro, e magari non hanno avuto la fortuna di essere aiutati quando loro erano piccoli. E così con quelle fragilità vanno avanti nella vita perché non sono stati aiutati, non hanno avuto l’opportunità che abbiamo avuto noi di trovare una persona amica che ci prenda per mano e ci insegni a crescere e a farci forti per vincere quella fragilità. È difficile ricevere aiuto dai genitori fragili e a volte siamo noi che dobbiamo aiutarli. Invece di rimproverare la vita perché mi ha dato genitori fragili e io non sono tanto fragile, perché non cambiare la cosa e dire grazie a Dio, grazie alla vita perché io posso aiutare la fragilità del genitore così che la pietra non schiacci la scatola di cartone. Sei d’accordo? Grazie.
L’anno scorso è morto uno dei nostri amici che sono rimasti in orfanotrofio. È morto nella Settimana santa, il Giovedì santo. Un prete ortodosso ci ha detto che è morto peccatore e per questo non andrà in Paradiso. Io non credo che sia così.
Forse quel prete non sapeva quello che diceva, forse quel giorno quel prete non stava bene, aveva qualcosa nel cuore che l’ha fatto rispondere così. Nessuno di noi può dire che una persona non è andata in cielo. Ti dico una cosa che forse ti stupisce: neppure di Giuda possiamo dirlo. Tu hai ricordato il vostro amico che è morto. E hai ricordato che è morto il Giovedì santo. Mi sembra molto strano quello che hai sentito dire da quel sacerdote, bisognerebbe capire meglio, forse non è stato capito bene... Comunque io ti dico che Dio vuole portarci tutti in paradiso, nessuno escluso, e che nella Settimana santa noi celebriamo proprio questo: la Passione di Gesù, che come Buon Pastore ha dato la sua vita per noi, che siamo le sue pecorelle. E se una pecorella è smarrita, Lui la va a cercare finché non la ritrova. È così. Dio non se ne sta seduto, Lui va, come ci fa vedere il Vangelo: Lui è sempre in cammino per trovare quella pecorella, e non si spaventa quando ci trova, anche se siamo in uno stato di grande fragilità, se siamo sporchi di peccati, se siamo abbandonati da tutto e dalla vita, Lui ci abbraccia e ci bacia. Poteva non venire ma è venuto per noi il Buon Pastore. E se una pecorella è smarrita, quando la trova se la mette sulle spalle e pieno di gioia la riporta a casa. Io posso dirti una cosa: sono sicuro, conoscendo Gesù, sono sicuro che questo è ciò che in quella Settimana santa il Signore ha fatto con il vostro amico. 
Perché noi abbiamo avuto questa sorte? Perché? Che senso ha?
Sai, ci sono “perché?” che non hanno risposta. Per esempio: perché soffrono i bambini? Chi può rispondere a questo? Nessuno. Il tuo “perché?” è uno di quelli che non hanno una risposta umana, ma solo divina. Non so dirti perché tu hai avuto “questa sorte”. Non sappiamo il “perché” nel senso del motivo. Cosa ho fatto di male per avere questa sorte? Non lo sappiamo. Ma sappiamo il “perché” nel senso del fine che Dio vuole dare alla tua sorte, e il fine è la guarigione — il Signore guarisce sempre — la guarigione e la vita. Lo dice Gesù nel Vangelo quando incontra un uomo cieco dalla nascita. E questo si domandava sicuramente: “Ma perché io sono nato cieco?”. I discepoli chiedono a Gesù: “Perché è così? Per colpa sua o dei suoi genitori?”. E Gesù risponde: “No, non è colpa sua né dei suoi genitori, ma è così perché si manifestino il lui le opere di Dio” (cfr. Gv 9, 1-3). Vuol dire che Dio, davanti a tante situazioni brutte in cui noi possiamo trovarci fin da piccoli, vuole guarirle, risanarle, vuole portare vita dove c’è morte. Questo fa Gesù, e questo fanno anche i cristiani che sono veramente uniti a Gesù. Voi lo avete sperimentato. Il “perché” è un incontro che guarisce dal dolore, dalla malattia, dalla sofferenza, e dà l’abbraccio della guarigione. Ma è un “perché” per il dopo, all’inizio non si può sapere. Io non so il “perché”, non posso neppure pensarlo; so che quei “perché?” non hanno risposta. Ma se voi avete sperimentato l’incontro con il Signore, con Gesù che guarisce, che guarisce con un abbraccio, con le carezze, con l’amore, allora, dopo tutto il male che potete aver vissuto, alla fine avete trovato questo. Ecco “perché”.
Succede che mi sento sola e non so che senso abbia la mia vita. La mia bambina è in affido e alcune persone giudicano che non sono una buona mamma. Invece io credo che mia figlia stia bene e che ho deciso correttamente anche perché ci vediamo spesso.
Sono d’accordo con te che l’affido può essere un aiuto in certe situazioni difficili. L’importante è che tutto sia fatto con amore, con cura per le persone, con grande rispetto. Capisco che spesso ti senti sola. Ti consiglio di non chiuderti, di cercare la compagnia della comunità cristiana: Gesù è venuto a formare una nuova famiglia, la sua famiglia, dove nessuno è solo e siamo tutti fratelli e sorelle, figli del nostro Padre del cielo e della Madre che Gesù ci ha dato, la Vergine Maria. E nella famiglia della Chiesa possiamo ritrovarci tutti, guarendo le nostre ferite e superando i vuoti d’amore che spesso ci sono nelle nostre famiglie umane. Tu stessa hai detto che credi che tua figlia stia bene nella Casa-famiglia anche perché tu sai che lì ci tengono alla bambina e anche a te. E poi hai detto: “Ci vediamo spesso”. A volte la comunità dei fratelli e delle sorelle cristiani ci aiuta così. Affidarsi l’uno all’altro. Non solo i bambini. Quando uno sente qualcosa al cuore si affida all’amica, all’amico e fa uscire dal cuore quel dolore. Affidarsi fraternamente gli uni agli altri, questo è bellissimo e questo lo ha insegnato Gesù. Grazie.
Quando avevo due mesi di vita mia mamma mi ha abbandonato in un orfanotrofio. A 21 anni ho cercato mia madre e sono rimasto con lei due settimane ma non si comportava bene con me e quindi me ne sono andato. Mio papà è morto. Che colpa ho io se lei non mi vuole? Perché lei non mi accetta?
Questa domanda l’ho capita bene perché l’hai detta in italiano. Voglio essere sincero con te. Quando ho letto la tua domanda, prima di dare le istruzioni per fare il discorso, ho pianto. Ti sono stato vicino con un paio di lacrime. Perché non so, mi hai dato tanto; gli altri pure, ma tu mi hai preso forse con le difese basse. Quando si parla della mamma sempre c’è qualcosa... e in quel momento mi hai fatto piangere. Il tuo “perché?” assomiglia alla seconda domanda, sui genitori. Non è questione di colpa, è questione di grandi fragilità degli adulti, dovute nel vostro caso a tanta miseria, a tante ingiustizie sociali che schiacciano i piccoli e i poveri, e anche a tanta povertà spirituale. Sì, la povertà spirituale indurisce i cuori e provoca quello che sembra impossibile, che una madre abbandoni il proprio figlio: questo è il frutto della miseria materiale e spirituale, frutto di un sistema sociale sbagliato, disumano, che indurisce i cuori, che fa sbagliare, fa sì che noi non troviamo la strada giusta. Ma sai, questo richiederà tempo: tu hai cercato una cosa più profonda del suo cuore. Tua mamma ti ama ma non sa come farlo, non sa come esprimerlo. Non può perché la vita è dura, è ingiusta. E quell’amore che è chiuso in lei non sa come dirlo e come accarezzarti. Ti prometto di pregare perché un giorno possa farti vedere quell’amore. Non essere scettico, abbi speranza. 
Simona Carobene (responsabile dell’iniziativa): Ho iniziato a chiedermi se forse non sia arrivato il momento di fare ancora un passo in più nella mia vita, di accoglienza e condivisione. È un desiderio del cuore che mi sta nascendo e che vorrei verificare nel prossimo periodo. Quali sono i segni da guardare per capire quale è il disegno per me? Cosa vuol dire vivere la vocazione della povertà fino in fondo?
Simona, grazie della tua testimonianza. Sì, la nostra vita è sempre un cammino, un cammino dietro al Signore Gesù, che con amore paziente e fedele non finisce mai di educarci, di farci crescere secondo il suo disegno. E a volte ci fa delle sorprese, per rompere i nostri schemi. Il tuo desiderio di crescere nella condivisione e nella povertà evangelica viene dallo Spirito Santo: questo non si può comprare, affittare, soltanto lo Spirito è capace di far questo e Lui ti aiuterà ad andare avanti in questa strada nella quale tu e gli amici avete fatto tanto bene. Avete aiutato il Signore a compiere le sue opere per questi ragazzi. 
Grazie ancora a tutti voi. Incontrarvi mi ha fatto tanto bene. Vi porto nelle mie preghiere. E mi raccomando, anche voi pregate per me perché ne ho bisogno. Grazie!
L'Osservatore Romano

giovedì 8 febbraio 2018

Carrón, udienza con Papa Francesco/ Lettera alla Fraternità di Cl: “non desideriamo altro che seguirlo”




Carrón, udienza con Papa Francesco/ Lettera alla Fraternità di Cl: “non desideriamo altro che seguirlo” 
Il Sussidiario 
Dopo l’udienza privata con papa Francesco del 2 febbraio scorso, don Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, ha scritto una lettera a tutti gli amici del movimento. Ecco il testo. --  Cari amici, come sapete, venerdì 2 febbraio ho avuto la gioia di essere ricevuto in udienza privata da papa Francesco. (...)

martedì 17 ottobre 2017

Sfida al nichilismo




Le risposte del cristianesimo alle domande dell’uomo di oggi.

Dialogo con don Carrón. Esce oggi, 17 ottobre, in Italia Dov’è Dio? La fede cristiana al tempo della grande incertezza (Milano, Piemme edizioni, 2017, pagine 216, euro 15,90), il primo libro intervista di don Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, scritto da Andrea Tornielli. Il volume, una conversazione con il vaticanista della Stampa, verrà presentato a Milano giovedì 19 alle 21 nell’aula magna dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Con gli autori intervengono Adolfo Ceretti e Mauro Magatti, moderati da Elisabetta Soglio. Del testo anticipiamo alcuni estratti.
*****
(Andrea Tornielli) Si può ancora incontrare Dio nel tempo in cui viviamo, nella “società liquida” in cui siamo immersi? La secolarizzazione e la scristianizzazione, caratteristiche di un Occidente un tempo cristiano, sono un segno della fine dei tempi o soltanto della fine di un tempo e dell’inizio di un altro? La società plurale e relativista è il nemico da combattere innalzando barriere e muri, oppure può diventare l’occasione per annunciare il Vangelo in modo nuovo? Don Julián Carrón è da dodici anni alla guida del movimento di Comunione e Liberazione. Ha avuto il compito non facile di raccogliere il testimone da don Luigi Giussani, il quale, pur non avendo inteso «fondare niente» perché voleva soltanto riproporre gli elementi essenziali del cristianesimo e dell’appartenenza alla Chiesa, ha dato vita a un movimento che come tutte le realtà nuove ha fatto e fa discutere. Mi sembrava interessante dialogare con lui, sacerdote spagnolo nato tra i ciliegi dell’Estremadura, sul momento storico che stiamo vivendo. 
Don Julián, perché è così difficile credere oggi? 
Per una distanza da noi stessi. A chi interessa Gesù? A chi ne ha bisogno. E chi ne ha bisogno? Chi è cosciente delle proprie ferite, delle proprie malattie, del proprio male, della propria insoddisfazione, del proprio peccato. Ne ha bisogno chi si sente mancante di qualcosa e avverte il dramma della propria incompiutezza, chi è messo alla prova dalla vita o ha sperimentato che anche il raggiungimento degli obiettivi più grandi che si era prefisso non è servito a dargli il compimento sperato. Queste sono le persone che hanno intercettato la portata di Gesù per la loro vita e lo hanno seguito. Accorgersi della propria incompiutezza rende possibile aprirsi a qualcosa d’altro: «Che cos’è quello che cerco?». Occorre andare fino in fondo a se stessi. Ma che cosa può ridestare la nostra sete quando è affievolita o in tanti modi travisata, ridotta? Essere guardati gratuitamente, senza condizioni, senza misura, vale a dire incontrare qualcuno che ha lo stesso sguardo di Gesù. Tutte le persone che attraversano difficoltà, fatiche, contraddizioni — borderline, irregolari — e che vivono drammi di ogni tipo hanno bisogno di essere guardate come Gesù guardava, accoglieva e amava la gente. Ma, attenzione, la loro risposta accade secondo un disegno che non è il nostro: non è l’esito di un meccanismo, come quando mettiamo l’euro nel distributore di bevande e cade la lattina di aranciata. La possibilità di un loro “sì” non dipende da noi, ma dal disegno di Dio e dalla loro libertà. Noi, come cristiani, abbiamo un compito: testimoniare che alle ferite e alle esigenze degli uomini, in qualunque condizione versino, c’è risposta.
Qual è il rapporto tra misericordia e giustizia? Ogni volta che si parla della misericordia c’è qualcuno che dice: «Eh sì, misericordia, misericordia. Però la giustizia…».
L’esigenza di giustizia non può essere soddisfatta da risposte parziali, essa reclama la totalità. Perciò senza la prospettiva di un “oltre” non ci può essere vera giustizia. Mi hanno colpito le parole finali di un’intervista al filosofo Paolo Rossi, di qualche anno fa, pubblicata sul «Corriere della Sera»: «Non me ne importa niente della prova dell’esistenza di Dio. Però […] ho questo sasso sullo stomaco: non accetto volentieri l’idea che il carnefice e la vittima scompaiano insieme nel nulla». Se insomma il carnefice e la vittima finiscono entrambi nel nulla, se tutto finisce con questa vita, non c’è giustizia. L’esigenza di giustizia, come tutte le esigenze umane fondamentali, è senza limiti, porta in sé un’urgenza di totalità. È proprio questo ciò che noi non riusciamo a soddisfare, anche se realizziamo tutti i nostri tentativi. Nessuna delle nostre immagini di giustizia riesce a compiere fino in fondo l’esigenza di giustizia. Ci troviamo davanti a qualcosa che ci sovrasta in tutti i modi e che colpisce tutti: tanto le vittime (e chi è vicino a esse), perché nessuno potrà mai soddisfare la loro sete di giustizia, quanto gli autori degli abusi, perché niente sarà mai sufficiente a colmare la voragine prodotta in loro dal male compiuto.
Che cosa può allora soddisfare questa sete di giustizia?
Solo Dio fatto uomo, Cristo — quell’“oltre” che è entrato nella storia —, con la sua misericordia, croce e resurrezione, può soddisfare la sete di giustizia, può portare una risposta all’esigenza degli uni e degli altri. Ecco qui emergere il nesso tra misericordia e giustizia: senza Cristo il problema è insolubile. Così come niente è davvero in grado di saziare la sete di felicità della samaritana, allo stesso modo niente può veramente soddisfare la sete di giustizia che ci troviamo addosso. Si manifesta qui tutto il mistero dell’uomo. Senza quell’“oltre” che si rende presente nella storia attraverso Cristo, che fa sì che proprio per il legame con il Padre si rompa la spirale della violenza, non si può cominciare a sperare in un mondo diverso. Senza l’abbraccio di Cristo non c’è vera risposta, né per le vittime, né per i carnefici.
Papa Ratzinger, in un colloquio sul suo viaggio a Cuba con il cardinale Ortega y Alamino, ha detto che «la Chiesa non è nel mondo per cambiare i governi» e che la via del dialogo è l’unica via possibile. Che cosa significa questo, secondo lei, e quali chiavi di lettura offre tale sguardo per la vita di un movimento come CL?
Cristo non è venuto a portare nel mondo uno dei possibili schieramenti, una delle possibili opzioni politiche. Egli ha messo sul tavolo della storia la più grande promessa che l’umanità abbia mai ricevuto: chi lo segue vivrà il centuplo quaggiù, un’intensità cento volte maggiore in ogni aspetto del vivere, e poi sperimenterà la vita eterna. Cristo ha la pretesa di essere la risposta al desiderio sconfinato di felicità di ogni singola persona. Ma questo è anche l’unico annuncio interessante per l’uomo reale. La sfida di oggi non è appena cambiare un governo. La vera sfida è il nichilismo che attanaglia giovani e meno giovani, cioè il credere che in fondo non ci sia una risposta adeguata al proprio desiderio. Nel tran tran quotidiano uno pensa di potersela cavare. Ma quando la vita urge si accorge del senso di distruzione che lo abita, di tutta la mancanza di speranza. Può forse rispondervi un cambiamento di strutture o di governi? È qui che uno può cogliere la portata del cristianesimo e il contributo che un cristiano, nella misura in cui vive ciò che ha ricevuto, gli può offrire. Mi diceva di recente un giornalista non credente: «Voi non vi rendete conto di cosa portate!».
Come ha accolto, nel marzo 2013, l’elezione del cardinale Jorge Mario Bergoglio quale successore di Benedetto XVI?
Con grande sorpresa. Sapevo che da cardinale aveva mostrato interesse per la figura di don Giussani e aveva sempre accettato gli inviti di alcuni del movimento in Argentina a presentare i libri del nostro fondatore. Poi mi erano noti i suoi rapporti di amicizia con persone della comunità di Roma. Da quando ho cominciato a vederlo in azione, mi è diventato evidente — al di là di quello che poteva apparire a prima vista, e cioè che egli costituisse una rottura rispetto a Benedetto XVI, tanto sono diversi per temperamento e storia — che tutto il magistero di Francesco rappresenta una radicalizzazione di quello di Benedetto XVI. Francesco ha portato a compimento una serie di intuizioni di Papa Ratzinger e grazie alla sua modalità di porsi le ha rese accessibili a tutti. In Papa Francesco c’è il desiderio di rispondere alla nuova situazione che si è venuta a creare e che egli chiama «cambiamento d’epoca». Le persone semplici comprendono benissimo il suo messaggio: la modalità della sua presenza, i suoi gesti e le sue parole intercettano infatti immediatamente i bisogni e le ferite dell’uomo contemporaneo. Questa capacità di sintonizzarsi con l’uomo, di dialogare con il cuore dell’uomo ferito, caratterizza anche l’anima di Benedetto. Ma, per la sua indole pastorale, per il suo temperamento, per la sua personalità di fede, Papa Bergoglio riesce a testimoniare il volto della misericordia con una semplicità, con un’immediatezza, con un abbraccio all’altro che raggiunge di schianto le persone più diverse e più semplici allo stesso tempo. Papa Francesco rappresenta una grazia per la Chiesa nel mondo di oggi. L’unica questione è se noi accettiamo la provocazione della sua testimonianza, per imparare, dal suo modo di porsi, a essere testimoni come lui. È evidente che un uomo non può fare tutto o andare ovunque: allora egli compie un gesto come quello di recarsi a Lampedusa o a Lesbos, indicandoci attraverso esso che occorre uscire, che occorre abbracciare l’altro, testimoniando la fede con gli stessi gesti di Gesù. Ma perché tutto ciò diventi nostro, patrimonio di tutti, bisogna che la Chiesa, cioè tutti noi, assecondiamo la testimonianza del Papa, imitandola e traendone le conseguenze nella nostra vita. Perciò mi permetto di dire: lasciamoci colpire e provocare da lui!
L'Osservatore Romano

lunedì 16 ottobre 2017

Lontani dall' integralismo.




Carrón detta la linea di Cl
La Repubblica

(Paolo Rodari) Nel libro "Dov' è Dio?", il leader del movimento difende papa Francesco dalle critiche dei tradizionalisti. "Seguiamo l' indirizzo di don Giussani" Dall' elezione di Jorge Mario Bergoglio al soglio di Pietro sono passati quattro anni e mezzo e diversa acqua sotto i ponti. Il processo aperto da Francesco di una Chiesa capace di riconoscere la mondanità spirituale come suo male peggiore, e insieme di uscire da se stessa per raggiungere le periferie geografiche ed esistenziali, sta coinvolgendo diversi settori ecclesiali: fra questi Comunione e Liberazione, il movimento nato attorno a don Luigi Giussani che vede una parte minoritaria al suo interno criticare anche aspramente lo stesso vescovo di Roma.
Ma, spiega Julián Carrón, leader del movimento, nel libro conversazione scritto con Andrea Tornielli Dov' è Dio? La fede cristiana al tempo della grande incertezza (Piemme), sono «critiche che non rappresentano in alcun modo la posizione di Cl». E ancora: «Non hanno niente a che vedere con l' atteggiamento che Giussani ci ha insegnato nel suo rapporto coi pontefici», mentre una posizione negativa verso il Papa «la considero un danno per la vita della Chiesa». Le critiche, presenti in generale nel mondo tradizionalista, muovono in particolare contro Amoris laetitia, dove Bergoglio torna sul rapporto fra dogma e vita proprio del teologo Henri De Lubac, per il quale non si può parlare di dottrina senza storia: la verità si fa dentro la storia e si rimodella a partire da essa. Così Francesco che spiega, citando Ambrogio, come l' eucaristia non sia «un premio per i perfetti, ma un rimedio e un alimento per i deboli». «L' eucaristia è per gli uomini così come sono, fragili, peccatori», dice Carrón. Ci sono accenti nuovi in Cl da quando Francesco, come ama dire, ha «cambiato diocesi». Fra questi uno sguardo meno arroccato e più positivo verso la secolarizzazione: «La situazione attuale », dice il leader di Cl, «mi sembra rappresenti una grande opportunità per stabilire un rapporto con persone che hanno origini e storie diverse». La strada è abbandonare un certo «atteggiamento legalistico» per «lasciarsi colpire dalle ferite delle persone». Un cambio di passo decisivo, che Carrón sta chiedendo oggi al movimento seppure egli stesso ricordi più volte come in Giussani molto fosse già chiaro. Cl ebbe un grande sviluppo negli anni Settanta e Ottanta. Le polemiche in seno alla Chiesa erano anche feroci sulla modalità della presenza cristiana nella società. Alla «scelta religiosa » propria dell' Azione Cattolica, Cl oppose una sua idea di presenza più militante. In questo senso Carrón sorprende quando riprende oggi il termine «scelta religiosa», come a volerlo infine accogliere anche nell' esperienza di Cl. Seppure, con delle distinzioni: se per scelta religiosa, dice, «s' intende il relegare il cristianesimo ad alcuni momenti "religiosi", non sono d' accordo. Se, invece, si intende che i cristiani nel mondo non vivono da "integralisti" allora sono d' accordo». Contro un certo integralismo, del resto, già aveva parlato Giussani quando ricordò che se in una scuola ci fosse stato anche un solo studente non cattolico, il movimento si sarebbe dovuta ispirare a valori accettabili anche da lui, rispettando e accogliendo la sua posizione. Di Cl come contraltare a una certa idea di Chiesa presente nella diocesi ambrosiana è testimone il primo Vatileaks. Allora venne pubblicata su un quotidiano una lettera di Carrón a Ratzinger in cui c' erano giudizi negativi su Martini e Tettamanzi. Tuttavia, spiega Carrón, «mai avrei voluto dare scandalo». E ancora: «La cosa che mi ha addolorato di più è come quella lettera è stata interpretata, presentata: come un' accusa diretta ai cardinali che non corrispondeva all' intenzione né al senso del mio scritto». Carrón ammette che «nel corso del tempo ci sono state incomprensioni, ma il contenuto centrale di quella lettera era piuttosto un' analisi e un giudizio su uno stato di cose che ci vedeva tutti coinvolti». Tutto il resto, è stato «un tentativo, senza dubbio approssimativo, e forse goffo, di mettere in evidenza alcuni sintomi del cambiamento d' epoca, che non riguardava persone singole e che adesso è palese a tutti».

***

Carrón, la fede al tempo della grande distrazione
Vatican Insider
(Gianni Riotta) “Dov’è Dio?”: Il successore di don Giussani alla guida di CL in un libro-conversazione con Andrea Tornielli. Memore dei giorni da inviato del Corriere della Sera al seguito di papa Paolo VI, in Terrasanta nel 1964, Eugenio Montale scrisse i versi di Come Zaccheo: «Si tratta di arrampicarsi sul sicomoro / per vedere il Signore se mai passi. / Ahimè, non sono un rampicante ed anche / stando in punta di piedi non l’ho mai visto». Lo scetticismo agro del poeta premio Nobel torna in mente leggendo Dov’è Dio? La fede cristiana al tempo della grande incertezza (Piemme), conversazione tra il presidente di Comunione e Liberazione don Julián Carrón e Andrea Tornielli, editorialista della Stampa. (...)

sabato 16 settembre 2017

Vedere uomini e cose con gli occhi di Dio.





Pubblichiamo uno stralcio dal libro L’impegno del cristiano nel mondo (Milano, Jaca Book, 2017, pagine 143, euro 10) che, con la prefazione di Julián Carrón, raccoglie le conferenze tenute nel gennaio 1971 a Einsiedeln in occasione di un raduno di studenti di Comunione e Liberazione da von Balthasar e Luigi Giussani. 

(Hans Urs von Balthasar) Con il proprio impegno il cristiano vive nell’impegno di Dio per la liberazione del mondo.

Sa di essere scelto da Dio e chiamato per nome ad aiutarlo nella sua opera di liberazione, che riguarda essenzialmente lui, non gli angeli e le cose infraumane, create per l’uomo che deve disporre di esse in conformità al suo compito e alla sua scelta. Il cristiano deve imparare innanzitutto a vedere uomini e cose con gli occhi di Dio.
Questo non vuol dire che in questo mondo egli cessi di essere un profondo enigma. Al contrario. Se è vero che Dio lo ha creato a sua immagine e somiglianza, questo significa piuttosto che in lui risplende qualcosa della singolarità e insondabilità divina, in modo tanto più chiaro per l’osservatore di quanto lo illumini Dio con la luce inaccessibile della sua scelta e del suo impegno.
In genere l’uomo, e ogni singolo in particolare, è un mistero. Come s’è detto, egli emerge dalla natura e la trascende (è rimandato alla natura che deve rendere utilizzabile e ordinata, e insieme è rimandato a Dio con l’obbligo di tentare «semmai possa toccarlo»), ma la sua trascendenza non lo garantisce di trovare la sua meta ultima: essa gli deve andare incontro in libertà.
In se stesso, come dicevano i greci, l’uomo è la linea di demarcazione fra Dio e il mondo e deve inserire il «di qua» (Diesseitige) nel suo proprio andar oltre. Deve cioè addossare a se stesso il mondo senza conoscere da se stesso la meta verso la quale deve indirizzarsi.
La colpa e la morte rendono ancor più fonde le tenebre della contraddizione. L’uomo non può né rinchiudersi nella sua finitezza e mortalità, che sono la sua vita reale, e rimettere il futuro nell’anonimia della specie e della provvidenza, né può fare come se la morte non avesse alcun peso e buttarsi nell’organizzazione tecnica delle cose mondane, per le quali la morte non esercita alcun condizionamento. L’enigma resta così veramente e continuamente sconcertante.
Solo l’impegno di Dio in Gesù Cristo assume globalmente l’uomo: non solo la specie umana, ma il singolo. Tutto è basato sul valore infinito della persona scelta, che però non è stata scelta come privata ed esclusivamente per se stessa ma per gli altri, per quei fratelli che non sono ancora stati scelti: «Andate, dunque, e fate miei discepoli tutti i popoli» (Matteo 28, 19), «Va’ dai miei fratelli e di’ loro: ascendo al Padre mio e Padre vostro» (Giovanni 20, 17), «Va’ a casa tua presso i tuoi e annunzia loro quanto ha fatto il Signore per te, e come ha avuto pietà di te» (Marco 5, 19).
Scelta è personalizzazione e insieme espropriazione della persona a favore degli altri, come ci spiega Paolo nella sua grandiosa teologia della storia sul rapporto tra giudei e pagani. Solo l’impegno di Dio in Cristo difatti assume interamente anche la finitezza, il peccato e la morte dell’uomo, senza distanziarsi con sdegno dall’immanenza e dalle sue tragiche obbligazioni per far abitare l’uomo nella sua trascendenza (Jenseits) spirituale, riferendo a sé in tutto il suo senso il fiasco dell’immanenza e ogni sforzo umano, facendone insieme un presupposto per la resurrezione e la salvezza delle «stigmate» nella vita eterna. Sudore e sangue dell’uomo non sono sparsi invano. Dio nel suo libero impegno ricupera tutto nella forma perfetta del mondo.
Pertanto nella «soluzione» che Dio offre all’enigma-uomo sussistono tutte le tensioni, nessun aspetto dell’uomo viene eliminato: Dio è grande abbastanza per mettere al sicuro questo essere aperto e infinito nella propria apertura ancor più immensa.

L'Osservatore Romano

giovedì 14 settembre 2017

Lievito cristiano speranza di futuro

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Balthasar-Giussani. Lievito cristiano speranza di futuro
Avvenire 

Von Balthasar propone una «Chiesa povera e serva » - sembra di leggere papa Francesco! - «che è la sola a poter garantire il contatto con il mondo, non per ricerca di successo ma per missione». Le parole di von Balthasar sono di un' audacia sorprendente: «Questa Chiesa ha smantellato quei bastioni che la difendono dal mondo, non si ritiene "solida rocca", ma piuttosto costruzione d' appoggio per una meta che la sovrasta».
Infatti, «Dio attraverso la sua mediazione deve agire nel mondo: [] ha bisogno per avere nuovo lievito da immettere nella pasta, nuovo seme che deve cadere e morire nel terreno per far spuntare qualcosa d' altro. Il che comporta un concetto dinamico di tradizione, ben diverso da quello statico di semplice consegna di ciò che c' è. In quel processo infatti si ripete la "traditio" originaria di ogni presente, cioè il darsi del Figlio attraverso il Padre per la salvezza del mondo». E qual è tale meta? «Forse è proprio la gioia cristiana in tutte le sue forme ciò di cui gli uomini attorno a me hanno più acutamente bisogno che io dia loro». 
Una gioia che l' uomo non si può dare con le proprie mani, ma che può solo sorprendere in sé come un dono imprevisto ma reale: «In quanto la fede è più che una sintesi producibile dalla ragione, come "sapere", essa è atto vitale di tutto l' uomo, non solo l' attivazione di una delle sue funzioni, l' intelligenza, per cui è radicalmente impossibile e contraddittorio che essa dimostri il suo contenuto». Don Giussani invece sottolinea che «tutta la nostra salvezza è nell' accettazione integrale del Fatto di Dio nella nostra vita. Qui sta ogni nostra giustizia. E la giustizia, biblicamente, è la situazione dell' uomo liberato dal male, tolto dalla grettezza della sua misura e riconsegnato alla libertà della misura di Dio». 
Perciò la vita cristiana è «cammino dell' uomo verso l' attuazione di una autentica moralità umana, perché poggiata sul riconoscimento di Gesù Cristo». C' è in queste parole una esaltazione unica del tempo e della storia - altro che svalutazione della tradizione! - : «Il Fatto cristiano, che domina su tutto, opera questo suo dominio realizzandosi attraverso i singoli momenti del tempo». 
In questo senso, «un' urgenza capitale della vita del cristiano è che il Fatto di Cristo diventi storia personale e adulta». La storicità è una categoria centrale del cristianesimo, dal momento che Dio si è incarnato. Questo significa che «il destino e l' intenzione profonda della comunità cristiana è il mondo, "per gli uomini": una dedizione profonda e appassionata agli uomini e al loro destino, una tensione a rendere presente dentro la trama della convivenza solita, in cui gli uomini soffrono, sperano, tentano, negano, attendono il senso ultimo delle cose, il Fatto di Gesù Cristo unica salvezza degli uomini. Il "per gli uomini" è il motivo storicamente esauriente la vita della comunità cristiana». 
Joseph Ratzinger, teologo molto stimato da Balthasar e grande amico di don Giussani, ha scritto in proposito: il suo "essere per" è la «espressione della figura fondamentale dell' esistenza cristiana e della Chiesa in quanto tale [...]. Cristo, in quanto unico, era ed è per tutti e i cristiani, che nella grandiosa immagine di Paolo costituiscono il suo corpo in questo mondo, partecipano di tale essere-per». Cristiani «non si è per se stessi, bensì, con Cristo, per gli altri». Perciò «assieme al Signore che abbiamo incontrato andiamo verso gli altri e cerchiamo di render loro visibile l' avvento di Dio in Cristo». 
Questo "essere per" è il più grande atto di amicizia che possiamo compiere nei confronti dei nostri fratelli uomini: comunicare, rendere partecipi tutti del dono che abbiamo ricevuto. E mi stupisce come questo "essere per" coincida con l' atteggiamento e con ogni mossa di papa Francesco: «L' architrave che sorregge la vita della Chiesa è la misericordia. Tutto della sua azione pastorale dovrebbe essere avvolto dalla tenerezza con cui si indirizza ai credenti; nulla del suo annuncio e della sua testimonianza verso il mondo può essere privo di misericordia ». Continua: «La credibilità della Chiesa passa attraverso la strada dell' amore misericordioso e compassionevole. La Chiesa "vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia". [] È giunto di nuovo per la Chiesa il tempo [] del ritorno all' essenziale per farci carico delle debolezze e delle difficoltà dei nostri fratelli [] per guardare al futuro con speranza». 
Questa è la natura del cristianesimo, come proposta per l' uomo di ogni tempo. Nelle ultime pagine di questo libro don Giussani afferma: «È la conoscenza della potenza di Gesù Cristo la ragione profonda di ogni nostro gesto di presenza sociale e di comunicazione al mondo: ma questa motivazione unica e originalissima non diviene evidente se non nella testimonianza di una passione per l' uomo, carica di accettazione della situazione concreta in cui esso si trova, e, quindi, pronta a ogni rischio e a ogni fatica».

domenica 10 settembre 2017

Francesco come Giussani


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"Il protagonista della storia è il mendicante".
Francesco, ieri sera...


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Luigi Giussani giovedì 23 febbraio 2012
Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi, il figlio dell’uomo perché te ne curi?». (Sal 8,5). Nessuna domanda mi ha mai colpito, nella vita, così come questa. C’è stato solo un Uomo al mondo che mi poteva rispondere, ponendo una nuova domanda: «Qual vantaggio avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero e poi perderà se stesso? O che cosa l’uomo potrà dare in cambio di sé?» (Mt 16,26). Nessuna domanda mi sono sentito rivolgere così, che mi abbia lasciato il fiato mozzato, come questa di Cristo! (...) Nessun uomo può sentire se stesso affermato con dignità di valore assoluto, al di là di ogni sua riuscita. Nessuno al mondo ha mai potuto parlare così! Solo Cristo si prende tutto a cuore della mia umanità. È lo stupore di Dionigi l’Areopagita: «Chi ci potrà mai parlare dell’amore all’uomo proprio di Cristo, traboccante di pace?».Mi ripeto queste parole da più di cinquant’anni! Per questo la Redemptor Hominis è entrata nel nostro orizzonte come bagliore in piene tenebre avvolgenti la terra oscura dell’uomo di oggi, con tutte le sue confuse domande. Grazie, Santità. È una semplicità del cuore quella che mi faceva sentire e riconoscere come eccezionale Cristo, con quella immediatezza certa, come avviene per l’evidenza inattaccabile e indistruttibile di fattori e momenti della realtà, che, entrati nell’orizzonte della nostra persona, colpiscono fino al cuore. (...) Lo Spirito di Gesù, cioè del Verbo fatto carne, si rende sperimentabile, per l’uomo di ogni giorno, nella Sua forza redentrice di tutta l’esistenza del singolo e della storia umana, nel cambiamento radicale che produce in chi si imbatte in Lui e, come Giovanni e Andrea, Lo segue. Così per me la grazia di Gesù, nella misura in cui ho potuto aderire all’incontro con Lui e comunicarLo ai fratelli nella Chiesa di Dio, è diventata l’esperienza di una fede che nella Santa Chiesa, cioè nel popolo cristiano, si è svelata come chiamata e volontà ad alimentare un nuovo Israele di Dio: «Ho visto il Tuo popolo, con grandissima gioia, riconoscere l’esistenza come offerta a Te», continua la preghiera della Liturgia.Ho visto così succedere il formarsi di un popolo, in nome di Cristo. Tutto in me è diventato veramente più religioso, fino alla coscienza tesa a scoprire che «Dio è tutto in tutto» (1Cor15,28). In questo popolo la letizia è diventata «ingenti gaudio», fattore decisivo, cioè, della propria storia come positività ultima e, quindi, come gioia. Quello che poteva sembrare, al massimo, un’esperienza singolare diventava un protagonista nella storia, perciò strumento della missione dell’unico Popolo di Dio. Questo ora fonda la ricerca dell’unità espressa tra di noi. Conclude il prezioso testo della Liturgia ambrosiana: «Signore Dio, salva questa disposizione del loro cuore». L’infedeltà sempre insorge nel nostro cuore anche di fronte alle cose più belle e più vere, in cui, davanti all’umanità di Dio e alla originale semplicità dell’uomo, l’uomo può venire meno per debolezza e preconcetto mondano, come Giuda e Pietro. Pure l’esperienza personale dell’infedeltà che sempre insorge, rivelando l’imperfezione di ogni gesto umano, urge la continua memoria di Cristo.Al grido disperato del pastore Brand nell’omonimo dramma di Ibsen («Rispondimi, o Dio, nell’ora in cui la morte m’inghiotte: non è dunque sufficiente tutta la volontà di un uomo per conseguire una sola parte di salvezza?») risponde l’umile positività di santa Teresa del Bambin Gesù che scrive: «Quando sono caritatevole è solo Gesù che agisce in me». Tutto ciò significa che la libertà dell’uomo, sempre implicata dal Mistero, ha come suprema, inattaccabile forma espressiva, la preghiera. Per questo la libertà si pone, secondo tutta la sua vera natura, come domanda di adesione all’Essere, perciò a Cristo. Anche dentro l’incapacità, dentro la debolezza grande dell’uomo, è destinata a perdurare l’affezione a Cristo. (...) Questo l’abbraccio ultimo del Mistero, contro cui l’uomo – anche il più lontano e il più perverso o il più oscurato, il più tenebroso – non può opporre niente, non può opporre obiezione: può disertarlo, ma disertando se stesso e il proprio bene. Il Mistero come misericordia resta l’ultima parola anche su tutte le brutte possibilità della storia. Per cui l’esistenza si esprime, come ultimo ideale, nella mendicanza. Il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo.
Roma, il 30 maggio 1998

sabato 19 agosto 2017

Canti come una profezia per la Chiesa di oggi

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Le canzoni di Chieffo, profezia per la Chiesa di oggi
di Luigi Negri*


Il 19 agosto del 2007, all’età di 62 anni, moriva Claudio Chieffo, l’indimenticato cantautore che – dal momento dell’incontro con Gioventù Studentesca di don Luigi Giussani all’inizio degli anni ’60 - ha composto oltre cento canzoni che sono diventate patrimonio di tutto il mondo cattolico. Molte di queste sono anche comunemente usate nella liturgia. A dieci anni dalla morte vogliamo ricordarlo con monsignor Luigi Negri, a cui era legato da una lunga e profonda amicizia. 
Carissimo amico, 
In questa continua presenza di te, che è uno dei grandi conforti della mia esistenza, sono due le frasi profetiche delle tue canzoni che si rinnovano e si approfondiscono ogni giorno di più.
La prima è quella indimenticabile visione del «popolo che canta la sua liberazione». Il popolo non canta i suoi successi, i suoi progetti, le sue strategie, i suoi sentimenti, i suoi risentimenti, che avviliscono l’esistenza umana in tutti i suoi aspetti. Il popolo canta il miracolo del Signore che fa di noi una umanità nuova, ci lega a Sé e in questo stretto legame a Lui nasce quello che già l’antico scrittore pagano Plinio ricordava al suo imperatore: una «entità etnica sui generis», frase poi ripresa dal beato Paolo VI in uno straordinario intervento nell’udienza generale del 28 giugno 1972. 
Noi siamo il popolo del Signore. Questo non cancella i limiti, le fatiche, i dolori, le tensioni; ma la radice della nostra esistenza è quella per cui ci alziamo ogni giorno - come ci ricordava don Giussani -, ci diamo da fare tutta la giornata, amiamo i nostri fratelli, ci sentiamo spinti dentro il nostro cuore dal desiderio di comunicare Cristo a tutti quelli che ci sono accanto. Tutto questo non è un mondo strano, è il mondo di Dio cui siamo chiamati a partecipare. 
Tu l’hai cantato questo popolo di Dio con toni indimenticabili, e fino agli ultimi giorni della tua vita - segnata così duramente dalla malattia - hai portato nel mondo la letizia di una vita rinnovata che si approfondisce ogni giorno. E nell’approfondirsi tende irresistibilmente a diventare fattore di comunicazione agli uomini, nella certezza che soltanto in questa comunicazione, che è missione - la grande parola di Giussani che tu hai ripreso infinite volte nei canti –, l’uomo di questo tempo, come di ogni tempo, può trovare la rivelazione definitiva della sua umanità.
È una novità che vince ogni giorno il male, che supera ogni giorno la meschinità, che restituisce ogni giorno alla nostra vita le dimensioni della fede, della speranza, della carità in cui diventa esperienza la vita divina che ci è stata concessa in dono dal momento del nostro Battesimo.
L’altra grande frase è: “I nemici di un tempo tornano vincitori” (dalla canzone “La guerra”, ndr). Io sono lungi dal giudicare la vita della Chiesa, della cristianità, in cui ci sono tanti fattori di novità e tanti fattori di crisi. So soltanto che inaspettatamente e imprevedibilmente sono tornati ad essere in posizione preminente e prevalente nella vita della cristianità coloro che per anni avevano contestato silenziosamente – e quindi anche ipocritamente - la grande novità del magistero di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, il magistero che ridava alla Chiesa il suo protagonismo nella storia, la sua inevitabile responsabilità di aprire ogni giorno il dialogo fra Cristo e il cuore dell’uomo. Contestavano silenziosamente come se si trattasse di un integralismo, di una incapacità di distinguere i piani, di una incapacità di rispettare la coscienza degli altri. Oggi c’è un settore della cristianità che è ritornato a prima di Giovanni Paolo II, quindi a tutte le incertezze, le fatiche della interpretazione autentica e corretta del Concilio in cui tensioni ed esagerazioni sono state perpetrate accanto ad altri tentativi positivi. 
Oggi c’è un settore della cristianità che ripropone la presenza cristiana non come una presenza che investe il mondo della certezza della fede, nel limpido giudizio che Cristo e solo Cristo è il senso del cosmo e della storia; ma una presenza che si schiera accanto al mondo, su cui non propone nessun giudizio assumendo soltanto delle iniziative caritative e sociali. E questo, per chi ha vissuto la grande stagione di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI è certamente un sacrificio. È il sacrificio che offro ogni giorno al Signore per la conversione del mio cuore, per il bene della Chiesa e dell’umanità.
* Arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio

giovedì 8 giugno 2017

L'amore di Cristo ci strugge




Il fondatore di Comunione e Liberazione nel ricordo del suo successore alla guida del movimento, Julián Carrón

Avvenire

(Julián Carrón) «Ci faceva capire l' incidenza della fede nella vita dell'uomo». Quando don Giussani pronunciò le parole con cui inizia questo libro [Una strana compagnia] era il 1982; io mi trovavo in Spagna, dove mi stavo specializzando negli studi biblici e partecipavo a una piccola realtà interparrocchiale che si dedicava all' educazione cristiana dei giovani. Il primo incontro con lui era avvenuto pochi anni prima, per il tramite di alcune persone di Comunione e Liberazione di Madrid. 
Nulla faceva prevedere gli sviluppi di un incontro che avrebbe cambiato totalmente la mia vita e quella dei miei amici. Fin dalla prima ora rimanemmo stupiti che il capo di un così importante movimento, già allora noto e diffuso in tante parti del mondo, "sprecasse" il suo tempo dedicando alcuni giorni a una realtà piccola come la nostra. Per di più nessuno di noi parlava italiano, di conseguenza non potevamo leggere i suoi libri, a eccezione dei pochi testi che erano stati tradotti in spagnolo. Subito esercitò su di noi un' attrattiva, con quel suo modo di parlare del cristianesimo come rivolto a tutti, qualunque fosse la circostanza in cui ciascuno si trovava: insomma, quella di don Giussani era una modalità di vivere la fede che ci affascinava. Sempre dialogava con il nostro cuore, mai con il gruppo; la persona era costantemente al centro della sua attenzione. Questo per noi significò sperimentare una preferenza che poco a poco contagiò tutti, fino al punto di decidere di aderire al movimento di Cl, sciogliendo il nostro gruppo che si chiamava Nueva Tierra. Era il 1985. Da allora ripetevo spesso a don Giussani: «Non finirò mai di ringraziarti perché, facendomi incontrare il movimento, mi hai consentito di fare un cammino umano», cioè di scoprire la natura del cristianesimo e di conoscere veramente me stesso. Oggi posso dire con più consapevolezza che senza la compagnia di don Giussani non sarei arrivato a cogliere la portata della fede nell' esperienza umana. È proprio l' incidenza della fede nella vita dell' uomo, la sua utilità per affrontare la quotidiana fatica del vivere, che si documenta in questo libro che raccoglie interventi e dialoghi a partire dal 1982. In queste pagine emerge soprattutto la passione di don Giussani per la persona, perché faccia un cammino umano nella vita della Chiesa, in particolare dentro quella realtà che prende il nome di «Fraternità di Comunione e Liberazione», che proprio nel febbraio di quell' anno aveva ottenuto il riconoscimento pontificio... Nel maggio del 1982, ai milleottocento radunati a Rimini per i primi Esercizi spirituali della Fraternità, tutti entusiasti del riconoscimento, si rivolge infatti in un modo insolito, confessando il suo disagio attraverso una imprevista premessa: «C' è una lontananza da Cristo. Possibile?» Nel momento in cui la Santa Sede riconosce CL come un bene per tutta la Chiesa, don Giussani spiazza tutti. Non che non fosse grato di quel gesto, ma l' avvio di quei primi Esercizi spirituali Q- sono trascorsi appena tre mesi dall' atto del Pontificio Consiglio per i Laici - ha il tono di un richiamo. Segno che egli avverte tutta la serietà e gravità del momento, come sentendo di essere davanti a un passo di maturità che la realtà esige. Dice infatti: «Sono come un po' impacciato e confuso nell' iniziare, perché mi vengono insistentemente alla mente i nomi dei primi miei scolari, che il Signore ha fatto arrivare fin qui; e, dopo di loro, mi vengono alla mente tutti gli altri che ho conosciuto e quelli che sono qui e che non conosco personalmente - con i quali il rapporto è tuttavia molto più significativo che neanche quello con tanta gente che conosco e con cui non cammino, perciò è come se li conoscessi -. Questo pensiero dei primi ragazzi che ho avuto e che adesso sono qui, gloriosi padri e madri di famiglia, con figli oramai più che dodicenni, riusciti nella loro professione, magari "almi" docenti universitari, mi fa realmente tremare. Giovanni Paolo II disse: «Non ci sarà fedeltà [...] se non si troverà nel cuore dell' uomo una domanda, per la quale solo Dio offre risposta, dico meglio, per la quale solo Dio è la risposta». [...] Dai banchi della scuola, su cui ci siamo trovati, fino alla compagnia di oggi [...], è la serietà di questa domanda umana che mi sorprendo questa mattina a sentire in tutta la sua esigenza, in tutta la sua forza, e in tutta la precarietà di consistenza che essa ha nella vita di un uomo. Infatti, anche quando questa domanda è intenzionalmente viva, quanto è dimenticata nel cumulo dei minuti e delle ore della giornata! Insomma, quanto noi andiamo lontani da noi stessi lungo il corso del cammino del nostro tempo!». Mentre pronuncia queste parole, la sua memoria va agli inizi dell' avventura tra i giovani, nella GS (Gioventù studentesca) della seconda metà degli anni Cinquanta. «Chissà se ci commuoviamo ancora, come ci siamo commossi a Varigotti, leggendo i brani stampati sulle piccole antologie preparate per la tre giorni di Pasqua o per la tre giorni di settembre, chissà se ci commuoviamo ancora come allora!». Diventare uomini maturi non è per Giussani l' esito di uno sforzo titanico, ma la sorpresa di qualcosa che accade: «La maturità non è essere perfetti moralisticamente, come tutti noi penseremmo, la maturità è che questa coscienza diventi quotidiana: «O Cristo, se così posso dire, mio». Perché, pensiamo ai primi, Giovanni e Andrea, e poi Simone e Filippo e Natanaele soprattutto: la maggior parte di loro erano già sposati e che cosa provavano verso quell' uomo? L' ho detto: affezione, non trovo un' altra parola: affezione!». Che cosa può sostenere questo cammino di maturazione della fede della persona? «Che Cristo diventi presenza al nostro cuore, alla radice di tutto ciò che esprime la nostra persona e il nostro essere: io credo che il cambiamento a cui dobbiamo aspirare sia questo. È un cambiamento non delle cose che facciamo, non delle cose che non dobbiamo fare, ma del cuore. La nostra compagnia sarà solo per questo, mirerà solo a questo». Per questo si tratta di «una strana compagnia, in cui uno non può scaricare su di essa nulla, perché tocca a lui». Don Giussani ci tiene a sgomberare il campo da possibili fraintendimenti sulla natura di questa "strana" compagnia. «La solidarietà tra noi non è lo scopo. Perché? Perché non dura ed è subito piegata, strumentalizzata dai nostri progetti sociali, culturali e politici, o piegata ai progetti della nostra sentimentalità ». Insiste: «Non è la solidarietà il motivo del mettersi insieme (altrimenti finisce; è triste, ma finisce; è malinconico, ma non dura, perché si piega alla strumentalizzazione sentimentale o politica nostra). La solidarietà è l' esito, il primo istintivo corollario del fatto che la mia vita vuole Cristo, così come la tua vita - anche quando tu non te ne accorgi - vuole Cristo. Allora io sono unito a te, ti sento come se fossi mia sorella, mio fratello». La ragione di questo richiamo è dovuta al fatto «che è diventato così facile identificare l' esperienza nostra con un impegno attivistico, organizzativo o culturale, a volte così esclusivistico e autoritariamente definito e condotto»... In queste pagine don Giussani emerge come il grande testimone del sentimento che muoveva Gesù a dare la vita per la gente che incontrava; e ci invita a imitarLo: «È la pietà per gli uomini e per il mondo che ha distrutto il cuore di Cristo nell' agonia, e che san Paolo richiama quando dice: «L' amore dimostratoci da Cristo ci strugge», perché se «uno è morto per tutti», è morto affinché gli uomini «non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro».

mercoledì 12 aprile 2017

PASQUA 2017 - COMUNIONE E LIBERAZIONE

PASQUA 2017

«Miracolo dei miracoli...»


29/03/2017 - Il video-volantone di Comunione e Liberazione, con il "Sermone della montagna" del Beato Angelico e un brano da "Il portico del mistero della seconda virtù" di Charles Péguy



«Miracolo dei miracoli, bambina mia, mistero dei misteri.
Perché Gesù Cristo è diventato nostro fratello carnale
Perché ha pronunciato temporalmente e carnalmente le parole eterne,
In monte, sulla montagna,
È a noi, infermi, che è stato dato,
È da noi che dipende, infermi e carnali,
Di far vivere e di nutrire e di mantenere vive nel tempo
Queste parole pronunciate vive nel tempo».
(Charles Péguy)

sabato 18 marzo 2017

Pasqua 2017. Il Volantone di Comunione e Liberazione



Come ogni anno, il Movimento di CL propone un'immagine artistica e un testo come aiuto a vivere la Santa Pasqua.

Quest'anno l'immagine è: Beato Angelico e aiutiSermone della montagna, cella 32. Convento di San Marco, Firenze.

Il testo è costituito da un brano di Charles Péguy che si trova in: Ch. Péguy, «Il portico del mistero della seconda virtù», in Id., Lui è qui. Pagine scelte, Bur, Milano 2009, pp. 314-315.




Ecco il brano:

«Miracolo dei miracoli, bambina mia, mistero dei misteri.
Perché Gesù Cristo è diventato nostro fratello carnale
Perché ha pronunciato temporalmente e carnalmente le parole eterne,
In monte, sulla montagna,
È a noi, infermi, che è stato dato,
È da noi che dipende, infermi e carnali,
Di far vivere e di nutrire e di mantenere vive nel tempo
Queste parole pronunciate vive nel tempo».
(Charles Péguy)