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HENRI J. M. NOUWEN
Lettera di conforto
per chi ha perduto una persona cara
per chi ha perduto una persona cara
Editrice Queriniana
Titolo originale A Letter of ConsolationTraduzione dall' inglese-americano di LAURA FERRARI
Titolo originale A Letter of ConsolationTraduzione dall' inglese-americano di LAURA FERRARI
Potrebbe darsi che dopo tutte queste mie parole sul significato della morte tu possa avere l' impressione che la morte sia qualcosa da desiderare; qualcosa verso cui mettersi in viaggio pieni di aspettative e di speranza; qualcosa alla quale ci prepara tutta la vita; qualcosa, quindi, che costituisce più o meno il punto culminante della vita. Se ho suscitato una simile impressione,. la devo correggere il più presto possibile. Anche se penso che si possa parlare di senso della morte, penso anche che la morte sia l'unico evento contro il quale ci ribelliamo con tutto il nostro essere. Sentiamo profondamente che la vita ci appartiene, e che la morte non ha alcun posto nel nostro fondamentale desiderio di vivere. Non c'è quindi da meravigliarsi che la maggior parte delle persone, anche quelle più anziane, non pensino molto alla morte. Fino a quando ci sentiamo sani e vitali, preferiamo tenere la nostra mente e il nostro corpo occupati nelle cose della vita. Il teologo tedesco Karl Rahner definisce la morte «l'assurda arci-contraddizione dell'esistenza» e in realtà la morte non ha alcun senso per chiunque voglia dare un senso anche solo a quello che può in qualche modo comprendere. Ma la nostra assoluta impotenza di fronte alla morte, in cui ci viene tolta qualsiasi possibilità di controllare il nostro destino, non può certo essere percepita come dotata di un qualche valore. Tutto il nostro essere si ribella alla minaccia del non-essere.
Sto scrivendo questo il Venerdì Santo. Ho appena partecipato alla liturgia nella quale la morte di Cristo viene ricordata nel modo più toccante e drammatico. Avevo chiesto di leggere le parole pronunciate da Gesù durante la sua passione. Mentre le pronunciavo a voce alta così che tutti i monaci e gli ospiti del monastero potessero farle penetrare profondamente nel proprio cuore, avvertivo sempre più che Cristo stesso stava condividendo fino in fondo insieme a noi l'esperienza dell'assurdità della morte. Gesù non voleva morire. Gesù non affrontò la propria morte come se la considerasse un bene da desiderare. Non parlò mai della morte come di qualcosa che deve essere accettato con gioia. Anche se egli parlava della propria morte e cercava di preparare ad essa i suoi discepoli, Gesù non vi rivolse mai un'attenzione morbosa. E i Vangeli non contengono alcun indizio che la morte fosse per lui attraente. Ciò che rileviamo in essi è, piuttosto, una profonda ribellione alla morte. Nel giardino del Getsemani Gesù fu preso da paura, e supplicava a voce alta il Padre suo:«Abbà, tutto è possibile a te, allontana da me questo calice!». Questa angoscia divenne così intensa che «il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra». E mentre moriva sulla croce, ormai in agonia, gridò a gran voce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato ?».
Molto più del dolore della propria morte, penso, era la morte stessa ad opprimere Gesù di paura e di angoscia estrema. Per me questa è un'intuizione molto importante perché stronca alla radice qualsiasi inclinazione a fare della morte un evento sentimentale o romantico. Noi non vogliamo morire, anche se dobbiamo affrontare la nostra morte, sì, 'fraternizzare' con essa, con tutto il realismo possibile. Anche se dobbiamo fare amicizia con la nostra morte, e cioè, riconoscerla pienamente come una realtà che fa intimamente parte della nostra umanità, la morte resta nostro nemico. Anche se possiamo e dobbiamo prepararci alla morte, non siamo mai veramente pronti. Anche se dobbiamo riconoscere che la morte ha sempre fatto parte della nostra vita sin dalla nascita, essa rimane la più grande incognita della nostra esistenza. Anche se dobbiamo ricercare il significato della morte, la nostra protesta contro di essa rivela che non saremo mai capaci di trovarle un senso che possa eliminare la nostra paura.
La morte della mamma ce lo ha rivelato in tutta la sua evidenza. Sai quanto la sua vita fosse piena del pensiero di Dio e dei suoi misteri. Non solo riceveva l'Eucaristia ogni giorno, ma trascorreva molte ore in preghiera e in meditazione e leggeva la Sacra Scrittura con grande assiduità; era anche profondamente grata a tutti coloro che la sostenevano nella sua vita spirituale. Nutriva una devozione moltoprofonda a Maria, la Madre di Dio, e non si addormentava mai, la sera, senza averle prima chiesto di pregare per lei nell'ora della sua morte. In realtà, la vita della mamma è stata una vita di preparazione alla morte. Questo però non le ha reso facile il morire. Non esitò mai a dire che aveva paura di morire, che non si sentiva preparata a comparire davanti a Dio, e che non era ancora pronta a lasciare questo mondo. Amava la vita, la amava in maniera assoluta e totale. Amava te con una devozione incondizionata. Tu eri la prima persona alla quale pensava e della quale parlava; non avrebbe mai permesso a nessuno di distogliere la sua attenzione da te. I suoi figli e i suoi nipoti erano la sua costante preoccupazione e la sua costante delizia. Le loro gioie erano le sue gioie, e i loro dolori erano i suoi dolori. E come amava la bellezza: la bellezza della natura con i suoi fiori e gli alberi, le montagne e le valli; la bellezza delle cattedrali francesi o delle vecchie chiese di campagna; la bellezza delle città italiane, Ravenna, Firenze, Assisi e Roma. Poteva passeggiare a lungo per queste città e cittadine, scoprendo continuamente cose nuove, e diceva: «Guarda, non è meraviglioso? Guarda quella casa, guarda quella chiesa, guarda questi balconi con la bouganvillea: non è splendido?». E tutto la riempiva di gioia e di stupore. Sì, la mamma amava la vita. Mi ricordo ancora quello che mi diceva: «Anche se sono vecchia, quanto mi piacerebbe poter avere ancora tanti anni da vivere».
La morte per lei era una realtà dura e dolorosa. In effetti, penso spesso che fu proprio perché la sua vita di preghiera le aveva dato una tale profonda capacità di apprezzare tutto il creato, che le riusciva tanto difficile dover abbandonare tutto. Il Dio che lei amava e per il quale lei voleva dare la propria vita le aveva rivelato sia la magnificenza della sua creazione sia la definitività assoluta con cui la morte l'avrebbe strappata da tutto quello che lei aveva imparato ad amare.
Più rifletto sulla morte della mamma e più mi diventa visibile qualcosa che prima non riuscivo a percepire chiaramente. È il fatto che la morte non appartiene a Dio. Dio non ha creato la morte. Dio non vuole la morte. Dio non desidera per noi la morte. In Dio non c'è morte. Dio è un Dio della vita. Egli è il Dio dei viventi e non dei morti. Di conseguenza, coloro che vivono una vita profondamente spirituale, una vita di autentica intimità con Dio, devono avvertire il dolore della morte in modo particolarmente acuto. Una vita con Dio ci apre a tutto ciò che è vitale. Ci fa esaltare la vita; ci rende capaci di apprezzare la bellezza di tutto il creato; ci fa desiderare di essere sempre là dove c'è la vita. Una persona veramente religiosa, quindi, non deve considerare la morte né come una liberazione dalla tensione della vita, né come un'occasione di riposo e di pace, ma come un non-essere assurdo, irrazionale e cupo. Adesso capisco perché è falso dire che una persona religiosa dovrebbe trovare la morte facile e accettabile. Adesso capisco perché è sbagliato pensare che una morte senza lotta e agonia sia un segno di grande fede. Queste idee non hanno un gran senso unavolta che ci siamo resi conto che la fede ci apre alla piena affermazione della vita, e ci dà un desiderio intenso di vivere più pienamente, più intensamente, cogliendo della vita ogni vibrazione, e con più vigore. Se c'è qualcuno che dovrebbe ribellarsi alla morte, questi è proprio la persona religiosa, la persona che è gradualmente arrivata a conoscere Dio come il Dio dei viventi.
Questo mi riporta al grande mistero di oggi, il giorno che chiamiamo Venerdì Santo. È il giorno in cui Gesù, il Figlio di Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, della stessa sostanza del Padre, è morto. E in realtà, in questo Venerdì, circa duemila anni fa, fuori delle mura di Gerusalemme, Dio morì.
Spero che tu possa avvertire che qui si trova la fonte della nostra consolazione e della nostra speranza. Dio stesso, che è luce, vita e verità, arrivò a sperimentare con noi e per noi la totale assurdità della morte. La morte di Gesù non è un evento memorabile perché morì un profeta giusto e santo. No, ciò che rende la morte di Gesù il principale - e in un certo senso l'unico reale - evento della storia è il fatto che il Figlio di Dio, in cui non v' era traccia di morte, morì la morte assurda che è il destino di tutti gli esseri umani.
Questo ci dà una qualche idea dell'agonia di Gesù. Chi ha gustato la vita più pienamente di lui? Chi ha conosciuto più intimamente la bellezza della terra nella quale visse? Chi ha compreso meglio il sorriso dei bambini, il grido degli ammalati, le lacrime degli afflitti? Ogni fibra del suo essere parlava della vita. «lo sono la Via, la Verità e la Vita», egli disse, e in lui si poteva trovare solo la vita. Come potremo mai essere capaci di comprendere che cosa deve aver significato per lui patire la morte, essere strappato via dalla vita ed entrare nelle tenebre dell'annientamento totale! L'agonia nel Getsemani, l'umiliazione degli scherni, le sofferenze della flagellazione, la dolorosa via del Calvario e l'atroce esecuzione sulla croce furono subite dal Signore della vita.
Ti scrivo questo non per sconvolgerti, ma per darti conforto nel tuo dolore. Il Signore che è morto, è morto per noi - per te, per me, per la mamma, e per tutti gli uomini. Morì non perché vi fosse alcuna morte o tenebra in lui, ma solamente per liberarci dalla morte e dalla tenebra che era in noi. Se il Dio che ci ha rivelato la vita, e il cui unico desiderio è di portarci alla vita, ci ha amato a tal punto che egli volle condividere con noi l'esperienza della totale assurdità della morte, allora - sì, allora ci deve essere speranza; allora ci deve essere qualcosa di più della morte; allora ci deve essere una promessa che non viene portata a compimento nel breve spazio della nostra esistenza in questo mondo; allora il lasciare dietro di sé le persone amate, i fiori e gli alberi, le montagne e gli oceani, la bellezza dell'arte e della musica, e tutti i sovrabbondanti doni della vita non può essere semplicemente la distruzione e la fine disumana di tutte le cose; allora davvero dobbiamo aspettare il terzo giorno.
Sto scrivendo questo il Venerdì Santo. Ho appena partecipato alla liturgia nella quale la morte di Cristo viene ricordata nel modo più toccante e drammatico. Avevo chiesto di leggere le parole pronunciate da Gesù durante la sua passione. Mentre le pronunciavo a voce alta così che tutti i monaci e gli ospiti del monastero potessero farle penetrare profondamente nel proprio cuore, avvertivo sempre più che Cristo stesso stava condividendo fino in fondo insieme a noi l'esperienza dell'assurdità della morte. Gesù non voleva morire. Gesù non affrontò la propria morte come se la considerasse un bene da desiderare. Non parlò mai della morte come di qualcosa che deve essere accettato con gioia. Anche se egli parlava della propria morte e cercava di preparare ad essa i suoi discepoli, Gesù non vi rivolse mai un'attenzione morbosa. E i Vangeli non contengono alcun indizio che la morte fosse per lui attraente. Ciò che rileviamo in essi è, piuttosto, una profonda ribellione alla morte. Nel giardino del Getsemani Gesù fu preso da paura, e supplicava a voce alta il Padre suo:«Abbà, tutto è possibile a te, allontana da me questo calice!». Questa angoscia divenne così intensa che «il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra». E mentre moriva sulla croce, ormai in agonia, gridò a gran voce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato ?».
Molto più del dolore della propria morte, penso, era la morte stessa ad opprimere Gesù di paura e di angoscia estrema. Per me questa è un'intuizione molto importante perché stronca alla radice qualsiasi inclinazione a fare della morte un evento sentimentale o romantico. Noi non vogliamo morire, anche se dobbiamo affrontare la nostra morte, sì, 'fraternizzare' con essa, con tutto il realismo possibile. Anche se dobbiamo fare amicizia con la nostra morte, e cioè, riconoscerla pienamente come una realtà che fa intimamente parte della nostra umanità, la morte resta nostro nemico. Anche se possiamo e dobbiamo prepararci alla morte, non siamo mai veramente pronti. Anche se dobbiamo riconoscere che la morte ha sempre fatto parte della nostra vita sin dalla nascita, essa rimane la più grande incognita della nostra esistenza. Anche se dobbiamo ricercare il significato della morte, la nostra protesta contro di essa rivela che non saremo mai capaci di trovarle un senso che possa eliminare la nostra paura.
La morte della mamma ce lo ha rivelato in tutta la sua evidenza. Sai quanto la sua vita fosse piena del pensiero di Dio e dei suoi misteri. Non solo riceveva l'Eucaristia ogni giorno, ma trascorreva molte ore in preghiera e in meditazione e leggeva la Sacra Scrittura con grande assiduità; era anche profondamente grata a tutti coloro che la sostenevano nella sua vita spirituale. Nutriva una devozione moltoprofonda a Maria, la Madre di Dio, e non si addormentava mai, la sera, senza averle prima chiesto di pregare per lei nell'ora della sua morte. In realtà, la vita della mamma è stata una vita di preparazione alla morte. Questo però non le ha reso facile il morire. Non esitò mai a dire che aveva paura di morire, che non si sentiva preparata a comparire davanti a Dio, e che non era ancora pronta a lasciare questo mondo. Amava la vita, la amava in maniera assoluta e totale. Amava te con una devozione incondizionata. Tu eri la prima persona alla quale pensava e della quale parlava; non avrebbe mai permesso a nessuno di distogliere la sua attenzione da te. I suoi figli e i suoi nipoti erano la sua costante preoccupazione e la sua costante delizia. Le loro gioie erano le sue gioie, e i loro dolori erano i suoi dolori. E come amava la bellezza: la bellezza della natura con i suoi fiori e gli alberi, le montagne e le valli; la bellezza delle cattedrali francesi o delle vecchie chiese di campagna; la bellezza delle città italiane, Ravenna, Firenze, Assisi e Roma. Poteva passeggiare a lungo per queste città e cittadine, scoprendo continuamente cose nuove, e diceva: «Guarda, non è meraviglioso? Guarda quella casa, guarda quella chiesa, guarda questi balconi con la bouganvillea: non è splendido?». E tutto la riempiva di gioia e di stupore. Sì, la mamma amava la vita. Mi ricordo ancora quello che mi diceva: «Anche se sono vecchia, quanto mi piacerebbe poter avere ancora tanti anni da vivere».
La morte per lei era una realtà dura e dolorosa. In effetti, penso spesso che fu proprio perché la sua vita di preghiera le aveva dato una tale profonda capacità di apprezzare tutto il creato, che le riusciva tanto difficile dover abbandonare tutto. Il Dio che lei amava e per il quale lei voleva dare la propria vita le aveva rivelato sia la magnificenza della sua creazione sia la definitività assoluta con cui la morte l'avrebbe strappata da tutto quello che lei aveva imparato ad amare.
Più rifletto sulla morte della mamma e più mi diventa visibile qualcosa che prima non riuscivo a percepire chiaramente. È il fatto che la morte non appartiene a Dio. Dio non ha creato la morte. Dio non vuole la morte. Dio non desidera per noi la morte. In Dio non c'è morte. Dio è un Dio della vita. Egli è il Dio dei viventi e non dei morti. Di conseguenza, coloro che vivono una vita profondamente spirituale, una vita di autentica intimità con Dio, devono avvertire il dolore della morte in modo particolarmente acuto. Una vita con Dio ci apre a tutto ciò che è vitale. Ci fa esaltare la vita; ci rende capaci di apprezzare la bellezza di tutto il creato; ci fa desiderare di essere sempre là dove c'è la vita. Una persona veramente religiosa, quindi, non deve considerare la morte né come una liberazione dalla tensione della vita, né come un'occasione di riposo e di pace, ma come un non-essere assurdo, irrazionale e cupo. Adesso capisco perché è falso dire che una persona religiosa dovrebbe trovare la morte facile e accettabile. Adesso capisco perché è sbagliato pensare che una morte senza lotta e agonia sia un segno di grande fede. Queste idee non hanno un gran senso unavolta che ci siamo resi conto che la fede ci apre alla piena affermazione della vita, e ci dà un desiderio intenso di vivere più pienamente, più intensamente, cogliendo della vita ogni vibrazione, e con più vigore. Se c'è qualcuno che dovrebbe ribellarsi alla morte, questi è proprio la persona religiosa, la persona che è gradualmente arrivata a conoscere Dio come il Dio dei viventi.
Questo mi riporta al grande mistero di oggi, il giorno che chiamiamo Venerdì Santo. È il giorno in cui Gesù, il Figlio di Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, della stessa sostanza del Padre, è morto. E in realtà, in questo Venerdì, circa duemila anni fa, fuori delle mura di Gerusalemme, Dio morì.
Spero che tu possa avvertire che qui si trova la fonte della nostra consolazione e della nostra speranza. Dio stesso, che è luce, vita e verità, arrivò a sperimentare con noi e per noi la totale assurdità della morte. La morte di Gesù non è un evento memorabile perché morì un profeta giusto e santo. No, ciò che rende la morte di Gesù il principale - e in un certo senso l'unico reale - evento della storia è il fatto che il Figlio di Dio, in cui non v' era traccia di morte, morì la morte assurda che è il destino di tutti gli esseri umani.
Questo ci dà una qualche idea dell'agonia di Gesù. Chi ha gustato la vita più pienamente di lui? Chi ha conosciuto più intimamente la bellezza della terra nella quale visse? Chi ha compreso meglio il sorriso dei bambini, il grido degli ammalati, le lacrime degli afflitti? Ogni fibra del suo essere parlava della vita. «lo sono la Via, la Verità e la Vita», egli disse, e in lui si poteva trovare solo la vita. Come potremo mai essere capaci di comprendere che cosa deve aver significato per lui patire la morte, essere strappato via dalla vita ed entrare nelle tenebre dell'annientamento totale! L'agonia nel Getsemani, l'umiliazione degli scherni, le sofferenze della flagellazione, la dolorosa via del Calvario e l'atroce esecuzione sulla croce furono subite dal Signore della vita.
Ti scrivo questo non per sconvolgerti, ma per darti conforto nel tuo dolore. Il Signore che è morto, è morto per noi - per te, per me, per la mamma, e per tutti gli uomini. Morì non perché vi fosse alcuna morte o tenebra in lui, ma solamente per liberarci dalla morte e dalla tenebra che era in noi. Se il Dio che ci ha rivelato la vita, e il cui unico desiderio è di portarci alla vita, ci ha amato a tal punto che egli volle condividere con noi l'esperienza della totale assurdità della morte, allora - sì, allora ci deve essere speranza; allora ci deve essere qualcosa di più della morte; allora ci deve essere una promessa che non viene portata a compimento nel breve spazio della nostra esistenza in questo mondo; allora il lasciare dietro di sé le persone amate, i fiori e gli alberi, le montagne e gli oceani, la bellezza dell'arte e della musica, e tutti i sovrabbondanti doni della vita non può essere semplicemente la distruzione e la fine disumana di tutte le cose; allora davvero dobbiamo aspettare il terzo giorno.
VIII.
Sto guardando la fotografia, che tu scattasti, della tomba della mamma. Guardo la semplice croce di legno marrone chiaro. I due bracci massicci esprimono forza. Leggo le parole, «In Pace», il suo nome, «Maria», e le date della sua nascita e della sua morte. Questo riassume tutto. È un'immagine bellissima. Che rigoglio di fiori! Sono davvero splendidi. Con i loro colori - bianco, giallo, rosso porpora - sembrano innalzare la croce e comunicano un senso di vita. Oh, che ricordo nitido ho del 14 ottobre scorso, esattamente sei mesi fa. Che bel mattino! Con che delicatezza i raggi del sole accarezzavano la terra mentre la accompagnavamo al posto che le era stato preparato! Ricordi? Fu un giorno triste, ma non solo triste. C'era anche una sensazione di compiutezza. La sua vita era giunta al suo compimento, ed era stata una vita così sovrabbondante di grazia. E c'era gratitudine nel nostro cuore per lei e per tutti coloro che si erano stretti attorno a noi per direi , quello che la mamma aveva significato per loro. Fu una giornata tranquilla, quieta e intima. So che non dimenticherai mai quella giornata. E neppure io. Fu il giorno che ci diede la forza di continuare a vivere in una gioia tranquilla, non solo guardando indietro, ma anche avanti.
Ogni volta che guardo questa fotografia della sua tomba sento rinnovarsi in me l'emozione che mi prese dopo che fu seppellita, un'emozione così diversa dall' emozione del rivederla di nuovo dopo una lunga assenza, e anche così diversa dall' emozione del guardarla soffrire e morire. È un' emozione nuova, preziosissima. È l'emozione di un'attesa quieta e serena. Sono sicuro che tu sai quello che intendo dire. C'è una quieta serenità in questa emozione. Lei ha concluso la sua vita con noi. Lei non deve più soffrire come noi; non deve più preoccuparsi come noi; non deve più affrontare la paura della morte come noi. E inoltre, a lei saranno risparmiate le tante ansie e le lotte che noi dobbiamo ancora affrontare. Nessuno può farle più del male. Noi non dobbiamo più proteggerla e preoccuparci della sua salute e della sua incolumità. Oh, quanto vorremmo avere ancora quella preoccupazione! Ma noi l'abbiamo lasciata là distesa a riposare nella pace e lei non tornerà. La terra generosa in cui l'abbiamo seppellita, le verdi siepi dietro la sua tomba, e gli alti alberi rigogliosi che circondano il piccolo cimitero: tutto contribuisce a creare un senso di sicurezza e di accoglienza. Ma questa emozione ha anche un'altra faccia. E questa comprende l'attesa, un'attesa pacata. La solida, semplice croce che si innalza sulla sua tomba esprime qualcosa di più della sua morte. Ogni volta che andiamo a visitare quel luogo, avvertiamo che stiamo aspettando, presentendo, sperando. Desideriamo vederla di nuovo, e poter stare ancora una volta con lei, ma sappiamo che lei ci ha lasciato per non tornare mai più. A volte vorremmo morire per raggiungerla nella morte, ma sappiamo che siamo chiamati a vivere e a lavorare su questa terra. La nostra attesa tranquilla e serena è molto più profonda di un'illusione. È attendere con la consapevolezza che l'amore è più forte della morte e che questa verità ci diventerà visibile. Come? Quando? Dove? Queste domande continuano ad assalire i nostri cuori impazienti. E tuttavia, quando sperimentiamo questa quieta, serena attesa, esse cessano di tormentarci e sentiamo che va tutto bene.
Forse, caro papà, hai immaginato che ti stia scrivendo questa parte il Sabato Santo. Sono passati tanti Sabati Santi nella mia vita, ma questo Sabato, 14 aprile 1979, è diverso perché oggi ho una percezione nuova di ciò che il quieto silenzio di questo giorno significa.
Conosci il racconto. Deposero il corpo di Gesù nel sepolcro che si trovava in un giardino non lontano dal luogo nel quale era stato crocifisso. Giuseppe d'Arimatea «fece rotolare un masso contro l'entrata del sepolcro» e «Maria di Magdala e Maria madre di Joses stavano ad osservare dove veniva deposto». «Poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo secondo il comandamento».
Questo è il giorno più quieto dell'anno: non si svolge nessuna attività, non vi sono grandi celebrazioni liturgiche, non ci sono visitatori, non si riceve posta, non si parla. Solo una profonda, profondissima pace. Un tempo di silenzio, un tempo intermedio. La Quaresima è finita, ma la Pasqua non è ancora giunta. Gesù è morto, ma noi ancora non sappiamo fino in fondo ciò che questo significa. La tensione piena di ansia e di paura del Venerdì Santo è scomparsa, ma non si sono ancora udite le campane. Un confratello mi chiama alla preghiera con una raganella di legno. Ha smesso di piovere. Il violento temporale che si è abbattuto sulla vallata la notte scorsa si è allontanato, ma il cielo è ancora coperto di nubi. Sì, un' attesa silenziosa, serena. Nessun panico, nessuna disperazione, nessun urlo di dolore, nessuna lacrima, nessun tormentoso torcersi di mani. Ma neppure grida di gioia. Nessun canto di vittoria, niente vessilli o bandiere. Solo una semplice, quieta attesa con la profonda, intima consapevolezza che andrà tutto bene. Come? Non chiedertelo. Perché? Non preoccuparti. Dove? Lo saprai. Quando? Tu aspetta.. Lìmitati ad aspettare con calma, con quieta serenità, con gioia... andrà tutto bene.
Sabato Sacro! Il giorno in cui seppellimmo la mamma; il giorno in cui restiamo seduti accanto al sepolcro di Gesù a riposare; il giorno in cui i monaci si guardano l'un l'altro come se sapessero qualcosa di cui non è ancora permesso loro parlare. È il giorno in cui comprendo com' è stata la tua vita da quando hai deposto la mamma nella sua tomba. Riesci a capire quello che ti sto dicendo? Ci sono molte, molte domande, e vorremmo poter trovare per esse una risposta adesso. Ma è troppo presto. Nessuno sa cosa dire. Abbiamo visto che la morte è reale. Abbiamo visto che la morte ci ha portato via colei che amavamo di più. Restiamo accanto alla tomba. Non poniamoci domande adesso. Questo è il tempo di lasciare che la quiete cresca dentro di noi. I discepoli pensarono che fosse tutto finito, concluso, giunto alla fine... ammesso che fossero ancora capaci di pensare. Le donne vollero prendersi cura della tomba. Prepararono aromi e oli profumati. Ma il giorno di sabato tutti osservarono il riposo.
Questo Sabato Santo non ci può offrire una percezione nuova di quello che la nostra vita senza la mamma può a poco a poco diventare? Questo Sabato Santo non ci trasmette questa emozione nuova di quieta, serena attesa nella quale possiamo crescere e acquistare solidità e sicurezza? Non dobbiamo più piangere; non dobbiamo più sentirci dilaniati e straziati. Ora possiamo aspettare, mettendo a tacere tutti i nostri desideri e tutte le nostre fantasie su ciòche sarà, e semplicemente sperare, in letizia.
Ogni volta che guardo questa fotografia della sua tomba sento rinnovarsi in me l'emozione che mi prese dopo che fu seppellita, un'emozione così diversa dall' emozione del rivederla di nuovo dopo una lunga assenza, e anche così diversa dall' emozione del guardarla soffrire e morire. È un' emozione nuova, preziosissima. È l'emozione di un'attesa quieta e serena. Sono sicuro che tu sai quello che intendo dire. C'è una quieta serenità in questa emozione. Lei ha concluso la sua vita con noi. Lei non deve più soffrire come noi; non deve più preoccuparsi come noi; non deve più affrontare la paura della morte come noi. E inoltre, a lei saranno risparmiate le tante ansie e le lotte che noi dobbiamo ancora affrontare. Nessuno può farle più del male. Noi non dobbiamo più proteggerla e preoccuparci della sua salute e della sua incolumità. Oh, quanto vorremmo avere ancora quella preoccupazione! Ma noi l'abbiamo lasciata là distesa a riposare nella pace e lei non tornerà. La terra generosa in cui l'abbiamo seppellita, le verdi siepi dietro la sua tomba, e gli alti alberi rigogliosi che circondano il piccolo cimitero: tutto contribuisce a creare un senso di sicurezza e di accoglienza. Ma questa emozione ha anche un'altra faccia. E questa comprende l'attesa, un'attesa pacata. La solida, semplice croce che si innalza sulla sua tomba esprime qualcosa di più della sua morte. Ogni volta che andiamo a visitare quel luogo, avvertiamo che stiamo aspettando, presentendo, sperando. Desideriamo vederla di nuovo, e poter stare ancora una volta con lei, ma sappiamo che lei ci ha lasciato per non tornare mai più. A volte vorremmo morire per raggiungerla nella morte, ma sappiamo che siamo chiamati a vivere e a lavorare su questa terra. La nostra attesa tranquilla e serena è molto più profonda di un'illusione. È attendere con la consapevolezza che l'amore è più forte della morte e che questa verità ci diventerà visibile. Come? Quando? Dove? Queste domande continuano ad assalire i nostri cuori impazienti. E tuttavia, quando sperimentiamo questa quieta, serena attesa, esse cessano di tormentarci e sentiamo che va tutto bene.
Forse, caro papà, hai immaginato che ti stia scrivendo questa parte il Sabato Santo. Sono passati tanti Sabati Santi nella mia vita, ma questo Sabato, 14 aprile 1979, è diverso perché oggi ho una percezione nuova di ciò che il quieto silenzio di questo giorno significa.
Conosci il racconto. Deposero il corpo di Gesù nel sepolcro che si trovava in un giardino non lontano dal luogo nel quale era stato crocifisso. Giuseppe d'Arimatea «fece rotolare un masso contro l'entrata del sepolcro» e «Maria di Magdala e Maria madre di Joses stavano ad osservare dove veniva deposto». «Poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo secondo il comandamento».
Questo è il giorno più quieto dell'anno: non si svolge nessuna attività, non vi sono grandi celebrazioni liturgiche, non ci sono visitatori, non si riceve posta, non si parla. Solo una profonda, profondissima pace. Un tempo di silenzio, un tempo intermedio. La Quaresima è finita, ma la Pasqua non è ancora giunta. Gesù è morto, ma noi ancora non sappiamo fino in fondo ciò che questo significa. La tensione piena di ansia e di paura del Venerdì Santo è scomparsa, ma non si sono ancora udite le campane. Un confratello mi chiama alla preghiera con una raganella di legno. Ha smesso di piovere. Il violento temporale che si è abbattuto sulla vallata la notte scorsa si è allontanato, ma il cielo è ancora coperto di nubi. Sì, un' attesa silenziosa, serena. Nessun panico, nessuna disperazione, nessun urlo di dolore, nessuna lacrima, nessun tormentoso torcersi di mani. Ma neppure grida di gioia. Nessun canto di vittoria, niente vessilli o bandiere. Solo una semplice, quieta attesa con la profonda, intima consapevolezza che andrà tutto bene. Come? Non chiedertelo. Perché? Non preoccuparti. Dove? Lo saprai. Quando? Tu aspetta.. Lìmitati ad aspettare con calma, con quieta serenità, con gioia... andrà tutto bene.
Sabato Sacro! Il giorno in cui seppellimmo la mamma; il giorno in cui restiamo seduti accanto al sepolcro di Gesù a riposare; il giorno in cui i monaci si guardano l'un l'altro come se sapessero qualcosa di cui non è ancora permesso loro parlare. È il giorno in cui comprendo com' è stata la tua vita da quando hai deposto la mamma nella sua tomba. Riesci a capire quello che ti sto dicendo? Ci sono molte, molte domande, e vorremmo poter trovare per esse una risposta adesso. Ma è troppo presto. Nessuno sa cosa dire. Abbiamo visto che la morte è reale. Abbiamo visto che la morte ci ha portato via colei che amavamo di più. Restiamo accanto alla tomba. Non poniamoci domande adesso. Questo è il tempo di lasciare che la quiete cresca dentro di noi. I discepoli pensarono che fosse tutto finito, concluso, giunto alla fine... ammesso che fossero ancora capaci di pensare. Le donne vollero prendersi cura della tomba. Prepararono aromi e oli profumati. Ma il giorno di sabato tutti osservarono il riposo.
Questo Sabato Santo non ci può offrire una percezione nuova di quello che la nostra vita senza la mamma può a poco a poco diventare? Questo Sabato Santo non ci trasmette questa emozione nuova di quieta, serena attesa nella quale possiamo crescere e acquistare solidità e sicurezza? Non dobbiamo più piangere; non dobbiamo più sentirci dilaniati e straziati. Ora possiamo aspettare, mettendo a tacere tutti i nostri desideri e tutte le nostre fantasie su ciòche sarà, e semplicemente sperare, in letizia.
IX.
Dopo che ebbi iniziato a scriverti questa lettera, è accaduto qualcosa che in un primo momento mi era sembrato piuttosto insignificante. Nei giorni seguenti, però, è andato assumendo un'importanza sempre maggiore. Per questo motivo te ne voglio parlare prima di chiudere questa lettera. È una storia che parla di tempo, di tempo atmosferico. Il tempo qui nell'interno dello stato di New York fino a dieci giorni fa è stato bello. L'inverno era finito, ed era iniziata la primavera. Il clima era mite e c'era il sole, e i monaci se la godevano a passeggiare per i boschi e ad osservare i primi segni della nuova stagione. Crochi gialli, bianchi e blu adornavano il chiostro, e tutti sembravano felici che un' altra stagione fredda fosse ormai finita. Ma non era così! Il giorno in cui finalmente ero riuscito ad organizzarmi in modo da cominciare a scriverti questa lettera, un violento temporale si abbatté sulla nostra zona, portando con sé piogge torrenziali. Sotto le crepe nel tetto furono disposti dei secchi, e le finestre vennero sbarrate, e nessuno si azzardava ad uscire di casa.
La temperatura si abbassò bruscamente, e ben presto la pioggia si trasformò in neve. Il giorno seguente eravamo di nuovo in pieno inverno. Continuò a nevicare per l'intera giornata, e io mi sentivo come sperduto, disorientato. Tutto il mio essere aveva cominciato a pregustare fiori allegri, alberi verdeggianti e il canto melodioso degli uccelli, e questo strano cambiamento del tempo sembrava completamente assurdo. Quando la bufera fu cessata, il paesaggio appariva idilliaco, come in una cartolina di Natale. La neve era fresca e meravigliosa e si era posata sui prati verdi e sugli abeti come una soffice veste bianca. Ma io non riuscivo a rallegrarmene. Continuavo solamente a dire a me stesso: «Dunque, fra una settimana sarà Pasqua e allora sarà di nuovo primavera». Scoprivo in me stesso una strana certezza che la Pasqua avrebbe fatto mutare il tempo. E quando, il mercoledì della Settimana Santa, tutto era ancora assolutamente immacolato, continuavo a sentire dentro di me una voce che mi diceva: «Ancora soltanto tre giorni e tutto sarà di nuovo verde!». Bene, il Venerdì Santo si levarono venti di tempesta, una pioggia deprimente cominciò a cadere e continuò a scrosciare per tutto il resto della giornata. Il mattino seguente tutta la neve era scomparsa. Nel pomeriggio le nubi si dissolsero e apparve un sole splendente, che trasformò tutto in uno spettacolo festoso. Quando, guardando fuori dalla finestra, vidi i prati lambiti da una luce fresca e cristallina, mi dovetti trattenere a fatica dal rompere il silenzio monastico! Andai fuori e salii sul crinale dal quale si poteva abbracciare con lo sguardo l'intera vallata. Riuscivo solo a sorridere, a sorridere. E poi rivolto al cielo proruppi ad alta voce: «Il Signore è risorto; è veramente risorto!».
Mai nella mia vita ho avvertito così intensamente che gli eventi sacri che noi celebriamo influiscono sul nostro ambiente naturale. Era molto più della sensazione di una felice coincidenza. Era la fortissima percezione che gli eventi che stavamo celebrando erano gli eventi reali, e che tutto il resto, natura e cultura comprese, dipendessero da questi eventi.
Probabilmente adesso vorrai sapere com' era il tempo la mattina di Pasqua. Era mite e nuvoloso. Niente di inusuale. Non pioveva, non c'era vento; non faceva né molto freddo, né molto caldo. Non c'era un sole sfolgorante, ma solo una dolce brezza leggera. In realtà non mi importava molto. Probabilmente sarei stato felice anche se fosse nevicato di nuovo. La cosa più importante di tutte per me era l'essere giunto a sperimentare, durante quel tempo santo, che gli eventi reali sono gli eventi che accadono sotto il grande velo della natura e della storia. Tutto dipende dal fatto se abbiamo occhi per vedere e orecchi per udire.
Questo è ciò che mi preme tanto dirti in questa Pasqua del 1979. Qualcosa di molto profondo e misterioso, molto santo e sacro, sta accadendo nelle nostre esistenze, proprio qui dove siamo, e più diverremo attenti, più cominceremo a vederlo e a udirlo. Più i nostri sensi spirituali affioreranno alla superficie della nostra vita quotidiana, più giungeremo a scoprire - a svelare - una presenza nuova nella nostra vita. Ho la forte sensazione che la morte della mamma sia stata, e lo sia ancora, una dolorosa ma benedetta purificazione che ci renderà capaci di udire una voce e di vedere un volto che non avevamo mai udito o visto prima in maniera così chiara.
Prova a pensare quello che accade nel giorno di Pasqua. Un gruppo di donne si reca al sepolcro; notano che la pietra è stata ribaltata, entrano, vedono un giovane vestito d'una veste bianca, seduto sulla destra, che dice loro: «Egli non è qui». Pietro e Giovanni corron9 al sepolcro e lo trovano vuoto. Maria di Magdala incontra un custode del giardino che la chiama per nome, e lei capisce che è Gesù. I discepoli, mentre preoccupati e timorosi sono stretti l'uno all'altro in un luogo dalle porte chiuse, all'improvviso se lo trovano davanti, in mezzo a loro, e odono il suo saluto: «Pace a voi». Due uomini ripartono senza indugio da Emmaus per rientrare in fretta a Gerusalemme, ad annunciare ai loro perplessi amici di aver incontrato Gesù lungo la strada e di averlo riconosciuto mentre spezzava il pane. Più tardi, Simon Pietro, Tommaso, Natanaele, Giacomo e Giovanni sono a pescare sul lago. Un uomo dalla riva li chiama: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Essi gli rispondono: «No». Allora egli dice: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettano, e quando il pesce catturato è tanto da non riuscire a tirar su le reti, Giovanni dice a Pietro: «È il Signore». E a mano a mano che accadono questi eventi, una frase viene pronunciata, dapprimasottovoce e con esitazione, poi con più chiarezza e convinzione, ed infine ad alta voce e con tono trionfante: «11 Signore è risorto; è veramente risorto!».
Mi meraviglio come questa storia, la storia più importante della storia umana, acquisti per te un significato tutto speciale ora che sai così bene cosa significa aver perduto colei che hai amato di più. Hai notato che nessuno degli amici di Gesù, né le donne né i discepoli, nutrivano la più tenue speranza del suo ritorno dalla morte? La sua crocifissione aveva mandato in frantumi tutte le loro speranze e le loro aspettative, ed ora essi si sentivano completamente smarriti e abbattuti. Persino quando Gesù apparve loro, essi non smisero di esitare, di dubitare e di avere bisogno che qualcosa li convincesse, non solo Tommaso, ma anche gli altri. Non c'è alcuna traccia di un atteggiamento che corrisponda alla frase: «Io-te-l'avevo-sempre-detto». L'evento della risurrezione di Gesù superava in maniera totale e assoluta la loro comprensione. Superava di gran lunga i loro modi di pensare e di sentire. La sua risurrezione abbatteva le barriere della loro mente e del loro cuore. E tuttavia, credettero - e la loro fede cambiò il mondo.
Non è questa una buona novella? Questo non capovolge tutto offrendoci un fondamento su cui possiamo vivere nella speranza? Questo non pone la morte della mamma in una prospettiva completamente nuova? Questo non rende la sua morte meno dolorosa o il nostro dolore meno intenso. Questo non rende la sua perdita meno reale, ma ci fa vedere e sentire che la morte fa parte di un evento molto più grande e molto più profondo, la cui pienezza noi non possiamo comprendere, ma di cui sappiamo che è un evento vivificante. Gli amici di Gesù lo videro e lo udirono solo poche volte dopo quel mattino di Pasqua, ma le loro vite furono completamente trasformate. Quella che era sembrata la fine si rivelò l'inizio; quello che era parso un motivo di paura si rivelò un motivo di coraggio; quella che era parsa una sconfitta si rivelò una vittoria; quello che era parso un fondamento di disperazione risultò il fondamento della speranza. Tutto d'un tratto un muro si trasforma in una porta, e anche se non siamo in grado di dire con molta chiarezza o precisione ciò che sta oltre la porta, il tono di tutto ciò che facciamo e diciamo mentre ci avviciniamo alla porta cambia drasticamente.
Il modo migliore con cui posso esprimerti il significato che la morte riceve alla luce della risurrezione di Gesù è dire, che l'amore che ci procura tanto dolore e che ci fa sentire in maniera così assoluta l'assurdità della morte è più forte della morte stessa. «Più forte della morte è l'amore». Questa frase riassume meglio di ogni altra il significato della morte. Vi ho accennato anche prima in questa lettera, ma adesso puoi comprendere meglio il suo pieno significato. Perché la morte della mamma ti ha arrecato tanta sofferenza? Perché l'hai amata moltissimo. Perché la tua morte è diventata un interrogativo così assillante per te? Perché tu ami la vita, ami i tuoi figli e i tuoi nipoti, ami la natura, ami l'arte e la musica, ami i cavalli, e ami tutto ciò che è vivo e bello. La morte è assurda e non può avere alcun senso per colui che ha dentro di sé tanto amore.
La risurrezione di Gesù Cristo è la manifestazione gloriosa della vittoria dell' amore sulla morte. Quello stesso amore che ci fa piangere e ci fa ribellare alla morte, ora ci farà liberi di vivere nella speranza. Hai notato che Gesù apparve solamente a coloro che lo conoscevano, che avevano ascoltato le sue parole e che erano giunti ad amarlo profondamente? Fu proprio quell'amore a dare loro gli occhi per vedere il suo volto e orecchi per sentire la sua voce quando apparve loro il terzo giorno dopo la sua morte. Una volta che l'ebbero visto e udito e che ebbero creduto, il resto della loro vita divenne un ininterrotto riconoscimento della sua presenza in mezzo a loro. In questo consiste la vita nello Spirito del Cristo risorto. Essa ci fa vedere che sotto il velo di tutto ciò che è visibile ai nostri occhi terreni, il Signore risorto ci mostra il suo amore inesauribile e ci chiama ad entrare ancor più pienamente in quell'amore, un amore che abbraccia insieme la mamma e noi, che l'abbiamo amata tanto.
È con questo amore divino nel nostro cuore, un amore più forte della morte, che le nostre vite possono essere vissute come una promessa. Perché questo grande amore ci promette che ciò che abbiamo già cominciato a vedere e a sentire con gli occhi e gli orecchi dello Spirito di Cristo non potrà mai essere distrutto, ma piuttosto è 'l'inizio' della vita eterna.
Oggi è il terzo giorno dopo Pasqua. Il giovedì dopo Pasqua. Qui nel monastero trappista è l'ultimo giorno delle festività pasquali. Per tre giorni abbiamo celebrato la risurrezione di Gesù Cristo, ed èstata una vera festa. Anche se i monaci parlano tra loro solo quando è strettamente necessario, e anche se non vi sono feste o manifestazioni esteriori di giubilo, queste giornate pasquali per me sono state più gioiose di tutte le altre celebrate in passato. Le liturgie sono state splendide ed esuberanti con i loro frequenti e rinnovati alleluja; le letture sono state gioiose e colme di speranza; la musica era festosa; e tutti erano pieni di gratitudine verso Dio e l'uno verso l'altro.
La domenica di Pasqua lessi il racconto evangelico di Pietro e Giovanni che si recano di corsa al sepolcro e lo trovano vuoto. C'era più di un centinaio di visitatori nella chiesa abbaziale, chi venuto da lontano e chi abitante nei dintorni, giovani e anziani, qualcuno vestito con eleganza, altri senza alcuna ricercatezza. Seduti insieme a quaranta monaci attorno all' enorme blocco di pietra che funge da altare, essi mi davano un reale senso della chiesa. Dopo aver letto il Vangelo, lo commentai. Mi è capitato raramente di predicare la domenica di Pasqua nei miei venti due anni di sacerdozio, e provavo molta gratitudine perché potevo annunciare a tutti i presenti: «Il Signore è risorto; è veramente risorto». Tutti ascoltavano con grande attenzione ed io ebbi la percezione che il Cristo risorto fosse realmente in mezzo a noi, e ci donasse la sua pace. Durante l'Eucaristia, ho pregato per te, per la mamma e per tutti i nostri cari. Avvertivo che il Cristo risorto ci aveva riuniti insieme colmando non solo la distanza fra l'Olanda e gli Stati Uniti, ma anche quella fra la vita e la morte. La Quaresima era stata lunga, talora molto dura, e non senza i suoi momenti cupi, in cui ero stato assalito dalle tentazioni del diavolo. Ora invece, alla luce della risurrezione di Cristo, la Quaresima mi dava l'impressione di essere stata breve e facile. Immagino che questo valga per tutti gli eventi della vita. Quando siamo nelle tenebre dubitiamo che ci sarà mai luce, ma quando siamo nella luce, ben presto dimentichiamo com' era fitta l'oscurità in cui ci dibattevamo.
Ora c'è luce. Infatti, il sole si è persino aperto un varco, e ampi squarci di cielo azzurro ora visibili al di là dell' ammasso delle nubi mi fanno di nuovo venire in mente che spesso ciò che vediamo non è ciò che è più duraturo.
Caro papà, questo sembra il momento più naturale per concludere non solo la celebrazione pasquale, ma anche questa lettera. Per dodici giorni ho meditato sulla morte della mamma nella speranza di offrire a te e a me stesso un po' di conforto e di consolazione. Non so se sono stato capace di raggiungerti nella tua solitudine e nel tuo dolore. Forse le mie parole spesso sono state più utili a me stesso che a te. Ma anche se così fosse, spero comunque che il semplice fatto che queste parole sono state scritte da tuo figlio su colei che abbiamo entrambi amato tanto, sarà per te una fonte di consolazione.
La temperatura si abbassò bruscamente, e ben presto la pioggia si trasformò in neve. Il giorno seguente eravamo di nuovo in pieno inverno. Continuò a nevicare per l'intera giornata, e io mi sentivo come sperduto, disorientato. Tutto il mio essere aveva cominciato a pregustare fiori allegri, alberi verdeggianti e il canto melodioso degli uccelli, e questo strano cambiamento del tempo sembrava completamente assurdo. Quando la bufera fu cessata, il paesaggio appariva idilliaco, come in una cartolina di Natale. La neve era fresca e meravigliosa e si era posata sui prati verdi e sugli abeti come una soffice veste bianca. Ma io non riuscivo a rallegrarmene. Continuavo solamente a dire a me stesso: «Dunque, fra una settimana sarà Pasqua e allora sarà di nuovo primavera». Scoprivo in me stesso una strana certezza che la Pasqua avrebbe fatto mutare il tempo. E quando, il mercoledì della Settimana Santa, tutto era ancora assolutamente immacolato, continuavo a sentire dentro di me una voce che mi diceva: «Ancora soltanto tre giorni e tutto sarà di nuovo verde!». Bene, il Venerdì Santo si levarono venti di tempesta, una pioggia deprimente cominciò a cadere e continuò a scrosciare per tutto il resto della giornata. Il mattino seguente tutta la neve era scomparsa. Nel pomeriggio le nubi si dissolsero e apparve un sole splendente, che trasformò tutto in uno spettacolo festoso. Quando, guardando fuori dalla finestra, vidi i prati lambiti da una luce fresca e cristallina, mi dovetti trattenere a fatica dal rompere il silenzio monastico! Andai fuori e salii sul crinale dal quale si poteva abbracciare con lo sguardo l'intera vallata. Riuscivo solo a sorridere, a sorridere. E poi rivolto al cielo proruppi ad alta voce: «Il Signore è risorto; è veramente risorto!».
Mai nella mia vita ho avvertito così intensamente che gli eventi sacri che noi celebriamo influiscono sul nostro ambiente naturale. Era molto più della sensazione di una felice coincidenza. Era la fortissima percezione che gli eventi che stavamo celebrando erano gli eventi reali, e che tutto il resto, natura e cultura comprese, dipendessero da questi eventi.
Probabilmente adesso vorrai sapere com' era il tempo la mattina di Pasqua. Era mite e nuvoloso. Niente di inusuale. Non pioveva, non c'era vento; non faceva né molto freddo, né molto caldo. Non c'era un sole sfolgorante, ma solo una dolce brezza leggera. In realtà non mi importava molto. Probabilmente sarei stato felice anche se fosse nevicato di nuovo. La cosa più importante di tutte per me era l'essere giunto a sperimentare, durante quel tempo santo, che gli eventi reali sono gli eventi che accadono sotto il grande velo della natura e della storia. Tutto dipende dal fatto se abbiamo occhi per vedere e orecchi per udire.
Questo è ciò che mi preme tanto dirti in questa Pasqua del 1979. Qualcosa di molto profondo e misterioso, molto santo e sacro, sta accadendo nelle nostre esistenze, proprio qui dove siamo, e più diverremo attenti, più cominceremo a vederlo e a udirlo. Più i nostri sensi spirituali affioreranno alla superficie della nostra vita quotidiana, più giungeremo a scoprire - a svelare - una presenza nuova nella nostra vita. Ho la forte sensazione che la morte della mamma sia stata, e lo sia ancora, una dolorosa ma benedetta purificazione che ci renderà capaci di udire una voce e di vedere un volto che non avevamo mai udito o visto prima in maniera così chiara.
Prova a pensare quello che accade nel giorno di Pasqua. Un gruppo di donne si reca al sepolcro; notano che la pietra è stata ribaltata, entrano, vedono un giovane vestito d'una veste bianca, seduto sulla destra, che dice loro: «Egli non è qui». Pietro e Giovanni corron9 al sepolcro e lo trovano vuoto. Maria di Magdala incontra un custode del giardino che la chiama per nome, e lei capisce che è Gesù. I discepoli, mentre preoccupati e timorosi sono stretti l'uno all'altro in un luogo dalle porte chiuse, all'improvviso se lo trovano davanti, in mezzo a loro, e odono il suo saluto: «Pace a voi». Due uomini ripartono senza indugio da Emmaus per rientrare in fretta a Gerusalemme, ad annunciare ai loro perplessi amici di aver incontrato Gesù lungo la strada e di averlo riconosciuto mentre spezzava il pane. Più tardi, Simon Pietro, Tommaso, Natanaele, Giacomo e Giovanni sono a pescare sul lago. Un uomo dalla riva li chiama: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Essi gli rispondono: «No». Allora egli dice: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettano, e quando il pesce catturato è tanto da non riuscire a tirar su le reti, Giovanni dice a Pietro: «È il Signore». E a mano a mano che accadono questi eventi, una frase viene pronunciata, dapprimasottovoce e con esitazione, poi con più chiarezza e convinzione, ed infine ad alta voce e con tono trionfante: «11 Signore è risorto; è veramente risorto!».
Mi meraviglio come questa storia, la storia più importante della storia umana, acquisti per te un significato tutto speciale ora che sai così bene cosa significa aver perduto colei che hai amato di più. Hai notato che nessuno degli amici di Gesù, né le donne né i discepoli, nutrivano la più tenue speranza del suo ritorno dalla morte? La sua crocifissione aveva mandato in frantumi tutte le loro speranze e le loro aspettative, ed ora essi si sentivano completamente smarriti e abbattuti. Persino quando Gesù apparve loro, essi non smisero di esitare, di dubitare e di avere bisogno che qualcosa li convincesse, non solo Tommaso, ma anche gli altri. Non c'è alcuna traccia di un atteggiamento che corrisponda alla frase: «Io-te-l'avevo-sempre-detto». L'evento della risurrezione di Gesù superava in maniera totale e assoluta la loro comprensione. Superava di gran lunga i loro modi di pensare e di sentire. La sua risurrezione abbatteva le barriere della loro mente e del loro cuore. E tuttavia, credettero - e la loro fede cambiò il mondo.
Non è questa una buona novella? Questo non capovolge tutto offrendoci un fondamento su cui possiamo vivere nella speranza? Questo non pone la morte della mamma in una prospettiva completamente nuova? Questo non rende la sua morte meno dolorosa o il nostro dolore meno intenso. Questo non rende la sua perdita meno reale, ma ci fa vedere e sentire che la morte fa parte di un evento molto più grande e molto più profondo, la cui pienezza noi non possiamo comprendere, ma di cui sappiamo che è un evento vivificante. Gli amici di Gesù lo videro e lo udirono solo poche volte dopo quel mattino di Pasqua, ma le loro vite furono completamente trasformate. Quella che era sembrata la fine si rivelò l'inizio; quello che era parso un motivo di paura si rivelò un motivo di coraggio; quella che era parsa una sconfitta si rivelò una vittoria; quello che era parso un fondamento di disperazione risultò il fondamento della speranza. Tutto d'un tratto un muro si trasforma in una porta, e anche se non siamo in grado di dire con molta chiarezza o precisione ciò che sta oltre la porta, il tono di tutto ciò che facciamo e diciamo mentre ci avviciniamo alla porta cambia drasticamente.
Il modo migliore con cui posso esprimerti il significato che la morte riceve alla luce della risurrezione di Gesù è dire, che l'amore che ci procura tanto dolore e che ci fa sentire in maniera così assoluta l'assurdità della morte è più forte della morte stessa. «Più forte della morte è l'amore». Questa frase riassume meglio di ogni altra il significato della morte. Vi ho accennato anche prima in questa lettera, ma adesso puoi comprendere meglio il suo pieno significato. Perché la morte della mamma ti ha arrecato tanta sofferenza? Perché l'hai amata moltissimo. Perché la tua morte è diventata un interrogativo così assillante per te? Perché tu ami la vita, ami i tuoi figli e i tuoi nipoti, ami la natura, ami l'arte e la musica, ami i cavalli, e ami tutto ciò che è vivo e bello. La morte è assurda e non può avere alcun senso per colui che ha dentro di sé tanto amore.
La risurrezione di Gesù Cristo è la manifestazione gloriosa della vittoria dell' amore sulla morte. Quello stesso amore che ci fa piangere e ci fa ribellare alla morte, ora ci farà liberi di vivere nella speranza. Hai notato che Gesù apparve solamente a coloro che lo conoscevano, che avevano ascoltato le sue parole e che erano giunti ad amarlo profondamente? Fu proprio quell'amore a dare loro gli occhi per vedere il suo volto e orecchi per sentire la sua voce quando apparve loro il terzo giorno dopo la sua morte. Una volta che l'ebbero visto e udito e che ebbero creduto, il resto della loro vita divenne un ininterrotto riconoscimento della sua presenza in mezzo a loro. In questo consiste la vita nello Spirito del Cristo risorto. Essa ci fa vedere che sotto il velo di tutto ciò che è visibile ai nostri occhi terreni, il Signore risorto ci mostra il suo amore inesauribile e ci chiama ad entrare ancor più pienamente in quell'amore, un amore che abbraccia insieme la mamma e noi, che l'abbiamo amata tanto.
È con questo amore divino nel nostro cuore, un amore più forte della morte, che le nostre vite possono essere vissute come una promessa. Perché questo grande amore ci promette che ciò che abbiamo già cominciato a vedere e a sentire con gli occhi e gli orecchi dello Spirito di Cristo non potrà mai essere distrutto, ma piuttosto è 'l'inizio' della vita eterna.
Oggi è il terzo giorno dopo Pasqua. Il giovedì dopo Pasqua. Qui nel monastero trappista è l'ultimo giorno delle festività pasquali. Per tre giorni abbiamo celebrato la risurrezione di Gesù Cristo, ed èstata una vera festa. Anche se i monaci parlano tra loro solo quando è strettamente necessario, e anche se non vi sono feste o manifestazioni esteriori di giubilo, queste giornate pasquali per me sono state più gioiose di tutte le altre celebrate in passato. Le liturgie sono state splendide ed esuberanti con i loro frequenti e rinnovati alleluja; le letture sono state gioiose e colme di speranza; la musica era festosa; e tutti erano pieni di gratitudine verso Dio e l'uno verso l'altro.
La domenica di Pasqua lessi il racconto evangelico di Pietro e Giovanni che si recano di corsa al sepolcro e lo trovano vuoto. C'era più di un centinaio di visitatori nella chiesa abbaziale, chi venuto da lontano e chi abitante nei dintorni, giovani e anziani, qualcuno vestito con eleganza, altri senza alcuna ricercatezza. Seduti insieme a quaranta monaci attorno all' enorme blocco di pietra che funge da altare, essi mi davano un reale senso della chiesa. Dopo aver letto il Vangelo, lo commentai. Mi è capitato raramente di predicare la domenica di Pasqua nei miei venti due anni di sacerdozio, e provavo molta gratitudine perché potevo annunciare a tutti i presenti: «Il Signore è risorto; è veramente risorto». Tutti ascoltavano con grande attenzione ed io ebbi la percezione che il Cristo risorto fosse realmente in mezzo a noi, e ci donasse la sua pace. Durante l'Eucaristia, ho pregato per te, per la mamma e per tutti i nostri cari. Avvertivo che il Cristo risorto ci aveva riuniti insieme colmando non solo la distanza fra l'Olanda e gli Stati Uniti, ma anche quella fra la vita e la morte. La Quaresima era stata lunga, talora molto dura, e non senza i suoi momenti cupi, in cui ero stato assalito dalle tentazioni del diavolo. Ora invece, alla luce della risurrezione di Cristo, la Quaresima mi dava l'impressione di essere stata breve e facile. Immagino che questo valga per tutti gli eventi della vita. Quando siamo nelle tenebre dubitiamo che ci sarà mai luce, ma quando siamo nella luce, ben presto dimentichiamo com' era fitta l'oscurità in cui ci dibattevamo.
Ora c'è luce. Infatti, il sole si è persino aperto un varco, e ampi squarci di cielo azzurro ora visibili al di là dell' ammasso delle nubi mi fanno di nuovo venire in mente che spesso ciò che vediamo non è ciò che è più duraturo.
Caro papà, questo sembra il momento più naturale per concludere non solo la celebrazione pasquale, ma anche questa lettera. Per dodici giorni ho meditato sulla morte della mamma nella speranza di offrire a te e a me stesso un po' di conforto e di consolazione. Non so se sono stato capace di raggiungerti nella tua solitudine e nel tuo dolore. Forse le mie parole spesso sono state più utili a me stesso che a te. Ma anche se così fosse, spero comunque che il semplice fatto che queste parole sono state scritte da tuo figlio su colei che abbiamo entrambi amato tanto, sarà per te una fonte di consolazione.