Visualizzazione post con etichetta Nouwen. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Nouwen. Mostra tutti i post

venerdì 7 agosto 2015

L'Udienza di Papa Francesco al Movimento eucaristico giovanile




Grande festa questa mattina nell’Aula Paolo VI in Vaticano, dove 1500 ragazzi del Meg, il Movimento Eucaristico Giovanile promosso dai Gesuiti, hanno incontrato Papa Francesco nel centenario di fondazione. Il Meg, a Roma per il suo incontro mondiale sul tema "Perché la mia gioia sia in voi", è il ramo giovanile dell'Apostolato della Preghiera, nato a Lourdes dall'intuizione di un gesuita francese e oggi presente in 56 Paesi. Il Papa risponde alle domande poste da sei giovani.
Francesco è partito da due parole: tensione e conflitto. “Sono parole – ha detto - che si vivono nella vita quotidiana, sia nella società, sia nella famiglia”. “Ma cosa sarebbe – pensiamo – una società, una famiglia, un gruppo di amici, senza tensioni e senza conflitti? Sapete cosa sarebbe? Un cimitero. Perché non ci sono le tensioni e non ci sono i conflitti soltanto nelle cose morte. Quando c’è vita, c’è tensione e c’è conflitto”.  “Per questo – ha proseguito - è necessario sviluppare questo concetto e cercare, nella mia vita, quali sono le vere tensioni, come vengono queste tensioni, perché sono tensioni che dicono che io sono vivo; e come sono questi conflitti. Ma soltanto in Paradiso non ce ne saranno! Tutti saremo uniti nella pace con Gesù Cristo. E ognuno deve individuare le tensioni della sua vita. Le tensioni ti fanno crescere, sviluppano il coraggio. E un giovane deve avere questa virtù del coraggio! Un giovane senza coraggio … è un giovane annacquato, è un giovane vecchio. Alcune volte mi viene di dire ai giovani: ‘Per favore, non andare in pensione!’, perché ci sono giovani che se ne vanno in pensione a 20 anni: hanno tutto sicuro, nella vita, tutto tranquillo e non hanno la tensione. Ma le tensioni sono nella famiglia, è chiaro. Come si risolve una tensione? Con il dialogo. Quando in una famiglia c’è il dialogo, quando in una famiglia c’è questa capacità di dire spontaneamente cosa uno pensa, le tensioni si risolvono bene”. Di qui l’esortazione: “non avere paura delle tensioni. Ma anche, essere furbi, eh?, perché se tu ami la tensione per la tensione, questo ti farà male e tu sarai un giovane” che “ama sempre essere in tensione. No: questo no. La tensione viene per aiutarci a fare un passo verso l’armonia, ma l’armonia pure provoca un’altra tensione per essere più armonica. Per dirlo in modo chiaro: primo, non avere paura delle tensioni perché ci fanno crescere; secondo, risolvere le tensioni con il dialogo, perché il dialogo unisce, sia in famiglia sia nel gruppo di amici e si trova una strada per andare insieme, senza perdere la propria identità. Terzo, non attaccarsi troppo a una tensione perché questo ti farà male. Chiaro? Le tensioni fanno crescere, le tensioni si risolvono con il dialogo e essere attenti a non attaccarsi troppo a una tensione, perché questo alla fine distrugge. Ho detto che un giovane senza tensione è un giovane in pensione, un giovane ‘morto’; ma un giovane che soltanto sa vivere in tensione, è un giovane ammalato, eh? Questo lo si deve distinguere”.
Riferendosi a quanto detto da un giovane indonesiano che ha parlato dei conflitti in una società come il suo Paese, “dove si respira una grande diversità interna di culture” ha detto che “anche i conflitti possono farci bene, perché ci fanno capire le differenze, ci fanno capire come sono le cose diverse e ci fanno capire che se non troviamo una soluzione che risolva questo conflitto, ci sarà una vita di guerra. Il conflitto, per essere bene assunto, deve essere orientato verso l’unità, e in una società come la tua che ha una cultura con tante culture diverse dentro, deve cercare l’unità ma nel rispetto di ciascuna identità. Il confitto si risolve con il rispetto dell’identità. Noi vediamo, quando guardiamo la tv o sui giornali, conflitti che non si sanno risolvere, e finiscono in guerre: una cultura non tollera l’altra. Pensiamo a quei fratelli nostri dei Rohinja: sono stati cacciati via da un Paese e da un altro e da un altro, e vanno per mare … Quando arrivano in un porto o su una spiaggia, danno loro un po’ d’acqua o un po’ da mangiare e li cacciano via sul mare. Questo è un conflitto non risolto, e questa è guerra, questo si chiama violenza, si chiama uccidere. E’ vero: se io ho un conflitto con te e ti uccido, è finito il conflitto. Ma quello non è il cammino. Se tante identità – culturali, religiose – vivono insieme in un Paese”  - ha aggiunto – non ci saranno conflitti “soltanto con il rispetto dell’identità dell’altro. E con questo rispetto si risolve il conflitto. Le tensioni – in famiglia, tra amici – ho detto che per risolverle era necessario il dialogo; i veri conflitti sociali, anche culturali, si risolvono con il dialogo, ma prima con il rispetto dell’identità dell’altra persona. In Medio Oriente stiamo vedendo che tanta gente non è rispettata: le minoranze religiose, i cristiani … non solo non sono rispettati, ma tante volte sono uccisi, perseguitati  … Perché? Perché non si rispetta la loro identità. Nella nostra storia, sempre ci sono stati conflitti di identità religiosa” causati dal “non rispettare l’identità dell’altra persona. ‘Ma, questo non è cattolico, non crede in Gesù Cristo …’ – ‘Rispettalo. Cerca che cosa buona ha. Cerca nella loro religione, nella loro cultura, i valori che ha. Rispetta’. Così i conflitti si risolvono con il rispetto dell’identità altrui. Le tensioni  - ha ribadito - si risolvono con il dialogo”.
Rispondendo alla domanda su quale sia stata la più grande sfida o difficoltà che lui abbia affrontato nella sua missione come religioso, ha detto: “Io direi, trovare sempre la pace nel Signore, quella pace che soltanto Gesù ti può dare. Nei lavori, nei compiti, la sfida è trovare quella pace che significa che il Signore ti accompagna, che il Signore è vicino. E anche c’è un’altra sfida: saper distinguere la pace di Gesù da un’altra pace che non è di Gesù: capito? E questo è una cosa che voi dovete imparare bene e chiedere al Signore la grazia di saper discernere la vera pace dalla falsa pace. Discernere. E’ una sfida, quella. E la vera pace viene sempre da Gesù. Anche, alcune volte viene incartata in una croce. Ma è Gesù che ti dà la pace in quella prova. Non sempre viene come una croce, ma sempre la vera pace è di Gesù. Invece, l’altra pace – quella superficiale – quella pace che ti fa contento, ti accontenta un po’ ma è superficiale, viene dal ‘nemico’, dal diavolo e ti fa contento: ‘Ma, io sono contento, io non mi preoccupo di questo, sono in pace’. Ma dentro dentro dentro c’è un inganno! E qui è necessario chiedere questa grazia, di saper distinguere, di saper conoscere qual è la pace di Gesù e qual è la pace che viene dal ‘nemico’, che ti distrugge: sempre, il nemico distrugge! Ti fa credere che questa è la strada e poi, alla fine, ti lascia solo. Perché, ricordate questo: il diavolo è un mal pagatore, mai paga bene. Sempre ti truffa! E’ un truffatore! Ti fa vedere le cose truccate e tu credi che quello sia buono, che ti dia la pace, vai di là e alla fine non trovi la felicità. Cercare sempre la pace di Gesù: questa è una sfida, una sfida che ho avuto io, che ho io e che avete tutti voi. E qual è il segno della pace di Gesù? Come so che questa pace la dà Gesù? Il segno è quella gioia, quella gioia profonda: il diavolo mai ti dà la gioia. Ti dà un po’ di divertimento, fa un po’ di circo, ti fa felice un attimo ma mai ti dà quella gioia. Quella gioia soltanto può darla Gesù dandoti lo Spirito Santo. E la sfida di tutti noi – anche la mia – è cercare sempre la pace di Gesù. Anche nei brutti momenti, eh? Ma la pace di Gesù. E saperla distinguere da quell’altra pace truccata, che alla fine è una truffa, finisci male e non ti pagano bene. E Gesù è un buon pagatore, paga bene: paga molto bene!”.
Papa Francesco ha poi risposto al giovane che gli ha chiesto se vede segnali reali di gioia nella Chiesa nel mondo per questo XXI secolo: “Ma, i segnali ci sono” e un “segnale di speranza” è “vedere i giovani come voi che credono che Gesù sia nell’Eucaristia, che credono che l’amore sia più forte dell’odio, che la pace sia più forte della guerra, che il rispetto sia più forte del conflitto, che l’armonia sia più forte delle tensioni … Questo è una speranza, questo a me dà gioia!”. “In questo mondo” – ha detto – “ci sono tante guerre. Siamo in una guerra: io mi ripeto tanto dicendo che questa è la terza guerra mondiale, a pezzi, no? Ma siamo in guerra. E questo è negativo. Ma ci sono segni di speranza e ci sono segni di gioia".
Il Papa, parlando dei conflitti in famiglia e delle generazioni, ha invitato a ricordarsi dei nonni : “i nonni sono i ‘grandi dimenticati’ di questo tempo. Adesso un po’ meno, qui in Italia, perché siccome non c’è lavoro e loro hanno la pensione …  si ricordano dei nonni! Ma i nonni sono i ‘grandi dimenticati’ e i nonni sono la memoria di una famiglia, la memoria del Paese, la memoria della fede, perché sono loro a darla a noi. I nonni. E io vi faccio questa domanda: voi parlate con i vostri nonni? (Rispondono: sì!) Voi domandate ai nonni … : ‘Ma nonno, nonna, come è stato quello? Come si fa? Cosa facevi tu?’. Fatelo: fatelo! Perché i nonni sono una fonte di saggezza, perché hanno la memoria della vita, la memoria della fede, la memoria delle tensioni, la memoria dei conflitti … E sono bravi, i nonni! A me piace tanto parlare con i nonni”. Ha quindi raccontato un aneddoto: “ l’altro giorno, in piazza in una delle udienze del mercoledì, io giravo in papamobile e ho visto una nonnina, lì, anziana: si vedeva che era anziana! Ma aveva gli occhi brillanti di gioia. E io ho fatto fermare la papamobile e sono sceso. E sono andato a salutarla. E sorrideva. ‘Ma, mi dica, nonna: quanti anni ha, lei?’ – ‘92!’ – ‘Ah, va bene, ma brava, eh? Gioiosa! Ma, mi dia la ricetta di come arrivare a 92 così!’. E m’ha detto: ‘Sai, mangio i ravioli!’. E poi ha aggiunto: ‘E li faccio io!’. Ma, questo è un aneddoto per dirvi che sempre trovare i nonni è una sorpresa. I nonni sempre ci sorprendono: sanno ascoltarci, hanno una pazienza”. E “quando i nonni vivono a casa, aiutano tanto a risolvere le tensioni, normali in una famiglia. Non dimenticare i nonni!”.
Il Papa ha poi risposto alla domanda sull’amicizia con Gesù: se in questa relazione di amicizia dobbiamo anche aspettarci in cambio una manifestazione della sua presenza: “Un’amicizia è sempre a due: io sono amico tuo e tu sei mio amico. E Gesù si manifesta sempre – ne ho parlato di questo – nella sua pace. Se tu ti avvicini a Gesù ti dà una pace, ti dà una gioia. E quando tu incontri Gesù - nella preghiera, in un’opera buona, in un’opera di aiuto all’altro; ci sono tante maniere per trovare Gesù …  sentirai la pace e anche la gioia. Questa è la manifestazione .... E’ così … ma tu devi cercarlo sia nella preghiera, sia nell’Eucaristia, nella vita quotidiana, nella responsabilità dei tuoi compiti e anche nell’andare a cercare i più bisognosi e aiutarli: lì c’è Gesù! E te lo farà sentire. Alcune volte sentirai quello che è proprio soltanto dell’incontro con Gesù: lo stupore! Lo stupore di incontrare Gesù. Incontrare Gesù: questa parola non dimenticarla, per favore. Incontrare Gesù! Pensiamo a quel giorno: erano le 10.00 del mattino, Gesù passava e Giovanni e Andrea erano con Giovanni Battista, chiacchieravano, lì, di tante cose. E Giovanni Battista disse: ‘Quello è, quello, l’Agnello di Dio!’. E loro incuriositi sono andati dietro a Gesù, per cercarlo. E’ la curiosità… E Gesù fa un po’ come se non capitasse niente e si rivolge a loro e dice: ‘Cosa cercate?’ – ‘Ma dove vivi?’ – ‘Venite!’. E loro sono rimasti – dice il Vangelo – con Gesù tutta la serata. Ma cosa è successo dopo? Andrea è andato di corsa da suo fratello Pietro: era pieno di gioia, una gioia grande; era pieno di stupore per aver incontrato Gesù. E dice: ‘Abbiamo incontrato il Messia!’. E Giovanni ha fatto lo stesso con Giacomo. E’ così. L’incontro con Gesù ti dà questo stupore. E’ la sua presenza. Poi passa, ma ti lascia la pace e la gioia. Non dimenticare mai questo: stupore, pace, gioia? C’è Gesù! Questo è il contraccambio”.
Poi un’altra domanda: cosa direbbe ai giovani affinché scoprano la profondità dell’Eucaristia. “Sempre aiuta pensare all’Ultima Cena. E quella parola che Gesù ha detto quando ha dato il pane e il vino, il suo Corpo e il suo Sangue: ‘Fate questo in memoria di me’…  La memoria di Gesù presente lì; la memoria di Gesù che, in ogni Messa, è lì e ci salva lì; la memoria di quel gesto di Gesù, che dopo questo se ne è andato all’Orto degli Ulivi ad incominciare la sua Passione. La memoria di un amore così grande che ha dato la sua vita per me! Ognuno di noi può dire questo. La grazia della memoria, della quale ho parlato quando ho parlato dei nonni. La grazia della memoria: la memoria di quello che Gesù ha fatto. Non è rituale soltanto, non è una cerimonia… Ci sono cerimonie bellissime, cerimonie militari, culturali: no, no! E’ un’altra cosa: è andare lì, sul Calvario, dove Gesù ha dato la sua vita per me. Ognuno deve dire questo e con questa memoria, vedendo Gesù, ricevendo il Corpo e il Sangue di Gesù, tu approfondisci il Mistero dell’Eucaristia. ‘Eh, Padre, quando io vado a Messa mi annoio…’”. Questo accade – spiega - se si vive la Messa come un semplice rito. Per approfondire il Mistero dell’Eucaristia, il Papa sottolinea questo verbo: “ricordati”. “Ricordati di Gesù Cristo. Ricordati di Gesù Cristo. Ma quando sono a Messa, lì, che sta dando la sua vita per me. E così approfondisci il Mistero. E poi quando non vai a Messa, ma vai a pregare davanti al Tabernacolo, ricordati che Lui è lì e che ha dato la sua vita per te. La memoria. E’ stato il consiglio che Gesù ha dato ai suoi: ‘Fate questo in ‘memoria’ di me’. Ossia ogni volta che fate questa celebrazione, ricordatevi di me; ogni volta che andate a pregare davanti al Tabernacolo, ricordatevi di questo”.
Il Papa ha quindi concluso: “ pensate queste parole: tensione-dialogo; conflitto-rispetto-dialogo; contraccambio della presenza di Gesù-amicizia con Gesù: pace e gioia; incontro con Gesù: stupore, gioia, pace, avanti; approfondire l’Eucaristia: memoria di quello che ha fatto Gesù. E così andrete avanti. Il mondo ha tante cose brutte, stiamo in guerra; ma ci sono anche tante cose belle e tante cose buone e tanti santi nascosti nel popolo di Dio. Dio è presente. Dio è presente e ci sono tanti, tanti motivi di speranza per andare avanti. Coraggio e avanti! Possiamo, prima di dare la benedizione, chiedere aiuto alla Madonna perché i bambini quando incominciano a camminare cercano la mano della mamma per non sbagliare strada. E noi dobbiamo andare sulla strada della vita con la mano della mamma. Preghiamo la Madonna, ognuno nella propria lingua: Ave Maria …”.
RV

venerdì 2 novembre 2012

Lettera di conforto per chi ha perduto una persona cara 3

Propongo per questo giorno, così caro alla pietà popolare, una lettura di Henry Nouwen, la sua "Lettera di conforto per chi ha perduto una persona cara". Buona lettura! (*)

* * *

(*): Vedi anche in questo blog i post seguenti:



29 Ott 2011
Il loro costante incoraggiamento e il loro generoso aiuto finanziario in memoria di Murray McDonnell mo hanno consentito di trovare il tempo e lo spazio necessario per scrivere Il dono del compimento. Prologo. Farsi amica la ...

29 Ott 2011
Arrivederci in Cielo. La festività di Tutti i Santi e la Commemorazione di tutti i fedeli defunti ci ricordano che questa vita è un cammino verso l'Eternità. Propongo di seguito un testo bellissimo di Anselm Grun, monaco ...


30 Ott 2011
Ma tutta la vita pubblica di Gesù proveniva 'dall'alto'; il suo apostolato nasceva dalla sua relazione col Padre in cielo. Tutte le domande che Gesù ha fatto, tutte le risposte che ha dato, tutte le contestazioni che ha suscitato e le ...





HENRI J. M. NOUWEN
Lettera di conforto
per chi ha perduto una persona cara
Editrice Queriniana
Titolo originale A Letter of ConsolationTraduzione dall' inglese-americano di LAURA FERRARI

Potrebbe darsi che dopo tutte queste mie parole sul significato della morte tu possa avere l' impressione che la morte sia qualcosa da desiderare; qualcosa verso cui mettersi in viaggio pieni di aspettative e di speranza; qualcosa alla quale ci prepara tutta la vita; qualcosa, quindi, che costituisce più o meno il punto culminante della vita. Se ho suscitato una simile impressione,. la devo correggere il più presto possibile. Anche se penso che si possa parlare di senso della morte, penso anche che la morte sia l'unico evento contro il quale ci ribelliamo con tutto il nostro essere. Sentiamo profondamente che la vita ci appartiene, e che la morte non ha alcun posto nel nostro fondamentale desiderio di vivere. Non c'è quindi da meravigliarsi che la maggior parte delle persone, anche quelle più anziane, non pensino molto alla morte. Fino a quando ci sentiamo sani e vitali, preferiamo tenere la nostra mente e il nostro corpo occupati nelle cose della vita. Il teologo tedesco Karl Rahner definisce la morte «l'assurda arci-contraddizione dell'esistenza» e in realtà la morte non ha alcun senso per chiunque voglia dare un senso anche solo a quello che può in qualche modo comprendere. Ma la nostra assoluta impotenza di fronte alla morte, in cui ci viene tolta qualsiasi possibilità di controllare il nostro destino, non può certo essere percepita come dotata di un qualche valore. Tutto il nostro essere si ribella alla minaccia del non-essere.
Sto scrivendo questo il Venerdì Santo. Ho appena partecipato alla liturgia nella quale la morte di Cristo viene ricordata nel modo più toccante e drammatico. Avevo chiesto di leggere le parole pronunciate da Gesù durante la sua passione. Mentre le pronunciavo a voce alta così che tutti i monaci e gli ospiti del monastero potessero farle penetrare profondamente nel proprio cuore, avvertivo sempre più che Cristo stesso stava condividendo fino in fondo insieme a noi l'esperienza dell'assurdità della morte. Gesù non voleva morire. Gesù non affrontò la propria morte come se la considerasse un bene da desiderare. Non parlò mai della morte come di qualcosa che deve essere accettato con gioia. Anche se egli parlava della propria morte e cercava di preparare ad essa i suoi discepoli, Gesù non vi rivolse mai un'attenzione morbosa. E i Vangeli non contengono alcun indizio che la morte fosse per lui attraente. Ciò che rileviamo in essi è, piuttosto, una profonda ribellione alla morte. Nel giardino del Getsemani Gesù fu preso da paura, e supplicava a voce alta il Padre suo:«Abbà, tutto è possibile a te, allontana da me questo calice!». Questa angoscia divenne così intensa che «il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra». E mentre moriva sulla croce, ormai in agonia, gridò a gran voce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato ?».
Molto più del dolore della propria morte, penso, era la morte stessa ad opprimere Gesù di paura e di angoscia estrema. Per me questa è un'intuizione molto importante perché stronca alla radice qualsiasi inclinazione a fare della morte un evento sentimentale o romantico. Noi non vogliamo morire, anche se dobbiamo affrontare la nostra morte, sì, 'fraternizzare' con essa, con tutto il realismo possibile. Anche se dobbiamo fare amicizia con la nostra morte, e cioè, riconoscerla pienamente come una realtà che fa intimamente parte della nostra umanità, la morte resta nostro nemico. Anche se possiamo e dobbiamo prepararci alla morte, non siamo mai veramente pronti. Anche se dobbiamo riconoscere che la morte ha sempre fatto parte della nostra vita sin dalla nascita, essa rimane la più grande incognita della nostra esistenza. Anche se dobbiamo ricercare il significato della morte, la nostra protesta contro di essa rivela che non saremo mai capaci di trovarle un senso che possa eliminare la nostra paura.
La morte della mamma ce lo ha rivelato in tutta la sua evidenza. Sai quanto la sua vita fosse piena del pensiero di Dio e dei suoi misteri. Non solo riceveva l'Eucaristia ogni giorno, ma trascorreva molte ore in preghiera e in meditazione e leggeva la Sacra Scrittura con grande assiduità; era anche profondamente grata a tutti coloro che la sostenevano nella sua vita spirituale. Nutriva una devozione moltoprofonda a Maria, la Madre di Dio, e non si addormentava mai, la sera, senza averle prima chiesto di pregare per lei nell'ora della sua morte. In realtà, la vita della mamma è stata una vita di preparazione alla morte. Questo però non le ha reso facile il morire. Non esitò mai a dire che aveva paura di morire, che non si sentiva preparata a comparire davanti a Dio, e che non era ancora pronta a lasciare questo mondo. Amava la vita, la amava in maniera assoluta e totale. Amava te con una devozione incondizionata. Tu eri la prima persona alla quale pensava e della quale parlava; non avrebbe mai permesso a nessuno di distogliere la sua attenzione da te. I suoi figli e i suoi nipoti erano la sua costante preoccupazione e la sua costante delizia. Le loro gioie erano le sue gioie, e i loro dolori erano i suoi dolori. E come amava la bellezza: la bellezza della natura con i suoi fiori e gli alberi, le montagne e le valli; la bellezza delle cattedrali francesi o delle vecchie chiese di campagna; la bellezza delle città italiane, Ravenna, Firenze, Assisi e Roma. Poteva passeggiare a lungo per queste città e cittadine, scoprendo continuamente cose nuove, e diceva: «Guarda, non è meraviglioso? Guarda quella casa, guarda quella chiesa, guarda questi balconi con la bouganvillea: non è splendido?». E tutto la riempiva di gioia e di stupore. Sì, la mamma amava la vita. Mi ricordo ancora quello che mi diceva: «Anche se sono vecchia, quanto mi piacerebbe poter avere ancora tanti anni da vivere».
La morte per lei era una realtà dura e dolorosa. In effetti, penso spesso che fu proprio perché la sua vita di preghiera le aveva dato una tale profonda capacità di apprezzare tutto il creato, che le riusciva tanto difficile dover abbandonare tutto. Il Dio che lei amava e per il quale lei voleva dare la propria vita le aveva rivelato sia la magnificenza della sua creazione sia la definitività assoluta con cui la morte l'avrebbe strappata da tutto quello che lei aveva imparato ad amare.
Più rifletto sulla morte della mamma e più mi diventa visibile qualcosa che prima non riuscivo a percepire chiaramente. È il fatto che la morte non appartiene a Dio. Dio non ha creato la morte. Dio non vuole la morte. Dio non desidera per noi la morte. In Dio non c'è morte. Dio è un Dio della vita. Egli è il Dio dei viventi e non dei morti. Di conseguenza, coloro che vivono una vita profondamente spirituale, una vita di autentica intimità con Dio, devono avvertire il dolore della morte in modo particolarmente acuto. Una vita con Dio ci apre a tutto ciò che è vitale. Ci fa esaltare la vita; ci rende capaci di apprezzare la bellezza di tutto il creato; ci fa desiderare di essere sempre là dove c'è la vita. Una persona veramente religiosa, quindi, non deve considerare la morte né come una liberazione dalla tensione della vita, né come un'occasione di riposo e di pace, ma come un non-essere assurdo, irrazionale e cupo. Adesso capisco perché è falso dire che una persona religiosa dovrebbe trovare la morte facile e accettabile. Adesso capisco perché è sbagliato pensare che una morte senza lotta e agonia sia un segno di grande fede. Queste idee non hanno un gran senso unavolta che ci siamo resi conto che la fede ci apre alla piena affermazione della vita, e ci dà un desiderio intenso di vivere più pienamente, più intensamente, cogliendo della vita ogni vibrazione, e con più vigore. Se c'è qualcuno che dovrebbe ribellarsi alla morte, questi è proprio la persona religiosa, la persona che è gradualmente arrivata a conoscere Dio come il Dio dei viventi.
Questo mi riporta al grande mistero di oggi, il giorno che chiamiamo Venerdì Santo. È il giorno in cui Gesù, il Figlio di Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, della stessa sostanza del Padre, è morto. E in realtà, in questo Venerdì, circa duemila anni fa, fuori delle mura di Gerusalemme, Dio morì.
Spero che tu possa avvertire che qui si trova la fonte della nostra consolazione e della nostra speranza. Dio stesso, che è luce, vita e verità, arrivò a sperimentare con noi e per noi la totale assurdità della morte. La morte di Gesù non è un evento memorabile perché morì un profeta giusto e santo. No, ciò che rende la morte di Gesù il principale - e in un certo senso l'unico reale - evento della storia è il fatto che il Figlio di Dio, in cui non v' era traccia di morte, morì la morte assurda che è il destino di tutti gli esseri umani.
Questo ci dà una qualche idea dell'agonia di Gesù. Chi ha gustato la vita più pienamente di lui? Chi ha conosciuto più intimamente la bellezza della terra nella quale visse? Chi ha compreso meglio il sorriso dei bambini, il grido degli ammalati, le lacrime degli afflitti? Ogni fibra del suo essere parlava della vita. «lo sono la Via, la Verità e la Vita», egli disse, e in lui si poteva trovare solo la vita. Come potremo mai essere capaci di comprendere che cosa deve aver significato per lui patire la morte, essere strappato via dalla vita ed entrare nelle tenebre dell'annientamento totale! L'agonia nel Getsemani, l'umiliazione degli scherni, le sofferenze della flagellazione, la dolorosa via del Calvario e l'atroce esecuzione sulla croce furono subite dal Signore della vita.
Ti scrivo questo non per sconvolgerti, ma per darti conforto nel tuo dolore. Il Signore che è morto, è morto per noi - per te, per me, per la mamma, e per tutti gli uomini. Morì non perché vi fosse alcuna morte o tenebra in lui, ma solamente per liberarci dalla morte e dalla tenebra che era in noi. Se il Dio che ci ha rivelato la vita, e il cui unico desiderio è di portarci alla vita, ci ha amato a tal punto che egli volle condividere con noi l'esperienza della totale assurdità della morte, allora - sì, allora ci deve essere speranza; allora ci deve essere qualcosa di più della morte; allora ci deve essere una promessa che non viene portata a compimento nel breve spazio della nostra esistenza in questo mondo; allora il lasciare dietro di sé le persone amate, i fiori e gli alberi, le montagne e gli oceani, la bellezza dell'arte e della musica, e tutti i sovrabbondanti doni della vita non può essere semplicemente la distruzione e la fine disumana di tutte le cose; allora davvero dobbiamo aspettare il terzo giorno.
VIII.
Sto guardando la fotografia, che tu scattasti, della tomba della mamma. Guardo la semplice croce di legno marrone chiaro. I due bracci massicci esprimono forza. Leggo le parole, «In Pace», il suo nome, «Maria», e le date della sua nascita e della sua morte. Questo riassume tutto. È un'immagine bellissima. Che rigoglio di fiori! Sono davvero splendidi. Con i loro colori - bianco, giallo, rosso porpora - sembrano innalzare la croce e comunicano un senso di vita. Oh, che ricordo nitido ho del 14 ottobre scorso, esattamente sei mesi fa. Che bel mattino! Con che delicatezza i raggi del sole accarezzavano la terra mentre la accompagnavamo al posto che le era stato preparato! Ricordi? Fu un giorno triste, ma non solo triste. C'era anche una sensazione di compiutezza. La sua vita era giunta al suo compimento, ed era stata una vita così sovrabbondante di grazia. E c'era gratitudine nel nostro cuore per lei e per tutti coloro che si erano stretti attorno a noi per direi , quello che la mamma aveva significato per loro. Fu una giornata tranquilla, quieta e intima. So che non dimenticherai mai quella giornata. E neppure io. Fu il giorno che ci diede la forza di continuare a vivere in una gioia tranquilla, non solo guardando indietro, ma anche avanti.
Ogni volta che guardo questa fotografia della sua tomba sento rinnovarsi in me l'emozione che mi prese dopo che fu seppellita, un'emozione così diversa dall' emozione del rivederla di nuovo dopo una lunga assenza, e anche così diversa dall' emozione del guardarla soffrire e morire. È un' emozione nuova, preziosissima. È l'emozione di un'attesa quieta e serena. Sono sicuro che tu sai quello che intendo dire. C'è una quieta serenità in questa emozione. Lei ha concluso la sua vita con noi. Lei non deve più soffrire come noi; non deve più preoccuparsi come noi; non deve più affrontare la paura della morte come noi. E inoltre, a lei saranno risparmiate le tante ansie e le lotte che noi dobbiamo ancora affrontare. Nessuno può farle più del male. Noi non dobbiamo più proteggerla e preoccuparci della sua salute e della sua incolumità. Oh, quanto vorremmo avere ancora quella preoccupazione! Ma noi l'abbiamo lasciata là distesa a riposare nella pace e lei non tornerà. La terra generosa in cui l'abbiamo seppellita, le verdi siepi dietro la sua tomba, e gli alti alberi rigogliosi che circondano il piccolo cimitero: tutto contribuisce a creare un senso di sicurezza e di accoglienza. Ma questa emozione ha anche un'altra faccia. E questa comprende l'attesa, un'attesa pacata. La solida, semplice croce che si innalza sulla sua tomba esprime qualcosa di più della sua morte. Ogni volta che andiamo a visitare quel luogo, avvertiamo che stiamo aspettando, presentendo, sperando. Desideriamo vederla di nuovo, e poter stare ancora una volta con lei, ma sappiamo che lei ci ha lasciato per non tornare mai più. A volte vorremmo morire per raggiungerla nella morte, ma sappiamo che siamo chiamati a vivere e a lavorare su questa terra. La nostra attesa tranquilla e serena è molto più profonda di un'illusione. È attendere con la consapevolezza che l'amore è più forte della morte e che questa verità ci diventerà visibile. Come? Quando? Dove? Queste domande continuano ad assalire i nostri cuori impazienti. E tuttavia, quando sperimentiamo questa quieta, serena attesa, esse cessano di tormentarci e sentiamo che va tutto bene.
Forse, caro papà, hai immaginato che ti stia scrivendo questa parte il Sabato Santo. Sono passati tanti Sabati Santi nella mia vita, ma questo Sabato, 14 aprile 1979, è diverso perché oggi ho una percezione nuova di ciò che il quieto silenzio di questo giorno significa.
Conosci il racconto. Deposero il corpo di Gesù nel sepolcro che si trovava in un giardino non lontano dal luogo nel quale era stato crocifisso. Giuseppe d'Arimatea «fece rotolare un masso contro l'entrata del sepolcro» e «Maria di Magdala e Maria madre di Joses stavano ad osservare dove veniva deposto». «Poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo secondo il comandamento».
Questo è il giorno più quieto dell'anno: non si svolge nessuna attività, non vi sono grandi celebrazioni liturgiche, non ci sono visitatori, non si riceve posta, non si parla. Solo una profonda, profondissima pace. Un tempo di silenzio, un tempo intermedio. La Quaresima è finita, ma la Pasqua non è ancora giunta. Gesù è morto, ma noi ancora non sappiamo fino in fondo ciò che questo significa. La tensione piena di ansia e di paura del Venerdì Santo è scomparsa, ma non si sono ancora udite le campane. Un confratello mi chiama alla preghiera con una raganella di legno. Ha smesso di piovere. Il violento temporale che si è abbattuto sulla vallata la notte scorsa si è allontanato, ma il cielo è ancora coperto di nubi. Sì, un' attesa silenziosa, serena. Nessun panico, nessuna disperazione, nessun urlo di dolore, nessuna lacrima, nessun tormentoso torcersi di mani. Ma neppure grida di gioia. Nessun canto di vittoria, niente vessilli o bandiere. Solo una semplice, quieta attesa con la profonda, intima consapevolezza che andrà tutto bene. Come? Non chiedertelo. Perché? Non preoccuparti. Dove? Lo saprai. Quando? Tu aspetta.. Lìmitati ad aspettare con calma, con quieta serenità, con gioia... andrà tutto bene.
Sabato Sacro! Il giorno in cui seppellimmo la mamma; il giorno in cui restiamo seduti accanto al sepolcro di Gesù a riposare; il giorno in cui i monaci si guardano l'un l'altro come se sapessero qualcosa di cui non è ancora permesso loro parlare. È il giorno in cui comprendo com' è stata la tua vita da quando hai deposto la mamma nella sua tomba. Riesci a capire quello che ti sto dicendo? Ci sono molte, molte domande, e vorremmo poter trovare per esse una risposta adesso. Ma è troppo presto. Nessuno sa cosa dire. Abbiamo visto che la morte è reale. Abbiamo visto che la morte ci ha portato via colei che amavamo di più. Restiamo accanto alla tomba. Non poniamoci domande adesso. Questo è il tempo di lasciare che la quiete cresca dentro di noi. I discepoli pensarono che fosse tutto finito, concluso, giunto alla fine... ammesso che fossero ancora capaci di pensare. Le donne vollero prendersi cura della tomba. Prepararono aromi e oli profumati. Ma il giorno di sabato tutti osservarono il riposo.
Questo Sabato Santo non ci può offrire una percezione nuova di quello che la nostra vita senza la mamma può a poco a poco diventare? Questo Sabato Santo non ci trasmette questa emozione nuova di quieta, serena attesa nella quale possiamo crescere e acquistare solidità e sicurezza? Non dobbiamo più piangere; non dobbiamo più sentirci dilaniati e straziati. Ora possiamo aspettare, mettendo a tacere tutti i nostri desideri e tutte le nostre fantasie su ciòche sarà, e semplicemente sperare, in letizia.
IX.
Dopo che ebbi iniziato a scriverti questa lettera, è accaduto qualcosa che in un primo momento mi era sembrato piuttosto insignificante. Nei giorni seguenti, però, è andato assumendo un'importanza sempre maggiore. Per questo motivo te ne voglio parlare prima di chiudere questa lettera. È una storia che parla di tempo, di tempo atmosferico. Il tempo qui nell'interno dello stato di New York fino a dieci giorni fa è stato bello. L'inverno era finito, ed era iniziata la primavera. Il clima era mite e c'era il sole, e i monaci se la godevano a passeggiare per i boschi e ad osservare i primi segni della nuova stagione. Crochi gialli, bianchi e blu adornavano il chiostro, e tutti sembravano felici che un' altra stagione fredda fosse ormai finita. Ma non era così! Il giorno in cui finalmente ero riuscito ad organizzarmi in modo da cominciare a scriverti questa lettera, un violento temporale si abbatté sulla nostra zona, portando con sé piogge torrenziali. Sotto le crepe nel tetto furono disposti dei secchi, e le finestre vennero sbarrate, e nessuno si azzardava ad uscire di casa.
La temperatura si abbassò bruscamente, e ben presto la pioggia si trasformò in neve. Il giorno seguente eravamo di nuovo in pieno inverno. Continuò a nevicare per l'intera giornata, e io mi sentivo come sperduto, disorientato. Tutto il mio essere aveva cominciato a pregustare fiori allegri, alberi verdeggianti e il canto melodioso degli uccelli, e questo strano cambiamento del tempo sembrava completamente assurdo. Quando la bufera fu cessata, il paesaggio appariva idilliaco, come in una cartolina di Natale. La neve era fresca e meravigliosa e si era posata sui prati verdi e sugli abeti come una soffice veste bianca. Ma io non riuscivo a rallegrarmene. Continuavo solamente a dire a me stesso: «Dunque, fra una settimana sarà Pasqua e allora sarà di nuovo primavera». Scoprivo in me stesso una strana certezza che la Pasqua avrebbe fatto mutare il tempo. E quando, il mercoledì della Settimana Santa, tutto era ancora assolutamente immacolato, continuavo a sentire dentro di me una voce che mi diceva: «Ancora soltanto tre giorni e tutto sarà di nuovo verde!». Bene, il Venerdì Santo si levarono venti di tempesta, una pioggia deprimente cominciò a cadere e continuò a scrosciare per tutto il resto della giornata. Il mattino seguente tutta la neve era scomparsa. Nel pomeriggio le nubi si dissolsero e apparve un sole splendente, che trasformò tutto in uno spettacolo festoso. Quando, guardando fuori dalla finestra, vidi i prati lambiti da una luce fresca e cristallina, mi dovetti trattenere a fatica dal rompere il silenzio monastico! Andai fuori e salii sul crinale dal quale si poteva abbracciare con lo sguardo l'intera vallata. Riuscivo solo a sorridere, a sorridere. E poi rivolto al cielo proruppi ad alta voce: «Il Signore è risorto; è veramente risorto!».
Mai nella mia vita ho avvertito così intensamente che gli eventi sacri che noi celebriamo influiscono sul nostro ambiente naturale. Era molto più della sensazione di una felice coincidenza. Era la fortissima percezione che gli eventi che stavamo celebrando erano gli eventi reali, e che tutto il resto, natura e cultura comprese, dipendessero da questi eventi.
Probabilmente adesso vorrai sapere com' era il tempo la mattina di Pasqua. Era mite e nuvoloso. Niente di inusuale. Non pioveva, non c'era vento; non faceva né molto freddo, né molto caldo. Non c'era un sole sfolgorante, ma solo una dolce brezza leggera. In realtà non mi importava molto. Probabilmente sarei stato felice anche se fosse nevicato di nuovo. La cosa più importante di tutte per me era l'essere giunto a sperimentare, durante quel tempo santo, che gli eventi reali sono gli eventi che accadono sotto il grande velo della natura e della storia. Tutto dipende dal fatto se abbiamo occhi per vedere e orecchi per udire.
Questo è ciò che mi preme tanto dirti in questa Pasqua del 1979. Qualcosa di molto profondo e misterioso, molto santo e sacro, sta accadendo nelle nostre esistenze, proprio qui dove siamo, e più diverremo attenti, più cominceremo a vederlo e a udirlo. Più i nostri sensi spirituali affioreranno alla superficie della nostra vita quotidiana, più giungeremo a scoprire - a svelare - una presenza nuova nella nostra vita. Ho la forte sensazione che la morte della mamma sia stata, e lo sia ancora, una dolorosa ma benedetta purificazione che ci renderà capaci di udire una voce e di vedere un volto che non avevamo mai udito o visto prima in maniera così chiara.
Prova a pensare quello che accade nel giorno di Pasqua. Un gruppo di donne si reca al sepolcro; notano che la pietra è stata ribaltata, entrano, vedono un giovane vestito d'una veste bianca, seduto sulla destra, che dice loro: «Egli non è qui». Pietro e Giovanni corron9 al sepolcro e lo trovano vuoto. Maria di Magdala incontra un custode del giardino che la chiama per nome, e lei capisce che è Gesù. I discepoli, mentre preoccupati e timorosi sono stretti l'uno all'altro in un luogo dalle porte chiuse, all'improvviso se lo trovano davanti, in mezzo a loro, e odono il suo saluto: «Pace a voi». Due uomini ripartono senza indugio da Emmaus per rientrare in fretta a Gerusalemme, ad annunciare ai loro perplessi amici di aver incontrato Gesù lungo la strada e di averlo riconosciuto mentre spezzava il pane. Più tardi, Simon Pietro, Tommaso, Natanaele, Giacomo e Giovanni sono a pescare sul lago. Un uomo dalla riva li chiama: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Essi gli rispondono: «No». Allora egli dice: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettano, e quando il pesce catturato è tanto da non riuscire a tirar su le reti, Giovanni dice a Pietro: «È il Signore». E a mano a mano che accadono questi eventi, una frase viene pronunciata, dapprimasottovoce e con esitazione, poi con più chiarezza e convinzione, ed infine ad alta voce e con tono trionfante: «11 Signore è risorto; è veramente risorto!».
Mi meraviglio come questa storia, la storia più importante della storia umana, acquisti per te un significato tutto speciale ora che sai così bene cosa significa aver perduto colei che hai amato di più. Hai notato che nessuno degli amici di Gesù, né le donne né i discepoli, nutrivano la più tenue speranza del suo ritorno dalla morte? La sua crocifissione aveva mandato in frantumi tutte le loro speranze e le loro aspettative, ed ora essi si sentivano completamente smarriti e abbattuti. Persino quando Gesù apparve loro, essi non smisero di esitare, di dubitare e di avere bisogno che qualcosa li convincesse, non solo Tommaso, ma anche gli altri. Non c'è alcuna traccia di un atteggiamento che corrisponda alla frase: «Io-te-l'avevo-sempre-detto». L'evento della risurrezione di Gesù superava in maniera totale e assoluta la loro comprensione. Superava di gran lunga i loro modi di pensare e di sentire. La sua risurrezione abbatteva le barriere della loro mente e del loro cuore. E tuttavia, credettero - e la loro fede cambiò il mondo.
Non è questa una buona novella? Questo non capovolge tutto offrendoci un fondamento su cui possiamo vivere nella speranza? Questo non pone la morte della mamma in una prospettiva completamente nuova? Questo non rende la sua morte meno dolorosa o il nostro dolore meno intenso. Questo non rende la sua perdita meno reale, ma ci fa vedere e sentire che la morte fa parte di un evento molto più grande e molto più profondo, la cui pienezza noi non possiamo comprendere, ma di cui sappiamo che è un evento vivificante. Gli amici di Gesù lo videro e lo udirono solo poche volte dopo quel mattino di Pasqua, ma le loro vite furono completamente trasformate. Quella che era sembrata la fine si rivelò l'inizio; quello che era parso un motivo di paura si rivelò un motivo di coraggio; quella che era parsa una sconfitta si rivelò una vittoria; quello che era parso un fondamento di disperazione risultò il fondamento della speranza. Tutto d'un tratto un muro si trasforma in una porta, e anche se non siamo in grado di dire con molta chiarezza o precisione ciò che sta oltre la porta, il tono di tutto ciò che facciamo e diciamo mentre ci avviciniamo alla porta cambia drasticamente.
Il modo migliore con cui posso esprimerti il significato che la morte riceve alla luce della risurrezione di Gesù è dire, che l'amore che ci procura tanto dolore e che ci fa sentire in maniera così assoluta l'assurdità della morte è più forte della morte stessa. «Più forte della morte è l'amore». Questa frase riassume meglio di ogni altra il significato della morte. Vi ho accennato anche prima in questa lettera, ma adesso puoi comprendere meglio il suo pieno significato. Perché la morte della mamma ti ha arrecato tanta sofferenza? Perché l'hai amata moltissimo. Perché la tua morte è diventata un interrogativo così assillante per te? Perché tu ami la vita, ami i tuoi figli e i tuoi nipoti, ami la natura, ami l'arte e la musica, ami i cavalli, e ami tutto ciò che è vivo e bello. La morte è assurda e non può avere alcun senso per colui che ha dentro di sé tanto amore.
La risurrezione di Gesù Cristo è la manifestazione gloriosa della vittoria dell' amore sulla morte. Quello stesso amore che ci fa piangere e ci fa ribellare alla morte, ora ci farà liberi di vivere nella speranza. Hai notato che Gesù apparve solamente a coloro che lo conoscevano, che avevano ascoltato le sue parole e che erano giunti ad amarlo profondamente? Fu proprio quell'amore a dare loro gli occhi per vedere il suo volto e orecchi per sentire la sua voce quando apparve loro il terzo giorno dopo la sua morte. Una volta che l'ebbero visto e udito e che ebbero creduto, il resto della loro vita divenne un ininterrotto riconoscimento della sua presenza in mezzo a loro. In questo consiste la vita nello Spirito del Cristo risorto. Essa ci fa vedere che sotto il velo di tutto ciò che è visibile ai nostri occhi terreni, il Signore risorto ci mostra il suo amore inesauribile e ci chiama ad entrare ancor più pienamente in quell'amore, un amore che abbraccia insieme la mamma e noi, che l'abbiamo amata tanto.
È con questo amore divino nel nostro cuore, un amore più forte della morte, che le nostre vite possono essere vissute come una promessa. Perché questo grande amore ci promette che ciò che abbiamo già cominciato a vedere e a sentire con gli occhi e gli orecchi dello Spirito di Cristo non potrà mai essere distrutto, ma piuttosto è 'l'inizio' della vita eterna.
Oggi è il terzo giorno dopo Pasqua. Il giovedì dopo Pasqua. Qui nel monastero trappista è l'ultimo giorno delle festività pasquali. Per tre giorni abbiamo celebrato la risurrezione di Gesù Cristo, ed èstata una vera festa. Anche se i monaci parlano tra loro solo quando è strettamente necessario, e anche se non vi sono feste o manifestazioni esteriori di giubilo, queste giornate pasquali per me sono state più gioiose di tutte le altre celebrate in passato. Le liturgie sono state splendide ed esuberanti con i loro frequenti e rinnovati alleluja; le letture sono state gioiose e colme di speranza; la musica era festosa; e tutti erano pieni di gratitudine verso Dio e l'uno verso l'altro.
La domenica di Pasqua lessi il racconto evangelico di Pietro e Giovanni che si recano di corsa al sepolcro e lo trovano vuoto. C'era più di un centinaio di visitatori nella chiesa abbaziale, chi venuto da lontano e chi abitante nei dintorni, giovani e anziani, qualcuno vestito con eleganza, altri senza alcuna ricercatezza. Seduti insieme a quaranta monaci attorno all' enorme blocco di pietra che funge da altare, essi mi davano un reale senso della chiesa. Dopo aver letto il Vangelo, lo commentai. Mi è capitato raramente di predicare la domenica di Pasqua nei miei venti due anni di sacerdozio, e provavo molta gratitudine perché potevo annunciare a tutti i presenti: «Il Signore è risorto; è veramente risorto». Tutti ascoltavano con grande attenzione ed io ebbi la percezione che il Cristo risorto fosse realmente in mezzo a noi, e ci donasse la sua pace. Durante l'Eucaristia, ho pregato per te, per la mamma e per tutti i nostri cari. Avvertivo che il Cristo risorto ci aveva riuniti insieme colmando non solo la distanza fra l'Olanda e gli Stati Uniti, ma anche quella fra la vita e la morte. La Quaresima era stata lunga, talora molto dura, e non senza i suoi momenti cupi, in cui ero stato assalito dalle tentazioni del diavolo. Ora invece, alla luce della risurrezione di Cristo, la Quaresima mi dava l'impressione di essere stata breve e facile. Immagino che questo valga per tutti gli eventi della vita. Quando siamo nelle tenebre dubitiamo che ci sarà mai luce, ma quando siamo nella luce, ben presto dimentichiamo com' era fitta l'oscurità in cui ci dibattevamo.
Ora c'è luce. Infatti, il sole si è persino aperto un varco, e ampi squarci di cielo azzurro ora visibili al di là dell' ammasso delle nubi mi fanno di nuovo venire in mente che spesso ciò che vediamo non è ciò che è più duraturo.
Caro papà, questo sembra il momento più naturale per concludere non solo la celebrazione pasquale, ma anche questa lettera. Per dodici giorni ho meditato sulla morte della mamma nella speranza di offrire a te e a me stesso un po' di conforto e di consolazione. Non so se sono stato capace di raggiungerti nella tua solitudine e nel tuo dolore. Forse le mie parole spesso sono state più utili a me stesso che a te. Ma anche se così fosse, spero comunque che il semplice fatto che queste parole sono state scritte da tuo figlio su colei che abbiamo entrambi amato tanto, sarà per te una fonte di consolazione.

Lettera di conforto per chi ha perduto una persona cara 2

Propongo per questo giorno, così caro alla pietà popolare, una lettura di Henry Nouwen, la sua "Lettera di conforto per chi ha perduto una persona cara". Buona lettura! (*)


* * *

(*): Vedi anche in questo blog i post seguenti:



29 Ott 2011
Il loro costante incoraggiamento e il loro generoso aiuto finanziario in memoria di Murray McDonnell mo hanno consentito di trovare il tempo e lo spazio necessario per scrivere Il dono del compimento. Prologo. Farsi amica la ...

29 Ott 2011
Arrivederci in Cielo. La festività di Tutti i Santi e la Commemorazione di tutti i fedeli defunti ci ricordano che questa vita è un cammino verso l'Eternità. Propongo di seguito un testo bellissimo di Anselm Grun, monaco ...


30 Ott 2011
Ma tutta la vita pubblica di Gesù proveniva 'dall'alto'; il suo apostolato nasceva dalla sua relazione col Padre in cielo. Tutte le domande che Gesù ha fatto, tutte le risposte che ha dato, tutte le contestazioni che ha suscitato e le ...




HENRI J. M. NOUWEN
Lettera di conforto
per chi ha perduto una persona cara
Editrice Queriniana
Titolo originale A Letter of ConsolationTraduzione dall' inglese-americano di LAURA FERRARI

IV.
Quando abbiamo sperimentato il fallimento più grande di fronte alla morte della mamma, abbiamo anche sperimentato la nostra totale incapacità di fare qualunque cosa per impedirla. Noi che amavamo tanto la mamma e che avremmo fatto tutto il possibile per alleviare le sue sofferenze e la sua agonia, non potemmo fare assolutamente niente. Tutti noi che non ci allontanavamo dal suo letto durante i suoi ultimi giorni ci sentivamo impotenti. Di tanto in tanto guardavamo i dottori e le infermiere con la vana speranza che forse loro potessero mutare il corso degli eventi, ma ci rendevamo conto che quello a cui stavamo assistendo era l'inevitabile realtà della morte, una realtà che prima o poi dovremo affrontare tutti.
Penso che sia importante per noi lasciare che questa esperienza di impotenza di fronte alla morte della mamma penetri profondamente nella nostra anima, perché contiene la chiave di una comprensione più profonda del significato della morte.
Papà, tu sei un uomo dotato di una forte personalità, di una volontà ferrea e di una convincente coscienza di sé. Sei conosciuto come un lavoratore infaticabile, un lottatore tenace per i tuoi clienti, e come un uomo che non resta mai privo di argomenti in una discussione, o che per lo meno non confesserà mai di aver ceduto! Sei riuscito a raggiungere ciò che ti sei sforzato di conseguire. La tua carriera di successo ha premiato abbondantemente i tuoi sforzi ed ha rafforzato in te la convinzione che il successo nella vita è il risultato di un duro lavoro. Se c'è una cosa chiara nel tuo stile di vita, è la tua volontà di reggere sempre il timone della tua nave. Ti piace avere il controllo, essere in grado di prendere tu le tue decisioni e dirigere tu la tua rotta. L'esperienza ti ha insegnato che mostrare la propria debolezza non suscita rispetto e che è più prudente portare il tuo fardello in segreto piuttosto che chiedere pietà. Tu non hai mai cercato di raggiungere potere o autorevolezza, e hai persino rifiutato molte cariche che ti avrebbero assicurato un riconoscimento a livello nazionale, ma hai preservato con fierezza la tua autonomia spirituale, intellettuale ed economica. E in effetti non solo hai raggiunto un elevatissimo grado di autonomia per te stesso, ma hai anche incoraggiato i tuoi figli a diventare persone libere e indipendenti il più presto possibile. Penso che sia stato questo grande valore che attribuisci all'autonomia a renderti orgoglioso di vederrni partire per gli Stati Uniti. Sono sicuro che non volevi che io andassi a vivere così lontano da casa, ma questa difficoltà fu largamente compensata dalla gioia che tu traevi nel vedermi capace di 'farcela' indipendentemente dal sostegno della mia famiglia e degli amici. Una delle frasi che ripetevi più spesso a me a ai miei fratelli era: «Assicuratevi di non diventare dipendenti dal potere, dall' influenza o dal denaro degli altri. La vostra libertà di prendere voi le vostre decisioni è la cosa più preziosa che possedete. Non rinunciatevi mai».
Questo atteggiamento - un atteggiamento molto ammirato dalla mamma e da tutti noi in famiglia - spiega perché ti sentissi minacciato da qualunque cosa ti ricordasse la morte. Trovavi molto fastidioso essere malato, provavi di solito una certa irritazione nei confronti delle malattie degli altri, e avevi poca comprensione per coloro che tu consideravi dei 'fallimenti'. I deboli non ti piacevano.
La morte della mamma ti ha dischiuso una dimensione della vita in cui la parola chiave non è'autonomia', ma 'resa'. In maniera molto profonda ed esistenziale, la sua morte era un attacco frontale al tuo sentimento di autonomia e di indipendenza, e in questo senso, una sfida alla conversione, cioè, al radicale cambiamento delle tue priorità. Non sto dicendo che la morte della mamma abbia reso la tua autonomia e la tua indipendenza meno importanti, ma solo che la sua morte le ha collocate in un contesto nuovo, il contesto della vita in quanto processo di separazione.
Autonomia e separazione non sono necessariamente opposte. Lo possono essere se si mettono a confronto sullo stesso piano esistenziale. Ma io sinceramente credo che una sana autonomia ti possa dare la forza vera per separarti quando è necessario farlo. Lasciami spiegare quello che intendo dire.
Anche quando cerchiamo di avere il controllo della nostra realtà e di determinare il corso della nostra vita, dobbiamo riconoscere che la vita per noi è un grande mistero. Anche se hai lavorato molto duramente nella tua vita per costruirti una carriera di successo e'per dare alla tua famiglia tutto il benessere materiale possibile, alcuni dei fattori principali che condizionano più radicalmente le cose si possono evolvere in modo da sfuggirti di mano. Molte cose che sono accadutea te sono state altrettanto importanti delle cose che sono accaduteattraverso di te. Cinquant'anni fa, né tu né alcun altro avrebbe potuto prevedere la situazione presente. E com'è futile per noi cercare di prevedere il nostro futuro personale immediato o lontano! Cose che ci hanno procurato tanta ansia, in seguito si sono rivelate del tutto insignificanti, e cose cui non avevamo dedicato la minima attenzione prima che accadessero, di fatto sono state proprio quelle che ci hanno cambiato la vita. Così, la nostra autonomia è radicata in un terreno sconosciuto. Questo costituisce la grande sfida: essere così liberi da poter essere obbedienti, essere così autonomi da poter essere dipendenti, possedere un controllo così sicuro da poterci arrendere. Qui tocchiamo il grande paradosso della vita: vivere per essere capaci di morire. Questo è il distacco. Il distacco non è l'opposto dell'autonomia, ma è il suo frutto. Occorre essere un buon guidatore per sapere quando vanno usati i freni!
Questo è ben lungi dall'essere un discorso teoretico astratto, come ben sai. Abbiamo visto entrambi come alcuni dei nostri amici non siano riusciti ad accettare cambiamenti imprevisti nella loro vita, e come siano stati incapaci di affrontare con serenità un futuro dai tratti oscuri. Quando le cose sono andate in maniera diversa dalle loro aspettative o hanno preso una piega drastica, non hanno saputo adattarsi alla nuova situazione. A volte sono diventati acidi e scontrosi. Spesso si aggrappavano a modi di vivere familiari che non erano più adeguati e continuavano a ripetere ciò che una volta aveva un senso, ma che ora non poteva più avere alcun significato per le reali circostanze del momento. La morte spesso ha avuto sulle persone questo effetto, come sappiamo anche troppo bene. La morte di un marito, di una moglie, di un figlio, o di un amico può indurre una persona a cessare di vivere pensando e Ji!roiettandosi verso un futuro pieno di incognite e a ripiegarsi nel passato a lei familiare. Queste persone continuano a stare attaccate a pochi ricordi e ad abitudini per loro assai preziosi, nella convinzione che la loro vita sia ormai giunta ad un punto morto. Cominciano a vivere come se pensassero: «Ormai per me è finita. Non ho più niente da aspettarmi dalla vita». Come puoi vedere, in questo caso si verifica il contrario della separazione; qui avviene un ri-congiungimento che rende la vita immobile e stagnante, e che toglie all'esistenza tutta la sua vitalità. È una vita nella quale non esiste più alcuna speranza.
Se la morte della mamma ci dovesse portare su questa strada, la sua morte per noi non avrebbe alcun vero significato. La sua morte per noi sarebbe o diventerebbe una morte che chiude il futuro e ci fa vivere il resto della nostra vita nella clausura del nostro passato. Allora, la nostra esperienza di impotenza non ci offrirebbe la libertà di staccarci dal passato, ma ci imprigionerebbe nei nostri ricordi e ci immobilizzerebbe. Così perderemmo anche l'autonomia che ti è sempre stata tanto cara.
Penso che l'uomo abbia una scelta molto più ampia. È l'opzione di riconsiderare il passato come una sfida continua ad abbandonarci ad un futuro che non conosciamo. È l'opzione di comprendere la nostra esperienza di debolezza come un'esperienza dell'essere guidati, anche quando non sappiamo esattamente dove. Ricorda le parole che Gesù disse a Pietro quando gli apparve dopo la risurrezione: «Quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi». Gesù disse questo subito dopo aver raccomandato per tre volte a Pietro di pascere le sue pecore. Qui possiamo vedere che un crescente abbandono a ciò che non conosciamo è un segno di maturità spirituale e non esclude l'autonomia. La morte della mamma in realtà è un invito ad abbandonarci più liberamente al futuro, nella convinzione che una delle fasi più importanti della nostra vita possa ancora essere da vivere, di fronte a noi, e che la vita e la morte della mamma sono destinate a renderla realizzabile. Non dimenticare che solo dopo la morte di Gesù i suoi discepoli furono capaci di realizzare la loro vocazione.
Sono sempre impressionato dal fatto che coloro che sono più distaccati dalla vita, coloro che dall'esperienza hanno imparato che non c'è niente e nessuno in questa vita cui restare aggrappati, sono le persone veramente creative. Sono libere di abbandonare continuamente i luoghi familiari e sicuri e riescono a continuare ad andare avanti, verso zone della vita nuove ed inesplorate. Non ti sto dicendo che nella tua vecchiaia sei chiamato a fare qualcosa di straordinario o di spettacolare - anche se non si può dire a cosa tu possa essere chiamato! Ma sto pensando essenzialmente ad un processo spirituale per mezzo del quale possiamo vivere la nostra vita più liberi di prima, più aperti alla guida di Dio e più disponibili a rispondere quando egli parla alla nostra interiorità più profonda.
La morte della mamma ci incoraggia ad abbandonare le illusioni di immortalità che potevamo ancora avere e a sperimentare in un modo nuovo la nostra totale dipendenza dall' amore di Dio, una dipendenza che non annulla la nostra libera personalità, ma la purifica e la nobilita. A questo punto tu puoi intravedere la risposta alla domanda del perché la mamma sia morta prima di te e perché a te siano stati dati altri anni da vivere. Ora puoi dire a te stesso, agli altri e a Dio cose che prima non ti erano state rivelate.
V.
Da tutte le mie riflessioni precedenti, caro papà, è affiorata un'idea che avevo solo confusamente nella mente quando ho cominciato a scrivere. È l'idea che il significato della morte non è tanto il significato che la nostra morte ha per noi, quanto piuttosto il significato che essa ha per gli altri. Questo spiega perché il significato della morte della mamma e il significato della nostra morte siano così strettamente legati. Ho la sensazione che, nella misura in cui noi possiamo sperimentare il fatto che la mamma sia morta per te, per i suoi figli e per molti altri, la nostra morte avrà per noi un significato maggiore. Cercherò di spiegarti questo mio pensiero in modo che tu vi possa trovare una certa chiarezza.
Comincerò con un'osservazione che tu stesso hai fatto diverse volte da quando la mamma è morta, e cioè, che lei ha vissuto la sua vita per gli altri. A mano a mano andavi riflettendo sulla sua vita, guardavi le sue fotografie, leggevi le sue lettere e ascoltavi quello che gli altri ti dicevano di lei, più ti rendevi conto di come tutta la sua vita sia stata vissuta al servizio degli altri. Anch'io sono sempre più impressionato dalla sua sollecitudine verso i bisogni degli altri. Questo atteggiamento faceva talmente parte del suo modo di essere da non sembrare eccezionale. Solo ora riusciamo a comprendere tutta la sua forza e la sua bellezza. Ben di rado la mamma domandava attenzione per se stessa. Il suo interesse e la sua attenzione erano rivolti ai bisogni e alla vita degli altri. Era aperta e disponibile per tutti coloro che a lei si rivolgevano. Molti trovavano facile parlare con lei di se stessi e notavano come si sentissero a proprio agio in sua presenza. Questo era particolarmente evidente quando mi veniva a trovare negli Stati Uniti. Lei spesso riusciva a conoscere i miei studenti dopo aver trascorso con loro una sola serata meglio di quanto io li conoscessi dopo un intero anno, e poi per molti anni, in seguito, avrebbe continuato a chiedermi notizie di loro. Durante questi ultimi sei mesi ho acquisito sempre più la dolorosa coscienza di come ero avvezzo al suo assiduo interesse per tutto quello che facevo, provavo, pensavo o scrivevo, e di quanto avevo ormai dato per scontato che, anche se non fosse importato a nessun altro, a lei certamente sarebbe importato. L'assenza di questa attenzione premurosa spesso mi dà un profondo senso di solitudine. So che questo vale ancora di più per te. Tu non senti più la sua voce che ti chiede se hai dormito bene, quali sono i tuoi piani per la giornata, o di che cosa stai scrivendo. Non senti più le sue raccomandazioni di stare attento per strada, di- mangiare di più, di concederti qualche sonnellino. Tutti questi modi, semplici ma così importanti e salutari da un punto di vista psicologico, di prendersi cura di te, ora non ci sono più, e nella loro assenza cominciamo a provare con intensità crescente che cosa significa essere soli.
Quello che voglio dire ora, tuttavia, è che lei che ha vissuto per gli altri è anche morta per gli altri. La sua morte non dovrebbe essere vista come una fine improvvisa posta a tutte le sue cure nei nostri confronti, come un grande arresto imposto alla sua disponibilità verso gli altri. Ci sono persone che sperimentano la morte di una persona cara come un tradimento. Si sentono rifiutate, abbandonate, o addirittura ingannate. È come se dicessero al marito, alla moglie o all'amico: «Come hai potuto farmi questo? Perché mi hai abbandonato in questo modo? Non me lo sarei mai aspettato!». Talvolta le persone provano addirittura una grande rabbia verso coloro che muoiono, e la esprimono con un dolore paralizzante, con una regressione ad uno stato di totale dipendenza, con ogni sorta di malattia e di malessere, e persino morendo esse stesse.
Se, però, la vita della mamma è stata veramente una vita vissuta per noi, dobbiamo essere disposti ad accettare la sua morte come una morte per noi, una morte che non deve portarci alla paralisi, renderci totalmente dipendenti, o servire da pretesto per ogni sorta di malessere, ma una morte che ci dovrebbe rendere più forti, più liberi e più maturi. Per dirla in maniera ancor più drastica: dobbiamo avere il coraggio di credere che la sua morte sia stato un bene per noi e che lei sia morta perché noi potessimo vivere. Questo è un punto di vista assolutamente radicale e potrebbe offendere la sensibilità di qualcuno. Perché? Perché, di fatto, sto dicendo: «È un bene per noi che lei ci abbia lasciato, e fino a che non accetteremo questo, non avremo ancora pienamente compreso il senso della sua vita». Questo potrebbe suonare duro e persino offensivo, ma sono profondamente convinto che sia la verità. In realtà, credo ancor più profondamente che arriveremo a sperimentarlo da noi stessi.
Anche se è finito il tempo in cui le vedove venivano bruciate insieme ai loro mariti defunti - persino un Phileas Fogg dei nostri giorni non incontrerebbe una scena del genere nel suo viaggio intorno al mondo - tuttavia, in un senso psicologico, molte vedove e molti vedovi finiscono la loro vita con quella del proprio - o della propria - consorte. Reagiscono alla morte del marito o della moglie con una repentina perdita di vitalità e con un comportamento che trasforma la vita in un' orribile anticamera della morte. Sono consapevole del fatto che si può verificare anche l'estremo opposto: continuare la propria vita come se non si fosse mai stati sposati. Ma poiché questo atteggiamento non rientra nei tuoi orizzonti, è inutile parlarne qui. L' importante per noi è riconoscere che la vita della mamma ci invita a pensare la sua morte come una morte che ci dà non solo dolore ma anche gioia, non solo pena ma anche guarigione, non solo l'esperienza dell'avere perduto ma anche l'esperienza dell'avere trovato.
Questo punto di vista non è semplicemente il mio punto di vista personale di fronte al punto di vista degli altri. È il punto di vista cristiano, e cioè, un punto di vista fondato sulla vita, la morte e la risurrezione di Gesù Cristo. È necessario che chiarisca molto bene questo pensiero o potresti non capire veramente quello che sto cercando di esprimere.
Sono passati cinque giorni da quando ho iniziato questa lettera, e stasera è la vigilia del Giovedì Santo. Durante la Settimana Santa ci confrontiamo con la morte più che in qualsiasi altro momento dell'anno liturgico. Siamo invitati a meditare non tanto sulla morte in generale o sulla nostra morte in particolare, ma sulla morte di Gesù Cristo che è Dio e uomo. Lo guardiamo morire su una croce e questo mistero ci sfida a trovare lì il senso della nostra vita e della nostra morte. Quello che mi colpisce di più in tutto quello che viene letto e detto durante questi giorni è che Gesù di Nazareth non è morto per se stesso, ma per noi, e che nel seguirlo anche noi siamo chiamati a fare della nostra morte una morte per gli altri. Ciò che rende te e me cristiani non è solo il nostro credere che colui che era senza peccato sia morto per noi sulla croce aprendo in tal modo per noi la via verso il suo Padre celeste, ma anche che attraverso la sua morte là nostra morte è trasformata da una fine totalmente assurda di tutto ciò che dà alla vita il suo significato in un evento che libera noi e coloro che amiamo. È in virtù della morte liberante di Cristo che oso dirti che la morte della mamma non è semplicemente la fine assurda di una vita meravigliosa, spesa per gli altri. Piuttosto, la sua morte è un evento che permette al suo altruismo di produrre un ricco frutto. Gesù è morto perché noi potessimo vivere, e tutti coloro che muoiono in unione con lui partecipano della potenza vivificante della sua morte. In questo modo possiamo davvero dire che la mamma, che è morta nel segno della croce, è morta perché noi potessimo vivere. Di conseguenza, sotto quello stesso segno, ciascuna delle nostre morti può diventare una morte per gli altri. Penso che dobbiamo cominciare a scoprire il profondo significato di questo morire l'uno per l'altro in e per mezzo della morte di Cristo per riuscire ad intravedere quello che la 'vita eterna' può significare. L'eternità è generata nel tempo, e ogni volta che muore una persona che abbiamo amato intensamente, l'eternità puòpenetrare un poco di più nella nostra esistenza mortale.
Sono consapevole che sto sfiorando appena il grande mistero che sto cercando di esprimere a parole. Ma penso che questo mistero sia così profondo e così vasto che possiamo penetrarlo solo lentamente e con grande cautela.
A mano a mano che penetriamo più profondamente nei misteri di questa Settimana Santa e ci avviciniamo alla Pasqua, diverrà sempre più chiaro che cosa è necessario che venga detto. Ora invece appare di primaria importanza capire che quando cominceremo a percepire che la mamma è morta per noi, potremo anche intuire il significato della nostra propria morte. Inizialmente questa intuizione potrebbe benissimo essere che il senso della nostra morte non può essere espresso in un'idea, un concetto o una teoria. Piuttosto, tale significato deve essere scoperto come una verità meno visibile a noi che a coloro per i quali moriamo. Questo è forse il motivo per cui il significato della morte della mamma si sta a poco a poco rivelando a noi anche se a lei è rimasto nascosto, ed è anche il motivo per cui il senso della nostra morte rimarrà più nascosto a noi che a coloro che sentiranno maggiormente la nostra mancanza. Morire per gli altri implica che il significato della nostra morte venga compreso meglio da loro che da noi stessi. Questo richiede da noi un grande distacco ed una fede ancor più grande. Ma soprattutto, questo ci chiama ad abbandonarci con fiducia sempre crescente alle vie che Dio sceglie per manifestarci il suo amore.
VI.
Oggi è il Giovedì Santo o, come diresti tu, il Giovedì Bianco. Mentre riprendo questa lettera, mi accorgo che questo giorno mi consente di parlare della morte in un modo di cui prima non ero capace. Come sai, il Giovedì Santo è il giorno dell'Eucaristia, il giorno in cui Gesù prese del pane e del vino e disse ai suoi discepoli: «Prendete... mangiate... bevete... questo è il mio corpo... questo è il mio sangue... fate questo in memoria di me». La sera prima di morire, Gesù ci ha offerto il dono della sua perenne presenza in mezzo a noi allo scopo di ricordarci nel modo più personale che la sua morte è stata una morte per noi. Ecco perché Paolo nella sua lettera ai Corinzi osserva: «Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore».
Sono felice di poterti parlare della morte della mamma e della nostra morte in questo santo giorno perché ora riesco a vedere più chiaramente che mai quanto il mistero di questo giorno ci unisca. Tutto il mio essere è radicato nell'Eucaristia. Per me, essere prete significa essere consacrato per presentare ogni giorno Cristo come cibo e bevanda ai miei fratelli cristiani. A volte mi domando se coloro che mi sono vicini sono sufficientemente consapevoli del fatto che l'Eucaristia costituisce il centro della mia vita. Faccio talmente tante altre cose e ho tante identità 'secondarie' - insegnante, predicatore e scrittore - che non è difficile pensare che l'Eucaristia sia la parte meno importante della mia vita. Ma è vero il contrario. L'Eucaristia è il centro della mia vita e ogni altra cosa riceve il suo significato da questo centro. Sto dicendo questo con tanta enfasi nella speranza che tu possa capire quello che intendo quando dico che la mia vita deve essere una continua proclamazione della morte e risurrezione di Cristo. È anzitutto mediante l'Eucaristia che si realizza questa proclamazione.
Che cosa ha a che fare tutto questo con la morte della mamma e con la nostra morte? Moltissimo, penso. Certamente molto più di quello che potremmo immaginare. Sai meglio di me quanto fosse importante l'Eucaristia per la mamma. Ci sono state ben poche giornate nella sua vita adulta in cui non sia andata a Messa e non abbia fatto la Comunione. Anche se lei non ne parlava molto, tutti noi sappiamo che la sua partecipazione quotidiana all'Eucaristia era al centro della sua vita. Poche cose erano rimaste così costantemente presenti nella sua routine quotidiana. Dovunque fosse o qualunque cosa facesse, cercava sempre di trovare una chiesa nelle vicinanze per ricevere i doni di Cristo. Il suo grande desiderio di questo quotidiano nutrimento spirituale spesso ti 'costringeva' a programmare le vostre gite in modo tale da poter entrambi assistere alla Messa ogni giorno prima di riprendere il viaggio.
Non credo di esagerare se dico che fu proprio la profonda e costante devozione della mamma all'Eucaristia uno dei fattori, se non il fattore principale, che determinò la mia decisione di farmi prete. Ecco perché questo Giovedì Santo è un giorno tanto importante. Questo giorno stabilisce fra noi un legame assai intimo. La morte di Cristo come è proclamata nell'Eucaristia ha dato significato alla nostra vita in un modo troppo profondo per poterlo spiegare. L'importante è comprendere che mediante la partecipazione all'Eucaristia, la nostra vita e la nostra morte vengono innalzate nella vita e nella morte di Cristo. Questa è una realtà abissalmente misteriosa, ma quanto più profondamente vi penetreremo, tanto più conforto e consolazione troveremo durante questi mesi di dolore. Molto prima che tu, la mamma o io nascessimo, la morte di Cristo era celebrata nell'Eucaristia. E così sarà celebrata molto tempo dopo che saremo morti. Durante i pochi anni della nostra partecipazione cosciente all'Eucaristia, la nostra vita e la nostra morte entrano a far parte di questa incessante proclamazione della vita e della morte di Cristo. Perciò oso dire che ogni volta che celebro l'Eucaristia e ogni volta che tu ricevi il corpo e il sangue di Cristo, ricordiamo non solo la morte di Cristo, ma anche la morte della mamma, perché era precisamente mediante l'Eucaristia che lei era così intimamente unita a lui.
Questo ci illumina e ci fa capire ancor meglio che, in e per mezzo di Cristo, la morte della mamma è stata una morte per te e per me. Essendo unita a Cristo nell'Eucaristia, lei ha anche partecipato della sua morte vivificante. Solo Cristo, il Figlio di Dio, ha potuto morire non per se stesso ma per gli altri. La condizione di umana fragilità e peccaminosità della mamma le ha impedito di morire per gli altri in totale abbandono di sé. Tuttavia, mangiando il corpo e bevendo il sangue di Cristo, la sua vita è stata trasformata nella vita di Cristo, e la sua morte è stata innalzata e introdotta nella morte di Cristo così che, vivendo con Cristo, lei ha potuto anche morire con lui. Quindi, è la morte di Cristo che dà significato alla sua morte. Perciò possiamo affermare con una certa audacia che lei è morta per noi. Forse la frase ((Cristo è morto per noi» non ci si era mai svelata prima nel suo pieno significato, non ci aveva colpito con tutta la sua evidenza, ed era rimasta per entrambi un'idea piuttosto astratta. Penso però che la morte della mamma ci possa offrire una prospettiva nuova per penetrare questo mistero centrale della nostra fede. Una volta che per noi comincia ad acquistare un senso che la mamma sia morta per noi, e una volta che riconosciamo che questo è stato possibile in virtù della sua intima unione con Cristo mediante l'Eucaristia, riusciamo anche a scoprire in un modo più personale il significato ultimo della morte di Cristo. La morte della mamma, allora, attira la nostra attenzione sulla morte di Cristo e ci invita a trovare in lui la fonte di. tutta la nostra consolazione e del nostro conforto.
Penso che tu non avresti detto nessuna delle cose che io ho cercato di dire oggi. Il linguaggio che ho usato non ti è di facile comprensione, e queste parole probabilmente non sono le parole che useresti tu. Ma, d'altra parte, so che quello che ti ho scritto non ti è estraneo e indifferente. Anche se hai condiviso la devozione della mamma all'Eucaristia durante la sua vita e anche tu come lei e con lei ricevevi regolarmente il corpo e il sangue di Cristo, nel corso degli ultimi sei mesi sei arrivato a comprendere che puoi sperimentare un legame permanente e indistruttibile con lei attraverso questo splendido sacramento. È mia grande speranza che tu possa trarre una forza sempre maggiore dall'Eucaristia. Da quando vivi solo e ti accade spesso di provare una dolorosa solitudine, i doni di Cristo, che è morto per te, possono unirti molto intimamente a lui e rivelarti in tal modo il senso più profondo della morte della mamma. L'Eucaristia non si può mai spiegare o comprendere pienamente. È un mistero in cui entrare e da sperimentare dall'interno. Ogni evento della vita può portarci ad una comprensione più profonda dell'Eucaristia. Il matrimonio ci rende capaci di comprendere più profondamente l'amore fedele di Dio come esso si esprime nella sua costante presenza tra noi; la malattia e la lotta interiore possono portarci ad un più stretto contatto con la potenza risanatrice dell'Eucaristia; il peccato e il fallimento personale possono portarci a sperimentare l'Eucaristia come sacramento del perdono. Quello che sto cercando di dire oggi è che la morte della mamma può aprirti gli occhi all'Eucaristia in quanto sacramento per mezzo del quale noi proclamiamo la morte di Cristo come una morte per noi, una morte in virtù della quale siamo generati ad una vita nuova. L'Eucaristia perciò ci può anche aiutare a prepararci alla nostra propria morte. Più riconosciamo l'Eucaristia come una proclamazione della morte di Cristo, e più cominciamo ad accorgerci che la nostra morte in comunione con Cristo non può essere vana.
Così, l'Eucaristia ci unisce e ci lega in modo molto profondo. È il cuore del mio sacerdozio; svela il senso più profondo della morte della mamma; ci aiuta a prepararci alla nostra morte; e soprattutto ci indica Cristo, che ci dona il suo corpo e il suo sangue come conferma costante che la morte non è più una ragione di disperazione ma è diventata, in e per mezzo di lui, il fondamento della nostra speranza. Perciò noi avremo il coraggio di cantare oggi nella liturgia: «Salutiamo la tua croce, nostra unica speranza» .

Lettera di conforto per chi ha perduto una persona cara 1

Propongo per questo giorno, così caro alla pietà popolare, una lettura di Henry Nouwen, la sua "Lettera di conforto per chi ha perduto una persona cara". Buona lettura! (*)

* * *

(*): Vedi anche in questo blog i post seguenti:



29 Ott 2011
Il loro costante incoraggiamento e il loro generoso aiuto finanziario in memoria di Murray McDonnell mo hanno consentito di trovare il tempo e lo spazio necessario per scrivere Il dono del compimento. Prologo. Farsi amica la ...

29 Ott 2011
Arrivederci in Cielo. La festività di Tutti i Santi e la Commemorazione di tutti i fedeli defunti ci ricordano che questa vita è un cammino verso l'Eternità. Propongo di seguito un testo bellissimo di Anselm Grun, monaco ...


30 Ott 2011
Ma tutta la vita pubblica di Gesù proveniva 'dall'alto'; il suo apostolato nasceva dalla sua relazione col Padre in cielo. Tutte le domande che Gesù ha fatto, tutte le risposte che ha dato, tutte le contestazioni che ha suscitato e le ...





HENRI J. M. NOUWEN
Lettera di conforto
per chi ha perduto una persona cara
Editrice Queriniana
Titolo originale A Letter of ConsolationTraduzione dall' inglese-americano di LAURA FERRARI


Introduzione
Questa lettera è stata scritta sei mesi dopo la morte di mia madre. La scrissi a mio padre come lettera di conforto. Quando la scrissi, non pensavo di renderla pubblica, ma ora, tre anni dopo, mi sento sollecitato a farlo. Perché adesso sento il sincero desiderio di offrire questa lettera a tutti coloro che soffrono il dolore che una morte può provocare e che sono alla ricerca di una vita nuova. Nel corso degli ultimi anni sono giunto a una nuova consapevolezza di ciò che significa vivere e morire l'uno per l'altro. E, a mano a mano che cresceva in me questa consapevolezza, cominciavo a chiedermi se i frutti del nostro dolore debbano essere. assaporati in solitudine.
Come altre lettere, questa lettera ha la sua storia e vorrei iniziare a raccontarla offrendo alcune spiegazioni del motivo per cui ho deciso di scriverla.
Pochissimo tempo dopo il funerale di mia madre, nell'ottobre 1978, lasciai l'Olanda e feci ritorno negli Stati Uniti. Alcuni giorni dopo ero di nuovo tutto preso dai miei impegni, come sempre: tenevo le mie lezioni, ricevevo gli studenti, presenziavo ai consigli di facoltà, sbrigavo la corrispondenza, e facevo le tante cose che riempiono la vita quotidiana di un docente universitario. C'erano state ben poche opportunità o era praticamente mancata l'occasione di lasciare che le sofferenze e la morte di mia madre penetrassero profondamente nel mio intimo.
Nei giorni in cui mia madre stava morendo e nei giorni immediatamente successivi alla sua morte, avevo cercato di stare più che potevo vicino ai miei familiari e di occuparmi di tutti coloro che ci avevano mostrato amicizia e affetto. E poi, tornato negli Stati Uniti, lontano da casa, i tanti impegni di lavoro e le tante occupazioni non mi avevano certo aiutato a prestare ascolto al grido di dolore che io stesso avevo dentro. Ma un giorno, durante un breve intervallo nel mio ufficio, tra un appuntamento e l'altro, mi resi improvvisamente conto che non avevo versato una sola lacrima né prima né dopo la morte di mia madre. In quel momento mi accorsi che il mondo aveva su di me una tale presa da non permettermi neppure di vivere pienamente l'evento più personale, più intimo e più misterioso della mia vita. Mi sembrava che delle voci attorno a me mi dicessero: «Devi andare avanti. La vita continua; le persone muoiono, ma tu devi continuare a vivere, a lavorare, a lottare. Il passato non si può ricreare. Guarda avanti». lo avevo obbedito a queste voci: tenevo le mie lezioni con lo stesso entusiasmo di sempre, ricevevo i miei studenti e ascoltavo i loro problemi come se niente fosse accaduto, e lavoravo con la stessa energia che aveva caratterizzato la mia vita sin dal momento in cui avevo cominciato ad insegnare. Ma in quel momento mi resi conto che questo non sarebbe durato se avessi preso mia madre e me stesso veramente sul serio. Per una fortunata coincidenza - no, per un benevolo dono di Dio avevo programmato un ritiro spirituale di sei mesi presso i monaci trappisti della Abbey of the Genesee, che nel corso degli ultimi anni era diventata per me una seconda casa.
Non appena arrivai al monastero, in gennaio, fui pervaso dall'intima consapevolezza che quello sarebbe stato per me un tempo di dolore. In diverse occasioni, mentre sedevo nella mia piccola cella avvolto dal silenzio profondo del monastero, mi accorsi che dai miei occhi scendevano lacrime. Non riuscivo a capire fino in fondo quello che mi stava succedendo. Non stavo pensando a mia madre, non stavo rivivendo la sua malattia, la sua morte o il suo funerale, ma da un luogo remoto del mio intimo, dentro di me, da un luogo irraggiungibile dalla coscienza, il dolore era sgorgato e si manifestava in un pianto sommesso.
A mano a mano che i giorni e le settimane passavano, provavo un bisogno sempre crescente di vivere in maniera più piena e più diretta la perdita che le mie lacrime mi rammentavano. Ma non volevo farlo da solo. Volevo farlo con qualcuno che era in grado di comprendere veramente quello che stava accadendo dentro di me. E chi poteva comprendermi meglio di mio padre? Fu una decisione ovvia e facile, perché sin dalla morte di mia madre le sue lettere erano diventate la mia più grande fonte di conforto. In queste lettere egli mi parlava del suo dolore e degli sforzi che faceva per cercare di costruirsi una nuova vita, dotata di senso, senza di lei. Forse potevo offrirgli consolazione e conforto unendo il mio dolore al suo.
Così, cominciai a scrivere questa lettera a mio padre, una lettera per parlare con lui di colei che avevamo entrambi amato tanto, una lettera per manifestargli il mio amore e il mio affetto, una lettera per offrirgli alcune mie riflessioni sulla morte di mia madre .c.. in breve, una lettera di conforto. Scrissi e scrissi e scrissi. Una volta cominciato a scrivere, mi resi conto di quanto provavo, di quante cose volevo dire, e di quante cose erano rimaste nascoste durante i sei mesi dopo la morte di mia madre.
A chi scrivevo questa lettera? A mio padre, certo. Ma stavo scrivendo anche a me stesso. Chi veniva consolato? Mio padre, lo so; ma quando alla fine ebbi messo per iscritto le ultime parole, mi resi conto che avevo ricevuto altrettanto e forse anche più conforto e consolazione di quanto lui ne avrebbe ricevuto. Molte lettere sono così: toccano allo stesso modo lo scrivente e il destinatario.
Ora mi rendo conto che questa lettera doveva essere scritta per mio padre, per me, e forse anche per molti altri che si stavano ponendo le stesse domande che noi ci stavamo ponendo. Quando, due anni e mezzo dopo che avevo scritto questa lettera, chiesi a mio padre se non gli sarebbe dispiaciuto di renderla pubblica nella forma di un libretto, egli disse: «Se pensi che il tuo scritto sulla morte di tua madre e sul nostro dolore possa essere una fonte di speranza e di conforto per una cerchia più ampia di persone e non semplicemente per noi due, non esitare a pubblicarla».
E così, dopo aver molto riflettuto e anche grazie all'incoraggiamento di amici, sentii che sarebbe stato bene far uscire questa lettera dallaprivacy della mia vita e di quella di mio padre, ed offrirla a coloro che conoscono la stessa tenebra per la quale anche noi siamo passati e che sono alla ricerca della stessa luce.
Prego e spero di aver preso la decisione giusta.
Henri J.M.Nouwen
Caro papà
Lunedì prossimo saranno trascorsi sei mesi dalla morte della mamma. Sarà la Settimana Santa e tutti e due ci staremo preparando a celebrare la Pasqua. Come sarà questa Pasqua per noi? Tu sarai in Olanda, nella chiesa parrocchiale della nostra piccola città, ad ascoltare il racconto della risurrezione di Cristo. lo leggerò quello stesso racconto a monaci e ospiti del monastero trappista, nell'interno dello stato di New York. Tutti e due guarderemo il cero pasquale, simbolo del Cristo risorto, e penseremo non solo a lui, ma anche a lei. Le nostre menti e i nostri cuori saranno inondati di pensieri e di sentimenti che sono troppo profondi, troppo complessi e troppo intimi da esprimere. Ma sono sicuro che tutti e due penseremo alla Pasqua dell' anno scorso, quando lei era ancora con noi. Tutti e due ricorderemo quanto lei amasse questa grande festa e come le piacesse adornare la casa di fiori e la mensa pasquale di nastri gialli e purpurei. In un certo senso mi sembra che sia passato tanto, tanto tempo. Non provi anche tu la stessa impressione? Gli ultimi sei mesi avrebbero potuto essere benissimo sei anni. La sua morte ha trasformato la nostra esperienza del tempo; il breve periodo intercorso fra l'ultimo ottobre e questo aprile mi è sembrato un tempo molto strano, in cui i giorni, le settimane e i mesi sono stati tanto lunghi quanto possono sembrare a un bambino piccolo che sta facendo i primi passi. Noi abbiamo dovuto re-imparare la vita. Ogni esperienza 'normale' è diventata per noi come un'esperienza nuova. Aveva il carattere di una 'prima volta'. Quante volte abbiamo usato queste parole! Il primo Natale senza la mamma, il primo Capodanno senza la mamma, il primo anniversario di matrimonio senza la mamma. Ed ora sarà la prima Pasqua senza la mamma. So che in mille occasioni ti sei chiesto, come me: «Come sarà senza di lei?». È impossibile ricordare uno qualsiasi di questi eventi staccandoli dalla sua presenza, perché ne faceva intimamente parte. Non possiamo più immaginare come vivremo in questi giorni e in queste ricorrenze familiari, come ci sentiremo. Tali occasioni, infatti, non sono più familiari. Ci sono diventate estranee. Ci siamo improvvisamente resi conto di quanto intimamente i nostri pensieri, sentimenti e percezioni fossero determinati dalla sua presenza. La Pasqua era non solo un giorno importante da celebrare, ma una giornata da celebrare insieme a lei, un giorno nel quale ascoltavamo la sua voce, preceduto e preparato dalle lettere che lei soleva scrivere, una giornata in cui sentivamo la sua presenza attiva - a tal punto che non riuscivamo a distinguere fra la gioia che la festa suscitava in noi e l'allegria che la sua presenza in questa festa faceva nascere in noi. Erano diventate tutt'uno. Adesso invece siamo costretti a fare una distinzione, e siamo diventati come bambini che devono imparare a fare le cose per la prima volta da soli.
Esperienze nuove come queste hanno reso gli ultimi sei mesi un tempo strano per noi. La sua morte è diventata una morte continua. Ogni volta che vivevamo un altro evento senza di lei,. il senso della sua assenza si rinnovava. Andavamo acquistando sempre più la consapevolezza dei legami profondi con lei, legami che avevamo dimenticato per un certo tempo, ma che venivano riportati alla coscienza dal movimento progressivo della storia, che andava avanti comunque. E ogni volta lei moriva di nuovo dentro di noi. Il ricordare quello che lei aveva fatto, detto o scritto in certe occasioni rafforzava la nostra consapevolezza che lei non era più con noi, e il nostro dolore si acutizzava.
Il dolore vero non viene guarito dal tempo. È falso pensare che il passare del tempo ce la farà a poco a poco dimenticare e che cancellerà il nostro dolore. lo desidero veramente darti conforto con questa lettera, ma non facendoti credere che il tempo cancellerà il tuo dolore e che nell' arco di uno, due, tre o più anni non sentirai più così intensamente la sua mancanza. In questo caso, non solo mentirei, ma sminuirei l'importanza della vita della mamma, sottovaluterei la profondità del tuo dolore, e relativizzerei erroneamente la potenza dell' amore che vi ha tenuti legati, la mamma e te, per quarantasette anni.
Se mai il tempo fa qualcosa, è intensificare il nostro dolore. Più a lungo vivremo, più pienamente diverremo consapevoli di chi è stata lei per noi, e più intimamente sperimenteremo ciò che il suo amore ha significato per noi. L'amore vero e profondo, come sai, è molto poco appariscente, apparentemente semplice e ovvio, e così presente che finiamo col darlo per scontato. Di conseguenza, spesso è solo in retrospettiva - o meglio, nel ricordo - che ci rendiamo pienamente conto della sua forza e profondità. Sì, certo, l'amore spesso si rende visibile nel dolore. Il dolore che ora noi proviamo ci rivela quanto è stato profondo, totale, intimo e immenso il suo amore.
È una consolazione questa? Questo porta conforto? Sembra che io stia facendo esattamente il contrario e che non stia consolando per niente. Forse è così. Forse queste parole non faranno altro che moltiplicare le tue lacrime e rendere più intenso il tuo dolore. Ma per me, tuo figlio, che soffre con te, non c'è un altro modo. Voglio confortarti e consolarti, ma non in modo da negare il vero dolore ed evitare tutte le ferite. Ti scrivo questa lettera nella ferma convinzione che la realtà può essere affrontata e dominata con una mente aperta e con un cuore aperto, e credendo profondamente che consolazione e conforto si devono trovare laddove le nostre ferite ci fanno più male.
Perciò, quando ti scrivo che il nostro ricordare ci renderà consapevoli non solo dell'immensità dell'amore della mamma, ma anche del dolore immenso che il distacco da lei ci ha arrecato, lo faccio avendo in mente una domanda cui è difficile dare risposta: «Perché è morta lei prima. di noi e perché siamo noi a dover portare il peso del dolore?». Ti devi essere posto questa domanda tante volte. Hai vissuto sempre con l'indiscussa sicurezza che saresti morto tu prima della mamma. Ne eri intimamente certo non semplicemente perché avevi tre anni più di lei o perché la sua salute era sembrata sempre migliore della tua, ma perché sentivi che lei sarebbe stata più capace di continuare a vivere senza di te, che non tu senza di lei. Perché allora sei tu quello che deve ricominciare a vivere senza di lei, e perché sei tu quello che è "arrivato a conoscerla non solo nella gioia della sua presenza, ma anche nel dolore della sua assenza? A lei è stato risparmiato il dolore della tua morte; lei non ha mai dovuto affrontare l'esperienza di una vita senza di te. Tutto il peso del dolore è stato caricato addosso a te, e a te è stato affidato il terribile compito di scoprire il suo amore non solo nella vita, ma anche nella morte. Perché? Anche se io ho 29 anni meno di te, e anche se la 'logica della vita' dice che i genitori muoiono 'prima dei loro figli, per me la domanda non è diversa, perché l'amore non conosce 'orologio'.
Ti scrivo questa lettera consapevole di questa grande domanda. Voglio esplorare con te e per te il significato della sua morte e della nostra vita, e della sua vita e della nostra morte. Nelle lettere che tu mi hai scritto sin dal momento della sua morte lettere più ricche e più intense di tutte quelle che mi avevi scritto prima - h,ai sollevato tu stesso il problema della morte. Sin da quando, in ospedale, vedemmo il suo volto immobile, abbiamo cominciato a chiederci che cos' è realmente la morte. È una domanda con la quale la mamma ci ha lasciati, e noi vogliamo affrontarla, penetrarla ed esplorarla, e lasciare che essa cresca dentro di noi. Ma così facendo forse possiamo essere capaci di confortarci a vicenda. Sarà una strada difficile da percorrere, ma se la percorreremo insieme, forse avremo meno paura. Sono contento, quindi, di avere in questo tranquillo e silenzioso monastero trappista la possibilità di scriverti questa lettera, e sono contento specialmente di poterti scrivere nei giorni in cui tutti e due ci stiamo preparando a celebrare la risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo.
I.
Spesso la grande distanza che c'è tra noi mi fa sentire triste. Anche se sono sempre stato contento di vivere negli Stati Uniti, da quando la mamma è morta ho avvertito più di prima la distanza che mi impedisce di esserti di maggiore aiuto e sostegno in questi mesi difficili. Lettere regolari e telefonate occasionali sono un surrogato del tutto inadeguato dell'essere insieme. E tuttavia il paradosso di tutto questo è che la distanza fra di noi, che sembrava a prima vista una realtà negativa, alla fine si può rivelare davvero positiva. Se io vivessi ancora in Olanda e avessi la possibilità di venirti a trovare ogni fine settimana e di telefonarti ogni giorno, probabilmente non sarei mai stato capace di farti conoscere i miei sentimenti più profondi sulla mamma e su di te. Non è forse vero che è molto più difficile dirsi cose profonde e intime che scriversele? Non ci fa molta più paura esprimere l'uno all'altro i nostri sentimenti più profondi mentre siamo seduti intorno alla tavola della prima colazione che non quando l'Oceano Atlantico ci separa? Abbiamo trascorso tante ore a guardare la televisione insieme da quando la mamma è morta. Spesso abbiamo mangiato insieme a casa o al ristorante, abbiamo fatto brevi cavalcate insieme nei boschi. Ma di rado, molto di rado abbiamo parlato di ciò che era più vicino al nostro cuore. Era come se la vicinanza fisica fosse di ostacolo alla vicinanza spirituale che entrambi desideravamo. Non sono sicuro di capirlo io stesso fino in fondo, ma sembra che noi non siamo gli unici per i quali questo risulta vero. La vicinanza fisica e la vicinanza spirituale sono due cose molto diverse, e possono - anche se non accade sempre - inibirsi a vicenda. La grande distanza fra noi può metterci nelle condizioni di sviluppare un rapporto che potresti non essere capace di sviluppare con gli altri tuoi figli ,e le loro famiglie che vivono così vicini a te.
Un risultato evidente della nostra distanza è che hai cominciato a scrivermi delle lettere. Da quando la mamma è morta, tu non solo mi hai scritto più spesso, ma le tue lettere sono diverse. Questo ha significato molte cose per me durante gli ultimi sei mesi. Mi ero talmente abituato alle lettere settimanali della mamma, nelle quali mi raccontava tutti gli eventi familiari, grandi e piccoli, e mi manifestava continuamente il suo interesse per la mia vita personale con tutti i suoi alti e bassi, che il pensiero della loro mancanza improvvisa mi atterriva. Tu solevi scrivermi molto di rado, e quando lo facevi, le tue lettere erano per lo più riflessioni di carattere generale, quasi filosofiche; non rivelavano molto della tua reale attività, le tue preoccupazioni o i tuoi sentimenti. Sembrava sempre come se tu sentissi che era la mamma quella che si curava dei rapporti personali. Mi ricordo quante volte eri solito ripetermi, ogni volta che ripartivo per tornare negli Stati Uniti: «Non dimenticare di scrivere alla mamma». Era quasi come se tu non fossi veramente interessato a ricevere mie notizie e fossi preoccupato principalmente che la mamma ed io rimanessimo in stretto contatto. Non penso che questo fosse vero. Al contrario, penso che ti interessasse molto ricevere mie notizie, ma tu di solito lasciavi alla mamma il compito di esprimere l'amore, la sollecitudine e l'interesse verso di me che tu condividevi con lei. A volte questo appariva persino buffo. Ogni volta che vi telefonavo, mi stupivo che tu prendessi per scontato che in realtà avevo chiamato la mamma. È sempre stato difficilissimo tenerti al telefono per più di pochi secondi. Dopo avermi rassicurato che stavi bene tagliavi subito corto e dicevi: «Bene, ecco la mamma». Sapevo che una mia telefonata ti rendeva felice, ma la tua felicità sembrava derivare dalla gioia e dalla gratitudine della mamma.
Adesso invece non puoi più nasconderti dietro a lei, che non c'è più. E hai veramente fatto dei passi avanti! Mi hai scritto lettere altrettanto personali e affettuose come quelle della mamma. Davvero, e anche di più. E proprio come una volta non vedevo l'ora di ricevere le lettere della mamma, ora aspetto con impazienza le tue. Adesso non solo so - come lo sapevo prima - che sei interessato alla mia vita, ma posso anche vederlo espresso nelle tue parole scritte. Ed ora accetti il fatto semplice e vero che io ti scrivo solo per te, e che telefono solo a te.
Più penso a questo, e più mi rendo conto che la morte della mamma ti ha fatto fare dei passi avanti in un modo che prima ti era impossibile. Forse quello che sto dicendo è ancora poco: forse devo dire che hai trovato in te stesso la capacità di essere non solo un padre, ma anche una madre. Hai trovato in te stesso quel medesimo dono della compassione che suscitava nella mamma tanto amore e tanta sofferenza. Hai cominciato a comprendere con maggior chiarezza la solitudine di tuoi amici e a condividere di più la loro ricerca di compagnia; hai cominciato a provare più profondamente le paure di coloro che come te sono rimasti vedovi e a sperimentare con maggiore intensità il mistero della morte. E, se così posso dire, hai scoperto di avere un figlio che è stato solo sin dal momento in cui ha lasciato la vostra casa. Il farmi prete per me ha infatti significato intraprendere la strada della 'lunga solitudine', come l'ha definita Dorothy Day, e i miei molti viaggi materiali e spirituali hanno reso ancor più profonda questa esperienza. Questa lunga solitudine è ciò che mi ha fatto sentire così straordinariamente vicino alla mamma, e che mi ha fatto sentire così smarrito quando è venuta a mancare. Ma adesso non è forse questo anche il fondamento per una solidarietà unica tra di noi? Non ho ragione se penso che tu, che sei noto e temuto per la tua ironia e il tuo sarcasmo, per la tua intelligenza arguta e per le tue analisi critiche - tutte qualità che hanno fatto di te un avvocato tanto apprezzato - stia ora lasciando che la tua parte più tenera e dolce abbia maggior risalto e stia ora sperimentando un legame nuovo con coloro che ti sono cari?
Nel matrimonio c'è sempre questa strana tendenza a dividere i ruoli, anche i ruoli psicologici. E la nostra cultura certamente incoraggia questa divisione: la mamma ha il compito di dedicarsi tutta ai figli, e il tuo è quello di provvedere al sostentamento materiale; la mamma deve essere gentile e comprensiva, mentre tu devi essere severo ed esigente; la mamma deve essere ospitale e sensibile, tu riservato e rigoroso. In realtà, a te piaceva anche giocare con queste differenze e farle notare nei tuoi commenti, mentre si cenava. Adesso invece non c'è nessuna qualità da dividere, e tu sei sollecitato a lasciar sviluppare più pienamente in te stesso ciò che tanto ammiravi nella mamma. Intuisco persino che il ricordo della mamma e del modo con cui lei ha vissuto la sua vita con te ti farà coscientemente desiderare di lasciare che le sue qualità rimangano visibili per i vostri figli e i vostri amici - visibili in te.
Non si tratta di imitare la mamma. Non devi dire: «Farò le cose nello stesso modo in cui la mamma era abituata a farIé». Questo sarebbe artificioso e non le farebbe certo onore. No, tu devi diventare ancor più te stesso, devi esplorare quegli ambiti della vita che sono sempre stati parte di te, ma che sono rimasti in qualche modo inattivi in presenza della mamma. Penso che abbiamo entrambi un compito nuovo e importante. È il compito di essere padre, figlio e amico in un modo nuovo, un modo che la mamma ha reso possibile non solo attraverso la sua vita, ma anche attraverso la sua morte. Quando Gesù diceva che il chicco di grano deve morire per portare un ricco frutto, non parlava solo della sua propria morte, ma indicava il significato nuovo che stava dando alla nostra morte. Così, dobbiamo chiederei: «Dove potremo vedere il ricco frutto nato dalla morte della mamma?». Dentro di me non ho il minimo dubbio che questo frutto stia diventando visibile prima di tutto in coloro che l'hanno amata di più. Il nostro profondo amore per lei ci permette di essere i primi a cogliere questo frutto e a condividere con gli altri i doni della sua morte.
Non è da qui che dobbiamo partire se vogliamo scoprire il senso della morte della mamma? Prima di ogni altra cosa, dobbiamo entrare in contatto - sì, addirittura pretenderlo - con la misteriosa realtà della nuova vita in noi. Altri potrebbero vederla, sentirla e goderla prima di noi. Questo è il motivo per cui te ne scrivo. Noi possiamo aiutarci l'un l'altro a vedere questa nuova vita. Questa sarebbe vera consolazione. Questo potrebbe farci sperimentare nel nucleo più intimo del nostro essere che il dolore che la morte della mamma ha provocato in noi ci ha condotti verso un nuovo modo di essere in cui la distanza fra madre, padre o figlio lentamente si dissolve. Così, la nostra separazione dalla mamma ci porta ad una nuova unità interiore e ci invita a fare di questa nuova unità una fonte di gioia e di speranza l'uno per l'altro e anche per gli altri.
II.
Come ho detto prima, la morte della mamma ha suscitato in noi in maniera più diretta ep esplicita il problema della morte in sé. Il problema della morte, tuttavia, se lo pone chi non è lui stesso prossimo alla morte. Tu stesso me lo hai fatto capire quando mi hai ricordato quanto la mamma parlasse della propria morte quando non c'era alcun pericolo, mentre non la nominava affatto quando stava veramente per morire. Sembra davvero importante che affrontiamo la morte prima di trovarci in reale pericolo di vita e che riflettiamo sulla nostra mortalità prima che tutta la nostra energia conscia e inconscia sia concentrata sulla lotta per sopravvivere. È importante essere preparati alla morte, molto importante; ma se noi cominciamo a pensarci solo quando siamo malati terminali, le nostre riflessioni non ci daranno il sostegno di cui avremo bisogno. Noi ora godiamo di buona salute. Ci interroghiamo sulla morte, sulla morte della mamma e sulla nostra morte, non perché siamo prossimi alla morte, ma perché ci sentiamo abbastanza forti per sollevare il problema della nostra fondamentale debolezza umana.
Voglio raccogliere la provocazione di questa domanda. Questo sembra davvero essere il tempo opportuno non solo per te, ma anche per me. Entrambi dobbiamo chiederci che cosa significa la morte della mamma, ed entrambi siamo messi a confronto in un modo nuovo con la nostra morte. Il fatto che tu abbia 'già' settantasei anni e io 'solo' quarantasette non è un vero ostacolo ad una meditazione comune sulla morte. Penso, infatti, che la morte della mamma abbia reso quasi irrilevante la differenza d'età fra di noi, così che la prospettiva di morire e la morte non sono realmente diverse per te e per me. Una volta che abbiamo raggiunto la cima della montagna, non fa molta differenza in quale punto della strada che scende scattiamo una foto della vallata finché non ci troviamo nella valle stessa.
Penso, allora, che il nostro primo compito sia quello di fare amicizia con la morte. Mi piace questa espressione: 'fare amicizia'. La sentii usare per la prima volta dallo psicoanalista junghiano James Hillman al tempo in cui frequentava un seminario sulla spiritualità cristiana che tenevo alla Yale Divinity School. Hillman sottolineava l'importanza del 'fare amicizia': fare amicizia con i propri sogni, fare amicizia con la propria ombra, fare amicizia con il proprio inconscio. Egli ha chiarito in maniera convincente che per diventare esseri pienamente umani dobbiamo rivendicare la totalità della nostra esperienza; giungiamo alla maturità integrando non solo la luce, ma anche il lato oscuro della nostra vita nella nostra personalità. Questo per me ha significato moltissimo, dal momento che ho una certa familiarità con la mia propria inclinazione, e con quella degli altri, ad evitare, negare o reprimere il lato doloroso della vita, una tendenza che porta sempre a un danno fisico, mentale o spirituale.
E non è forse la morte la terribile sconosciuta che sta in agguato nei recessi più profondi del nostro inconscio, come una grande ombra inquietante che percepiamo solo confusamente nei nostri sogni? Fare amicizia con la morte sembra essere il fondamento di tutte le altre forme di familiarizzazione. Ho il senso profondo, difficile da esprimere a parole, che se potessimo veramente fare amicizia con la morte, noi saremmo donne e uomini liberi. Tantissimi nostri dubbi ed incertezze, tante nostre ambivalenze ed in sicurezze sono legate alla nostra paura della morte, così profondamente radicata in noi che la nostra vita sarebbe notevolmente diversa se potessimo trattare la morte come se fosse un ospite familiare piuttosto che un terrificante estraneo.
Nel libro Nacht und Nebel [Notte e nebbia], lo scrittore olandese Floris Bakels racconta delle proprie esperienze nelle prigioni e nei campi di concentramento tedeschi durante la seconda guerra mondiale. Bakels ha chiarito molto bene quale potere può avere un uomo che ha fatto amicizia con la propria morte. So quanto ti ha commosso questo libro, e sono stato contentissimo della copia che ho appena ricevuto. Non diresti che Floris Bakels è stato capace di sopravvivere agli orrori di Dachau e di altri campi di sterminio, e di raccontare quelle esperienze trentadue anni dopo, proprio perché aveva 'fraternizzato' con la morte? Sembra, almeno sembra a me, che Floris Bakels abbia detto in molti modi diversi ai suoi aguzzini SS: «Voi non avete alcun potere su di me, perché io sono già morto». La paura della morte spesso ci porta dritti alla morte, ma 'facendo amicizia' con la morte, possiamo affrontare la nostra mortalità e scegliere la vita liberamente.
Ma in che modo possiamo fare amicizia con la morte? Nel corso di questi ultimi anni hai visto morire tante persone - anche persone che conoscevi molto bene. Queste morti ti hanno turbato, scioccato, sorpreso e ti hanno anche addolorato, ma quando morì la mamma parve come se la morte ti si fosse presentata per la prima volta. Perché? lo penso perché l'amore - l'amore umano profondo - non conosce la morte. Il modo in cui tu e la mamma eravate diventati una cosa sola, e il modo in cui questa unità si era andata rafforzando nel corso di quarantasette anni di matrimonio, non ammette una fine. Il vero amore dice: «Per sempre». L'amore aspirerà e tenderà sempre all' eterno. L'amore proviene da quella zona dentro di noi in cui la morte non può entrare. L'amore non ammette i limiti di ore, giorni, settimane, mesi, anni, o secoli. L'amore non è disposto a farsi imprigionare dal tempo.
Ecco perché la morte della mamma è stata per te un' esperienza così totalmente diversa dalla morte di tante altre persone che hai conosciuto. Nel nucleo più intimo del tuo essere, tu - il tuo amore - non potevi accettare che lei ti lasciasse in maniera così drastica, così radicale, così totale e così irreparabile. La sua morte andava direttamente contro le tue intuizioni più profonde. E così potei comprenderti molto bene quando mi scrivesti che la morte della mamma aveva suscitato in te la domanda generale sul significato della morte. Qualcuno potrebbe dire: «Come mai gli ci è voluto tanto tempo prima di porsi questa domanda? Ha 77 anni, e solamente adesso si interroga sul significato della morte». Ma chi dice così non capisce che solo la mamma poteva suscitare in te questo interrogativo, perché nel suo morire ti si è rivelata nella sua pienezza la vera assurdità della morte. Solo la sua morte poteva suscitare nel tuo profondo la ribellione e la protesta, e poteva farti urlare dentro di te: «Perché il nostro amore non è riuscito ad impedirle di morire?».
Tuttavia, lo stesso amore che rivela l'assurdità della morte ci permette anche di fare amicizia con la morte. Lo stesso amore che costituisce il fondamento del nostro dolore è anche il fondamento della nostra speranza; lo stesso amore che ci fa urlare di dolore ci deve anche rendere capaci di sviluppare un'intimità liberante con la nostra propria caducità strutturale. Senza la fede, questo può apparire come una contraddizione. Invece la nostra fede in colui il cui amore vince la morte e che è risuscitato dalla tomba il terzo giorno, trasforma questa contraddizione in un paradosso, il paradosso più salutare della nostra esistenza. Floris Bakels sperimentò questa realtà in maniera straordinaria. Egli giunse a vedere e a sentire che il potere dell'amore è più forte del potere della morte, e che è proprio vero che «Dio èamore». Circondato da persone che morivano per la fame, le torture e il totale sfinimento, e sapendo molto bene che ogni ora poteva essere per lui l'ultima, egli trovò nel nucleo più intimo del suo essere un amore così forte e così profondo che la paura della morte perse il suo potere su di lui. Per Floris Bakels questo amore non era un sentimento generico o un'emozione, e neppure l'idea astratta di un benevolo Essere Supremo. No, era l'assolutamente concreto, reale ed intimo amore di Gesù Cristo, Figlio di Dio e redentore del mondo. Con tutto il suo essere egli sapeva di essere amato con un amore infinito, abbracciato in un abbraccio eterno e circondato da una sollecitudine incondizionata. Questo amore per lui era così concreto, così tangibile, così diretto e vicino che la tentazione di intérpretare questa esperienza religiosa come la fantasia di una mente alterata e vacillante non ebbe molta presa su di lui. Più profondamente e più pienamente andava sperimentando l'amore di Cristo, e più giungeva a vedere che i molti amori della sua vita - l'amore dei suoi genitori, di suo fratello e delle sue sorelle, di sua moglie e dei suoi amici erano riflessi del grande 'primo' amore di Dio.
Sono convinto che fu l'amore di Dio, intensamente percepito - percepito in e per mezzo di Gesù Cristo - che permise a Floris Bakels di affrontare la propria morte e la morte degli altri in maniera così diretta. Fu questo amore a dargli la libertà e l'energia di aiutare uomini in agonia e a rendergli possibile riprendere una vita normale dopo essere ritornato dall'inferno di Dachau.
Sto scrivendo tanto di Bakels perché so che tu, essendo della sua stessa generazione e svolgendo la stessa professione, puoi comprenderlo molto bene e il tuo orecchio sarà particolarmente sensibile alla sua vicenda. Egli può davvero mostrarti meglio degli psicologi o degli psicoanalisti che cosa significa fare amicizia con la morte.
Anche se tu ed io abbiamo provato - anche noi - il terrore del nazismo, tu come giovane uomo costretto a nascondersi per sfuggire alla deportazione ed io come fanciullo impaurito, e anche se tutti noi dovemmo lottare duramente per sopravvivere durante quell'atroce 'inverno della fame' del 1944-45, a noi furono risparmiati gli orrori dei campi di concentramento e non ci toccò di stare faccia a faccia con la morte, nel modo in cui toccò a Floris Bakels. Noi, quindi, non fummo costretti a fare amicizia con la morte in età così giovane. Ma la morte della mamma ci invita a farlo adesso. Molte persone sembrano non fare mai amicizia con la morte e muoiono come se stessero perdendo una battaglia senza speranza. Ma noi non dobbiamo condividere questo triste destino. La morte della mamma ci può condurre a quella libertà di cui Bakels scrive; ci può rendere profondamente consapevoli che il suo amore era un riflesso di un amore che non muore e non può morire - l'amore che noi due riaffermeremo nuovamente la Domenica di Pasqua.
III.
Non intendo assolutamente affermare che hai continuamente represso o negato la tua mortalità. In realtà, conosco poche persone che siano state così aperte nei confronti della propria morte. In momenti diversi hai parlato della tua morte in pubblico e in privato, ad estranei e ad amici, in tono scherzoso o seriamente. Talvolta hai persino messo in imbarazzo la mamma e i vostri ospiti con la tua franchezza! Mi ricordo che in diverse occasioni osservasti con che rapidità le nostre 'grandi vite' vengono dimenticate e che vita breve hanno i pietosi ricordi dei nostri amici e colleghi. Ricordo come mi parlasti e mi dicesti, prima di partire con la mamma per un lungo viaggio in Brasile, che cosa avrei dovuto fare se, in caso di incidente mortale, aveste perso la vita entrambi. E ricordo come, in maniera molto concreta e realistica, tu speravi che i vostri figli e i vostri amici avrebbero reagito alla vostra morte: senza drammi. Talvolta le tue parole sulla tua morte avevano un tono sarcastico, e palesavano un desiderio di smascherare il sentimentalismo e il falso romanticismo.
Ti divertivi persino a turbare lievemente i pii sentimenti dei tuoi amici e a mettere alla prova il tuo e il loro senso della realtà. Ma generalmente le tue parole erano serie e dimostravano che stavi davvero riflettendo sulla fine della tua vita. Perciò è affatto evidente che non vivevi come se la tua vita dovesse continuare per sempre. Sei troppo intelligente e realista per questo.
E ancora, nascosti dentro di noi ci sono livelli di non-conoscenza, di non-comprensione e di non-percezione che ci si possono rivelare solo nei nostri momenti di forte crisi. Per alcune persone tali momenti non vengono mai, per altre vengono di frequente. Per alcuni arrivano presto, per altri arrivano molto tardi. Potremmo pensare di avere una certa concezione di 'quello che è la vita' fino a che non sopraggiunge una crisi inattesa a farci perdere il nostro equilibrio, una crisi che ci costringe a rivedere i nostri presupposti più fondamentali. In realtà non sappiamo mai veramente fino a che profondità le nostre vite sono ancorate ad un fondamento solido e fino a che punto sono stabili, e l'esperienza della crisi può rivelare dimensioni della vita che noi non avevamo mai saputo esistessero.
La morte della mamma è certamente una delle esperienze più cruciali della vita tua e mia, forse la più decisiva. Prima della sua morte, era impossibile sapere anche solo vagamente che cosa avrebbe provocato in noi. Ora stiamo cominciando ad avvertire il suo impatto. A poco a poco siamo in grado di capire dove la sua morte ci sta portando. Sta nascendo un confronto nuovo con la morte, un confronto che non avremmo mai potuto attuare noi da soli. Ogni cosa che sentivamo, dicevamo o pensavamo sulla morte in passato era sempre nella portata delle nostre capacità emozionali o intellettuali. In un certo senso, rimaneva all'interno del campo della nostra influenza e del nostro controllo. Osservazioni e idee sulla nostra morte rimanevano le nostre osservazioni e le nostre idee, ed erano quindi soggette alla nostra immaginazione e creatività. Ma la morte della mamma era totalmente al di fuori del campo del nostro controllo o della nostra influenza. La sua morte ci ha lasciati impotenti. Mentre notavamo che il suo contatto con noi si andava lentamente perdendo e ci stava abbandonando per sempre, non potemmo fare altro che restare accanto al suo letto e lasciare impotenti che la morte esercitasse il suo inesorabile potere. Questa esperienza non è un esperienza alla quale possiamo veramente prepararci. È così nuova e così angosciante che tutte le nostre precedenti speculazioni e riflessioni appaiono banali e superficiali in presenza della realtà grandiosa e terribile della morte. Così, la morte della mamma trasforma il problema della morte in un problema nuovo. Essa ci schiude a livelli della vita che prima non avremmo mai potuto raggiungere, anche se avessimo avuto il desiderio di raggiungerli.
Che cosa ha prodotto in te la morte della mamma? Non so e non lo posso sapere, perché è qualcosa di così intimo che nessuno può penetrare completamente nell'universo delle tue emozioni. Ma se la tua esperienza della sua morte è in qualche modo simile alla mia, sei stato 'invitato' - come lo sono stato io - a riconsiderare tutta quanta la tua vita. La morte della mamma ti ha fatto fermare e guardare indietro in un modo come prima non avevi mai fatto. Improvvisamente ti sei trovato in una situazione che ti ha indotto a rivedere i molti anni della tua vita - la tua vita di studente, di giovane professionista, di brillante avvocato, di apprezzato docente - a volo d'uccello. Ricordo che mi dicesti che avresti potuto catturare la tua storia lunga e complessa in un unico nitido quadro, e che dal punto di vista della morte della mamma, la tua vita aveva perso molto della sua complessità e che si poteva riassumere in poche righe essenziali. In tal modo, la sua morte ti ha dato occhi nuovi con cui guardare la tua vita e ti ha aiutato a distinguere fra i molti aspetti accidentali e i pochi elementi essenziali.
La morte certamente semplifica; la morte non tollera ombreggiature e sfumature senza fine. La morte mette a nudo ciò che conta realmente, e in questo modo si fa tuo giudice. Mi sembra che abbiamo vissuto entrambi questa esperienza dopo la morte e il funerale della mamma. Durante gli ultimi sei mesi abbiamo ripensato alla nostra vita con la mamma. Per te questo ha significato aprire dei cassetti che per anni erano rimasti chiusi; guardare fotografie della cui stessa esistenza ti eri dimenticato; leggere vecchie lettere ingiallite e gualcite dal tempo; e prendere in mano libri sui quali si era andata posando tanta polvere. Per me questo ha significato rileggere le lettere che lei mi ha scritto, guardare di nuovo i regali che mi ha portato quando mi veniva a trovare; e recitare con rinnovata attenzione i salmi che tanto spesso abbiamo recitato insieme. Eventi per lungo tempo dimenticati sono riaffiorati alla memoria come se fossero accaduti solo di recente. Mi sembrava come se potessimo mettere le nostre vite intere sul palmo delle mani, come piccole pietre preziose, e contemplarle con tenerezza e ammirazione. Come sono piccole, belle e preziose!
Penso che dal punto di vista della morte della mamma e della nostra propria mortalità, possiamo ora guardare la nostra vita come un lungo processo di mortificazione. Tu hai una certa familiarità con questa parola. I preti la usano molto durante la Quaresima. Dicono: «Devi mortificarti». Questo imperativo ha un suono sgradevole, aspro e moralistico. Ma la mortificazione - letteralmente 'fare la morte' - è la sostanza stessa della vita, una lenta scoperta della mortalità di tutto ciò che è creato, così che noi possiamo apprezzare la sua bellezza, senza aggrapparci ad esso come se fosse una nostra proprietà permanente. La nostra vita può veramente essere considerata come un processo che ci porta gradualmente a familiarizzarci con la morte, come una scuola che insegna l'arte del morire. Non intendo questo in maniera morbosa. Al contrario, quando percepiamo la vita costantemente relativizzata dalla morte, possiamo goderla per quella che è: un dono gratuito. Le fotografie, le lettere e i libri del passato ci rivelano che la vita è come un dire continuamente addio a luoghi meravigliosi, a persone positive e a esperienze bellissime. Guarda le foto dei tuoi figli quando potevi giocare con loro sul pavimento del tinello. Con che rapidità hai dovuto dire loro addio! Guarda le istantanee scattate durante le tue gite in bicicletta con la mamma in Bretagna verso la metà degli anni '30. Quanto poche sono state le estati nelle quali questi viaggi sono stati possibili! Leggi le lettere che la mamma ti scriveva mentre ti trovavi ad Amalfi, in convalescenza da una malattia, e le lettere che io ti scrissi dal mio primo viaggio in Inghilterra. Ora esse ci parlano di momenti fugaci. Guarda le fotografie del matrimonio dei tuoi figli e la Bibbia che ti diedi il giorno della mia ordinazione. Tutti questi momenti sono passati oltre, se ne sono andati, come amici che ci hanno fatto una breve visita, lasciandoti con dei ricordi belli, ma anche con la triste consapevolezza della brevità della vita. In ogni arrivo c'è un commiato; in ogni ricongiungimento c'è una separazione; nel processo di crescita di ognuno c'è anche un diventare vecchi; in ogni sorriso c'è una lacrima; e in ogni successo c'è una sconfitta. Tutto ciò che vive sta a poco a poco morendo, e ogni festa è anche mortificazione.
Anche se questo avveniva costantemente, in ogni attimo della nostra vita ricca e piena di eventi e di persone, non lo percepivamo con la stessa acutezza con cui lo percepiamo adesso. C'era talmente tanta vita, tanta vitalità, e tanta esuberanza che la presenza della morte era meno incombente e la riconoscevamo solo nel modo in cui riconosciamo la nostra ombra in un giorno di sole. Ci sono stati momenti di dolore, di tristezza, di disillusione; ci sono state malattie, sconfitte, conflitti e preoccupazioni. Ma tutto questo veniva e se ne andava come le stagioni dell'anno, e le forze della vita si rivelavano sempre vittoriose. Poi la mamma morì. La sua morte fu una fine definitiva, uno squarcio totale che si presentava con una 'definitività' diversa da ogni altra. Per qualche tempo, continuammo a vivere come se lei se ne fosse semplicemente andata via per un po' e potesse ritornare da un momento all'altro. Continuammo persino a fare cose come se ci stessimo preparando al momento in cui lei sarebbe apparsa nuovamente sulla porta. Ma, a mano a mano che i giorni passavano, il nostro cuore veniva sempre più invaso dalla consapevolezza che lei se n'era andata per sempre, per non tornare mai più. E fu allora che il dolore vero cominciò a devastarci. Fu allora che ci volgemmo al passato e ci accorgemmo che la morte era stata sempre presente nella nostra vita e che i molti addii e i molti commiati ci stavano in un certo senso preparando a questa ora buia. E fu allora che ci ponemmo in modo completamente nuovo il problema del significato della morte.