venerdì 2 novembre 2012

Lettera di conforto per chi ha perduto una persona cara 2

Propongo per questo giorno, così caro alla pietà popolare, una lettura di Henry Nouwen, la sua "Lettera di conforto per chi ha perduto una persona cara". Buona lettura! (*)


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(*): Vedi anche in questo blog i post seguenti:



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HENRI J. M. NOUWEN
Lettera di conforto
per chi ha perduto una persona cara
Editrice Queriniana
Titolo originale A Letter of ConsolationTraduzione dall' inglese-americano di LAURA FERRARI

IV.
Quando abbiamo sperimentato il fallimento più grande di fronte alla morte della mamma, abbiamo anche sperimentato la nostra totale incapacità di fare qualunque cosa per impedirla. Noi che amavamo tanto la mamma e che avremmo fatto tutto il possibile per alleviare le sue sofferenze e la sua agonia, non potemmo fare assolutamente niente. Tutti noi che non ci allontanavamo dal suo letto durante i suoi ultimi giorni ci sentivamo impotenti. Di tanto in tanto guardavamo i dottori e le infermiere con la vana speranza che forse loro potessero mutare il corso degli eventi, ma ci rendevamo conto che quello a cui stavamo assistendo era l'inevitabile realtà della morte, una realtà che prima o poi dovremo affrontare tutti.
Penso che sia importante per noi lasciare che questa esperienza di impotenza di fronte alla morte della mamma penetri profondamente nella nostra anima, perché contiene la chiave di una comprensione più profonda del significato della morte.
Papà, tu sei un uomo dotato di una forte personalità, di una volontà ferrea e di una convincente coscienza di sé. Sei conosciuto come un lavoratore infaticabile, un lottatore tenace per i tuoi clienti, e come un uomo che non resta mai privo di argomenti in una discussione, o che per lo meno non confesserà mai di aver ceduto! Sei riuscito a raggiungere ciò che ti sei sforzato di conseguire. La tua carriera di successo ha premiato abbondantemente i tuoi sforzi ed ha rafforzato in te la convinzione che il successo nella vita è il risultato di un duro lavoro. Se c'è una cosa chiara nel tuo stile di vita, è la tua volontà di reggere sempre il timone della tua nave. Ti piace avere il controllo, essere in grado di prendere tu le tue decisioni e dirigere tu la tua rotta. L'esperienza ti ha insegnato che mostrare la propria debolezza non suscita rispetto e che è più prudente portare il tuo fardello in segreto piuttosto che chiedere pietà. Tu non hai mai cercato di raggiungere potere o autorevolezza, e hai persino rifiutato molte cariche che ti avrebbero assicurato un riconoscimento a livello nazionale, ma hai preservato con fierezza la tua autonomia spirituale, intellettuale ed economica. E in effetti non solo hai raggiunto un elevatissimo grado di autonomia per te stesso, ma hai anche incoraggiato i tuoi figli a diventare persone libere e indipendenti il più presto possibile. Penso che sia stato questo grande valore che attribuisci all'autonomia a renderti orgoglioso di vederrni partire per gli Stati Uniti. Sono sicuro che non volevi che io andassi a vivere così lontano da casa, ma questa difficoltà fu largamente compensata dalla gioia che tu traevi nel vedermi capace di 'farcela' indipendentemente dal sostegno della mia famiglia e degli amici. Una delle frasi che ripetevi più spesso a me a ai miei fratelli era: «Assicuratevi di non diventare dipendenti dal potere, dall' influenza o dal denaro degli altri. La vostra libertà di prendere voi le vostre decisioni è la cosa più preziosa che possedete. Non rinunciatevi mai».
Questo atteggiamento - un atteggiamento molto ammirato dalla mamma e da tutti noi in famiglia - spiega perché ti sentissi minacciato da qualunque cosa ti ricordasse la morte. Trovavi molto fastidioso essere malato, provavi di solito una certa irritazione nei confronti delle malattie degli altri, e avevi poca comprensione per coloro che tu consideravi dei 'fallimenti'. I deboli non ti piacevano.
La morte della mamma ti ha dischiuso una dimensione della vita in cui la parola chiave non è'autonomia', ma 'resa'. In maniera molto profonda ed esistenziale, la sua morte era un attacco frontale al tuo sentimento di autonomia e di indipendenza, e in questo senso, una sfida alla conversione, cioè, al radicale cambiamento delle tue priorità. Non sto dicendo che la morte della mamma abbia reso la tua autonomia e la tua indipendenza meno importanti, ma solo che la sua morte le ha collocate in un contesto nuovo, il contesto della vita in quanto processo di separazione.
Autonomia e separazione non sono necessariamente opposte. Lo possono essere se si mettono a confronto sullo stesso piano esistenziale. Ma io sinceramente credo che una sana autonomia ti possa dare la forza vera per separarti quando è necessario farlo. Lasciami spiegare quello che intendo dire.
Anche quando cerchiamo di avere il controllo della nostra realtà e di determinare il corso della nostra vita, dobbiamo riconoscere che la vita per noi è un grande mistero. Anche se hai lavorato molto duramente nella tua vita per costruirti una carriera di successo e'per dare alla tua famiglia tutto il benessere materiale possibile, alcuni dei fattori principali che condizionano più radicalmente le cose si possono evolvere in modo da sfuggirti di mano. Molte cose che sono accadutete sono state altrettanto importanti delle cose che sono accaduteattraverso di te. Cinquant'anni fa, né tu né alcun altro avrebbe potuto prevedere la situazione presente. E com'è futile per noi cercare di prevedere il nostro futuro personale immediato o lontano! Cose che ci hanno procurato tanta ansia, in seguito si sono rivelate del tutto insignificanti, e cose cui non avevamo dedicato la minima attenzione prima che accadessero, di fatto sono state proprio quelle che ci hanno cambiato la vita. Così, la nostra autonomia è radicata in un terreno sconosciuto. Questo costituisce la grande sfida: essere così liberi da poter essere obbedienti, essere così autonomi da poter essere dipendenti, possedere un controllo così sicuro da poterci arrendere. Qui tocchiamo il grande paradosso della vita: vivere per essere capaci di morire. Questo è il distacco. Il distacco non è l'opposto dell'autonomia, ma è il suo frutto. Occorre essere un buon guidatore per sapere quando vanno usati i freni!
Questo è ben lungi dall'essere un discorso teoretico astratto, come ben sai. Abbiamo visto entrambi come alcuni dei nostri amici non siano riusciti ad accettare cambiamenti imprevisti nella loro vita, e come siano stati incapaci di affrontare con serenità un futuro dai tratti oscuri. Quando le cose sono andate in maniera diversa dalle loro aspettative o hanno preso una piega drastica, non hanno saputo adattarsi alla nuova situazione. A volte sono diventati acidi e scontrosi. Spesso si aggrappavano a modi di vivere familiari che non erano più adeguati e continuavano a ripetere ciò che una volta aveva un senso, ma che ora non poteva più avere alcun significato per le reali circostanze del momento. La morte spesso ha avuto sulle persone questo effetto, come sappiamo anche troppo bene. La morte di un marito, di una moglie, di un figlio, o di un amico può indurre una persona a cessare di vivere pensando e Ji!roiettandosi verso un futuro pieno di incognite e a ripiegarsi nel passato a lei familiare. Queste persone continuano a stare attaccate a pochi ricordi e ad abitudini per loro assai preziosi, nella convinzione che la loro vita sia ormai giunta ad un punto morto. Cominciano a vivere come se pensassero: «Ormai per me è finita. Non ho più niente da aspettarmi dalla vita». Come puoi vedere, in questo caso si verifica il contrario della separazione; qui avviene un ri-congiungimento che rende la vita immobile e stagnante, e che toglie all'esistenza tutta la sua vitalità. È una vita nella quale non esiste più alcuna speranza.
Se la morte della mamma ci dovesse portare su questa strada, la sua morte per noi non avrebbe alcun vero significato. La sua morte per noi sarebbe o diventerebbe una morte che chiude il futuro e ci fa vivere il resto della nostra vita nella clausura del nostro passato. Allora, la nostra esperienza di impotenza non ci offrirebbe la libertà di staccarci dal passato, ma ci imprigionerebbe nei nostri ricordi e ci immobilizzerebbe. Così perderemmo anche l'autonomia che ti è sempre stata tanto cara.
Penso che l'uomo abbia una scelta molto più ampia. È l'opzione di riconsiderare il passato come una sfida continua ad abbandonarci ad un futuro che non conosciamo. È l'opzione di comprendere la nostra esperienza di debolezza come un'esperienza dell'essere guidati, anche quando non sappiamo esattamente dove. Ricorda le parole che Gesù disse a Pietro quando gli apparve dopo la risurrezione: «Quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi». Gesù disse questo subito dopo aver raccomandato per tre volte a Pietro di pascere le sue pecore. Qui possiamo vedere che un crescente abbandono a ciò che non conosciamo è un segno di maturità spirituale e non esclude l'autonomia. La morte della mamma in realtà è un invito ad abbandonarci più liberamente al futuro, nella convinzione che una delle fasi più importanti della nostra vita possa ancora essere da vivere, di fronte a noi, e che la vita e la morte della mamma sono destinate a renderla realizzabile. Non dimenticare che solo dopo la morte di Gesù i suoi discepoli furono capaci di realizzare la loro vocazione.
Sono sempre impressionato dal fatto che coloro che sono più distaccati dalla vita, coloro che dall'esperienza hanno imparato che non c'è niente e nessuno in questa vita cui restare aggrappati, sono le persone veramente creative. Sono libere di abbandonare continuamente i luoghi familiari e sicuri e riescono a continuare ad andare avanti, verso zone della vita nuove ed inesplorate. Non ti sto dicendo che nella tua vecchiaia sei chiamato a fare qualcosa di straordinario o di spettacolare - anche se non si può dire a cosa tu possa essere chiamato! Ma sto pensando essenzialmente ad un processo spirituale per mezzo del quale possiamo vivere la nostra vita più liberi di prima, più aperti alla guida di Dio e più disponibili a rispondere quando egli parla alla nostra interiorità più profonda.
La morte della mamma ci incoraggia ad abbandonare le illusioni di immortalità che potevamo ancora avere e a sperimentare in un modo nuovo la nostra totale dipendenza dall' amore di Dio, una dipendenza che non annulla la nostra libera personalità, ma la purifica e la nobilita. A questo punto tu puoi intravedere la risposta alla domanda del perché la mamma sia morta prima di te e perché a te siano stati dati altri anni da vivere. Ora puoi dire a te stesso, agli altri e a Dio cose che prima non ti erano state rivelate.
V.
Da tutte le mie riflessioni precedenti, caro papà, è affiorata un'idea che avevo solo confusamente nella mente quando ho cominciato a scrivere. È l'idea che il significato della morte non è tanto il significato che la nostra morte ha per noi, quanto piuttosto il significato che essa ha per gli altri. Questo spiega perché il significato della morte della mamma e il significato della nostra morte siano così strettamente legati. Ho la sensazione che, nella misura in cui noi possiamo sperimentare il fatto che la mamma sia morta per te, per i suoi figli e per molti altri, la nostra morte avrà per noi un significato maggiore. Cercherò di spiegarti questo mio pensiero in modo che tu vi possa trovare una certa chiarezza.
Comincerò con un'osservazione che tu stesso hai fatto diverse volte da quando la mamma è morta, e cioè, che lei ha vissuto la sua vita per gli altri. A mano a mano andavi riflettendo sulla sua vita, guardavi le sue fotografie, leggevi le sue lettere e ascoltavi quello che gli altri ti dicevano di lei, più ti rendevi conto di come tutta la sua vita sia stata vissuta al servizio degli altri. Anch'io sono sempre più impressionato dalla sua sollecitudine verso i bisogni degli altri. Questo atteggiamento faceva talmente parte del suo modo di essere da non sembrare eccezionale. Solo ora riusciamo a comprendere tutta la sua forza e la sua bellezza. Ben di rado la mamma domandava attenzione per se stessa. Il suo interesse e la sua attenzione erano rivolti ai bisogni e alla vita degli altri. Era aperta e disponibile per tutti coloro che a lei si rivolgevano. Molti trovavano facile parlare con lei di se stessi e notavano come si sentissero a proprio agio in sua presenza. Questo era particolarmente evidente quando mi veniva a trovare negli Stati Uniti. Lei spesso riusciva a conoscere i miei studenti dopo aver trascorso con loro una sola serata meglio di quanto io li conoscessi dopo un intero anno, e poi per molti anni, in seguito, avrebbe continuato a chiedermi notizie di loro. Durante questi ultimi sei mesi ho acquisito sempre più la dolorosa coscienza di come ero avvezzo al suo assiduo interesse per tutto quello che facevo, provavo, pensavo o scrivevo, e di quanto avevo ormai dato per scontato che, anche se non fosse importato a nessun altro, a lei certamente sarebbe importato. L'assenza di questa attenzione premurosa spesso mi dà un profondo senso di solitudine. So che questo vale ancora di più per te. Tu non senti più la sua voce che ti chiede se hai dormito bene, quali sono i tuoi piani per la giornata, o di che cosa stai scrivendo. Non senti più le sue raccomandazioni di stare attento per strada, di- mangiare di più, di concederti qualche sonnellino. Tutti questi modi, semplici ma così importanti e salutari da un punto di vista psicologico, di prendersi cura di te, ora non ci sono più, e nella loro assenza cominciamo a provare con intensità crescente che cosa significa essere soli.
Quello che voglio dire ora, tuttavia, è che lei che ha vissuto per gli altri è anche morta per gli altri. La sua morte non dovrebbe essere vista come una fine improvvisa posta a tutte le sue cure nei nostri confronti, come un grande arresto imposto alla sua disponibilità verso gli altri. Ci sono persone che sperimentano la morte di una persona cara come un tradimento. Si sentono rifiutate, abbandonate, o addirittura ingannate. È come se dicessero al marito, alla moglie o all'amico: «Come hai potuto farmi questo? Perché mi hai abbandonato in questo modo? Non me lo sarei mai aspettato!». Talvolta le persone provano addirittura una grande rabbia verso coloro che muoiono, e la esprimono con un dolore paralizzante, con una regressione ad uno stato di totale dipendenza, con ogni sorta di malattia e di malessere, e persino morendo esse stesse.
Se, però, la vita della mamma è stata veramente una vita vissuta per noi, dobbiamo essere disposti ad accettare la sua morte come una morte per noi, una morte che non deve portarci alla paralisi, renderci totalmente dipendenti, o servire da pretesto per ogni sorta di malessere, ma una morte che ci dovrebbe rendere più forti, più liberi e più maturi. Per dirla in maniera ancor più drastica: dobbiamo avere il coraggio di credere che la sua morte sia stato un bene per noi e che lei sia morta perché noi potessimo vivere. Questo è un punto di vista assolutamente radicale e potrebbe offendere la sensibilità di qualcuno. Perché? Perché, di fatto, sto dicendo: «È un bene per noi che lei ci abbia lasciato, e fino a che non accetteremo questo, non avremo ancora pienamente compreso il senso della sua vita». Questo potrebbe suonare duro e persino offensivo, ma sono profondamente convinto che sia la verità. In realtà, credo ancor più profondamente che arriveremo a sperimentarlo da noi stessi.
Anche se è finito il tempo in cui le vedove venivano bruciate insieme ai loro mariti defunti - persino un Phileas Fogg dei nostri giorni non incontrerebbe una scena del genere nel suo viaggio intorno al mondo - tuttavia, in un senso psicologico, molte vedove e molti vedovi finiscono la loro vita con quella del proprio - o della propria - consorte. Reagiscono alla morte del marito o della moglie con una repentina perdita di vitalità e con un comportamento che trasforma la vita in un' orribile anticamera della morte. Sono consapevole del fatto che si può verificare anche l'estremo opposto: continuare la propria vita come se non si fosse mai stati sposati. Ma poiché questo atteggiamento non rientra nei tuoi orizzonti, è inutile parlarne qui. L' importante per noi è riconoscere che la vita della mamma ci invita a pensare la sua morte come una morte che ci dà non solo dolore ma anche gioia, non solo pena ma anche guarigione, non solo l'esperienza dell'avere perduto ma anche l'esperienza dell'avere trovato.
Questo punto di vista non è semplicemente il mio punto di vista personale di fronte al punto di vista degli altri. È il punto di vista cristiano, e cioè, un punto di vista fondato sulla vita, la morte e la risurrezione di Gesù Cristo. È necessario che chiarisca molto bene questo pensiero o potresti non capire veramente quello che sto cercando di esprimere.
Sono passati cinque giorni da quando ho iniziato questa lettera, e stasera è la vigilia del Giovedì Santo. Durante la Settimana Santa ci confrontiamo con la morte più che in qualsiasi altro momento dell'anno liturgico. Siamo invitati a meditare non tanto sulla morte in generale o sulla nostra morte in particolare, ma sulla morte di Gesù Cristo che è Dio e uomo. Lo guardiamo morire su una croce e questo mistero ci sfida a trovare lì il senso della nostra vita e della nostra morte. Quello che mi colpisce di più in tutto quello che viene letto e detto durante questi giorni è che Gesù di Nazareth non è morto per se stesso, ma per noi, e che nel seguirlo anche noi siamo chiamati a fare della nostra morte una morte per gli altri. Ciò che rende te e me cristiani non è solo il nostro credere che colui che era senza peccato sia morto per noi sulla croce aprendo in tal modo per noi la via verso il suo Padre celeste, ma anche che attraverso la sua morte là nostra morte è trasformata da una fine totalmente assurda di tutto ciò che dà alla vita il suo significato in un evento che libera noi e coloro che amiamo. È in virtù della morte liberante di Cristo che oso dirti che la morte della mamma non è semplicemente la fine assurda di una vita meravigliosa, spesa per gli altri. Piuttosto, la sua morte è un evento che permette al suo altruismo di produrre un ricco frutto. Gesù è morto perché noi potessimo vivere, e tutti coloro che muoiono in unione con lui partecipano della potenza vivificante della sua morte. In questo modo possiamo davvero dire che la mamma, che è morta nel segno della croce, è morta perché noi potessimo vivere. Di conseguenza, sotto quello stesso segno, ciascuna delle nostre morti può diventare una morte per gli altri. Penso che dobbiamo cominciare a scoprire il profondo significato di questo morire l'uno per l'altro in e per mezzo della morte di Cristo per riuscire ad intravedere quello che la 'vita eterna' può significare. L'eternità è generata nel tempo, e ogni volta che muore una persona che abbiamo amato intensamente, l'eternità puòpenetrare un poco di più nella nostra esistenza mortale.
Sono consapevole che sto sfiorando appena il grande mistero che sto cercando di esprimere a parole. Ma penso che questo mistero sia così profondo e così vasto che possiamo penetrarlo solo lentamente e con grande cautela.
A mano a mano che penetriamo più profondamente nei misteri di questa Settimana Santa e ci avviciniamo alla Pasqua, diverrà sempre più chiaro che cosa è necessario che venga detto. Ora invece appare di primaria importanza capire che quando cominceremo a percepire che la mamma è morta per noi, potremo anche intuire il significato della nostra propria morte. Inizialmente questa intuizione potrebbe benissimo essere che il senso della nostra morte non può essere espresso in un'idea, un concetto o una teoria. Piuttosto, tale significato deve essere scoperto come una verità meno visibile a noi che a coloro per i quali moriamo. Questo è forse il motivo per cui il significato della morte della mamma si sta a poco a poco rivelando a noi anche se a lei è rimasto nascosto, ed è anche il motivo per cui il senso della nostra morte rimarrà più nascosto a noi che a coloro che sentiranno maggiormente la nostra mancanza. Morire per gli altri implica che il significato della nostra morte venga compreso meglio da loro che da noi stessi. Questo richiede da noi un grande distacco ed una fede ancor più grande. Ma soprattutto, questo ci chiama ad abbandonarci con fiducia sempre crescente alle vie che Dio sceglie per manifestarci il suo amore.
VI.
Oggi è il Giovedì Santo o, come diresti tu, il Giovedì Bianco. Mentre riprendo questa lettera, mi accorgo che questo giorno mi consente di parlare della morte in un modo di cui prima non ero capace. Come sai, il Giovedì Santo è il giorno dell'Eucaristia, il giorno in cui Gesù prese del pane e del vino e disse ai suoi discepoli: «Prendete... mangiate... bevete... questo è il mio corpo... questo è il mio sangue... fate questo in memoria di me». La sera prima di morire, Gesù ci ha offerto il dono della sua perenne presenza in mezzo a noi allo scopo di ricordarci nel modo più personale che la sua morte è stata una morte per noi. Ecco perché Paolo nella sua lettera ai Corinzi osserva: «Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore».
Sono felice di poterti parlare della morte della mamma e della nostra morte in questo santo giorno perché ora riesco a vedere più chiaramente che mai quanto il mistero di questo giorno ci unisca. Tutto il mio essere è radicato nell'Eucaristia. Per me, essere prete significa essere consacrato per presentare ogni giorno Cristo come cibo e bevanda ai miei fratelli cristiani. A volte mi domando se coloro che mi sono vicini sono sufficientemente consapevoli del fatto che l'Eucaristia costituisce il centro della mia vita. Faccio talmente tante altre cose e ho tante identità 'secondarie' - insegnante, predicatore e scrittore - che non è difficile pensare che l'Eucaristia sia la parte meno importante della mia vita. Ma è vero il contrario. L'Eucaristia è il centro della mia vita e ogni altra cosa riceve il suo significato da questo centro. Sto dicendo questo con tanta enfasi nella speranza che tu possa capire quello che intendo quando dico che la mia vita deve essere una continua proclamazione della morte e risurrezione di Cristo. È anzitutto mediante l'Eucaristia che si realizza questa proclamazione.
Che cosa ha a che fare tutto questo con la morte della mamma e con la nostra morte? Moltissimo, penso. Certamente molto più di quello che potremmo immaginare. Sai meglio di me quanto fosse importante l'Eucaristia per la mamma. Ci sono state ben poche giornate nella sua vita adulta in cui non sia andata a Messa e non abbia fatto la Comunione. Anche se lei non ne parlava molto, tutti noi sappiamo che la sua partecipazione quotidiana all'Eucaristia era al centro della sua vita. Poche cose erano rimaste così costantemente presenti nella sua routine quotidiana. Dovunque fosse o qualunque cosa facesse, cercava sempre di trovare una chiesa nelle vicinanze per ricevere i doni di Cristo. Il suo grande desiderio di questo quotidiano nutrimento spirituale spesso ti 'costringeva' a programmare le vostre gite in modo tale da poter entrambi assistere alla Messa ogni giorno prima di riprendere il viaggio.
Non credo di esagerare se dico che fu proprio la profonda e costante devozione della mamma all'Eucaristia uno dei fattori, se non il fattore principale, che determinò la mia decisione di farmi prete. Ecco perché questo Giovedì Santo è un giorno tanto importante. Questo giorno stabilisce fra noi un legame assai intimo. La morte di Cristo come è proclamata nell'Eucaristia ha dato significato alla nostra vita in un modo troppo profondo per poterlo spiegare. L'importante è comprendere che mediante la partecipazione all'Eucaristia, la nostra vita e la nostra morte vengono innalzate nella vita e nella morte di Cristo. Questa è una realtà abissalmente misteriosa, ma quanto più profondamente vi penetreremo, tanto più conforto e consolazione troveremo durante questi mesi di dolore. Molto prima che tu, la mamma o io nascessimo, la morte di Cristo era celebrata nell'Eucaristia. E così sarà celebrata molto tempo dopo che saremo morti. Durante i pochi anni della nostra partecipazione cosciente all'Eucaristia, la nostra vita e la nostra morte entrano a far parte di questa incessante proclamazione della vita e della morte di Cristo. Perciò oso dire che ogni volta che celebro l'Eucaristia e ogni volta che tu ricevi il corpo e il sangue di Cristo, ricordiamo non solo la morte di Cristo, ma anche la morte della mamma, perché era precisamente mediante l'Eucaristia che lei era così intimamente unita a lui.
Questo ci illumina e ci fa capire ancor meglio che, in e per mezzo di Cristo, la morte della mamma è stata una morte per te e per me. Essendo unita a Cristo nell'Eucaristia, lei ha anche partecipato della sua morte vivificante. Solo Cristo, il Figlio di Dio, ha potuto morire non per se stesso ma per gli altri. La condizione di umana fragilità e peccaminosità della mamma le ha impedito di morire per gli altri in totale abbandono di sé. Tuttavia, mangiando il corpo e bevendo il sangue di Cristo, la sua vita è stata trasformata nella vita di Cristo, e la sua morte è stata innalzata e introdotta nella morte di Cristo così che, vivendo con Cristo, lei ha potuto anche morire con lui. Quindi, è la morte di Cristo che dà significato alla sua morte. Perciò possiamo affermare con una certa audacia che lei è morta per noi. Forse la frase ((Cristo è morto per noi» non ci si era mai svelata prima nel suo pieno significato, non ci aveva colpito con tutta la sua evidenza, ed era rimasta per entrambi un'idea piuttosto astratta. Penso però che la morte della mamma ci possa offrire una prospettiva nuova per penetrare questo mistero centrale della nostra fede. Una volta che per noi comincia ad acquistare un senso che la mamma sia morta per noi, e una volta che riconosciamo che questo è stato possibile in virtù della sua intima unione con Cristo mediante l'Eucaristia, riusciamo anche a scoprire in un modo più personale il significato ultimo della morte di Cristo. La morte della mamma, allora, attira la nostra attenzione sulla morte di Cristo e ci invita a trovare in lui la fonte di. tutta la nostra consolazione e del nostro conforto.
Penso che tu non avresti detto nessuna delle cose che io ho cercato di dire oggi. Il linguaggio che ho usato non ti è di facile comprensione, e queste parole probabilmente non sono le parole che useresti tu. Ma, d'altra parte, so che quello che ti ho scritto non ti è estraneo e indifferente. Anche se hai condiviso la devozione della mamma all'Eucaristia durante la sua vita e anche tu come lei e con lei ricevevi regolarmente il corpo e il sangue di Cristo, nel corso degli ultimi sei mesi sei arrivato a comprendere che puoi sperimentare un legame permanente e indistruttibile con lei attraverso questo splendido sacramento. È mia grande speranza che tu possa trarre una forza sempre maggiore dall'Eucaristia. Da quando vivi solo e ti accade spesso di provare una dolorosa solitudine, i doni di Cristo, che è morto per te, possono unirti molto intimamente a lui e rivelarti in tal modo il senso più profondo della morte della mamma. L'Eucaristia non si può mai spiegare o comprendere pienamente. È un mistero in cui entrare e da sperimentare dall'interno. Ogni evento della vita può portarci ad una comprensione più profonda dell'Eucaristia. Il matrimonio ci rende capaci di comprendere più profondamente l'amore fedele di Dio come esso si esprime nella sua costante presenza tra noi; la malattia e la lotta interiore possono portarci ad un più stretto contatto con la potenza risanatrice dell'Eucaristia; il peccato e il fallimento personale possono portarci a sperimentare l'Eucaristia come sacramento del perdono. Quello che sto cercando di dire oggi è che la morte della mamma può aprirti gli occhi all'Eucaristia in quanto sacramento per mezzo del quale noi proclamiamo la morte di Cristo come una morte per noi, una morte in virtù della quale siamo generati ad una vita nuova. L'Eucaristia perciò ci può anche aiutare a prepararci alla nostra propria morte. Più riconosciamo l'Eucaristia come una proclamazione della morte di Cristo, e più cominciamo ad accorgerci che la nostra morte in comunione con Cristo non può essere vana.
Così, l'Eucaristia ci unisce e ci lega in modo molto profondo. È il cuore del mio sacerdozio; svela il senso più profondo della morte della mamma; ci aiuta a prepararci alla nostra morte; e soprattutto ci indica Cristo, che ci dona il suo corpo e il suo sangue come conferma costante che la morte non è più una ragione di disperazione ma è diventata, in e per mezzo di lui, il fondamento della nostra speranza. Perciò noi avremo il coraggio di cantare oggi nella liturgia: «Salutiamo la tua croce, nostra unica speranza» .