Visualizzazione post con etichetta Francescanesimo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Francescanesimo. Mostra tutti i post

mercoledì 2 agosto 2017

La Porziuncola. Chiusura dell’VIII centenario del Perdono di Assisi. Omelia del cardinale Pietro Parolin



Eccellenza,
Cari Sacerdoti concelebranti,
Cari Frati Francescani,
Distinte Autorità,
Cari fratelli e sorelle in Cristo,
Vorrei innanzitutto porgervi il cordiale e benedicente saluto di Papa Francesco e manifestare la mia letizia di poter celebrare con voi la ricorrenza del “Perdono di Assisi”, alla conclusione dell’anno che ricorda l’ottavo secolo dalla sua istituzione.
È davvero motivo di sommo gaudio constatare come il bene compiuto dai santi si dilati nello spazio e nel tempo e giunga fino a noi. Dà conforto vedere una così ampia partecipazione di fedeli e la presenza delle Autorità, a dimostrazione che l’esempio del Poverello di Assisi interroga le coscienze e la comunità nel suo insieme e ci attira al Signore. A tutti va il mio cordiale ringraziamento.
Il 2 agosto 1216 San Francesco, raggiante per aver ottenuto da Papa Onorio III la concessione dell’indulgenza per coloro i quali si sarebbero recati in pellegrinaggio presso la chiesa di Santa Maria degli Angeli, non trattenne la gioia ed esclamò: “Fratelli miei, voglio mandarvi tutti in Paradiso” (Diploma di Teobaldo FF 3391-3399).
Queste parole svelano che l’ardore col quale egli amò il Signore divenne compassione e carità verso il prossimo, si trasformò in supplica a Dio perché riversi con abbondanza la sua misericordia sul suo popolo. Sono parole che ci dicono anche la missione fondamentale della Chiesa, quella di favorire l’incontro tra Dio e gli esseri umani, di costruire solidi ponti tra Cielo e Terra, di mostrare una via di salvezza offerta a tutti e non riservata a piccoli gruppi di dotti e sapienti. Una strada accessibile ai poveri, agli ultimi, ampia e libera da ostacoli, che conduce alla salvezza, anche se attraverso una porta stretta come quella della Porziuncola, la porta dell’autentica conversione del cuore e della vita.
Nella Porziuncola, come nella grotta di Betlemme e nella Santa Casa di Nazaret l’infinita misericordia divina si manifesta in uno spazio delimitato. Dio si rivela e nel medesimo tempo sembra velarsi. Si pone al nostro fianco, ci vuole “portare tutti in Paradiso”, ma utilizza canali di umiltà, scegliendo luoghi periferici e segni delicati. Come ha affermato il Santo Padre Francesco nella sua lettera a S.E. Mons. Domenico Sorrentino in occasione dell’inaugurazione del Santuario della Spogliazione, “l’Onnipotenza, in qualche modo, si eclissa, affinché la gloria del Verbo fatto carne si esprima soprattutto nell’amore e nella misericordia” (16 aprile 2017).
Dio ha voluto essere riconosciuto nella fragilità, manifestando la sua gloria con piccole fiammelle di luce. Se si fosse mostrato attraverso segni grandiosi, probabilmente i potenti di questo mondo se ne sarebbero impadroniti, risultando privilegiati, non solo per le ricchezze e il potere terreno, ma anche nella facilità dell’incontro con Dio.
Rivelandosi invece nella semplicità e in una disarmante umiltà, Egli ha offerto a tutti lo splendore del Volto di Dio, che si china sull’umile e sul povero e resiste al superbo, a chi è troppo pieno di sé, del suo potere, delle sue conoscenze e progetti, delle sue relazioni e ricchezze per accorgersi di un Dio che si fa piccolo, che si abbassa e si spoglia per innalzare e rivestire di grazia l’essere umano.
Questo è in sintonia con quanto abbiamo oggi ascoltato nella lettura tratta dal libro del Siracide. Abbiamo visto che la Sapienza, si manifesta, non sulla vetta di qualche monte sperduto o in qualche appartato palazzo principesco, non nell’ambiente rarefatto e raffinato di qualche consorteria di eruditi, ma “in mezzo al suo popolo… nell’assemblea dell’Altissimo… nella comunità… tra la moltitudine degli eletti” (Cfr. Sir 24,1-3). La Sapienza non si nasconde in luoghi inaccessibili, ma si fa vicina, alla portata di chiunque la voglia trovare. La Sapienza esclama: “Avvicinatevi a me, voi che mi desiderate, e saziatevi dei miei prodotti. Poiché il ricordo di me è più dolce del miele, il possedermi è più dolce del favo di miele” (Sir 24,18-19).
Le letture odierne ci parlano della Sapienza, che in Cristo si è avvicinata a noi. Dal fuoco d’amore nella Trinità all’Incarnazione del Figlio di Dio viene realizzato il disegno che dà compimento alle promesse antiche, facendo nuove tutte le cose. Solo l’essenza di Dio, che è amore, può spiegare questo movimento del Creatore dall’alto al basso, questo farsi piccolo, debole e dipendente dalle cure umane.
Come non prorompere nell’inno di giubilo e magnificare il Signore per quanto Egli compie? Come non gioire per una bontà che non si limita a contemplare sé stessa, ma vuole diffondersi e donarsi? Che accetta - per amore - di essere ferita, rifiutata, inchiodata ad una croce?
Maria ringrazia e gioisce per le mirabili azioni compiute da Dio, nella storia e nella sua persona. Ella si accorge di essere al centro della storia della salvezza, il compimento delle promesse e l’aurora del mondo nuovo.
Similmente, San Francesco gioisce per la bontà del Signore che, con la concessione dell’indulgenza, offre con larghezza il perdono, togliendo non solo la colpa e la condanna, che sono il salario del peccato, ma anche la pena temporale residua per “mandarci tutti in Paradiso”.
Leggendo le cronache della vita di San Francesco si rimane stupiti nel vedere quanto contasse il Paradiso per gli uomini e le donne di quel secolo, quanto fossero disposti a camminare, ad impegnarsi, a pregare, per non allontanarlo dal loro orizzonte.
Desta meraviglia scoprire quanto gli uomini pensassero alle cose del Cielo, quanto fossero consapevoli che il destino definitivo, quello vero, non si gioca nelle soddisfazioni e realizzazioni terrene, ma lo si trova nel mondo futuro, lassù nella città dei Santi e non quaggiù nelle città terrene, colme di affanni, di dubbi commerci e di vanità.
Questa consapevolezza era resa più acuta dalle condizioni di allora, dove grandi epidemie e limitate ma ricorrenti guerre, unite alle scarse conoscenze scientifiche, rendevano maggiormente evidente la labilità dell’esistenza sulla Terra.
Forse a quei tempi l’animo umano era meno distratto, non essendo saturo l’etere di infinite immagini e suoni, e poteva concentrarsi con più facilità su pensieri alti. La società e la cultura si dimostravano sensibili al soprannaturale, disponibili a riflettere sul destino dell’anima, ad impegnarsi affinché, se la vita sulla terra era labile e stentata, fosse almeno felice e gioiosa quella che attendeva tutti, in Paradiso.
Oggi non è facile “rientrare in se stessi” (Cfr. Lc 15,17), come fece il figliol prodigo. Non siamo aiutati a comprendere che, inseguendo soltanto realizzazioni terrene, si andrà incontro ad amare sconfitte. Non è scontato capire che occorre rivolgersi a Dio, chiedere a Lui luce e conforto, accogliere il suo perdono, cambiare vita, mettere al centro il nostro destino definitivo.
Risulta complicato far spazio al pensiero su Dio, sulla Chiesa, sul fiume di grazia offerto dai sacramenti, sull’importanza di custodire la Parola di Dio per non compiere scelte distruttrici della comunione delle famiglie, di quella delle parrocchie o degli ambienti di lavoro, per non vivere senza bussola, vagando alla ricerca di una felicità che sfugge perennemente, perché, sfuggendo a Dio, non si ottiene la pace.
La festa odierna, questo santo luogo, l’esempio e la vita di San Francesco e, in modo sovraeminente le parole del Magnificat ci invitano a guardare con occhi nuovi la realtà, ad avvicinarci a Gesù e a Sua Madre, ad incamminarci verso la Porziuncola per adorare e ricevere la forza di essere gioiosi testimoni di Cristo.
Dio è presente in ogni luogo ed è il Signore della Storia. Tuttavia, come abbiamo ascoltato dalla lettura evangelica, ci sono luoghi e tempi speciali, dove il divino sceglie di mostrarsi in modo unico.
A Nazaret Maria ricevette l’Annunciazione da parte dell’Arcangelo Gabriele. In questa piccola chiesetta, ebbe in un certo senso inizio la storia del Giubileo nel mondo cristiano. Qui la santità del serafico di Assisi occasionò la perdonanza di Santa Maria degli Angeli, di cui il primo giubileo della Chiesa Universale del 1300 fu la logica conseguenza. In questo luogo, come ha ricordato il vostro Vescovo nella sua Lettera Pastorale nell’VIII centenario dell’indulgenza della Porziuncola: “Francesco, che ha rinunciato ai tesori della Terra, distribuisce a piene mani i tesori del Cielo”.
Preghiamo la Beata Vergine Maria e San Francesco affinché si diffonda il desiderio di conversione, l’aspirazione alla santità, la gioia di camminare nella quotidianità con i piedi ben poggiati a terra, ma con lo sguardo costantemente rivolto al Cielo, per ricevere dall’alto guida, chiarezza d’intenti, consolazione, aiuto e protezione.
Preghiamo la Santa Madre di Dio e i Santi perché possiamo compiere la volontà di Dio, che coincide con il nostro vero bene e, a questo fine, approfittiamo volentieri della perdonanza di Assisi, varcando con cuore rinnovato la soglia della Porziuncola.

giovedì 11 agosto 2016

11 Agosto. Santa Chiara Vergine



***

Richiamo all’essenziale 

(Jean-Baptiste Sourou) Santa Chiara «è un richiamo permanente per la Chiesa perché ritorni all’essenzialità e alla radicalità del Vangelo». Lo ha detto il cardinale Beniamino Stella, prefetto della Congregazione per il clero, durante la messa presieduta nella basilica della santa, ad Assisi, giovedì mattina, 11 agosto. La solenne concelebrazione eucaristica è stata il momento centrale della festa liturgica in onore della santa, apertasi la sera di mercoledì con la veglia di preghiera nel santuario di San Damiano.
Intorno all’altare, oltre al vescovo di Assisi - Nocera Umbra - Gualdo Tadino, monsignor Domenico Sorrentino, c’erano una quarantina di sacerdoti, molti delle famiglie francescane e del clero locale.
Di fronte a una grande assemblea di fedeli e pellegrini, il porporato ha ricordato che la forza di Chiara risiedeva nell’ascolto della voce di Cristo, nella sequela gioiosa e nella testimonianza dell’amore. Sviluppando questo trinomio lungo l’intera omelia, il cardinale Stella ha sottolineato che «ascoltare la chiamata di Cristo è il fondamento di ogni vita cristiana. Dio non agisce con violenza verso di noi», ha ribadito, ma «si fa povero e umile, quasi a mendicare uno spazio nel nostro cuore, come uno sposo bussa alle porte della sua amata».
«Abbiamo bisogno — ha proseguito il porporato — di lasciarci condurre nel deserto, di creare in noi, per così dire, “uno spazio vuoto”, perché quando il cuore è sgombro da ogni rumore, allora può accogliere la parola di Dio, che libera, trasforma e guarisce». E di questo atteggiamento, ha ancora sottolineato il celebrante, «c’è molto bisogno non solo nella nostra vita personale, ma anche nella Chiesa, che deve superare la tentazione dell’attivismo e della mondanità, per lasciare che Dio la conduca alla presenza del Signore nel silenzio e nell’adorazione».
Solo così, sull’esempio di santa Chiara, contemplando Cristo, il credente troverà la radice della sua gioia. Perché, ha ricordato il cardinale Stella, «non ci vantiamo con vanità e superficialità di noi stessi o delle nostre forze, né cerchiamo la gioia della nostra vita nei falsi idoli, ma confidiamo che Dio è dalla nostra parte, rimane fedele anche quando noi cadiamo, e ci apre al dono di una vita e di un incontro senza fine».
E tale gioia è contagiosa perché «rimaniamo nell’amore del Signore per portare frutto nel mondo». Si tratta di una «chiamata del Signore a condividere la sua gioia, ad andare verso gli altri e a spendere la nostra vita nell’amore», ha spiegato ancora il cardinale. E citando Papa Francesco, ha evidenziato che si tratta «di una gioia nell’esercizio della carità missionaria, che intende raggiungere tutti. Questo anelito missionario si realizza se diventiamo testimoni credibili dell’amore di Dio».
In conclusione, il prefetto della Congregazione per il clero ha invitato tutti a «condividere il progetto liberante del regno di Dio: prediamoci un po’ di tempo quotidiano per il Signore, assaporiamo la gioia di appartenere a lui diffondendola nel mondo, e impegniamoci a offrire la nostra vita nell’amore, nel servizio e nella carità solidaria, soprattutto nella cura dei poveri».
Al termine della messa, le autorità comunali, oltre al tradizionale dono del fiore e del cero, hanno offerto alle clarisse un aiuto destinato all’Istituto serafico dei ragazzi pluriminorati di Assisi. 

L'Osservatore Romano

mercoledì 10 agosto 2016

Chiara e i saraceni

st_clare

(Cristina Siccardi) Mentre nelle chiese si accolgono i musulmani e li si rende partecipi delle proprie liturgie, come è accaduto dopo l’assassinio del parroco di Saint-Etienne-du-Rouvray, accadono contemporaneamente episodi sacrileghi per loro mano perché l’Islam possiede nel suo patrimonio genetico il dovere di infierire e piegare gli infedeli. Le recenti profanazioni nelle chiese di Venezia sono la dimostrazione che la moderna pastorale ecumenica, che oggi invita ad una blasfema convivenza religiosa e non ad una oculata tolleranza, porta a creare situazioni che si ritorcono contro la Chiesa stessa.
Dopo il braccio spezzato al Cristo settecentesco di San Geremia a Venezia da parte di un franco-magrebino, ora espulso, pochi giorni dopo quattro donne musulmane velate hanno sputato sul Crocifisso della chiesa di San Zulian, vicina alla Basilica di San Marco. In questo sacro luogo entrano addirittura degli islamici per pregare Allah e quando sono stati ripresi dal sacrestano, il quale li ha invitati ad andare nelle loro moschee, essi hanno risposto spavaldamente che sono autorizzati a pregare proprio lì, perché «possiamo, il Papa ci ha dato il permesso»
Di fronte agli invasori musulmani santa Chiara di Assisi (festa liturgica: 12 agosto per il calendario del Vetus ordo e 11 agosto per quello del Novus ordo) reagì ben diversamente dalla Chiesa di Papa Francesco. Al tempo della santa essi venivano chiamati saraceni (termine utilizzato a partire dal II secolo d.C. sino a tutto il Medioevo per indicare i popoli provenienti dalla penisola araba o, per estensione, di religione musulmana). In Italia i saraceni compirono, per secoli, diverse incursioni prima nel Sud, conquistando la Sicilia, poi nel Nord Occidente, con base in Provenza (nel 906 saccheggiarono e distrussero l’Abbazia della Novalesa). Con le loro violente e sanguinarie scorrerie giunsero anche ad Assisi. Fu proprio Madre Chiara (1193/1194-1253) a fermarli. Figlia del conte Favarone di Offreduccio degli Scifi e di Ortolana, catturata dalla predicazione di san Francesco d’Assisi, nella notte della domenica delle Palme, quando aveva circa 18 anni, fuggì da una porta secondaria della casa paterna, situata nei pressi della cattedrale di Assisi, al fine di raggiungere Francesco e i suoi frati minori nella chiesetta di Santa Maria degli Angeli, già allora denominata Porziuncola. Francesco la condusse al monastero benedettino di San Paolo delle Badesse presso Bastia Umbra, per poi trovarle ricovero nel monastero di Sant’Angelo di Panzo, alle pendici del Subasio, dove poco dopo fu raggiunta dalla sorella Agnese. Infine prese dimora nel piccolo fabbricato annesso alla chiesa di San Damiano, restaurata da san Francesco sotto il permesso del Vescovo Guido. Qui Chiara venne raggiunta da un’altra sorella, Beatrice, e da sua madre, oltre che da molte altre donne: dapprima vennero chiamate popolarmente Damianite, mentre Francesco usava il titolo di Povere Dame, per prendere poi il nome di Clarisse.
Aveva circa 47 anni quando i saraceni insidiarono Assisi e il suo monastero. Non surrogato femminista, come molte suore odierne, Madre Chiara si pose a difesa con Cristo della sua amata città, sprovvista di valide difese. Federico II, Imperatore del Sacro Romano Impero e Re di Sicilia, aveva mosso guerra contro la Chiesa, spingendo le sue soldataglie all’invasione delle terre pontificie, chiedendo ausilio ai più fieri nemici della cristianità, i saraceni appunto. Ne assoldò circa 20 mila, donando loro la città di Lucera, nel regno di Napoli e da quella base partirono per continue scorrerie, saccheggiando, distruggendo, incendiando città e castelli, compiendo sacrilegi e profanazioni nelle chiese e nei monasteri, uccidendo e facendo prigionieri. Un venerdì del settembre 1240 scalarono le mura del monastero di Santa Chiara e le suore, lascia scritto Tommaso da Celano: «Corsero a santa Chiara che era gravemente inferma e, con molte lacrime, le dissero come quella gente pessima avevano rotte le porte del monastero. Ed essa le confortava che non temessero […] ma armate di fede ricorressero a Gesù Cristo. E giacendo santa Chiara sulla paglia, inferma, si fece portare una cassettina d’avorio dove era il Santo Corpo di Cristo consacrato e si fece portare incontro a quella mala gente. E orando devotamente […] “Pregoti, Signor mio, che ti piaccia che queste tue poverelle serve, le quali tu, Signore, hai nutricate sotto la mia cura, che non mi siano tolte né tratte di mano, acciò che non vengano nelle mani e alla crudeltà di questi infedeli e pagani; onde pregoti, Signor mio, che tu le guardi, che io senza di te guardarle non posso e massimamente ora in questo amaro punto”. A questo priego, dalla cassettina che aveva dinnanzi reverentemente, si uscì una voce, come di fanciullo e, udendola tutte le suore, disse: “Io per tuo amore guarderò te e loro sempre” […]». (Vita di santa Chiara vergine, Opusc. I,21-22, in FF 3201, pp. 1915-1916).
I mercenari islamici fuggirono precipitosamente dal monastero, respinti dalla potenza di una forza invisibile. E di lì a poco lasciarono Assisi. Tuttavia, nel 1241 l’Imperatore, scomunicato da Gregorio IX, non tollerando la sottomissione di Assisi al romano Pontefice, organizzò una nuova spedizione. Quando il pericolo fu imminente santa Chiara chiamò le consorelle: ordinò un giorno di digiuno, dopo il quale le invitò a cospargersi il capo di cenere e a prostrarsi con lei davanti al tabernacolo. La mattina del 22 giugno un forte temporale portò lo scompiglio nell’accampamento degli assedianti, costringendoli ad una nuova fuga. Santa Chiara difese Cristo, il monastero, la sua città con l’arma della Fede e con il Corpo di Nostro Signore. Catturata a Cristo grazie a san Francesco, abbandonò tutte le offerte terrene per vivere con sorella Povertà e unirsi al Crocifisso per guadagnare la salvezza di molti. Votata unicamente a Dio, si lasciò guidare da un’unica ricchezza, la Trinità, e non ebbe stima per nessun’altra religione che non fosse quella cattolica.
Papa Francesco cerca, come hanno fatto altri Pontefici del postconcilio, di applicare e di far applicare ciò che sta scritto nella Nostra aetate: «La Chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche nascosti, come vi si è sottomesso anche Abramo, a cui la fede islamica volentieri si riferisce. Benché essi non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano tuttavia come profeta; onorano la sua madre vergine, Maria, e talvolta pure la invocano con devozione. Inoltre attendono il giorno del giudizio, quando Dio retribuirà tutti gli uomini risuscitati. Così pure hanno in stima la vita morale e rendono culto a Dio, soprattutto con la preghiera, le elemosine e il digiuno». Parole sganciate dalla realtà religiosa, storica e culturale dei popoli. Allah non è Dio Uno e Trino: «Se, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorte tra cristiani e musulmani, il sacro Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà» (§ 3). Dimenticare significa rinnegare Cristo per cercare di raggiungere una religione universale di fattura umana.
Ricoprire le nostre terre cristiane di moschee, entrare nei centri di culto islamici, ammettere i musulmani nelle nostre chiese, dando luogo ad un sincretismo tanto profanatorio quanto assurdo, non potrà mai essere la chiave risolutiva dell’attuale violenza islamica. Santa Chiara arrestò i saraceni, veneratori, oggi come allora, di Maometto e non del Figlio di Dio, con la fiducia totale nella Verità, nella Giustizia, nei Valori, nella Pace, nella Libertà portata da Gesù Cristo e Gesù Cristo fece sentire la sua potenza.

giovedì 4 agosto 2016

Nostalgia di paradiso.



(José Rodríguez Carballo) Si celebra quest’anno l’ottavo centenario dell’indulgenza della Porziuncola, piccola porzione di terreno, con una cappelletta semidistrutta dedicata alla Vergine, che apparteneva ai benedettini di monte Subasio, nei dintorni di Assisi. Da fonti francescane sappiamo che Francesco «amò questo luogo sopra tutti gli altri al mondo, poiché qui — ci dice san Bonaventura nella Leggenda maggiore — cominciò con umiltà, qui progredì nella virtù, qui terminò felicemente il corso della vita». Nella Porziuncola il poverello condusse i suoi primi dodici frati. 
E lì, dove «la Madre delle misericordie» aveva creato qualche anno prima l’ordine dei frati minori, creò anche l’ordine delle sorelle povere. Era il 1211 quando la giovane Chiara, abbandonata «casa, città e famiglia», si rifugiò nella Porziuncola per consacrarsi al Signore e abbracciare la forma di vita che Francesco le avrebbe indicato e che poi Innocenzo iv avrebbe benedetto. Secondo le fonti, l’indulgenza della Porziuncola fu ottenuta dallo stesso Francesco da Onorio III, quando questi si trovava a Perugia nel 1216. Nota anche come “perdono di Assisi”, essa si celebra tutti gli anni il 2 agosto in tutte le chiese francescane del mondo, in particolare nella basilica di Santa Maria degli Angeli, custode amorosa della perla francescana, luogo santo tra i santi, come si legge sulla porta di entrata della cappelletta. Si tratta di un’indulgenza che Francesco chiese per i poveri, perché, contrariamente ad altre, non si dovette pagare nulla per ottenerla. Si tratta, anche, di un’indulgenza ottenuta per intercessione della Madre della misericordia, la Vergine fatta Chiesa, come canta lo stesso Francesco: Nostra Signora degli Angeli, della quale il poverello era particolarmente devoto. Perché Francesco ebbe l’ardire di chiedere questa indulgenza che avrebbe mutato la prassi penitenziale della Chiesa? Il “perdono di Assisi” ci permette di scoprire la profondità dello spirito di Francesco che, come afferma san Bonaventura, «desiderava con affettuosa pietà la salvezza delle anime e provava per esse uno zelo ardente». 
Francesco strappa dal cuore di Cristo la promessa di un perdono totale e immenso, che non esclude nessuno di coloro che, per povertà, non potevano pellegrinare in Terra santa o a Santiago de Compostela. L’indulgenza della Porziuncola mostra precisamente questa grande sollecitudine di Francesco verso i poveri. È, come già si è detto, l’indulgenza dei poveri e per i poveri. A Onorio III, che gli chiede per quanti anni desidera che gli sia concessa l’indulgenza straordinaria, Francesco risponde coraggiosamente che non chiede anni ma anime. Egli vuole che il fiume di misericordia, sgorgato dal cuore ferito del Redentore e a disposizione di tutti grazie all’intercessione della Regina degli angeli, possa fluire lentamente e dare refrigerio a quanti avrebbero varcato la soglia di questo «luogo santo», particolarmente ai poveri. Da allora, come ha ben scritto Joseph Ratzinger, «la Porziuncola è un luogo dell’anima, in cui Francesco ha risvegliato la nostalgia del paradiso». Bella e provvidenziale coincidenza, questa del centenario, con l’anno della misericordia convocato da Papa Francesco, che proprio alla Porziuncola si reca nel pomeriggio di giovedì 4 agosto. Una coincidenza che ci dà l’opportunità di scoprire Francesco d’Assisi come uno dei grandi profeti e apostoli della misericordia. In che senso? In Francesco, tutto ha inizio, anche la sua missione di profeta e apostolo della misericordia, dalla scelta fatta per il Vangelo. 
Dopo averlo ascoltato alla Porziuncola, esclamerà: «Questo è quello che voglio, questo è quello che cerco, questo è quello che nella più profonda intimità del cuore anelo a mettere in pratica». Da allora, desiderando vivere il Vangelo con serietà, radicalità e “sine glossa”, fa di esso la sua guida e lo assume come regola di vita per lui e per tutti i suoi seguaci, il che gli permette di seguire fedelmente le orme di Cristo povero e crocefisso, fino a identificarsi con lui. Essendo Gesù, quale è, il «volto della misericordia del Padre», come ci ricorda Papa Francesco, chi conduce una vita cristiforme, come nel caso di Francesco di Assisi, non può fare a meno di trasformarsi in profeta e apostolo della misericordia. Questa è la radice, prima e ultima, della missione del poverello di Assisi come testimone della misericordia. Questa missione è inoltre conseguenza del suo sentirsi “misericordiato” dal Signore, primo passo per essere testimone convinto e credibile di misericordia. 
Chi ha coscienza del proprio peccato — Francesco nel suo Testamento farà riferimento al periodo precedente alla sua conversione confessando di «quando viveva nel peccato» — e si sente perdonato per pura misericordia, non potrà fare a meno di usare e proporre misericordia a tutti. È ciò che sperimentò e fece Francesco quando, dopo essersi sentito oggetto di misericordia da parte del Signore, «usando misericordia» con il lebbroso, lo abbracciò e lo baciò. Il bacio al lebbroso non è altro che la conseguenza di sentirsi baciato, amato e perdonato lui stesso grazie alla misericordia del Padre. Come non vedere in questo abbraccio a uno dei lebbrosi un gesto che ci avvicina a quelli che chiede Papa Francesco a noi tutti nella Misericordiae vultus: «Apriamo i nostri occhi per guardare le miserie del mondo, le ferite di tanti fratelli e sorelle privati della dignità, e sentiamoci provocati ad ascoltare il loro grido di aiuto. Le nostre mani stringano le loro mani, e tiriamoli a noi perché sentano il calore della nostra presenza, dell’amicizia e della fraternità». 
Francesco è ben consapevole della doppia realtà nella quale vive: una realtà di peccato da parte sua e una realtà di grazia e di misericordia da parte del Signore. Quando frate Maseo, uno dei suoi primi compagni, stupito dal gran numero di seguaci di Francesco, gli chiese per tre volte: «Perché a te?», il poverello, «guardando il cielo», rispose: «Perché tra i peccatori non ce n’è un altro più vile, né miserabile, né più grande peccatore di me». Francesco si sente profondamente peccatore, ma questa realtà non lo abbatte, lo porta piuttosto a confessare che lui e tutti siamo stati salvati e redenti «dalla sua sola misericordia». 
È la misericordia del «Padre delle misericordie», come sorella Chiara ama chiamare Dio nel suo Testamento. Francesco sperimenta la misericordia di Dio anche attraverso le elemosine. Se il lavoro non fosse sufficiente per il sostentamento dei fratelli, particolarmente degli infermi, il poverello non esita a raccomandare ai suoi fratelli che corrano a chiedere l’elemosina «con fiducia» alla mensa del Signore poiché il Padre non farà a meno di usare misericordia con i suoi figli che confidano in lui. Questa esperienza di misericordia, che la comunità toccò con mano in molte occasioni, porta Francesco e i suoi fratelli a praticare, dalla loro povertà, la misericordia dell’elemosina con tutti i bisognosi, particolarmente coloro che la chiedano per «amor di Dio». Dio usa la misericordia dell’elemosina con lui e con i suoi fratelli: né lui né i suoi fratelli potranno negare agli altri questa stessa misericordia. Questa profonda convinzione li porta a disfarsi del libro dei Vangeli (un vero tesoro in quel momento) per aiutare la madre di un frate che aveva necessità. Altra espressione della misericordia che Francesco mette in atto è l’accoglienza e ospitalità, con tutto ciò che questo comportava allora, come può comportarlo oggigiorno. Se Dio non chiuse la porta a Francesco, se Dio non la chiude a nessuno, dunque non si stanca di perdonare (Papa Francesco), come si potrà chiudere a chi bussa alla porta? Qualsiasi sia la condizione di coloro che chiedono ospitalità: chiunque venga dai fratelli, «amico o avversario, ladro o bandito, sia accolto benevolmente». Vedo qui un’altra espressione di quanto chiede Papa Francesco con l’anno della misericordia: «Aprire il cuore a quanti vivono nelle più disparate periferie esistenziali». 
Tenendo conto di questo, non possiamo non pensare alle opere di misericordia. Attraverso di esse, la misericordia non rimane un semplice sentimento, ma si traduce nella condivisione, nella solidarietà e, in definitiva, nell’amore. La misericordia è passione che si fa compassione, è una vita condivisa. Accogliere e dare, è ciò che ci insegna il poverello in questo anno della misericordia. E l’amore o è concreto, come quello che ci manifestò Gesù nel morire per noi, o è una semplice ideologia e per questo non merita questo nome. Francesco d’Assisi «fa misericordia», manifesta la misericordia anche attraverso il perdono. Lui perdonato, non desidera escludere nessuno dal perdono. In questo senso è programmatica la lettera scritta da Francesco a un sacerdote il cui nome non conosciamo, che sta soffrendo a causa della presenza di fratelli peccatori nella comunità. Questa lettera, redatta tra il 1221 e il 1223, è ciò che potremmo chiamare la “magna carta della misericordia”. Vi si legge tra l’altro: «Che non ci sia frate al mondo che abbia peccato quanto possa peccare che, dopo aver visto i tuoi occhi, si allontani da te senza il tuo perdono misericordioso, se lui te lo chiedesse, e, se non ti chiede misericordia, chiedi tu a lui se vuole misericordia. E se torna a peccare mille volte davanti ai tuoi occhi, amalo più di quanto ami me per questo: che tu possa attrarlo al Signore e abbia sempre misericordia di tali fratelli». Davanti al peccato di un fratello, e anche di qualsiasi altri, il prezzo da pagare per chi esercita l’autorità o chi è stato chiamato a esercitare il ministero della riconciliazione — pensiamo ai sacerdoti — è il gioioso prezzo della misericordia. 
D’altra parte, è nell’esercizio del perdono, senza limiti come chiede il Vangelo, il luogo nel quale siamo chiamati a vivere la vera ascesi, la più impegnata e la meno narcisista. Che atteggiamento umanissimo — perché anche divino — quello di Francesco e quale contrasto con la logica e l’atteggiamento di questo mondo che tutto permette e tutto procura, ma che nulla perdona! Sempre nella stessa lettera, Francesco dà ai confessori una regola d’oro: «Non abbiano il potere di imporre altra penitenza al di fuori di questa: va’ e d’ora in poi non peccare più». Francesco è un uomo «misericordiato» dal Signore, che si trasformò in profeta e apostolo di misericordia; un uomo che entrò nelle viscere della misericordia del Padre e che non ha mai conosciuto altro cammino, nel suo seguire Cristo, che il cammino della misericordia. La misericordia fatta compassione e l’amore fatto perdono sono le basi della grande rivoluzione che tutti desideriamo e di cui tutti abbiamo bisogno. Misericordia e perdono sono atteggiamenti traducibili in comportamenti concreti necessari, se non vogliamo autodistruggerci. L’anno della misericordia ci chiede di essere misericordiosi come il Padre. E Francesco d’Assisi ci dice, come disse prima di morire ai suoi frati: «Io ho fatto il mio compito, il Signore vi indichi il vostro».

L'Osservatore Romano

Visita a Santa Maria degli Angeli in Assisi. Meditazione del Santo Padre

<br>
Visita del Santo Padre Francesco a Santa Maria degli Angeli in Assisi (4 agosto 2016)

Meditazione del Santo Padre 
(Mt 18, 21-35)

[21] Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: "Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?". 

[22] E Gesù gli rispose: "Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette. 

[23] A proposito, il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. 

[24] Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. 

[25] Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito. 

[26] Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa. 

[27] Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito. 

[28] Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: Paga quel che devi! 

[29] Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito. 

[30] Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito. 

[31] Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto. 

[32] Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. 

[33] Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? 

[34] E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto. 

[35] Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello". 

***

 Sala stampa della Santa Sede 

Papa Francesco, prima di questa Meditazione, è rimasto in preghiera  nella Porziuncola 13 minuti.

Testo dell'allocuzione del Papa - Il segno (...) indica frasi aggiunte dal Santo Padre e pronunciate a braccio.
Mi piace ricordare oggi, Cari fratelli e sorelle, prima di tutto, le parole che, secondo un’antica tradizione, san Francesco pronunciò proprio qui, davanti a tutto il popolo e ai vescovi: “Voglio mandarvi tutti in paradiso!”. Cosa poteva chiedere di più bello il Poverello di Assisi, se non il dono della salvezza, della vita eterna con Dio e della gioia senza fine, che Gesù ci ha acquistato con la sua morte e risurrezione?
Il paradiso, d’altronde, che cos’è se non quel mistero di amore che ci lega per sempre a Dio per contemplarlo senza fine? La Chiesa da sempre professa questa fede quando dice di credere nella comunione dei santi. 

Non siamo mai soli nel vivere la fede; ci fanno compagnia i santi e i beati, e anche i nostri cari che hanno vissuto con semplicità e gioia la fede e l’hanno testimoniata nella loro vita. C’è un legame invisibile, ma non per questo meno reale, che ci fa essere “un solo corpo”, in forza dell’unico Battesimo ricevuto, animati da “un solo Spirito” (cfr Ef 4,4). Forse san Francesco, quando chiedeva a Papa Onorio III il dono dell’indulgenza per quanti venivano alla Porziuncola, aveva in mente quelle parole di Gesù ai discepoli: «Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi» (Gv 14,2-3).
Quella del perdono è certamente la strada maestra da seguire per raggiungere quel posto in Paradiso. (...) E qui alla Porziuncola tutto parla di perdono! Che grande regalo ci ha fatto il Signore insegnandoci a perdonare, al meno avere la voglia di perdonare, per farci toccare con mano la misericordia del Padre! Abbiamo ascoltato poco fa la parabola con la quale Gesù ci insegna a perdonare (cfr Mt 18,21-35). Perché dovremmo perdonare una persona che ci ha fatto del male? Perché noi per primi siamo stati perdonati, e infinitamente di più. (...) La parabola ci dice proprio questo: come Dio perdona noi, così anche noi dobbiamo perdonare chi ci fa del male. (...) Precisamente come nella preghiera che Gesù ci ha insegnato, il Padre Nostro, quando diciamo: «Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12). I debiti sono i nostri peccati davanti a Dio, e i nostri debitori sono quelli a cui anche noi dobbiamo perdonare.
Ognuno di noi potrebbe essere quel servo della parabola che ha un grande debito da saldare, ma talmente grande che non potrebbe mai farcela. Anche noi, quando nel confessionale ci mettiamo in ginocchio davanti al sacerdote, non facciamo altro che ripetere lo stesso gesto del servo. Diciamo: “Signore, abbi pazienza con me”. (...) Sappiamo bene, infatti, che siamo pieni di difetti e ricadiamo spesso negli stessi peccati. Eppure, Dio non si stanca di offrire sempre il suo perdono ogni volta che lo chiediamo. E’ un perdono pieno, totale, con il quale ci dà certezza che, nonostante possiamo ricadere negli stessi peccati, Lui ha pietà di noi e non smette di amarci. Come il padrone della parabola, Dio si impietosisce, cioè prova un sentimento di pietà unito alla tenerezza: è un’espressione per indicare la sua misericordia nei nostri confronti. Il nostro Padre, infatti, si impietosisce sempre quando siamo pentiti, e ci rimanda a casa con il cuore tranquillo e sereno dicendoci che ci ha condonato ogni cosa e perdonato tutto. Il perdono di Dio non conosce limiti; va oltre ogni nostra immaginazione e raggiunge chiunque, nell’intimo del cuore, riconosce di avere sbagliato e vuole ritornare a Lui. Dio guarda al cuore che chiede di essere perdonato.
Il problema, purtroppo, nasce quando noi ci troviamo a confrontarci con un nostro fratello che ci ha fatto un piccolo torto. La reazione che abbiamo ascoltato nella parabola è molto espressiva: «Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”» (Mt 18,28). In questa scena troviamo tutto il dramma dei nostri rapporti umani. Tutto il dramma! Quando siamo noi in debito con gli altri, pretendiamo la misericordia; quando invece siamo in credito, invochiamo la giustizia! Tutti facciamo così, tutti. Non è questa la reazione del discepolo di Cristo e non può essere questo lo stile di vita dei cristiani. Gesù ci insegna a perdonare, e a farlo senza limiti: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette» (v. 22).
Insomma, quello che ci propone è l’amore del Padre, non la nostra pretesa di giustizia. Fermarsi a questa, infatti, non ci farebbe riconoscere come discepoli di Cristo, che hanno ottenuto misericordia ai piedi della Croce solo in forza dell’amore del Figlio di Dio. Non dimentichiamo, dunque, le parole severe con le quali si chiude la parabola: «Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello» (v. 35).
Cari fratelli e sorelle, il perdono di cui san Francesco si è fatto “canale” qui alla Porziuncola continua a “generare paradiso” ancora dopo otto secoli. In questo Anno Santo della Misericordia diventa ancora più evidente come la strada del perdono possa davvero rinnovare la Chiesa e il mondo. Offrire la testimonianza della misericordia nel mondo di oggi è un compito a cui nessuno di noi può sottrarsi. (...) Il mondo ha bisogno di perdono; troppe persone vivono rinchiuse nel rancore e covano odio, perché incapaci di perdono, rovinando la vita propria e altrui piuttosto che trovare la gioia della serenità e della pace. Chiediamo a san Francesco che interceda per noi, perché mai rinunciamo ad essere umili segni di perdono e strumenti di misericordia.

Ora preghiamo come ognuno si senta di farlo in silenzio.
Invitio i vescovi e i preti di andare in confessionale. Lo farò anche io. E'bello essere perdonato. (...)

martedì 2 agosto 2016

Non anni, ma anime

porziuncola



DI ADMIN @COSTANZAMBLOG
Una notte dell’anno del Signore 1216, Francesco era immerso nella preghiera e nella contemplazione nella chiesetta della Porziuncola, quando improvvisamente dilagò nella chiesina una vivissima luce e Francesco vide sopra l’altare il Cristo rivestito di luce e alla sua destra la sua Madre Santissima, circondati da una moltitudine di Angeli. Francesco adorò in silenzio con la faccia a terra il suo Signore! Gli chiesero allora che cosa desiderasse per la salvezza delle anime.
La risposta di Francesco fu immediata: “Santissimo Padre, benché io sia misero e peccatore, ti prego che a tutti quanti, pentiti e confessati, verranno a visitare questa chiesa, conceda ampio e generoso perdono, con una completa remissione di tutte le colpe”. “Quello che tu chiedi, o frate Francesco, è grande – gli disse il Signore -, ma di maggiori cose sei degno e di maggiori ne avrai. Accolgo quindi la tua preghiera, ma a patto che tu domandi al mio vicario in terra, da parte mia, questa indulgenza”.
E Francesco si presentò subito al Pontefice Onorio III che in quei giorni si trovava a Perugia e con candore gli raccontò la visione avuta. Il Papa lo ascoltò con attenzione e dopo qualche difficoltà dette la sua approvazione. Poi disse: “Per quanti anni vuoi questa indulgenza?”. Francesco scattando rispose: “Padre Santo, non domando anni, ma anime”. E felice si avviò verso la porta, ma il Pontefice lo chiamò: “Come, non vuoi nessun documento?”. E Francesco: “Santo Padre, a me basta la vostra parola! Se questa indulgenza è opera di Dio, Egli penserà a manifestare l’opera sua; io non ho bisogno di alcun documento, questa carta deve essere la Santissima Vergine Maria, Cristo il notaio e gli Angeli i testimoni”.
E qualche giorno più tardi insieme ai Vesovi dell’Umbria, al popolo convenuto alla Porziuncola, disse tra le lacrime: “Fratelli miei, voglio mandarvi tutti in Paradiso!”.
(Da “Il Diploma di Teobaldo”, FF 3391-3397).

Perdono di Assisi

Dal mezzogiorno del primo agosto alla mezzanotte del giorno seguente (2 agosto), oppure, col permesso dell’Ordinario (Vescovo), nella domenica precedente o seguente (a decorrere dal mezzogiorno del sabato fino alla mezzanotte della domenica) si può lucrare una volta sola l’indulgenza plenaria.
Tale indulgenza è lucrabile, per sè o per le anime del Purgatorio, da tutti i fedeli quotidianamente, per una sola volta al giorno, per tutto l’anno in quel santo luogo (Basilica di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola) e, per una volta sola, da mezzogiorno del 1° Agosto alla mezzanotte del giorno seguente, oppure, con il consenso dell’Ordinario del luogo, nella domenica precedente o successiva (a decorrere dal mezzogiono del sabato sino alla mezzanotte della domenica), visitando una qualsiasi altra chiesa francescana o basilica minore o chiesa cattedrale o parrocchiale. 
 
CONDIZIONI RICHIESTE:
1 – Visita, entro il tempo prescritto, a una chiesa Cattedrale o Parrocchiale o ad altra che ne abbia l’indulto e recita del “Padre Nostro” (per riaffermare la propria dignità di figli di Dio, ricevuta nel Battesimo) e del “Credo” (con cui si rinnova la propria professione di fede).
2 – Confessione Sacramentale per essere in Grazia di Dio (negli otto giorni precedenti o seguenti).
3 – Partecipazione alla Santa Messa e Comunione Eucaristica.
4 – Una preghiera secondo le intenzioni del Papa (almeno un “Padre Nostro” e un’”Ave Maria” o altre preghiere a scelta), per riaffermare la propria appartenenza alla Chiesa, il cui fondamento e centro visibile di unità è il Romano Pontefice.
5 – Disposizione d’animo che escluda ogni affetto al peccato, anche veniale.
Le condizioni di cui ai nn. 2, 3 e 4 possono essere adempiute anche nei giorni precedenti o seguenti quello in cui si visita la chiesa; tuttavia è conveniente che la Santa Comunione e la preghiera secondo le intenzioni del Papa siano fatte nello stesso giorno in cui si compie la visita.

venerdì 15 luglio 2016

Una vita dedicata alla difesa dell’unità della Chiesa

SAN BONAVENTURA

di Osvaldo Rinaldi
La storia di un grande santo come Bonaventura è riassumibile in quattro fasi. La prima riguarda principalmente la sua giovinezza. Giovanni Fidanza, così si chiamava,  nacque a Bagnoregio (Viterbo) nel 1218. Quando era ancora ragazzo, fu colpito da una grave malattia. Suo padre, che svolgeva la professione di medico, vista la gravità del suo male, non pensava che suo figlio potesse guarire dalla sua malattia. Sua madre decise di affidare la salute di suo figlio all’intercessione di San Francesco, il quale era stato appena canonizzato. La sua guarigione fu un evento che segnò profondamente la sua esistenza.
Questo primo episodio ci ricorda la potenza della preghiera e la forza d’amore che emana la comunione tra la Chiesa pellegrinante sulla terra e quella gloriosa del Cielo che non è una opera dell’immaginazione. Chiedere l’intercessione dei Santi è un gesto di umiltà di colui che riconosce la propria debolezza e decide di affidare a Dio il compimento di un’opera che egli non è in grado da solo di compiere. Riconoscere il proprio limite è quel concime spirituale che rende fertile la propria esistenza per permettere a Dio di agire attraverso la preghiera del Santo intercessore.
La seconda fase della vita di San Bonaventura riguardò il periodo trascorso a Parigi, dove egli rimase colpito dallo stile di vita di una comunità francescana nella quale chiese di essere accolto. Egli fu attratto dalla semplicità e dall’umiltà di vita, la stesse virtù che erano state degli apostoli e delle prime comunità cristiane. Uomini semplici e coraggiosi, che seguendo il Signore, acquisivano una sapienza ed una saggezza derivanti totalmente dall’ascolto, dalla fedeltà e dalla sequela degli insegnamenti evangelici.
Bonaventura fu avviato agli studio alla Facoltà di Teologia all’Università di Parigi, dove ebbe modo di frequentare diversi corsi, di entrare a contatto con vari teologi provenienti da varie parti dell’Europa ed approfondire la sua fede cristiana che ha avuto sempre una solida base cristologica. La sua aderenza fedele al Vangelo lo condusse a certe scuole di pensiero teologiche, ma Bonaventura ebbe sempre il coraggio e la determinazione di difendere quella semplicità e quella purezza della dottrina cristiana che erano i tratti distintivi dell’ordine francescano come pure di quello domenicano. La teologia dei mendicanti (così venivano chiamati i francescani e i domenicani) predicava e attuava la povertà, la semplicità, la castità e l‘umiltà di vita, ma soprattutto l’obbedienza e la fedeltà al Vangelo che rendono la teologia una ideologia piuttosto che uno stile di vita coerente e concreto.
La persecuzione di coloro che vivono secondo il Vangelo è stata sempre un tratto distintivo della storia cristiana. Chi sceglie di vivere la povertà affidandosi alla provvidenza di Dio, chi predica e attua con sincerità i consigli evangelici, chi pratica con coraggio le opere di misericordia, viene attaccato perché mette in discussione l’altrui autenticità del vivere. Lo spirito del mondo conduce a pensare che è più facile criticare o denigrare l’altro piuttosto che desiderare un radicale e profondo cambiamento di se stessi. Ogni volta che nella Chiesa si assiste a movimenti, associazioni, gruppi parrocchiali che vivono con autenticità il Vangelo, essi sono e saranno sempre attaccati e disprezzati. Del resto questa è stata la storia di Cristo e delle prime comunità cristiane.
La terza fase della vita di San Bonaventura iniziò quando ricevette l’incarico di Ministro generale del Capitolo dell’ordine francescano: un servizio non affatto semplice da compiere, vista la rapida espansione delle comunità francescane avvenuta in poco tempo in vari paesi del mondo tra cui il Nord Africa, il Medio oriente ed anche a Pechino. La sua grande intuizione fu quella di “regolarizzare” lo stile di vita delle comunità francescane che correvano il serio rischio di essere contaminate da una spiritualità diversa da quella voluta dal fondatore Francesco.
L’ispirazione, semplice ma rivoluzionaria, di Bonaventura fu di raccogliere testimonianze, scritti e racconti sulla vita di Francesco con la finalità di produrre una biografia chiamata Legenda Maior, il cui scopo era di invitare tutti i confratelli e le consorelle francescane a seguire l’esempio di Francesco, quale profondo imitatore e seguace di Cristo.
L’intuizione di scrivere la vita del Poverello ebbe il merito non solo di recuperare la memoria di avvenimenti del passato ma a costruire un fiducioso presente ed indirizzare verso un futuro speranzoso. Vivere la responsabilità del proprio dovere come strumento di unità è l’opera alla quale è chiamato ogni cristiano. Alla vigilia della sua passione Gesù Cristo ha pregato per l’unità dei cristiani, sulla croce è stato elevato da terra per attirare tutti a se e riconciliare il mondo a Dio Padre, è risorto ed è salito al cielo affinché tutti possano ricevere quello Spirito Santo che è il soffio dell’unità, l’olio della consolazione e la luce di verità.
La quarta ed ultima fase della vita del Santo fu la sua partecipazione al Concilio ecumenico di Lione. Papa Gregorio X lo consacrò dapprima vescovo, poi cardinale e successivamente lo invitò a collaborare a quell’evento ecclesiale per ristabilire la comunione tra la Chiesa Latina e quella Greca. Egli non ebbe la possibilità di assistere alla fine del Concilio. Proprio durante il suo svolgimento, salì alla casa del Padre. Era il giorno 15 Luglio del 1274.
Bonaventura è stato un uomo ricolmo dello Spirito di Dio che desidera, cerca ed opera sempre a favore dell’unità, contro ogni forma di divisione ed è nemico di ogni forma di accusa. La partecipazione di Bonaventura al Concilio di Lione è stato quasi un sigillo del suo desiderio di essere strumento della comunione che Cristo vuole realizzare nella sua Chiesa.
Questo insegnamento di Bonaventura è una testimonianza che interpella l’animo di ogni uomo che oggi vive all’interno di un mondo frammentato anche se all’esterno appare globalizzato. I mezzi di comunicazione di massa vogliono farci credere di essere cittadini del mondo, ma nella realtà viviamo in un contesto che divide le persone con gli egoismi del consumismo, della corruzione e del conformismo che distrugge la ricchezza della varietà per appiattire verso l’ideologia del pensiero unico.
Zenit

venerdì 10 giugno 2016

La lezione di sorella Monica...

Monica CirinnàCari frati, non si può dare "solo" la disponibilità della sala. Vuol dire che chiunque paghi può entrare nella vostra università a dire quello che vuole? Anche a bestemmiare?
Quanto al fatto che un politico vada a insegnare ai giornalisti come scrivere, mi sembrava di avere studiato altre cose in merito... Avevo sentito addirittura dire che i giornalisti fossero i cani da guardia della democrazia.
Costanza Miriano***La Cirinnà sale in cattedra dai Francescani per indottrinare i giornalisti sulla scrittura gay friendly
di Luca Paci

La senatrice del Partito democratico Monica Cirinnà sale in cattedra in una Pontificia facoltà teologica per spiegare ai giornalisti la legge sulle unioni civili. L’iniziativa si terrà il 7 luglio a Roma,  all’auditorium del Seraphicum, complesso dei frati minori conventuali sulla via Laurentina, a pochi passi dall’Eur, che ospita anche la Pontificia facoltà teologica San Bonaventura.
L’evento rientra nel quadro dell’offerta per la formazione continua dei giornalisti professionisti ed è organizzato dall’Associazione Lucky Time, ente terzo autorizzato dal ministero della Giustizia a proporre corsi di formazione all’Ordine dei giornalisti. La facoltà teologica dedicata al biografo di San Francesco farà solo da cornice a questa lectio magistralis senza contraddittorio della madrina delle unioni civili e sedicente paladina dei diritti lgbt.
Gli stessi responsabili della Lucky Time raggiunti telefonicamente dalla Nuova BQ, confermano che l’istitutoSeraphicum si è limitato a dare la disponibilità per l’affitto della sala, anche loro tuttavia hanno ammesso che “forse” il tema e gli ospiti del workshop potrebbero creare imbarazzo all’istituto e potrebbero quindi valutare anche la ricerca di una nuova sede per lo svolgimento del corso che assegna tre crediti formativi.
Al Seraphicum due laici poco disponibili a fornire spiegazioni prima hanno detto che non risultava loro alcun evento con la Cirinnà, poi dopo alcune verifiche hanno accertato che in effetti l’evento era in programma e che comunque loro affittano l’auditorium a chi ne fa richiesta “senza alcun pregiudizio”.
Sarebbe il caso invece che qualche giudizio preventivo se lo ponessero i vari istituti religiosi che mettono a disposizione i loro locali per le iniziative più disparate. Sempre a Roma, solo qualche mese fa, il Convento delle suore Pallottine di Porta Maggiore aveva aperto i suoi locali ad un corso di yoga (pratica spiritualista su cui la Chiesa si è espressa abbondantemente con molte riserve) organizzato da un’associazione che avrebbe dovuto ripetere il seminario di ‘Raja Yoga’ i prossimi 2 e 3 luglio se non si fossero sollevate le proteste di alcuni fedeli rimasti molto perplessi. Il corso, dopo l'articolo della Nuova BQ è stato spostato da quella sede. 
Ma farsi un’idea circa le posizioni della senatrice Dem relativamente a tutti i temi riguardanti la famiglia e il matrimonio è ancora più semplice che indagare su un corso di yoga. La Cirinnà, oltre ad essere la madrina della legge sulle unioni civili, ha sempre dichiarato pubblicamente la sua volontà di ridefinire l’istituto matrimoniale. In una recente intervista la parlamentare del Pd ha perfino legato l’approvazione delle mozioni sul matrimonio egualitario e l’adozione per le coppie gay al destino della riforma istituzionale che sarà confermata o bocciata con il referendum di ottobre.
In alcuni convegni (tesi proprio a spiegare la nuova legge come quello in programma al Seraphicum) a cui ha presenziato anche la Nuova BQ, la Cirinnà ha esposto tutto il repertorio del pensiero unico relativista, definendo le unioni civili un “matrimonio  moderno” a cui dovrebbero anelare anche gli eterosessuali perché non è previsto l’obbligo di fedeltà che la stessa senatrice ha definito “il residuo più forte del maschilismo che pregnava un tipo di normativa e quel tipo di matrimonio vincolistico e patriarcale facente riferimento alla famiglia tradizionale”.
In queste occasioni pubbliche la Cirinnà si è anche più volte detta favorevole ad una legalizzazione regolamentata dell’utero in affitto, ha detto che l’unica stella polare dei politici deve essere una “interpretazione evolutiva del diritto e della Costituzione” e che “l’etica e la coscienza non possono avere alcuno spazio pubblico”.  È poi noto a tutti che la Cirinnà è autrice del regolamento comunale in vigore a Roma che obbliga a non allontanare i cuccioli alla cagna prima di 60 giorni dalla nascita, premure che la stessa Cirinnà non ha mai ritenuto di esprimere nei confronti dei bambini acquistati tramite la barbara pratica della ‘gestazione per altri’.
Insomma si tratta di posizioni e parole che quanto meno stridono con la dottrina sociale della Chiesa e con lo stesso magistero di Papa Francesco che ha sempre esortato l’impegno nello spazio pubblico di laici dalla “coscienza ben formata”. Con molta probabilità queste dissertazioni saranno riproposte anche nella cornice del Seraphicumsenza alcun contradditorio, visto e considerato che nella scheda informativa del Sistema informatizzato per la formazione dei giornalisti (Sigef) non appare nessun altro ‘docente’ del suddetto corso.
Chiedere quindi un po’ più di discernimento alle congregazioni e agli ordini religiosi che affittano le proprie strutture non è quindi un atto di arroganza o di censura, ma un umile invito affinché gli spazi posseduti e custoditi dalla Chiesa non facciano da cassa di risonanza ad esplicite impostazioni ideologiche che entrano in conflitto con la visione cristiana del bene comune e dell’antropologia umana. Considerazioni condivise anche da numerosi giornalisti cattolici che hanno segnalato il corso tenuto dalla Cirinnà alla redazione della Nuova BQ.
Un discorso a parte va fatto poi sull’offerta formativa approvata dall’Ordine dei Giornalisti. La sceda dell’evento spiega che “il momento formativo offre ai giornalisti la possibilità di incontrare la Senatrice Monica Cirinnà, autrice dell'omonimo progetto di legge sugli uguali diritti per insegnare attraverso un confronto aperto a parlare correttamente di questi temi alla luce anche delle recenti evoluzioni normative”.
Non si fa mistero quindi che un esponente politico sarà chiamato ad “insegnare” ai giornalisti a parlare “correttamente” di questi temi. Come minimo viene da chiedersi se tutto questo sia deontologicamente corretto. Manuali e mostri sacri del giornalismo non hanno sempre detto che un politico va intervistato, incalzato e messo alla prova dei fatti piuttosto che lasciato parlare senza alcun contradditorio? Non ci hanno sempre detto che il giornalista è il cane da guardia della democrazia e che mai deve prendere per oro colato tutto ciò che gli viene detto dalla classe politica?
Sarebbe quindi il caso che vengano subito date le opportune rassicurazioni che il corso non sia l’ennesima occasione tesa alla rieducazione dei giornalisti ad un linguaggio ‘politicamente corretto’. Diciamo questo perché appena il mese scorso il Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti ha cancellato il corso riservato ai cronisti su ‘Unioni civili, omofobia, famiglia. L’uso del linguaggio per le minoranze sessuali nei mass media’. La decisione è avvenuta dopo la lettura dell'articolo di denuncia della Nuova BQ in cui evidenziavamo come il seminario, che si sarebbe dovuto tenere l'8 giugno, fosse tenuto da un sedicente pedagogo dei diritti gay che però sui social network aggrediva, insultandoli, tutti quei giornalisti o politici che si oppongono all'indottrinamento forzato della nuova lingua gay friendly. 
A conferma di tutte le nostre riserve sull’evento, il docente del corso Alessandro Galvani, saputo che non avrebbe più tenuto la lezione, aveva ironizzato sull'articolo della Nuova BQ con il suo consueto stile: "Comunque allaNuova BQ hanno ragione, non può fare seminari ai giornalisti uno che non insulta i froci, ma i fasci".
Ad ogni modo il nostro intento non sarà mai quello di impedire alla senatrice Cirinnà di esprimere le sue posizioni in un consesso pubblico. Riteniamo però opportuno che siano poste tutte le condizioni affinché non sia spacciata come formazione professionale una lezione su questioni di particolare sensibilità etica e giuridica, tenuta unicamente da un parlamentare che sulle suddette questioni ha un collocamento radicale che mai potrà offrire quella visione pluralista richiesta ai giornalisti.

*

SIR 
“Getta sospetti”, “crea complicazione alle comunità cristiane che hanno una lunga tradizione in Danimarca” ed è “discriminatorio perché non si applica alla Chiesa di Stato”: così il vescovo di CopenaghenCzeslaw Kozon giudica il “documento di consenso” che obbliga sacerdoti, (...)




***
«La liberté d’enseignement est en danger», disent les évêques de France 
La Croix 
(Marie Malzac) Le président du Conseil pour l’enseignement catholique, le cardinal Jean-Pierre Ricard, s’inquiète de la remise en cause de la liberté d’enseignement. L’éducation nationale prévoit de renforcer la surveillance sur les établissement