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sabato 16 maggio 2020
mercoledì 6 maggio 2020
mercoledì 22 aprile 2020
Kiko Arguello: Indicazioni per le celebrazioni del Tempo Pasquale (ITA/ESP)

Cari Fratelli --- Roma 17/04/2020
GESÙ CRISTO È RISORTO!
Sono pervenute ai Centri Neocatecumenali di Roma e di Madrid alcune richieste di chiarimento ed anche alcuni suggerimenti riguardo alle Celebrazioni della Cinquantina Pasquale per le Comunità che hanno terminato il Neocatecumenato.
Kiko ci ha incaricato di trasmettere alle Comunità, i seguenti chiarimenti:
Riguardo alla Celebrazione dell’Eucarestia, lasciamo al discernimento di ciascuna
famiglia di seguirla via streaming (internet) con la propria comunità, oppure di celebrare la “messa dei Catecumeni” in famiglia. Per chi ne ha la possibilità, trattandosi di 50 giorni, può alternare: alcuni giorni via streaming e altri in famiglia.
Ci hanno informato che la Celebrazione dell’Eucarestia, alla quale è possibile
connettersi via streaming. deve essere celebrata nel luogo in cui si trova il Presbitero.
Al Presbitero, se possibile con l’aiuto di due accoliti che vivono nella sua casa
(possibilmente un lettore e un cantore), spetta:
Il Saluto iniziale della Celebrazione, l’atto penitenziale, il Gloria a Dio (il sabato sera),
la preghiera di colletta, le letture (se non è presente un lettore), il salmo responsoriale, il
Vangelo, l’omelia, aprire e concludere la preghiera dei fedeli, l’offertorio, la preghiera
eucaristica con il Santo, il Padre nostro, la comunione, la “postcommunio”, e la benedizione
finale.
cantare il canto d’entrata tradizionale, fare alcune risonanze alla Parola prima
dell’omelia, e preghiere spontanee dopo le quattro ufficiali fatte dal Presbitero, se possibile un canto all’offertorio, un canto alla comunione, e un canto finale.
- I fratelli delle Comunità che non hanno terminato il Neocatecumenato, e possono
connettersi via internet, fanno la celebrazione della Parola o la Scrutatio, secondo
la tappa di Cammino della propria comunità, preparata precedentemente da un
gruppo via internet, una volta alla settimana.
- Il sabato sera celebrano la Parola della Domenica, che un gruppo prepara, facendo le risonanze, la preghiera dei fedeli e la concludono con il Padre nostro, la pace, una
preghiera e il Segno della croce.
- Ogni famiglia deve vedere davanti al Signore cosa è meglio per loro: se fare
queste celebrazioni via internet per comunità, o fare delle liturgie domestiche.
- Per tutti è importante mantenere la celebrazione domestica delle Lodi la domenica
mattina, come siamo soliti fare.
Buon tempo Pasquale.
Pregate per Kiko, Mario e Ascensión
Letizia
(Segreteria del Centro Neocatecumenale di Roma)
+++
Queridos hermanos,
¡JESUCRISTO HA RESUCITADO!
Se han recibido en los Centros Neocatecumenales de Roma y de Madrid algunas peticiones de aclaración y también algunas sugerencias con respecto a las celebraciones de la Cincuentena Pascual para las comunidades que han terminado el Neocatecumenado.
Kiko nos ha encargado transmitiros a las comunidades las siguientes aclaraciones:
Con respecto a las celebraciones de la Eucaristía, dejamos al discernimiento de cada familia seguirla vía streaming (internet) con su propia comunidad, o bien celebrar la "misa de los catecúmenos" en familia.
¡JESUCRISTO HA RESUCITADO!
Se han recibido en los Centros Neocatecumenales de Roma y de Madrid algunas peticiones de aclaración y también algunas sugerencias con respecto a las celebraciones de la Cincuentena Pascual para las comunidades que han terminado el Neocatecumenado.
Kiko nos ha encargado transmitiros a las comunidades las siguientes aclaraciones:
Con respecto a las celebraciones de la Eucaristía, dejamos al discernimiento de cada familia seguirla vía streaming (internet) con su propia comunidad, o bien celebrar la "misa de los catecúmenos" en familia.
Nos han informado que las celebraciones de la Eucaristía, a las cuales se puede conectar vía streaming, debe ser celebrada en el lugar donde se encuentra el presbitero.
Al presbítero, si es posible con la ayuda de dos acólitos que vivan en su casa (un lector y un salmista), le corresponde:
El saludo inicial de la celebración, el acto penitencial, el Gloria (el sábado por la tarde), la oración colecta, las lecturas (si no está́ presente un lector), el salmo responsorial, el Evangelio, la homilía, abrir y concluir la oración de los fieles, el ofertorio, la Plegaria Eucarística con el Santo, el Padrenuestro, la comunión, la "postcomunion”, y la bendición final.
El saludo inicial de la celebración, el acto penitencial, el Gloria (el sábado por la tarde), la oración colecta, las lecturas (si no está́ presente un lector), el salmo responsorial, el Evangelio, la homilía, abrir y concluir la oración de los fieles, el ofertorio, la Plegaria Eucarística con el Santo, el Padrenuestro, la comunión, la "postcomunion”, y la bendición final.
cantar el canto de entrada tradicional, hacer algunos ecos de la Palabra antes de la homilía, las oraciones espontáneas después de las cuatro oraciones oficiales hechas por el presbítero, si es posible un canto en el ofertorio, un canto en la comunión y un canto final.
Los hermanos de las comunidades que no han terminado el Neocatecumenado, y pueden conectarse entre ellos via internet, hacen la celebración de la Palabra o el escrutinio de la Palabra (Scrutatio), según la etapa de Camino de su propia comunidad, preparada anteriormente por un grupo vía internet, una vez a la semana.
El sábado por la tarde celebran la Palabra del Domingo, que prepara un grupo, dando ecos, con la oración de los fieles que concluyen con el Padrenuestro, la paz, una oración y el signo de la cruz.
Cada familia tiene que ver delante del Señor lo que es mejor para ellos: si hacer estas celebraciones vía internet con la comunidad, o hacer las liturgias domésticas.
Para todos es importante mantener la celebración doméstica de Laudes el domingo por la mañana, como estamos acostumbrados a hacer.
Buen tiempo Pascual.
Rezad por Kiko, Mario y Ascensión.
Buen tiempo Pascual.
Rezad por Kiko, Mario y Ascensión.
Pilar
Secretaría del Centro Neocatecumenal de Madrid
Madrid, 17 Abril 2020
venerdì 17 aprile 2020
giovedì 16 aprile 2020
mercoledì 15 aprile 2020
domenica 12 aprile 2020
martedì 10 marzo 2020
sabato 28 dicembre 2019
martedì 27 marzo 2018
Notificazione della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti sulla memoria della Beata Maria Vergine Madre della Chiesa Sala stampa della Santa Sede
Notificazione della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti sulla memoria della Beata Maria Vergine Madre della Chiesa
Sala stampa della Santa Sede
[Text: Italiano, English, Español]
NOTIFICAZIONE
sulla memoria della Beata Maria Vergine Madre della Chiesa
A seguito dell’iscrizione nel Calendario Romano della memoria obbligatoria della beata Vergine Maria Madre della Chiesa, che tutti devono celebrare già quest’anno il lunedì dopo Pentecoste, è sembrato opportuno offrire le seguenti indicazioni. La rubrica che si legge nel Messale Romano dopo i formulari della Messa di Pentecoste: (...)
NOTIFICAZIONE
sulla memoria della Beata Maria Vergine Madre della Chiesa
A seguito dell’iscrizione nel Calendario Romano della memoria obbligatoria della beata Vergine Maria Madre della Chiesa, che tutti devono celebrare già quest’anno il lunedì dopo Pentecoste, è sembrato opportuno offrire le seguenti indicazioni. La rubrica che si legge nel Messale Romano dopo i formulari della Messa di Pentecoste: (...)
sabato 3 marzo 2018
La maternità come risorsa economica

(Marie-Lucile Kubacki) All’origine di tutta la storia c’è il crollo delle curve di natalità. L’inquinamento atmosferico ha reso sterile gran parte delle donne, ma anche degli uomini, sebbene la colpa venga ampiamente addossata alle donne. Nei reparti maternità regna un silenzio di morte. A volte si sente il vagito di un neonato, ma tutti sanno che le sue possibilità di sopravvivere sono comunque esigue. A volte una giovane madre che ha appena perso il proprio bambino, udendo il pianto di un altro neonato, precipita nella follia. Mentre nella società cresce il senso di angoscia, un gruppo di fondamentalisti di “ricostruzione cristiana” si mette a sognare un mondo nuovo, Gilead, fondato su rigidi valori morali stabiliti a partire da una lettura fondamentalista travisata della Bibbia. Questo mondo nuovo, i Figli di Giacobbe, lo costruiscono attraverso un sistema perverso in cui coppie di padroni, nelle cui mani sono concentrati il potere e le ricchezze, assumono delle schiave, e in particolari delle madri surrogate, le famose Ancelle, vestite di rosso. Sono ragazze a cui viene imposto di redimersi operando per il bene comune, a cui, in definitiva, viene proposta la salvezza con una pistola puntata alla tempia. Invece che un’utopia, Gilead è un totalitarismo, dunque un vero inferno, ben lungi da un inizio di paradiso.
Negli Stati Uniti Il racconto dell’ancella è divenuto un fenomeno culturale e politico tale da trasformare il romanzo in un manifesto. Donne vestite di rosso lo brandiscono nelle manifestazioni. La serie basata sul romanzo e trasmessa nel 2017 su una piattaforma americana ha riscosso un tale successo internazionale da far razzia di ben cinque riconoscimenti ai celebri Emmy Awards. Un entusiasmo incredibile per questo romanzo pubblicato nel 1985 da Margaret Atwood, la scrittrice specializzata nel genere distopico. E, fatte poche eccezioni, la serie è rimasta abbastanza fedele al romanzo.
La storia, molto lugubre e violenta nel romanzo, ma ancor di più nelle immagini della serie televisiva, viene raccontata dal punto di vista di June, una delle madri surrogate, che trova la forza di affrontare la sua condizione di serva richiamando alla mente i ricordi della sua vita precedente al rapimento e alla riduzione in schiavitù, quando era sposata con un uomo che amava e con il quale aveva avuto una figlia. June lavora presso i Waterford. Non si chiama più June ma Difred, proprietà di Fred Waterford. Ogni mese deve subire uno stupro nella camera matrimoniale, dopo un rituale segnato dalla lettura del racconto biblico della storia di Sara che, non potendo avere figli, offre la sua serva Agar allo sposo Abramo. E poiché il regime decima meticolosamente i preti e i pastori, le voci pronte a levarsi contro questa lettura delirante dei testi religiosi sono ormai poche. Alcune donne, ed è questo forse l’aspetto più agghiacciante, sono complici del sistema che asservisce le loro simili. È il caso di Serena Joy, la “padrona” di June. Brizzolata nel libro, bionda hitchcockiana nella serie, ma pur sempre machiavellica, ha scritto un saggio sulla fecondità come ricchezza economica reale di uno stato. Con quel saggio, Serena Joy ha concettualizzato l’utopia politico-economica di Gilead, fornendo una pseudo-giustificazione umanistica e spirituale alla tratta umana. Ma ha anche tessuto la tela in cui ora si dibatte. Perché a Gilead le donne come Serena Joy Waterford, mogli di alti funzionari, esistono solo per la loro capacità di mettere al mondo un figlio, con qualunque mezzo. Al pari delle serve, non hanno accesso ai libri. Le prime, se non incinte, vivono sotto la minaccia di essere inviate nelle Colonie, spazi post-apocalittici, per raccogliere scorie radioattive a mani nude. Se incinte, vengono trattate come animali da concorso. La loro alimentazione è rigidamente controllata, come del resto nelle cliniche delle madri surrogate che esistono già in diverse parti del mondo. Partoriscono sulle ginocchia delle loro padrone, che, in una parodia tragica, imitano i loro ansiti, le loro spinte in tempo reale, per recuperare il neonato alla fine del parto e poi prendere subito il posto della partoriente nel letto. La serva vede il suo bambino solo per qualche settimana, il tempo di svezzarlo dopo averlo allattato, poi viene consegnata a un’altra coppia in attesa di un figlio.
In modo estremo, la serie affronta il legame tra maternità surrogata e tratta umana: la madre surrogata, in questa transazione, può forse essere considerata qualcosa di diverso da un oggetto? E che ne è del bambino? Sintomaticamente, a Gilead, i bambini sono tanto silenziosi quanto sono stati desiderati. Li si esibisce, ma non li si guarda veramente e li si ascolta ancor meno. I dirigenti assicurano che avranno una vita bella, comoda e piena di opportunità. Tutti parlano per loro ma nessuno pensa di dare loro la parola. Le madri surrogate non hanno il diritto di lasciarsi andare alla tristezza perché l’hanno fatto, per così dire, in nome del bene: le loro emozioni devo essere inibite.
Eppure le emozioni montano in loro come la lava in un vulcano pronto a esplodere: strazio durante la gravidanza al pensiero che il bambino che portano in grembo sarà strappato loro alla nascita, angoscia al pensiero della separazione. Immagine speculare di questa sofferenza è il malessere di quante ricorrono a una madre surrogata tra gratitudine e risentimento. Quest’ultima, poiché “portatrice”, madre non lo è già più: la transazione infatti spezza il legame di forza. Ufficialmente le serve sono motivo di orgoglio nazionale per Gilead. Ma in realtà sono solo una risorsa economica che i dirigenti — con grande cinismo — commercializzano con altri paesi a loro volta colpiti dalla crisi della natalità. Sono un mercato. La loro vita è uno strumento di produzione. Tutto in questo totalitarismo è strumentalizzato, al pari della religione ridotta al rango di cosmetico, usato per truccare piacevolmente l’orrendo volto dello sfruttamento umano. «Non si fa una frittata senza rompere delle uova. Una società ideale lo è solo per alcuni».
L'Osservatore Romano - donne chiesa mondo, marzo 2018Negli Stati Uniti Il racconto dell’ancella è divenuto un fenomeno culturale e politico tale da trasformare il romanzo in un manifesto. Donne vestite di rosso lo brandiscono nelle manifestazioni. La serie basata sul romanzo e trasmessa nel 2017 su una piattaforma americana ha riscosso un tale successo internazionale da far razzia di ben cinque riconoscimenti ai celebri Emmy Awards. Un entusiasmo incredibile per questo romanzo pubblicato nel 1985 da Margaret Atwood, la scrittrice specializzata nel genere distopico. E, fatte poche eccezioni, la serie è rimasta abbastanza fedele al romanzo.
La storia, molto lugubre e violenta nel romanzo, ma ancor di più nelle immagini della serie televisiva, viene raccontata dal punto di vista di June, una delle madri surrogate, che trova la forza di affrontare la sua condizione di serva richiamando alla mente i ricordi della sua vita precedente al rapimento e alla riduzione in schiavitù, quando era sposata con un uomo che amava e con il quale aveva avuto una figlia. June lavora presso i Waterford. Non si chiama più June ma Difred, proprietà di Fred Waterford. Ogni mese deve subire uno stupro nella camera matrimoniale, dopo un rituale segnato dalla lettura del racconto biblico della storia di Sara che, non potendo avere figli, offre la sua serva Agar allo sposo Abramo. E poiché il regime decima meticolosamente i preti e i pastori, le voci pronte a levarsi contro questa lettura delirante dei testi religiosi sono ormai poche. Alcune donne, ed è questo forse l’aspetto più agghiacciante, sono complici del sistema che asservisce le loro simili. È il caso di Serena Joy, la “padrona” di June. Brizzolata nel libro, bionda hitchcockiana nella serie, ma pur sempre machiavellica, ha scritto un saggio sulla fecondità come ricchezza economica reale di uno stato. Con quel saggio, Serena Joy ha concettualizzato l’utopia politico-economica di Gilead, fornendo una pseudo-giustificazione umanistica e spirituale alla tratta umana. Ma ha anche tessuto la tela in cui ora si dibatte. Perché a Gilead le donne come Serena Joy Waterford, mogli di alti funzionari, esistono solo per la loro capacità di mettere al mondo un figlio, con qualunque mezzo. Al pari delle serve, non hanno accesso ai libri. Le prime, se non incinte, vivono sotto la minaccia di essere inviate nelle Colonie, spazi post-apocalittici, per raccogliere scorie radioattive a mani nude. Se incinte, vengono trattate come animali da concorso. La loro alimentazione è rigidamente controllata, come del resto nelle cliniche delle madri surrogate che esistono già in diverse parti del mondo. Partoriscono sulle ginocchia delle loro padrone, che, in una parodia tragica, imitano i loro ansiti, le loro spinte in tempo reale, per recuperare il neonato alla fine del parto e poi prendere subito il posto della partoriente nel letto. La serva vede il suo bambino solo per qualche settimana, il tempo di svezzarlo dopo averlo allattato, poi viene consegnata a un’altra coppia in attesa di un figlio.
In modo estremo, la serie affronta il legame tra maternità surrogata e tratta umana: la madre surrogata, in questa transazione, può forse essere considerata qualcosa di diverso da un oggetto? E che ne è del bambino? Sintomaticamente, a Gilead, i bambini sono tanto silenziosi quanto sono stati desiderati. Li si esibisce, ma non li si guarda veramente e li si ascolta ancor meno. I dirigenti assicurano che avranno una vita bella, comoda e piena di opportunità. Tutti parlano per loro ma nessuno pensa di dare loro la parola. Le madri surrogate non hanno il diritto di lasciarsi andare alla tristezza perché l’hanno fatto, per così dire, in nome del bene: le loro emozioni devo essere inibite.
Eppure le emozioni montano in loro come la lava in un vulcano pronto a esplodere: strazio durante la gravidanza al pensiero che il bambino che portano in grembo sarà strappato loro alla nascita, angoscia al pensiero della separazione. Immagine speculare di questa sofferenza è il malessere di quante ricorrono a una madre surrogata tra gratitudine e risentimento. Quest’ultima, poiché “portatrice”, madre non lo è già più: la transazione infatti spezza il legame di forza. Ufficialmente le serve sono motivo di orgoglio nazionale per Gilead. Ma in realtà sono solo una risorsa economica che i dirigenti — con grande cinismo — commercializzano con altri paesi a loro volta colpiti dalla crisi della natalità. Sono un mercato. La loro vita è uno strumento di produzione. Tutto in questo totalitarismo è strumentalizzato, al pari della religione ridotta al rango di cosmetico, usato per truccare piacevolmente l’orrendo volto dello sfruttamento umano. «Non si fa una frittata senza rompere delle uova. Una società ideale lo è solo per alcuni».
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«Maria Madre della Chiesa»: la memoria liturgica voluta dal Papa per la crescita del senso materno della Chiesa nei pastori come nei fedeli. Un popolo nuovo con la sua madre
Avvenire(Stefania Falasca) «La Madre di Cristo diviene così la grande figura materna della Chiesa Madre» scriveva Gertrud Von le Fort in L’eterno femminino osservando come nel mattino di Penetecoste Maria, per la seconda volta, veniva visitata dallo Spirito Santo. Così quello che si dice della maternità dell’una si può dire della maternità dell’altra. Era il 21 novembre 1964 quando Paolo VI nel discorso conclusivo della terza sessione del Concilio proclamava, davanti a più di duemila vescovi riuniti in San Pietro, Maria come «Madre della Chiesa». E non era secondario che proprio durante quella seduta nella quale veniva promulgata la costituzione Lumen gentium – dedicata alla Chiesa e ai decreti sull’ecumenismo e sulle Chiese orientali – fosse stabilito come «l’intero popolo cristiano rendesse sempre più onore alla Madre di Dio con questo soavissimo nome»: «Madre della Chiesa», cioè di tutto il popolo cristiano, tanto dei fedeli quanto dei pastori. Ciò voleva ribadire che della Chiesa Maria è typus, è il modello. Voleva perciò proporre il suo esempio da imitare nella fede, nella docilità a qualsiasi stimolo della grazia, nel conformare fedelmente la vita ai comandamenti di Cristo e all’impulso della carità, in modo che tutti i fedeli si sentissero sempre più fermi nel seguire Cristo. «E nello stesso tempo – affermava ancora Paolo VI nel discorso – ardano di più intensa carità verso i fratelli, promuovendo l’amore ai poveri, la ricerca della giustizia e la difesa della pace, come già ammoniva il grande sant’Ambrogio». Figlia di quella Gerusalemme che è nostra madre celeste, Maria è così madre della Chiesa che siamo noi. È la madre del popolo nuovo, è la terra nella quale è stata seminata la Chiesa.
La decisione del Papa non fu affrettata, né improvvisa. Maturò dopo attenta considerazione del dibattito e lunga riflessione, perché questo titolo illumina il senso dell’intima unione di Maria con la Chiesa, dove occupa, in modo eminente e singolare il primo posto. Da allora però, nel corso di mezzo secolo (forse perché non ne era stato poi riscontrato il bisogno?), tra le tante ricorrenze nelle quali lungo l’anno liturgico si celebra la Vergine Maria non è mai stata inserita quella di Madre della Chiesa. Fino a oggi. Con un decreto della Congregazione per il Culto divino che porta la data dello scorso 11 febbraio, centosessantesimo anniversario della prima apparizione di Lourdes, il Papa ha stabilito adesso che il lunedì dopo Pentecoste la memoria di Maria Madre della Chiesa diventi obbligatoria e sia celebrata ogni anno da tutta la Chiesa. Perché? Perché come è voluto da Francesco, in perfetta continuità con il suo predecessore, «possa favorire la crescita del senso materno della Chiesa nei pastori, nei religiosi e nei fedeli, come anche della genuina pietà mariana».
Questo è l’unico modo di stare nella Chiesa. «Altrimenti viviamo un cristianesimo fatto di idee, di programmi, senza affidamento, senza tenerezza, senza cuore – come ha detto di recente in un’omelia davanti all’icona della Salus populi romani –, e senza cuore non c’è amore e la fede rischia di diventare una bella favola di altri tempi. La Madre non è un optional, è il testamento di Cristo... Non è galateo spirituale, è un’esigenza di vita. Amarla non è poesia, è saper vivere. Perché senza Madre non possiamo essere figli. E noi, prima di tutto, siamo figli, figli amati, che hanno Dio per Padre e la Madonna per Madre... Il cuore di una madre non si vergogna delle ferite, delle debolezze dei figli, ma le vuole con sé. E la Madre di Dio e nostra sa prendere con sé, consolare, vegliare, risanare».
Decreto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti sulla celebrazione della beata Vergine Maria Madre della Chiesa nel Calendario Romano Generale
Decreto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti sulla celebrazione della beata Vergine Maria Madre della Chiesa nel Calendario Romano Generale
Sala stampa della Santa Sede
[Text: Italiano, English, Français, Español, Português]
La gioiosa venerazione riservata alla Madre di Dio dalla Chiesa contemporanea, alla luce della riflessione sul mistero di Cristo e sulla sua propria natura, non poteva dimenticare quella figura di Donna (cf. Gal 4, 4), la Vergine Maria, che è Madre di Cristo e insieme Madre della Chiesa. Ciò era già in qualche modo presente nel sentire ecclesiale a partire dalle parole premonitrici (...)
La gioiosa venerazione riservata alla Madre di Dio dalla Chiesa contemporanea, alla luce della riflessione sul mistero di Cristo e sulla sua propria natura, non poteva dimenticare quella figura di Donna (cf. Gal 4, 4), la Vergine Maria, che è Madre di Cristo e insieme Madre della Chiesa. Ciò era già in qualche modo presente nel sentire ecclesiale a partire dalle parole premonitrici (...)
lunedì 26 febbraio 2018
La paura di fare il salto.
Sarah, Mueller e la caricatura dell’antimodernismo
Pubblicato il 26 febbraio 2018 nel blog: Come se non
Con una considerevole sintonia, quasi all’unisono, in contesti diversi e in forme differenziate, il Prefetto della Congregazione del Culto, Card. Sarah, e l’ex-Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Card. Mueller, si sono espressi con inusitata durezza contro forme della prassi e della dottrina ecclesiale, che trovano la loro radice nel Concilio Vaticano II e attuazione nel magistero di papa Francesco. Potremmo dire che forse mai, come in queste dichiarazioni obiettivamente “sopra le righe”, è emersa nei due cardinali la aperta ostilità verso la Chiesa e verso i pastori che si lasciano guidare dal testo e dallo spirito del Concilio Vaticano II. Esaminiamo brevemente le affermazioni dei due cardinali.
Comunione in bocca/in ginocchio e cambio di paradigma nella dottrina
L’intervento del Card. Sarah ha la forma di una Prefazione, che egli ha scritto ad un libro dedicato all’esame della storia della “comunione sulla mano” (cfr.http://www.lastampa.it/2018/02/23/vaticaninsider/ita/vaticano/sarah-c-un-attacco-diabolico-alleucaristia-che-si-riceve-solo-sulla-lingua-inginocchiati-JeGRVH1L79cu6878QGsqeK/pagina.html) . In quel contesto, egli si lascia andare a giudizi del tutto unilaterali e privi di equilibrio sulla tradizione della “Handkommunion”, arrivando addirittura a configurare un “attacco diabolico” in questo sviluppo recente – che riprende prassi antiche e del tutto assodate – ma che ai suoi occhi appare semplicemente come “negazione della sacralità” del sacramento e “attentato al suo contenuto”. Le profanazioni del S.S. Sacramento, che per Sarah si identificano anche nella “intercomunione” e nelle forme di un ripensamento della dottrina eucaristica, appaiono al Cardinale riducibili, incredibilmente, ad un effetto della Riforma liturgica. Solo una ripresa della prassi di “comunione in ginocchio e sulla lingua” sarebbe il baluardo contro queste diverse forme di profanazione. In sostanza, la Riforma della Riforma farebbe da scudo alla autentica santità cattolica.
Il card. Mueller, invece, in un testo scritto per First Things e intitolato “Sviluppo o corruzione” (https://www.firstthings.com/web-exclusives/2018/02/development-or-corruption), propone una interpretazione del magistero attuale sulla base di una rilettura delle opere di Newman, con cui ritiene di dover liquidare ogni discorso sul “cambio di paradigma” nella dottrina cristiana come una forma di “corruzione” della tradizione, come una caduta modernistica da cui guardarsi e da censurare. E l’esempio che propone è, ovviamente, Amoris Laetitia, che a suo avviso potrebbe essere letta correttamente soltanto mantenendo una assoluta continuità con i documenti che la precedono.
In entrambi i testi, con tutta la loro differenza, appare con chiarezza il tentativo di “ridurre a modernismo” ogni differenziazione rispetto alla prospettiva ottocentesca di comprensione della eucaristia, del magistero e del matrimonio. Vorrei svolgere qualche considerazione intorno a queste posizioni.
La “scomunica” di ogni differenza, eucaristica o dottrinale
Mi colpisce molto la radicalità della negazione dell’altro che traspare da questi testi. Da un lato per Sarah ogni prassi di comunione diversa da quella “in ginocchio e sulla lingua” rischia di essere liquidata come “attacco diabolico” alla tradizione sacrosanta. Ma come può, il Prefetto della Congregazione del culto, dimenticare totalmente che quella forma – così come egli la descrive e la illustra nei pastorelli di Fatima, in Giovanni Paolo II e in Madre Teresa di Calcutta – è una legittima interpretazione ottocentesca e novecentesca del “comunicarsi”, che il Movimento Liturgico aveva riconosciuto, già cento anni fa, come limitata e da integrare? Tutta la riscoperta del “rito di comunione”, come luogo specifico di relazione con la manducazione del sacramento, ha messo in moto quel ripensamento che oggi, sia pure con una certa comprensibile esitazione, permette alle comunità cristiane – prima che ai singoli battezzati – di riconoscersi in quello che fanno. Andare processionalmente (non in ginocchio) verso l’altare per ricevere (sulla mano) la particola (prodotta nella “fractio panis”), per diventare ciò che si riceve (Corpo di Cristo ecclesiale dal Corpo di Cristo sacramentale): di tutto questo non vi è alcuna traccia nelle parole del Card. Sarah. Così come tanto diversa appare la sua lettura dalla più ampia comprensione che J. Ratzinger/Benedetto XVI ha proposto della medesima questione: non solo mai mettendo in opposizione mano e bocca, piedi e ginocchia, ma riconoscendo anche che il meglio della teologia liturgica è venuto da un cambiamento del concetto di “forma”. Qui egli ha sottolineato, in un certo modo, un “cambiamento di paradigma” nella comprensione della “forma eucaristica” che ha profondamente sollecitato la Chiesa lungo tutto il XX secolo. Forse una lettura completa dei testi di J. Ratzinger/Benedetto XVI gioverebbe a tutti.
Questo permette di rileggere anche le parole del Card. Mueller come una sorta di “cedimento” alla tentazione di “ridurre a modernismo” tutto ciò che non è mera ripetizione del già affermato e stabilito. E’ assai curioso che le citazioni che Mueller allega al suo testo siano tutte preconciliari, mentre dal Concilio Vaticano II si lascia suggerire non il centro, ma solo affermazioni marginali. In particolare non vi è alcuna considerazione della “indole pastorale”, che è il profilo più alto del Vaticano II, e dal quale, fin dal discorso inaugurale di Giovanni XXIII, deriva la necessaria e benedetta distinzione tra due livelli della tradizione che non si possono confondere: “altra infatti è la sostanza della antica dottrina del depositum fidei, altra la formulazione del suo rivestimento”. Questa principio cardine ci permette di leggere il Concilio Vaticano II come “cambio di paradigma”, ossia come principio di “traduzione della tradizione”, in vista di una fedeltà più autentica e più radicale. Il fatto poi che tutto questo sia utilizzato da Mueller soltanto per difendere una lettura “vuota” di AL identifica bene il cuore della questione. In realtà nel suo testo non si difende una dottrina o una disciplina classica, ma un assetto del rapporto tra Chiesa e mondo. Resta in primo piano la nostalgia di una Chiesa come “societas perfecta” e la pretesa di identificare il Vangelo con la normativa di una società chiusa: una teologia d’autorità, priva di ogni rapporto con la libertà in senso moderno. In realtà, in AL, il ripensamento della nozione di matrimonio, di adulterio, di coscienza, di storia e di famiglia non è un “cedimento al mondo moderno”, ma un modo di comprendere meglio il Vangelo.
La critica a Francesco e la critica al Concilio Vaticano II
In realtà, come appare chiaramente soprattutto dal testo di Mueller, vi è, in questa critica così radicale degli sviluppi magisteriali recenti – in materia liturgica e matrimoniale – una esplicita critica a Francesco e al suo magistero. Non è sorprendente che le “fonti” di cui si alimentano i due cardinali siano tutte preconciliari: da un lato i pastorelli del 1916, dall’altro i documenti antimodernistici di Pio X. Si discutono questioni attuali con strumenti vecchi e inadeguati. Francesco, invece, ha preso sul serio il Concilio Vaticano II e lo attua con fedeltà e coerenza. E’ come se questi cardinali dessero voce a quella parte di Chiesa che si era illusa di poter “addomesticare” il Vaticano II. Di poterne spegnere la profezia, di poterne aggirare le riforme, di poterne svuotare il dettato. Francesco risulta scandaloso perché fedele. Il “cambiamento di paradigma” non è il suo, ma quello conciliare. Che egli ha imparato bene, se, nell’identificare il profilo del “teologo” ha parlato di tre virtù necessarie: inquietudine, incompletezza, immaginazione. D’altra parte, proprio su questo piano, ad entrambi i cardinali, mi sentirei di consigliare una rilettura storica delle questioni che sollevano. Le pratiche di comunione eucaristica, lungo la storia, sono state assai diversificate e, soprattutto, hanno conosciuto “crisi” molto più gravi di quelle per cui oggi ci stracciamo le vesti. Quanto ai “diversi paradigmi”, chi potrebbe negare che la teologia del matrimonio – ma non solo essa - abbia ricevuto diverse soluzioni secondo paradigmi differenziati? Il primato della tradizione giudaica e poi canonico romana, l’impatto con il mondo barbarico, la speculazione scolastica nel medioevo, la svolta istituzionale dopo Trento, la codificazione nel 1917 non sono forse diversi paradigmi che non dobbiamo confondere immediatamente con il Vangelo e con la dottrina? Mi chiedo se una maggiore consapevolezza di queste differenze nella e della storia non renderebbe il giudizio di Sarah e di Mueller non solo teoricamente più equilibrato, ma anche dotato di maggior afflato ecclesiale.
Una citazione del 1945
Per concludere vorrei citare un testo, che trovo suggerito da un bel post del prof. Stefano Ceccanti, nel quale E. Mounier, nel 1945, invitava a non aver paura di “saltare”, di aprirsi al nuovo, di uscire da letture troppo povere e timide della grande tradizione cristiana. Vorrei dedicarlo non tanto ai due cardinali, ma a tutti coloro che, senza dirlo così esplicitamente, partecipano di questa tiepida apparenza di prudenza, che tanto facilmente si identifica con la diffidenza, con la paura e con la profezia di sventura:
“Uomini che hanno paura del salto, ecco cosa siamo diventati, uomini educati ad avere paura del salto. Tutti passano dall’altra parte e noi rimaniamo su questa riva degli abissi del futuro. Come faremo a imparare di nuovo il coraggio di saltare, esattamente in quei punti in cui la prudenza ci zittisce o farfuglia?” (E. Mounier, L’avventura cristiana, ed. Fiorentina, Firenze 1953, p. 99, ediz. originale 1945)
domenica 15 ottobre 2017
L’orientamento cristologico in Joseph Ratzinger

Tradotta in russo «Teologia della liturgia». Il 25 settembre il metropolita di Volokolamsk, presidente del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne del patriarcato di Mosca, presente a Roma per un incontro ecumenico, ha donato a Papa Francesco e al Papa emerito Benedetto XVI copia del volume xi dell’Opera omnia di Joseph Ratzinger Teologia della liturgia. La fondazione sacramentale dell’esistenza cristiana, tradotto e pubblicato in russo per le edizioni del patriarcato di Mosca. L’iniziativa è frutto di una formale cooperazione scientifica ed editoriale tra la casa editrice del patriarcato di Mosca, l’associazione internazionale «Sofia: idea russa, idea d’Europa», l’Accademia internazionale «Sapientia et Scientia», la Libreria editrice vaticana e la Fondazione Ratzinger. D’accordo con il metropolita, in primavera a Mosca sarà organizzata una solenne presentazione del volume presso la Scuola teologica del patriarcato, in concomitanza con la sessione estiva dei lavori dell’accademia. L’iniziativa proseguirà con la pubblicazione in russo della trilogia su Gesù di Nazaret. Pubblichiamo la prefazione della versione russa di Teologia della liturgia scritta dallo stesso metropolita, curatore del libro.
L’orientamento cristologico in Joseph Ratzinger
Al centro l’eucarestia
di Ilarione di Volokolamsk
Il volume del Papa emerito Benedetto XVI (Joseph Ratzinger) Teologia della liturgia esce in russo per il novantesimo compleanno di questo eminente gerarca e teologo della Chiesa cattolica romana. Joseph Ratzinger ha ricevuto il riconoscimento dell’Europa quando ancora era professore di dogmatica, prima nell’università di Bonn e poi in quelle di Münster, Tubinga e Ratisbona; è stato poi uno dei più attivi periti al concilio Vaticano II (1962-1965). Il suo libro Introduzione al cristianesimo, che con un linguaggio adeguato alla modernità tratta delle fondamenta della fede cristiana, ha acquistato larga fama.Gli interessi scientifici di Joseph Ratzinger vanno dalla teologia dogmatica alla teologia della liturgia, estendendosi alla patristica, al pensiero medievale, all’apologetica e alle scienze bibliche. L’ultima, importante opera di Benedetto XVI è uscita quando ancora ricopriva l’incarico di capo supremo della Chiesa cattolica: è il suo fondamentale Gesù di Nazaret, tradotto e pubblicato anche in lingua russa. Al nome di Papa Benedetto XVI è legata la battaglia per la difesa dei valori cristiani tradizionali e, a un tempo, quella per la riscoperta e la riaffermazione della loro attualità nella moderna società secolarizzata. Tappe importanti del servizio alla Chiesa di Joseph Ratzinger sono stati il compito di arcivescovo di Monaco e Frisinga (1977-1981) e poi quello di prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (1981-2005). Nel 2005, il cardinale Ratzinger fu eletto romano Pontefice e assunse il nome di Benedetto XVI. Nel 2013, per la prima volta dopo seicento anni di storia del papato, egli ha volontariamente lasciato la cattedra di san Pietro.
Papa Benedetto ha spesso espresso la sua profonda simpatia per l’ortodossia e da sempre ritiene che, a livello teologico, gli ortodossi siano i più prossimi ai cattolici. Non è un caso che proprio lui sia stato uno dei primi membri della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa, a seguito della sua fondazione nel 1979. Da teologo, Ratzinger ha fatto sforzi enormi per chiarire la questione del primato del vescovo di Roma, spostando l’accento da una visione giuridica del primato a una sua comprensione primariamente come testimonianza cristiana di tipo particolare e come servizio all’unità nell’amore. Egli è stato sempre fermo oppositore di qualsiasi compromesso nel campo della dottrina della fede, indicando, giustamente, che l’unità — per principio possibile tra Oriente e Occidente — deve essere preparata con cura, deve maturare sia spiritualmente sia a livello pratico, grazie anche a profondi studi di carattere teologico e storico.
Vorrei che la pubblicazione in Russia del volume Teologia della liturgia rappresentasse non solo un attestato di grande stima per l’autore ma anche che attirasse l’attenzione dei nostri lettori alla lettura del volume. E questo non solo perché, più in generale, non esiste ancora in traduzione russa un numero sufficiente di opere di Joseph Ratzinger. Più in particolare, questo specifico volume è infatti dedicato alla liturgia, cioè a uno dei temi in assoluto più importanti sia rispetto alla produzione scientifica dell’autore, sia, a un tempo, riguardo alla sua cura pastorale (accanto al tema dell’ecclesiologia); e insieme il tema della liturgia è anche proprio un tema particolarmente importante e significativo per i credenti ortodossi.
Al centro della Teologia della liturgia di Joseph Ratzinger sta l’eucarestia, l’interpretazione del suo carattere sacrificale, la presenza reale di Gesù Cristo nei santi doni del suo corpo e del suo sangue. L’autore presta l’attenzione dovuta alla questione del simbolismo della liturgia, a quella della validità e della non validità della terminologia scolastica per la descrizione del mistero eucaristico e al tema della liceità delle innovazioni concettuali nella teologia dei sacramenti moderna. Il teologo Ratzinger mira a portare alla luce il legame profondo tra l’essere spirituale-corporale dell’uomo, le costanti del suo essere storico e i sacramenti della Chiesa che Dio le ha donato per la santificazione del mondo. Egli tenta di mostrare la falsità delle concezioni sia spiritualistiche e nominalistiche che magiche e materialistiche.
Le riflessioni di Ratzinger si distinguono per l’orientamento cristologico che determina l’autore. La pietra angolare di tutta l’argomentazione di Joseph Ratzinger è l’incarnazione. Allo stesso tempo, egli dedica scarsa attenzione allo Spirito santo, alla pneumatologia, fatto questo che, tra l’altro, a me sembra caratterizzare l’approccio metodologico della teologia cattolica in quanto tale. Joseph Ratzinger riesce a collegare organicamente l’analisi dei problemi a una moderna impostazione delle varie questioni poste e al metodo storico-sistematico, l’insieme solidamente ancorato alla sacra Scrittura, alla tradizione della Chiesa e alla ricchezza della tradizione patristica, non solo quella occidentale ma anche a quella orientale. È importante sottolineare come al centro dell’attenzione restino sempre la prospettiva soteriologica, la pratica religiosa, la preghiera comune dei fedeli e quella privata, cioè tutto quello che serve immediatamente alla salvezza dell’uomo. Ratzinger sottolinea anche la dimensione cosmica e il significato sociale del culto divino.
Joseph Ratzinger si oppone alla tendenza alla “creatività” superficiale che talvolta mostra oggi il cristianesimo in Occidente, ovvero alla tendenza allo svuotamento del contenuto autentico della liturgia e della sua finalità di essere incontro e legame vitale con Dio e con il suo creato. In tal senso alcune questioni trattate nel libro — come a esempio le innovazioni nel rito e gli “esperimenti liturgici” quali la “liturgia domenicale” senza sacerdote — riguardano soprattutto una sfera di problemi del cattolicesimo. Perciò è importante che il lettore russo — che ha molto sentito parlare delle tendenze modernistiche nel cattolicesimo contemporaneo — possa conoscere lo sguardo critico di uno dei più grandi teologi cattolici dell’epoca moderna sul tema della rottura dolorosa con la tradizione avvenuta nel periodo successivo al concilio Vaticano II e sulle difficoltà di cui è irta la strada dell’aggiornamento.
Joseph Ratzinger, che è un estimatore e profondo conoscitore della cultura europea classica, offre un’analisi accurata della musica nella liturgia, dei principi ispiratori dello spazio sacro e del tempo sacro e analizza con precisione le varie ricerche — fortunate o meno fortunate — svolte in questo campo. Numerosi testi di Ratzinger contengono una polemica contro il protestantesimo e contro la filosofia europea moderna la cui influenza sul pensiero cattolico si è evidenziata con determinate aperture e dialoghi.
La mia speranza è che questo libro non solo contribuisca ad aumentare la comprensione del cattolicesimo dei nostri lettori ma sia anche di stimolo ai nostri autori per approfondire quei temi relativi alla liturgia che per ora nella teologia ortodossa non hanno ricevuto un’interpretazione adeguata; mi riferisco, per esempio, agli aspetti antropologici della liturgia e alla questione delle fondamenta teologiche della musica sacra. Ma non solo: il libro che ho il piacere di presentare è capace e potrà suscitare anche una comune riflessione sulla questione dell’esistenza della Chiesa nel mondo di oggi e sul suo complesso dialogo con la società e con la cultura secolarizzata.
L'Osservatore Romano
giovedì 12 ottobre 2017
Traduzioni e liturgia
di Riccardo Cascioli (Lanuovabq)
Quando il 9 settembre scorso fu reso noto il Motu Proprio di papa Francesco, Magnum Principium, i soliti noti hanno gridato al “Liberi tutti” per le traduzioni dei testi liturgici. Così ora interviene il prefetto della Congregazione per il Culto Divino, il cardinale Robert Sarah, a ribadire alcuni punti fermi e a rimettere nel giusto equilibrio il rapporto tra Santa Sede e Conferenze episcopali per evitare una sorta di “federalismo liturgico”. Non si tratta di un documento ufficiale della Congregazione, ma di una iniziativa personale del Prefetto, un «contributo per la corretta comprensione di Magnum Principium», come il cardinale Sarah titola la sua letterache la Nuova BQ pubblica in esclusiva per l’Italia.
Della partita che si sta giocando sulle traduzioni dei testi liturgici abbiamo già parlato, è una questione delicata che va a toccare gli stessi contenuti della fede. Per capire dove può andare a parare Magnum Principium, basta leggere i commenti del liturgista Andrea Grillo, uno dei personaggi che ha lavorato con il segretario della Congregazione per il Culto Divino, monsignor Arthur Roche, per promuovere i cambiamenti nei criteri delle traduzioni dal latino in senso contrario a quanto auspicato da papa Benedetto XVI e prima ancora da san Giovanni Paolo II. Grillo (clicca qui), che si è distinto recentemente anche per una serie di invettive contro il cardinale Sarah, ha spiegato che l’obiettivo è superare l’istruzione Liturgiam Authenticam (2001), che richiedeva una traduzione letterale dei testi dal latino, a favore di una interpretazione che li renda più comprensibili alla popolazione locale. Grillo parla esplicitamente di “diritto all’interpretazione”, sottintendo il maggiore potere che le Conferenze Episcopali devono avere in materia.
In linea di principio il cardinal Sarah – riprendendo quanto già osservava il cardinale Ratzinger (poi Benedetto XVI) – non obietta affatto alla distinzione tra traduzione e interpretazione, ma si preoccupa che questa non copra la voglia di rivoluzione che alcuni stanno portando avanti. E per capire appieno l’iniziativa del cardinale Sarah, va ricordato che la commissione che ha lavorato alla preparazione del Motu Proprio, lo ha fatto alle sue spalle, tenendolo volutamente all’oscuro.
Entrando nel merito del documento firmato dal cardinale Sarah, come dicevamo emerge chiara la preoccupazione che la distinzione che viene fatta in Magnum Principium tra traduzione (= la resa del testo liturgico in lingua vernacola a partire dall’originale “tipico” latino) e adattamento (= un nuovo testo aggiunto, un nuovo rito o la modifica di un rito esistente) non diventi il pretesto per far passare di tutto. Il nuovo canone 838 prevede infatti un diverso tipo di approvazione da parte della Santa Sede: la confirmatio/conferma per le traduzioni e la recognitio/revisione per gli adattamenti (cfr su questo più ampiamente padre Riccardo Barile in la NBQ).
Ecco dunque in breve i principali chiarimenti proposti dal cardinale Sarah:
1. Per le traduzioni restano in vigore le norme attuali di Liturgiam autenthicam (2001), che richiedono la fedeltà e insieme offrono i criteri per l’adattamento linguistico nel passaggio dal latino alle lingue parlate.
2. Sia la confirmatio che la recognitio stabiliscono che sempre è necessaria l’approvazione della Santa Sede e, dal punto di vista dell’approvazione, quasi non sembra esserci differenza e sono intercambiabili. Anche la conferma richiede la revisione del testo tradotto.
3. C’è differenza invece nel risultato finale, perché la traduzione è la semplice trasposizione di un libro liturgico dal latino a una lingua parlata, mentre l’adattamento modifica poco o tanto la edizione tipica dello stesso libro per quella lingua o area linguistica.
4. Il card. Sarah prevede e auspica una differenza anche nel procedimento previo: infatti la traduzione sembra più affidata direttamente alle Conferenze Episcopali le quali poi chiederebbero la conferma alla Santa Sede, mentre gli adattamenti, data la loro natura più delicata, per giungere alla auspicata recognitio finale, sembrerebbero richiedere un più opportuno lavoro di concertazione previa tra le Conferenze Episcopali interessate e la Santa Sede. Ovviamente tale concertazione previa sarebbe auspicabile anche per le traduzioni, non in tutto, ma almeno per la traduzione di alcuni termini particolarmente fondamentali e delicati in ordine all’espressione della fede e della preghiera della Chiesa.
Questi chiarimenti non piaceranno sicuramente ai soliti “Guardiani della rivoluzione” e ad alcuni episcopati che mal sopportavano le precedenti disposizioni. Vedi ad esempio la conferenza episcopale tedesca, che ha appena annunciato lo stop alla traduzione in tedesco del messale. Il cardinale Reinhard Marx, secondo quanto riportato dalla testata britannica The Tablet, considera finita “Liturgiam Authenticam” e quindi decadute tutte le precedenti disposizioni. Il lavoro sul messale tedesco si era arenato sulle parole della consacrazione eucaristica, una questione che stava molto a cuore a Benedetto XVI. Quando si parla del sangue versato da Cristo, il “pro multis” latino viene tradotto da molti episcopati con “per tutti” anziché “per molti”, come sarebbe letteralmente. Benedetto XVI aveva dunque invitato tutti gli episcopati del mondo a correggere la traduzione – risultando “per molti” la versione corretta -, ma non tutti si sono ancora adeguati: fra questi la Germania, che ora si sente libera di fare la sua strada.
(Ha collaborato padre Riccardo Barile)
***
Il documento integrale del cardinal
Sarah
Umile contributo per una migliore e corretta comprensione del Motu Proprio Magnum Principium.
La “recognitio” degli adattamenti e la “confirmatio” delle traduzioni nel canone 838
Il 3 settembre 2017, il Santo Padre ha promulgato il Motu Proprio Magnum Principium, sulle traduzioni liturgiche, che modifica i paragrafi 2 e 3 del canone 838 del Codice di Diritto Canonico. È con rispetto e riconoscenza che accogliamo questa iniziativa del Sommo Pontefice, che permette di stabilire ancora più chiaramente e rigorosamente le rispettive responsabilità delle Conferenze Episcopali e della Santa Sede, per una collaborazione di fiducia, fraterna e intensa a servizio della Chiesa. Questo punto, che costituisce, in qualche modo, il cuore del Motu Proprio, viene approfondito nella Lettera dello scorso 26 settembre, che la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha indirizzato alle Conferenze Episcopali. È in questa prospettiva che è stato redatto questo umile contributo, a partire dalla seguente osservazione: da parte del nostro Dicastero, la collaborazione al lavoro di adattamento e di traduzione delle Conferenze Episcopali è inclusa totalmente in queste due parole del canone 838: «recognitio» e «confirmatio». Che cosa significano esattamente? Lo scopo di questo semplice testo è rispondere a questa domanda.
Codice di Diritto Canonico
Il canone 838 prima di “Magnum Principium”
Can. 838 — § 1. Sacrae liturgiae moderatio ab Ecclesiae auctoritate unice pendet: quae quidem est penes Apostolicam Sedem et, ad normam iuris, penes Episcopum dioecesanum.
§ 2. Apostolicae Sedis est sacram liturgiam Ecclesiae universae ordinare, libros liturgicos edere eorumque versiones in linguas vernaculas recognoscere, necnon advigilare ut ordinationes liturgicae ubique fideliter observentur.
§ 3. Ad Episcoporum conferentias spectat versiones librorum liturgicorum in linguas vernaculas, convenienter intra limites in ipsis libris liturgicis definitos aptatas, parare, easque edere, praevia recognitione Sanctae Sedis.
§ 4. Ad Episcopum dioecesanum in Ecclesia sibi commissa pertinet, intra limites suae competentiae, normas de re liturgica dare, quibus omnes tenentur.
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Can. 838 - §1. Regolare la sacra liturgia dipende unicamente dall'autorità della Chiesa: ciò compete propriamente alla Sede Apostolica e, a norma del diritto, al Vescovo diocesano.
§2. È di competenza della Sede Apostolica ordinare la sacra liturgia della Chiesa universale, pubblicare i libri liturgici e autorizzarne le versioni nelle lingue correnti, nonché vigilare perché le norme liturgiche siano osservate fedelmente ovunque..
§3. Spetta alle Conferenze Episcopali preparare le versioni dei libri liturgici nelle lingue correnti, dopo averle adattate convenientemente entro i limiti definiti negli stessi libri liturgici, e pubblicarle, previa autorizzazione della Santa Sede.
§4. Al Vescovo diocesano nella Chiesa a lui affidata spetta, entro i limiti della sua competenza, dare norme in materia liturgica, alle quali tutti sono tenuti.
Canone 838 attualmente in vigore (“Magnum Principium”)
Can. 838 - § 1. Idem
§ 2. Apostolicae Sedis est sacram liturgiam Ecclesiae universae ordinare, libros liturgicos edere, aptationes, ad normam iuris a Conferentia Episcoporum approbatas, recognoscere,necnon advigilare ut ordinationes liturgicae ubique fideliter observentur.
§ 3. Ad Episcoporum Conferentias spectat versiones librorum liturgicorum in linguas vernaculas fideliter et convenienter intra limites definitos accommodatas parare et approbare atque libros liturgicos, pro regionibus ad quas pertinent, post confirmationem Apostolicae Sedis, edere.
§ 4. Idem
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Can. 838 - § 1. Idem
§ 2. È di competenza della Sede Apostolica ordinare la sacra liturgia della Chiesa universale, pubblicare i libri liturgici, rivedere (recognescere-recognitio) gli adattamenti approvati a norma del diritto dalla Conferenza Episcopale, nonché vigilare perché le norme liturgiche siano osservate ovunque fedelmente.
§ 3. Spetta alle Conferenze Episcopali preparare fedelmente le versioni dei libri liturgici nelle lingue correnti, adattate convenientemente entro i limiti definiti, approvarle e pubblicare i libri liturgici, per le regioni di loro pertinenza, dopo la conferma (confirmatio) della Sede Apostolica.
§ 4. Idem
NOTA: c 838 § 3: le parole «aptatas» (vecchio canone) e «accomodatas» (nuovo canone) sono sinonime, da cui la traduzione italiana unica «adattate convenientemente entro i limiti definiti». Il cambiamento di parola è giustificato, in latino, dal contesto, ossia l’eliminazione della menzione «in ipsis libris liturgicis» («negli stessi libri liturgici») nel nuovo c. 838 § 3.
Commento
1. Occorre rilevare che il testo di riferimento delle traduzioni liturgiche rimane l’Istruzione Liturgiam authenticam (L.A.) del 28 marzo 2001. Le traduzioni fedeli («fideliter»), realizzate e approvate dalle Conferenze Episcopali devono, di conseguenza, essere conformi in ogni punto alle norme di questa Istruzione. Non si rileva, pertanto, alcun cambiamento in merito ai requisiti necessari e al risultato obbligatorio per ogni libro liturgico. Come si vedrà più avanti, dato che le parole recognitio e confirmatio, pur non essendo strettamente sinonime, nondimeno sono intercambiabili, è sufficiente sostituire la prima con la seconda all’interno dell’Istruzione L.A. . Questo vale in particolare per i nn. 79-84.
2. Le modifiche al canone 838 riguardano unicamente i paragrafi 2 e 3 e, in particolare, questi due punti: A) La distinzione tra «adattamento», per il quale è richiesta la recognitio, e «traduzione», per la quale è richiesta la confirmatio della Sede Apostolica. B) Per quanto riguarda le traduzioni liturgiche, l’affermazione esplicita che spetta alle Conferenze Episcopali preparare fedelmente («fideliter») le traduzioni (versioni nelle lingue correnti) dei libri liturgici, approvarle e pubblicare i libri liturgici, dopo aver ottenuto la conferma della Sede Apostolica. Importante sottolineatura: la novità riguarda unicamente il precitato punto A: la distinzione tra recognitio e confirmatio. Il punto B è l’inscrizione «nel marmo» del Codice di Diritto Canonico della pratica abituale e costante che viene seguita a partire dalla prima Istruzione sulle traduzioni liturgiche, Comme le prévoit, del 25 gennaio 1969, e, a fortiori, dalla promulgazione della Liturgiam Authenticam nel 2001.
3. La recognitio è definita dal Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, in un testo del 2006, come «una conditio iuris che, per volontà del Legislatore Supremo, è richiesta ad validitatem» (Cf. Communicationes 38, 2006, 16). Di conseguenza, se la recognitio non è accordata, il libro liturgico non può essere pubblicato. Lo scopo della recognitio è verificare e salvaguardare la conformità al diritto e la comunione della Chiesa (la sua unità).
4. La confirmatio (conferma) è utilizzata dal Codice di Diritto Canonico (CIC) in diverse circostanze: ecco tre esempi: A) In caso di elezione che necessita di essere confermata da un’autorità superiore (cf. c. 147, 178, 179); B) La conferma dei decreti del Concilio ecumenico, da parte del Pontefice Romano, prima della loro promulgazione (c. 341 § 1). C) Il decreto di espulsione di un religioso, che può entrare in vigore solo dopo la conferma da parte della Santa Sede o del vescovo diocesano secondo la natura – di diritto pontificio o di diritto diocesano – dell’istituto (c. 700). In tutti questi casi, c’è un responsabile che agisce secondo l’autorità che gli è propria, e un’autorità superiore che deve confermare la sua decisione per verificare e salvaguardare la conformità al diritto. Di conseguenza, se una Conferenza episcopale ha preparato e approvato la traduzione di un libro liturgico, non può pubblicarlo senza previa conferma da parte della Sede Apostolica. Nei precitati casi richiedenti la confirmatio, l’autorità superiore, prima di confermarlo, è tenuta a verificare la conformità dell’atto al diritto in vigore; allo stesso modo, la Sede Apostolica, deve accordare la confirmatio solo dopo aver debitamente verificato che la traduzione sia «fedele» («fideliter»), ossia conforme al testo dell’editio typica in lingua latina in base ai criteri enunciati dall’Istruzione Liturgiam authenticam sulle traduzioni liturgiche.
5. Analogamente alla recognitio, la confirmatio non è in nessun caso un atto formale, ossia una sorta di approvazione da accordare dopo una rapida verifica del lavoro sulla base di una presunzione favorevole a priori, secondo cui la traduzione approvata dalla Conferenza episcopale è stata realizzata fedelmente («fideliter»). Inoltre, come per la recognitio richiesta nel vecchio c. 838 § 3, la confirmatio presuppone e implica una verifica dettagliata da parte della Santa Sede, e la possibilità, per quest’ultima, di condizionare sine qua non la confirmatio alle modifiche di certi punti che potrebbero essere richieste a causa della non-conformità dei punti stessi al criterio di «fedeltà», ormai inscritto nel Codice di Diritto Canonico. La decisione della Santa Sede verrebbe, quindi, imposta alla Conferenza Episcopale. Notiamo come, a questo riguardo, sia questa la mens di questa norma, che corrisponde all’interpretazione che di essa è stata data dal Segretario della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, S.E. Mons, A. Roche nel suo Commento al Motu Proprio Magnum Principium:
«La confirmatio della Sede apostolica non si configura pertanto come un intervento alternativo di traduzione, ma come un atto autoritativo con il quale il dicastero competente ratifica l’approvazione dei vescovi. Supponendo ovviamente una positiva valutazione della fedeltà e della congruenza dei testi prodotti rispetto all’edizione tipica su cui si fonda l’unità del rito, e tenendo conto soprattutto dei testi di maggiore importanza, in particolare le formule sacramentali, le preghiere eucaristiche, le preghiere di ordinazione, il rito della messa, e via dicendo».
Quindi, per esempio, se, nel Credo del rito della Messa, l’espressione «consubstantialem Patri», viene tradotta in francese con: «de même nature que le Père» («della stessa sostanza del Padre»), la Santa Sede può – e deve (cf. n.6) - imporre la traduzione «consubstantiel au Père» («consustanziale al Padre»), come condizione sine qua non della sua confirmatio del Messale Romano, in lingua francese, nel suo complesso.
«La confirmatio della Sede apostolica non si configura pertanto come un intervento alternativo di traduzione, ma come un atto autoritativo con il quale il dicastero competente ratifica l’approvazione dei vescovi. Supponendo ovviamente una positiva valutazione della fedeltà e della congruenza dei testi prodotti rispetto all’edizione tipica su cui si fonda l’unità del rito, e tenendo conto soprattutto dei testi di maggiore importanza, in particolare le formule sacramentali, le preghiere eucaristiche, le preghiere di ordinazione, il rito della messa, e via dicendo».
Quindi, per esempio, se, nel Credo del rito della Messa, l’espressione «consubstantialem Patri», viene tradotta in francese con: «de même nature que le Père» («della stessa sostanza del Padre»), la Santa Sede può – e deve (cf. n.6) - imporre la traduzione «consubstantiel au Père» («consustanziale al Padre»), come condizione sine qua non della sua confirmatio del Messale Romano, in lingua francese, nel suo complesso.
6. Si constata, pertanto, che la modifica del testo del c. 838 § 3 (la recognitio è sostituita dalla confirmatio) non modifica in alcun modo la responsabilità della Santa Sede, né, di conseguenza, le sue competenze in merito alle traduzioni liturgiche: la Sede Apostolica è tenuta a verificare che le traduzioni realizzate dalle Conferenze Episcopali siano «fedeli» («fideliter») all’editio typica in lingua latina allo scopo di garantire, salvaguardare e promuovere la comunione nella Chiesa, ossia la sua unità.
7. Le parole recognitio e confirmatio non sono strettamente sinonime per le due seguenti ragioni:
A) La parola recognitio è riservata agli adattamenti approvati dalle Conferenze Episcopali secondo le norme del diritto (ad normam iuris) (c. 838 § 2), mentre la parola confirmatio fa riferimento alle traduzioni liturgiche (c. 838 § 3). Questa differenziazione è positiva, in quanto ha il merito di distinguere, d’ora in avanti, in modo netto, due ambiti molto diversi: l’adattamento e la traduzione. Pur essendo intercambiabili a livello di responsabilità della Santa Sede (cf. n.6), le due parole non sono strettamente sinonime rispetto al loro effetto sull’editio typica. Innanzitutto, gli adattamenti realizzati ad normam iuris modificano l’editio typica in certi casi determinati dal diritto (cf. per il Messale Romano, l’Institutio Generalis Missalis Romani – Ordinamento Generale del Messale Romano, cap.9, nn. 386-399), da cui la necessità di una recognitio. Le traduzioni non modificano l’editio typica, al contrario, devono essere fedeli a essa («fideliter»), da cui la necessità di una confirmatio. Occorre, pertanto, sottolineare nuovamente questo importante punto: lungi dall’essere una sorta di recognitio attenuata o indebolita, il vigore della confirmatio è forte tanto quanto la recognitio a cui si faceva riferimento nel vecchio c. 838 § 3.
B) In secondo luogo, rispetto alla recognitio, la confirmatio sembra avere un carattere più unilaterale, che entra in gioco alla fine dell’iter: preparazione-approvazione da parte della Conferenza Episcopale. Si potrebbe, infatti, pensare che, per via della sua natura, la recognitio, che, come la confirmatio, entra in gioco a posteriori, presupponga una concertazione preliminare durante il processo del lavoro traduttivo, il che permette di preparare un testo accettabile da parte di entrambe le parti. Nel c. 838 § 3, modificato dal Motu Proprio Magnum Principium, la confirmatio da parte della Santa Sede, deve essere messa in prospettiva con «fideliter» e «approbatio» («approbare») da parte delle Conferenze Episcopali. Nella misura in cui, ormai, la Conferenza Episcopale è chiamata esplicitamente, dalla norma del Diritto Canonico, ad «approvare» traduzioni «fedeli» al testo latino dell’editio typica, la Santa Sede fa affidamento a priori alla Conferenza Episcopale. Quindi, solitamente, la Santa Sede interviene nel lavoro della Conferenza Episcopale, solo dal momento della confirmatio, che costituisce un atto finale o conclusivo (tuttavia, cf. a questo riguardo n.5). È evidente che la procedura della confirmatio può altresì dar luogo a degli scambi preliminari, nel momento in cui la Conferenza Episcopale indirizza una richiesta in questo senso alla Santa Sede o nel momento in cui è prevista una procedura di mutua concertazione da entrambe le parti, il che può sembrare auspicabile.
Conclusione
La realtà della «recognitio» e della «confirmatio» è inscritta nella nostra vita quotidiana: infatti, consapevoli dei nostri limiti, ci appelliamo, per natura, a un’altra persona affinché «verifichi» il lavoro che, facendo del nostro meglio, abbiamo svolto; in questo modo, a partire dalle osservazioni di quest’altra persona, o, addirittura, se necessario, dalle sue correzioni, possiamo migliorarlo. Questa è la responsabilità del professore nei confronti dello studente che prepara una tesi o, più semplicemente, dei genitori nei confronti dei compiti a casa dei figli e anche, più in generale, delle autorità accademiche o tutelari … La nostra vita è, quindi, intessuta di «recognitio» e di «confirmatio», che ci permettono di progredire verso una maggiore «fedeltà» rispetto alle esigenze del reale e in tutti gli ambiti del sapere al servizio di Dio e del prossimo (cf. la parabola dei talenti, Mt 25, 14-30). La «recognitio» e la «confirmatio» da parte della Santa Sede, che presuppongono una collaborazione di fiducia, fraterna e intensa con le Conferenze Episcopali, rientrano in questo quadro. Come dice in modo ammirevole il Motu Proprio del Santo Padre, a cui fa riferimento la Lettera del 26 settembre indirizzata alle Conferenze Episcopali, si tratta «di rendere più facile e più fruttuosa la collaborazione tra la Sede Apostolica e le Conferenze Episcopali».
Città del Vaticano, 1° ottobre 2017
Card. Robert Sarah,
Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti
Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti
(traduzione di Davide Polenghi)
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