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martedì 9 agosto 2016

domenica 4 agosto 2013

Donne innamorate di Dio


Il Sole 24 Ore, 4 agosto 2013
di GIANFRANCO RAVASI
vai al libro:
LISA CREMASCHI
 Donne di comunione
Vite di monache d'oriente e d'occidente
Incastonato nella mente di molti c'è lo stereotipo di un cristianesimo antifemminile. Come tutti i luoghi comuni, anche questo pregiudizio ha una sua verità che non regge, però, in equilibrio al confronto con l'altro piatto ove troviamo la vivace presenza della donna come protagonista. Non si dimentichi, infatti, che il Cristo risorto appare innanzitutto a un gruppo di donne - una classe "inferiore" nello statuto sociale dell'antico Vicino Oriente - affidando loro l'incarico di "evangelizzare" gli apostoli maschi, tant'è vero che l'antica tradizione cristiana orientale non esiterà a chiamare Maria Maddalena «apostola degli apostoli». Lo stesso san Paolo giunge al punto di definire, nel finale della Lettera ai Romani, una tale Giunia «apostola» con suo marito Andronico (16,7), accanto a una piccola folla di altre donne, a partire dalla «diaconessa» Febe, per continuare con Prisca, Maria, Trifena, Trifosa, «la carissima Pèrside», la madre di Rufo, finendo con Pàtroba, Giulia, la sorella di Nereo e Olimpas. Si provi poi a scorrere le altre Lettere paoline per sfatare il mito di un Paolo misogino, fermamente convinto invece della pari dignità dei due sessi agli occhi della fede: «Non c'è più né giudeo né greco, non c'è schiavo né libero, non c'è maschio e femmina perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù" (Galati 3, 28). Certo, il contesto socio-culturale non era quello odierno, né nell'orizzonte giudaico, né in quello grecoromano. Basti solo evocare la sconcertante preghiera mattutina suggerita dal Talmud babilonese all'ebreo maschio perché ringrazi Dio di non averlo fatto nascere né pagano, né donna, né ignorante. E, tanto per scegliere fior da fiore nell'altro settore, quello classico, un raffinato autore latino come Aulo Gellio (II sec.), nelle sue popolarissime Notti Attiche, era lapidario: Mulier, malum necessarium!
L'obiezione, però, potrebbe essere questa: come si è comportato il cristianesimo successivo nei confronti della donna? Una delle risposte sorprendenti - senza per questo cancellare le oscurità e le necessarie autocritiche ci viene offerta da una monaca di oggi, Lisa Cremaschi della comunità di Bose (Biella), che apre il sipario sulle sue colleghe dei primi secoli, vere e proprie matriarche o madri della Chiesa da accostare a patriarchi e padri della cristianità. Di esse l'autrice offre un'antologia di testimonianze o memorie, che vanno dalle origini fino alla sorella di san Benedetto, Scolastica, alle soglie del VI secolo, una donna celebrata da un papa, san Gregorio Magno, che le riserverà questo straordinario epitaffio: «poté di più colei che amò di più».

In questa ideale galleria di donne innamorate di Dio sfilano figure non di rado emozionanti, a cominciare dalla prima ricordata, Macrina, sorella di un altro grande Gregorio santo, il vescovo di Nissa in Cappadocia, che ne scrisse la biografia, e di un altro importante personaggio di quella Chiesa, san Basilio. «Con te anche la notte era illuminata come il giorno», la piangeranno le sue compagne monache sul letto di morte, donne aristocratiche ed ex-schiave che vivevano assieme a lei nella tenuta familiare di Macrina, trasformata in oasi spirituale. E poi c'è Sincletica, celebrata negli Acta sanctorum come «la perla ignorata da molti», una patrizia di Alessandria d'Egitto, ritiratasi avita contemplativa in un «sepolcro», ossia in uno dei tanti edifici funerari egizi orientati verso il Nilo. Potente nel suo ritratto biografico abbozzato da un altro grande della cristianità alessandrina, sant'Atanasio, la rappresentazione del suo crepuscolo nel disfacimento fisico: divenuta un agnello sacrificale afono come il Servo messianico cantato dal profeta Isaia (53,7), fissa lo sguardo sull'Invisibile perché «le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili sono eterne».
E poi c'è il curioso (ma non unico) caso - dai contorni leggendari, ma dalla sostanza storica - di Maria «travestita» da uomo fino ad assumere il nome di «Marino» per poter entrare in monastero col padre vedovo, divenuto monaco. Parlavamo di matrice storica perché un concilio locale celebrato a Gangra (Turchia) nel 345 aveva emesso questo anatema contro una prassi tutt'altro che insolita: «Se una donna, per presunta ascesi, si taglia i capelli... e, al posto del consueto abito femminile, indossa quello maschile, sia anatema!». La provocazione di Maria-Marino, seguita da altre donne, riflette indirettamente il contesto maschile allora dominante a cui non si riusciva a proporre da parte femminile altra alternativa se non la sua imitazione. A questo proposito Lisa Cremaschi nell'introduzione alla sua antologia giustamente s'interroga: «Cercare la parità di diritti con l'uomo negando l'alterità è una via di liberazione per la donna? Non è forse soltanto un'ulteriore affermazione dell'inferiorità della donna che per potersi realizzare dovrebbe imitare la "superiorità" dell'uomo, diventare ciò che non è, negando la propria alterità?». È un po' in questa luce, prescindendo dalle questioni strettamente teologiche, che si dovrebbe impostare a livello generale la spinosa questione del dibattito sul sacerdozio femminile e, più in generale, quello del rapporto uomo-donna e della teoria del gender.

Lasciato alle spalle ormai da tempo (ma a livello pratico è proprio così?) il paradigma della "subordinazione" della donna all'uomo, così come il suo antipodo radicale femminista, si potrebbe andare oltre la rigida parità spesso artificiosa (le «quote rosa»...) e imboccare una via più "simbolica", cioè unificatrice, quella della reciprocità nell'equivalenza e nella differenza. È, dunque, indispensabile una metamorfosi, superando appunto sia il modello di inferiorità/complementarità, sia quello dell'astratta parità/identità, per sfociare in una reciprocità relazionale sulla base dell'equivalenza.
A questo esito aiutano anche le altre fisionomie femminili raccolte da Lisa Cremaschi: dalle «bibliste» Marcella e Paola, le nobildonne romane discepole e amiche di san Girolamo, il celebre traduttore latino delle Sacre Scritture, fino alla bellissima Melania la Giovane (così denominata per distinguerla dalla più radicale nonna Melania), ricca, affascinante, colta, appartenente all'alta società romana, coniugata contro la sua volontà a un cugino che con lei prenderà i voti monastici. Lasciamo ai lettori di seguire le avventure umane e spirituali di Melania attraverso la narrazione del suo segretario Geronzio, un nome liberamente evocato nel poemetto Gerontion di Eliot (1920). Rimane, comunque, forte l'impressione che queste donne di terre e origini diverse, capaci di inerpicarsi sui sentieri ardui della spiritualità e dell'interiorità, con libertà, originalità e creatività, lasciano nel lettore moderno. Spogliata della sua enfasi, dovremmo alla fine condividere la sostanza della considerazione del Diario di un poeta di Alfred de Vigny: «Dopo aver riflettuto bene sul destino delle donne in tutti i tempi e in tutti i Paesi, ho finito per convincermi che ogni uomo dovrebbe dire a ogni donna, invece del solito "buon giorno!", un "Perdona!"».

venerdì 5 ottobre 2012

Bruno il Certosino - Biografia, Testi della Messa e Preghiera notturna




Oggi 6 OTTOBRE ricordiamo:

SAN BRUNO

monaco
(1030?-1101)
Memoria facoltativa - Solennità per i Certosini



Bruno nacque a Colonia, nell'anno 1030ca. Giovanissimo, nel 1045ca. si trasferisce a Reims. Eccelle negli studi della filosofia e della teologia al punto che Herimann, rettore dell'Università, lo vuole suo successore. Bruno diventa così rettore della scuola di Reims; non ha ancora trent'anni.
Vive in un tempo storico caratterizzato dalle lotte delle investiture, e la nomina di Manasse, che governò la chiesa più da gran signore feudale che da vescovo, fece abbattere sulla chiesa di Reims una bufera. La lotta contro Manasse durò quattro anni duranti i quali Bruno e i suoi compagni perdono tutto, beni, cariche, uffici e sono costretti all'esilio presso il conte Ebal de Roucy.
A Bruno viene proposta la carica prestigiosa di vescovo di Reims, ma Bruno anela al deserto.
Con sei compagni si reca da Ugo, Vescovo di Grenoble. Ugo ha sognato sette fulgide stelle; erano i sette pellegrini che trovano così il luogo deserto anelato da Bruno: la valle di "Certosa".
Iniziata nel 1084, la prima certosa avrà il nome di Santa Maria di Casalibus, cioè delle capanne.
Nel 1088 Eudes de Chatillon, che è stato alunno di Bruno a Reims, diventa Papa assumendo il nome di Urbano II. Desidera avere al suo fianco una mente eccelsa come Bruno, che nel frattempo vive felice da sei anni nel suo "deserto" di Certosa. Lo vuole a Roma. Bruno lacerato dal distacco non può disobbedirgli, lo raggiunge lasciando Certosa. Ma Urbano II è costretto a fuggire da Roma, Bruno lo segue e nel 1090 si rifugiano in Calabria. Urbano II offrì a Bruno il vescovado di Reggio Calabria, ma egli lo rifiuta. Bruno chiede al Papa di poter tornare alla vita contemplativa.
Urbano II esaudisce il suo desiderio ma deve rimanere in Calabria. La valle di Santa Maria della Torre a 850 metri di altezza si mostra come deserta, boscosa, accetta quindi l'offerta del conte Ruggero, normanno, che gli fa dono di quelle terre.
In quel luogo costruirono la nuova certosa che prenderà il nome da Santa Maria della Torre, la cui chiesa verrà consacrata il 15 agosto del 1094 dal vescovo di Palermo.
L'aspetto dominante del carattere di Bruno è stato il suo desiderio di solitudine;
Bruno però non è mai fuggito. Ha rinunciato ad agi ed onori e ha scelto il "deserto" perché lo considerava un mezzo per raggiungere Dio.
Bruno ci fa capire che il deserto non è assenza degli uomini ma presenza di Dio, ovunque noi siamo.

San Bruno muore nel 1101, il 6 ottobre.
Il mio spirito esulti nel Signore
Dalla «Lettera ai suoi figli Certosini» di san Bruno (Nn. 1-3; SC 88, 82-84)
Dai frequenti ed affettuosi rapporti del nostro caro fratello Landowino sono stato informato della vostra fedeltà assoluta alla regola, e dico che ciò vi fa veramente onore. L'anima mia si rallegra nel Signore sapendovi grandemente impegnati a perseguire l'ideale della santità e della perfezione. Ne godo veramente e sono portato a lodare e ringraziare il Signore, e tuttavia sospiro amaramente. Esulto certo, com'è giusto, per la copiosa messe delle vostre virtù, ma sono addolorato e mi vergogno di starmene inerte e pigro nella bruttura dei miei peccati.
Ma voi, o miei carissimi fratelli, gioite per la vostra sorte beata e per la grande abbondanza della grazia di Dio su di voi. Gioite perché siete restati incolumi tra i pericoli d'ogni genere e i naufragi di questo mondo in tempesta. Gioite perché avete raggiunto la sicura quiete nell'oasi più protetta, a cui molti non arrivano, nonostante la loro volontà ed anche i loro sforzi. Molti altri l'hanno bensì raggiunta, ma poi ne furono esclusi, perché a nessuno di essi era stato concesso dall'alto.
Perciò, o miei cari fratelli, sappiate e tenetelo per certo che chiunque ha goduto di questo bene prezioso, qualora dovesse perderlo per qualche motivo, se ne dorrà senza fine, sempre che abbia qualche stima o cura della salvezza dell'anima sua.
Quanto a voi, carissimi miei fratelli laici, io dico: «L'anima mia magnifica il Signore» (Lc 1, 46), perché vedo la magnificenza della sua misericordia sopra di voi, secondo quanto mi riferisce il vostro priore e padre, che molto vi ama ed è assai fiero e contento di voi.
Esultiamo anche noi, perché interviene Dio stesso a istruirvi, a dispetto della vostra poca familiarità con le lettere. L'Onnipotente scrive con il suo dito nei vostri cuori non solo l'amore, ma anche la conoscenza della sua santa legge. Dimostrate con le opere ciò che amate e ciò che conoscete.
Infatti quando con ogni assiduità e impegno osservate la vera obbedienza, è chiaro che voi sapete cogliere saggiamente proprio il frutto dolcissimo e vitale della divina Scrittura.
MESSALE
Antifona d'Ingresso Sal 26,8-9.1
Di te ha detto il mio cuore: «Cercate il suo volto»;
il tuo volto, Signore, io cerco.
Non nascondermi il tuo volto,
Il Signore è mia luce e mia salvezza,
di chi avrò paura?

Ubi fratres in unum gloríficant Deum, ibi dabit Dóminus benedictiónem.


Colletta

O Dio, che hai chiamato san Bruno
a servirti nel silenzio e nella solitudine,
per la sua intercessione e il suo esempio
donaci di conservare,
nella dispersione della vita quotidiana,
una continua unione con te.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...

Deus, qui sanctum Brunónem ad serviéndum tibi in solitúdine vocásti, eius nobis intercessióne concéde, ut, per huius mundi varietátes, tibi iúgiter vacémus. Per Dóminum.


LITURGIA DELLA PAROLA


Prima Lettura
 8,2-5
Dal libro del Deuteronomio

Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. Il tuo vestito non ti si è logorato addosso e il tuo piede non si è gonfiato durante questi quarant’anni. Riconosci dunque in cuor tuo che, come un uomo corregge il figlio, così il Signore tuo Dio corregge te.

Salmo Responsoriale
 Dal Salmo 102,1-10
Il Signore è buono e grande nell’amore.


Benedici il Signore, anima mia,
quanto è in me benedica il suo santo nome.
Benedici il Signore, anima mia,
non dimenticare tanti suoi benefici.

Egli perdona tutte le tue colpe,
guarisce tutte le tue malattie;
salva dalla fossa la tua vita,
ti corona di grazia e di misericordia;
egli sazia di beni i tuoi giorni
e tu rinnovi come aquila la tua giovinezza.

Il Signore agisce con giustizia
e con diritto verso tutti gli oppressi.
Ha rivelato a Mosè le sue vie,
ai figli d’Israele le sue opere.

Buono e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
Egli non continua a contestare
e non conserva per sempre il suo sdegno.
Non ci tratta secondo i nostri peccati,
non ci ripaga secondo le nostre colpe.

Seconda Lettura
 8,22-30
Dalla lettera di san Paolo ai Romani
Fratelli, sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo.
Poiché nella speranza noi siamo stati salvati.
Ora, ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo?
Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza.
Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio.
Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno.
Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati.
Canto al Vangelo Sal 107,2
Alleluia, alleluia.

Saldo è il mio cuore, Dio,
saldo è il mio cuore:
voglio cantare inni, anima mia.
Alleluia.

Vangelo 
Lc 12, 35-40

Beati i servi che il padrone al suo ritorno troverà svegli.

Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo Gesù disse:
Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa.
Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli.
E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro! Sappiate bene questo: se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che non pensate».
* * *

Letture della preghiera notturna dei Certosini

6 Ottobre - SAN BRUNO NOSTRO PADRE

monaco

1

Dalla Costituzione apostolica Umbratilem di papa Pio XI.
AAS,XVI,(1924),385‑389.

Coloro che per la professione religiosa vivono nell'ombra un'esistenza
solitaria, lontano dallo strepito e dalle follie del mondo, hanno scelto la
parte migliore, come Maria di Betania.

Essi consacrano tutte le loro energie alla contemplazione dei divini
misteri e delle verità eterne e innalzano al Signore continue e insistenti
preghiere per l'estensione la prosperità del suo Regno.

Con la mortificazione spirituale e corporale, prescritta volontaria, essi
cancellano ed espiano le proprie colpe ancor più quelle altrui.

Infatti non si potrebbe proporre alla scelta o al desiderio dell'uomo
nessuno stato di vita più perfetto, a condizione però di riceverne la
chiamata dal Signore.

Mediante l'intima unione con Dio e la santità interiore, i seguaci della
vita solitaria nel silenzio dei chiostri contribuiscono mirabilmente a
rendere più splendido quel tesoro di santità che la Chiesa, sposa di
Cristo, offre allo sguardo e all'imitazione di tutti. Nessuna meraviglia
quindi se gli scrittori ecclesiastici dei secoli scorsi paragonarono la
potenza e l'efficacità delle preghiere dei solitari a quelle di Mosè.

2

Mentre Giosuè nella pianura dava battaglia agli Amaleciti, Mosè, sulla
vetta del monte vicino, pregava con fervore Iddio di voler concedere la
vittoria al suo popolo. Quando Mosè alzava le mani al cielo, vinceva
Israele, ma appena le abbassava per la stanchezza, gli Amaleciti prendevano
il sopravvento. Per questo Aronne e Cur gli si misero ai fianchi per
sorreggergli le braccia fino a che Giosuè usci vincitore dal combattimento.

L'episodio raffigura con efficacia il valore dell'orazione dei
contemplativi. Essi trovano infatti valido appoggio nell'augusto sacrificio
dell'altare, rappresentato da Aronne, e nella pratica della penitenza,
simboleggiata da Cur. Questi solitari hanno per missione essenziale di
offrirsi e consacrarsi a Dio come vittime di propiziazione per la salvezza
di tutti, compiendo una funzione ufficiale ricevuta dalla Chiesa.

3

Fin dai primordi della cristianità, prese radice e si sviluppò questo
genere di vita utile e vantaggioso per tutti i fedeli, al di la di quanto
si potrebbe credere.

Non parleremo qui degli asceti, i quali fin dagli inizi del cristianesimo
vivevano con tanta austerità, pur in seno alle loro famiglie, che san
Cipriano li considerava come "la porzione più illustre dei gregge di
Cristo". La storia ci narra come durante la persecuzione dell'imperatore
Decio, molti fedeli d'Egitto si rifugiarono in una zona deserta del loro
paese. Anche dopo che fu restituita la pace alla Chiesa, essi continuarono
a praticare la vita solitaria, nella consapevolezza di trovarvi un potente
mezzo di perfezione.

Questi anacoreti divennero numerosi al punto che si diceva eguagliassero in
numero gli abitanti delle città. Alcuni tra loro presero a vivere
completamente separati dalla compagnia degli uomini, mentre altri, alla
sequela di sant'Antonio, si radunarono nelle laure.

Sorsero cosi gradatamente gli Ordini monastici, organizzati e retti da
regole determinate. Questo genere di vita si diffuse ben presto in tutto
l'Oriente per propagarsi poi in Italia, nelle Gallie e nell'Africa
proconsolare, erigendo dappertutto monasteri.

4

Quei monaci, vivendo nel segreto della propria cella, erano completamente
liberi da qualsiasi ministero esteriore, e potevano applicare l'animo in
modo esclusivo alla contemplazione delle realtà celesti.

Questa istituzione monastica si rivelò di una mirabile utilità per la
società cristiana. Il clero e il popolo di quei tempi consideravano con
molto frutto l'esempio di questi uomini che l'amore di Cristo attirava ad
abbracciare le pratiche più perfette e più austere. Questi monaci imitavano
la vita interiore e nascosta di Gesù Cristo a Nazaret, per completare come
vittime consacrate a Dio, quello che manca ai patimenti di Cristo.

Tuttavia, con il passare degli anni, l'istituzione della vita puramente
contemplativa andò perdendo il vigore e il fervore delle origini. I monaci
che avrebbero dovuto rimanere estranei alla cura d'anime e ai ministeri
esteriori, in realtà si diedero ad associare alla meditazione e alla
contemplazione delle realtà divine le opere della vita attiva. Sembrò loro
necessario di venire in aiuto al clero, insufficiente a tanti bisogni, come
reclamavano i vescovi, oppure giudicarono bene assumere l'istruzione
pubblica, promossa da Carlo Magno.

Inoltre, le perturbazioni politiche di quell'epoca causarono danni e
illanguidirono l'osservanza nei monasteri.

5

Dopo periodi di decadenza, era indispensabile che la vita monastica
consacrata alla contemplazione tornasse all'antico splendore. Urgeva che
non venissero mai a mancare nella Chiesa intercessori dediti interamente
alla preghiera, per supplicare senza tregua la divina misericordia e
attirare sul mondo, cosi dimentico della propria santificazione, benefici
di ogni genere.

Nella sua bontà infinita, che non cessa di provvedere in ogni tempo ai
bisogni e agli interessi della Chiesa, Dio scelse allora Bruno, uomo di
eminente santità, per restituire alla vita contemplativa lo splendore della
primitiva purezza.

Bruno istitui dunque l'Ordine dei Certosini, e dopo averlo profondamente
imbevuto del suo spirito gli lasciò regole adatte. monaci, esenti da ogni
obbligo di ministero e di attività esteriore, potevano cosi percorrere
rapidamente la via della santità interiore e applicarsi con perseveranza e
coraggio agli esercizi rigorosi di una vita austera.

Da nove secoli i Certosini hanno saputo conservare fedelmente lo spirito
del loro fondatore, senza aver bisogno, come altri Ordini, di alcuna
riforma.

6

Chi potrebbe non ammirare questi monaci che si sono completamente separati
per tutta la vita dalla società degli uomini, nello scopo di provvedere
alla salvezza eterna dei fratelli mediante un apostolato silenzioso e
nascosto?

Essi vivono ciascuno nella propria cella e osservano cosi strettamente la
solitudine che non se ne allontanano mai per nessun motivo. A ore
determinate, di giorno e di notte, si radunano in chiesa, non per
salmodiare come si fa in altri Ordini, ma per cantare la liturgia con voce
viva e piena. Essi celebrano integralmente l'ufficio divino senza il
soccorso di alcun strumento e secondo le antichissime melodie gregoriane
dei loro codici. Come potrebbe il Dio delle misericordie non esaudire i
voti di questi monaci che lo supplicano per la Chiesa e per la conversione
dell'umanità?

All'origine della vita certosina, il nostro predecessore, Urbano II,
tributò stima e benevolenza a san Bruno, suo antico maestro nelle scuole di
Reims. Eletto papa, volle al fianco come consigliere quell'uomo di cui
conosceva la scienza eminente e l'alta pietà.

In seguito, l'Ordine dei Certosini ha sempre goduto il favore della Sede
apostolica per la semplicità e la santa rusticità della sua vita. Non
minore è l'affetto che noi nutriamo per quest'Ordine, con il desiderio che
prosperi e si propaghi sempre più questa istituzione veramente salutare.



7



Se in epoche passate si avverti il bisogno di anacoreti nella Chiesa di
Dio, ciò si verifica soprattutto oggi. Nel nostro tempo, infatti, vediamo
tanti cristiani trascurare totalmente la considerazione delle realtà
celesti, deporre perfino ogni pensiero della salvezza eterna, correre
sfrenatamente dietro i beni della terra e i piaceri del corpo, vivendo in
privato e in pubblico come pagani, in opposizione al vangelo.

Alcuni pensano che certe virtù, a torto dette "passive", siano ormai cadute
in disuso e si debba sostituire all'antica disciplina monastica l'esercizio
più comodo e meno faticoso delle virtù attive. Questa opinione però fu
respinta e condannata dal nostro predecessore, Leone XIII, ed è ovvio
quanto essa sia pregiudizievole e ingiuriosa alla teoria e alla pratica
della perfezione cristiana.

8

Coloro che si dedicano assiduamente alla preghiera e alla penitenza
contribuiscono molto più al bene e alla salvezza del genere umano che non
gli operai che coltivano il campo del Signore.

Se i primi non attirassero dal cielo l'abbondanza delle grazie divine per
irrigare il terreno, gli operai apostolici trarrebbero dalle loro fatiche
frutti ben più magri.

Non c'è bisogno di dire quanto la nostra speranza si riprometta dai monaci
Certosini. Noi aspettiamo che essi osservino le Costituzioni loro proprie
non solo con fedeltà, ma con slancio. generoso, perché i loro animi siano
formati alla santità più alta. Allora davvero diventeranno intercessori
efficaci presso la misericordia del Signore, a vantaggio del popolo
cristiano.

9

Dal vangelo secondo Luca.

12,35‑40

Gesù disse ai suoi discepoli: "Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le
lucerne accese; siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna
dalle nozze".


Dalle Istruzioni di san Colombano. Instructio XII. PL 80,252‑253.


Vegliate e pregate in ogni momento. perché abbiate la forza di sfuggire a
tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell'uomo.1.(
Lc 21,36 )

Fratelli, se ascoltiamo e crediamo questo, il nostro atteggiamento di
vigilanza dimostrerà la nostra fede. La parola del Signore possa destare i
nostri sensi, scuotere il torpore di morte in cui ci crogioliamo, perché
possiamo essere sempre preparati, sgombri da ogni preoccupazione temporale.
Così aspetteremo l'avvento dell'ultimo giorno che ci porterà pena o gloria.

Il Signore ci insegna a vegliare e a pregare senza interruzione. Questo suo
monito affini dunque la nostra anima, per non essere discepoli infedeli o
ascoltatori senza orecchi.

Dio è amore e bontà. Senza stancarci invochiamo con tutto il cuore la sua
misericordia ineffabile, preghiamolo di ispirarci il suo amore per mezzo di
Gesù, suo Figlio: supplichiamolo di unirci a lui per l'eternità, come se
gli fossimo inseparabilmente saldati.

Chiediamo al Signore di elevare i nostri sensi sopra le cose terrene, di
fissarli sulle realtà celesti, fintanto che siamo in questo corpo mortale.
Aspettiamo così senza rimpianti la sua venuta, per corrergli incontro
quando verrà, con la gioia e la piena fiducia dell'amore che gli sono care.

10

Quanto sono beati, quanto felici quei servi che il Signore al suo ritorno
troverà ancora svegli.

Veglia veramente beata quella in cui si è in attesa di Dio, creatore
dell'universo, che tutto riempie e tutto trascende! Volesse il cielo che il
Signore si degnasse di scuotere anche me, meschino suo servo, dal sonno
della mia mediocrità e accendermi talmente della sua carità divina da farmi
divampare del suo amore fin sopra le stelle! Potessi allora ardere dal
desiderio di amarlo sempre più, né mai più in me questo fuoco si
estinguesse!

Iddio mi doni di corrispondere alla sua grazia, affinché la mia lucerna
risplenda continuamente di notte nel tempio del mio Signore, per illuminare
tutti quelli che entrano nella casa del mio Dio.

Dio Padre, ti prego nel nome del tuo Figlio Gesù Cristo, donami quella
carità che non viene mai meno, perché la mia lucerna si mantenga sempre
accesa, ne mai si estingua; arda per me, brilli per gli altri.

Degnati, o Cristo, dolcissimo nostro Salvatore, di accendere le nostre
lucerne: brillino continuamente nel tuo tempio e siano alimentate sempre da
te che sei la luce eterna. Siano rischiarati gli angoli oscuri del nostro
spirito e fuggano da noi le tenebre del mondo.

Dona dunque, Signore Gesù, la tua luce alla mia lucerna, perché al suo
splendore mi si apra il santuario celeste, il santo dei santi, che sotto le
sue volte maestose accoglie te, sacerdote eterno del sacrificio perenne.

Fa' che io guardi, contempli e desideri te solo; solo te ami e solo te
attenda nel più ardente desiderio.

Nella visione dell'amore il mio desiderio si spenga in te e al tuo cospetto
la mia lucerna continuamente brilli e arda.


12

Degnati, amato nostro Salvatore, di mostrarti a noi che bussiamo, perché,
conoscendoti, amiamo solo te, te solo desideriamo, a te solo pensiamo senza
posa e meditiamo giorno e notte le tue parole. Dégnati di infonderci una
carità degna di te che sei Dio, perché il tuo amore pervada tutto il nostro
essere interiore e ci faccia completamente tuoi.

In questo modo non saremo capaci di amare altra cosa all'infuori di te, che
sei eterno; e la nostra carità non potrà essere estinta dalle molte acque
di questo cielo, di questa terra e di questo mare. Sta infatti scritto: Le
grandi acque non possono spegnere l'amore. 2.( Ct 8.7 )

Possa questo avverarsi per tua grazia anche in noi, o Signore Gesù Cristo,
a cui sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.

* * *

Preghiera dei fedeliFratelli carissimi, supplichiamo Dio Padre onnipotente perché ci conceda aiuto e protezione per intercessione di San Bruno nostro celeste Patrono. Preghiamo insieme e diciamo:
Ascoltaci, o Signore, per le preghiere di San Bruno.

Perché San Bruno ci ottenga la grazia di imitare le sue virtù, particolarmente la sua bontà, la sua obbedienza al Papa, e soprattutto il suo amore a Dio nel silenzio della contemplazione, preghiamo:Ascoltaci, o Signore, per le preghiere di San Bruno.
Perché‚ San Bruno faccia nascere in molte anime l'attrattiva e il desiderio di consacrarsi a Dio, in una vita tutta dedita alla contemplazione dei misteri divini, preghiamo:Ascoltaci, o Signore, per le preghiere di San Bruno.

Perché‚ nella realtà sociale, spesso lacerata da incertezze e da mancanza di valori spirituali, la vita contemplativa, ritmata dalla preghiera, sostenga ogni sforzo degli uomini di buona volontà e sia segno di speranza e di fiducia, preghiamo:
Ascoltaci, o Signore, per le preghiere di San Bruno.

Perché‚ anche noi prendiamo coscienza di essere popolo di Dio in cammino verso la salvezza attraverso il deserto della vita, e sostenuti dal pane della Parola e dell’Eucaristia viviamo l’esperienza della comunione e della solidarietà, preghiamo:
Ascoltaci, o Signore, per le preghiere di San Bruno.

O Signore, per la preghiera incessante che San Bruno eleva per noi al tuo cospetto in aiuto e protezione nostra, concedi a noi tutti la fermezza della fede, la costanza nel bene e la bontà nella vita. Per Cristo nostro Signore. Amen.

sabato 22 settembre 2012

La pianta è l'umiltà; il frutto è il Cielo.


Il testo dell'angelus del Santo Padre - 23 settembre
XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO Anno B 


 Cari fratelli e sorelle! Nel nostro cammino con il Vangelo di san Marco, domenica scorsa siamo entrati nella seconda parte, cioè l’ultimo viaggio verso Gerusalemme e verso il culmine della missione di Gesù. Dopo che Pietro, a nome dei discepoli, ha professato la fede in Lui riconoscendolo come il Messia (cfr Mc 8,29), Gesù incomincia a parlare apertamente di ciò che gli accadrà alla fine.
L’Evangelista riporta tre successive predizioni della morte e risurrezione, ai capitoli 8, 9 e 10: in esse Gesù annuncia in modo sempre più chiaro il destino che l’attende e la sua intrinseca necessità. Il brano di questa domenica contiene il secondo di questi annunci. Gesù dice: «Il Figlio dell’uomo – espressione con cui designa se stesso – viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà» (Mc 9,31). I discepoli «però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo» (v. 32).
In effetti, leggendo questa parte del racconto di Marco, appare evidente che tra Gesù e i discepoli c’è una profonda distanza interiore; si trovano, per così dire, su due diverse lunghezze d’onda, così che i discorsi del Maestro non vengono compresi, o lo sono soltanto superficialmente. L’apostolo Pietro, subito dopo aver manifestato la sua fede in Gesù, si permette di rimproverarlo perché ha predetto che dovrà essere rifiutato e ucciso. Dopo il secondo annuncio della passione, i discepoli si mettono a discutere su chi tra loro sia il più grande (cfr Mc 9,34); e, dopo il terzo, Giacomo e Giovanni chiedono a Gesù di poter sedere alla sua destra e alla sua sinistra, quando sarà nella gloria (cfr Mc 10,35-40). Ma ci sono diversi altri segni di questa distanza: ad esempio, i discepoli non riescono a guarire un ragazzo epilettico, che poi Gesù guarisce con la forza della preghiera (cfr Mc 9,14-29); o quando vengono presentati a Gesù dei bambini, i discepoli li rimproverano, e Gesù invece, indignato, li fa rimanere, e afferma che solo chi è come loro può entrare nel Regno di Dio (cfr Mc 10,13-16).
Che cosa ci dice tutto questo? Ci ricorda che la logica di Dio è sempre «altra» rispetto alla nostra, come rivelò Dio stesso per bocca del profeta Isaia: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, / le vostre vie non sono le mie vie» (Is 55,8). Per questo, seguire il Signore richiede sempre all’uomo una profonda conversione, un cambiamento nel modo di pensare e di vivere, richiede di aprire il cuore all’ascolto per lasciarsi illuminare e trasformare interiormente. Un punto-chiave in cui Dio e l’uomo si differenziano è l’orgoglio: in Dio non c’è orgoglio, perché Egli è totale pienezza ed è tutto proteso ad amare e donare vita; in noi uomini, invece, l’orgoglio è intimamente radicato e richiede costante vigilanza e purificazione. Noi, che siamo piccoli, aspiriamo ad apparire grandi, ad essere i primi, mentre Dio, che realmente  è grande, non teme di abbassarsi e di farsi ultimo. La Vergine Maria è perfettamente «sintonizzata» con Dio: invochiamola con fiducia, affinché ci insegni a seguire fedelmente Gesù sulla via dell’amore e dell’umiltà.


Di seguito i testi della Liturgia con qualche commento. Buona domenica!
Pb. Vito Valente.

* * *

I cristiani deboli
Dal «Discorso sui pastori» di sant'Agostino, vescovo
(Disc. 46, 13; CCL 41, 539-540)

Dice il Signore: «Non avete reso la forza alle pecore deboli, non avete curato le inferme» (Ez 34, 4).
Parla ai cattivi pastori, ai falsi pastori, ai pastori che cercano i loro interessi, non quelli di Gesù Cristo, che sono molto solleciti dei proventi del loro ufficio, ma che non hanno affatto cura del gregge, e non rinfrancano chi è malato.
Poiché si parla di malati e di infermi, anche se sembra trattarsi della stessa cosa, una differenza si potrebbe ammettere. Infatti, a considerare bene le parole in se stesse, malato è propriamente chi è già tocco dal male, mentre infermo è colui che non è fermo e quindi solo debole.
Per chi è debole bisogna temere che la tentazione lo assalga e lo abbatta, Il malato invece è già affetto da qualche passione, e questa gli impedisce di entrare nella via di Dio, di sottomettersi al giogo di Cristo.
Alcuni uomini, che vogliono vivere bene e hanno fatto già il proposito di vivere virtuosamente, hanno minore capacità di sopportare il male, che disponibilità a fare il bene. Ora invece è proprio della virtù cristiana non solo operare il bene, ma anche saper sopportare i mali. Coloro dunque che sembrano fervorosi nel fare il bene, ma non vogliono o non sanno sopportare le sofferenze che incalzano, sono infermi ossia deboli. Ma chi ama il mondo per qualche insana voglia e si distoglie anche dalla stesse opere buone, è già vinto dal male ed è malato. La malattia lo rende come privo di forze e incapace di fare qualcosa di buono. Tale era nell'anima quel paralitico che non poté essere introdotto davanti al Signore. Allora coloro che lo trasportavano scoprirono il tetto e di lì lo calarono giù. Anche tu devi comportarti come se volessi fare la stessa cosa nel mondo interiore dell'uomo: scoperchiare il suo tetto e deporre davanti al Signore l'anima stessa paralitica, fiaccata in tutte le membra ed incapace di fare opere buone, oppressa dai suoi peccati e sofferente per la malattia della sua cupidigia.
Il medico c'è , è nascosto e sta dentro il cuore. Questo è il vero senso occhio della Scrittura da spiegare.
Se dunque ti trovi davanti a un malato rattrappito nelle membra e colpito da paralisi interiore, per farlo giungere al medico, apri il tetto e fa' calar giù il paralitico, cioè fallo entrare in se stesso e svelagli ciò che sta nascosto nelle pieghe del suo cuore. Mostragli il suo male e il medico che deve curarlo.
A chi trascura di fare ciò, avete udito quale rimprovero viene rivolto? Questo: «Non avete reso la forza alle pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite» (Ez 34, 4). Il ferito di cui si parla qui è come abbiamo già detto, colui che si trova come terrorizzato dalle tentazioni. La medicina da offrire in tal caso è contenuta in queste consolanti parole: «Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione ci darà anche la vita d'uscita e la forza per sopportarla» (1 Cor 10, 13).
 
MESSALE
Antifona d'Ingresso
«Io sono la salvezza del popolo»,
dice il Signore,
«in qualunque prova mi invocheranno, li esaudirò,
e sarò il loro Signore per sempre».
 

Colletta

O Dio, che nell'amore verso di te e verso il prossimo hai posto il fondamento di tutta la legge, fa' che osservando i tuoi comandamenti meritiamo di entrare nella vita eterna. Per il nostro Signore...

 
   Oppure:
O Dio, Padre di tutti gli uomini, tu vuoi che gli ultimi siano i primi e fai di un fanciullo la misura del tuo regno; donaci la sapienza che viene dall'alto, perché accogliamo la parola del tuo Figlio e comprendiamo che davanti a te il più grande è colui che serve. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura 
  Sap 2, 12.17-20Condanniamo il giusto a una morte infamante. 
Dal libro della Sapienza
[Dissero gli empi:] 
«Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d'incomodo 
e si oppone alle nostre azioni;
ci rim
provera le colpe contro la legge
e ci rinfaccia le tra
sgressioni contro l'educazione ricevuta. 
Vediamo se le sue parole sono vere, 
consideriamo ciò che gli accadrà alla fine. 
Se infatti il giusto è figlio di Dio, egli verrà in suo aiuto 
e lo libererà dalle mani dei suoi avversari.
Mettiamolo alla prova con violenze e tormenti,
per co
noscere la sua mitezza 
e saggiare il suo spirito di sopportazione. 
Condanniamolo a una morte infamante, 
perché, secondo le sue parole, il soccorso gli verrà».


Salmo Responsoriale
    Dal Salmo 53
Il Signore sostiene la mia vita.
Dio, per il tuo nome salvami,
per la tua potenza rendimi giustizia.
Dio, ascolta la mia preghiera,
porgi l'orecchio alle parole della mia bocca. 
Poiché stranieri contro di me sono insorti
e prepotenti insidiano la mia vita;
non pongono Dio davanti ai loro occhi.Ecco, Dio è il mio aiuto,
il Signore sostiene la mia vita.
Ti offrirò un sacrificio spontaneo,
loderò il tuo nome, Signore, perché è buono.


Seconda Lettura
   Gc 3,16-4,3
Per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia.

Dalla lettera di san Giacomo apostolo
Fratelli miei, dove c'è gelosia e spirito di contesa, c'è disordine e ogni sorta di cattive azioni. Invece la sapienza che viene dall'alto anzitutto è pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera. Per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia.
Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra? Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni. 

Canto al Vangelo
   Cfr 2Ts 2,14
Alleluia, alleluia.
Dio ci ha chiamati mediante il Vangelo, 
per entrare in possesso della gloria del Signore nostro Gesù Cristo. 

Alleluia.


 Vangelo   Mc 9, 30-37Il Figlio dell'uomo viene consegnato... Se uno vuole essere il primo, sia il servitore di tutti. 

Dal vangelo secondo Marco
In quel tempo, Gesù e suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell'uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.
Giunsero a Cafàrnào. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande. Sedutosi, chiamò Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servitore di tutti».
E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato». Parola del Signore.

COMMENTI

1. Congregazione per il Clero
«Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande».
Il Signore Gesù non è venuto a diminuirci. Cristo è venuto a dare una risposta vera al nostro desiderio di grandezza, perché Dio stesso ha posto nell'uomo un desiderio di grandezza, di dilatazione, di possesso.
Le tre grandi concupiscenze che secondo S. Giovanni muovono il mondo: la concupiscenza degli occhi, quella della carne e l'orgoglio della vita, sono le espressioni corrotte di questa tensione al possesso di tutto che caratterizza l’uomo, un possesso che ne manifesti la grandezza, perché il disegno di Dio sull'uomo è che egli sia il signore-custode di tutto.
Come diventare, in questo senso, davvero grandi, davanti a Dio?
Col peccato lo abbiamo dimenticato, anzi abbiamo costruito dei surrogati terribili che, nella parzialità, nell'ipocrisia, nell'invidia, nella violenza (perché violenza è la parola che tutto riassume), trovano ultimamente la loro espressione.
Cristo invece invita a guardare al gesto di Colui che - solo - ultimamente è grande: «Se uno vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti». E preso un bambino, lo pose in mezzo - così che lo vedessero tutti - e abbracciandolo disse loro: «Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato», il più grande di tutti, il Padre, sorgente anche della nostra vera grandezza.
«Dio solo è grande, fratelli»; il Padre solo è grande, e questa sua grandezza si è manifestata nella nostra storia, in una sorta di estrema umiliazione, così che il Padre, per mostrarci chi Egli è veramente, ha inviato suo Figlio, ha affermato suo Figlio per mostrarsi a noi, pur nel sacrificio della croce, che è però ancor prima sacrificio suo: «Chi vede me, vede il Padre», che vuol dire anche: io, il Padre, mi manifesto solo manifestando Lui, innalzando Lui, glorificando Lui: il mio Figlio unigenito. Ed è così perché questa è la natura più intima di Dio che è amore. Dio è Dio perché tra le sue Persone vige una sola legge: essere se stessi affermando un altro: e questa è tutta la legge della carità e l'unica strada verso l'amicizia come autentica reciprocità.
Il Padre è Padre solo perché genera il Figlio, afferma il Figlio, e lo glorifica, così come il Figlio glorifica lui, quasi in una sorta di superiore “cortesia divina” dove l'uno dice all'altro: prima tu; no, prego, prima tu... E questa gloria comune si manifesta nell'umiliazione del gesto con cui il Padre, in Cristo, si china ad abbracciare e servire le nostre esistenze, come nella lavanda dei piedi nell'ultima cena.
Solo guardando continuamente un gesto così nasce un desiderio vero di appartenenza alla grandezza del Padre, di modo che essa diventi anche grandezza nostra e tensione al sacrificio, sapendo che la strada per conseguire la grandezza è il servizio dei fratelli: “Io sono tu che mi ami, e Tu che amandomi mi fai”.
Desiderio di appartenenza al Padre che diventa desiderio di appartenenza al segno che prolunga nella storia il gesto del suo servizio e rimane il luogo dove servirlo per diventare grandi: la Chiesa, compagnia cristiana della grandezza e del servizio!
Solo nella Chiesa inizia il cammino vero della grandezza dell’uomo, e questa grandezza   ci dice San Giacomo   è innanzitutto domanda, preghiera, perché la statura dell’uomo consiste e si compie interamente nella verità della sua domanda: «Bramate e non riuscite a possedere […]. Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per spendere per i vostri piaceri», e non per spendere la vostra vita per la gloria di un Altro, per la gloria di Dio.
E chi non domanda, o domanda male, discute, cioè parla e si muove non a partire da una grandezza che gli sta davanti, ma a partire da un “sogno di grandezza”, da un progetto di affermazione di se stesso che gli cova dentro.
Ogni conversazione, lungo il cammino della vita, deve invece nascere dal fatto di Dio, dal fatto della sua dedizione all’uomo, commovente ed inattesa, dentro una modalità umanissima, perché è proprio l'abbraccio di un bambino che ha bisogno di tutto, così come noi abbiamo bisogno di tutto, e, in quell’abbraccio, c'è tutta la grandezza di Dio e nostra: la Chiesa o è questo abbraccio o è una guerra di chiacchiere!
Se gli apostoli avessero vissuto di questa memoria mentre camminavano verso Cafarnao, dopo aver ascoltato Gesù, non avrebbero perso tempo in discussioni, ma avrebbero cominciato a servirsi gli uni gli altri, consapevoli che proprio così si avvera il Regno, nelle nostre esistenze, nella Chiesa e nel mondo.
Maria Santissima, la Serva del Signore, Ancella della nostra salvezza, totalmente piccola e, perciò, più grande di ogni creatura, sostenga in noi la memoria dell’abbraccio tenero di Dio, unica sorgente dell’autentico servizio ai fratelli.

* * *

2. Padre Raniero Cantalamessa ofmcapp.

Come essere il primo seguendo la 'via nuova' rivelata da Cristo

"Allora, sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: Se uno vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti". Forse che Gesù condanna, con queste parole, il desiderio di eccellere, di fare grandi cose nella vita, di dare il meglio di sé, e privilegia invece l'ignavia, lo spirito rinunciatario, i neghittosi? Così pensava il filosofo Federico Nietzsche. Egli si sentì in dovere di combattere ferocemente il cristianesimo, reo, secondo lui, di avere introdotto nel mondo il "cancro" dell'umiltà e della rinuncia. Nella sua opera Così parlò Zaratustra, egli oppone a questo valore evangelico quello della "volontà di potenza", incarnato dal superuomo, l'uomo dalla "grande salute", che vuole innalzarsi, non abbassarsi.

Può essere che i cristiani abbiano talvolta interpretato male il pensiero di Gesù e dato occasione a questo fraintendimento. Ma non è certo questo che vuol dirci il Vangelo. "Se uno vuol essere il primo...": dunque è possibile voler essere il primo, non è proibito, non è peccato. Non solo Gesù non proibisce, con queste parole, il desiderio di voler essere il primo, ma lo incoraggia. Solo rivela una via nuova e diversa per realizzarlo: non a spese degli altri, ma a favore degli altri. Aggiunge infatti: "...si faccia l'ultimo di tutti e il servo di tutti".

Ma quali sono i frutti dell'uno e dell'altro modo di primeggiare? La volontà di potenza, porta a una situazione in cui uno domina e gli altri servono; uno è reso "felice" (se ci può essere felicità in ciò), gli altri infelici; uno solo esce vincitore, tutti gli altri sconfitti; uno domina, gli altri sono dominati.

Sappiamo con quali risultati l'ideale del superuomo fu attuato da Hitler. Ma non si tratta solo del nazismo; quasi tutti i mali dell'umanità provengono da questa radice. Nella seconda lettura di questa domenica S. Giacomo si pone l'angosciosa e perenne domanda: "Da che cosa provengono le guerre?". Gesù nel vangelo ci da la risposta: dal desiderio di predominio! Predominio di un popolo su un altro, di una razza sull'altra, di un partito sugli altri, di un sesso sull'altro, di una religione sull'altra...

Nel servizio invece tutti beneficiano della grandezza di uno. Chi è grande nel servizio, è grande lui e fa grandi gli altri; anziché innalzarsi sugli altri, innalza gli altri con sé. Alessandro Manzoni conclude la sua rievocazione poetica delle imprese di Napoleone con la domanda: "Fu vera gloria? Ai posteri l'ardua sentenza". Questo dubbio, se fu vera gloria, non si pone per Madre Teresa di Calcutta, Raoul Follereau e tutti quelli che quotidianamente servono la causa dei poveri e dei feriti delle guerre, spesso a rischio della propria vita.

Resta solo un dubbio. Che pensare dell'antagonismo nello sport e della concorrenza nel commercio? Sono, anche queste cose, condannate dalla parola di Cristo? No, quando sono contenute dentro limiti di correttezza sportiva e commerciale, queste cose sono buone, servono ad aumentare il livello delle prestazioni fisiche e...ad abbassare i prezzi nel commercio. Indirettamente servono al bene comune. L'invito di Gesù ad essere l'ultimo, non si applica certo alla corse ciclistiche o alle gare di Formula Uno!

Ma proprio lo sport serve a mettere in luce il limite di questa grandezza rispetto a quella del servizio. "Nelle corse allo stadio, tutti corrono, ma uno solo conquista il premio", dice S. Paolo (1 Cor 9,24). Basta richiamare alla mente quello che avviene al termine di una finale dei 100 metri piani: il vincitore giubila, è attorniato dai fotografi ed è portato in trionfo; tutti gli altri si allontano mesti e umiliati. "Tutti corrono, ma uno solo conquista il premio".

S. Paolo trae però, dalle gare atletiche, anche un insegnamento positivo: "Ogni atleta, dice, è temperante in tutto. Quello che essi fanno per una corona corruttibile, non dovremmo farlo anche noi per avere da Dio la corona incorruttibile della vita eterna?". Via dunque alla gara nuova inventata da Cristo in cui è primo chi si fa ultimo di tutti e servo di tutti.

* * *

3. Luciano Manicardi
La sorte del giusto all’interno di un mondo segnato dall’ingiustizia e dal prevalere della spietata legge della forza è di essere soppresso (I lettura) e tale sorte è anche quella di Gesù che intravede l’esito cruento della sua vita predisponendosi a viverlo come occasione di fedeltà al Dio della vita e dell’amore, al Dio capace di far risorgere i morti (vangelo). Gesù, giusto sofferente, continua a credere al Dio che salva anche mentre va incontro al momento più buio della sua esistenza.
Gesù ripete l’annuncio della sua Pasqua già formulato precedentemente (cf. Mc 8,31), e dovrà ripeterlo ancora (cf. Mc 10,33-34). Ciò che è ripetuto è ciò che è importante, ma anche ciò che fatica a essere compreso. A livello antropologico ciò che è ripetuto è ciò che èessenziale e vitale; a livello teologico la ripetizione riformula l’evento fondamentale della salvezza – l’intervento di Dio nella storia – in situazioni, tempi e luoghi diversi. La ripetizione, all’interno della vicenda biblica, dice che la vicenda di Dio con l’umanità ha una sua semplicità che si sintetizza nell’evento pasquale, nella morte e resurrezione di Cristo.
L’espressione utilizzata da Gesù per indicare gli eventi che stanno per abbattersi su di lui è “essere consegnatonelle mani degli uomini”: colui che ha affidato la sua vita nelle mani di Dio, vedrà finire la sua vita in balia degli uomini, dei peccatori. La fede, come libera e volontaria consegna della propria vita al Signore, consente di vivere anche l’abbandono nelle mani degli uomini e la reificazione che questo comporta come parte integrante del cammino verso Dio.
L’annuncio da parte di Gesù della sua prossima morte segna un momento critico nel rapporto con la sua comunità. La parola di Gesù, che dovrebbe orientare il cammino dei discepoli e della chiesa, diviene motivo di scandalo. I discepoli non comprendono la sua parola e hanno paura di chiedergli spiegazioni. Meglio il buio che la luce, meglio l’incoscienza che la dolorosa ricerca della verità: questa sembra essere la condizione dei discepoli. Si può seguire Gesù senza interrogarlo e senza interrogarsi sul senso della sequela, senza pensare e riflettere, senza domandare e interrogare la fede stessa. Si può seguire Gesù senza cercarlo, per forza di abitudine, e la paura è la più efficace custode delle abitudini.

La comunicazione tra discepoli e Gesù è ostruita: essi non comprendono le sue parole e non rispondono alle sue domande; per paura non lo interrogano, per vergogna e cattiva coscienza non gli rispondono. E a tale incomprensione e non comunicazione “ecclesiale”, dell’intero gruppo dei discepoli nei confronti di Gesù, segue l’instaurarsi nello spazio comunitario della logica della competizione, del primeggiare, dell’imporsi. Se la logica della forza conduce a mettere a morte il giusto, la non assunzione della morte di Cristo nel cammino di sequela crea logiche di forza e di potere nello spazio ecclesiale. La comunicazione intra-ecclesiale e inter-ecclesiale può divenire incontro e comunione solo se la parola del vangelo (con l’evento pasquale che è al suo centro), regna come terzo tra i dialoganti.
Tale parola, che è il Cristo risorto e vivente, chiede alla chiesa di assumere la logica di Cristo: il primo deve essere l’ultimo di tutti. Il bambino vive una condizione di dipendenza, di schiavo (cf. Gal 4,1), dunque è figura del servo. Ma il gesto di Gesù, che mette in mezzo ai discepoli un bambino, assume anche il valore di insegnamento in riferimento alle patologie di comunicazione che i discepoli stanno vivendo: solo l’accoglienza reciproca nei confronti del più piccolo e demunito è degna di una comunità cristiana. A chi ambisce i primi posti fondandosi sulla propria “grandezza”, Gesù oppone il piccolo e ultimo per eccellenza, il bambino. Accoglierlo “nel mio nome” (Mc 9,37) significa entrare in una relazione sacramentale in cui si accoglie Gesù stesso quale servo, e si accoglie Dio che l’ha inviato. Così Dio viene ad assumere l’ultimo posto e contesta le pretese di primato dei discepoli.

4. Enzo Bianchi
Non è facile accogliere lo scandaloso annuncio della passione, morte e resurrezione di Gesù; ecco perché, per ben tre volte nella sua salita verso Gerusalemme, Gesù stesso lo ripete ai suoi discepoli (cf. Mc 8,31-32; 9,30-32; 10,32-34), ricevendone in cambio reazioni di assoluta incomprensione.
Oggi leggiamo il secondo di questi annunci: “Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma una volta ucciso, dopo tre giorni, risusciterà”. Gesù, il Figlio dell’Uomo che ha affidato la sua vita totalmente a Dio, la vedrà finire nelle mani dei figli degli uomini, quale giusto sofferente ingiustamente messo alla prova dai peccatori con insulti e tormenti (cf. Sap 2,19), quale Servo del Signore consegnato in riscatto dei nostri peccati (cf. Is 53,10-11). Questa qualità di “consegnato” – non lo si dimentichi – associa Gesù a tutti i profeti e giusti fino a Giovanni il Battezzatore, lui pure consegnato a Erode (cf. Mc 1,14). Gesù sarà consegnato da Giuda ai sommi sacerdoti (cf. Mc 14,10), costoro lo consegneranno a Pilato (cf. 15,1.10), il quale lo consegnerà ai soldati (cf. Mc 15,15): questa è la sorte dello schiavo, trattato come oggetto totalmente in balia di quanti fanno di lui ciò che vogliono…
“I discepoli però non comprendevano queste parole e avevano timore di chiedergli spiegazioni”. Un silenzio pieno di paura accoglie questa rivelazione di Gesù, a riprova di come egli sia ormai radicalmente solo, incompreso anche da quelli che avevano condiviso più da vicino la sua vicenda: essi sono incapaci di assumere l’atteggiamento di abbandono al Padre vissuto da Gesù in modo sempre più profondo a mano a mano che si avvicina la sua fine violenta. Eppure Gesù non chiude la porta al dialogo con la sua comunità, tentando costantemente di riportare il pensare e l’agire dei discepoli sui sentieri di Dio. Giunto a Cafarnao, in casa, interroga i Dodici: “Di che cosa stavate discutendo lungo la via?”. Ed essi ancora una volta tacciono, probabilmente per vergogna: “per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande”. In risposta alla prospettiva della diminuzione appena evocata da Gesù, i discepoli non sanno fare di meglio che discutere su chi tra di loro sia il più grande: se la comunità cristiananon fa propria la logica pasquale di Gesù, essa finisce inevitabilmente per fomentare al proprio interno lamentalità mondana della competizione e della rivalità…

Gesù prende allora nuovamente l’iniziativa e, con infinita pazienza, torna a istruire i Dodici; li convoca attorno a sé e rivolge loro parole lapidarie, che capovolgono il loro modo di pensare: “Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti”. Se nella chiesa c’è un primo posto, esso spetta solo a chi si fa servo dei fratelli! Gesù ribadirà tutto questo più avanti, aggiungendo anche la motivazione decisiva, o meglio l’unica motivazione realmente essenziale per il cristiano, l’esempio di Cristo: “Chi vuole essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per tutti» (Mc 10,44-45).
Segue poi un gesto di Gesù: “Preso un bambino lo pose in mezzo, abbracciandolo”. Il bambino è il povero per eccellenza, l’indifeso, colui che vive una condizione di totale dipendenza da chi può prendersi cura di lui oppure abbandonarlo. Ecco dunque il segno di chi è servo: è servo di tutti colui che sa accogliere e abbracciare quelli che non contano nulla, colui che sa prendere il posto degli ultimi. Con loro infatti si è identificato Gesù, come dimostrano le parole con cui accompagna e commenta il suo gesto: “Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”. Egli stesso dirà altrove: “Ogni volta che avete servito uno solo di questi miei fratelli più piccoli, avete servito me” (cf. Mt 25,40)…
Sì, nella comunità cristiana il primo posto appartiene a chi accetta di seguire fedelmente il cammino del Signore Gesù, che nel servizio e nell’abbassamento fino alla croce ha sempre e solo cercato l’ultimo posto, quello che nessuno poteva rapirgli (cf. Fil 2,5-11): così ci si identifica con lui e, attraverso di lui, con il Padre che l’ha inviato.
* * *

Letture della preghiera notturna dei certosini

Tempo Ordinario

VENTICINQUESIMA DOMENICA

9

Dal vangelo secondo Luca: 10,23-37Gesù disse a un dottore
della legge: "Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e
incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e
poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Un samaritano,
che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e ne ebbe
compassione".

Dal "Commento sul vangelo di Luca" di sant'Ambrogio.

Gerico è l'immagine di questo mondo, dove, cacciato dal
Paradiso, cioè dalla Gerusalemme celeste, Adamo è disceso
; egli passò dalla vita vera ad una esistenza diminuita, a
causa del passo falso della prevaricazione. Non fu un
cambiamento di luogo, ma un cambiamento di costumi a
trasformare in esilio la sua esistenza. Quanto è mutato da
quell'Adamo, che godeva di una felicità senza incrinature!
Dal giorno in cui è sprofondato nelle colpe di quaggiù,
egli incontra i banditi, nei quali non si sarebbe imbattuto
se non avesse violato il comandamento divino. Chi sono
questi banditi se non gli angeli della notte e delle
tenebre, che talvolta si travestono in angeli di luce, senza
però poter a lungo perseverare cosi? Essi ci spogliano
anzitutto degli abiti della grazia che abbiamo ricevuto. Poi
hanno ogni possibilità di infliggerci ferite; infatti se
noi riuscissimo a conservare intatti gli abiti ricevuti, i
colpi dei banditi non ci ferirebbero. Stai quindi attento a
non essere prima spogliato come Adamo che si trovò nudo,
senza la protezione del comandamento celeste perché aveva
abbandonato l'abito della fede. Così gli fu inflitta quella
ferita mortale che avrebbe fatto soccombere tutta
l'umanità, se non fosse sceso il Samaritano a guarire le
sue piaghe dolorose.

10

Questo Samaritano che discese chi è se non colui che è
salito al cielo, il Figlio dell'uomo che è nel cielo? Gv
3,13. Questo Samaritano, vedendo quell'uomo mezzo morto che
nessuno sino allora aveva potuto guarire - come quella donna
che soffriva di emorragia e aveva spesa tutta la sua fortuna
in medici – gli si fece vicino. In altre parole:
accettando di soffrire con noi, si è fatto nostro prossimo
ed esercitando la sua misericordia ci si è fatto vicino.
Gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino. Questo medico
ha con sé molte medicine, con le quali è solito guarire.
La sua parola è uno di questi rimedi: con un suo discorso
Cristo fascia le ferite, con un altro le asperge d'olio, con
un altro ancora vi versa sopra vino. Fascia le ferite con un
precetto più austero, cura con la remissione dei peccati,
e, infligge la minaccia del giudizio come vino frizzante che
pizzica. Poi lo coricò sul suo giumento. Ascolta in qual
modo carica anche te: Egli si è coricato delle nostre
sofferenze e si è addossato i nostri dolori. Is 53,4. Anche
il pastore ha posto la pecora stanca sulle sue spalle.
L'uomo infatti era divenuto simile a un animale.

11

Infine il nostro buon Samaritano condusse nella locanda noi,
che eravamo come giumenti. Il giorno seguente estrasse due
denari e li diede all'albergatore. Chi è l'albergatore?
Forse colui che disse del denaro e del resto: Tutto
considero come una spazzatura al fine di guadagnare Cristo
Fil 3,8 per aver agio di prendersi cura dell'uomo ferito.
L'albergatore è perciò colui che disse: Cristo è colui
che mi ha mandato a predicare il vangelo. 1 Cor 1, 17. I
locandieri sono coloro ai quali è detto: Andate in tutto il
mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà
e sarò battezzato sarà salvo, Mc 16,15-16 sì, sarà
salvato dalla: morte, salvato d'alle ferite inflittegli dai
briganti. Beato l'albergatore che può curare le ferite
degli altri; beato colui al quale Gesù dice: Ciò che
spenderai di più te lo rifonderò al mio ritorno. Buon
dispensatore colui che dispensa in sovrappiù. Buon
dispensatore Paolo lo era, lui, del quale i discorsi e le
lettere oltrepassano, per così dire, la cerchia di quelli
di cui era responsabile. Infatti egli sorpassò il mandato
stabilitogli dal Signore con un lavoro quasi illimitato
d'anima e di corpo allo scopo di sollevare più uomini
possibile dalle loro gravi malattie dispensando la sua
parola.

12

Il Samaritano promette di saldare il conto. Ma quando
tornerai, Signore, se non nel giorno del giudizio? Benché
tu sia sempre e ovunque, benché tu sia sempre in mezzo a
noi invisibile, verrà tuttavia il giorno in cui tutti gli
uomini ti vedranno tornare. Allora pagherai ciò che devi.
Beati coloro che hanno Dio per debitore! Potessimo noi
essere debitori solvibili, potessimo noi essere in grado di
pagare ciò che abbiamo ricevuto, senza che il ruolo del
sacerdozio o del ministero ci esalti! In qual modo pagherai,
Signore Gesù? Hai promesso che in cielo i buoni avranno
un'abbondante ricompensa. Eppure elargirai ancora, dicendo:
Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti
darò autorità su molto: prendi parte alla gioia del tuo
padrone. Mt 25, 21. Poiché nessuno ci è più prossimo di
colui che ha guarito le nostre ferite, amiamolo come Signore
e amiamolo anche come prossimo: nulla è cosi prossimo come
il capo alle membra. Amiamo anche colui che è imitatore di
Cristo; amiamo colui che soffre per la povertà altrui, a
motivo dell'unità del corpo. Non è la parentela che ci fa
l'un l'altro prossimi, ma la misericordia, poiché la
misericordia è conforme alla natura: non c'è niente
infatti più conforme alla natura quanto aiutare colui che
condivide la nostra, stessa pasta umana.