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giovedì 2 novembre 2017

Romana, cattolica e corrispondente a Dio




di Angela Pellicciari (La nuovabq)

La chiesa cattolica è romana. Ed è romana perché è cattolica. Non è un giro di parole.
C’è un unico posto al mondo, una sola città, la cui storia è tanto unica da potersi identificare col mondo: Roma. Così, nel corso dei secoli, hanno creduto e ripetuto poeti, retori, storici, e, in successione, padri della chiesa, santi e papi. Così, per strano che possa sembrare, ogni primo gennaio di ogni nuovo anno, il vescovo di Roma fa una benedizione solenne alla città e al mondo: urbi et orbi. Perché fra il mondo e la città c’è un’identità perfetta.
A metà del primo secolo avanti Cristo, lo storico greco Diodoro Siculo così sintetizza la natura di Roma: “Tutto il mondo come se fosse una sola città”. Le stesse parole sono usate tre secoli dopo da un altro greco, il retore Elio Aristide, nel suo Encomio a Roma: “Tutto qui è a disposizione di tutti. Nessuno è straniero in nessun posto”; all’inizio del quinto secolo il poeta latino Rutilio Namaziano canta: “hai costruito una sola patria per popoli diversi, hai reso il mondo una città”. 
Nella “pienezza del tempo” (Gal 4,4), quando Dio si immette nella storia e la trasforma dal di dentro perché vince la morte, Pietro e Paolo, le colonne, vanno a Roma. E a Roma trasformano in realtà fattuale l’aspirazione all’universalità, anzi, la pretesa di averla raggiunta, che caratterizzava la città. E così: “Non c’è giudeo né greco, non c’è schiavo né libero, non c’è maschio né femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28), e ancora: “Qui non c’è più greco o giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti” (Col 3,11).
Unica è Roma, come unica è la chiesa che è per tutti, ma proprio per tutti, per incredibile e miracolosa che questa realtà possa sembrare: la cattolica, cioè universale, chiesa di Gesù Cristo. Ed è proprio questo il motivo della venuta di Pietro a Roma. Il Vangelo, la buona notizia, è diretto al mondo intero e non è relegabile nei confini di una sola nazione: “Perché tu, gente santa e popolo eletto, città sacerdotale e regale, presiedessi per la religione divina più estesamente che per il dominio terreno”, predica Leone Magno nella festa dei santi Pietro e Paolo, patroni di Roma [Sermo 82 (80), PL 54, 423]. Ancora una volta in occasione della festa dei santi Pietro e Paolo, il 29 giugno 2008, a distanza di più di mille e cinquecento anni dal grande papa Leone, Benedetto XVI ripete: “La missione permanente di Pietro: far sì che la Chiesa non si identifichi mai con una sola nazione, con una sola cultura o con un solo Stato. Che sia sempre la Chiesa di tutti. Che riunisca l’umanità al di là di ogni frontiera e, in mezzo alle divisioni di questo mondo, renda presente la pace di Dio, la forza riconciliatrice del suo amore”. 
Tutti quelli, e sono tanti, che nel corso dei duemila anni della sua storia, hanno tentato di distruggere la Chiesa, hanno sempre provato a farlo scindendo il binomio “cattolico-romano”. E l’hanno fatto o occupando materialmente Roma (come i Savoia e i liberal-massoni al servizio delle potenze straniere che hanno voluto strappare Roma alla sua identità sottraendola al mondo e rendendola capitale di una nazione) o, come ha fatto Lutero, diffondendo odio e disprezzo verso la chiesa romana definita regno dell’anticristo e rossa puttana di Babilonia. Lutero ha provato a far diventare universale la chiesa tedesca da lui fondata ma, non riuscendo a trasformare Wittenberg in una nuova Roma, si è accontentato di fondare una chiesa nazionale. E così hanno fatto in molti.
La chiesa cattolica è romana e questa è la garanzia per tutti della sua verità. Della sua corrispondenza alla volontà di Dio.

mercoledì 26 aprile 2017

Prontuario del laico che parla con parresia


di Andrea Zambrano.
Una cosa è certa. L’evento del Columbus organizzato da La Nuova BQ e dal Timone ha dimostrato che c’è un mondo fatto di laici e di fedeli che ha deciso di assumersi la responsabilità di parlare con franchezza sui problemi che la Chiesa sta vivendo. Un popolo di Dio preparato, libero, per nulla intimorito e soprattutto innamorato della Chiesa. Che ha alzato la mano per dire che con il capitolo VIII di Amoris Laetitia è successo qualcosa che non solo non si comprende, ma che rischia di mettere in pericolo l’essenza stessa di ben tre sacramenti. Negli interventi dei sei relatori non c’è saccenza, non c’è spirito di rivalsa e nemmeno quel suffragettismo laicale con cui molti ecclesiastici vorrebbero liquidare quello che solo artatamente potrebbe essere definito dissenso.
E’ un parlare con franchezza piuttosto, a proposito di ciò che sta più a cuore ad ogni battezzato, la sua appartenenza a Cristo, e che la provenienza da sei paesi diversi nel mondo dei relatori certifica come un’esigenza universale e non una questione di campanile o una pretesa solo di una parte di cattolici, magari circoscritti in questo o quell’ambiente tradizionalista. Un’appartenenza che è ragione di vita, non bene da possedere per interessi mondani o brame di potere.
In sala nell’hotel Columbus c’era una rappresentanza di un popolo che non ha padroni, né complessi di inferiorità, ma che nel parlare cerca e vuole essere aderente a quel Magistero e a quella dottrina che ha riconosciuto come feconda prima di tutto nella propria vita secondo l’insegnamento che gli è proprio, quello dell’esperienza. Per esercitare una prerogativa data ad ogni laico battezzato: vivere nel mondo e avvertire i propri pastori, se è il caso e con rispetto, dei disagi e degli errori a cui si sta andando incontro. Parlando di indissolubilità matrimoniale, di discernimento, di Magistero, di famiglia e matrimonio, di tradizione. E’ la tanto decantata parresia, che come sottolineato, è un parlare con franchezza e senza sconti. Per il bene della Chiesa, cioè di tutti.
Riassumere i contenuti delle sei relazioni di Anna Silvas, Jean Paul Messina, Jurgen Liminski, Thibaud Collin, Claudio Pierantoni e Douglas Farrow non è stato facile. La Nuova BQ vuole offrire ai suoi lettori un sintetico prontuario diviso per tematiche delle frasi più significative pronunciate dai relatori del convegno. Perché sia di stimolo a tutta la Chiesa in quella che per moltissimi è ormai l’urgenza del chiarimento e della verità.
 ***

INDISSOLUBILITÀ

  • “Ogni caso è unico, ma l’indissolubiIità ha una portata generale. Minare il principio significa umanizzazione Dio” (Liminski)
  • “Secondo vari studi la vita nel matrimonio procura vantaggi concreti ai due coniugi” (Liminski)
  • “Il matrimonio tra uomo e donna è garanzia di futuro” (Liminski)
  • “L’indissolubilità viene affermata, poi vi sono rinnovamenti nella prassi che la contraddicono” (Pierantoni)
  • “Se il matrimonio è indissolubile, ma pure in alcuni casi si può dare la comunione ai divorziati risposati, sembra evidente che questa indissolubilità non è più considerata assoluta, ma solo una regola generale che può soffrire eccezioni. Ora questo, come ha ben spiegato il Card. Caffarra, contraddice la natura del sacramento del matrimonio, che non è una semplice promessa, sia pure solenne, fatta davanti a Dio, ma un’azione della grazia che agisce al livello propriamente ontologico. L’azione che fa di due una sola carne, ha infatti carattere definitivo e non può essere cancellata. In più quest’azione della grazia, fondata sull’ordine stesso della creazione e finalizzata al bene delle persone, come sacramento assume la funzione di significare l’unione indissolubile fra Cristo sposo e la sua Chiesa”. (Pierantoni)

FEDELTÀ

  • “Il matrimonio durevole garantisce clima di fiducia nei legami affettivi. La fiducia è cemento della società”. (Liminski)
  • “Le relazioni stabili sono un capitale culturale utile a società e economia” (Liminski)
  • “Nelle coppie sposate religiosamente e pregano insieme solo 1 matrimonio su 1429 si dissolve”. (Liminski)
  • “La stabilità emotiva nel bambino crea sinapsi nel cervello, gli psicologi dello sviluppo affermano che l’attaccamento precede la comprensione e la competenza sociale. Gli esperti la definiscono “Intelligenza emotiva”. L’attaccamento precede l’educazione. Un attaccamento riuscito conduce a una piena dignità umana. Il matrimonio indissolubile offre il miglior contesto per questo”. (Liminski)

FAMIGLIA E MATRIMONIO

  • “La famiglia è il grembo intellettuale con cui inserirsi nella società” (Liminski)
  • “Riconoscere la natura umana è ciò che fa la differenza. La famiglia precede qualsiasi autorità pubblica”. (Liminski)
  • “Dobbiamo decidere se seguire Sartre il quale diceva che la natura dell’uomo non esiste o se invece esiste uno schema direttivo e molto più di un caso dovuto all’evoluzione. Questo masterplan è l’amore, è il dna del capitale umano. Questo poggia sul matrimonio e la famiglia. Infatti Giovanni Paolo II definiva l’educazione un Dono di umanità”. (Liminski)
  • “La morale cristiana sul matrimonio e la famiglia è oggi a dura prova. Ma è al cuore dell’evangelizzazione”. (Messina)
  • “Anche in Africa la famiglia è in crisi. Poligamia, povertà, unione libera, il divorzio sono minacce”. (Messina)
  • “La poligamia è un grande problema per la vocazione cristiana in Africa. Le principali vittime sono le donne” (Messina)
  • “AL si è concentrata poco sul tema della poligamia, assumendo uno sguardo forse troppo eurocentrico” (Messina)
  • “Le nostre chiese devono essere prudenti, evitando soluzioni pastorali divergenti davanti a situazioni simili”. (Messina)
  • “Molti argomenti utilizzati durante il sinodo sulla famiglia sono gli stessi utilizzati per contrastare Humanae vitae”. (Collin)
  • “Il matrimonio tra uomo e donna garantisce il futuro delle comunità. La famiglia produce una solidarietà che ha una efficacia che non si trova in nessun’altra parte della società. Il matrimonio è vantaggioso per lo Stato, le relazioni stabili riducono la povertà e la malattia. I sociologi parlano a proposito del matrimonio di capitale culturale, che rafforza i sistemi sociali e l’economia. A Wall Street e nella Silicon Valley il tasso di divorzio è superiore al cento per cento: le persone divorziano più volte perché il lavoro monopolizza tutto”. (Liminski)
  • “La rivoluzione sessuale ha realizzato una generazione assorbita nella mentalità contraccettiva” (Farrow)
  • “In questo contesto il Sacramento del matrimonio è in forte crisi. Il  corpo è ormai solo un oggetto ludico”. (Farrow)

CHIESA

  • “Nella Chiesa c’è oggi una crisi di unità”. (Farrow)
  • “Una crisi della Chiesa per certi aspetti completamente inedita”. (Pierantoni)
  • “Oggi vi è una deformazione dottrinale che non è di oggi, ma che vediamo in alcuni passaggi ambigui di AL”. (Pierantoni)
  • “La modernità sembra divenuta una parola d’ordine nella Chiesa. Anche se mancano definizioni precise”. (Silvas)
  • “Il culto della modernità diventa come una idolatria per ottenere approvazioni”. (Silvas)
  • “Vedo un punto in comune tra il monachesimo e i laici che oggi cercando di dimorare nella Parola di Dio”. (Silvas)
  • “Gli hobbits della Terra di mezzo non erano tra i potenti, eppure hanno avuto un ruolo fondamentale. Così i laici”. (Silvas)
  • “La preghiera come atto politico più urgente”. (Silvas)
  • “La Chiesa è in crisi perché deve di nuovo affrontare dentro se stessa la questione della sua fedeltà a Dio padre e nostro Signore Gesù Cristo”. (Farrow)

GIUSTIZIA E MISERICORDIA

  • “E’ un pericolo gnostico nel dividere un Dio giudice da un Dio misericordioso”. (Farrow)
  • “La misericordia senza verità è la madre della dissoluzione”. Silvas
  • “Sfida per la Chiesa oggi è alzare gli occhi a Dio che non ha bisogno di attenuare la giustizia per dare misericordia”. (Farrow)
  • “E’ in atto un neo marcionismo evidente che oppone la giustizia alla misericordia. Vi è quasi sempre un problema dottrinale attaccato a un problema morale persistente: è tipico dell’uomo caduto”. (Farrow)
  • “Come dice Sant’Ireneo è l’opposizione tra queste due grandi perfezioni di Dio, ovvero la sua giustizia e la sua misericordia. Una misericordia che possa sostituire il potere giudiziale di rimprovero del Padre pensando di aver trovato un Dio senza rabbia, un Dio che giudica e un altro che salva così dividendo Dio inconsapevolmente negano l’intelligenza della divinità ponendo fine alla divinità perché se il giudizio non è in grado di premiare chi lo merita non sarà un giudice saggio. I nostri neo marcioniti sono più sottili: non parlano di due dei ma di un Dio come se fosse carente del giudizio o come se fosse conoscibile solo dalla sua misericordia”. (Farrow)

COSCIENZA

  • “La coscienza non può assumere giurisdizione sulla legge naturale. Questa è la preoccupazione principale dei Dubia”. (Farrow)
  • “Il n°303 di Amoris Laetitia pone il problema di come si intende la coscienza rispetto a Veritatis splendor n°56”. (Farrow)
  • “La nozione di coscienza non può scomparire in un buco nero di soggettività”. (Farrow)

TRADIZIONE

  • “La tradizione non può contraddire sé stessa”. (Farrow)
  • “Gesù senza registratore? Pensare che il Verbo, la sapienza divina non sia in grado di scegliere il mezzo più adatto al corpo della sua chiesa è una contraddizione. E’ un rischio ariano di chi pensa che Gesù non sia in grado di parlare ad ogni tempo. Contraddice il suo essere il Verbo incarnato”. (Pierantoni)
  • “Il generale non è sfiorato dalla riflessione che, se l’eterna Sapienza avesse pensato che un registratore fosse il mezzo più idoneo per farci conoscere le Sue parole, lo avrebbe senz’altro scelto. E, con la saccenteria dell’homo technologicus, viene a dirci che una macchina, un essere inanimato, sarebbe un mezzo più efficace della viva tradizione di esseri umani, che passa attraverso il cuore e la fede degli Apostoli e dei loro successori, che a questo preciso fine furono da Lui stesso prescelti”. (Pierantoni)
  • “Il Deposito della fede, conservato dalla Tradizione, non è un sistema di pensiero meramente umano, fallibile, dove possa introdursi un elemento incoerente o erroneo, che potrebbe essere quindi corretto senza danno, anzi con profitto della verità”. (Pierantoni)

DUBIA E AMORIS LAETITIA

  • “Il quinto dubium non può avere altra risposta che nel chiarificare il n°303 di AL”. (Farrow)
  • “I dubia sono a loro modo inediti in quanto chiedono qualcosa che il magistero aveva già ben definito” (Pierantoni)
  • “Fino a quando i Dubia non troveranno risposta sarà difficile evitare la confusione delle interpretazioni di AL”. (Silvas)
  • “I Dubia sono pertinenti, viste le interpretazioni contraddittorie che possono avvenire sul capitolo VIII”. (Collin)
  • “Come possiamo far vedere il giusto amore verso il santo padre? La situazione si è evoluta in modo tale che i Dubia sono necessari e devono necessariamente avere una risposta. La mia preoccupazione non è tanto nel “processo” ma nella sostanza”. (Farrow)
  • “I dubia sono un mezzo con cui si chiede all’autorità competente di chiarire. La caratteristica inedita dei Dubia è che si domanda qualche cosa che è già chiarito dal Magistero. E’ un gesto questo dei cardinali coraggioso perché senza dirlo direttamente dicono che si sta dicendo il contrario di un Magistero infallibile”. (Pierantoni)
  • “In questa situazione, i Dubia, queste cinque domande presentate dai Quattro Cardinali, sono stati certamente un punto fondamentale di svolta, una potente luce di verità che si è proiettata su questo caos, e per questo li dobbiamo ringraziare profondamente”. (Pierantoni)
  • “Per quanto siano pochi e apparentemente isolati, le loro domande sono comunque coraggiose affermazioni di verità. In realtà, non sono solo loro che parlano, ma lo stesso Logos, “dalla cui bocca esce una spada affilata”. (Pierantoni)
  • “La discussione su AL per molti è solo dovuto a cattiva interpretazione del testo. Ma il testo ha aperture evidenti”. (Silvas)
  • “La nota 329 di AL che richiama Gaudium et spes, riferita agli sposi, è applicata a coloro che sposi non sono. Perchè?”. (Silvas)
  • “Perchè nella Relatio finale del Sinodo 2014 sono state inserite proposte che non avevano maggioranza?”. (Silvas)
  • “Il capitolo VIII di AL cambia in modo omogeneo rispetto al magistero precedente?”. (Collin)
  • “La legge di Dio non può diventare un elemento tra gli altri, da ponderare in base alle situazioni”. (Collin)
  • “Oggi, non a caso, in varie parti della chiesa Humanae vitae è semplicemente ignorata”. (Collin)
  • “Nella diatriba su Amoris Laetitia è implicato il significato di ben tre Sacramenti: matrimonio, penitenza e soprattutto l’Eucarestia. Abbiamo conferenze episcopali, singoli vescovi, sacerdoti che sui temi più delicati danno interpretazioni e indicazioni anche opposte. Siamo all’assurdo che, tanto per fare un esempio, le indicazioni ai fedeli sull’accesso ai Sacramenti cambiano non solo da paese a paese, ma anche da diocesi a diocesi e da parrocchia a parrocchia”. (Silvas)
  • “Il Papa si trova in un vicolo cieco, incastrato tra il rischio dell’eresia formale e quello di doversi espressamente smentire”. (Pierantoni)

PAPISMO

  • “Il papismo affettivo di molti cattolici, giusto sentimento, non può occultare alcune problematiche di AL”. (Silvas)

DOTTRINA E MAGISTERO

  • “Se la legge di Dio è solo un semplice ideale, questa rimane solo un’opzione tra le altre”. (Collin)
  • “Diversamente da questi due Papi che per pressioni esterne avallarono formule errate senza aderirvi essi stessi, oggi è in atto una grave deformazione dottrinale che deriva da Lutero e dal modernismo e che trova espressione nell’Amoris Laetitia senza che ciò sia la conseguenza di pressioni esterne”. (Pierantoni)
  • “L’errore di questo atteggiamento consiste non solo e non tanto nel negare uno o anche più punti specifici della dottrina cattolica, ma proprio nello screditare la sua natura stessa di “dottrina” e il suo necessario aggancio con la ragione. Infatti, se “la realtà è superiore all’idea”, a perdere rilevanza non è solo una dottrina, ma la dottrina stessa”. (Pierantoni)
  • “Quello che invece salta all’occhio nella situazione attuale è proprio la deformazione dottrinale di fondo che, pur abile nello schivare formulazioni direttamente eterodosse, manovra tuttavia in modo coerente per portare avanti un attacco non solo contro dogmi particolari come l’indissolubilità del matrimonio e l’oggettività della legge morale, ma addirittura contro il concetto stesso della retta dottrina e, con esso, della Persona stessa di Cristo come Logos”. (Pierantoni)
  • “Il magistero di Veritatis splendor è ben chiaro e stabilito. E praticamente è di magistero infallibile”. (Pierantoni)
  • “Chiarezza è importante per evitare che vi siano interpretazioni erronee rispetto alla continuità del magistero”. (Pierantoni)
  • “GPII e BXVI hanno opposto un magistero molto preciso contro il dilagare dei valori della modernità nella Chiesa”. (Silvas)

DISCERNIMENTO

  • “Mai S. Ignazio utilizza il discernimento sugli atti considerati intrinsecamente malvagi”. (Collin)
  • “La più grande sfida della chiesa è passare dal discernimento delle situazioni al discernimento di Dio, un Dio che non deve attenuare la giustizia per far emergere la misericordia”. (Farrow)
  • “Ora, è chiaro che proprio il discernimento e l’accompagnamento contrastano direttamente con la supposizione che il soggetto rimanga, a tempo indefinito, inconsapevole della sua situazione. E il redattore, lungi dal percepire tale contraddizione, la spinge fino all’ulteriore assurdo di affermare che un approfondito discernimento può portare il soggetto ad avere la sicurezza che la sua situazione, oggettivamente contraria alla legge divina, sia proprio ciò che Dio vuole da lui. Cioè: l’elemento soggettivo dell’ignoranza, che può certamente diminuire la responsabilità in molti casi, qui paradossalmente si trasforma in un elemento di scienza, in base al quale il soggetto può arrivare a stabilire con certezza che Dio vuole da lui un comportamento oggettivamente contrario alla Sua stessa legge, quella legge che emana dalla sua eterna e infallibile Sapienza”. (Pierantoni)
  • “Una cosa è la legge positiva che regola la circolazione di un’auto in un certo Paese; altra cosa è il libretto di istruzioni scritto dal fabbricante del veicolo. Se io supero un limite di velocità, supponiamo per un’emergenza vitale, posso anche essere moralmente giustificato, perché la regola, in sé giusta, non è però assoluta, perché non è intrinsecamente legata all’essenza del veicolo. Se invece contravvengo all’indicazione del fabbricante, che mi dice che l’automobile è stata disegnata per funzionare con la benzina, nessuna emergenza o eccezione, nessun discernimento, certamente, servirà a far sí che l’auto funzioni col gasolio. Mettervi del gasolio non è quindi un male perché sia “proibito” da una qualche legge esterna, ma è intrinsecamente irrazionale, perché contraddice la natura stessa del veicolo”. (Pierantoni)

PARRESIA

  • “Il Papa ha il diritto di aspettarsi che noi gli parliamo con parresia, che in greco vuol dire: “dire tutto” anche a costo di rimetterci. Parresia significa dire qualche cosa che dà fastidio, la usa Pietro con gli ebrei quando ricorda loro che “questo messia voi lo avete crocifisso”. Questa è la parresia. La stessa che Paolo usa con Pietro”. (Pierantoni)
  • “Di questa deformazione dottrinale la prima vittima è proprio il Papa, che di essa, mi azzardo a ipotizzare, è assai poco consapevole, vittima di un’alienazione generalizzata ed epocale dalla Tradizione, in ampi strati dell’insegnamento teologico; dietro a lui, innumerevoli sono le vittime che cadono in inganno”. (Pierantoni)
  • “Una correzione fraterna, infine, non è né un atto di ostilità, né una mancanza di rispetto, né una disobbedienza. Non è altro che una dichiarazione di verità: caritas in veritate. Il Papa, ancor prima di essere papa, è nostro fratello, e questo è quindi un primordiale dovere di carità nei suoi confronti. Del suo destino ci sarà chiesto conto, come anche di quello di tutti coloro che si affidano alla sua guida. L’empio, dice Dio attraverso il profeta Ezechiele, “morirà per il suo peccato”, ma se tu, sentinella, non lo avverti, “della sua morte chiederò conto a te” (Ezech. 33,8). (Pierantoni)
  • “Per finire, dal confronto della situazione attuale con quella dei precedenti “papi eretici”, emerge una somiglianza, ma anche una netta differenza. La somiglianza è data dal fatto che in tutti e tre i casi, in fondo, quello che si ricerca è una formula di compromesso, una soluzione politica che possa riscuotere il maggior numero di consensi, senza però approfondire il suo contenuto veritativo e la sua coerenza con la Tradizione. La storia insegna che questi tentativi sono destinati al fallimento, perché il successivo sviluppo della riflessione fa inevitabilmente venire a galla le contraddizioni che si era cercato di dissimulare”. (Pierantoni)
  • “Senza togliere nulla né alla gravità delle antiche controversie trinitarie e cristologiche, né alla drammaticità degli eventi che coinvolsero Liberio e Onorio, né alle loro responsabilità, tuttavia, in confronto con la situazione attuale, le loro deviazioni dottrinali appaiono limitate a punti particolari, sia pure molto importanti, e derivate in gran parte, più che dalla mente eretica dei Pontefici, dalle pressioni politiche e da una terminologia teologica ancora in via di formazione”. (Pierantoni)
  • “Alla luce di tutto ciò, si rende quindi più che mai necessario, un ulteriore atto di coraggio, di verità e di carità, da parte dei Cardinali, ma anche dei Vescovi e poi di tutti i laici qualificati che volessero aderirvi. In una situazione così grave di pericolo per la fede e di scandalo generalizzato, è non solo lecito, ma addirittura doveroso per l’inferiore correggere fraternamente il superiore, sempre che si faccia nella carità; neppure l’obbedienza gerarchica o religiosa può essere utilizzata, in questo caso di pericolo generale, come una scusa per tacere la verità”. (Pierantoni)

lunedì 10 aprile 2017

Perchè i Vangeli vanno presi sul serio



di Giuliano Guzzo
La vera riflessione, per un cristiano, si pone in riferimento non tanto alla vita o ai miracoli o alla predicazione, quanto alla risurrezione di Gesù. Non che il resto non conti, intendiamoci, ma è primariamente quell’evento prodigioso che porta e deve portare – direbbe Dostoevskij – l’«uomo colto», l’«europeo dei nostri giorni» a valutare la possibilità di poter «credere, credere proprio, alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo» [1]. Diversamente, annotava già San Paolo, «se Cristo non è risorto vana» è la «fede» [2]. La risurrezione come questione centrale, dunque. Questione che deve essere valutata senza imbarazzo anche sotto il profilo della storicità dal momento che «tutto nel Cristianesimo è storico» e la stessa fede «non aggiunge qualche cosa “in più” che non ci sia nel fatto, ma accoglie il fatto o l’evento, integralmente» [3]. Di qui la domanda: la risurrezione è una favola oppure no? E’ un’antichissima leggenda metropolitana oppure un «evento effettivamente accaduto» [4]?

Il punto di partenza, ancora una volta, non possono che essere loro, i Vangeli, quattro testi che totalizzano 64.327 parole greche e che riferiscono la grandissima parte delle informazioni che abbiamo su Gesù. Lo spazio ci impedisce, qui, un approfondimento sulla loro attendibilità storica, per cui ci limitiamo – confidando nella clemenza del lettore –  ad un’analisi più generale.

Analisi che, a proposito di risurrezione, potrebbe iniziare dalla sottolineatura di un dato curioso eppure poco considerato: i Vangeli non la descrivono. Proprio così. Non per nulla questo dato di fatto viene spesso strumentalizzato da certo ateismo militante per accusare i credenti nel Risorto di essere creduloni. Immaginiamo, al riguardo, la soddisfazione con la quale il matematico Piergiorgio Odifreddi, mosso dal consueto piglio provocatorio, ha fatto per l’appunto presente che la risurrezione «nei Vangeli non c’è» [5], tentando così di far passare per ingenui quanti credono che Gesù abbia davvero vinto la morte.

In realtà è chi prende per buona questa critica a peccare di ingenuità. Vediamo perché. Ora, al di là di quello che affermano Odifreddi e compagni, nei Vangeli  – escludendo Giovanni – di risurrezione si parla, eccome se se ne parla: almeno 11 volte (Matteo: 16,21 17,22 20,19 26,32 e 27,63. Marco: 8,31 9,30 10,34 12,96 e Luca: 18,33), senza contare che in tutto il Nuovo Testamento i termini indicanti la risurrezione – eghiero e anastasis – ricorrono almeno 100 volte. Il punto, come dicevamo poc’anzi e com’è stato più volte osservato, è che a «tutti gli autori del Nuovo Testamento», non è mai venuto in mente neppure «di azzardare una cronaca dell’evento di risurrezione» [6]. Un dato, questo, che dovrebbe far riflettere, in particolare coloro che dubitano della serietà della narrazione evangelica: perché mai, se quei testi sono menzogneri, i suoi redattori si sarebbero dovuti trattenere, pur nominandolo, dal descrivere il miracolo dei miracoli, quello sul quale si fonda tutto il resto? Non avrebbe avuto molto più senso, in chiave apologetica, una cronaca – magari condita con effetti speciali e colpi di scena – di Gesù che se ne esce vittorioso dal sepolcro? Perché mai, insomma, questo silenzio? L’interrogativo è di quelli importanti, anche perché tutto si può dire tranne che quei giorni, nella narrazione evangelica, siano stati poco considerati: per dire, nel vangelo di Marco – il più antico – ben 107 dei 658 versetti totali sono dedicati esclusivamente dalla descrizione delle ultime 24 ore della vita di Gesù. Ma della risurrezione no, di come sia avvenuta non si riferisce in alcun modo. Peccato. Anche perché, come si è detto, in ottica propagandistica avrebbe giovato – e molto – una cronaca in tal senso. A meno che – e a questo punto l’ipotesi non può più essere trascurata – i Vangeli non siano sul serio dei resoconti di quel che davvero avvenne, di quello che fu effettivamente visto (e non visto) dagli apostoli.

Sembra suggerire questa eventualità anche un altro aspetto, e cioè la narrazione di quel che accadde la mattina del 9 aprile dell’anno 30: le prime a vedere il sepolcro vuoto sarebbero state delle donne. Ebbene, si dà il caso che a quel tempo – secondo la prassi socio giuridica ebraica – la credibilità delle donne fosse assai irrilevante. Ce lo rammenta anche lo storico ebreo Giuseppe Flavio, nato sette anni dopo la crocifissione, che nelle sue Antichità Giudaiche ebbe ad annotare: «Le testimonianze di donne non valgono e non sono ascoltate tra noi, a motivo della leggerezza e della sfacciataggine di quel sesso». Chi avesse voluto architettare un racconto fasullo per poi spacciarlo come autentico, quindi, mai e poi mai si sarebbe servito di testimonianze femminili. Eppure, per i Vangeli, la scoperta del sepolcro vuoto è indubbiamente una storia di donne. «Un comportamento inspiegabile – commenta Vittorio Messori -, qualora fosse stato deciso dai redattori evangelici e non imposto invece – come evidentemente è – da una sconcertante realtà di fatto, visto che la comunità cristiana primitiva non è meno “maschilista” dell’ambiente da cui proviene» [7].

A questo punto si può obbiettare che, per quanto curiosi, questi dubbi possono tutt’al più costituire basi per alcune ipotesi e non certo divenire indizi, né tanto meno prove fugando dubbi che rimangono.  Esattamente come rimasero ai seguaci di Gesù: il sepolcro vuoto non li convinse affatto – non tutti almeno, e vedremo tra poco perché – della risurrezione. La conferma è nelle parole di Maria di Màgdala, la quale, spaventata, subito ipotizza un furto o comunque un trasferimento improvviso del cadavere: «Hanno portato via il Signore e non sappiamo dove l’hanno messo!» [8]. Un pensiero che non riguardò solo lei se si tiene presente che, in un primo momento, gli stessi apostoli non pensarono alla risurrezione, anzi, «la domanda che essi si facevano era probabilmente di questo tipo: Che significava questo? Cos’è accaduto? Tutte le ipotesi erano possibili ma nessuna di esse sembrava convincente. Gli apostoli non sapevano proprio cosa pensare. E’ vero che sia la Scrittura che Gesù stesso avevano parlato del Messia in termini di prova, sofferenza, morte e risurrezione, ma nessuna delle donne e dei discepoli poteva immaginare che quelle parole bibliche o di Gesù potessero ora prendere la forma dell’evento che stava sotto ai loro occhi, e che faceva pensare invece ad un’assenza, piuttosto che ad un evento glorioso» [9].

Anche se in realtà – dicevamo poc’anzi – qualcuno prima degli altri si convinse della vittoria di Gesù sulla morte ci fu. A riferirlo, ancora una volta, sono i Vangeli, che narrano di come Giovanni, giunto là dove Gesù doveva essere e non era più, «vide e credette». Come mai? Non poche traduzioni recenti affermano che i due discepoli (Giovanni e Pietro), giunti al sepolcro, scrutando all’interno videro «i teli ancora là, e il sudario, che era stato posto sul suo capo, non là con i teli, ma in disparte, ripiegato in un luogo». Tuttavia detta traduzione appare poco convincente dal momento che solleva un interrogativo: per quale ragione, vedendo delle bende funerarie ed un sudario ripiegato, Giovanni «vide e credette»? Non è affatto chiaro. A rendersene conto più di altri è stato un sacerdote, don Antonio Persili, che ha scelto di andare a fondo alla questione mettendosi ad analizzare le fonti originali: i Vangeli scritti in greco.

Ecco le sue conclusioni: «Nell’originale greco è scritto che Pietro, entrando nel sepolcro, vide tà othónia keímena […] la versione della Cei traduce questa espressione con “i teli ancora là”. Altre versioni la traducono con “i teli per terra”. In realtà il verbo keîmai, da cui viene il participio keímena, non significa genericamente “essere lì” né tantomeno “stare per terra”. Esso indica una posizione precisa, significa giacere, essere disteso, in una posizione orizzontale. Ciò vuol dire che i due videro non le fasce a terra, ma le fasce distese, afflosciate, senza essere state sciolte o manomesse. Erano rimaste immobili al loro posto. Probabilmente in una nicchia scavata nella parete, tipica dell’architettura funeraria di tipo signorile, in cui era stato posto il corpo di Gesù. Semplicemente, ora quel corpo non c’era più, e le tele si erano afflosciate su se stesse» [10].

Anche la descrizione della posizione del sudario – che secondo traduzioni recenti era «non là con i teli, ma in disparte, piegato in un luogo» – ha convinto poco don Antonio: «Keímenon, come già keímena, è participio di keîmai, giacere. Ou metà tôn othoníon keímenon significa che il sudario non era disteso come le altre bende. Ma, al contrario (così va tradotto l’avverbio khorìs, in senso modale), appariva arrotolato (entetyligménon, dal verbo entylísso, che significa avvolgere, arrotolare) in una posizione unica, singolare. Così si può tradurre eis héna tópon, che le versioni correnti traducono banalmente come “in un luogo”. Significa che il sudario, a differenza delle fasce distese, appariva sollevato, in maniera quasi innaturale, forse perché su di esso i profumi avevano avuto un effetto inamidante» [11].

Precisazioni, queste, tutt’altro che secondarie. Perché se davvero all’interno del sepolcro c’erano «fasce distese, afflosciate, senza essere state sciolte o manomesse» ed il sudario, a differenza di queste «appariva sollevato, in maniera quasi innaturale», si può ben comprendere – eccome! – perché Giovanni «vide e credette». Tuttavia lo scopo della nostra piccola indagine era e rimane un altro; e verte su un interrogativo: perché dovrebbe essere “credibile” – ancorché non provabile, ovviamente – la risurrezione di Gesù? Abbiamo visto come l’ipotesi delle ricostruzioni evangeliche come narrazioni propagandistiche regga poco, prima che alla storia, alla logica: troppe cose non tornano – dalla risurrezione “non vista” da alcuno all’arrivo delle donne al sepolcro – se gli autori di quei testi erano davvero uomini decisi a divulgare il falso. Anche perché – come nota Sanders – nonostante una lettura critica dei Vangeli porti, dopo la risurrezione, a registrare «storie fortemente divergenti su dove e a chi Gesù apparve», una cosa appare certa: «i suoi seguaci erano sicuri del fatto che Gesù era risorto dalla morte» [12].

Da dove si originò questa sicurezza? Gli apostoli furono – come descrisse allusivamente Petronio nel suo Satyricon – dei creduloni che presero sul serio la resurrezione di un cadavere in realtà trafugato e sostituito, combinazione proprio il terzo giorno, con una persona viva, oppure «videro e cedettero»? A giudicare da ciò che da dopo Pasqua fecero della loro vita, dedicandosi alla predicazione incuranti del martirio, non ci sono dubbi: erano proprio «sicuri del fatto che Gesù era risorto dalla morte» e di lì a qualche tempo lo scrissero – come abbiamo visto – correndo ben due rischi: quello di essere smentiti da persone e testimoni di quei fatti a quel tempo ancora in vita (l’ultimo Vangelo, quello di Giovanni, è stato redatto sicuramente entro il 90 d.C.), e quello di essere accusati di una narrazione contraddittoria e poco credibile. Eppure loro, che avevano frequentato a lungo Gesù senza però mai fidarsi fino in fondo di Lui – Pietro lo rinnegò non una ma addirittura tre volte a poche ore dalla crocifissione! -, ad un certo punto, trasformati da una nuova consapevolezza, decisero di spendere quel che rimaneva loro da vivere per annunciare il Risorto. Allucinazione di massa oppure incontro con una realtà talmente grande da dover essere proclamata a tutti i costi? Il nostro percorso si chiude così, con questa domanda. Che non ha naturalmente lo scopo di convincere nessuno, bensì di sollevare un dubbio. Il dubbio che la mattina del 9 aprile dell’anno 30, in effetti, qualcosa di straordinario possa essere accaduto.



Note:


[1] F.M. Dostoevskij, I demoni; Taccuini per “I demoni”, Sansoni, Firenze 1958, p. 1011 [2] I Corinzi 15:17 [3]I. Biffi, Verità cristiane nella nebbia della fede, Jaca Book, Milano 2005, pp. 33-34 [4] G. Biffi cit. in AA.VV. Verrà a giudicare i vivi e i morti, “Communio”, n. 79, 1985, p. 101[5] Dall’intervista di Mauro Baudino, Piergiorgio Odifreddi: “Fieri di non credere”, La Stampa, 1/3/2007, p. 42 [6] E. Ronchi (a cura di), I racconti di Pasqua, San Paolo, Milano 2008, 40. [7] V. Messori, Dicono che è risorto. Un’indagine sul Sepolcro vuoto, Sei, Torino 2000, p. 41[8] Giovanni, 20:2 [9] S. T. Stancati, Escatologia, morte e risurrezione, Editrice Domenicana Italiana, Napoli 2006, p. 225 [10] I primi indizi della resurrezione. Intervista di Gianni Valente, 30 Giorni, anno XIX, febbraio 2001, p. 36s [11] Ibidem [12] E.P. Sanders, Gesù. La verità storica, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1995, pp. 281-283.

martedì 21 marzo 2017

L’Inquisizione sotto inquisizione

inquisizione
 di Matteo Carletti

“Se c’è un’immagine intimamente legata all’Inquisizione, è proprio la tortura. Infatti, nell’inconscio collettivo, essa riassume e simboleggia (insieme al rogo!) tutta la storia di questa istituzione. Feroce, sadica, con i suoi cavalletti, il suo supplizio della corda, la torcia infiammata e cento modi nuovi di tortura», così lo storico Leo Moulin (“L’Inquisizione sotto inquisizione”).
Quanto spesso ci è giunto dalla storia dell’Inquisizione è, spesso, la descrizione della sua violenza e crudeltà perpetrata attraverso i più perversi metodi di tortura, rappresentati su e giù per l’Europa in decine e decine di “musei della tortura”. Niente di più falso! “Oggi sappiamo che l’Inquisizione – sostiene lo storico americano Thomas Woods – non fu affatto così aspra come la si è dipinta in passato, e che il numero di individui portati al suo cospetto fu assai minore di quello, esagerato, un tempo accettato”. Non è che si voglia per forza tirare l’acqua verso il proprio mulino, “questa è la conclusione – prosegue Woods – chiara e netta, cui sono giunti i migliori e più recenti studi”. Ma veramente la tortura era qualcosa di estraneo al mondo dell’Inquisizione? Partiamo con ordine. La tortura non è un’invenzione dell’Inquisizione medievale. «Nel IX secolo, Papa Nicola I – ci ricorda sempre Moulin – aveva dichiarato che questo metodo di inchiesta “non era ammesso né dalle leggi umane né dalle leggi divine”. Fu lo sviluppo del diritto romano nel XIII secolo che riportò questa pratica, all’inizio nella giustizia secolare (Codice Veronese 1228; Costituzioni Siciliane di Federico II, 1231), e poi nella giustizia inquisitoriale, nel Mezzogiorno della Francia, verso il 1243. Papa Innocenzo IV non ne autorizzò l’uso che nel 1252, decisione confermata in seguito dai Papi Alessandro IV (1259) e Clemente IV (1265). Fu tuttavia stabilito che la tortura dovesse sempre essere applicata senza che l’integrità fisica o la vita dell’accusato fossero messe in pericolo – “citra membri diminutionem et mortis periculum”». Secondo i manuali degli inquisitori la tortura, dunque, doveva arrestarsi prima di infliggere ferite sanguinanti (la corda o il cavalletto erano gli unici strumenti consentiti) e non doveva produrre alcuna diminuzione nell’efficienza fisica del torturato. Non solo, giovani e anziani erano esclusi da questa pratica che doveva essere eseguita sempre sotto controllo di un medico. Nel volume “Processi alla Chiesa” a cura di Franco Cardini viene ricordato che la tortura “non deve porre l’imputato in pericolo di morte” e che essa “può essere impiegata soltanto contro quanti sono già fortemente indiziati e deve essere dosata secondo la gravità del crimine”. Sempre l’autorevole medievalista Molulin ci ricorda che “il supplizio non era permesso, che per stabilire la colpevolezza; a tal segno che, se l’Inquisitore poteva raggiungere in altro modo la prova giuridica, doveva fare a meno della tortura. Il suo dovere era di evitarla il più possibile; egli non vi si decideva che dopo aver utilizzato tutti gli altri mezzi e atteso a lungo. Solo quando fosse persuaso che il sospettato negasse sistematicamente, e in questo caso soltanto, lo avrebbe destinato al supplizio; ma, anche allora, egli doveva esortarlo fino all’ultimo minuto, cioè doveva ritardare la tortura il più possibile“. Anche nei tempi d’esecuzione le disposizioni erano molto accurate: la tortura non poteva superare la mezz’ora e non poteva essere ripetuta. Ciò che interessava il tribunale dell’Inquisizione (che aveva giurisdizione soltanto sui diritti di fede) era giungere alla certezza della colpa e, dunque, alla verità, alla quale si poteva giungere solo dietro confessione dell’accusato. La tortura aveva proprio la funzione di far confessare il reo, con la condizione (assolutamente non secondaria) che l’eventuale confessione fosse ripetuta identica senza tortura.  È questo il motivo per cui gli inquisitori non ne facevano largo uso, perché “i deboli sotto tortura avrebbero confessato qualsiasi cosa, laddove i «duri» vi avrebbero resistito facilmente. […] La cosa poteva dunque dar luogo a ritrattazioni senza fine, a tutto discapito dell’unica cosa che interessava gli inquisitori: la verità” (R. Cammilleri, La vera storia dell’Inquisizione). Lo specialista Bartolomé Benassar, che si è occupato dell’Inquisizione più dura, quella spagnola, parla di un uso della tortura “relativamente poco frequente e generalmente moderata, e il ricorso alla pena capitale, eccezionale dopo il 1500”. Anche per la storica moderna de La Sapienza, Anna Foa, il fatto che l’Inquisizione non mandasse mai assolti i suoi inquisiti è una leggenda. “In realtà – sostiene la storica – nei processi d’Inquisizione le condanne a morte sono una piccola proporzione, inferiore al 10 per cento”. Numero non irrilevante se si tiene in considerazione l’alto numero di processi portati avanti dall’Inquisizione. “Questo era dovuto non al fatto che l’Inquisizione era particolarmente clemente – prosegue la Foa – ma al fatto che il suo obiettivo primario non era la condanna a morte, ma la confessione e la ritrattazione degli eretici”. La leggenda nera sull’Inquisizione e in particolare sulle sue torture, rappresenta uno dei cavalli di battaglia della “vulgata popolare” anticattolica nata con la Riforma e proseguita con il secolo dei lumi. Ancora oggi per Franco Cardini “crociate, inquisizione, caccia alle streghe e conquistadores sono di nuovo gli obiettivi storici d’una polemica decrepita l’armamentario della quale non riesce nemmeno a rinnovarsi alla luce delle nuove e più qualificate ricerche”.

“Non c’è critica che tenga, non c’è denunzia che regga contro il muro d’incultura, di mancanza di senso critico e di presenza invece di pesante pregiudizio concettuale che sostanzia di sé certi propagandisti della sistematica falsificazione del passato”.

Franco Cardini, R. Cammilleri “La vera storia dell’Inquisizione”, prefazione.
I miei studenti, quand’anche sappiano qualcosa della Chiesa, di solito sono a conoscenza solo della sua ‘corruzione’, dei quali i loro insegnanti delle scuole superiori hanno trasmesso loro infiniti racconti di variabile credibilità”.


Thomas Woods jr, “Come la Chiesa Cattolica ha costruito la civiltà occidentale”.

mercoledì 1 febbraio 2017

L'esorcismo più difficile

giovanni cavalcoli la question dell eresia oggi

LIBERARE L’ERETICO DAL DEMONIO È IL PIÙ DIFFICILE TRA GLI ESORCISMI 

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Non avendo argomenti per difendersi, mentre l’accusa che vien fatta gli brucia, l’eretico reagisce allora con l’odio, la calunnia, la diffamazione e la violenza e, se è Superiore, con mezzi repressivi, anche sleali o illegali, abusando della sua autorità. Il Superiore eretico è sempre un despota, che governa non con la saggezza, ma col terrore. È, per parafrasare un’ espressione di Papa Benedetto XVI, possiamo dire che l’eretico è il “dittatore del relativismo”.

Giovanni Cavalcoli ed io conosciamo il ministero di esorcista, avendolo entrambi esercitato. Si tratta di un delicato ministero riservato solo ai ministri in sacris, da esercitare con prudenza su mandato e sotto la vigilanza del Vescovo, ma soprattutto cercando di convincere, una media di nove persone su dieci, inclusi spesso gli stessi familiari che accompagnano questi disturbati, a rivolgersi a un bravo specialista in psichiatria. Spesso ci siamo detti a vicenda che le rarissime possessioni demoniache sono la manifestazione più “innocua” di quelle che sono le devastanti possessioni vere. I più pericolosi posseduti sono infatti diversi di coloro che occupano posti chiave nei governi dei Paesi, che gestiscono immensi patrimoni finanziari, che fanno il bello e il cattivo tempo nella borsa valori, che dirigono i più grandi centri di ricerca clinico-scientifica, che condizionano le attività degli eserciti attraverso l’industria delle armi. I peggiori posseduti sono quegli eretici che pare abbiano fatto un golpe all’interno della Chiesa, mutando il bene in male e il male in bene, la virtù in vizio e il vizio in virtù, la sana dottrina in eterodossia e l’eterodossia in sana dottrina. E nessuno di questi pericolosi posseduti è portato dai familiari dall’esorcista. Dopo la pubblicazione del mio recente articolo sul teologo eretico Andrea Grillo che ha insolentito il Cardinale Carlo Caffarra, riconosciuto a livello mondiale come uno dei nostri grandi maestri della morale cattolica [cf. QUI], abbiamo deciso di pubblicare anche questo articolo inedito redatto da Giovanni Cavalcoli nel settembre del 2016 ed archiviato assieme ad altre decine di articoli suoi e miei nell’archivio dell’Isola di Patmos, nell’attesa di essere pubblicati al momento opportuno.
Ariel S. Levi di Gualdo

L’eretico vuol dar l’apparenza del riformatore; invece è un distruttore. Si atteggia a custode della tradizione, per fermare il progresso nella verità. Esalta il valore della storia per negare la verità immutabile. Enfatizza la dignità umana o la grazia divina per finire nel panteismo. Si fa la voce dell’Eterno per dissolvere il tempo nell’Assoluto. «Veleno d’aspide è sotto le sue labbra» [Cf. Sal 144,4]. L’eretico più abile e pericoloso è capace di ingannare anche i sapienti: «Più fluide dell’olio sono le sue parole, ma sono spade sguainate» [cf. Sal 55,22]. L’eretico, che è un sofista e non ha fiducia nella ragione, non è obbiettivo e sereno nel suo parlare, non induce a ragionare o a riflettere, non stimola la capacità critica, non fa uso di argomenti ragionevoli o persuasivi, o quanto meno probabili, né cita fatti o testimonianze certi e comprovati, ma fa leva sulle passioni, sulle emozioni e sugli stati d’animo: l’indignazione, l’irritazione, la rabbia, l’invidia, lo scoraggiamento, la paura, il desiderio di vendetta, l’impazienza, la sfiducia, la ribellione, la sensualità, ricorrendo alla menzogna, all’inganno, all’insulto, alla diffamazione, alla denigrazione, alla calunnia.
Per attirare discepoli e pavoneggiarsi del suo falso sapere, per apparire persuasivo e onesto o addirittura difensore della verità e maestro di santità, senza scoprirsi; per sedurre, ingannare e far cadere il prossimo e adescare gli sprovveduti, l’eretico dà mostra di onestà di costumi, fa sfoggio di scienza, usa ad arte argomenti studiatamente sofistici e un linguaggio piacevole, ma torbido, equivoco, ambiguo, insinuante, doppio, serpentino, ma soprattutto sfuggente al “sì” e “no” [leggere tutto l’articolo …]

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martedì 31 gennaio 2017

Pensieri pericolosi... riconoscerli per difendersi

dizionario-pensiero-pericolosoi

di Costanza Miriano
È qualche giorno che vorrei recensire il Dizionario elementare del pensiero pericoloso pubblicato da poco da IdA, Istituto di Apologetica, e in vendita anche sul sito de Il Timone: pensavo di aprirlo, farmi un’idea e scrivere velocemente qualcosa, ma niente. Ci sono sprofondata dentro. Voce dopo voce, pagina dopo pagina, non riesco a smettere di leggere, perché non c’è un argomento che non mi interessi.
Dopo il Dizionario di apologetica, l’IdA ha pubblicato questo altro prezioso strumento, scegliendo un campione del pensiero contemporaneo che è in contrasto con la dottrina cattolica, o anche che presenta solo alcuni aspetti problematici, pur avendo dei meriti culturali o anche teologici.
Da Theodor Adorno a Elemire Zolla, scorrere l’indice è un’avventura avvincente, e si attraversa  una lunga lista di voci, oltre duecento, una più interessante dell’altra. Giuseppe Alberigo, Allende, Augias, Tonino Bello, Enzo Bianchi, Bonhoeffer, Emma Bonino, Cacciari, Darwin, De Andrè, Dossetti, Dario Fo, Freud, Galimberti, Kant, Lacan, Levi Montalcini, Madonna (!), Martini, Marx, Melloni, Milani, Mishima, Odifreddi, ONU (sì, anche le organizzazioni, Save The children, Femen, Greenpeace, Unicef, WWF sono nella lista), Pasolini, Pivano, Quinzio, Saviano, Scalfari, Soros, Teilhard de Chardin, Vattimo, Veronesi e mi fermo qui, ma è solo un assaggio di un grande campione.
L’intento non è quello di demonizzarli – ci sono persone preziosissime per la Chiesa come Raniero Cantalamessa – ma dirisvegliare una capacità critica nell’ascoltare tutto, e nel giudicare, non le persone, ma le idee, è appena il caso di precisare. “Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono”, dice San Paolo. Infatti di ogni personaggio vengono riportate alcune affermazioni critiche, viene evidenziato l’errore, e poi viene affermata la verità secondo la dottrina.
Ma la cosa più bella per me è leggere l’elenco degli autori, alcuni dei quali amici in carne ed ossa, altri amici solo di carta. La loro lucidità e intelligenza e capacità mi rende orgogliosa di pensarla come loro. È questa la bellezza del libro: sentirsi parte di una comunità che condivide un pensiero, un patrimonio, un deposito comune. È vero che abbiamo duemila anni di storia alle spalle, ma a volte è bello anche sapere che la comunione di pensiero, di cultura, di eredità, è con dei vivi, meglio ancora se sono persone a cui puoi telefonare o scrivere. E se sfogliando i giornali, guardando la tv, andando in libreria ci si sente dei pazzi che vanno contromano in autostrada, tra queste pagine si ritrova finalmente la piacevole sensazione di quelli che hanno imboccato la strada per il verso giusto. Ogni tanto ci si deve pur riposare…

martedì 15 novembre 2016

Un utile dizionario di apologetica

download

dal blog di Costanza Miriano

Quando riattaccano la solita solfa con l’Inquisizione, i catari, Galileo Galilei, la caccia alle streghe puoi sempre:
1) glissare signorilmente se sei in fila alla cassa e hai un figlio che ti aspetta sul portone di scuola;
2) imbracciare il kalashnikov;
3) rispondere ribattendo punto su punto. 
Per l’opzione 3 c’è il Dizionario del Timone. Da tenere a portata di mano sulla mensola più vicina. Se non ascoltano il contenuto, usare come arma contundente (ha gli spigoli duri, è cartonato).


***

Ma davvero i medioevali hanno creduto che le donne non abbiano l’anima, che la Terra sia piatta, che le streghe si nascondano dietro ogni angolo del mondo, che la fede si possa imporre con la violenza perché il fine giustifica i mezzi? Sul serio, come ci racconta la televisione, le crociate, l’Inquisizione e la conquista spagnola delle Americhe sono stati abusi turpi? E allora è vero, come ci viene raccontato sin dai primi banchi di scuola, che l’Illuminismo e le rivoluzioni abbiano finalmente liberato l’uomo dal giogo ecclesiastico?
E pure, come si legge sui quotidiani e sui rotocalchi, che la scienza dimostri inconfutabilmente che l’uomo e la scimmia discendano dal medesimo antenato, che la scienza e la fede siano incompatibili, che l’intelligentissima Ipazia, l’illuminato Giordano Bruno, lo sconfortato Galileo Galilei e il simpatico conte di Cagliostro siano martiri caduti in nome della libertà di pensiero? Che Martin Lutero avesse ragione a scagliarsi contro la vendita delle indulgenze, che i Papi siano sempre stati dei campioni di corruzione, che il culto mariano sia una pura idolatria cattolica, che Gesù sia stato solo un uomo come tutti gli altri, per di più marito di Maria Maddalena, e che la storia della sua vita raccontata nei Vangeli sia un semplice romanzo, bruttarello, tardo e imposto alle coscienze dalla nefanda alleanza fra trono e altare?
No, non è vero, e ci sono una gran quantità di prove che permettono di dimostrarlo; prove spesso alla luce del sole, se non persino alla portata di tutti, facili da consultare e semplici da comprendere, eppure censurate o nascoste dalla cultura che va oggi per la maggiore. Perché? Perché dando retta a quelle prove ci si dovrebbe arrendere alla realtà dei fatti, quella realtà che racconta e documenta tante verità dimenticate, come il fatto che in Occidente il monachesimo sia stato un fattore di civilizzazione imprescindibile, o che i “secoli bui” del Medioevo abbiano inventato gli occhiali e il riscaldamento centralizzato, o che la partita doppia e l’economia di mercato siano nate nei conventi francescani, o che gli ospedali siano una benemerita invenzione cristiana (e di santi) che prima non esisteva. E che invece il protestantesimo, il razionalismo, il socialismo, i fascismi, i nazionalismi e il relativismo oggi travestito da ecologismo o da teoria del gender hanno prodotto danni, decadenza e financo regresso. Ci si dovrebbe cioè arrendere all’evidenza: non solo che la fede cattolica è ragionevolmente credibile e solidamente fondata, ma anche che la morale che ne consegue è l’ autentico umanesimo e la cultura che ne deriva è un fattore di progresso senza eguali nella storia.
Per questo da oggi esistono le 600 pagine del Dizionario elementare di apologetica, un’opera di carità intellettuale curata da Gianpaolo Barra, Mario A. Iannaccone e Marco Respinti per i tipi dell’Istituto di Apologetica, che edita Il Timone.
Sono oltre 140 “voci” compilate da 36 esperti: storici e archeologi, esperti di bioetica, teologi, medici, psicologi, scienziati ed economisti.
Lo schema è semplice, di utilizzo immediato: definizione, obiezioni, risposte, suggerimenti bibliografici per un primo approfondimento.

Per comprare il Dizionario Elementare di Apologetica  online vai su questa pagina