Visualizzazione post con etichetta Sacra Scrittura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sacra Scrittura. Mostra tutti i post

mercoledì 13 maggio 2020

L'ATTUALITA' DEL MESSAGGIO DI FATIMA


IL MESSAGGIO DI FATIMA. 

ATTUALIZZAZIONI.
LA DIFFERENZA TRA PREDICAZIONE APOCALITTICA E PREDICAZIONE PROFETICA.
RAPPORTO TRA FATIMA E I NOVISSIMI.
IL CUORE DEL MESSAGGIO: LA CONVERSIONE E LA PENITENZA.

martedì 5 maggio 2020

Il Sal. 23 e il Buon Pastore figure dell'iniziazione cristiana

Kairos: Gesù è il Buon Pastore


J. Danielou. Il Sal. 23 e il Buon Pastore figure dell'iniziazione cristiana
Si è colpiti, scorrendo le catechesi antiche, dalle numerose allusioni che vi si incontrano a proposito del "Salmo 22 ". Nella "Quarta Catechesi mistagogica ", san Cirillo di Gerusalemme scrive: "Il santissimo David ti fa conoscere la virtù del Sacramento dell'Eucarestia, dicendo: hai preparato per me una tavola imbandita di fronte ai miei nemici. A che cosa allude se non alla tavola sacramentale e spirituale che Dio ci ha preparato? Hai unto la mia testa di olio. Egli ti ha segnato sulla fronte con la "sphragis" di Dio in modo che con questa tu venga consacrato a Dio. E come puoi notare si fa anche questione del calice, del quale Gesù, dopo aver reso grazie, ha detto: questo è il calice del mio sangue" (XXXIII, 1101 D- 1104 A). Da quanto sopra esposto, per Cirillo, dunque, il Salmo costituisce una profezia dell'iniziazione cristiana: nell'unzione di olio, vede la "sphragis" postbattesimale, impressa con l'olio consacrato; nella mensa e nel calice ("e il mio calice inebriante, come è meraviglioso!"), egli ci mostra la figura delle due specie del Sacramento. Ritorneremo su questi simbolismi. Ma quel che ora vogliamo sottolineare, è come Cirillo si rifaccia al testo di David che, evidentemente, doveva essere ben conosciuto dal neofita. Ciò lascia supporre che quest'ultimo abbia conosciuto il Salmo prima del conferimento dei Sacramenti nella notte di Pasqua; prova ne sia che Cirillo si limita a spiegarne il solo significato profetico. Quanto sopra è esplicitamente affermato da sant'Ambrogio nel commento al Salmo contenuto nelle sue due catechesi: "Ascolta dal-la bocca di David quale Sacramento hai ricevuto. Anche lui, nella previsione in spirito di questi misteri, esultava e dichiarava: "non manco di nulla" (Vers. 1). Perché? Perché colui che ha ricevuto il corpo di Cristo non avrà più fame. Quante volte hai ascoltato il "Sal-mo 22 " senza comprenderlo? Vedi ora in che misura si riferisca ai Sacramenti celesti!" (De Sacr., V, 12 - 13; Botte, 91). L'informazione si fa qui più precisa: il nuovo battezzato "ha spesso ascoltato il Salmo senza comprenderlo"; ciò significa che esso aveva un ruolo preciso nella liturgia battesimale.
Tale ruolo ci è precisato da altri testi. Didimo di Alessandria scrive nel "De Trinitate ": "A coloro ai quali, causa l'età, non vengono da-ti i beni terreni, la ricchezza divina è comunicata interamente, in mo-do che essi possano cantare gioiosamente: il Signore mi conduce e nulla mi mancherà!" (XXXIX, 708 C). Il Salmo era dunque cantato dai nuovi battezzati. Sant'Ambrogio ci mostra in un suo passo in quale momento esso fosse cantato: " Deposte le spoglie dell'antico errore, rinnovata la giovinezza come quella dell'aquila, si affretta verso il banchetto celeste e, non appena scorge l'altare preparato, egli esclama: "Hai preparato davanto a me una mensa!" (De Myst., 43; Botte, 121). Da qui si deduce che il Salmo 22 doveva essere can-tato nella notte pasquale nel corso della processione che conduceva il nuovo battezzato in chiesa dove avrebbe ricevuto la sua prima comunione. Si comprende anche come il Salmo fosse adattissimo ad essere cantato in quel contesto: costituiva, infatti, un riassunto di tutta l'iniziazione battesimale. Tutto ciò lo leggiamo in un breve commentario sacramentale di Gregorio di Nissa: "Con questo Salmo, Cristo insegna alla Chiesa quanto sia necessario che tu divenga una pecora del Buon Pastore: è, in pratica, la catechesi che ti conduce verso i pa-scoli e le sorgenti della Sapienza. Occorre poi che tu sia sepolto con Lui nella morte attraverso il Battesimo. Ma questa non è morte: ma immagine di morte. Dopo di ciò, Egli imbandisce la mensa sacramentale; unge con olio dello Spirito e, finalmente, reca il vino che rallegra il cuore dell'uomo e produce la sobria ebbrezza" (XLVI, 692 A-B)'. Grazie a Gregorio di Nissa che completa il contenuto della "Catechesi mistagogica" di Cirillo di Gerusalemme, possediamo l'interpretazione autentica del Salmo 22 nella catechesi battesimale. Sappiamo dunque che il Salmo, a parte altri momenti, era cantato nella notte di Pasqua e come fosse già stato spiegato esaurientemente nel corso della settimana pasquale. Il commento del Salmo è, infatti, associato a due altri che avevano luogo in questo periodo: quello del "Cantico dei Cantici" e quello del "Pater". Questi tre testi, infatti, contengono tre dottrine arcane, il cui senso non poteva essere comunicato che ai battezzati. Si pone un ultimo problema: era necessario, per poter cantare il Salmo durante la notte di Pasqua, che i battezzati lo avessero imparato a memoria. Su questo punto si sofferma Eusebio: "Quando abbiamo imparato a celebrare sulla mensa il sacrificio con i segni sacramentali del corpo e del sangue, secondo le prescrizioni neotestamentarie, abbiamo anche imparato a proclamare, con la voce del profeta David: hai preparato per me una mensa in faccia ai miei nemici e hai unto il mio capo di olio. Chiaramente, in questi versetti, il Verbo indica l'unzione sacramentale e i santi sacrifici della mensa di Cristo" (Dém. Ev. I, 10). Il testo, quindi, conferma anzitutto che le parole del Salmo erano cantate nel momento in cui il nuovo battezzato assisteva per la prima volta all'Eucarestia e precisa, altresì, come queste parole dovessero essere imparate a memoria. Abbiamo la possibilità di conoscere, almeno per un contesto liturgico, in quali circostanze il Salmo veniva imparato. In un discorso, erroneamente attribuito a sant' Agostino, abbiamo infatti una spiegazione del Salmo destinata ad accompagnare la "Traditio": "Vi consegnamo questo Salmo, o beneamati che vi affrettate verso il Battesimo di Cristo, affiché lo impariate a memoria; è, tuttavia, necessario, a causa del suo arcano significato ("mysterium "), una spiega-zione da parte nostra, alla luce della grazia divina" (P.L., XXXIX, 1646). Si sa che, durante la preparazione quaresimale, aveva luogo una "Traditio" del Credo ed a volte del "Pater", che dovevano essere imparati per poi essere proclamati, nel corso della "redditio". Il testo ora citato ci consente di desumere che doveva avvenire la stessa cosa anche per il Salmo 22. Del resto in una serie di discorsi sui salmi, studiati da dom Germain Morin, si trova una spiegazione del Salmo 22 che offre analoghe in-dicazioni e che dunque fa comprendere come essa fosse stata pro-nunciata davanti ai battezzandi, in occasione della "traditio ". "Imparate a memoria i versetti di questo Salmo", dice l'autore, "e recitateli". E più avanti: "Imparate il Salmo che vi è stato consegnato ("traditum ") in modo che, sapendolo proclamare, lo realizziate nella vostra vita, nelle vostre parole e nei vostri comportamenti". Ed il testo continua con una spiegazione sacramentaria del Salmo: la "mensa imbandita" è l'altare eucaristico sul quale sono esposti ogni giorno il pane ed il vino "in similitudinem corporis et sanguinis Ch-risti "; il profumo versato sul capo è l'olio del crisma, da dove i cri-stiani derivano il loro appellativo. Questi due brevi passi ci attestano quindi l'esistenza di una "traditio" del Salmo 22. Sappiamo che almeno nella liturgia di Napoli, in occasione della quarta domenica di Quaresima, esisteva una "traditio psalmorum".
Abbiamo detto come il Salmo 22 fosse stato considerato dai Padri come una sintesi arcana della successione dei Sacramenti. Possiamo a questo punto vedere come la stessa tradizione patristica abbia concepito l'interpretazione tipologica dei diversi versetti, riservandosi successivamente di analizzare su che cosa si basi tale interpretazione. Il versetto 2 menziona i pascoli in cui il Pastore ha condotto le sue pecore. San Gregorio di Nissa vede nei pascoli la catechesi preparatoria al Battesimo, in cui l'anima è nutrita della Parola di Dio; questa interpretazione si trova parimenti già in Origene che vede nel fatto "di essere condotto attraverso la verde prateria", l'istruzione impartita dal Pastore'; san Cirillo di Alessandria è, a sua volta, più preciso ancora: "Il pascolo verdeggiante è figura delle parole sempre verdi della Sacra Scrittura, che nutre i cuori dei credenti, donando loro la forza spirituale`. Quest'ultima interpretazione allude chiaramente alla Parola di Dio, senza tuttavia riferirsi alla catechesi. Teodoreto. infine, scrive che, per "pascoli", la Scrittura intende "la santa dottrina della Parola di Dio, di cui l'anima deve essere nutrita, prima di comunicare al cibo sacramentale". Il versetto 3 indica in generale il Battesimo: "Egli mi conduce alle acque tranquille del mio riposo". Ed in Atanasio leggiamo: "L' acqua del riposo rappresenta senza dubbio il santo Battesimo attraverso il quale è tolto il peso del peccato" (XXVII, 140 B); Cirillo di Ales-sandria si rifà al verde pascolo per ricondurlo all'acqua del riposo: "Il verde pascolo simboleggia il Paradiso da dove noi siamo precipitati e dove il Cristo ci riconduce definitivamente attraverso l'acqua del riposo, cioè con il Battesimo" (op. cit., 841 A); Teodoreto dà la stessa interpretazione: "L'acqua del riposo è simbolo di quella nella quale, colui che cerca la grazia, è battezzato: si spoglia della vecchiaia del peccato e si riveste di giovinezza" (op. cit., 1025 D). È interessante notare come quelli surriportati, siano commenti non mistagogici; ciò dimostra, dunque, che il Salmo era interpretato generalmente in senso sacramentario. C'è anche un'altra tradizione che, oltre che nel versetto 3, vede chiari riferimenti al Battesimo nel versetto 4: "Anche se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male". Questa è l'interpretazione di Gregorio di Nissa: "Occorre che tu sia seppellito nella morte con Lui per mezzo del Battesimo. Ma questa non è tuttavia vera e propria morte, quanto piuttosto ombra e figura di essa" (XLVI, 692 B); da notare come Cirillo di Alessandria parli della stessa cosa: "Poiché siamo battezzati nella morte di Cristo, il Battesimo è chiamato ombra e figura della morte, che non bisogna temere" (op. cit., 841 B). Noi riconosciamo la tipologia sacramentaria del Battesimo: imitazione rituale della morte di Cristo, realizzata con l'immersione nell'acqua, che ne produce l'effetto reale. Il versetto seguente è interpretato in relazione all'effusione dello Spirito: "Il tuo vìncastro ed il tuo bastone sono la mia guida". Con la parola "guida" si è tradotta quella greca e ciò spiega il perché in questo versetto si sia vista un'allusione al Paraclito. Così in Gregorio di Nissa: "Egli lo guida con il bastone dello Spirito; infatti il Paraclito (colui che guida) è lo Spirito" (op. cit., 692 B)9. Ma più generalmente l'effusione dello Spirito si riallaccia al versetto successivo che recita: "Cospargi di olio il mio capo". Così per Crillo di Gerusalemme: "Egli ha unto la tua testa di olio, sulla fronte, con il sigillo ricevuto da Dio, perché tu abbia l'impronta del sigillo" (XXXIII, 1102 B); allo stesso modo Atanasio: "Questo versetto designa il crisma sacramentale" (op. cit., 140 C); Teodoreto è ancora più esplicito: "Queste cose sono chiare per coloro che sono stati iniziati e non hanno bisogno di alcuna spiegazione. Essi riconoscono l'olio spirituale di cui le loro teste sono state cosparse" (op. cit., 1028 C). Ai Padri, dunque, è piaciuto vedere i Sacramenti del Battesimo e della Cresima nei primi versetti del Salmo in discorso; ma prima ancora scorgevano, negli ultimi, un'immagine del banchetto eucaristico. Anzitutto nel versetto: "Davanti a me hai apparecchiato una mensa". Il riferimento all'Eucarestia si trova dappertutto, tanto da costituirne una tra le allusioni più frequenti. Lo si trova nelle catechesi sacramentane: così in Cirillo di Gerusalemme: "Se vuoi conoscere l'effetto del Sacramento, interroga il beato Davide, che dice: Tu hai imbandito una mensa di fronte ai miei nemici. Ecco che cosa intende: prima della tua venuta i demoni preparavano per gli uomini delle tavole sordide, piene di potenze diaboliche. Ma da quando sei venuto tu, Signore, hai approntato una mensa sontuosa, che altro non è che quella sacramentale e spirituale che Dio ha preparato" (XXXIII, 1102 B)10 Si ricorderà che sant' Ambrogio pone questo versetto sulle labbra dei neofiti quando giungono davanti all'altare per assistere alla loro prima messa: "Essi arrivano e, vedendo il santo altare addobbato, gridano: tu hai preparato davanti a me una mensa!" (De Myst., 43; Botte, 121); similmente, Gregorio di Nissa: "Egli apparecchia la tavola sacramentale" (op. cit., 692 B); la stessa immagine è rinvenibile in Atanasio (op. cit., 140 D); san Cirillo ne precisa l'effetto: "La mensa sacramentale è la carne del Signore che ci fortifica contro le passioni ed i demoni. Infatti Satana teme coloro che partecipano con devozione ai misteri" (op. cit., 841 C); per Teodoro di Mopsuestia, infine, si tratta "del cibo spirituale che ci propone Colui che è stato stabilitò come pastore" (op. cit., 1028 C). Se la tavola apparecchiata dal Pastore è considerata dai Padri figura del banchetto eucaristico, altrettanto dicasi, a maggior ragione, della "coppa traboccante" o, secondo la traduzione dei LXX, del "calice inebriante", che Egli offre ai suoi. Il riferimento dell'ultima parte del versetto 5: "il mio calice trabocca" all'Eucarestia è molto antico tanto da trovarlo in san Cipriano" tra le immagini più significative dell'Eucarestia: "L'Eucarestia appare nei Salmi per opera dello Spirito Santo con la menzione del calice del Signore: il vostro calice inebriante, è meraviglioso. Ma l'ebbrezza che dà il calice del Si-gnore non è paragonabile a quella della vita profana: è per questo, infatti, che aggiunge: è veramente meraviglioso! Il calice del Signore infatti inebria in modo tale da far abbandonare la ragione" (Epi-st., LXIII, 11). Ritorneremo tra poco sul tema dell'ebbrezza prodotta dal vino eucaristico; per il momento osserviamo solo che l'espressione "Calix praeclarus" è, a tal punto, entrata nella liturgia eucaristica, da essere introdotta nel canone romano: "Accipiens et hunc praeclarum calicem". Cirillo di Gerusalemme, nella sua catechesi, opera esplicitamente l'accostamento tra questo ed il calice dell'ultima cena: "Il tuo calice inebriante è meraviglioso: come vedi si tratta del calice che Gesù prese nelle sue mani e sul quale rese grazie prima di dire: questo è il mio sangue sparso per molti in remissione dei peccati" (XXXIII, 1104 A). Allo stesso modo sant'Atanasio interpreta il ver-setto della "gioia sacramentale" (loc. cit., 140 D). A questo punto, ci conviene ritornare, come promesso, su un punto importante, la locuzione "inebriante", riferita al calice. Questo costituisce, infatti, la fonte di numerose prese di posizione che sottolineano un aspetto dell'Eucarestia: quello del vino. Il Sacramento, dal punto di vista spirituale, produce effetti analoghi a quelli del vino: cioè la gioia spirituale, l'oblio delle cose terrene, l'estasi. Ma esso, tuttavia, non produce questi effetti spirituali come li determina il vino profano: l'ebbrezza che produce il vino eucaristico, infatti, è una "sobria ebbrezza". Orbene sappiamo che questa locuzione era usata tradizionalmente per designare gli stati mistici e che appariva per la prima volta in Filone"; è interessante ricordarla a questo punto per il fatto che è inserita in un contesto sacramentale: evidenzia un aspetto della teologia patristica sacramentaria, la sua relazione con la vita mistica. Abbiamo appena lasciato da parte la fine del testo di san Cipriano. Dopo aver affermato che il versetto, "il mio calice trabocca", raffigura l'Eucarestia, egli continua: "Ma l'ebbrezza che deriva dal calice del Signore non è paragonabile a quella che è prodotta dal vino profano. E per questo che il testo aggiunge: è veramente meraviglioso! Il calice del Signore infatti inebria in modo tale da far abbandonare alle anime la ragione umana per condurle alla saggezza spirituale; con lui ciascun uomo passa dal gusto delle cose profane all'intelligenza delle cose di Dio; e, infine, come il vino ordinario libera lo spirito, mette l'anima a suo agio e cancella ogni tristezza, allo stesso modo il Sangue salutare e il calice del Signore allontana il ricordo dell'uomo vecchio, fa dimenticare la vita profana e introduce il cuore, triste, perché fino ad allora sopraffatto dal peso del peccato, nella gioia della divina bontà." (Epist., LXIII, 2). Nelle catechesi sacramentarie di sant' Ambrogio viene sviluppato il tema della "sobria ebbrezza", senza, tuttavia, alcun riferimento al Salmo che pure altrove viene interpretato in senso sacramentario. Ma nell'"Esposizione del Salmo 8", l'autore, a proposito del nostro versetto, riprende lo stesso tema usando le stesse espressioni, tanto che il senso sacramentario del passo appare in tutta evidenza: "Il calice del Signore che ha raccolto il sangue attaverso il quale sono stati riscattati i peccati di tutto il mondo, dona la remissione dei peccati. Questo calice ha inebriato le nazioni, affinché esse non ricordino più il loro dolore e dimentichino l'antico errore. In questo sta la bontà dell'ebbrezza spirituale: non produce nel corpo un passo barcollante, ma solleva lo slancio dello spirito; cancella la tristezza della coscienza peccatrice e dona la gioia della vita eterna. È per questo che la Scrittura afferma: "il tuo calice inebriante è meraviglioso!" (Exp. Ps., 118, 21, 4; CSEL, 62, 47514). Quasten sottolinea a ragione che sono rinvenibili qui gli stessi elementi di un'altra opera di sant' Ambrogio, il "De Sacramentis ": il riferimento alla coppa dell'Ultima Cena, la remissione dei peccati. Si noterà che l'accento è posto non tanto sull'aspetto mistico, quantosulla conversione propriamente detta operata dall'iniziazione cristiana. L'Eucarestia fa dimenticare gli errori passati e trasporta nel mondo nuovo della gioia spirituale. Tema caro ad Ambrogio, è rinvenibile, relazionato al Salmo 22, in un altro punto della sua opera. Nel commento al "Salmo 1", l'autore afferma: "Coloro che bevvero in figura furono dissetati, coloro che bevono in realtà sono inebriati. Buona è l'ebbrezza che dona la vita eterna: bevi perciò da questa coppa di cui il profeta dice: come è meraviglioso il suo calice inebriante!" (CSEL, 64, 8. Vedi anche De Helia et Jejunio, 10, 33; CSEL, 32, 429). Il tema della sobria ebbrezza è posto, da parte di san Gregorio di Nissa, in una posizione di preminenza!'. Nella catechesi sacramentaria del Salmo 22, già citata, egli commenta in questo senso il "ca-lix inebriane": "Versandovi il vino che rallegra il cuore dell'uomo, Cristo provoca nell'anima questa sobria ebbrezza, che distoglie il cuore dell'uomo dalle cose caduche per elevarlo a quelle eterne: e il mio calice inebriante, come è meraviglioso! Colui infatti che ha gu-stato questa ebbrezza cambia l'effimero per l'eterno e abita nella ca-sa del Signore per l'eternità dei suoi giorni" (XLVI, 692 B). In questo passo di san Gregorio di Nissa, la relazione tra l'Eucarestia e la mistica ebbrezza appare in piena luce: come, a questo proposito, ha ben notato H. Lewy, la "sobria ebrietas" designa per lui l'esperien-za mistica, ma questa esperienza mistica è calata, a sua volta, nella vita eucaristica.
Finora nella nostra trattazione il salmo 22 ha occupato un posto particolarmente importante per ciò che riguarda la liturgia dell'iniziazione: non abbiamo però ancora precisato le caratteristiche peculiari della sua tipologia. È questo ciò che ci accingiamo a fare. Abbiamo spesso incontrato un aspetto sul quale, tuttavia, non ci siamo soffermati più di tanto: quello pastorale; i verdi pascoli, figura dei nutrimenti celesti, in cui il Messia, sotto forma di un Pastore, conduce le pecore che costituiscono il suo gregge. E un tema particolarmente caro al Cristianesimo primitivo. Ricordiamoci, infatti, per averla già riportata, come la concezione dei battezzati, quali pecore marcate con il marchio di Cristo, fosse diffusa''.
Origene puntualizza tutto ciò. I pagani sono preda dei cattivi pastori, che sono gli dei dei popoli: questi ultimi sono "greggi costituite sotto la guida di pastori che sono degli angeli" (Co. Cant., 2; P.G., XIII, 120 A). È un'antica concezione, già presente nel "libro di Enoch ", in cui i settanta pastori sono le divinità delle nazioni pagane per cui Cristo, Buon Pastore (Gv. 10, 11) viene "a separare le sue pecore dalle altre e a farle pascolare a parte affinché possano gioire dei suoi Sacramenti ineffabili" (119 D). Il Salmo ci mostra il Pastore che istruisce le pecore con la sua dottrina, conducendole nei suoi pascoli e, successivamente, le guida "dai prati dei pascoli all'acqua del riposo ed, in seguito, ai nutrimenti spirituali ed ai Sacramenti misteriosi" (121 A). Come si vede Origene insiste sull'aspetto spirituale più che sul rito; è tuttavia chiara l'allusione all'iniziazione cristiana dei pagani. Questo legame tra i Sacramenti e il tema pastorale si ritrova in seguito. Scrive, ad esempio, Gregorio di Nissa: "Nel Salmo, Davide ti invita ad essere una pecora con Cristo per Pastore e che non manca di nulla, perché il Buon Pastore diventa per te, contemporaneamente, pascolo, acqua di riposo, nutrimento, dimora, cammino e guida, distribuendo la Sua grazia secondo i tuoi bisogni. Da ciò deriva l'insegnamento alla Chiesa: devi diventare anzitutto pecora del Buon Pastore, che ti conduce, attraverso la catechesi salutare, alle praterie ed alle fonti delle sacre dottrine" (XLVI, 692 A). Parimenti Cirillo di Alessandria vede nel Salmo "il canto dei pagani convertiti, divenuti discepoli di Cristo, nutriti e rafforzati spiritualmente, che proclamano la loro riconoscenza nei Suoi confronti per il cibo salutare ricevuto, chiamandolo Pastore e Nutritore; e questo perché alla loro guida non c'era, come per Israele, un solo santo, Mosè, ma il Prin-cipe dei pastori ed il Maestro delle dottrine, in cui sono raccolti tutti i tesori della sapienza e della scienza" (LXIX, 840 C). Ma, attenzione ad un punto su cui non ci siamo ancora soffermati. Quanto il Salmo 22 abbia influenzato il culto cristiano primitivo appare non soltanto nei testi liturgici, ma anche nelle raffigurazioni artistiche: molti battisteri antichi recano, infatti, una rappresentazione del Buon Pastore. Il perché di ciò molti autori lo spiegano con l'influenza del Salmo 22: è proprio grazie all'intermediazione di questo Salmo, già apprezzato nella liturgia battesimale, che il tema sacramentario si congiunge a quello pastorale; è per questo che il Cristo è presentato di preferenza ai nuovi battezzati come Pastore; in tal modo essi vedevano sotto i loro occhi, raffigurato nel battistero, il mistero stesso che celebravano nel Salmo.
Nel Battistero di Dura, "il fondo dell'abside, dove si trova la vasca battesimale, è occupato dall'immagine del Buon Pastore che conduce il suo gregge. Ai suoi piedi, a sinistra, è riprodotta, in dimensione ridotta, la caduta dei nostri progenitori, Adamo ed Eva. Il tema del Pastore sembra derivare dal nostro Salmo. Tuttavia, osserva bene Monsignor De Bruyne, l'accostamento ad Adamo suggerisce soprattutto il tema del Cristo che dà la sua vita per le pecore, secondo quanto ci mostra san Giovanni; altrove l'allusione al nostro Salmo è di maggiore evidenza: così nel battistero di Napoli, "non si trova il Pastore che, come quello di Dura, porta le sue pecore sopra le spalle, ma il Pastore che riposa in un contesto paradisiaco, con le pecore, i fiori, le fonti. Pace e frescura: tale è l'atmosfera che regna intorno al Buon Pastore". Ora - e credo che l'osservazione non sia mai stata fatta - proprio a Napoli la "traditio" del Salmo 22 era inserita nell'iniziazione battesimale. D'altra parte, quanto rappresentato nell'affresco del battistero corrisponde più al Salmo 22 che a Giovanni 10; di qui la buona probabilità che il pittore si sia ispirato per la sua opera allo stesso Salmo. Le descrizioni che possediamo dei battistero del Laterano e del Vaticano, ci mostrano come queste rappresentazioni, in Occidente, fossero comuni. Ma abbiamo una testimonianza ancora più precisa e, di fatto, decisiva: infatti ancora oggi, sotto il battistero di Neone, a Ravenna, si può leggere l'iscrizione:
"in locum pascuae, ibi me collocavit per aquam refectonis educavit me ".
Sono i versetti 1 e 2 del Salmo 22. La relazione tra la decorazione pastorale del battistero e il Salmo è dunque evidente.
È possibile, perciò, ricostruire la genesi nonché stabilire il fondamento dell'interpretazione del Salmo 22. L'Antico Testamento tratteggia la figura di un Pastore che verrà alla fine dei tempi per radunare le pecore disperse di Israele e condurle in pascoli meravigliosi dove zampillano le fonti e cresce l'erba; una descrizione che ricorda gli alberi del Paradiso e le sorgenti dell' Esodo23. Orbene, il Nuovo Testamento ci mostra che questa figura escatologica di Pastore si compie in Cristo: è Lui il buon Pastore che dà la vita per le sue pecore e le conduce nei pascoli (Gv. 10, 10 - 11); è Lui il Buon Pastore di cui parlano i Profeti, affermano esplicitamente i Padri della Chiesa (Cipriano, Test., 1, 14; CSEL, 14). È questo il principio fondamentale della tipologia del Nuovo Testamento: affermare che le realtà escatologiche sono compiute in Cristo. Il Salmo 22 è in pratica una liturgia il cui svolgimento è in relazione con il tema dei Profeti: ha per oggetto, infatti, l'annuncio del Pastore escatologico. Ma questo tema si unirà a quello del banchetto messianico, di cui al capitolo precedente, che assumerà dunque una colorazione pastorale. Il tema del banchetto, i Padri della Chiesa ce lo mostrano realizzato in due modi ben differenti, anche se paralleli. Da una parte, il Buon Pastore che combatte contro le potenze del male, trionfa su di esse ed introduce le pecore nei pascoli paradisiaci, appare, dall'altra, nel quadro della teologia della morte e del martirio. M. Quasten ha notato, infatti, che il Buon Pastore, al di fuori dei battisteri, appariva soprattutto sui sarcofagi. Questa duplicità di raffigurazione appariva anche nelle preghiere della liturgia dei morti. Cristo è il Pastore che strappa la pecora ai lupi che cercano di divorarla, lupi che sono i demoni che tentano di impedirne l'ingresso al cielo. Notevole, a questo proposito, particolarmente per il suo carattere antico, è il testo della "Passione di Perpetua e Felicita". Nella sua prima visione, Perpetua vede una scala che sale fino al cielo e sulla quale è sdraiato un drago. Ella riesce tuttavia ad arrivare alla sommità della scala: "Vidi un immenso giardino con in mezzo un uomo imponente, seduto, con i capelli bianchi, vestito da pastore, che munge le pecore, circondato da altri uomini biancovestiti. Egli mi chiamò e mi diede un pezzo di formaggio, fatto con le sue mani. Io lo ricevetti a mani giunte e lo mangiai" (IV, 8 - 10). Il Paradiso celeste è presentato sulla falsariga del Salmo 22, sotto forma di un ridente giardino dove un Pastore è circondato dalle sue pecore e da uomini rivestiti con le bianche vesti battesimali, che ricevono l'Eucarestia celeste. A riprova dell'antichità di questa rappresentazione del Pastore celeste che raduna i santi nei pascoli eterni, basterebbe rifarsi all`Apocalisse" di san Giovanni e, precisamente, al primo passo dedicato al martirio: si incontra, infatti, una scena che rassomiglia stranamente a quella di Perpetua e che costituisce una traccia dell'influenza del Salmo 22 sulle rappresentazioni escatologiche. Leggiamo infatti al capitolo 7: "Coloro che indossano vesti bianche, sono quelli che vengono dalla grande tribolazione. Essi hanno lavato le loro vesti e le hanno rese candide nel sangue dell'Agnello. E colui che è assiso sul trono li accoglierà sotto la sua tenda; essi non avranno più fame, non avranno più sete. Perché l'Agnello che è in mezzo ad essi sarà il loro Pastore e li condurrà alle fonti delle ac-que della vita" (7, 13 - 17). Ma il messaggio cristiano non è solo un annuncio di salute eterna nei cieli, ma anche proclamazione di salvezza acquistata con il Battesimo e l'Eucarestia. Vediamo così come la tipologia escatologica del Salmo 22 presenti anche una forma sacramentaria: proprio quella che ha costituito oggetto del nostro studio e di cui era importante rintracciare l'origine. Il festino celeste a cui il Pastore convoca le pecore nei pascoli eterni si compie anticipatamente nei Sacramenti: è dunque pienamente legittimo che i Padri della Chiesa ci mostrino nelle acque del riposo, di cui al Salmo 22, la figura del Battesimo, nella tavola imbandita, quella della cena eucaristica, nel calice inebriante, quella del sangue prezioso.
Una delle conclusioni che possiamo trarre da questo studio è l'influenza esercitata dall'Antico Testamento sulle rappresentazioni del Cristianesimo primitivo. M. Cerfaux ha dimostrato come il "theologumenon " della redenzione, nel senso dell'annientamento e dell'esaltazione del servo, derivi da Isaia 53 e come la teologia dell'Ascensione e della "sessio" alla destra provenga dal Salmo 109. E ancora: è di tutta evidenza come il Salmo 22 abbia influito sulle rappresentazioni escatologiche e sacramentarie del Cristianesimo antico; abbia determinato le rappresentazioni degli affreschi delle catacombe e le visioni dei martiri; abbia fornito la tematica secondo la quale i primi cristiani hanno rappresentato la loro iniziazione e di cui le pitture delle catacombe recano testimonianze; abbia, infine, ancora oggi, un'eco nella messa romana al momento dell'esaltazione del calice meraviglioso che contiene il sangue di Cristo e produce la sobria ebbrezza.

venerdì 8 marzo 2019

Kiko Arguello: "La bellezza di Eva" (ITA/FRA/ENG/ESP/POR)


Risultati immagini per chagall cantico dei cantici


"Le curve dei tuoi fianchi, opera di mani d'artista".
(Ct.7, 2b)



LA BELLEZZA DI EVA.
"Le curve dei tuoi fianchi, opera di mani d'artista".
Ct.7, 2b)
***
"Quando Dio crea Adamo ed Eva, affida ad Adamo la missione di dare il nome a tutte le cose create nel giardino del paradiso e (Adamo) non trova un aiuto simile a lui. Allora Dio lo fa entrare in un profondo sonno e con una costola “edifica”, “costruìsce” una donna.
Gli ebrei dicono che questa parola - "edificare" – ha lo stesso significato di fare arte dell’artista, lo stesso che costruire una scultura, lo stesso che usano le ragazze di Israele per comporre le trecce dei capelli.
Dunque non la "crea", ma la "modella", compie cioè una opera d'arte, un capolavoro, tanto è vero che quando Adamo la vede, rimane sorpreso dalla sua bellezza. È proverbiale in tutta la tradizione degli ebrei la bellezza di Eva: «Ecco, questa è veramente carne della mia carne, ossa delle mie ossa » (Gn. 2,23)".
(Kiko Arguello, V° Congresso Cattolici e Vita Pubblica, Fondazione Universitaria San Pablo - CEU, 15 novembre 2003, Madrid)
*
LA BEAUTÉ DE EVA.
"Les courbes de tes hanches, le travail des mains d' artiste".
Ct.7, 2b)
***
"Quand Dieu crée Adam et Eve, il confie à Adam la mission de nommer toutes les choses créées dans le jardin du paradis et (Adam) ne trouve pas une aide semblable, de sorte que Dieu le fait entrer dans un sommeil profond et avec une côte "construit" une femme.
Les Juifs disent que ce mot - "bâtiment" - a le même sens que l'art de l'artiste, la construction d'une sculpture, le même mot que utilisent les filles d'Israël pour composer ses tresses.
Donc, Dieu ne "crée" seulement, mais Il "modèle", c’est-à-dire Il fais une oeuvre d’art, un chef-d’œuvre, à tel point que quand Adam la voit, il est surpris par sa beauté. La beauté d'Ève est proverbiale dans toute la tradition juive: "Voici, ca c'est vraiment la chair de ma chair, les os de mes os" (Gn 2,23) ".
(Kiko Arguello, 5ème Congrès des catholiques et de la vie publique, Fondation de l'Université San Pablo - CEU, 15 novembre 2003, Madrid)
*
THE BEAUTY OF EVA.
"The curves of your hips, the work of artist's hands".
Ct.7, 2b)
"When God creates Adam and Eve, he entrusts to Adam the mission of naming all created things in the garden of paradise and (Adam) does not find un help similar to him, so God makes him enter into a deep sleep and with a rib "builds up", "builds" a woman.
The Jews say that this word - "building" - has the same meaning of making the artist's art, the same as building a sculpture, the same one that the girls of Israel use to compose their hair braids.
So Dieu does not "create", but He "models", that is, a work of art, a masterpiece, so much so that when Adam sees her, he is surprised by her beauty. The beauty of Eve is proverbial in all the tradition of the Jews: "Behold, this is truly the flesh of my flesh, the bones of my bones" (Gn 2,23) ".
(Kiko Arguello, 5th Congress of the Catholics and Public Life, San Pablo University Foundation - CEU, November 15, 2003, Madrid)
*
LA BELLEZA DE EVA.
"Las curvas de tus caderas, obra de manos de artista".
Ct.7, 2b)
"Cuando Dios crea a Adán y Eva, confía a Adán la misión de nombrar a todas las cosas creadas en el jardín del paraíso y (Adán) no encuentra ayuda similar a él, por lo que Dios lo hace entrar en un sueño profundo y con un costilla "acumula", "construye" una mujer.
Los judíos dicen que esta palabra, "construye", tiene el mismo significado de hacer arte del artista, lo mismo que construir una escultura, la misma que usan las chicas de Israel para componer las trenzas del cabello.
Así que Dios no "crea" solamente, sino que El "modela", es decir, hace una obra de arte, una obra maestra, tanto que cuando Adan la ve, se sorprende por su belleza. La belleza de Eva es proverbial en toda la tradición de los judíos: "He aquí, esta es verdaderamente la carne de mi carne, los huesos de mis huesos" (Gn 2,23) ".
(Kiko Arguello, 5º Congreso de Católicos y Vida Pública, Fundación Universitaria San Pablo - CEU, 15 de noviembre de 2003, Madrid)
*
A BELEZA DE EVA.
"As curvas dos seus quadris, trabalho das mãos do artista".
Ct.7, 2b)
"Quando Deus cria Adão e Eva, ele confia a Adão a missão de nomear todas as coisas criadas no jardim do paraíso e (Adão) não encontra ajuda semelhante a ele, então Deus o faz entrar em um sono profundo e com um costela "constrói", "constrói" uma mulher.
Os judeus dizem que esta palavra - "construção" - tem o mesmo significado de fazer arte do artista, o mesmo que construir uma escultura, a mesma que usam as meninas de Israel para compor as tranças de cabelo.
Então Deus não "crie", mas El "modela", isto é, uma obra de arte, uma obra-prima, tanto que, quando Adam a vê, fica surpreso com sua beleza. A beleza de Eva é proverbial em toda a tradição dos judeus: "Eis que esta é verdadeiramente a carne da minha carne, os ossos dos meus ossos" (Gn 2,23) ".
(Kiko Arguello, 5º Congresso dos Católicos e Vida Pública, Fundação Universitária San Pablo - CEU, 15 de novembro de 2003, Madrid)

martedì 12 febbraio 2019

Esercizi spirituali sui quattro Vangeli




Mettersi alla sequela di Gesù con l’esperienza della lectio divina: è la proposta dell’arcivescovo di Chieti-Vasto contenuta nel volume Esercizi spirituali sui quattro Vangeli (Cinisello Balsamo, San Paolo, 2018, pagine 255, euro 9,90) di cui pubblichiamo l’introduzione.
(Bruno Forte) È l’incontro con Gesù di Nazaret, nel suo cammino verso la Croce e poi nella sua condizione di Risorto, a dare inizio al movimento cristiano nella storia: di quell’incontro sono voce e testimonianza i quattro Vangeli. Essi narrano l’esperienza di Dio in Gesù Cristo, fatta da quanti in seguito a essa non avrebbero esitato a confessare che «era Dio che riconciliava a sé il mondo in Cristo» (2 Corinzi, 5, 19).
È questo il “vangelo” originario, la buona novella compendiata nell’annuncio “Gesù è il Cristo, Gesù è il Signore”. Quest’annuncio (chiamato kérygma col termine greco) narra la storia del Profeta galileo, che Dio mediante la risurrezione ha appunto costituito “Signore” e “Cristo”. Se il termine Gesù fa riferimento alla vicenda terrena del Nazareno («i giorni della sua carne», secondo Ebrei, 5, 7), gli altri due termini sono carichi di significato teologico. “Signore” (in greco Kyrios) traduce l’ebraico adonai, usato al posto dell’ineffabile nome del Santo e Benedetto, e indica la condizione divina di Colui cui è attribuito. “Cristo” (in greco Christós) significa “Unto” e rende l’ebraico “Messia”, richiamando l’attesa messianica e il suo compimento nel tempo ultimo e definitivo della salvezza che viene da Dio. Proclamare che Gesù è il Signore e il Cristo vuol dire, allora, congiungere due storie all’apparenza inconciliabili: quella di Gesù, il Crocifisso, e quella del Risuscitato da Dio, manifestato da Lui come il Messia venuto, di condizione divina e redentore dell’umanità. Mediante questa coniugazione si confessa Gesù come il Vivente, nel quale è giunta la pienezza dei tempi ed è offerta agli uomini la salvezza nel compimento delle promesse fatte ai Padri. È la coniugazione che sta alla base dei quattro Vangeli, narrazioni illuminate dagli eventi pasquali del cammino prepasquale di Gesù e degli eventi seguiti alla Pasqua, che hanno portato i discepoli a confessare la sua risurrezione e il dono della vita nuova effusa dal Risorto.
Ogni autentica sequela di Gesù come Figlio di Dio e Signore si basa, allora, sulla conoscenza dei Vangeli, fonte e riferimento normativo di qualsiasi impegno volto a conformare la propria vita al Padre celeste, discernendo la sua volontà e attuandola con Cristo nella forza dello Spirito, per rendergli gloria in ogni cosa. Poiché questo è il fine degli esercizi spirituali — «vincere se stessi e ordinare la pro’'Ignazio di Loyola — muovere dai Vangeli, meditando e pregando su quanto in essi ci viene proposto, è la via regale per fare un cammino di esercizi dello spirito che siano fecondi per la vita.
Attraverso lo sviluppo dei quattro Vangeli si viene condotti quasi per mano a confessare Gesù come Signore, redentore della nostra esistenza e della storia. Tutti gli aspetti del disegno divino finalizzato alla nostra salvezza e i diversi, possibili approcci a esso, vengono dischiusi dalla meditazione orante dei Vangeli.
Così, Matteo è il “Vangelo del catechista”, che presenta un insieme di discorsi, prescrizioni ed esortazioni per la vita nuova in Cristo, raccolti in una qualche analogia con la Torah di Mosé.
Marco è il “Vangelo del catecumeno”, che delinea in forma breve ed essenziale la figura di Gesù, colto nei tratti della sua umanità, piena e autorevole, e confessato nella sua identità di Messia e Figlio di Dio, operatore di segni e prodigi.
Luca è il “Vangelo delle genti”, che approfondisce il mistero salvifico nella visuale dell’intera storia della salvezza e della destinazione universale della buona novella, secondo una geografia teologica che va verso Gerusalemme e di lì s’irradia al mondo intero. Giovanni, infine, è il “Vangelo del contemplativo”, che al cristiano maturo offre una visione unitaria dei vari aspetti della nostra redenzione a partire dalle sue profondità eterne.
In forza della pienezza dell’auto-comunicazione divina realizzatasi in Lui, il Crocifisso risorto annunciato dai Vangeli si offre, pertanto, come il criterio vivo e la luce in cui rileggere il passato, il presente e l’avvenire della storia, il compimento dell’attesa e la promessa di un nuovo e definitivo compimento. Perciò, l’incontro con il Cristo dei Vangeli non lascia nessuno come l’ha trovato, purché nella libertà e nell’audacia dell’assenso si apra all’identità nella contraddizione, sperimentata e annunciata fra il Crocifisso e il Risorto.
I quattro Vangeli, insomma, non sono narrazioni neutrali o nude cronache di fatti, ma racconti salvifici, in cui il dono di vita nuova sperimentata da chi narra tende a coinvolgere chi ascolta in una circolarità coinvolgente fra mistero proclamato, mistero celebrato e mistero vissuto. Così, la storia prima di Cristo è letta quale preparazione e attesa, in particolare nelle vicende del popolo eletto Israele, il passato di chi si accosta al Vangelo riceve nuova luce dall’incontro col Dio venuto fra noi, e il futuro si lascia interpretare nel segno della promessa dischiusa nel Risorto e della speranza che ne consegue per la vita dei suoi discepoli. In tal senso, si comprende come l’appello al cambiamento di mentalità con cui si apre la predicazione del Nazareno non sia rivolto solo ai destinatari descritti nel racconto, ma tocchi direttamente quanti si trovano davanti al testo dei Vangeli in ogni ora del tempo e luogo della storia.
In tal modo, la vita di chi è raggiunto dall’annuncio e si apre alla fede in Gesù Cristo entra nella preparazione e nell’attesa del ritorno di lui, sostenuta dalla fiducia in lui quale vincitore del peccato e della morte: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Matteo, 28, 20). La luce pasquale trasmessa dalla testimonianza evangelica viene pertanto ad abbracciare in un orizzonte unitario l’inizio e il compimento del mondo, accogliendo l’intera esistenza del discepolo per farne un’esistenza ricevuta in dono, continuamente chiamata a donarsi a Colui da cui tutto viene e verso cui tutto va.
È anche per questo che bisogna accostarsi ai Vangeli nell’integralità dell’approccio che la grande tradizione spirituale ha consegnato al lettore credente col metodo della lectio divina: secondo una precisa “scala” dei sensi, occorre passare dalla semplice lectio, volta a rispondere alla domanda «che cosa dice il testo in sé?», allameditatio, dove l’interrogativo diventa «che cosa dice il testo a me?», per pervenire all’oratio, in cui il credente risponde alla questione «che cosa dico io al Signore che mi parla nel testo?», e sfociare nel cambiamento del cuore e dell’agire, che la stessa tradizione designa con i terminicontemplatio e actio. Il Vangelo è, insomma, la carne di Gesù, che ci innesta nella tradizione vivente della Chiesa degli apostoli e ci unisce da una parte ai profeti dell’attesa, dall’altra al popolo della speranza nel compimento pieno e definitivo in Dio: ritornando sempre di nuovo a questa fonte della fede, il discepolo diviene pronto a rendere la sua testimonianza e a convertirsi in Vangelo vivente, proclamato con l’eloquenza silenziosa del dono di sé fino alla fine, per la gloria di Dio e la salvezza di ogni creatura.

L'Osservatore Romano

martedì 15 gennaio 2019

La Bibbia dell’Amicizia.


Antropologia di Dio. Nello studio della Parola la visione esistenziale del presente

Cristiani ed ebreiEsce venerdì 18 gennaio il volume «La Bibbia dell’Amicizia. Brani della Torah/Pentateuco commentati da ebrei e cristiani», a cura di Marco Cassuto Morselli e Giulio Michelini (Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2019, pagine 361, euro 30), progetto realizzato grazie al sostegno della Conferenza episcopale italiana. Pubblichiamo per intero la prefazione scritta da Papa Francesco e ampi stralci di quella scritta dal rabbino rettore del Seminario Rabinico Latinoamericano a Buenos Aires.

*

(Papa Francesco)
La Bibbia dell’Amicizia è un progetto attraente ma assai impegnativo. Sono ben consapevole che abbiamo alle spalle diciannove secoli di antigiudaismo cristiano e che pochi decenni di dialogo sono ben poca cosa al confronto. 
Tuttavia in questi ultimi tempi molte cose sono mutate e altre ancora stanno cambiando. Occorre lavorare con maggiore intensità per chiedere perdono e per riparare i danni causati dall’incomprensione. I valori, le tradizioni, le grandi idee che identificano l’Ebraismo e il Cristianesimo devono essere messe al servizio dell’umanità senza mai dimenticare la sacralità e l’autenticità dell’amicizia. 
La Bibbia ci fa comprendere l’inviolabilità di questi valori, necessaria premessa per un dialogo costruttivo.
Il modo migliore per dialogare tuttavia non è solo parlare e discutere, ma fare progetti realizzandoli insieme a tutti coloro che hanno buona volontà e reciproco rispetto nell’amicizia. Esiste una ricca complementarietà che ci permette di leggere insieme i testi della Bibbia ebraica aiutandoci vicendevolmente a sviscerare le ricchezze della Parola di Dio. Obiettivo comune sarà quello di essere testimoni dell’amore del Padre in tutto il mondo. Per l’ebreo come per il cristiano non v’è dubbio che l’amore verso Dio e verso il prossimo riassume tutti i comandamenti. Ebrei e cristiani devono dunque sentirsi fratelli e sorelle, uniti dallo stesso Dio e da un ricco patrimonio spirituale comune, sul quale fondarsi e continuare a costruire il futuro.
È di vitale importanza, per i cristiani, scoprire e promuovere la conoscenza della tradizione ebraica per riuscire a comprendere più autenticamente se stessi. Anche lo studio della Torah è parte di questo fondamentale impegno. Per questo voglio affidare il vostro cammino di ricerca alle parole dell’invocazione che ogni fedele ebreo recita quotidianamente al termine della preghiera dell’amidah: «Che ci siano aperte le porte della Torah, della sapienza, dell’intelligenza e della conoscenza, le porte del nutrimento e del sostentamento, le porte della vita, della grazia, dell’amore e della misericordia e del gradimento davanti a Te». Auguro di proseguire nel cammino con perseveranza e invoco su tutti la benedizione di Dio.

^^^

(Abraham Skorka) Sebbene la Bibbia sia stata considerata come testo sacro da tre delle religioni più importanti nella storia dell’umanità, la sua interpretazione è stata causa di discordie, dispute e, infine, rancori e odi che portarono a ogni tipo di persecuzioni e uccisioni. L’arroganza e la cecità intellettuale e spirituale fecero credere a molti che la verità interpretativa unica e assoluta si trovasse nelle proprie mani e che dovessero imporla agli altri. [...] Dispute, [...] conflitti tra argomentazioni intellettuali dalle quali era stato espulso il Dio vivo che veniva sostituito — nel migliore dei casi — da un Dio come concetto, la cui essenza si supponeva fosse conosciuta in modo profondo dai polemisti. L’immagine che la Bibbia ci rivela riguardo a Dio è diametralmente opposta.
Ci sono molti versetti nella Bibbia ebraica nei quali appare l’espressione «Dio vivente», come caratteristica essenziale dell’Essere supremo nel quale l’uomo deposita la sua fede. Ma in Geremia, 10, 10 il profeta definisce Dio dicendo: «Il Signore Dio è verità, Egli è Dio vivente», dal che si deduce che il Dio della verità si rivela nella dinamica stessa dell’esistenza. La divinità, nella quale i pagani ripongono la loro fede, è un ente statico, che agisce in modo meccanico, indifferente alle vicissitudini di ogni essere umano. Il Dio della Bibbia può cambiare il suo parere a seconda del comportamento umano, non agisce come il programma di un computer, dialoga con gli uomini perché è sensibile alla loro condotta e alle loro vicissitudini. L’uomo non può mai arrogarsi il sapere sulla percezione di Dio, degli uomini e delle loro circostanze, perché non è statico, ma muta a seconda del dialogo che si va sviluppando con gli esseri umani, con le loro reazioni e i loro atteggiamenti. Il dialogo tra l’uomo e Dio, attraverso cui il primo intravede un riflesso del suo Creatore, può essere «pieno». Così è stato quando il popolo, che si trovava al monte Sinay, di fronte alla proposta di Dio di accettare un patto con le norme etiche che avrebbe rivelato, rispose: «Tutto quello che ha detto il Signore, faremo e ascolteremo» (Esodo, 24, 7). Il contrario accade quando Dio avverte il popolo d’Israele: «Nasconderò il mio volto [al popolo d’Israele] in quel giorno, per tutto il male che ha compiuto, rivolgendosi ad altri dèi» (Deuteronomio, 31, 18). Mediante questo dialogo tra il celeste e il terrestre fu rivelato all’uomo nel testo biblico ciò che Dio si attende dalla condotta degli individui, ma la verità ultima del suo operare con le sue creature e il senso dell’esistenza delle stesse è un ignoto mistero per ogni uomo. Il libro di Yov, o Giobbe, e molteplici passi biblici sono chiari a riguardo. La presenza del Creatore deve essere cercata dall’uomo giorno per giorno, momento per momento. È molto più di un concetto o un’idea.
Nel confinare Dio nei limiti di una creazione intellettuale, stiamo trasgredendo sottilmente al comandamento del Decalogo che ci proibisce di fare immagine alcuna, ispirata a cose materiali, che rappresenti Dio. La sua presenza, pertanto, va cercata nell’esistenza stessa: nei sottili messaggi che ci offre la natura (Salmi, 19), e nella ricerca di se stessi e del prossimo.
Papa Francesco nella sua vita ha sviluppato questa visione nel suo particolare e specifico dialogo con Dio e con il popolo. Dalla sua posizione, fondata sulla fede in Cristo, ritiene che l’interpretazione dei testi biblici da parte degli studiosi ebrei più che portare a una contrapposizione serva a chiarire e comprendere con più profondità i testi stessi. Il paragrafo di Nostra aetate nel quale si chiarisce che Dio mantiene il suo patto con il popolo ebraico, che mai è stato abolito, è stato indubbiamente per Bergoglio la base teologica per cercare nel dialogo con gli ebrei una complementarietà che gli permette di raggiungere una visione integra della propria fede, come egli stesso scrive nella sua esortazione apostolica Evangelii gaudium.
La teologia di Francesco è fortemente pragmatica. La religiosità, nella sua visione che condivido, non può essere confinata essenzialmente alle accademie, alla meditazione e alla elevazione spirituale. Queste servono per la formazione del “carburante” con il quale deve essere illuminata la vita del semplice individuo nel suo quotidiano lottare per vivere con dignità.
Ciò si deduce dal quadro biblico che si ripete di generazione in generazione, quando Dio affida una missione specifica a ognuno dei profeti. Questi erano individui con un alto grado di spiritualità, e Dio poteva dirsi soddisfatto della loro sola presenza in seno all’umanità; ma l’ideale biblico è che tutta la società abbia un livello di spiritualità elevato. L’imperativo è al plurale: «Sarete santi» (Levitico, 19, 2).
Il primum vivere deinde philosophari è l’antitesi della proposta biblica, perché questa consegna un insegnamento circa il saper vivere con dignità. Si studia la Bibbia per sapere come operare nella vita. L’atto riflessivo si trova unito indissolubilmente all’azione e all’esistenza stessa. Lo studio della Bibbia è unito all’impegno che il suo lettore assume con le azioni che realizza, con le miswot, i precetti. Le dispute, come quelle che ebbero luogo nel passato, emergono quando l’azione si trova dissociata dall’insegnamento che porta al dialogo e al mutuo rispetto.
Deve essere stato un dialogo fortemente empatico quello che ha spianato la strada per raggiungere questo tempo, nel quale si stampa una Bibbia dell’Amicizia. Un dialogo che ha permesso a ognuna delle parti di condividere un riflesso di se stesso nell’altro. Le incomprensioni generalmente emergono a causa delle barriere che gli uni erigono per non vedere la condizione umana dell’altro.
La Bibbia deve essere letta per ispirare i suoi lettori a delineare il proprio presente e a progettare il futuro. Le esegesi che ci legano alle generazioni passate permettono una sua comprensione profonda, ma allo stesso tempo sono testimonianze di letture dei tempi passati. La nuova esegesi, insieme a quella accademica, deve presentare la visione esistenziale del presente e dare modelli proiettivi per il futuro. Rav Abraham Yoshua Heschel nel suo libro L’uomo non è solo ha coniato una frase molto significativa che sintetizza magistralmente quanto sopra abbozzato: «La Bibbia non è una teologia dell’uomo ma una antropologia di Dio». È il Santuario indistruttibile i cui precetti sono, come si esprime nelle preghiere quotidiane, «la nostra vita e la lunghezza delle nostre vite».
Nei tempi della grande rivolta contro Roma, durante il regno di Adriano, fu proibito ai maestri di insegnare la Torah. Gli oppressori pretendevano di distruggere l’identità giudaica proibendo la sua trasmissione e formazione. Rav Hananyah ben Teradion sfidava l’oppressore insegnando la Torah in pubblico. I romani lo catturarono, lo posero su una pira, circondarono il suo corpo con il rotolo della Torah con la quale insegnava. E accesero il fuoco. Nel momento del massimo dolore i suoi alunni gli chiesero: «Maestro, che cosa vedi?». Il Rav rispose loro: «Vedo i rotoli che bruciano e lettere che salgono volando nell’aria» (Avodah Zarah, 18a). Molti rotoli di Torah ebbero lo stesso destino durante i quasi due millenni seguenti, come altri scritti sacri: le loro lettere salirono, volando in cielo, insieme alle grida di coloro che furono immolati con esse, ma giunsero nelle nostre mani. Questa Bibbia dell’Amicizia pretende di raccoglierle e plasmarle in un testo che possa essere letto e analizzato in un dialogo franco, nel quale ciascuno si sforza per comprendere l’altro.
L'Osservatore Romano

giovedì 29 marzo 2018

Se vogliamo dirci cristiani è ora di leggere la Bibbia



(Bruno Maggioni) Domande e risposte Sembra riecheggiare il celebre saggio di Benedetto Croce Perché non possiamo non dirci “cristiani” il libro di Federico Tartaglia. È ora di leggere la Bibbia (E ti spiego come fare) appena edito dalla milanese Àncora (pagine 476, euro 24,90) in cui si sottolinea che non possiamo dirci cristiani se non leggiamo la Bibbia, «tutta la Bibbia». E mentre il filosofo italiano riconosceva al cristianesimo il merito di aver operato «una rivoluzione dell’anima», don Tartaglia sottolinea della Bibbia il valore per l’identità del cristiano.
L’autore presenta uno per uno i 73 libri canonici della Bibbia cattolica, mostrando con un linguaggio, al contempo semplice e brillante, perché non si può fare a meno di questo libro. Che — come si legge in un passo della prefazione che pubblichiamo in questa pagina — dà voce non solo alla parola di Dio rivolta all’uomo, ma anche alle domande dell’uomo qualunque sulla vita, sulle relazioni interpersonali, sul non senso che molte cose sembrano avere. E anche l’ateo in questo può specchiarsi: la sua risposta può essere diversa, ma avere le stesse domande è «già una grande fraternità».
 Ho passato tutta la vita a studiare e a spiegare la Bibbia, rivolgendomi a chiunque fosse interessato ad ascoltarmi o a leggere i miei articoli e i miei libri.

Una volta la Bibbia non era di moda, anzi per molti bravi cristiani era possibile vivere la propria fede senza sentire il bisogno di leggerla: bastava quella che si sentiva a messa. Poi, per fortuna, le cose sono cambiate e sono nate tante iniziative — libri divulgativi di esegesi, corsi biblici, «scuole della Parola» eccetera — che avevano come obiettivo quello di rendere «popolare» la lettura della Bibbia, da soli o in gruppo.
Però mi sembra di notare che, nonostante tutti gli sforzi, sono ancora troppo poche le persone che decidono di uscire dal guscio dei brani che tutti conoscono (che sono poi una percentuale piccolissima del testo biblico) e affrontare con coraggio una lettura integrale della Bibbia. Che è anche l’unico modo per imparare a capirla davvero, perché — come già dicevano gli antichi maestri di Israele — «la Scrittura si interpreta e si spiega con la Scrittura».
Forse non siamo stati capaci di far capire che leggere la Bibbia non è un esercizio di devozione riservato a pochi (preti, frati e suore più qualche «laico impegnato»), ma è anzitutto una scuola di vita, per tutti. Anzi, oso dire che è la più straordinaria scuola di vita a nostra disposizione, prima ancora che un «deposito di verità», da usare per attaccare chi non la pensa come noi.
Forse di solito la Bibbia viene letta in modo troppo spiritualista: è invece un libro umano, per i nostri problemi veri, non solo religiosi. Non esiste una religione astratta. La Bibbia deve essere presa sul serio, nella sua corposità, senza allegorie, senza spiritualizzazioni, perché il senso letterario è intelligente. Mi ribello a certe letture sempre edificanti, in realtà ci sono racconti biblici che terminano con dubbi e domande. Sono perplesso di fronte a interpretazioni che spiritualizzano come se i suggerimenti della Parola di Dio non fossero per la vita terrena. Letture che sembrano una fuga dal mondo o una sua consolazione. Vorrei una lettura attenta alle domande e alle narrazioni, spesso problematiche, ai paradossi che cambiano la mentalità e il modo di vivere. Il cristiano è del mondo e nel mondo deve vivere, nel suo quotidiano, senza astrazioni e senza troppe pretese di eroismo.
E poi: la Bibbia è un libro che dà voce non soltanto alla Parola di Dio rivolta all’uomo, ma anche alle domande dell’uomo qualunque, dell’uomo che pensa, sulla vita, sulle relazioni fra di noi, sul non senso che molte cose sembrano avere. Anche l’ateo in questo può specchiarsi. Diversa può essere la sua risposta, ma avere le stesse domande è già una grande fraternità.
Quali consigli dare allora a chi vuole accostarsi alla Bibbia per una prima lettura? Il mio primo consiglio, frutto di anni di lavoro, è che bisogna affidarsi a una guida sicura, e questo libro di don Federico Tartaglia è particolarmente adatto, per la sua capacità di mostrare la «posta in gioco» di ogni libro biblico e della Bibbia tutta intera. Poi si può partire da qualche libro che ci sembra più familiare, direi un Vangelo (e già leggerlo tutto d’un fiato è molto diverso dal sentirlo leggere a pezzi, come a messa), passare a una Lettera di Paolo e dopo a qualche libro dell’Antico Testamento che ci faccia comprendere la bellezza anche letteraria della Scrittura, come Giobbe o il Cantico dei Cantici.
Fatto questo, si può affrontare qualsiasi testo. L’importante è capire che siamo davanti a un libro complesso che non si comprende tutto. Ci sono parti che non ho capito io stesso. La Bibbia parla di Dio e dell’uomo, argomenti non semplici. Bisogna avere costanza e pazienza, ma — lo posso garantire — è un libro che vale più di altri, anche culturalmente. I racconti biblici sono pari a quelli della letteratura greca. Durante un corso post-laurea per allievi che venivano da letture classiche mi sono sentito dire: «Abbiamo letto Qoelet, è più straordinario dei Dialoghi di Platone».
In teoria si è capito che senza frequentare con assiduità la Bibbia non possiamo dirci davvero cristiani. Anzi, umani. Ma dobbiamo renderla pane quotidiano per la gente. E mi auguro che questo libro — con il suo accorato invito a leggere la Bibbia, a leggerla tutta, a innamorarsi della Parola di Dio — diventi uno strumento diffuso nelle parrocchie, nei gruppi di catechesi, nelle scuole bibliche, ma sia preso sul serio anche da tutte le persone che semplicemente si sono dette: «Quel librone è da anni sullo scaffale, ora voglio provare a leggerlo...».
Ricordandoci di una cosa importante: Gesù ha detto che «beati», cioè «felici» (ed essere felici non è il vero desiderio del cuore umano?) sono quelli che ascoltano la Parola di Dio... e che la mettono in pratica! Tradurre in pratica non significa però osservare il Vangelo in tutto e per tutto, non ne siamo capaci. Il difetto di molte persone è abbassare il Vangelo al nostro livello di osservanza, per il gusto di dire: io sono un uomo del Vangelo. Meglio dire: sono un peccatore e il Vangelo è quella cosa bella a cui cerco di arrivare.
Con questo spirito, non posso che ripetere quello che don Federico Tartaglia augura al termine di ogni capitolo di questo libro: buona lettura!

L'Osservatore Romano