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domenica 23 ottobre 2016

Sepoltura e conservazione delle ceneri: le nuove linee guida del Vaticano



(Massimo Introvigne)


Quella della cremazione è una scelta sempre più comune anche tra i cattolici praticanti. È uno sviluppo sorprendente, se si considera che dal Risorgimento in poi la cremazione era una scelta polemica nei confronti della Chiesa, praticata soprattutto da mangiapreti anticlericali, una specie di proclamazione al mondo che il defunto non credeva nella dottrina cattolica secondo cui anche i corpi risorgeranno alla fine del mondo. Ma non siamo più ai tempi in cui la cremazione era diventata la bandiera di una certa massoneria particolarmente anticlericale. In verità già dal 1963, con papa Paolo VI, la Chiesa ha permesso ai suoi fedeli la scelta della cremazione. Ora la Santa Sede ha annunciato per martedì prossimo una istruzione della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla cremazione e la conservazione delle ceneri. Perché la Chiesa oggi permette la cremazione? E perché si rende necessario un nuovo documento? Occorre anzitutto precisare che nella tradizione cattolica la cremazione non è stata sempre vietata. Era comune nelle epidemie e in caso di calamità naturali e di guerre, e questo dall’Alto Medioevo fino all’epoca napoleonica. È dunque evidente che la Chiesa non vedeva contraddizioni fra la cremazione e la dottrina della resurrezione dei corpi alla fine del mondo. I teologi hanno sempre spiegato che il corpo che risorgerà sarà qualcosa di qualitativamente diverso dal corpo mortale, pur mantenendo lo stesso legame unico con l’anima e con quella specifica persona, e che Dio non ha bisogno dei nostri poveri resti per il miracolo della resurrezione. Se fosse diversamente, chi è morto in un incendio o in un’esplosione che ha lasciato poco o nulla del suo corpo sarebbe escluso dalla resurrezione finale, il che per un cattolico è teologicamente assurdo. Nell’Ottocento, però, soprattutto per opera di certi settori della massoneria dell’Europa continentale, la cremazione è stata sventolata come un vessillo dell’anti-cattolicesimo. La corposa indagine “La morte laica”, pubblicata nel 1998 e curata con altri da Fulvio Conti e Augusto Comba, ha mostrato lo strettissimo legame fra cremazione e anticlericalismo in Italia nell’Ottocento e fino ai primi decenni del Novecento. La stessa inaugurazione dei crematori nei nostri cimiteri era spesso una cerimonia pubblica con uno specifico contenuto anticlericale. È per questa ragione che la Chiesa, che pure aveva accettato la cremazione nei secoli precedenti, ha finito per vietarla nel XIX secolo. Ma nel Nord Europa o negli Stati Uniti la cremazione non ha mai avuto un significato anti-cristiano o anti-clericale. E anche da noi l’anticlericalismo, pur non venendo completamente meno, ha assunto profili diversi e attenuati nel Novecento. Così si è arrivati allo sdoganamento della cremazione da parte di Paolo VI nel 1963. Ma tutto questo non è avvenuto senza problemi. Sociologi come Rodney Stark hanno fatto notare come, a prescindere da ogni problema teologico, il venire meno di caratteri distintivi del cattolicesimo come il rifiuto della cremazione o l’astensione dalla carne il venerdì ha eliminato un segnale della diversità cattolica rispetto alle tante comunità protestanti che rendeva la Chiesa cattolica immediatamente riconoscibile e, per alcuni, attraente. In Paesi dove la cremazione non era comune, i cattolici che l’hanno scelta hanno poi mutuato da altri pratiche come la conservazione delle ceneri in casa o la loro dispersione in mare o altrove che, per quanto poetiche, rischiano di fare venire meno il tradizionale senso cristiano della distinzione fra la sfera dei vivi e quella dei morti, e della venerazione e della preghiera come atteggiamento proprio nei confronti della seconda. Sullo sfondo vi sono questioni molto più complesse sul senso della morte e del rapporto con i morti che cambia in modi non previsti e spesso non accettabili per la Chiesa. Tornano, specie fra i giovani, forme di spiritismo e le indagini sociologiche mostrano come molti cattolici accettino la dottrina della reincarnazione che la Chiesa considera incompatibile con il cattolicesimo. Così vescovi di diversi Paesi hanno chiesto a Roma di ribadire che la cremazione è permessa ai cattolici – anche se l’inumazione rimane una scelta tradizionale carica di specifici significati, che va incoraggiata – ma le ceneri vanno poi deposte in un cimitero o sacrario, non conservate in casa né disperse. Vedremo a breve quali norme la Santa Sede riterrà di prescrivere. Eppure a modo suo la vicenda mostra che il tabù della cremazione è stato superato anche tra i cattolici e anche in Italia, e che la Chiesa di Papa Francesco insieme comprende e s’interroga con qualche preoccupazione sul nuovo rapporto che i nostri contemporanei intrattengono con la morte. (Massimo Introvigne – Il Mattino)

martedì 26 aprile 2016

Sulla fortuna, la meritocrazia e papa Francesco

Merito o fortuna? Un dibattito tra sociologi

di Massimo Introvigne
Una nuova branca della sociologia - poco nota ai non addetti ai lavori - si occupa della fortuna. Merita forse di essere presentata e discussa, perché ci dice qualcosa su questioni di grande rilievo per la società contemporanea e forse getta una luce anche sul dibattito in corso fra papa Francesco e i suoi critici in materia di economia.
Sul tema sono intervenuti anche sociologi “puri” come Mike Savage,ma gli studi di riferimento sono quelli di un sociologo dell'economia, Robert Frank, che li ha riassunti quest'anno in un libro pubblicato dall'Università di Princeton con il titolo Successo e fortuna. La buona sorte e il mito della meritocrazia. Il libro è, in sostanza, una critica della meritocrazia, cioè della tesi che le persone di successo sono tali solo, o principalmente, in virtù dei loro sforzi e del loro duro lavoro. Come tali, hanno diritto a essere protette dalla società e perfino a guidarla. I sociologi della fortuna sostengono che non è così. «Il successo o il fallimento», riassume Frank, «spesso dipendono in modo decisivo da eventi che sono completamente al di fuori del controllo individuale» e che la parola “fortuna” descrive adeguatamente. 
Frank offre l'esempio di Al Pacino. Era un buon attore medio, e sarebbe rimasto tale se il registaFrancis Ford Coppola - che neppure lo conosceva - non si fosse incaponito a volerlo nella parte di Michael Corleone nel film Il padrino. I produttori preferivano un attore più noto, ma Coppola si impuntò e minacciò di non dirigere il film se non avesse avuto Pacino. Certamente l'attore ci mise del suo, interpretando la parte in modo magistrale: ma senza il “colpo di fortuna” della scelta del tutto imprevedibile di Coppola difficilmente avrebbe conosciuto quella svolta verso una carriera stellare.
Passando a temi più generali, Frank usa una variante del cosiddetto “teorema di Milanovic”, elaborato dall'economista serbo Branko Milanovic, secondo cui la nazione in cui si nasce - un fattore che nessuno tecnicamente ha “meritato” - fornisce un moltiplicatore automatico delle proprie possibilità di successo. Ammettendo che il talento, le capacità e la disponibilità a lavorare duramente nel corso della vita siano uguali e siano pari a uno, Milanovic sostiene che un bambino che nasce negli Stati Uniti può moltiplicare questo uno per novantatré per ottenere come risultato la percentuale delle sue possibilità di diventare ricco, mentre un suo coetaneo nato in Congo dovrà moltiplicare il suo uno soltanto per uno.
Ancora più un in generale, Frank sostiene la teoria - certamente più controversa - secondo cui glistessi talenti con cui si nasce sono una questione di fortuna. L'uso dei talenti, come nella parabola evangelica, dipende da noi, ma se abbiamo un dono innato per diventare grandi matematici, musicisti, modelle o campioni dello sport, questo non è qualcosa che abbiamo «meritato più di quanto abbiamo meritato il colore degli occhi o la forma del naso». Frank - e altri sociologi che studiano la fortuna con lui - conclude che la “meritocrazia” è un mito costruito ad arte dai poteri forti del super-capitalismo, popolare a causa di quella che Marx chiamava «falsa coscienza». Le persone che sono state fortunate non si rendono conto di essere tali e sono convinte che tutto il loro successo dipenda dal lavoro e dal “merito”. 
Questi chiedono quindi che tale merito sia riconosciuto, che la società li protegga dalle importunerichieste di chi chiede che dividano la loro ricchezza con i meno fortunati, e che si riconosca alle élite di cui fanno parte il diritto di guidare le nazioni, senza troppo badare al meccanismo democratico che - ingiustamente, sostengono - dà lo stesso diritto di esprimere un voto alla persona di successo e al fallito. Frank ricorda che il termine “meritocrazia” è stato coniato negli anni 1950 da un sociologo inglese, Michael Young, ma con un intento critico e satirico. Young immaginava che nel ventunesimo secolo la società non fosse più organizzata in modo democratico, ma rigidamente divisa in due classi, le persone di successo e i falliti, riservando solo ai primi il diritto di voto. Questa società, secondo Young, non sarebbe stata un'utopia ma una distopia, cioè il contrario dell'utopia, e avrebbe potuto generare solo una lotta di classe distruttiva e disastrosa fra i due gruppi.
Ci siamo, affermano Frank e i suoi colleghi. Ritenendo - e forse ne sono veramente convinti, ma sitratta di “falsa coscienza” - di avere interamente “meritato” il loro successo, che tra l'altro non si misura solo in denaro, ma anche in popolarità e in influenza sociale, e ignorando il fattore fortuna, coloro che fanno parte dei “poteri forti”, e che monopolizzano sempre di più le risorse economiche e il potere culturale concentrandolo in poche mani, sono insofferenti quando qualcuno li invita a dividere il loro capitale monetario e sociale con altri o vuole porre limiti alla loro influenza. Un limite di Frank e dei sociologi che studiano la fortuna è quello di porre poca attenzione a precedenti storici che cadono al di fuori della sociologia e dell'economia e risalgono a un'epoca precedente alla nascita di queste scienze. 
Potrebbero, per esempio, imparare molto dalla discussione sulla fortuna proposta da Machiavelli.Soprattutto, ignorano la religione e la sociologia della religione. Max Weber avrebbe loro rapidamente insegnato che la mentalità dei “poteri forti” contemporanei deriva ampiamente dal calvinismo e da una certa teologia della predestinazione, secondo cui avere successo nel mondo e negli affari è segno che si è predestinati al Paradiso e fallire è più che un indizio che il rigido e spietato Dio di una certa versione del calvinismo ci ha predestinati all'Inferno. E che i “poteri forti” sono spesso anticattolici, perché il cattolicesimo si è rivelato nella storia il più solido baluardo contro queste teorie.
Che c'entra con tutto questo papa Francesco? C'entra, almeno, con il saggio sul Papa del sociologoitaliano Loris Zanatta, pubblicato sull'ultimo numero della rivista il Mulino e molto discusso in questi giorni. Zanatta sostiene che, a causa della sua formazione peronista argentina, papa Francesco diffida di quei “poteri forti” tecnocratici che in realtà garantiscono la prosperità e favoriscono la crescita economica del mondo, simpatizzando piuttosto con i politici “populisti” e ostili alle declinazioni contemporanee del capitalismo. C'è molto di vero negli accenni alla formazione peronista dell'attuale Pontefice, che continua in buona misura a fare capolino almeno nel suo modo di esprimersi. D'altra parte, la critica rigorosa della tecnocrazia e di un certo “turbo-capitalismo” era già presente in Benedetto XVI, e l'enciclica di Papa Ratzinger Caritas in veritate era già stata criticata da certi ambienti conservatori statunitensi non insensibili a quello che Frank chiama «il mito della meritocrazia». 
Sembra spesso che papa Francesco voglia attaccare anche lui questo mito, con argomenti talora nonlontani da quelli di Frank. Non condivido tutto quello che scrive Frank, e sono consapevole dei rischi che la sociologia della fortuna tiri la volata a forme di neo-socialismo alla Bernie Sanders. Tuttavia, il dibattito su fortuna e merito va molto al di là della politica elettorale, e tocca temi di grande spessore antropologico e teologico. È forse all'importanza di questi temi che cerca di richiamarci papa Francesco

giovedì 10 marzo 2016

Alleanza Cattolica - No alla trasformazione del Family Day in un partito



Roma, 10 marzo 2016 (l.c.). Alleanza Cattolica, che è presente nel Comitato Difendiamo i nostri figli fin dalla sua fondazione e ora con due esponenti nel comitato nazionale, non aderirà al movimento politico "Popolo della famiglia" promosso da Mario Adinolfi e Gianfranco Amato. Nel 2014, ben prima della nascita del comitato Difendiamo i nostri figli, il sociologo torinese Massimo Introvigne, vice-responsabile nazionale di Alleanza Cattolica, aveva pubblicato un articolo sulla "Nuova Bussola quotidiana" dove sosteneva l'opportunità di creare un "Partito delle famiglie" . "L'articolo - ricorda ora Introvigne - poneva tre condizioni ben precise perché potesse nascere un nuovo movimento politico con possibilità di aspirare al governo del Paese e non a uno zero virgola o a un due per cento che non risolverebbero i problemi di rappresentanza politica di un'area ampiamente orfana. Prima condizione: non essere un partito di scopo ma avere un programma dettagliato, non limitato ai soli riferimenti ai grandi principi o alla dottrina sociale della Chiesa, su tutto quanto un governo deve fare in campi come la politica estera, l'immigrazione, il lavoro, le banche, la giustizia, la corruzione, e così via; e per i comuni e le regioni su tutti i temi pratici che rientrano nelle loro competenze. Avrebbe dunque dovuto essere promosso da una squadra con persone di competenza riconosciuta nei vari settori, dall'economia alla sicurezza e al diritto. Seconda condizione: non essere un partito confessionale, e contare su significative presenze anche di non cattolici e non credenti. Terza condizione: avere come azionisti, non unici ma significativi, i grandi movimenti cattolici che si riconoscono nella dottrina sociale della Chiesa, perché ogni movimento politico che nasce deve potersi avvalere di strutture in qualche modo già organizzate e presenti sul territorio, a meno di partire con disponibilità immense di denaro". "È evidente - prosegue la nota - che, ferma la stima e l'amicizia per alcune delle persone coinvolte, il Popolo della famiglia non nasce con alcuna di queste tre caratteristiche, e sembra piuttosto la risposta sbagliata e destinata all'insuccesso a un problema reale. La risposta vera va costruita con pazienza e nel rispetto delle tre condizioni che indicavamo già nel 2014. Bene ha fatto dunque il comitato Difendiamo i nostri figli a prendere le distanze dal nuovo movimento e bene farebbero i suoi promotori ad autosospendersi dal comitato per evitare equivoci".

sabato 6 febbraio 2016

ENZO BIANCHI: «L'ECUMENISMO CONCRETO DEL PAPA»



Il priore della comunità monastica di Bose fa il punto sul cammino ecumenico delle Chiese cristiane in vista dell'incontro tra il Santo Padre e il Patriarca di Mosca, il primo nella storia.


*
di Enzo Bianchi
E' importante innanzitutto perché è storico. E' la prima volta che accade dopo secoli di incomprensioni, di lotte, di sangue. E' importante, poi,  perché avviene in obbedienza all'Evangelo di Cristo, in un contesto in cui Roma e Mosca sollecitano preghiere al Signore che ha supplicato i suoi discepoli di cercare, vivere, custodire l'unità, che solo in Dio trova compimento e sigillo.Ed è importante infine perché diventa modello da seguire: è frutto di un dialogo perseguito con santa testardaggine ed accettato con evangelica umiltà. 

Già Roncalli e Montini sognavano in cuor loro di poter arrivare a un abbraccio fraterno con il Patriarca di Mosca e di tutte le Russie. Con Giovanni XXIII e Paolo VI, però, i tempi non erano maturi. C'era la Guerra fredda. Il mondo era diviso in due. Un Muro attraversava l'Europa.  Montini abbracciò il Patriarca Atenagora: Roma e Costantinopoli tornarono a parlarsi. Ma Mosca rimaneva ancora fredda. E distante. Giovanni Paolo II andò a un passo dal grande evento: attorno al 2000 sembrava possibile un incontro in terreno neutro, nel monastero benedettino ungherese di Pannonhalma. Prevalsero i timori e le remore. Un Papa polacco non era particolarmente amato in Russia. E poi c'era l'irrisolto problema dei cattolici di rito bizantino, presenti in particolar modo in Ucraina, ovvero dei cristiani che dalla separazione conseguente allo scisma d’Oriente erano tornati a unirsi a Roma.


Con Joseph Ratzinger è come se si fosse trattenuto il respiro. Bergoglio ci ha messo del suo. Una convinzione testarda, in primo luogo. Non ha dato tregua a Kirill. Pochi mesi fa è tornato a bussare alla sua porta: ci vediamo quando vuoi, dove vuoi, come vuoi. Così sarà. L'incontro è  frutto dell'ecumenismo concreto di  Francesco che si nutre, sì, di profondità evangelica, ma che non usa l'affidamento allo Spirito come alibi per non muovere un passo , qui, sulla terra. 

Il fatto che l'incontro tra il Papa e il Patriarca avvenga ben prima dell'annunciato Concilio panortodosso non legittima l'ipotesi che Mosca voglia ipotecare la leadership  del cammino delle chiese d'Oriente.  Temi e modalità d'incontro sono stati concordati. All'abbraccio tra il Papa di Roma e il Patriarca di Costantinopoli si aggiungerà quello tra il Papa e il Patriarca di Mosca. Non può che far del bene all'intera cristianità. Un passo avanti. Per tutti.

http://www.famigliacristiana.it/

*
Il Papa e Kirill La prima volta nella storia
di Massimo Introvigne
Il 5 febbraio 2016 la Santa Sede ha annunciato che, per la prima volta nella storia, il 12 febbraio un Pontefice incontrerà un Patriarca di Mosca. Papa Francesco incontrerà il Patriarca Kirill a Cuba. Al termine del colloquio ai due si unirà il presidente cubano Raul Castro. La Santa Sede ha pure annunciato che è prevista la firma di una dichiarazione comune e che «il patriarca ecumenico Bartolomeo I, informato del prossimo incontro tra il Papa e il patriarca di Mosca Kirill, ha manifestato la sua soddisfazione e gioia per questo abbraccio tra il capo della Chiesa cattolica e quello della comunità ortodossa più numerosa del mondo». 
L'annuncio dell'incontro segue di pochi giorni l'altro secondo cui il Concilio Panortodosso, cioè la riunione di tutti i patriarchi delle Chiese Ortodosse, atteso da mille anni, si terrà effettivamente nel prossimo mese di giugno, non a Istanbul, dov'era stato originariamente previsto, ma a Creta. La sede di Istanbul era, infatti, diventata sgradita alla Chiesa Ortodossa Russa a causa delle tensioni politiche fra Russia e Turchia. I due avvenimenti - l'incontro fra Francesco e Kirill e il Concilio panortodosso - hanno entrambi una portata storica. Sembra che processi in corso da decenni, se non da secoli, abbiano subito un'improvvisa accelerazione. In realtà, come ha rivelato in diverse interviste e colloqui, Francesco pensa a un'accelerazione dell'ecumenismo verso gli ortodossi fin dai primi minuti del suo pontificato: quando, nel primo saluto ai fedeli, decise di presentarsi come «vescovo di Roma» piuttosto che come “Papa”. 
Certo, per i cattolici il vescovo di Roma è il Papa della Chiesa universale, ma la scelta della formula a loro più gradita non sfuggì agli ortodossi. Così come non sono sfuggiti gli accenni alla sinodalità e la ripresa della formula di San Giovanni Paolo II secondo cui la dottrina del primato del Vescovo di Roma rimane ferma, ma la Chiesa Cattolica è disponibile a studiare nuove forme di esercizio di tale primato. Come ebbe a rilevare Benedetto XVI, dal punto di vista teologico le divergenze fra cattolici e ortodossi non sono difficili da appianare. I problemi sono culturali e politici. Secoli di separazione hanno ingenerato un persistente anti-cattolicesimo in alcuni ambienti ortodossi, e le Chiese ortodosse sono spesso legate a filo doppio al potere politico locale, che diffida della libertà che esse potrebbero acquisire avvicinandosi a Roma.
La battuta di alcuni specialisti dell'ortodossia secondo cui la riunificazione della Chiesa di Mosca con Roma dipende meno da Kirill che da Putin è paradossale, ma non priva di una sua base nella realtà. E Francesco ha dovuto verosimilmente fare appello a tutte le risorse della diplomazia vaticana per non urtare, incontrando Kirill, la sensibilità del Patriarca Ecumenico Bartolomeo I, che ha meno seguaci nel mondo del suo collega di Mosca ma ha titoli storici non meno autorevoli di lui per presentarsi come la voce principale dell'Ortodossia. Le Chiese Ortodosse litigano spesso fra loro, e il Concilio di Creta sarà un altro passaggio delicatissimo.
Non è un caso che Francesco incontri Kirill a Cuba. La scelta della sede contiene due messaggi. Ilprimo è una rassicurazione a Putin. Benché la Russia non sia più comunista, i legami con Cuba non si sono interrotti. Raul Castro resta un alleato dei russi, e la sua presenza è un segnale al Cremlino. Il secondo messaggio, più delicato e forse discutibile, è che è in corso una nuova ostpolitik. Pur di riavvicinarsi al Patriarcato di Mosca e coltivare il sogno di una riunificazione con gli Ortodossi, Papa Francesco è disposto a tacere sulle questioni che riguardano i diritti umani non solo nella Cuba alleata di Putin, ma anche in Russia, in Crimea e nell'Est dell'Ucraina, pur lasciando che i vescovi cattolici locali protestino a gran voce.
La scelta non riguarda solo l'ecumenismo. Francesco pensa che con gli ortodossi russi la Chiesa cattolica abbia in comune due grandi battaglie, da privilegiare su altri elementi: quella per la difesa dei cristiani perseguitati, in particolare contro l'ultra-fondamentalismo islamico, è quella contro il relativismo e le «colonizzazioni ideologiche» del gender. Su questi fronti, otto anni di presidenza Obama - e la prospettiva di una presidenza Hillary Clinton, che sarebbe perfino peggiore - hanno convinto molti nella Santa Sede che conviene guardare alla Russia piuttosto che agli Stati Uniti. Certo, è un rovesciamento spettacolare di priorità e di prospettive. Francesco non guarda solo alla Russia, ma anche alla Cina. Ha scelto come segretario di Stato un grande esperto di cose cinesi come il cardinale Parolin. Nel recente messaggio al popolo cinese non ha menzionato direttamente i diritti umani, mentre filtrano voci secondo cui un accordo tra la Santa Sede e la Cina starebbe diventando una possibilità concreta e il governo di Pechino, mentre deve fronteggiare la crisi economica, starebbe pensando a sedare un'altra ragione di malcontento popolare concedendo più libertà religiosa. 

La formula “vescovo di Roma” piace anche alla Cina, la cui legge per ora non ammette l'esistenza legale di organizzazioni religiose che dipendano direttamente da autorità non cinesi. Ogni ostpolitik, la storia lo insegna, è pericolosa. Solleva questioni morali quanto alle violazioni dei diritti umani non denunciate, e l'esito non è mai garantito. Ma sui cristiani perseguitati dall'islam radicale e sul gender molti in Vaticano pensano di trovare più facilmente sponde in Russia e perfino in Cina che negli Stati Uniti o nell'Unione Europea. Nello stesso tempo, Francesco vuole che il suo pontificato sia ricordato per passi concreti verso il ritorno all'ovile dei fratelli separati. È difficile che questo riguardi i protestanti, anche se l'annunciata visita agli evangelici svedesi per il centenario di Lutero manda un segnale ai meno lontani fra tutti loro, i luterani più conservatori. Ma è possibile che qualche cosa si muova con gli ortodossi e con la Chiesa patriottica cinese, quella con i vescovi nominati dal regime che la Santa Sede ha sempre considerato scismatica. E - anche se il problema riguarda un numero minore di fedeli - recenti dichiarazioni del superiore della Fraternità Sacerdotale San Pio X, monsignor Bernard Fellay, parlano di un «sorprendente» e costante interesse di Papa Francesco per chiudere, se possibile, anche questa partita. 

venerdì 22 gennaio 2016

Arrendetevi! Siete circondati!



di Massimo Introvigne
Questa mattina Papa Francesco ha inaugurato l’anno giudiziario della Rota Romana e ha presentato il suo messaggio per la Cinquantesima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, formalmente datato 24 gennaio. Francesco ha approfittato dell’incontro con i giudici rotali per sottolineare con forza che «non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione» e mettere in guardia contro annullamenti troppo facili dei matrimoni canonici. Nel messaggio sulla comunicazione ha mostrato il nesso fra comunione e misericordia, ripetendo però che la misericordia non ci esime dal «condannare con fermezza il male».
«La famiglia e la Chiesa - ha detto il Papa ai giudici rotali - su piani diversi, concorrono ad accompagnare l’essere umano verso il fine della sua esistenza. E lo fanno certamente con gli insegnamenti che trasmettono, ma anche con la loro stessa natura di comunità di amore e di vita. Infatti, se la famiglia si può ben dire ‘chiesa domestica’, alla Chiesa si applica giustamente il titolo di famiglia di Dio. Pertanto, lo ‘spirito famigliare’ è una carta costituzionale per la Chiesa: così il cristianesimo deve apparire, e così deve essere». Il Sinodo, ha insistito il Pontefice, è stato convocato principalmente per riproporre la bellezza della famiglia. E ha indicato «al mondo» che la famiglia «voluta da Dio» e fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna non va mai confusa con «ogni altro tipo di unione». Il vero matrimonio, dal canto suo, ha «la missione di trasmettere la vita e l’amore vicendevole e legittimo dell’uomo e della donna», chiamati «a completarsi vicendevolmente in una donazione reciproca non soltanto fisica, ma soprattutto spirituale».
Il Papa è anche intervenuto sulla recente riforma del diritto canonico sulle nullità matrimoniali, con importanti precisazioni. La Rota Romana resta il «Tribunale della verità del vincolo sacro». Deve certo mostrare l’«amore misericordioso di Dio verso le famiglie, in particolare quelle ferite dal peccato e dalle prove della vita», ma senza mai smettere di proclamare «l’irrinunciabile verità del matrimonio secondo il disegno di Dio».
Chiarendo dubbi interpretativi, Francesco ha spiegato che «la qualità della fede [dei nubendi] non è condizione essenziale del consenso matrimoniale, che, secondo la dottrina di sempre, può essere minato solo a livello naturale». Dunque «le mancanze della formazione nella fede e anche l’errore circa l’unità, l’indissolubilità e la dignità sacramentale del matrimonio viziano il consenso matrimoniale soltanto se determinano la volontà», e «gli errori che riguardano la sacramentalità del matrimonio devono essere valutati molto attentamente». Infatti, la grazia che deriva dal Battesimo «continua ad avere influsso misterioso nell’anima, anche quando la fede non è stata sviluppata e psicologicamente sembra essere assente»: quegli sposi che al momento delle nozze hanno «una coscienza limitata della pienezza del progetto di Dio» potranno acquisirla nella successiva vita familiare. I corsi prematrimoniali dovrebbero essere un «nuovo catecumenato» per favorire questo processo virtuoso e scongiurare le nullità del matrimonio.
Non è forse casuale che, nello stesso giorno, Papa Francesco abbia difeso la nozione cristiana del matrimonio contro equivoci sulla misericordia, e proposto un messaggio sul rapporto tra comunicazione e misericordia per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. La misericordia, scrive il Pontefice, si manifesta in modo speciale nella comunicazione. «Ciò che diciamo e come lo diciamo, ogni parola e ogni gesto dovrebbe poter esprimere la compassione, la tenerezza e il perdono di Dio per tutti. L’amore, per sua natura, è comunicazione, conduce ad aprirsi e a non isolarsi. E se il nostro cuore e i nostri gesti sono animati dalla carità, dall’amore divino, la nostra comunicazione sarà portatrice della forza di Dio».
La Chiesa è il primo soggetto della comunicazione della misericordia. «In particolare, è proprio del linguaggio e delle azioni della Chiesa trasmettere misericordia, così da toccare i cuori delle persone e sostenerle nel cammino verso la pienezza della vita, che Gesù Cristo, inviato dal Padre, è venuto a portare a tutti. Si tratta di accogliere in noi e di diffondere intorno a noi il calore della Chiesa Madre, affinché Gesù sia conosciuto e amato; quel calore che dà sostanza alle parole della fede e che accende nella predicazione e nella testimonianza la “scintilla” che le rende vive».
La parola che comunica misericordia porta pace e perdono. «Le parole possono gettare ponti tra le persone, le famiglie, i gruppi sociali, i popoli. E questo sia nell’ambiente fisico sia in quello digitale. Pertanto, parole e azioni siano tali da aiutarci ad uscire dai circoli viziosi delle condanne e delle vendette, che continuano ad intrappolare gli individui e le nazioni, e che conducono ad esprimersi con messaggi di odio».
È possibile – ed è anche la grande sfida di oggi – mantenere la doverosa lealtà alla verità e «condannare con fermezza il male» e nello stesso tempo «non spezzare mai la relazione e la comunicazione», lasciando aperta la porta anche a chi sbaglia. Francesco cita Shakespeare nel «Mercante di Venezia»: «La misericordia non è un obbligo. Scende dal cielo come il refrigerio della pioggia sulla terra. È una doppia benedizione: benedice chi la dà e chi la riceve».
Vale anche per i politici e i giornalisti, nei conflitti nazionali e internazionali. «È facile cedere alla tentazione di sfruttare simili situazioni e alimentare così le fiamme della sfiducia, della paura, dell’odio. Ci vuole invece coraggio per orientare le persone verso processi di riconciliazione, ed è proprio tale audacia positiva e creativa che offre vere soluzioni ad antichi conflitti e l’opportunità di realizzare una pace duratura». E vale per la Chiesa. «Come vorrei che il nostro modo di comunicare, e anche il nostro servizio di pastori nella Chiesa, non esprimessero mai l’orgoglio superbo del trionfo su un nemico, né umiliassero coloro che la mentalità del mondo considera perdenti e da scartare! La misericordia può aiutare a mitigare le avversità della vita e offrire calore a quanti hanno conosciuto solo la freddezza del giudizio».
Attenzione però. «Noi possiamo e dobbiamo giudicare situazioni di peccato» ma nello stesso tempo «non possiamo giudicare le persone, perché solo Dio può leggere in profondità nel loro cuore. È nostro compito ammonire chi sbaglia, denunciando la cattiveria e l’ingiustizia di certi comportamenti, al fine di liberare le vittime e sollevare chi è caduto». È nostro compito «annunciare la verità e condannare l’ingiustizia». Ma dobbiamo «affermare la verità con amore (cfr Ef 4,15). Solo parole pronunciate con amore e accompagnate da mitezza e misericordia toccano i cuori di noi peccatori. Parole e gesti duri o moralistici corrono il rischio di alienare ulteriormente coloro che vorremmo condurre alla conversione e alla libertà, rafforzando il loro senso di diniego e di difesa».
Il Papa lo sa. «Alcuni pensano che una visione della società radicata nella misericordia sia ingiustificatamente idealistica o eccessivamente indulgente. Ma proviamo a ripensare alle nostre prime esperienze di relazione in seno alla famiglia. I genitori ci hanno amato e apprezzato per quello che siamo più che per le nostre capacità e i nostri successi. I genitori naturalmente vogliono il meglio per i propri figli, ma il loro amore non è mai condizionato dal raggiungimento degli obiettivi. La casa paterna è il luogo dove sei sempre accolto». La famiglia è il luogo dell’ascolto. «Ascoltare non è mai facile. A volte è più comodo fingersi sordi. Ascoltare significa prestare attenzione, avere desiderio di comprendere, di dare valore, rispettare, custodire la parola altrui. Nell’ascolto si consuma una sorta di martirio, un sacrificio di sé stessi in cui si rinnova il gesto sacro compiuto da Mosè davanti al roveto ardente: togliersi i sandali sulla “terra santa” dell’incontro con l’altro che mi parla (cfr Es 3,5). Saper ascoltare è una grazia immensa, è un dono che bisogna invocare per poi esercitarsi a praticarlo».
«Anche e-mail, sms, reti sociali, chat possono essere forme di comunicazione pienamente umane. Non è la tecnologia che determina se la comunicazione è autentica o meno, ma il cuore dell’uomo e la sua capacità di usare bene i mezzi a sua disposizione». Le reti sociali non vanno demonizzate: «sono capaci di favorire le relazioni e di promuovere il bene della società ma possono anche condurre ad un’ulteriore polarizzazione e divisione tra le persone e i gruppi. L’ambiente digitale è una piazza, un luogo di incontro, dove si può accarezzare o ferire, avere una discussione proficua o un linciaggio morale». L’accesso alle reti sociali «comporta una responsabilità per l’altro, che non vediamo ma è reale, ha la sua dignità che va rispettata. La rete può essere ben utilizzata per far crescere una società sana». L’incontro tra la comunicazione e la misericordia «è fecondo nella misura in cui genera una prossimità che si prende cura, conforta, guarisce, accompagna e fa festa. In un mondo diviso, frammentato, polarizzato, comunicare con misericordia significa contribuire alla buona, libera e solidale prossimità tra i figli di Dio e fratelli in umanità».

*
I nuovi diritti e gli irriducibili desideri dei nostri ragazzi
di Angelo Busetto

Il cristianesimo è sempre all’inizio. Per almeno due motivi. Il primo riguarda l’ambiente in cui viviamo: in un mondo ridiventato pagano, il cristianesimo è sempre agli inizi, con l’unica differenza che mentre gli antichi romani ai vizi attribuivano il nome di un dio, ora i moderni li chiamano “diritti civili”. Il secondo motivo è che nessuno nasce cristiano; cristiani si diventa e non lo si è mai compiutamente. La “milizia cristiana” si svolge dunque contemporaneamente su due fronti, l’uno rivolto all’esterno, nel paragone con un ambiente svuotato di senso o addirittura corrosivo, l’altro all’interno, per la riconquista della propria anima a Dio.
La questione riguarda tutti i cristiani, ma ha un impatto sorprendente sui giovani che cercano il senso della vita. Lo esprime in maniera significativa la lettera di una ragazza, la quale ringrazia un prete per gli interventi in un sito da cui si sente particolarmente accompagnata. Scrive la ragazza che la scuola ruba i suoi desideri, e la società la imbroglia nelle sue attese: «Veniamo presi in giro in ogni cosa, ci viene fatto credere in ogni modo che la verità sia fuori da Cristo. Veniamo ingannati sulla sessualità, sull’amore, sul dolore, sulla tristezza, sulla speranza, su tutto… Si parla della violenza sulla donna, ma si tace sulla violenza inaudita della pornografia e dell’utero in affitto. Si incitano le ragazze ed i ragazzi a perdere qualsiasi forma di pudore e dignità e ci viene fatto credere che l’amore equivalga ad un breve godimento fisico…». Certamente in un mondo cosiffatto il cristianesimo, o ricomincia sempre da capo, o muore.
La ragazza prosegue: «Sono una normalissima ragazza, frequento il liceo classico, amo le belle cose… ma soprattutto amo la mia fede, la mia Chiesa. Mi sono resa conto che Dio con la Sua Chiesa ci guarisce. Ho una stima profondissima per i sacerdoti: voi siete gli unici capaci di avvicinarci a quella Verità di cui parlavo prima, con il vostro instancabile servizio». Ricominciamo, dunque, per noi e per gli altri. Ricominciamo a vivere, a credere e a sperare. Ricominciamo a guardare ogni giorno Gesù, fidandoci di Lui che vive, parla e opera nella sua Chiesa, nei preti e nelle famiglie cristiane. Cristo vivo nel desiderio, nella domanda, nella gratitudine di una ragazza di sedici anni che domanda la verità e la vita e proclama al mondo di averla trovata nella Chiesa. 
Ripartiamo dal disagio e dal desiderio di tanti giovani che vogliono vivere e non si rassegnano alladesolazione della famiglia, alla distruzione dell’amore, alla perdita della fede. Non hanno nessuna voglia di inoltrarsi nel deserto di solitudine imposta dalla rivendicazione dei “nuovi diritti” e dalla pretesa di un’uguaglianza che distrugge l’origine della vita e la fecondità dell’amore. Non si rassegnano – e noi con loro – a venire omologati da un pensiero unico che appiattisce differenze e ideali. Insieme rinasce la speranza, secondo quello che scriveva il beato Toniolo all'inizio del secolo XX: «Quando l'ideologia marx-leninista sarà tramontata per sempre, a salvare l'Europa non saranno i santi, ma le comunità di santi».

venerdì 15 gennaio 2016

La Cirinnà legalizza nei fatti l'utero in affitto

La legge Cirinnà porta dritta alla legalizzazione dell'utero in affitto

di Massimo Introvigne
Il portale per i professionisti del diritto di famiglia delle Edizioni Giuffré ilfamiliarista.it, in questi giorni molto citato da Repubblica e a suo modo autorevole, scrive che «fuori luogo – o frutto di palese ignoranza giuridica – sono le polemiche sull’utero in affitto», che non avrebbe niente a che fare con la Cirinnà e che comunque è pratica già «sanzionata penalmente». Con tutto il rispetto per un sito che pubblica anche spesso articoli ben fatti e utili, questo argomento sembra piuttosto adatto a un portale per i professionisti del gioco delle tre carte.
Sarebbe strano che gli illustri giuristi che hanno promosso l’appello del Centro Studi Rosario Livatino (clicca qui), tra cui docenti universitari e un presidente emerito della Corte Costituzionale, siano tutti “palesi” ignoranti in materia di diritto. Naturalmente non è così. Non so se chi cura queste pagine del familiarista.it sia ignorante. Tenderei a sospettare che sia piuttosto in mala fede. Perché è vero che non si può affittare (per ora) l’utero delle donne in Italia. Ma ci sono sentenze italiane che affermano che si può affittare all’estero, nei Paesi dove non è vietato, e poi portare il “figlio” in Italia. L’argomento, in verità molto diffuso, secondo cui non bisogna preoccuparsi perché l’utero delle italiane è già tutelato diventa così vagamente razzista perché invece non è tutelato l’utero delle ucraine o delle indiane.
L’articolo 5 della Cirinnà è un po’ pasticciato perché recita: «All’articolo 44, comma 1, lettera b), della legge 4 maggio 1983, n. 184, dopo la parola: “coniuge” sono inserite le seguenti: “o dalla parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso” e dopo le parole: “e dell’altro coniuge” sono aggiunte le seguenti: “o dell’altra parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso” ». L’articolo 44 comma 1 lettera (b) della legge 184 del 1983 recita: «I minori possono essere adottati [senza ricorrere al normale e complesso iter di adozione] … dal coniuge nel caso in cui il minore sia figlio anche adottivo dell'altro coniuge». Con la modifica diventerebbe: «I minori possono essere adottati [senza ricorrere al normale e complesso iter di adozione] … dal coniuge o dalla parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso nel caso in cui il minore sia figlio anche adottivo dell'altro coniuge o dell’altra parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso». Si tratta di capire bene perché l’utero in affitto c’entra.
Per farsi capire perfino da certi giuristi della Giuffré, nulla di meglio di un libricino di una seriedestinata a spiegare il gender ai bambini delle elementari, Piccola storia di una famiglia. La storia comincia bene: «per fare un bimbo ci vogliono un ovino e un semino». Fin qui tutti d’accordo? Bene, è già qualcosa. Ci vengono quindi presentati «Franco e Tommaso» che vivono insieme, si vogliono tanto bene e vorrebbero un bambino ma hanno un problema. Bambini e giuristi della Giuffré, alzi la mano chi ha capito qual è il problema. «Ma hanno due semini e manca l’ovino!». Bravissimi. Ecco fatto il secondo passaggio.
Piccola storia di una famiglia ci propone il terzo: come fanno Franco e Tommaso a procurarsi l’ovino? Trovano una clinica che distribuisce ovini e una ragazza gentile che si chiama Nancy: il nome non suona italiano e così forse la legge è rispettata. «I dottori hanno fatto incontrare l’ovino e il semino portati da Franco e da Tommaso e li hanno messi nella pancia di Nancy: lì Lia ha cominciato a crescere! Lia ha due papà: nessuno dei due l’ha portata nella pancia ma entrambi, insieme, l’hanno messa al mondo: sono i suoi genitori». La prima parte i bambini la capiscono, la seconda sembra più da azzeccagarbugli. Come diavolo hanno fatto Franco e Tommaso a «mettere al mondo» Lia? Il bambino intelligente capisce che l’ha messa al mondo Nancy – e poi che fine ha fatto? – e un bambino intelligentissimo potrebbe alzare la mano e chiedere, se l’ovino non è né di Franco, né di Tommaso, e neppure di Nancy, dove diamine lo hanno preso. E chiedere perfino se il semino era di Franco o di Tommaso, perché uno dei due non ha messo nemmeno il semino ed è un “genitore” abusivo. 
Che però diventa legittimo con la Cirinnà. Infatti, l’art. 5 modifica la legge sulle adozioni, la qualeora recita che «i minori possono essere adottati dalla parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso nel caso in cui il minore sia figlio anche adottivo dell’altra parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso». Se il semino di Franco ha funzionato, Lia è figlia biologica di Franco. Se non ha funzionato e si è dovuto chiedere aiuto ai dottori gentili anche per trovare un altro semino, Franco adotterà Lia e la Cirinnà consentirà comunque a Tommaso di adottare anche lui Lia in quanto figlia adottiva di Franco, senza passare dalla normale trafila. Ecco dunque spiegato a chi non sia affetto da «palese ignoranza giuridica» come la Cirinnà favorisce e anzi organizza l’utero in affitto.
Lo fa solo tramite l’articolo 5 per cui, se fosse tolto quello, il problema dell’utero in affitto non siporrebbe più? La risposta è no. Resterebbe, infatti, l’articolo 3 n. 4 che recita: «Le disposizioni che si riferiscono al matrimonio e le disposizioni contenenti le parole “coniuge”, “coniugi” o termini equivalenti, ovunque ricorrono nelle leggi, negli atti aventi forza di legge, nei regolamenti nonché negli atti amministrativi e nei contratti collettivi, si applicano anche ad ognuna delle parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso. La disposizione di cui al periodo precedente non si applica alle norme del codice civile non richiamate espressamente nella presente legge nonché alle disposizioni di cui al Titolo II della legge 4 maggio 1983, n. 184». 
Torniamo a breve sul resto di questa norma, ma per ora c’interessa la frase finale che sembrerebbeescludere dall’automatica applicazione alle coppie di omosessuali “civilunite” la materia della legge 184 del 1983, cioè la materia delle adozioni. Sembrerebbe, appunto. Perché non sono escluse «le disposizioni della legge 4 maggio 1983, n. 184» ma solo «le disposizioni di cui al Titolo II della legge 4 maggio 1983, n. 184». Dunque, qualcuno potrebbe dire, quelle del Titolo II, ma non quelle degli altri Titoli. Nella legge 184 c’è anche il Titolo III che riguarda l’adozione internazionale. Sappiamo anche noi che si può sostenere che il Titolo II contiene norme generali che in quanto tali si dovrebbero applicare anche alle adozioni internazionali. Ma questa tesi non è ovvia: e come pensa il gentile lettore che i giudici italiani – di cui conosciamo già i salti mortali per far rientrare gli uteri affittati all’estero nella normativa esistente – interpreterebbero questo articolo della Cirinnà?
Cambia qualcosa se anziché di adozioni si parla di «affido rinforzato», secondo la geniale pensatadi alcuni parlamentari del Pd? Cambia solo il nome, perché l’affido è concettualmente un’altra cosa, è temporaneo e prevede la possibilità che il bambino possa poi tornare dai genitori – qui Lia tornerebbe da Nancy, che ha affittato l’utero, o dalla signora gentile che ha fornito l’ovino, o da tutte e due? – e quello che è spacciato per affido, tra l’altro con una grave ferita inferta all’istituto dell’affido in genere, che aiuta tanti minori, è in realtà l’adozione sotto altro nome.
Infine, se sparissero l’articolo 5 e nel n. 4 dell’articolo 3 si facesse riferimento a tutta legge 184 e non solo al Titolo II, saremmo tutelati contro l’utero in affitto? In realtà no, perché la giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha già stabilito, in particolare nel caso delle unioni civili austriache (sentenza “X contro Austria”), che nessuno Stato europeo è obbligato a regolare le unioni omosessuali in materia simile al matrimonio (non importa il nome) ma, se lo fa, non può poi discriminare le coppie omosessuali rispetto a quelle formate da un uomo e una donna in materia di adozioni. E dal momento che nelle coppie formate da marito e moglie ciascuno può adottare il figlio biologico o adottivo dell’altro coniuge senza passare dal normale iter dell’adozione, in forza dell’attuale articolo 44 della legge 184, l’estensione dal coniuge al “civilunito” omosessuale dello stesso diritto sarebbe inevitabile applicando una giurisprudenza europea che esiste già.
Quello che fa scattare l’applicazione della giurisprudenza è il fatto che la Cirinnà introduce di fatto il “matrimonio” fra omosessuali, chiamandolo “unione civile” per pure ragioni tattiche. Lo disse all’inizio di questa avventura l’onorevole Scalfarotto, intervistato da Repubblica il 16 ottobre 2014: «L’unione civile non è un matrimonio più basso, ma la stessa cosa. Con un altro nome per una questione di realpolitik». Chi si contenta del fatto che le “unioni civili” della Cirinnà non si chiamino matrimonio, finirà per avere anche il nome “matrimonio”. Il 28 dicembre 2015, sul Corriere della sera, Micaela Campana, responsabile welfare e terzo settore del Pd e attivissima in questi giorni nell’organizzare per conto di Renzi il consenso parlamentare alla Cirinnà, così si esprimeva: «Il Pd, appena dopo l’approvazione delle unioni civili, non può che incamminarsi sulla strada dei matrimoni gay».
In verità, nella Cirinnà c’è già una norma destinata a fare da apripista al cambio di nome delle unioni civili in “matrimoni”. È l’articolo 8, numero 1, lettera (b), che delega il governo, entro sei mesi dall’entrata in vigore della Cirinnà, ad adottare un decreto legislativo che contempli «l’applicazione della disciplina dell’unione civile tra persone dello stesso sesso regolata dalle leggi italiane alle coppie formate da persone dello stesso sesso che abbiano contratto all’estero matrimonio, unione civile o altro istituto analogo». Ecco già introdotta nella legge la parola “matrimonio”. Basterà “sposarsi” in Spagna o in Francia, e ci si potrà anche chiamare marito e marito, o moglie e moglie. A quel punto, spunterà un giudice che dirà che si discrimina chi si “civilunisce” in Italia rispetto a chi si “sposa” all’estero, e che anche quello dei “civiluniti” omosessuali dev’essere chiamato “matrimonio”. E il piatto matrimoniale sarà servito, con contorno di adozioni e utero in affitto.
Ripetiamolo ancora una volta, a scanso di equivoci. Le unioni civili della Cirinnà non andrebbero bene neanche se chiudessero le porte ad adozioni, utero in affitto e cambio di nome in “matrimonio”. Qui abbiamo solo voluto rispondere a chi sostiene, in modo arrogante e maleducato e dando dell’ignorante a chi dissenta, che nella Cirinnà l’utero in affitto non c’è. Mentre è vero precisamente il contrario.

martedì 29 dicembre 2015

Quelle inspiegabili morti, quasi un’eutanasia nascosta

Quasi 68.000 morti in più nel 2015 in Italia


di Massimo Introvigne

In questi ultimi giorni del 2015, intervenendo sui maggiori quotidiani nazionali, diversi sociologi si sono interrogati sulle cause di un fenomeno inquietante, invisibile a occhio nudo, ma che appare fra i più preoccupanti dell’anno trascorso. Come illustrato per primo dal demografo Gian Carlo Blangiardo, prima con un’anticipazione su Avvenire e poi con uno studio sulla newsletter specializzata Neodemos(clicca qui), in Italia nei primi otto mesi del 2015 ci sono stati 45.000 morti in più rispetto ai primi otto mesi del 2014. La proiezione sull’intero anno 2015 parla di 68.000 morti in più, un aumento dell’11,3% rispetto all’anno passato.
Non sono affatto dati normali. Come ha scritto Blangiardo, «per trovare un’analoga impennata della mortalità, con ordini di grandezza comparabili, si deve tornare indietro sino al 1943 e, prima ancora, occorre risalire agli anni tra il 1915 e il 1918: due periodi della nostra storia segnati dalle guerre che largamente spiegano dinamiche di questo tipo». Ma nel 2015 non c’è stata nessuna guerra. Alcuni miei colleghi hanno spiegato il dato con l’invecchiamento della popolazione. Ci sono più vecchi, e i vecchi ovviamente muoiono di più. Ma questi colleghi non hanno letto attentamente lo studio di Blangiardo, dove si mostra che l’invecchiamento della popolazione è certamente una concausa del fenomeno, ma è all’opera da molti anni e non spiega il drammatico incremento di morti dal 2014 al 2015.
Dopo l’articolo di Blangiardo, nel dibattito sono intervenuti alcuni esperti di statistica medica, chehanno citato un problema non menzionato dal demografo: l’allarme, poi rivelatosi ingiustificato, nei confronti dei vaccini anti-influenzali, che ha indotto molti a non vaccinarsi, causando un aumento dei morti, specie anziani, a causa dell’influenza valutato in circa ottomila unità. Si tratta certo di un dato interessante, ma sottraendo questi ottomila morti ai 68.000 del dato totale 2015, ne rimangono sempre sessantamila.
Che cosa sta succedendo allora? Non è in corso la Prima Guerra Mondiale e neppure la Seconda, madella «Terza Guerra Mondiale combattuta a pezzi» di cui parla Papa Francesco fa parte integrante la guerra contro i vecchi. Proprio Papa Francesco ci ha offerto la chiave per capire questo fenomeno, che non è solo italiano. Il 25 luglio 2013, incontrando i giovani argentini durante la GMG di Rio, in Brasile, il Papa ha detto: «Uno potrebbe pensare che ci sia una specie di eutanasia nascosta, cioè non ci si prende cura degli anziani» e li si lascia morire. Il 22 settembre 2013, nell’incontro con il mondo del lavoro a Cagliari, ha ripetuto che, in Italia e altrove, oggi «cadono gli anziani perché in questo mondo non c’è posto per loro! Alcuni parlano di questa abitudine di “eutanasia nascosta”, di non curarli, di non averli in conto… “Sì, lasciamo perdere…”».
Il 28 febbraio 2014 il Pontefice ha detto ai membri della Pontificia Commissione per l’America Latina che «si scartano gli anziani, si tende a scartarli, e […] c’è l’eutanasia nascosta, c’è l’eutanasia nascosta! Perché le opere sociali pagano fino a un certo punto, non di più, e i poveri vecchietti, si arrangino. Ricordo di aver visitato una casa di riposo di anziani in Buenos Aires, dello Stato, dove i letti era tutti occupati, e siccome non c’erano letti mettevano dei materassi per terra, e lì stavano i vecchietti. Un Paese non può comprare un letto? Questo indica un’altra cosa, no? Sono materiali di scarto. Lenzuola sporche, con ogni tipo di sporcizia; senza tovagliolo e i poveretti mangiavano lì, si pulivano la bocca con le lenzuola… Questo l’ho visto io, non me lo ha raccontato nessuno. Sono materiali di scarto». Il 31 marzo 2014, nel dialogo con alcuni giovani del Belgio, Francesco ha ripetuto che oggi «sono cacciati via gli anziani: tanti anziani muoiono per una eutanasia nascosta, perché non si ha cura di loro e muoiono». E il 26 maggio 2014, nella conferenza stampa sul volo di ritorno dalla Terra Santa, ha ribadito che «gli anziani si scartano, anche con situazioni di eutanasia nascosta, in tanti Paesi. Cioè, le medicine si danno fino a un certo punto, e così...».
Il 15 giugno 2014, alla Comunità di Sant’Egidio, parlando proprio di statistiche e demografia, il Papa ha detto che «si scartano gli anziani, con atteggiamenti dietro ai quali c’è un’eutanasia nascosta, una forma di eutanasia. Non servono, e quello che non serve si scarta. Quello che non produce si scarta». Lo ha ripetuto il 4 settembre 2014, ai direttori di Scholas Occurrentes: «Si è imposto questo sistema di eutanasia nascosta. Ossia, le opere sociali ti coprono fin qui, poi muori pure». Il 28 settembre 2014 parlando ai diretti interessati, agli anziani, Francesco ha denunciato in Piazza San Pietro la «velenosa cultura dello scarto», con la triste «realtà dell’abbandono degli anziani: quante volte si scartano gli anziani con atteggiamenti di abbandono che sono una vera e propria eutanasia nascosta! È l’effetto di quella cultura dello scarto che fa molto male al nostro mondo». Il 15 novembre 2014 all’Associazione Medici Cattolici Italiani il Papa ha detto che anche in Italia «tutti sappiamo che con tanti anziani, in questa cultura dello scarto, si fa questa eutanasia nascosta».
Come si vede, quello dell’«eutanasia nascosta» è un tema centrale del Magistero di Papa Francesco. Come ha detto ai medici cattolici italiani, poi «anche c’è l’altra», l’eutanasia palese presentata come un «atto di dignità» e introdotta nelle leggi. «E questo – ha commentato il Pontefice – è dire a Dio: “No, la fine della vita la faccio io, come io voglio”. Peccato contro Dio Creatore. Pensate bene a questo». Ci pensiamo bene, perché sappiamo che anche in Italia c’è chi sta organizzando questo «peccato contro Dio Creatore» costituito dalle leggi sull’eutanasia. Sappiamo anche che, in Paesi come il Belgio, le leggi sull’eutanasia hanno fatto aumentare subito il numero dei morti. Ma in Italia queste leggi, per grazia di Dio, non ci sono ancora.
Non c’è l’eutanasia palese, ma c’è l’eutanasia nascosta. Nascosta dove? La risposta non è difficile.Nelle pieghe dei tagli alla società e all’assistenza, che il governo Renzi ha imposto «perché li vuole l’Europa» e per poter presentare a Bruxelles conti lievemente migliori di quelli dell’anno precedente: migliorati sì, ma sulla pelle degli anziani e dei malati. Ovviamente, non è solo colpa del governo Renzi. Il degrado della nostra sanità pubblica dura da decenni. Ma, con i tagli, è ulteriormente peggiorato nel 2015. Per saperlo non abbiamo bisogno delle inchieste dei giornali. Alcune aziende sanitarie pubblicano dati ufficiali. Supponiamo, per esempio, che un medico sospetti un tumore al cervello e per accertarlo disponga una tomografia computerizzata del capo. Apprendiamo dal sito della Regione Lazio che chi avesse prenotato la tomografia nel novembre 2015 avrebbe dovuto attendere 315 giorni a Latina e 329 nel distretto II di Viterbo. In molti casi, se davvero avesse sofferto di cancro al cervello, sarebbe stato convocato per la tomografia dopo essere già morto.
Ma, come ricorda Papa Francesco, il problema è anzitutto culturale. Di fronte ai tagli, si tende senzamai dirlo a concentrare quei pochi fondi che restano alla sanità e all’assistenza pubblica sui giovani, «scartando» gli anziani non più produttivi e i malati terminali. Il giovanilismo sfrenato della retorica di Renzi aggrava certamente questa situazione. Il nostro è un Paese “di” anziani: ha il più basso tasso di natalità del mondo, se si escludono gli immigrati, e i vecchi costituiscono una percentuale sempre maggiore della popolazione. Ma non è un Paese «per» gli anziani, come dovrebbe essere: sta anzi diventando un Paese «contro» gli anziani. L’Italia è la capitale mondiale dell’eutanasia nascosta. In attesa dell’eutanasia palese, il «peccato contro Dio creatore» è già all’opera tutti i giorni: nei nostri ospedali, nelle case di riposo, nelle città.

domenica 22 novembre 2015

La loro forza è nella morte per Allah. E la nostra?

Il locale a Parigi assaltato dai terroristi, i fiori dopo la strage, l'esercito nelle strade
La loro forza è nella morte per Allah. E la nostra?
di Massimo Introvigne


Siamo in guerra: lo ha detto anche un pacifista socialista come il presidente francese Hollande, un classico esempio di utopista aggredito all'improvviso dalla realtà. In questa guerra l'Occidente ha le migliori armi e la migliore tecnologia. Ma può perdere, perché gli manca l'essenziale: una spiritualità della guerra. L'Isis non ama Osama bin Laden, ma le sue pubblicazioni ne ripetono il teorema, espresso in una sfida all'Occidente: vinceremo noi, perché voi amate la vita e noi amiamo la morte. 
Per al-Qa'ida o per l'Isis morire in battaglia, farsi esplodere cometerroristi suicidi o cadere in uno scontro con la polizia è una forma di martirio, che assicura la gloria in Terra e il paradiso in Cielo. L'Occidente moderno considera la morte in battaglia inaccettabile. Tutti i governi democratici cercano di fare la guerra con la sola aviazione, o meglio ancora con i droni senza piloti, perché sanno che un intervento militare di terra comporterebbe dei caduti. E soldati che tornassero in patria in una bara avvolta da una bandiera nazionale farebbero perdere le elezioni al governo che li avesse mandati a combattere in terre lontane.
A una giornalista, peraltro brava e preparata, ho spiegato giorni fa in un'intervista che la scelta perl'Occidente non è più fra l'avere o non avere morti ammazzati. È la scelta su chi dovrà morire: i soldati sul campo o i civili che vanno a cena in un ristorante, a una partita di calcio o ad ascoltare musica in un teatro. Qualcuno morirà comunque, è qualche mamma piangerà. La reazione della giornalista è stata tipica: «Ma anche i soldati hanno una mamma». Sì, anche i soldati hanno una mamma, ma hanno scelto una professione nobilissima, la cui grandezza sta precisamente nella disponibilità a sacrificare la propria vita per proteggere le vite degli altri. Questa caratteristica essenziale dello spirito militare rischia oggi di andare perduta. La stessa propaganda televisiva che incita ad arruolarsi negli eserciti mostra i militari che costruiscono scuole, portano medicinali negli ospedali del Terzo Mondo e cibo ai bambini poveri. Tutte cose bellissime e utilissime, ci mancherebbe altro. Ma stiamo scambiando i militari per il dottor Schweitzer o per i missionari. I militari non sono questo, o per lo meno non sono solo questo. La loro missione comporta affrontare la morte, e anche dare la morte in battaglia, con lealtà e senza odio.
No, non ci mancano le armi, la tecnologia, gli analisti, gli strateghi. E non è neppure l'amore per la vita a ostacolarci: anzi, quella è la nostra forza, e l'amore per la morte di cui parlava bin Laden è soltanto una caricatura del vero spirito militare. Ma lo spirito militare è diventato merce rara. Non da ieri: nella sua classica opera «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione» il pensatore cattolico brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira vedeva nel venir meno di questo spirito una caratteristica saliente del processo di abbandono del cristianesimo che chiamava Rivoluzione. La divisa militare, scriveva, «con la sua semplice presenza, afferma implicitamente alcune verità, a quanto generiche, ma per certo di natura contro-rivoluzionaria. L'esistenza di valori superiori alla vita e per i quali si deve morire», il che è contrario alla mentalità moderna, «tutta fatta di orrore per il rischio e per il dolore, d'adorazione della sicurezza e di grandissimo attaccamento alla vita terrena. L'esistenza d'una morale, perché la condizione militare è totalmente fondata su ideali d'onore, di forza posta al servizio del bene e rivolta contro il male e così via».
Non bisogna confondere forza e violenza. La violenza è intrinsecamente sovversiva e immorale,perché non opera al servizio dell'ordine ma per sovvertirlo. La forza, dopo il peccato originale, è necessaria e legittima. Difende il debole mettendo l'aggressore in condizione di non nuocere, se necessario dando la morte e affrontando la morte. Salvarsi la vita non è il valore supremo, altrimenti le migliaia di martiri che la Chiesa ha canonizzato avrebbero semplicemente sbagliato. E la Chiesa non ha canonizzato solo i martiri. Nel 2012 la casa editrice della Santa Sede, la Libreria Editrice Vaticana, ha pubblicato un bello studio della storica Geraldina Boni, «La canonizzazione dei santi combattenti nella storia della Chiesa». Il libro mostra come la Chiesa ha canonizzato qualche centinaio di militari, che hanno combattuto, hanno dato la morte e qualche volta sono morti in battaglia. 
È avvenuto anche di recente. Il 26 aprile 2009 Benedetto XVI ha canonizzato San Nuno AlvaresPereira, morto nel 1431 e figura decisiva per l'indipendenza del Portogallo dalla Spagna. San Nuno era un generale, combatté contro gli spagnoli e contro i mori, sempre in prima linea. Anche se la cifra tradizionale di cinquemila persone che San Nuno avrebbe personalmente ucciso in battaglia è probabilmente esagerata, certamente il santo diede la morte a molti nemici. Passò gli ultimi anni di vita in un convento, ma di lì continuò a far giungere consigli ai portoghesi su come fare la guerra.  Nel l'omelia della canonizzazione, Benedetto XVI chiarì che San Nuno non era stato canonizzato «nonostante» fosse stato un militare, avesse combattuto e avesse ucciso nemici, ma perché era stato un buon militare, e un militare santo.
Eppure già allora qualcuno si scandalizzò, anche nella Chiesa, per questa canonizzazione. Perché a molti sembra che chi uccide nemici in battaglia non possa essere un santo ma solo un assassino. Non è così, e le canonizzazioni dei santi combattenti lo confermano. C'è una vera spiritualità della vita militare e della guerra. Una spiritualità che non ama la guerra, non la cerca, preferisce la pace. Una spiritualità che non odia i nemici, sa che sono anche loro figli di Dio e fratelli in Cristo, eppure assume la necessità di combatterli lealmente come una croce e una dolorosa missione. È la stessa spiritualità dei poliziotti e dei carabinieri, che portano le armi e qualche volta devono usarle per proteggere gli onesti contro i malviventi, dei giudici che devono pronunciare severe condanne e qualche volta - lo sappiamo bene in Italia - rischiano anche loro di pagare con la vita. 
È la spiritualità dell'eroismo, e l'eroismo consiste precisamente nel sapere che ci sono valori per cui vale la pena di combattere e di morire. Se l'Occidente, e anche tanti cristiani, hanno perso questa spiritualità, e neppure sono più in grado di capirla, allora bin Laden aveva ragione, e anche l'Isis ha già vinto.

*
Se i musulmani scoprono che l'islam è violento
di Matteo Matzuzzi

Mentre in Italia, a Roma e Milano, si sfila sotto gli hashtag #notinmyname, mescolando il no all’assimilazione tra musulmano moderato e musulmano terrorista (un’ovvietà, visto che nessuno dotato di senno può ritenere che sul pianeta ci sia più di un miliardo di individui pronti a farsi saltare in aria al grido di Allahu Akbar) e il no all’islamofobia (quindi con tutti i consueti distinguo del caso), in Francia è la Conferenza degli imam – organismo che conta assai nel Paese transalpino, considerato anche il numero di milioni di fedeli praticanti sul territorio – a prendere una posizione netta e inequivocabile dinanzi alla mattanza andata in scena il 13 novembre a Parigi. «Ci siamo serviti di imam importati dall’estero che non parlano neanche una parola di francese e che non conoscono i veri problemi che questi giovani musulmani francesi ed europei affrontano nella società occidentale», è messo nero su bianco nel comunicato fatto leggere ieri, venerdì di preghiera, nelle moschee francesi.
C’è un problema enorme, affermano senza trincerarsi dietro il lessico politicamente corretto i religiosi islamici d'oltralpe: «Secondo l’ideologia di questi islamisti ignoranti, apertura tolleranza umanesimo e dialogo interreligioso rappresentano un tradimento e una collaborazione con l’Occidente, al punto che gli imam tolleranti sono minacciati nelle loro stesse moschee da parte di estremismi che hanno scelto la durezza e l’odio verso tutti coloro che non sono musulmani». Il risultato di questa operazione è che queste “autorità religiose” hanno «reso il nostro islam universale una religione settaria e odiosa che non accetta l’apertura e l’adattamento ai valori europei. Questi incompetenti e responsabili del fallimento devono lasciare il loro posto».
Ma non è tutto, perché si arriva al punto dolente, a quello che più viene tirato in ballo anche da molti “moderati” quando interrogati su qualche strage compiuta qua e là nel mondo e in particolare in Europa: «Fate attenzione», scrive la Conferenza degli imam francesi, «a quanti cercano di giustificare l’ingiustificabile in nome del razzismo, della emarginazione e della colonizzazione. Sono pretesti per dissimulare il loro odio e il fanatismo religioso nel nome del Dio che ci ha creati per l’amore e la fratellanza, e non per la guerra e la ferocia. Non è più sufficiente condannare gli attacchi. Non possiamo più continuare a fare come gli struzzi, nascondendo la testa sotto la sabbia ripetendo che “non siamo stati noi, sono stati loro”. Ogni imam, ogni leader religioso musulmano deve prendersi la propria parte di responsabilità per questi attacchi criminali che sono stati commessi nel nome della nostra religione». 
Va sempre infatti ricordato che «cristiani, ebrei ed atei vivono in condizioni difficili nel dominomusulmano. Costruire una chiesa o una sinagoga è un sogno impossibile in questi Paesi se non interviene il presidente della Repubblica». É questo, ad esempio, il caso dell’Egitto. Se questa è la situazione nella realtà musulmana, si legge ancora nel comunicato, «viceversa i musulmani vivono in libertà e con dignità in Francia e in Europa. Costruiscono moschee, centri islamici e scuole religiose senza alcuna difficoltà o esclusione». 
Da qui la necessità di «mettere in pratica i metodi migliori per combattere le idee di odio (che covano, ndr) nella nostra religione e la fragilità della nostra gioventù musulmana di fronte a un pseudo islam siro-hollywoodiano che si serve dell’immagine e della propaganda per manipolare e radicalizzare più giovani possibili, che possono diventare bombe dei terroristi». Bombe che «vogliono distruggere i valori dei Paesi occidentali, ma che in realtà distruggono l’immagine dell’islam e il futuro dell’islam in Francia e in Europa».

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Armi, droga, petrolio: ecco chi e come finanzia l'Isis
di Gianandrea Gaiani

A guerre diverse corrispondono diverse fonti di approvvigionamento di armi. Lo Stato Islamico combatte una guerra convenzionale contro la Coalizione e gli eserciti di Iraq, Kurdistan e Siria, ma al tempo stesso combatte anche una guerra basata su azioni terroristiche come quella che ha colpito Parigi la sera del 13 novembre. Per alimentare le sue forze da combattimento, stimate tra i 50mila e 80 mila uomini, lo Stato Islamico utilizza canali diversi da quelli necessari a far affluire armi alle sue cellule in Europa anche se la tipologia di armi leggere è la stessa in modo che i foreign fighters addestrati a combattere e a uccidere in Siria impugnando per lo più kalashnikov possano trovare le stesse armi quando compiono stragi nelle città europee.
Le forze armate di Abu Bakr al-Baghdadi hanno acquisito i loro equipaggiamenti pesanti, come carri armati, artiglieria e cingolati, saccheggiando le basi strappate alle truppe siriane e irachene. Sono, infatti, di preda bellica migliaia di veicoli Hummer, i carri armati Abrams e T.-55, i cingolati BMP-1 e gran parte dei cannoni e dei lanciarazzi campali del tipo BM-21 (le famigerate “katyusha”) in parte distrutti dai raid aerei della Coalizione e russi. Nella caserme strappate agli eserciti di Baghdad e Damasco sono state rinvenute migliaia di tonnellate di munizioni e armi portatili incluse mitragliatrici russe e fucili M-16 statunitensi, ma anche missili antiaerei portatili Sa-14 e anticarro Konkurs e Kornet. A questi imponenti arsenali si aggiungono le armi fatte affluire ai ribelli siriani (ufficialmente solo a quelli “moderati”) da Turchia, Stati Uniti, Qatar, Emirati e Arabia Saudita che in realtà hanno armato i gruppi jihadisti come lo Stato Islamico e i qaedisti del Fronte al-Nusra, fornendo loro armi antiaeree come i missili cinesi HQ-5, fucili e lanciagranate croati,  imbracciando i quali le truppe del Califfo hanno espugnato l’anno scorso Mosul.
Anche la Turchia non sarebbe estranea a questi traffici e non solo perché ha favorito il transito sul suo territorio delle armi provenienti dalle monarchie del Golfo, ma perché Ankara stessa avrebbe girato all’Isis carichi di armi e munizioni, come hanno denunciato alcuni video diffusi dall’opposizione. Pare che anche oggi una parte dei carichi di petrolio esportati clandestinamente dallo Stato Islamico in Turchia vengano barattati con armi e munizioni, anche per questo i jet di Mosca hanno accelerato le operazioni per trovare e distruggere le autocisterne che garantiscono al Califfo incassi valutati 1,5 milioni di euro al giorno. L’ultimo anno e mezzo di guerra ha dimostrato che riserve di armi e munizioni non sono certo venute meno ai reparti dell’Isis, nonostante le battaglie sostenute e i bombardamenti effettuati sui depositi individuati dalla Coalizione.
Rifornire di armi le cellule terroristiche in Europa significa invece dover puntare decisamente suitrafficanti balcanici che alimentano a Parigi e Bruxelles i più ampi mercati di armi clandestine dell’Europa occidentale. Le due capitali sono, infatti, al centro di un traffico che sembra ammontare in tutta la Ue a mezzo milione di armi non denunciate di cui solo una minima parte sono da guerra. Appena il 5% secondo la Gendarmerie francese: un mercato di nicchia cui è interessata l’élite della criminalità e i terroristi che, impugnando armi da guerra, godono di un vantaggio tattico nei confronti delle forze di polizia solitamente dotate di armi meno potenti. Non è un caso che il volume di fuoco e il potere d’arresto del Kalashnikov lo abbiano reso l’arma preferita dai rapinatori di furgoni postali la cui blindatura leggera non resiste al fuoco diretto e ravvicinato di un AK-47.
Un kalashnikov che in Kosovo si può acquistare con 450 euro circa, a Bruxelles o Parigi è quotatotra i 2mila  e i 2500. Meno nel caso dei fucili albanesi copie dei kalashnikov cinesi, di più se si cercano armi come gli AK-103 utilizzati dai fratelli Kouachì nell’attacco alla redazione di Charlie Hebdo. La rotta balcanica è ancora oggi quella che fornisce il maggior numero di armi da guerra al mercato francese e le organizzazioni sono in molti casi le stesse che gestiscono il mercato della droga e dell’immigrazione illegale. Secondo i rapporti francesi le armi vengono contrabbandate in piccoli numeri, tre o quattro per volta, spesso smontate e solitamente a bordo dei camion che dai Balcani attraversano l’Europa via Austria, Germania o Nord Italia. 
Non è chiaro se si tratti solo di affari o se i trafficanti balcanici che riforniscono di armi i jihadisti lofacciano anche per condivisione ideologica. Non ci sarebbe da stupirsi considerando la capillare penetrazione dell’Islam in Bosnia, Albania e Kosovo grazie agli investimenti negli affari sociali e religiosi da parte delle monarchie del Golfo.

martedì 17 novembre 2015

I quattro castighi di Dio


Un esame di coscienza che l'Occidente deve ancora fare
di Luigi Negri

La tragedia di Parigi non dovrebbe destare in noi stupore e sorpresa; certamente immenso dolore, cordoglio e vicinanza alle vittime, ma non sorpresa o stupore. Che potesse accadere qualcosa di grave in Europa – anche l’Italia è obiettivo sensibile – era evidente da tempo, viste le minacce che si sono andate intensificando e precisando.

Ora però l’immane tragedia esige - prima di tutte le strategie o dell’appello del presidente Hollande che, singhiozzante, chiama la Francia alla resistenza - che questo Occidente, laico e cattolico, prenda spunto da quanto successo per una revisione che non ha ancora fatto, né dopo quel macabro 11 settembre del 2001, né dopo le altre stragi che puntualmente e ossessivamente si sono andate attuando negli ultimi anni. «Noi dobbiamo tener saldo il nostro giudizio - disse Giussani dopo l’attacco alle Torri Gemelle - e paragonare tutto con quello che ci è successo, in questo momento grave e grande. Dobbiamo ripetere questo giudizio prima di tutto a noi stessi».
In tale prospettiva credo di poter affermare che in questo Occidente non si può aver più paura del cristianesimo che dell’ISIS, com’è evidente in tanta cultura post-ideologica. Non si può neppure far passare la propria comprensibile paura come virtù civile e il silenzio connivente come espressione di saggezza strategica. Non si può - soprattutto di fronte ad una minaccia che non conosce rispetto né per le persone, né per i bambini, né per le donne, né per la cultura, penso all’orrendo scempio dei siti archeologici che ne esprimevano la grandezza - insistere solo sul versante di un dialogo unilaterale, che dovrebbe essere continuamente rinnovato da parte occidentale nei confronti di chi non ha nessuna volontà, né intenzione, né disponibilità a dialogare.

Di fronte alle cose orrende che accadono, “non umane”, “un pezzo di terza guerra mondiale” ha detto Papa Francesco - provocate da questo islam radicale e fuori controllo, di cui non ci è dato di conoscere la consistenza numerica e neppure il grado di collusione tra i suoi vertici e tanta politica mediorientale - le parole dialogo, apertura, confronto e molte altre, rischiano di perdere il loro valore e diventare puri suoni verbali, perché «il cuore dell’uomo è un abisso da cui emergono a volte disegni di inaudita ferocia, capaci in un attimo di sconvolgere la vita serena e operosa di un popolo» (San Giovanni Paolo II).
Per questo la situazione esige oggi un profondo ripensamento, sia da parte laica che cristiana, senza escludere chi esercita la giustizia, affinché eviti di mettere facilmente in libertà coloro che, più o meno collusi con il terrorismo, sono transitati per le nostre prigioni non più di un giorno per poi essere messi in condizione di disperdersi in Italia o di ritornare nei loro Paesi. Spero che sia fatto da tutti un serio esame di coscienza e che tutti abbiano il coraggio di portarlo alle estreme conseguenze, perché è meglio morire con una posizione chiara di fronte a sé e alla storia, che lasciare irrisolto questo dramma nell’ambito della propria coscienza; infatti se per i cattolici la fede vale più della vita, la coscienza vale più della vita per i laici.

Preghiamo la Madonna delle Grazie che ci mantenga saldi nella speranza e ci ricordi costantemente che l’ultima definizione della realtà è che essa è positiva.

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I quattro castighi di Dio

di Angela Pellicciari

Sabato notte, in seminario dove stavo facendo un corso su Agostino, quasi fuori dal mondo perché senza radio e televisione, ho vissuto alcune ore di angoscia. Mi capita spesso di dormire poco e male ma in quel caso non si trattava di insonnia: si trattava di angoscia. Mi sono messa a pregare, ho fatto il mattutino, e ho letto la lettura prevista dal breviario per quella notte: il profeta Ezechiele, capitolo 14, versetti 12-23.

In quel passo, attraverso il suo profeta, Dio manda a dire al popolo di Israele: “Figlio dell’uomo, se una terra pecca contro di me e si rende infedele, io stendo la mano sopra di essa, le tolgo la riserva del pane, le mando contro la fame e stermino uomini e bestie”; “Quando manderò contro Gerusalemme i miei quattro tremendi castighi: la spada, la fame, le bestie feroci e la peste, per estirpare da essa uomini e bestie, ecco, vi sarà un resto che si metterà in salvo con i figli e le figlie”. La mattina ho saputo cosa era successo a Parigi durante la notte e ho capito il perché mi era capitato di vegliare. 
Le profezie di Ezechiele contro il popolo infedele e contro i falsi profeti che predicono la pace in nome di Dio, senza che questi li abbia inviati, sono agghiaccianti. E si sono avverate. Basta pensare a come è stata ridotta Gerusalemme dai romani. 
Da quando esiste, l’islam punta alla conquista di Roma. Perché Roma significa il mondo e loro il mondo lo vogliono conquistato al vero Dio. Finora non sono stati capaci di trasformare San Pietro in una stalla, come era quasi riuscito a fare Maometto IV inviando contro l’Occidente un esercito poderoso al comando di Kara Mustafà. All’ultimo momento, alla vigilia della resa, l’11 settembre 1683, Vienna, ultimo baluardo sulla strada di Roma, non era caduta grazie all’intercessione di Maria impetrata dal santo cappuccino Marco D’Aviano e dalla preghiera di tanti uomini e donne terrorizzati. Finora i popoli cristiani, nell’ora del pericolo, si sono sempre rivolti con digiuni, preghiere, rosari ed elemosine, alla misericordia divina e alla protezione della Vergine.
Oggi cosa facciamo? Ce lo hanno detto in tutte le salse che a Roma stanno arrivando. Come ci prepariamo? I nostri profeti, come ai tempi di Ezechiele, hanno profetizzato e profetizzano pace. Ci vergogniamo della croce e proibiamo ai nostri figli di vedere quadri che la raffigurino, portando la nostra apostasia al limite della follia. Eppure se ci sono una città e una nazione che hanno ricevuto un’infinità di grazie da Dio, per la presenza a Roma del suo vicario, questi siamo noi. 
Oggi di profeti Giona non se ne vede traccia. Chi chiama a conversione? Chi si pente della schifosa apostasia in cui siamo immersi? Chi invita a prendere le armi della fede – le uniche che contino - scongiurando Dio di avere misericordia di noi, dei nostri figli, della nostra storia, della nostra civiltà che è stata bellissima?

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La minaccia ISIS sull'Europa. Prossima tappa: Roma
di Massimo Introvigne

Nella miriade di commenti che hanno seguito la tragedia di Parigi, manca spesso una risposta convincente alla domanda: perché lo hanno fatto? «Perché ci odiano» o «perché hanno un’ideologia di morte» risponde al quesito sul piano psicologico ma non su quello politico e strategico. Anche chi odia e ha un’ideologia criminale sceglie i suoi obiettivi in funzione di una strategia.
Per rispondere a questa domanda, è necessaria una brevissima storia delle divisioni all’interno del terrorista ultra-fondamentalista islamico. Nella sua incarnazione moderna, questo nasce nel 1981 con l’attentato al presidente egiziano Sadat. L’attentato è un successo sul piano militare – i terroristi riescono a uccidere un leader protetto da un imponente apparato di sicurezza – ma un fallimento sul piano politico. Non ne segue, come gli attentatori avevano sperato, una rivoluzione islamica in Egitto, ma l’arresto e l’impiccagione dei principali leader fondamentalisti, nella sostanziale indifferenza della popolazione. Dopo il 1981 il fondamentalismo propriamente detto sceglie di puntare al potere attraverso la lenta islamizzazione della società, la richiesta di democrazia e le elezioni. Se ne separa l’ultra-fondamentalismo, guidato in Egitto da Ayman al-Zawahiri, l’attuale leader di al-Qa’ida, che vuole invece continuare sulla via del terrorismo e degli attentati.
Ma anche l’ultra-fondamentalismo ha le sue divisioni. In Palestina Hamas – che è anche un’organizzazione politica, capace di vincere elezioni e governare – continua a organizzare attentati, ma sostiene che l’attenzione dell’intero islam radicale dovrebbe concentrarsi su Israele e sul colpire obiettivi israeliani. Quella contro Israele per Hamas non è una battaglia fra le tante, ma la madre di tutte le battaglie. Per al-Qa’ida, invece, il terrorismo ha successo se sposa una pluralità di cause – dalle rivendicazioni di indipendenza del Kashmir alla lotta dei fondamentalisti algerini contro il governo laico di Algeri – e colpisce in tutto il mondo. Di qui una frattura fra al-Qa’ida e Hamas, che non si è mai ricomposta.
La seconda divisione avviene dopo l’11 settembre 2001 e i successivi attentati di Madrid (2004) e Londra (2005). Anche qui si tratta di successi militari, ma con esiti politici ambigui. Ci sono ormai sufficienti documenti per sapere qual era lo scopo cui secondo bin Laden dovevano servire questi attentati. La sua tesi era che i governi laicisti o «falsamente» musulmani del Medio Oriente stanno in piedi solo perché sostenuti dall’Occidente. Se il burattinaio occidentale taglia i fili, i burattini – cioè i governi del Medio Oriente – cadono rapidamente. Gli attentati dovevano servire a convincere gli occidentali che occuparsi del Medio Oriente non era salutare, spaventando l’opinione pubblica e creando una pressione sui governi che li avrebbe indotti a ritirarsi da ogni intervento nei Paesi arabi.
Bin Laden aveva studiato a Londra, dove frequentava gli stadi di calcio – era tifoso dell’Arsenal – ma rifiutava sdegnosamente di andare al cinema. Se avesse visto qualche western, avrebbe capito che il calcolo poteva funzionare – e funzionò – per qualche Paese europeo, ma non per gli Stati Uniti. Quando si sentono attaccati, gli Stati Uniti reagiscono. Dopo l’11 settembre reagiscono in modo confuso, commettendo molti errori, ma certamente disarticolano le basi di al-Qa’ida in Afghanistan e, con il prosieguo della presidenza Bush, iniziano a occuparsi del Medio Oriente non di meno, ma di più. Di qui critiche in al-Qa’ida alle strategie di bin Laden, e la nascita di un’opposizione interna.
Le opposizioni a bin Laden trovano un punto di coagulo nella figura di Abu Musab al-Zarqawi, leader di al-Qa’ida in Iraq. Non solo Zarqawi considera di scarsa utilità gli attentati in Occidente, ma accusa bin Laden di accordi sottobanco con l’Iran sciita e la Siria di Assad, che è un alauita (cioè appartiene a un’eresia sciita), dal suo punto di vista inaccettabili perché non considera gli sciiti autentici musulmani. Quando si imbatte in sciiti, Zarqawi li uccide senza pietà. Il conflitto fra Zarqawi e al-Qa’ida è così forte che, quando il primo è ucciso dagli americani nel 2006, sono in molti a pensare che le informazioni su dove trovarlo siano arrivate ai servizi statunitensi – tramite quelli pakistani – dallo stesso bin Laden.
Di qui un risentimento mai sopito fra i partigiani di Zarqawi e al-Qa’ida, che esplode nel febbraio 2014 quando l’ISIS – che riunisce sostanzialmente chi in Iraq e Siria si considera erede di Zarqawi – si separa da al-Qa’ida. L’attuale ISIS e al-Qa’ida avevano però condiviso un percorso comune dal 2011, l’anno della morte di bin Laden, al 2014, nel corso del quale era emersa l’idea dell’opportunità di non limitarsi al terrorismo ma puntare a costituire veri e propri Stati, certo non riconosciuti dalla comunità internazionale, che battessero moneta, riscuotessero tasse, avessero le loro scuole, polizie e ospedali. Solo che al-Qa’ida pensava a piccoli «emirati» leggeri, diffusi a macchia di leopardo nell’intero mondo islamico, dal Mali alla Somalia e dallo Yemen ai territori tribali fra Afghanistan e Pakistan, mentre l’ISIS ha deciso di puntare a un unico grande califfato.
Sia al-Qa’ida sia l’ISIS organizzano anche attentati in Occidente. Talora collaborano, come nel caso di Charlie Hebdo, e del resto i successi dell’ISIS stanno mettendo in forte difficoltà al-Qa’ida. Le informazioni secondo cui una riunificazione fra i due movimenti – ma stavolta con l’ISIS in posizione egemone – è oggi una possibilità concreta probabilmente non sono false. Concettualmente, però, gli scopi sono diversi. Al-Qa’ida pensa ancora di potere destabilizzare con gli attentati i governi occidentali, confondendo e turbando la loro politica estera. È ancora riuscita a colpire negli Stati Uniti, attivando «lupi solitari», in genere militari statunitensi di religione islamica, che hanno aperto il fuoco all’improvviso facendo un certo numero di morti, com’è avvenuto nel 2009 nelle sparatorie di Little Rock e Fort Hood.
L’ISIS persegue una strategia diversa. Non è nato con lo scopo primario di destabilizzare l’Occidente, ma di costruire un califfato in Oriente e in Africa. Per questo ha bisogno di volontari, che costituiscono il nerbo del suo esercito. Dopo l’episodio di Charlie Hebdo, non solo gli analisti ma le stesse pubblicazioni dell’ISIS hanno messo in chiaro a che cosa servono quel genere di attentati. Sono spot pubblicitari per il reclutamento di nuovi militanti che partano dall’Occidente e vadano a combattere in Siria e in Iraq. E sono spot che funzionano: secondo alcune valutazioni, i combattenti partiti dalla Francia per arruolarsi nell’ISIS sono più di ottocento.
Se questo era vero per Charlie Hebdo, nei mesi passati dall’attacco al giornale satirico francese nel gennaio 2015 ai nuovi attentati di Parigi di novembre 2015 qualche cosa è cambiato. Lo spot pubblicitario per reclutare giovani estremisti disposti a partire per le terre del califfato rimane il primo motivo degli attentati. Ma se ne aggiungono altri due, anche qui chiaramente illustrati nella letteratura dell’ISIS, che tra l’altro è scritta da persone di buona cultura. Lo stesso califfo al-Baghdadi non è un contadino, ma un accademico con uno, o secondo altrui due, dottorati universitari.
Il secondo obiettivo è creare il caos in alcuni Paesi identificati come «a rischio» per l’incapacità della polizia di controllare periferie e banlieues dove non osa neppure avventurarsi e dove ci sono tanti musulmani. Il caos costringerà la polizia a occuparsi d’altro e a non ostacolare il reclutamento dell’ISIS. E in una società in preda al caos il reclutamento diventerà anche più facile. Lo spiega un opuscolo pubblicato nel mese di luglio 2015 dall’ISIS, «Gang musulmane». Il testo studia il fenomeno delle gang criminali in certi quartieri delle grandi città occidentali. Ben lungi dall’opporsi alle gang, sostiene l’ISIS, gli estremisti musulmani devono salutare il fenomeno con favore, infiltrare quelle esistenti e crearne di proprie, «gang musulmane» appunto, mantenendo e aumentando il tasso di violenza e di caos che regna nelle banlieues.
Il terzo obiettivo riguarda l’Italia. L’opuscolo «Gang musulmane» si conclude con un capitolo dal titolo «L’offensiva verso Roma». L’ISIS ricorda che Roma è il centro simbolico dell’Europa e dell’Occidente e che il califfato sarà preso sul serio anche da chi tra i musulmani oggi lo considera un fenomeno marginale o criminale solo quando sarà riuscito a colpire Roma. L’opuscolo rimanda a un libro pubblicato dall’ISIS nel febbraio 2015, «Bandiere nere su Roma». Le obiezioni di chi considera questa letteratura provocatoria e non autentica non sembrano convincenti. Lo stile è quello delle consuete pubblicazioni dell’ISIS.
«Bandiere nere su Roma» fissa un obiettivo ambizioso, non solo l’attacco terroristico – quella è solo una prima fase – ma la conquista di Roma. Naturalmente perché questo obiettivo, militarmente impossibile, diventi teologicamente realistico occorre rifarsi a detti di Muhammad e a interpretazioni del Corano. Ma c’è anche tanta sociologia e tanta geopolitica: si citano dati sulla diminuzione dei cattolici praticanti in Italia e sul numero di musulmani immigrati, e si spiega come una volta conquistata la Libia e magari anche la Tunisia lanciare missili sull’Italia diventerà concretamente possibile. L’ISIS sa che in Italia non ci sono le banlieues, ma spiega che c’è però un estremismo di sinistra, che può diventare un alleato e ispirare le «terze generazioni» musulmane. Pensa anche che l’Occidente sarà costretto a occuparsi poco dell’ISIS, o perfino a concludere un’alleanza non dichiarata con il radicalismo islamico, perché sarà impegnato in uno scontro con la Russia, che molti governi occidentali considerano il nemico principale.
Come si vede, un’analisi che unisce elementi apocalittici di carattere religioso a considerazioni geopolitiche di una certa raffinatezza. Una prospettiva che non esclude arretramenti o sconfitte in Iraq e Siria, anche se ripete il «teorema bin Laden» secondo cui i governi democratici non possono vincere guerre perché, se i soldati cominciano a morire, chi governa perde le elezioni. È un problema che né al-Qa’ida né l’ISIS evidentemente hanno e che continua a indurre Europa e Stati Uniti a non impegnare in Medio Oriente quelle truppe di terra che sole potrebbero sconfiggere il califfato – i droni e gli aerei non bastano. Ma anche se fosse sconfitto in Iraq e in Siria il califfato ha già un Piano B: si delocalizzerebbe in Africa e aspirerebbe a minacciare l’Europa.
«Bandiere nere su Roma» contiene anche due indicazioni concrete. La prima è che la fase di attacco a Roma dovrà andare dal 2015 al 2020, quando potrebbero essere mature le condizioni per una vera e propria guerra. E la seconda è l’importanza di Bologna come «porta» simbolica verso Roma. L’ISIS non ha dimenticato, anzi ha studiato, la strage di Bologna del 1980 e il suo impatto sull’Italia e attira l’attenzione sulla città emiliana, «le sue strade e le sue ferrovie», come obiettivi. L’ISIS legge poco? Al contrario, legge anche il politologo italiano Gianfranco Pasquino, di cui cita la frase: «Se vuoi creare il caos in Italia lo fai passando da Bologna». Servizi italiani avvisati, mezzi salvati. Ma solo mezzi: l’intelligence e la prevenzione devono fare il resto, senza dimenticare la necessità politica e culturale di mantenere un dialogo con la grande maggioranza di musulmani italiani che non amano affatto l’ISIS e che un atteggiamento anti-islamico generalizzato e ottuso finirebbe per regalare agli estremisti.