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lunedì 3 giugno 2019

Vuestra soy (Teresa d'Avila)



TESTO e traduzione:
Vuestra soy pues me criasteis, vuestra pues me redimisteis vuestra pues que me sufristeis vuestra pues que me llamasteis vuestra porque me esperasteis vuestra, porque no me perdí: que mandais hacer de mi? Que mandais pues, buen Señor, que haga tan vil criado? Cuál oficio le habéis dado a este esclavo pecador? Veisme aquí, mi dulce Amor, Amor dulce, veisme aquí: que mandais hacer de mi? Veis aquí mi corazón, yo lo pongo en vuestra palma: mi cuerpo, mi vida y alma, mis entrañas y aflicción. Dulce esposo y Redentor, pues por vuestra me ofrecí que mandais hacer de mi? Haga fruto o no lo haga, esté callando o hablando, muéstrame la ley: mi llaga goce de Evangelio blando. Esté penando o gozando sólo vos en mi vivís. Que mandais hacer de mi?

***
(trad.) Sono tua, perchè mi hai creata sono tua, perchè mi hai redenta sono tua perchè mi hai accettata sono tua perchè mi hai chiamata sono tua perchè mi hai attesa sono tua perchè non mi sono perduta. Cosa vuoi fare di me? Che cosa vuoi, mio buon Signore, che faccia una così vile creatura? Quale compito hai dato a questo schiavo peccatore? Eccomi, mio dolce amore, amor dolce, eccomi a te: cosa vuoi fare di me? Ecco qui il mio cuore, lo pongo sul palmo della tua mano: il mio corpo, la vita e l'anima le mie viscere e il mio dolore. Dolce sposo e Redentore, poichè mi sono offerta a te, cosa vuoi fare di me? Che dia frutto oppure no stia in silenzio o stia parlando, mostrami la tua volontà: la mia ferita trasudi il tuo dolce Vangelo. Che io sia nel dolore o nella gioia, solo tu vivi in me. Cosa vuoi fare di me?

domenica 15 ottobre 2017

Teresa




“Per tutte le donne sfruttate, umiliate e abusate, perché possano sempre trovare nella Chiesa un luogo di accogliente e sincero rispetto… perché vivano nel contesto sociale ed ecclesiale in libertà e armonia, esprimendo la ricchezza specifica del loro essere… affinché rappresentino per l’umanità del nostro tempo il volto materno e accogliente di Dio”. Queste l’intenzione di preghiera espressa da papa Francesco lo scorso 22 settembre 2017 durante la Messa mattutina nella “Domus Sanctae Marthae” in Vaticano.
Forse perché eravamo prossimi alla sua festa che, subito dopo la voce di Francesco, mi sono venute in mente le parole di santa Teresa d’Avila (1515–1582): “Signore dell’anima mia, tu, quando pellegrinavi quaggiù sulla terra non disprezzasti le donne, ma anzi le favoristi sempre con molta benevolenza e trovasti in loro tanto amore, persino maggior fede che negli uomini. Nel mondo le onoravi. Possibile che non riusciamo a fare qualcosa di valido per te in pubblico, che non osiamo dire apertamente alcune verità?… Vedo però profilarsi dei tempi in cui non c’è più ragione di sottovalutare animi virtuosi e forti, per il solo fatto che appartengono a delle donne”. 
Santa Teresa scrisse profeticamente queste parole nel Cinquecento: donna eccezionale che innovò il Carmelo, un genio femminile che, come esprimono le preghiere succitate del Papa, riuscì a esprimere la ricchezza del suo essere donna, nonostante le dure opposizioni che incontrò, di cui espressione emblematica è il giudizio del nunzio pontificio: “Femmina inquieta, errante, disobbediente e ribelle che, sotto il titolo di devozione, inventava male dottrine, andando fuori di clausura contro l’ordine del concilio tridentino e dei prelati, insegnando come maestra contro quello che san Paolo ha raccomandato ordinando alle donne di non insegnare” (Vita II, XXXI). E invece Teresa, oggi Dottore della Chiesa, insegnò, con le sue opere e con i suoi scritti, e questo nel XVI secolo, quello di Lutero e del Concilio di Trento, dell’Inquisizione, della Riforma e della Controriforma.
Profetica anche nell’opzione per i poveri con affermazioni per il suo tempo rivoluzionarie: “Alcune persone che possiedono quello di cui hanno bisogno e molti denari nello scrigno, guardandosi dal commettere peccati gravi, credono di aver fatto tutto. Godono dei loro averi, fanno di quando in quando un’elemosina, senza pensare che quei beni non sono di loro proprietà. Il Signore li ha loro concessi semplicemente come a suoi amministratori, perché li distribuissero ai poveri: gli dovranno rendere conto del tempo che tengono il denaro loro avanzato nello scrigno, interrompendone e ritardandone l’elargizione ai poveri, i quali forse, in quel momento, stanno nel bisogno”.   
Nuovi passi su tracce antiche, quelle di Gesù Cristo, e oggi, quelle di papa Francesco e dell’arcivescovo Vincenzo Bertolone, che in una sua recente lettera pastorale afferma che dobbiamo lasciarci evangelizzare proprio dai poveri! I testi mistici di Teresa sono tra i più poetici che siano mai stati scritti e, come esprimono le succitate preghiere del Papa, una vera parusia del volto materno e accogliente di Dio, in mirabile sintonia con il tema della prossima visita pastorale annunciata da mons. Bertolone nella chiesa di Catanzaro-Squillace: “Una chiesa lieta col volto di madre”
Anna Rotundo (Zenit)

mercoledì 21 dicembre 2016

Il Natale delle due Terese

sante-terese

 Non vi è cosa che riesca più difficile all’uomo moderno, il cosiddetto cattolico “adulto”, quanto esercitarsi nelle piccole virtù, nel silenzio e lontano dagli sguardi umani, avendo per testimone Dio solo. Non senza ragione il Signore volle darci il Suo esempio affinché più facilmente potessimo seguire questa via. Ecco perché è necessario tenere i nostri occhi per tutta la vita fissi sugli “abbassamenti di Betlemme”.
A questa scuola fu istruita la grande riformatrice del Carmelo, S. Teresa d’Avila, e ad essa volle che attingessero i figli e le figlie del Carmelo. Si racconta nella vita della Santa che un giorno, nel monastero dell’Incarnazione di Avila, mentre stava scendendo le scale, incontrò un bel bambino che le sorrideva. La Santa, sorpresa di vedere un bambino all’interno della clausura del Monastero, gli chiese: “E tu chi sei?”. Ma il bambino rispose con un’altra domanda: «E tu chi sei?». La Santa replicò: «Io sono Teresa di Gesù». Il Bambino, con un sorriso ampio e luminoso, le disse: «Io sono Gesù di Teresa».
A questo emblematico episodio si può far risalire la speciale devozione che la grande Riformatrice del Carmelo ebbe per l’Infanzia del Signore. In tutte le sue fondazioni non mancarono mai le statue di Gesù Bambino, delle quali la Santa ere particolarmente devota. Si tramanda che ne avesse diverse. Aveva, per esempio, un Bambino al quale ricorreva quando desiderava che piovesse o non piovesse; un altro a cui si rivolgeva quando doveva pagare dei debiti e non sapeva come pagarli, e così via.
Ognuno dei “suoi” Bambini aveva il suo compito! Voleva, inoltre, che le austerità del Carmelo durante il tempo natalizio fossero temperate e rallegrate con canti di esultanza e pie ricreazioni. Non solo. Per accrescere la gioia spirituale delle monache, la Santa soleva comporre versi da cantare portando in processione le statue della Madonna e di S. Giuseppe attraverso il Monastero. Una volta insegnò alle monache più anziane a cantare il ritornello di un canto da lei composto che diceva: Destatevi, Sorelle mie! Ecco viene la Vergine, che ha dato alla luce il suo Figlio e suo Dio. Piena di devozione e di gioia, la Santa chiedeva alle suore di dare ospitalità al Divin Bambino, alla Sua Santa Madre e al suo sposo S. Giuseppe, di cui era particolarmente devota.
La devozione della Santa al Divin Infante fu anche testimoniata da un miracolo, avvenuto nel Carmelo di Toledo, dove la statua del Piccolo Gesù – portata dalla Santa stessa in occasione della fondazione di quel Monastero nel 1569 – pianse quando la grande Riformatrice doveva lasciare il Monastero.
Così è scritto nel museo del convento che custodisce questo tesoro: «Il giorno 8 giugno 1580, Santa Teresa si congedava dalle sue religiose di Toledo per recarsi a Segovia. Il cuore naturalmente affettuoso della Santa soffriva molto in questi congedi, soprattutto quando pensava che non avrebbe rivisto le sue figlie. Quella volta né lei né le sue amate religiose si sbagliavano, perché tutte presentivano che la Madre era giunta al termine del suo viaggio terreno. Secondo una pia tradizione, perfino un’immagine del Bambino Gesù si associò al dolore delle monache, versando lacrime quando la Santa abbandonò il suo amato convento di Toledo. Da allora questa immagine viene chiamata con il soprannome affettuoso di ‘Niño Lloroncito’».
La devozione alla santa Infanzia si radica, dunque, nell’esperienza mistica della Riformatrice spagnola. Passando attraverso le figure di altre illustri figlie del Carmelo, come la Venerabile Margherita del SS. Sacramento (1619-1648), del Carmelo di Beaune, e Suor Maria di S. Pietro (1816-1848), del Carmelo di Tours, che contribuirono a sviluppare e diffondere tale devozione, essa approda infine al piccolo Fiore di Lisieux, S. Teresina, destinata dalla Provvidenza ad essere la Maestra della “Piccola Via”, sulle orme del Bambino di Betlemme. 
L’ascesa verso il monte della perfezione iniziò per la piccola Teresa in tenera età. Ma fu nel Natale del 1886 che, accogliendo nel suo cuore il Dio fattosi uomo, questa tenera fanciulla, che, come scrisse ella stessa, piangeva per dei nonnulla, sperimentò un radicale “cambiamento” della sua vita o, piuttosto, quella che definì la sua «completa conversione». «In un istante – scrisse – l’opera che non ero riuscita a fare in 10 anni, Gesù la fece accontentandosi della mia buona volontà».
Era la notte di Natale. Dopo la Messa di mezzanotte, nella quale aveva “avuto la felicità di ricevere il Dio forte e potente”, «Gesù, il Bambino piccolo e dolce, trasformò la notte dell’anima mia in torrenti di luce». Ripensando a quel momento, Teresa scrisse: «In quella notte nella quale Gesù si fece debole e sofferente per mio amore, Egli mi rese forte e coraggiosa».
Da quella notte Teresa camminò nella via del Signore con più lena e si sentì più sicura. «Dopo quella notte benedetta – ricorda –, non sono stata vinta in nessuna battaglia, ma ho camminato di vittoria in vittoria e ho iniziato, per così dire, una corsa da gigante».
Ogni anno festeggiava con la più grande devozione il 25 marzo – racconta la sorella Celina – perché, diceva, «questo è il giorno, nel quale Gesù, nel seno di Maria, è stato il più piccolo». Ma amava in modo del tutto particolare il mistero del presepe. È qui che il Bambino Gesù le rivelò tutti i suoi segreti sulla semplicità e sull’abbandono. Su immaginette natalizie che lei stessa dipingeva, scriveva con passione questa frase di san Bernardo: «Gesù, chi ti ha fatto così piccolo? L’amore!».
Il suo nome, Teresa del Bambino Gesù, che scelse fin dall’età di nove anni, resterà il suo costante programma di vita a cui si sforzò di restare fedele fino all’epilogo della sua breve vita. Più tardi, sotto un’immagine di Gesù Bambino scriverà questa frase: «O piccolo Bambino, mio unico tesoro, mi abbandono ai tuoi divini capricci, non voglio avere altra gioia che quella di farti sorridere. Imprimi in me le tue grazie e le tue virtù infantili, affinché il giorno della mia nascita al Cielo, gli angeli e i santi riconoscano nella tua piccola sposa: Teresa del Bambin Gesù».
È dal Bambino di Betlemme che la piccola Teresa attinse lo spirito d’infanzia, che era per lei soprattutto spirito d’umiltà e di piccolezza. Non perdeva occasione nella sua vita quotidiana al Carmelo per esercitarsi in questa “piccola via” e per istruirvi le altre.
Ecco come la sorella Celina sintetizza questa “via diretta per il Cielo”. Poiché la Santa si sentiva incapace di percorrere il duro cammino della perfezione, si sforzò di diventare sempre più piccola, affinché Dio si prendesse completamente cura delle sue cose, e la prendesse tra le sue braccia, come succede nelle famiglie per i bambini più piccoli. Voleva essere santa ma senza diventare grande, poiché, come le piccole malefatte dei bambini non fanno adirare i genitori, così le imperfezioni delle anime umili non possono offendere gravemente il buon Dio, e gli errori non saranno imputabili loro come colpa, secondo le parole della Scrittura: «Ai piccoli si perdona per pietà».
Di conseguenza si guardava bene dal desiderare di sentirsi perfetta e che gli altri la considerassero come tale, perché sarebbe cresciuta e Dio l’avrebbe lasciata camminare da sola. «I bambini non lavorano per farsi una posizione – diceva –; se sono saggi, lo fanno per far contenti i loro genitori. Allo stesso modo, non occorre lavorare per diventare santi, ma per fare piacere a Dio». “Forse – diceva a Celina – un padre sgrida il suo bambino quando egli si accusa da se stesso, o gli infligge un castigo? No davvero, ma se lo stringe al cuore».
E riportava la seguente storia ascoltata da bambina. Un re, in una partita di caccia, inseguiva un coniglio bianco, che i suoi cani erano sul punto di raggiungere, quando la bestiola, sentendosi perduta, ritornò indietro rapidamente e saltò tra le braccia del cacciatore. Costui, commosso da tanta fiducia, non volle più separasi dal coniglio bianco e non permetteva a nessuno di toccarlo, riservandosi di nutrirlo. «Così – commentava Teresa – il Buon Dio farà con noi se, perseguiti dalla giustizia figurata dai cani, cercheremo scampo nelle braccia stesse nel nostro Giudice!».
È tutta qui la sapienza della Santa di Lisieux. Essa consiste nel riconoscere, accettare, perfino amare la propria debolezza, senza tuttavia sottovalutare la corrispondenza personale. Essa non scusa il peccato ma vuole che, perdendo ogni illusione su se stessi, non confidando nei propri meriti, non appoggiandosi sulle proprie forze, l’anima si getti con slancio nell’amore misericordioso di Dio. La “piccola dottrina” della Santa di Lisieux non fa del peccato una semplice debolezza e della debolezza quasi una virtù, come spesso accade ai nostri giorni.
Tutt’altro. Le esigenze ascetiche della perfezione cristiana non subiscono nella sua “piccola via” alcun alleggerimento: non v’è in essa alcuna ombra di quietismo. «Occorre – diceva la Santa – fare tutto quello che è in noi, dare senza contare, rinunziare a sé costantemente, in una parola, provare il nostro amore con tutte le buone azioni in nostro potereMa, in verità, poiché tutto questo è poca cosa, è necessario confessarci servi inutili dopo aver fatto tutto quanto credevamo di dover fare, sperando tuttavia che il buon Dio ci darà per grazia tutto ciò che desideriamo. È quanto sperano le piccole anime che corrono sulla via dell’infanzia: dico corrono e non si riposano». Questo atteggiamento di povertà spirituale rende profittevoli anche le cadute. Scriveva: «I bambini cadono spesso, ma sono troppo piccoli per farsi un gran male».
Insegnava questa sapienza alle sue consorelle specialmente nel giorno di Natale quando – sull’esempio della sua Santa Madre – si industriava a scriver poemetti e ad organizzare pie ricreazioni, come quella nella quale un immaginario Angelo veniva a chiedere a ciascuna monaca di accogliere al Piccolo Gesù che, fattosi uomo, ha trovato sulla terra solo freddezza e indifferenza: «Le vostre carezze – cantava il messaggero celeste –, e lodi, e tenerezze, siano per il Bambinello! Bruciate d’amore, anime accese; ché un Dio s’è fatto mortale per voi. Stupendo mistero: chi vien mendicando è l’eterno Verbo! Sorelle mie, non temete, avvicinatevi, ed una ad una offrite a Gesù il vostro amore; saprete la sua santa volontà. V’insegnerò ciò che più brama il Bambinello in fasce, a voi che, pure come gli Angeli, avete in più che potete soffrire. Sempre, mai sempre, il vostro patire, e le gioie, siano per il Bambinello! Ardete d’amore, anime accese; ché un Dio s’è fatto mortale per voi. Stupendo mistero; chi vien mendicando è il Verbo eterno!».
Certamente – nota Celina – Teresa avrebbe gustato, se l’avesse conosciuta, questa preghiera di Bossuet: «Gran Dio… non lasciate giammai che alcuni spiriti, di cui alcuni si annoverano tra i dotti, altri tra gli spirituali, possano essere accusati al Vostro terribile tribunale di aver contribuito in qualche modo a chiuderVi l’accesso in non so quanti cuori, perché Voi volevate entrarvi in un modo la cui semplicità li urtava […]; piuttosto fate in modo che, diventando tutti piccoli come fanciulli, come Gesù Cristo comanda, noi possiamo entrare una buona volta per questa piccola porta, per poterla poi mostrare agli altri con più sicurezza e con più efficacia. Così sia».
Niente di strano se, alla sua ultima ora, questo grande prelato francese, che con la sua eloquenza aveva incantato intere platee, abbia pronunciato queste commoventi parole: «Se potessi ricominciare a vivere, non vorrei essere che un piccolo fanciullo che dà sempre la mano al Bambin Gesù».
È la lezione delle due Terese per questo Santo Natale. (Cristiana de Magistris)

sabato 15 ottobre 2016

L’esperienza della preghiera nella vita di Teresa d'Avila

Come santa Teresa d’Avila pregando… ci insegna a pregare


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SILVIA LUCCHETTI/ALETEIA

Oggi ricorre la festa liturgica di Santa Teresa d’Avila,proclamata Dottore della Chiesa da Papa Paolo VI nel 1970. Nell’omelia di proclamazione il pontefice così la descrisse:
«(…) la vediamo apparire davanti a noi, come donna eccezionale, come religiosa, che, tutta velata di umiltà, di penitenza e di semplicità, irradia intorno a sé la fiamma della sua vitalità umana e della sua vivacità spirituale, e poi come riformatrice e fondatrice d’uno storico e insigne Ordine religioso, e scrittrice genialissima e feconda, maestra di vita spirituale, contemplativa incomparabile e indefessamente attiva; . . . com’è grande! com’è unica! com’è umana! com’è attraente questa figura!».
Il libro “Teresa d’Avila maestra di preghiera” (Àncora editrice) raccoglie le meditazioni del cardinale Carlo Maria Martini tenute durante un pellegrinaggio ad Avila con un gruppo di sacerdoti della diocesi di Milano nel 1995.Santa Teresa d’Avila risponde con la sua vita alla richiesta che i discepoli fanno a Gesù: «Signore, insegnaci a pregare». Infatti il cardinal Martini dedica una parte notevole della sua riflessione al tema della preghiera nell’esperienza della Santa.
LA PREGHIERA PERSONALE
Teresa identifica nella preghiera personale tre fasi: la preghiera spontanea, la preghiera difficile e la preghiera-dono.
La preghiera spontanea
“Per preghiera spontanea intendiamo quella che nasce dentro facilmente, senza sforzo, senza metodo, stimolata da quanto conosciamo della Rivelazione; è come una risposta istintiva a Dio che si rivela. Essa è presente in ciascun uomo, in ciascuna persona umana, pur se in modi assai diversi. Teresa l’ha praticata fin dall’infanzia. Scriverà che già prima di entrare nella vita religiosa aveva una specie di incontro quotidiano con Cristo nell’orto degli Ulivi: «Sono convinta che da ciò la mia anima si sia molto avvantaggiata, perché cominciavo a fare orazione senza neppur sapere che cosa fosse».

 La preghiera difficile
Teresa, sottolinea l’autore, incontrò grandi difficoltàquando passò dalla preghiera spontanea, occasionale e momentanea a un’orazione più sistematica e costante.
DESIDERARE QUASI IL MOMENTO DELLA FINE DELLA PREGHIERA
“La prima è una difficoltà di tipo psicologico, che chiama incapacità discorsiva: era incapace di immaginare, ragionare alla presenza di Dio, impotente a meditare. Ciò che le dava soprattutto fastidio era l’assoluta insubordinazione dei propri pensieri, per cui diceva che annullavano la sua determinazione; questo turbinio di pensieri va e viene tra lei e Dio, come una ruota di mulino, come un seccatore, come un pazzo installatosi dentro casa. Tutto ciò rende molto faticoso quel suo tentativo di orazione, lo riduce a momenti passeggeri, che non riesce a prolungare. La constatazione di questa impotenza, parziale, ma inesorabile, è molto viva e molto sofferta. Difatti ella dice: «Spesso per alcuni anni badavo più a desiderare che l’ora dell’orazione finisse e ad attendere il segno dell’orologio che a sforzarmi di pregare. Molte volte non so quale grave penitenza avrei preferita a quella di raccogliermi per fare orazione. […]»”.
Teresa si scontrò con questa grande difficoltà per circa vent’anni, e per un anno e mezzo quasi abbandonò del tutto la preghiera, ma poi la riprese supportata da alcuni strumenti che l’aiutarono a raggiungere il suo scopo.
L’AIUTO DEL LIBRO, UNO SCUDO CONTRO I PENSIERI
«In tutti questi anni, tranne dopo la comunione, non osavo mai cominciare a fare orazione senza libro perché temevo di trovarmi nell’orazione senza di esso, come di lottare con un grande esercito» (…) Con questo aiuto, che era come una compagnia, uno scudo contro gli assalti dei molti pensieri, restavo consolata. Infatti non ero sempre nell’aridità, ma quando mi mancava il libro sì, mentre con il libro mi cominciavo a raccogliere e con dolcezza orientavo l’anima a Dio».
INCOERENZA TRA PREGHIERA E VITA
La seconda difficoltà è la scoperta dell’incoerenza della vita con i momenti di orazione. Spiega il cardinal Martini che la santa desiderò sempre l’incontro con Dio e la piena uniformità alla Sua volontà, ma per lungo tempo si sentì distratta dalle amicizie e dagli affetti, continuamente divisa e combattuta tra il mondo e il Signore.
«Cadevo e mi rialzavo e mi rialzavo così male che tornavo ancora a cadere. Ero così in basso in fatto di perfezione […] che la mia era una delle vite più penose che si possano immaginare, perché non godevo
di Dio né mi sentivo contenta col mondo. Quando ero nelle gioie del mondo, il pensiero di quello che dovevo a Dio mi dava pena; e quando ero con Dio, gli affetti del mondo mi disturbavano. Era una lotta così penosa che non so come sia riuscita a sopportarla per un mese, nonché per tanti anni».
«SE LA VITA NON È AUTENTICA, NON PUÒ ESSERLO NEPPURE LA PREGHIERA»
La Santa avvertì fortemente dentro sé quel senso diincoerenza tra preghiera e vita, che ogni uomo in parte prova nel proprio cammino. Le venne così un dubbio profondo: se l’esistenza non è autentica come può esserlo la preghiera?
IMMEDESIMARSI NEI PERSONAGGI BIBLICI
L’aiuto Teresa lo trovò nel confronto e nell’immedesimazione nei personaggi biblici:
«(…) la Vergine ai piedi della croce, la Maddalena, la Samaritana, san Paolo al momento della conversione, Giobbe. Per esempio, scrive nella Vita: «Quante volte mi ricordo dell’acqua viva di cui parlò il Signore alla Samaritana! Quel fatto del Vangelo mi è molto caro, mi era caro fin da bambina, sebbene non capissi come adesso questo bene. Supplicavo spesso il Signore a darmi quell’acqua. In camera mia c’era un quadro che rappresentava Gesù vicino al pozzo, con sotto le parole: Domine, da mihi aquam». Con una sorta di lectio embrionale cercava continuamente di ridare autenticità a una vita che riteneva non autentica e nella quale tuttavia non cessava di invocare il Signore perché la unificasse nella preghiera».

 LA PREGHIERA-DONO È “IL SENSO DELLA PRESENZA DI DIO”
Il periodo della preghiera difficile durò vent’anni e poi finalmente giunse per la Santa un momento di passaggio e cambiamento fondamentale: entrò un giorno nell’Oratorio e soffermò il suo sguardo su una statua che raffigurava Gesù coperto di piaghe e così… “nel vederla mi sentii tutta commuovere perché rappresentava dal vivo quanto Egli aveva sofferto per noi”.
Continua il cardinal Martini:
“La sua preghiera difficile aveva ottenuto finalmente quella purificazione faticosissima ma necessaria dalla presunzione di sé, rendendola pronta ad affidarsi unicamente al Signore. (…) È così spiegata la ragione della preghiera difficile: era un cammino positivo di purificazione, di cui non coglieva il senso, un disegno misterioso di Dio che operava per la sua purificazione”.
TERESA ATTRAVERSO LE SUE OPERE INSEGNA A PREGARE… PREGANDO
Vogliamo concludere con le parole di papa Benedetto XVIche, parlando dell’assoluta centralità della preghiera in Santa Teresa d’Avila, durante una sua omelia così disse:
«(…) La preghiera è vita e si sviluppa gradualmente di pari passo con la crescita della vita cristiana: comincia con la preghiera vocale, passa per l’interiorizzazione attraverso la meditazione e il raccoglimento, fino a giungere all’unione d’amore con Cristo e con la Santissima Trinità. Ovviamente non si tratta di uno sviluppo in cui salire ai gradini più alti vuol dire lasciare il precedente tipo di preghiera, ma è piuttosto un approfondirsi graduale del rapporto con Dio che avvolge tutta la vita. Più che una pedagogia della preghiera, quella di Teresa è una vera “mistagogia”: al lettore delle sue opere insegna a pregare pregando ella stessa con lui (…)».

lunedì 22 agosto 2016

TERESA D'AVILA E IL DANNO DEI CONFESSORI

Teresa d'Avila e il danno dei confessori: «Ciò che era peccato mortale mi dicevano essere veniale»

da santa Teresa d'Avila, Libro della mia vita. V,2 

«C’era un ecclesiastico che risiedeva in quel luogo dove andai a curarmi, di ottima condizione sociale e di grande intelligenza; era anche colto, se pur non eccedeva in cultura. Cominciai a confessarmi da lui, avendo sempre amato le lettere, anche se gran danno spirituale mi arrecarono i confessori semidotti in quanto non riuscivo ad averli mai di così buona istruzione come era mio desiderio. Ho visto per esperienza che è meglio, se si tratta di uomini virtuosi e di santi costumi, che non ne abbiano nessuna, anziché poca, perché in tal caso né essi si fidano di sé, ricorrendo a chi abbia una buona preparazione culturale, né io mi fido di loro. Un vero dotto non mi ha mai ingannato. Nemmeno gli altri credo che mi volessero ingannare, salvo che non ne sapevano di più.
Io, invece, pensando che sapessero, ritenevo di non dover far altro che prestare loro fede, tanto più che mi davano consigli di una certa larghezza, cioè che indulgevano a una maggiore libertà; d’altronde, se mi avessero stretto un po’ i freni, io, miserabile qual sono, ne avrei cercato altri. Ciò che era peccato veniale mi dicevano che non era alcun peccato; ciò che era peccato gravissimo e mortale mi dicevano che era peccato veniale. Questo mi arrecò tanto danno che non è superfluo parlarne qui, per prevenire altre persone di così gran male; di fronte a Dio capisco che non mi serve di giustificazione, giacché era sufficiente che le cose di per sé non fossero buone perché dovessi guardarmene. Credo che a causa dei miei peccati Dio permise che essi s’ingannassero e ingannassero me. Io ingannai molte altre dicendo loro le stesse cose che erano state dette a me. Trascorsi in questa cecità credo più di diciassette anni, finché un padre domenicano molto dotto mi aprì gli occhi su molte cose, e i padri della Compagnia di Gesù mi disingannarono del tutto, riempiendomi di spavento con il rimproverarmi così cattivi inizi, come dirò in seguito».

giovedì 21 gennaio 2016

Mistica degli occhi aperti



(Lluís Martínez Sistach) Riferendosi alla famosa frase di san Benedetto, la Evangelii gaudium invita a essere «evangelizzatori con Spirito [che] significa evangelizzatori che pregano e lavorano. Dal punto di vista dell’evangelizzazione, non servono né le proposte mistiche senza un forte impegno sociale e missionario, né i discorsi e le prassi sociali e pastorali senza una spiritualità che trasformi il cuore» (n. 262).
Sia Teresa sia Francesco usano uno stile molto diretto, sapienziale e testimoniale. E ciò li porta a una visione integrale e globale dell’esperienza cristiana. Teresa è la cronista di una grande avventura interiore, quella vissuta da lei stessa; Francesco, in modo sobrio, lascia intendere che il suo insegnamento non è mai pura teoria, ma che è passato per la “verifica” del suo itinerario interiore, itinerario segnato da un’intensa attività esteriore, che ha però anche avuto il suo tempo di deserto, dopo gli anni come provinciale e come rettore della Facoltà Teologica di San Miguel. Mi riferisco al suo ritiro a Córdoba, tempo di ministero pastorale — soprattutto nel confessionale — e di molta preghiera.
Il Papa ritiene necessario che la missione poggi su una base spirituale e si pone, e ci pone, un interrogativo dal sapore teresiano, per il suo realismo e la sua franchezza: «Che amore è quello che non sente la necessità di parlare della persona amata, di presentarla, di farla conoscere?» (n. 264). E non solo l’apostolato, ma anche la più alta teologia è stata teologia in ginocchio o, con termine equivalente, una teologia contemplativa.
A Barcellona, in occasione del recente Congresso internazionale sulla pastorale delle grandi città, ci siamo confrontati con questo spirito contemplativo che ci chiede il documento pontificio quando dice: «Abbiamo bisogno di riconoscere la città a partire da uno sguardo contemplativo, ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze» (n. 71). Il vero missionario, il vero evangelizzatore «non smette mai di essere discepolo» (n. 266).
È una verità degna di essere ricordata in questo Anno della vita consacrata; è un’esistenza che ci ricorda sempre la vita religiosa nella diversità dei suoi carismi. L’evangelizzazione come azione esteriore deve nascere sempre da un’esperienza interiore. In Teresa questa esigenza risplende in modo singolare nella sua contemplazione sempre incentrata sull’umanità di Gesù Cristo.
La contemplazione cristiana è anche attenta al popolo. «Gesù stesso è il modello di questa scelta evangelizzatrice che ci introduce nel cuore del popolo» (n. 269). «Gesù vuole che tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri» (n. 270). Qui appare quella che è stata giustamente definita la «mistica degli occhi aperti», così presente nella recente esperienza latinoamericana, plasmata nel documento di Aparecida, che ha valorizzato questo sguardo contemplativo del sensus fidei fidelium, espresso nella teologia del popolo.
Confrontiamolo con un’espressione di santa Teresa: «Darei mille vite per salvare una sola anima». Lo spirito del Carmelo teresiano è profondamente missionario e, al tempo stesso, ecclesiale e popolare. Lo spirito teresiano non è elitario, bensì profondamente popolare. Lei stabilisce un nesso fondamentale tra la vita contemplativa femminile e la dinamica evangelizzatrice della Chiesa, di tutta la Chiesa. Con la sua riforma riempie la clausura di echi apostolici. Vuole che i suoi monasteri siano una sorgente spirituale per il popolo. La sua passione per la pagina evangelica della samaritana ne è l’espressione.

Teresa voleva una campana nei suoi monasteri o «colombaie della Vergine» — neanche fosse un modesto cembalo o cembalino! — perché risuonasse per quanti erano dentro e per quanti stavano fuori. «Vuole che la gente attorno lo sappia, e vuole che almeno le sue monache lo sappiano; stanno lì per tutti, sono per tutti».
Di fronte allo scisma della cristianità a seguito della riforma luterana, Teresa si propone di fare quello che può, malgrado il suo essere donna, poiché dirà che il mondo tiene le donne abbastanza «rinchiuse». «Vedendomi donna e dappoco, nonché incapace a essere utile in ciò che avrei voluto a servizio del Signore, poiché tutta la mia ansia era, come lo è tuttora, che avendo egli tanti nemici e così pochi amici, decisi di fare quel poco che dipendeva da me. Decisi cioè di seguire i precetti evangelici con tutta la perfezione possibile e di adoperarmi perché queste religiose che son qui facessero lo stesso». «I grandi uomini e donne di Dio sono stati grandi intercessori» (n. 283). Non possiamo mai stancarci d’intercedere! «Così scopriamo che intercedere non ci separa dalla vera contemplazione, perché la contemplazione che lascia fuori gli altri è un inganno» (n. 281). È quella che ho chiamato la «mistica degli occhi aperti», aperti alla sofferenza dei fratelli.
Tutto ciò si realizza in modo straordinario in Teresa di Gesù, che ci ha dato la sua personale definizione della orazione come «trattare di amicizia, stando spesso a trattare in solitudine con Chi sappiamo che ci ama». E dirà anche che il nucleo essenziale della preghiera «non consiste nel molto pensare, ma nel molto amare». Teresa chiamerà questa esperienza fondamentale «aver cominciato a fare orazione». Amore a Dio e orazione in Teresa sono la stessa cosa: il sole che illumina e riscalda la sua vita, così piena di prove di ogni tipo che affronterà sempre con una «determinata determinazione».
Tutti gli eventi della sua vita si riflettono nella preghiera come in uno specchio. Li sottopone tutti alla presenza di Dio e all’illuminazione dello Spirito Santo. E si mette all’ascolto della voce interiore. Questa è, a mio parere, la Teresa più importante, la Teresa interiore. Perciò, in questo centenario teresiano, credo che tutti dobbiamo rendere grazie a Dio «per il dono di questa grande donna», come dice Papa Francesco nel messaggio rivolto al vescovo di Ávila, monsignor Jesús García, per l’inizio degli atti del quinto centenario della nascita della santa.
Mentre ci avviciniamo alla fine di questo quinto centenario, ritengo che Teresa di Gesù si presenti a noi come un’esimia testimonianza della «forza missionaria dell’intercessione» (nn. 281-283), ossia della preghiera. Teresa testimonia che, affinché sia stabile e feconda, la riforma ecclesiale deve essere preceduta e accompagnata — essendo la sua stessa «anima» — da un profondo rinnovamento spirituale e interiore. Non è proprio quello che ci chiede con urgenza Papa Francesco in questo momento della Chiesa e del mondo?
L'Osservatore Romano

lunedì 12 ottobre 2015

Architetta dell’anima



di Carlo Ossola
Della grande mistica spagnola, Teresa d’Ávila e Juan de la Cruz sono il culmine e il compimento. Chiudono il secolo del Rinascimento e aprono l’inquieta modernità del XVII. Di Teresa (Ávila, 28 marzo 1515 – Alba de Tormes, 15 ottobre 1582) si celebrano i 5 secoli dalla nascita, anche se la festa liturgica è fissata alla data della morte.


Riformatrice dell’ordine carmelitano, mistica, Teresa è stata, non meno, scrittrice di architetture dell’anima, suscitando dietro di sé un’iconografia, dalla «Trasverberazione» del Bernini a Santa Maria della Vittoria ai ritratti di Rubens e del Guercino, che ha animato l’immaginario europeo, la filosofia, la poesia: «Di Teresa qui giace/ il core palpitante,/ morto ancora vivace,/ e senza vita amante» (G. Lubrano, Epitaffio al cuore di Santa Teresa che fuma in un reliquiario di cristallo, in Scintille poetiche, 1690).


La sua Vita, scritta dal 1567, è – con gli Essais di Montaigne – la nascita di un’«analisi del sé» di vertiginosa lucidità, penetrando negli abissi dell’anima con intelletto vigile, capace di discernimento acuminato non meno che di vigoroso realismo: «Volesse Iddio che temessimo soltanto quel che è da temere, persuadendoci che può farci più danno un solo peccato veniale che non tutto l’inferno messo insieme, il che è la pura verità. Se i demoni ci fanno spavento, è perché noi stessi li rendiamo terribili col nostro attaccamento agli onori, alle ricchezze e ai piaceri» (Vita, cap. XXV).


La sua fortuna è stata segnata da quell’istante di visitazione ardente di cui la Vita è testimone e Bernini supremo interprete: «Volle il Signore che, trovandomi in questo stato, avessi più volte la seguente visione. Vedevo un angelo accanto a me, a sinistra, in forma corporea: cosa che non mi accade che rarissime volte. […]. Gli vedevo nelle mani un lungo dardo d’oro, che sulla punta di ferro mi sembrava avere un po’ di fuoco. Pareva che me lo configgesse a più riprese nel cuore, così profondamente che mi giungeva fino alle viscere, e quando lo estraeva sembrava portarselo via lasciandomi tutta infiammata di grande amore di Dio. Il dolore della ferita era così vivo che mi faceva emettere dei gemiti, ma era così grande la dolcezza che mi infondeva questo enorme dolore, che non c’era da desiderarne la fine, né l’anima poteva appagarsi che di Dio. 


Non è un dolore fisico, ma spirituale, anche se il corpo non tralascia di parteciparvi un po’, anzi molto. È un idillio così soave quello che si svolge tra l’anima e Dio, che io supplico la divina bontà di farlo provare a chi pensasse che io mento» (Vita, cap. XXIX).
Ma occorrerebbe ricondurre a mente quei momenti squisitamente narrativi del Castello interiore (1577) nei quali – insieme alle progressive inabitazioni nel castello dell’anima – s’aprono contemplazioni del quotidiano di rara finezza: «Amerei far intendere qualcosa di quello che sento, servendomi di similitudini, ma non credo che ve ne sia alcuna adeguata allo scopo. E tuttavia mi servirò di questa: immaginate la Wunderkammer di un re o di un gran signore nella quale vi sia un’infinità di cristalli, di vasi, e di molti altri oggetti disposti in tal maniera che uno li veda d’un colpo d’occhio entrando, come mi accadde un giorno nel palazzo della Duchessa d’Alba. Sin dall’ingresso rimasi stupefatta, e in me pensavo a cosa potesse servire tale profusione di così disparate meraviglie; e credetti che una sì grande varietà potesse servire per lodare le grandezze di Dio. […] 


Sebbene avessi passato gran tempo a considerare questo gabinetto di rarità, la quantità tuttavia di oggetti di cui era colmo era sì grande che dimenticai d’un tratto tutto quello che avevo visto; e non c’è un solo oggetto di cui possa ricordarmi, né dire come era fatto […]; soltanto mi ricordo, in generale, di averli visti. Così è dell’anima unita a Dio, e accolta in quell’appartamento di meraviglie del cielo empireo che noi abbiamo all’interno delle nostre anime» (Il castello interiore, sesta Dimora, cap. IV).


Ha scritto Michel de Certeau che la mistica non è tanto un percorso, una condizione d’essere, ma piuttosto un istante memoriale, un tocco impalpabile; Teresa d’Ávila va ben oltre, e il suo dettato mette in ombra anche il cammino proustiano: «Vi è una sorta di rapimento nel quale, sebbene l’anima non sia in orazione, ma soltanto toccata dal ricordo di qualche parola che le ritorni alla mente, o ch’essa abbia inteso altra volta da Dio, sembra che la divina Maestà – intenerita e piena di compassione per averla vista così a lungo nella pena che la violenza dei suoi desideri le faceva patire – faccia nascere dal più profondo dell’intimo suo quella scintilla, di cui ho sopra parlato, che l’infiamma di tal sorta che essa si rinnova come una fenice in mezzo a lingue di fuoco» (Il castello interiore, VI, 4).


È stata santa Teresa la più appassionata amanuense di una lunga, gelosa, divina lettera d’amore. Molti hanno scritto di questo «cor di foco» (Lubrano), anche nel XX secolo da Bataille a Julia Kristeva. Ma nessun ritratto ha avvicinato l’intensa semplicità con la quale Raymond Carver, l’inobliabile autore della Cattedrale, ha consacrato a Teresa l’ultimo suo scritto, letto il 15 maggio 1988 all’Università di Harford: «La scena finisce, ma le parole rimangono nell’aria come azioni. Nasce "una vocina nell’anima" che parla anche a noi. E anche il modo in cui abbiamo forse bandito dalla nostra mente certe idee sulla vita, o sulla morte, cede di colpo e inaspettatamente il passo a una fede, magari di natura fragile ma insistente» (Meditazione su una frase di santa Teresa).
Avvenire

mercoledì 7 ottobre 2015

Teresa patrimonio dell’umanità



(Cristiana Dobner) «Teresa patrimonio dell’umanità» è stato intitolato il congresso mondiale che si è svolto ad Ávila all’università della Mistica dei carmelitani scalzi dal 21 al 28 settembre scorso, a chiusura del quinto centenario della nascita di Teresa di Gesù. La sua testimonianza di vita e di fede infatti ha oltrepassato i secoli e, ancor oggi, richiama per la sua vitalità non solo chi la segue sulla strada dei consigli evangelici — come le figlie e i figli della sua riforma — ma anche innumerevoli laici e tante persone lontane dalla fede.Patrimonio dell’umanità è una definizione audace. Paolo VI, però, l’aveva in qualche modo anticipata quando di lei scrisse «com’è grande, com’è unica, com’è umana!». Un rapido sguardo sullo svolgimento del congresso sarà sufficiente per comprendere lo spessore del lascito teresiano: non un reperto archeologico, ma linfa che scorre ancora limpida e vitale.
La tornata delle conferenze è stata aperta, dopo la prolusione del preposito generale dell’ordine, Saverio Cannistrà, da un filologo, Víctor García de la Concha — il direttore dell’Istituto Cervantes che ha guidato la Real Academia Española — con una conferenza dedicata alla riforma letteraria di Teresa di Gesù, unita alla riforma conventuale e a quella spirituale. Il teologo e poeta Rowan Williams, già arcivescovo di Canterbury e primate anglicano, nella sua relazione ha poi definito Teresa «un pilastro per l’ecumenismo» e la sua fedeltà all’eucaristia come la migliore risposta possibile nel secolo in cui visse, perché è il sacramento che ci insegna a «far sì che la realtà di Gesù diventi viva in noi». Sono poi intervenuti due ecclesiastici spagnoli. Il cardinale Ricardo Blázquez, arcivescovo di Valladolid e presidente della Conferenza episcopale spagnola, parlando di Teresa patrimonio spirituale per l’uomo d’oggi, si è rivolto a ogni persona che cerchi oggi di accogliere l’invito di Dio a conoscerlo e amarlo. L’arcivescovo di Madrid Carlos Osoro ha invece illustrato la gioia del Vangelo e di Teresa che l’ha incarnato e l’ha trasmesso alla sua Riforma.
Hanno parlato psichiatri, biblisti, specialisti — come il segretario dell’Unesco per il dialogo interreligioso, Francesc Torradeflot — che le hanno riconosciuto una straordinaria creatività e una grande intelligenza, risorse che le hanno permesso di affrontare le difficoltà e di diventare un ponte di dialogo, di incontro e di comunione.
Conferenze, simposi paralleli, relazioni, tavole rotonde e concerti hanno fatto emergere le diverse sfaccettature di Teresa dottore della Chiesa e donna integra che seppe aprirsi un varco in una società maschilista.
Secondino Castro — teologo, biblista e specialista di Teresa — ha parlato della sua esperienza trascendentale, ovvero della sua mistica senza i fenomeni mistici, e ha affermato che l’esperienza teresiana di Dio è stata spesso interpretata alla luce della sua fenomenologia e chiarita da questa impostazione metodologica. Non sempre però così accade, tanto che sarebbero auspicabili ulteriori studi in questo campo. La sua mistica comunque si rivela come mistica radicata nella Scrittura.
Nella quarta giornata del convegno, Julia Kristeva, autrice di Thérèse mon amour (2008), ha tenuto insieme a chi scrive la relazione «Teresa di Gesù “umanista” una visione da angoli contrastanti». Le grandi tradizioni mistiche islamiche e induiste si sono poi confrontate in una tavola rotonda.
Ma è sembrata Teresa stessa a guidare con la sua presenza e il suo spirito i cinquecento partecipanti al convegno e le migliaia di persone collegate in rete, invitando a camminare verso quella meta già tracciata da Paolo VI quando proclamò la santa dottore della Chiesa: «Il centro della dottrina spirituale di Teresa è Cristo che rivela il Padre, ci unisce a lui e ci associa a sé» e «l’umanità di Cristo assume intimamente l’uomo che a lui interamente si affida, nel mistero della sua morte, risurrezione e vita gloriosa presso il Padre. Per questo l’umanità sacratissima di Cristo comprende ogni nostro bene e salvezza».
L'Osservatore Romano

martedì 18 agosto 2015

L’essere viene prima dell’agire




Maestra di vita. Pubblichiamo, quasi per intero, l’intervento che il cardinale prefetto emerito della Congregazione per l’educazione cattolica ha tenuto recentemente ad Ávila nel corso del congresso interuniversitario dedicato a «Santa Teresa de Jesús, Maestra de Vida», in occasione del quinto centenario della nascita della santa mistica spagnola.
(Zenon Grocholewski) Santa Teresa d’Ávila, di cui celebriamo il quinto centenario della nascita, è una persona affascinante. Il beato Paolo VI, proclamandola dottore della Chiesa, il 27 settembre 1970, esclamò pieno di ammirazione: «La vediamo apparire davanti a noi, come donna eccezionale, come religiosa, che, tutta velata di umiltà, di penitenza e di semplicità, irradia intorno a sé la fiamma della sua vitalità umana e della sua vivacità spirituale, e poi come riformatrice e fondatrice d’uno storico e insigne ordine religioso, e scrittrice genialissima e feconda, maestra di vita spirituale, contemplativa incomparabile e indefessamente attiva; Com’è grande! com’è unica! com’è umana! com’è attraente questa figura!».
Nella vita di questa grande santa, infatti, colpiscono tre cose. In primo luogo, la sua straordinaria saggezza e intelligenza, nonostante non abbia compiuto alcuni studi superiori; saggezza che traspare nei suoi numerosi scritti: l’Autobiografia, leRelazioni, il Cammino di Perfezione, il Castello interiore, che è la sua opera più celebre. Grazie al suo insegnamento, è rimasta per secoli, e rimane ancora, grande maestra di vita spirituale. Anzi, come ho già menzionato, il beato Paolo VI le ha conferito perfino il titolo di “dottore della Chiesa”. Ed è stata la prima donna insignita dalla Chiesa di un tale titolo. 
In seconda battuta, l’immensa attività esterna diretta a riformare la Chiesa ferita dalla Riforma protestante. Come sappiamo, questa umile religiosa, spesso malata, ha istituito ben diciassette monasteri, il primo convento per i carmelitani scalzi — insieme a san Giovanni della Croce —, quattordici case per le carmelitane e, infine, ha compiuto la riforma del proprio ordine. 
La profonda vita mistica è, però, ciò che più colpisce nella sua vita. Soprattutto nella sua Autobiografia essa non solo espose il suo pensiero mistico, la cui espressione più alta è l’estasi, ma descrive anche le proprie intense esperienze mistiche.
Un artista, dovendo fare il ritratto di una persona, cerca di trovare ed esprimere ciò che la caratterizza principalmente. Da questo dipende la qualità del ritratto. Penso che la stupenda scultura di santa Teresa Ávila, realizzata dal grande Gian Lorenzo Bernini (1598-1680), che si trova nella chiesa di Santa Maria della Vittoria a Roma, è proprio l’opera d’arte che la raffigura nel suo “essere” più profondo e più sublime: essere che non soltanto ha determinato la sua vita spirituale, ma anche la sua saggezza e la sua ricca attività esterna, ossia il suo agire.
La scultura — uno degli esempi più alti di arte barocca, considerata dalla critica come uno dei massimi capolavori del Bernini — è la raffigurazione dell’estasi di santa Teresa. La scena s’ispira a un celebre passo della sua Autobiografia, in cui ella descrive una delle sue esperienze mistiche: «Il Signore, mentre ero in tale stato, volle alcune volte favorirmi di questa visione: vedevo vicino a me, dal lato sinistro, un angelo in forma corporea. In questa visione piacque al Signore che lo vedessi così: non era grande, ma piccolo e molto bello, con il volto così acceso da sembrare uno degli angeli molto elevati in gerarchia che pare che brucino tutti in ardore divino. Gli vedevo nelle mani un lungo dardo d’oro, che sulla punta di ferro mi sembrava avesse un po’ di fuoco. Pareva che me lo configgesse a più riprese nel cuore, così profondamente che mi giungeva fino alle viscere, e quando lo estraeva sembrava portarselo via, lasciandomi tutta infiammata di grande amore di Dio». 
Infatti, come è noto, il gruppo scultoreo del Bernini, molto espressivo e movimentato, rappresenta la santa rapita nell’estasi mistica, giacente su una nuvola, a occhi chiusi, con la bocca leggermente aperta che emette un gemito. Di fronte a lei, un angelo con in mano una freccia infuocata dal divino amore in mano, la sovrasta e, sorridendo, si accinge, con aria tranquilla, a trafiggerle il cuore. Questa scena ha come sfondo un fascio di raggi dorati, inondati da una luce misteriosa, che cadendo da una finestra nascosta dai vetri gialli, ci rende consapevoli dell’illuminazione divina in questa intensa esperienza soprannaturale. Si tratta quindi del momento culminante dell’estasi.
Penso che, in questo modo, il Bernini abbia colto la più profonda chiave di lettura della vita e dell’attività della santa. La fervida unione con Cristo, infatti, è la fonte della sua saggezza. Più che con lo studio, si conosce Cristo e il suo messaggio con la contemplazione. Il beato Paolo VI, nell’omelia menzionata, si pone la domanda: «Donde veniva a Teresa il tesoro della sua dottrina?». E dopo aver indicato diverse cose, pone una seconda domanda, questa volta solo retorica: «Ma era soltanto questa la sorgente della sua “eminente dottrina”? o non si devono riscontrare in santa Teresa atti, fatti, stati, che non provengono da lei, ma che da lei sono subiti, che sono cioè così sofferti e passivi, mistici nel vero senso della parola, da doverli attribuire a una azione straordinaria dello Spirito Santo?». Quindi il Pontefice continua: «Siamo indubbiamente davanti a un’anima nella quale l’iniziativa divina straordinaria si manifesta, e dalla quale essa è percepita e quindi descritta da Teresa, con un linguaggio letterario suo proprio, semplicemente, fedelmente, stupendamente». E, poco dopo osserva: «È l’unione con Dio più intima e più forte che ad anima vivente in questa terra sia dato sperimentare; e che diventa luce, diventa sapienza; sapienza delle cose divine, sapienza delle cose umane». 
Non c’è alcun dubbio che l’intensa unione con Cristo di santa Teresa era anche la fonte del suo appassionato e zelante impegno per sanare le ferite della Chiesa attraverso la propagazione e la riforma coraggiosa della vita religiosa autentica e solida. «La sua esperienza mistica — come ci ha ricordato Papa Francesco nel messaggio indirizzato al vescovo di Ávila in occasione dell’apertura dell’Anno giubilare teresiano — non la separò dal mondo né dalle preoccupazioni della gente. Al contrario, le diede nuovo impulso e coraggio per l’operato e i doveri di ogni giorno. Lei visse le difficoltà del suo tempo senza cedere alla tentazione del lamento amaro, ma piuttosto accettandole nella fede come un’opportunità per fare un passo avanti nel cammino».
Qui si verifica la realizzazione di un motto caro ai domenicani, coniato da san Tommaso d’Aquino: contemplari et contemplata aliis tradere (“contemplare e dare agli altri le cose contemplate”). In realtà, santa Teresa d’Ávila ha condotto una vita di contemplazione il cui culmine è l’estasi. E ciò che ha scritto e ha fatto era proprio la realizzazione delle cose prima contemplate. Quindi, considero la scultura di Gian Lorenzo Bernini la più sublime espressione artistica dell’essere e dell’agire di santa Teresa d’Avila e, nello stesso tempo, un richiamo forte a una intensa vita interiore per poter realmente acquisire la saggezza e contribuire alla crescita della Chiesa con un apostolato efficace.
L'Osservatore Romano

sabato 28 marzo 2015

Lettera del Santo Padre al Preposito Generale dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi per i 500 anni della nascita di Santa Teresa di Gesù, 28.03.2015




Nuovo tweet del Papa: "In quanto discepoli di Cristo, non possiamo non interessarci al bene dei più deboli." (28 marzo 2015)

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Lettera del Santo Padre al Preposito Generale dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi per i 500 anni della nascita di Santa Teresa di Gesù, 28.03.2015 
 Sala stampa della Santa Sede
[Text: Español, Italiano]  

Pubblichiamo di seguito la Lettera che Papa Francesco ha inviato al Preposito Generale dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi, Padre Saverio Cannistrà, nel quinto Centenario della nascita di Santa Teresa di Gesù:
Lettera del Santo Padre

Al Revdmo. P. Saverio Cannistrà
Prepósito general de la Orden de los Hermanos Descalzos
de la Bienaventurada Virgen María del Monte Carmelo
Querido Hermano:
Al cumplirse de los quinientos años del nacimiento de santa Teresa de Jesús, quiero unirme, junto con toda la Iglesia, a la acción de gracias de la gran familia del Carmelo descalzo –religiosas, religiosos y seglares– por el carisma de esta mujer excepcional.(...)


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Così il 27 settembre 1970 Paolo VI spiegò il riconoscimento di Teresa d’Ávila come dottore della Chiesa. Una lampada accesa

Noi abbiamo conferito, o meglio Noi abbiamo riconosciuto il titolo di Dottore della Chiesa a Santa Teresa di Gesù. Il solo fatto di proferire il nome di questa Santa, singolarissima e grandissima, in questo luogo e in questa circostanza, solleva nelle nostre anime un tumulto di pensieri: il primo sarebbe quello di rievocare la figura di Teresa: la vediamo apparire davanti a noi, come donna eccezionale, come religiosa, che, tutta velata di umiltà, di penitenza e di semplicità, irradia intorno a sé la fiamma della sua vitalità umana e della sua vivacità spirituale, e poi come riformatrice e fondatrice d’uno storico e insigne Ordine religioso, e scrittrice genialissima e feconda, maestra di vita spirituale, contemplativa incomparabile e indefessamente attiva; ... com’è grande! com’è unica! com’è umana! com’è attraente questa figura!Prima di parlare d’altro saremmo tentati a parlare di lei, di questa Santa, sotto tanti aspetti interessantissima. Ma non attendete da Noi, in questo momento, che vi parliamo della persona e dell’opera di Teresa di Gesù: basterebbe la duplice bibliografia raccolta nel volume preparato con tanta cura dalla nostra Sacra Congregazione per le Cause dei Santi per scoraggiare chi volesse condensare in brevi parole l’immagine storica e biografica di questa Santa, che sembra straripare dai lineamenti descrittivi nei quali si vorrebbe contenere. Del resto, non è su di lei propriamente che noi vogliamo ora fissare, per un istante, la nostra attenzione. Ma è sull’atto che noi abbiamo compiuto testé; sul fatto che incidiamo nella storia della Chiesa e che affidiamo alla pietà e alla riflessione del Popolo di Dio, sul conferimento, dicevamo, del titolo dottorale a Teresa di Ávila, a Santa Teresa di Gesù, la grande Carmelitana. 
E il significato di questo atto è molto chiaro; un atto che intenzionalmente vuole essere luminoso, che potrebbe avere una sua simbolica immagine in una lampada accesa davanti all’umile e maestosa figura della Santa: luminoso per il fascio di raggi che la lampada del titolo dottorale proietta sopra di lei; e luminoso per un altro fascio di raggi, che questo stesso titolo dottorale proietta sopra di noi. Sopra di lei, Teresa: la luce del titolo mette in evidenza indiscutibili valori che già le erano ampiamente riconosciuti: la santità della vita, innanzitutto, valore questo già ufficialmente proclamato, fin dal 12 marzo 1622 — Santa Teresa era morta trenta anni prima —, dal nostro Predecessore Gregorio XV, nella celebre canonizzazione, che, con la nostra Carmelitana, iscrisse nell’albo dei Santi Ignazio di Loiola, Francesco Saverio, Isidoro Agricola, tutti gloria della Spagna cattolica, e con loro Filippo Neri, fiorentino-romano quest’ultimo; e mette in evidenza altresì «l’eminenza della dottrina», in secondo luogo, ma questa specialmente (cfr. Prospero Lambertini, poi Papa Benedetto XIV, De Servorum Dei beatificatione, IV, 2, c. 11, n. 13). 
La dottrina dunque di Santa Teresa d’Ávila risplende dei carismi della verità, della conformità con la fede cattolica, dell’utilità per l’erudizione delle anime; e un altro possiamo particolarmente notare, il carisma della sapienza, che ci fa pensare all’aspetto più attraente e insieme più misterioso del dottorato di Santa Teresa, all’influsso cioè della divina ispirazione in questa prodigiosa e mistica scrittrice. Donde veniva a Teresa il tesoro della sua dottrina? Indubbiamente dalla sua intelligenza e dalla sua formazione culturale e spirituale, dalle sue letture, dalle conversazioni con grandi maestri di teologia e di spiritualità, da una sua singolare sensibilità, da una sua abituale ed intensa disciplina ascetica, dalla sua meditazione contemplativa, in una parola dalla sua corrispondenza alla grazia, accolta nell’anima straordinariamente ricca e preparata alla pratica e all’esperienza dell’orazione. Ma era soltanto questa la sorgente della sua «eminente dottrina»? o non si devono riscontrare in Santa Teresa atti, fatti, stati, che non provengono da lei, ma che da lei sono subiti, che sono cioè così sofferti e passivi, mistici nel vero senso della parola, da doverli attribuire ad una azione straordinaria dello Spirito Santo? Siamo indubbiamente davanti ad un’anima nella quale l’iniziativa divina straordinaria si manifesta, e dalla quale essa è percepita e quindi descritta da Teresa, con un linguaggio letterario suo proprio, semplicemente, fedelmente, stupendamente. 
Qui le questioni si moltiplicano. L’originalità dell’azione mistica è fra i fenomeni psicologici più delicati e più complessi, nei quali molti fattori possono intervenire, e obbligare l’osservatore alle più severe cautele; ma nei quali le meraviglie dell’anima umana si manifestano in modo sorprendente, ed una fra tutte più comprensiva: l’amore, che celebra nella profondità del cuore le sue espressioni più varie e più piene; amore che dovremo chiamare alla fine connubio, perché esso è l’incontro dell’amore divino inondante che discende all’incontro con l’amore umano, che tende a salire con tutte le forze; è l’unione con Dio più intima e più forte che ad anima vivente in questa terra sia dato sperimentare; e che diventa luce, diventa sapienza; sapienza delle cose divine, sapienza delle cose umane. Ed è di questi segreti che ci parla la dottrina di Teresa; sono i segreti dell’orazione. La sua dottrina è qui. 
Ella ha avuto il privilegio e il merito di conoscerli questi segreti per via di esperienza, vissuta nella santità d’una vita consacrata alla contemplazione e simultaneamente impegnata nell’azione, e di esperienza insieme patita e goduta nell’effusione di straordinari carismi spirituali. Teresa ha avuto l’arte di esporli questi medesimi segreti, tanto da classificarsi fra i sommi maestri della vita spirituale. Non indarno la statua, che colloca, come Fondatrice, la figura di Teresa in questa Basilica, reca l’iscrizione che ben definisce la Santa: Mater spiritualium. Era già ammessa, si può dire per consenso unanime, questa prerogativa di Santa Teresa, di essere madre, d’essere maestra delle persone spirituali. Una madre piena d’incantevole semplicità, una maestra piena di mirabile profondità. Il suffragio della tradizione dei Santi, dei Teologi, dei Fedeli, degli studiosi le era già assicurato; noi lo abbiamo ora convalidato, facendo in modo che, ornata di questo titolo magistrale, ella abbia una più autorevole missione da compiere, nella sua Famiglia religiosa e nella Chiesa orante e nel mondo, con un suo messaggio perenne e presente: il messaggio dell’orazione.
È questa la luce, resa oggi più viva e penetrante che il titolo di Dottore, conferito a Santa Teresa, riverbera sopra di noi. Il messaggio dell’orazione! Viene a noi, figli della Chiesa, in un’ora segnata da un grande sforzo di riforma e di rinnovamento della preghiera liturgica; viene a noi, tentati dal grande rumore e dal grande impegno del mondo esteriore di cedere all’affanno della vita moderna e di perdere i veri tesori della nostra anima nella conquista dei seducenti tesori della terra. Viene a noi, figli del nostro tempo, mentre si va perdendo non solo il costume del colloquio con Dio, ma il senso del bisogno e del dovere di adorarlo e d’invocarlo. Viene a noi il messaggio della preghiera, canto e musica dello spirito imbevuto della grazia e aperto alla conversazione della fede, della speranza e della carità, mentre l’esplorazione psicanalitica scompone il fragile e complicato strumento che noi siamo, non più per trarne le voci dell’umanità dolorante e redenta, ma ascoltarne il torbido mormorio del suo subcosciente animale e le grida delle sue incomposte passioni e della sua angoscia disperata. Viene il messaggio sublime e semplice dell’orazione della sapiente Teresa, che ci esorta ad intendere «il grande bene che fa Dio ad un’anima, allorché la dispone a praticare con desiderio l’orazione mentale; ... perché l’orazione mentale, a mio parere, altro non è che una maniera amichevole di trattare, nella quale ci troviamo molte volte a parlare, da solo a solo, con Colui che sappiamo che ci ama» (Vida, 8, 4-5). 
In sintesi, questo il messaggio per noi di Santa Teresa di Gesù, Dottore della Santa Chiesa: ascoltiamolo e facciamolo nostro. Dobbiamo aggiungere due rilievi che ci sembrano importanti. Il primo è quello che osserva come Santa Teresa d’Ávila sia la prima donna a cui la Chiesa conferisce questo titolo di Dottore; e questo fatto non è senza il ricordo della severa parola di San Paolo: Mulieres in Ecclesiis taceant (1 Cor. 14, 34): il che vuol dire, ancora oggi, come la donna non sia destinata ad avere nella Chiesa funzioni gerarchiche di magistero e di ministero. Sarebbe ora violato il precetto apostolico? Possiamo rispondere con chiarezza: no. In realtà, non si tratta di un titolo che comporti funzioni gerarchiche di magistero, ma in pari tempo dobbiamo rilevare che ciò non significa in nessun modo una minore stima della sublime missione che la donna ha in mezzo al Popolo di Dio. 
Al contrario, la donna, entrando a far parte della Chiesa con il Battesimo, partecipa del sacerdozio comune dei fedeli, che la abilita e le fa obbligo di «professare dinanzi agli uomini la fede ricevuta da Dio per mezzo della Chiesa» (Lumen gentium, c. 2, 11). E in tale professione di fede tante donne sono arrivate alle cime più elevate, fino al punto che la loro parola e i loro scritti sono stati luce e guida dei loro fratelli. Luce alimentata ogni giorno nel contatto intimo con Dio, anche nelle forme più nobili dell’orazione mistica, per la quale San Francesco di Sales non esita a dire che posseggono una speciale capacità. Luce fatta vita in maniera sublime per il bene e il servizio degli uomini. 
Per questo il Concilio ha voluto riconoscere l’alta collaborazione con la grazia divina che le donne sono chiamate ad esercitare, per instaurare il Regno di Dio sulla terra, e nell’esaltare la grandezza della loro missione, non dubita di invitarle egualmente a cooperare «perché l’umanità non decada», per «riconciliare gli uomini con la vita», «per salvare la pace nel mondo» (Vat. II, Messaggio alle donne). In secondo luogo, non vogliamo tralasciare il fatto che Santa Teresa era spagnola e a buon diritto la Spagna la considera una delle sue glorie più grandi. Nella sua personalità si apprezzano le caratteristiche della sua patria: la robustezza di spirito, la profondità dei sentimenti, la sincerità di cuore, l’amore alla Chiesa. La sua figura si colloca in un’epoca gloriosa di santi e di maestri che distinguono il loro tempo con lo sviluppo della spiritualità. Li ascolta con l’umiltà della discepola, mentre allo stesso tempo sa giudicarli con la perspicacia di una grande maestra di vita spirituale, e come tale questi la considerano. 
D’altra parte, dentro e fuori delle frontiere patrie, si agitava violenta la tempesta della Riforma, opponendo tra di loro i figli della Chiesa. Ella per il suo amore alla verità e la sua intimità con il Maestro, ebbe ad affrontare amarezze e incomprensioni di ogni sorta e non sapeva dar pace al suo spirito dinanzi alla rottura dell’unità: «Ho sofferto molto — scrive — e come se io potessi qualcosa o fossi qualcosa piangevo con il Signore e lo supplicavo di rimediare tanto male» (Camino de perfección, c. 1, n. 2; BAC, 1962, 185). Questo suo sentire con la Chiesa, provato nel dolore alla vista della dispersione delle forze, la condusse a reagire con tutto il suo forte spirito castigliano nell’ansia di edificare il regno di Dio; decise di penetrare nel mondo che la circondava con una visione riformatrice per imprimergli un senso, un’armonia, un’anima cristiana. A distanza di cinque secoli, Santa Teresa di Avila continua a lasciare le orme della sua missione spirituale, della nobiltà del suo cuore assetato di cattolicità, del suo amore spoglio di ogni affetto terreno per potersi dare totalmente alla Chiesa. Prima del suo ultimo respiro, ella poté ben dire, come riepilogo della sua vita: «Finalmente, sono figlia della Chiesa!». In questa espressione, gradito presagio della gloria dei beati per Teresa di Gesù, vogliamo vedere l’eredità spirituale legata a tutta la Spagna. Vogliamo anche vedere un invito a tutti noi a farci eco della sua voce, a trasformarla in programma della nostra vita per poter ripetere con lei: siamo figli della Chiesa.
L'Osservatore Romano