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giovedì 26 ottobre 2017

Mio fratello, il Papa



di Michael Hesemann (Avvenire)


Si intitola 'L’altro Francesco' il volume (Edizioni Cantagalli) che propone un ritratto inedito del Papa attraverso interviste a personalità della Curia Romana e della Chiesa mondiale, parenti e amici del Pontefice. Il libro curato da Deborah Castellano Lubov si apre con la prefazione del cardinale segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin. Di seguito pubblichiamo ampi stralci dell’intervista di Michael Hesemann a Maria Elena Bergoglio, sorella minore di papa Francesco.
Come ha vissuto l’Habemus papam?
Ero qui a casa con mio figlio, naturalmente avevamo la televisione accesa quando abbiamo visto la fumata bianca. Eravamo alle prese con le faccende quotidiane e intanto ci scambiavamo alcuni commenti nel sentire le storie dei cronisti. Mi era venuto un po’ da sorridere quando hanno parlato della “Stanza delle lacrime”, ma subito dopo ho pensato che l’eletto avrebbe sicuramente pianto nell’immaginare la piazza stracolma di persone che lo attendeva. Come si può non piangere? (In quell’esatto istante gli occhi di Maria Elena si sono velati di lacrime, ndr).
La sola cosa che ho sentito dell’Habemus papam è stata « Georgium Marium », Jorge Mario. Mi sono completamente sfuggiti il cognome e il nome assunto dal nuovo Papa tanto ero sconvolta e scioccata. Subito dopo casa mia è stata presa d’assalto dalle persone, erano tutti felici e il telefono ha continuato a squillare tutto il giorno. Da allora non riesco ancora a capire bene cosa sia accaduto in quel momento. Il giorno dopo le telecamere erano piazzate di fronte a casa mia già dalle sei del mattino. Era tutto così folle e allo stesso tempo meraviglioso! I giornalisti sono stati tutti molto gentili con me, quando ho spalancato la porta e gli sono andata incontro. Sono veramente grata a questi giornalisti per il riguardo e la gentilezza che mi hanno riservato.
Nonostante questo, lei ha visto come si è presentato ai fedeli dalla loggia della Basilica di San Pietro? Che effetto le ha fatto? C’era qualcosa di diverso in lui?
Naturalmente ho visto quando ha messo piede sul balcone, ed era lo stesso di sempre, lo stesso Jorge. Però ho avuto poco tempo di riflettere su queste cose, perché non appena è stato pronunciato il suo nome, casa nostra è stata invasa come da uno sciame di api, il telefono squillava continuamente e tutti ci hanno suonato alla porta: regnava il caos più totale. Quando, finalmente, ho avuto l’occasione di fermarmi a pensare, di riguardare le immagini, ho avuto l’impressione che fosse molto felice in quel momento. Sembrava come se lo Spirito Santo fosse realmente con lui. Credo anche che fosse contento come non mai. Era già vicino alla gente qui in Argentina, ma ora sembra ancora più vicino a loro, ha più possibilità di esprimere i suoi sentimenti e penso che lo Spirito Santo lo stia aiutando. Mi rende molto felice vedere in che modo mio fratello si sia adattato a questo nuovo ruolo (...).
Quali sono i primi ricordi legati a suo fratello?
Jorge Mario era ed è mio fratello e il mio migliore amico. Ha dodici anni più di me, e quindi i miei primi ricordi legati a lui risalgono a un periodo in cui lui era ormai quasi adulto. Era sempre divertente e mi ha molto sostenuto, come si addice a un fratello maggiore. Quando avevo otto anni, se n’è andato via di casa per entrare in Seminario, ma siamo rimasti sempre in contatto. Ci scrivevamo delle lettere, ci telefonavamo. Avevamo una specie di rapporto a distanza, era sempre presente nella mia vita, anche se eravamo lontani e continuerà ad esserlo anche ora.
Com’era da ragazzo suo fratello, che hobby aveva?
Leggeva con piacere e amava il calcio, che era la sua più grande passione. Giocava sempre nella piccola piazza Herminia Brumana all’angolo di casa nostra, su via Membrillar. Amava la musica classica, come del resto tutti noi, ma era un ragazzo normalissimo e con tanti amici. Nella sua giovinezza ascoltava la musica tipica di quegli anni, andava alle feste con i suoi amici e aveva un debole per il ballo.(...)
Tuttavia, in seguito si è ammalato gravemente a causa di una polmonite…
In quel periodo era già in Seminario. Mi ricordo ancora però del grave pericolo che corse e di come stavamo tutti in ansia per lui, perché stava per morire. I medici scoprirono tre cisti nel polmone destro, e furono costretti ad operarlo per rimuovere la metà superiore del polmone. Si era ripreso in fretta ma non poté più partire missionario, perché i suoi superiori non glielo permisero per la salute cagionevole (...).
In che modo suo fratello intende cambiare la Chiesa di Roma?
Molto cose cambieranno. Siamo testimoni di continue novità, come ad esempio il fatto che non abbia scelto come residenza il Palazzo Apostolico. Jorge mi ha confessato che il suo sogno è una Chiesa per i poveri. Questo è l’obiettivo che intende perseguire: una Chiesa libera dalle ricchezze e dai privilegi, con dei pastori che hanno «l’odore delle pecore», che non si isolano, che non si sentono superiori ai fedeli o evitano qualsiasi contatto con loro, pastori che vivono tra la gente e a servizio delle persone. Jorge con i suoi gesti sta introducendo cambiamenti importanti nella Chiesa. Per questo motivo si è rifiutato di indossare le scarpe rosse che, per lui, rappresentano il simbolo della monarchia; il papa è il Servo dei servi di Dio! Occorrerà un po’ di tempo per dare un nuovo volto alla Chiesa, perché occorre un processo lento. Credo che ci saranno cambiamenti nella Curia romana, molti cardinali stanno reagendo ai suoi gesti con uno spirito di emulazione. Jorge comunica attraverso il suo esempio, non solo con le parole.
In Europa ha suscitato molto entusiasmo!
Sono molto contenta dell’accoglienza che ha avuto in Europa. Lui rappresenta una rivoluzione per l’Europa e per il mondo. Chi vuole essere l’artefice di un cambiamento deve prima di tutto cambiare se stesso. Questo accade nella vita di tutti i giorni. Occorre avere fiducia nella misericordia di Dio, perché dietro a quello che fa Jorge come papa c’è Gesù. Non possiamo mai perdere di vista Gesù.
Riuscirà a imporsi?
Non ho alcun dubbio. Ha un carattere forte, anzi, direi fortissimo, crede fermamente nelle cose di cui è convinto, nessuno sarà capace di dissuaderlo. Jorge non riesce a fare dei compromessi quando è convinto di qualcosa. Sarà un buon Papa, perché ne ha la stoffa!
Fino a che punto Jorge Mario Bergoglio potrà essere allora papa Francesco? Sarà capace di tenere duro?
Francesco continua a essere Jorge e porta il Vangelo nel cuore, questo l’aiuterà ad essere un buon Papa. Dobbiamo pregare per lui (...).

Il volume. Il Pontefice nel racconto di chi lo conosce bene

Il libro L’altro Francesco. Tutto quello che non vi hanno mai detto sul Papa (Edizioni Cantagalli, pagine 208, 16 euro), racconta la figura del Pontefice attraverso autorevoli voci di personalità della Curia Romana e della Chiesa cattolica, parenti e amici di Jorge Mario Bergoglio. È curato da Deborah Castellano Lubov corrispondente dal Vaticano per l’edizione inglese di Zenit international news agency. Dalle quattordici interviste di cui si compone il volume, emerge un vivido ritratto del Papa e un variegato ventaglio di punti di vista attorno alle questioni salite con lui alla ribalta dell’attualità, con speciale attenzione al grande tema della dignità dell’uomo. Oltre alla sorella del Pontefice, Maria Elena Bergoglio, parlano i cardinali Kurt Koch, Peter Kodwo Appiah Turkson, Gerhard Ludwig Müller, Wilfrid Fox Napier, George Pell, Timothy Dolan, Charles Maung Bo. E, ancora, gli arcivescovi Georg Gänswein, Joseph Edward Kurtz e Fouad Twal, padre Federico Lombardi, l’orafo Adrian Pallarols e il rabbino Abraham Skorka. La prefazione è del cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin.
Avvenire
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Esce il 30 ottobre in Argentina un libro di conversazioni con il Pontefice



Sei capitoli. Esce il 30 ottobre in Argentina Latinoamérica, un libro di quasi duecento pagine che raccoglie le lunghe conversazioni di Papa Francesco con il giovane giornalista uruguyano Hernán Reyes Alcaide, corrispondente da Roma e dal Vaticano dell’agenzia di stampa argentina Télam, che lo presenta in questo articolo scritto per «L’Osservatore Romano». Edito da Planeta, il libro è aperto da uno scritto dell’autore e da una breve introduzione del Pontefice sul ruolo della Chiesa in America latina, dove vivono quasi la metà dei cattolici di tutto il mondo. Le conversazioni con il Pontefice sono suddivise in sei capitoli e completate da sette discorsi che il Papa ha tenuto in Brasile, Ecuador, Bolivia, Paraguay, Cuba, Messico e Colombia. 
(Hernán Reyes Alcaide) La visione di Francesco sull’America latina ma anche uno sguardo sul pontificato visto in prima persona dal primo Papa che viene da quella parte del mondo. È questo in sintesi il filo che lega i quattro incontri con il Pontefice svoltisi l’estate scorsa, tra luglio e agosto, a Santa Marta.
Ma l’idea del libro aveva cominciato a delinearsi più di un anno fa, a bordo dell’aereo papale in volo verso l’Armenia il 24 giugno 2016, quando ho consegnato a Francesco un video sui progressi dei lavori sull’Archivo Alberto Methol Ferré, portati avanti dall’università di Montevideo, in Uruguay, che raccoglie scritti, documenti e la biblioteca personale dello storico rioplatense, uno dei più importanti intellettuali cattolici latinoamericani del Novecento.
Quel breve incontro mi ha fatto ripensare ad alcune dichiarazioni preveggenti di Methol prima del conclave del 2005: «Non è il momento di un papa latinoamericano» aveva detto allora l’intellettuale uruguayano al quotidiano di Buenos Aires «La Nación», per poi aggiungere: «Sono un grande sostenitore di Joseph Ratzinger. Penso che sia l’uomo più indicato per essere Papa in questo momento».
Da quel breve dialogo con il Papa a diecimila metri di quota è nata una prima domanda, che è però rimasta in attesa di risposta: condivideva il cardinale Jorge Mario Bergoglio quell’affermazione del suo amico Methol?
Un secondo detonatore ha accelerato l’iter del libro. Di fatto, l’avvicinarsi del decimo anniversario della quinta Conferenza dell’episcopato latinoamericano che si era tenuta ad Aparecida, in Brasile, nel maggio 2007, è apparso come un’occasione unica per cercare di tracciare un primo bilancio di quell’incontro, dove l’arcivescovo porteño aveva presieduto la commissione incaricata di preparare il documento finale.
Quella conferenza ha avuto una continuità concreta già nei primi mesi del pontificato di Francesco: il documento di Aparecida è stato il libro che hanno ricevuto dalle mani del Papa i primi governanti latinoamericani che gli hanno reso visita in Vaticano nel 2013.
Così, questo decimo anniversario è stata un’occasione per proporre al primo Papa venuto dall’America latina nella storia quasi bimillenaria della Chiesa cattolica di fare una riflessione che includesse la rivisitazione di alcuni aspetti centrali del documento di Aparecida: la missione continentale; la religiosità o pietà popolare; la definizione di continente della speranza, con cui Benedetto XVI si era presentato davanti ai vescovi latinoamericani; le sfide pastorali e la definizione di “esclusi” e “scartati” che si è poi sviluppata fino a diventare parte costitutiva del suo magistero.
Il contesto mondiale della conferenza di Aparecida aveva poco a che vedere con quello attuale in molte parti del pianeta. L’America latina è forse la parte del mondo che da allora ha sperimentato più cambiamenti. La regione si trovava in un ciclo positivo di crescita economica che era la cornice della convivenza di diverse esperienze, ognuna con le sue sfumature, con orientamenti popolari soprattutto in Brasile, Argentina, Uruguay, Cile, Bolivia. Secondo la Commissione economica per l’America latina e i Caraibi (Cepal), tra il 2003 e il 2007 si è registrata la crescita maggiore del prodotto interno lordo per abitante dagli anni settanta, con quattro anni consecutivi di crescita superiore al 3 per cento annuale. Per il 2017, dopo due anni di recessione nelle economie latinoamericane, lo stesso organismo ha previsto un tasso tre volte inferiore e ha prospettato una crescita economica limitata all’1,1 per cento.
In questo stesso decennio il conclave ha scelto un gesuita latinoamericano come massima autorità dei 1285 milioni di cattolici che vivono nei cinque continenti. Il 49 per cento di questi vive nei paesi latinoamericani, negli Stati Uniti e in Canada dove vivono moltissimi latinos. Le conversazioni con il Pontefice raccolte in questo libro cercano di essere un ponte tra la loro storia e il vescovo di Roma.
All’inizio Latinoamérica ricorda appunto la quinta Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida, che nel 2007 ha segnato in qualche modo, secondo non pochi osservatori, l’inizio concettuale del pontificato. Nei fatti è indubbio e molto rilevante il ruolo svolto in quella conferenza dall’arcivescovo di Buenos Aires.
«Fin dall’inizio Bergoglio ha incoraggiato un’ampia e libera partecipazione. Il linguaggio e gli accenti di Bergoglio sono infatti ovunque, benché il documento sia un’autentica opera collettiva con uno stile eterogeneo e a più mani» ha affermato anni dopo il rettore dell’Università cattolica argentina, Víctor Manuel Fernández.
Nella prima parte del libro Francesco ribadisce le sue critiche al clericalismo. Il Papa parla poi dei preti che ogni giorno lavorano nelle villas argentine, nelle favelas brasiliane e in altri luoghi di esclusione delle grandi città latinoamericane. Il Pontefice riconosce concretamente come gli abitanti dei quartieri poveri del continente sentano quei sacerdoti appartenenti alle loro comunità, poiché vivono come loro condividendo timori, sogni e insicurezze.
Con fermezza, ma con la semplicità del pastore che sa bene quanto sia diffuso il bisogno della parola del Papa, Francesco chiede rispetto e affetto di fronte alle realtà diverse che compongono la Chiesa in America latina.
Nel secondo capitolo entrano in scena vari assi sociali. Così, Francesco esamina con grande attenzione il ruolo delle donne nella Chiesa in quella parte del mondo e indica con precisione la differenza tra la definizione di popolare e populismo nel contesto dell’abuso, molte volte con tono spregiativo, di termini che hanno diversi significati da un lato all’altro dell’Atlantico.
Il Pontefice, senza trascurare la sua preoccupazione per il popolo fedele di Dio, risponde, per esempio, alla domanda sulle sfide pastorali di un fenomeno che Aparecida aveva intravisto e che è aumentato in modo esponenziale: le altissime concentrazioni nelle periferie delle metropoli sudamericane.
Le complesse realtà su cui il Papa risponde non sono poche: per esempio su come parlare ai giovani di oggi che sono, in molte parti del pianeta, persino del cosiddetto primo mondo, emarginati nella droga e nella delinquenza per la mancanza di opportunità.
Nel mondo carcerario, riconosce il coraggio delle donne di fronte agli organismi penitenziari ed evidenzia l’esempio di quei detenuti che attraverso il lavoro riescono a reinserirsi nella società. Visione sociale e visione pastorale s’intrecciano nelle sue parole per sottolineare il bisogno di un orizzonte di speranza per la popolazione carceraria non solo in America latina.
Il diritto al lavoro quale asse centrale del discorso di Francesco, come ha già sostenuto nel corso dell’anno in diverse visite in città italiane, in questa parte del libro diventa un tema centrale. Rivisitando in parte l’esortazione apostolica Evangelii gaudium e aggiungendo nuovi punti di vista, il Pontefice afferma che cercare di offrire una vita dignitosa attraverso l’accesso al lavoro può essere etichettato negativamente solo quando lo si fa a partire da un’ideologia di accentuato, e forse estremo, neoliberalismo.
La conversazione si è poi incentrata su due esperienze nate in America latina e poi diventate assi centrali del suo pontificato: il dialogo tra le religioni e l’ecumenismo. In queste pagine Bergoglio rivela l’origine familiare, nella Buenos Aires dove è nato, cresciuto e maturato, della sua presa di coscienza di questi temi.
Nel quarto capitolo si delinea l’identikit del politico cattolico latinoamericano. In questa parte del libro Francesco si pronuncia su temi come la corruzione, la vicinanza al prossimo, il modo in cui la Chiesa parla ai politici, e fa un appello a favore della democrazia. Il Papa chiede una vita cristiana che finisca col contagiare tutte le attività del politico che si riconosce cattolico e che non si riduca all’andare a messa.
Perché il Pontefice distingue il corrotto dal peccatore? Nella spiegazione il Papa procede in modo dettagliato, con un’ottica teologica che mette il perdono al centro. Le sue considerazioni, che integrano l’appello ai laici, finiscono con un forte invito a custodire appunto la democrazia.
Dopo l’annuncio del sinodo sull’Amazzonia convocato per l’ottobre del 2019, il quinto capitolo si diffonde sulla difesa della biodiversità e, accanto a essa, su un altro asse definito ad Aparecida: la sociodiversità. A che punto sta il continente? La xenofobia sottile, che era stata al centro di una sua omelia nel quartiere della Boca quando era arcivescovo, può portare a ulteriori forme di violenza?
Il Pontefice definisce poi l’enciclica Laudato si’, pubblicata nel 2015 e adottata come tabella di marcia in vari paesi, uno scritto sociale e ricorda la sua origine. Rifiutando, in modo deciso, che la si cataloghi solo come enciclica “verde”.
Le conversazioni si concludono su una serie di temi raggruppati come sfide della regione e a partire dalla regione, dove Bergoglio riflette con uno sguardo pastorale sulle nuove realtà latinoamericane. Francesco coglie anche l’occasione per ricordare alcune figure dimenticate, che hanno invece avuto un ruolo centrale nel cattolicesimo, da san Pietro Claver a Bartolomé de las Casas.
Così, gli accordi di pace in Colombia, dove il Pontefice è stato nello scorso settembre, fanno parte della sua riflessione sulla riconciliazione e sull’amicizia. E dinanzi alle nuove realtà che le migrazioni presuppongono come nuovo fenomeno demografico, Bergoglio spiega che cosa significa dal punto di vista delle sfide pastorali l’aumento della popolazione di origine latina negli Stati Uniti.
Nella parte finale si sofferma sulla figura di Paolo VI, forse il grande ignorato della storia recente. Sottolinea la sua importanza pastorale per l’America latina e l’influenza dell’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi pubblicata nel 1975 per il documento di Aparecida e per la stessa Evangelii gaudium.
Conoscitore di un continente che ha visitato cinque volte dalla sua elezione nel conclave del 2013, incontrando in questi anni una ventina di suoi governanti, il Papa è chiaro nell’ammonire contro la mancanza di progetti in quella patria grande di cui ricorda alcuni precursori, come José de San Martín e José Gervasio Artigas.
L'Osservatore Romano

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Bergoglio e i libri di Esther


di Andrea Tornielli (Vatican Insider)

Nello Scavo – nomen omen – è un cronista di razza in servizio al quotidiano cattolico Avvenire, e ha un’innata vocazione a “scavare” nelle vicende umane: non si accontenta della superficie, del detto e ridetto o dei lanci di agenzia. Cerca testimonianze di prima mano, riscontri documentali, fonti certe. Ha faticato non poco negli anni scorsi per la sua poderosa inchiesta sulla cosiddetta “lista Bergoglio”, andando a scovare e convincendo a parlare alcuni (riluttanti) testimoni del periodo della dittatura argentina salvati dall’arresto e con ogni probabilità da torture e morte certa, grazie all’intervento discreto e sotterraneo del gesuita che sarebbe diventato Pontefice. 
  
Non poteva esimersi dall’indagare anche sull’amicizia tra Jorge Mario e Esther Balestrino, sua insegnante al laboratorio di chimica la quale, da madre di famiglia invisa al regime dei militari per le sue idee marxiste, affidò a Bergoglio la sua biblioteca. Lui la nascose e la custodì senza distruggerla, come avrebbe potuto fare anche a motivo del rischio che correva nel conservarla, per restituirla poi ai familiari della donna, nel frattempo desaparecida, uccisa dal regime. È nato così “Bergoglio e i libri di Esther” (Città Nuova, pp.104, € 12,00), un agile volume frutto di un’inchiesta condotta come sempre sul campo da Nello Scavo, che oltre a raccontare la storia della biblioteca nascosta, trova il modo di aggiungere pagine significative su nuovi testimoni “salvati” da Bergoglio. 
  
«L’amicizia tra il futuro papa e la dottoressa che parlava di Marx – scrive l’autore - scoppiò per caso. Erano gli anni Cinquanta. L’Europa puzzava ancora di macerie e di polvere da sparo. La terra promessa era a cinque fusi orari da attraversare a ritroso. 
Jorge Mario Bergoglio incontrò Esther Ballestrino appena dopo il diploma. Il promettente figlio di immigrati italiani stava provando la strada che lo avrebbe potuto portare a una laurea. Esther era medico biochimico farmaceutico. Nel Paraguay degli anni ’40 era stata un’attivista marxista, fondatrice del primo movimento per la difesa dei diritti delle donne e dei lavoratori nelle campagne. Si attirò l’inimicizia di autorità e latifondisti, che poi erano la stessa cosa. Scelse l’esilio in Argentina. Non sarebbe stato il primo. Tra alambicchi, reagenti, microscopi e camici bianchi, Bergoglio non apprendeva solo la cultura del lavoro. Esther era meticolosa, gli faceva ripetere gli esami chimici, ragionava da scienziata: la ragione sostenuta dall’esperienza empirica». 
  
Di Esther, incontrata nel 1953 quando aveva 17 anni, il futuro Papa aveva già parlato nel libro-intervista con Sergio Rubin e Francesca Ambrogetti, “El Jesuita”: «Esther Ballestrino de Careaga, una paraguayana simpatizzante comunista. Le volevo molto bene. Ricordo che quando le portavo i risultati di un’analisi mi diceva: Però, come hai fatto in fretta! E subito dopo mi chiedeva: Ma questo test l’hai fatto? E io le rispondevo che non ce n’era bisogno perché, dopo tutti i test fatti prima, il risultato doveva essere più o meno quello. No, le cose vanno fatte per bene, mi rimproverava lei. Insomma, quello che mi stava dicendo era che il lavoro va sempre preso con molta serietà. Davvero, una grande donna a cui devo molto». 
  
Dopo il golpe del 24 marzo 1976 in Argentina, Esther chiese e ottenne il riconoscimento della condizione di rifugiata dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i profughi, ma ciò non impedì che la sua abitazione venisse più volte perquisita e che i suoi familiari venissero arrestati. Il 13 settembre 1976 fu sequestrato il genero Manuel Carlos Cuevas, marito della figlia Mabel; il 13 giugno 1977 venne arrestata la figlia Ana María, di soli 16 anni e incinta di tre mesi, che fu torturata nel centro clandestino di detenzione Club Atlético e liberata solo in ottobre. Del fidanzato, invece, si sono perse le tracce. È uno dei 30mila desaparecidos argentini. 
  
Esther partecipò alle prime riunioni delle Madres de Plaza de Mayo – le donne che, indossando un fazzoletto bianco sul capo, sfilavano per le vie della capitale invocando la liberazione dei propri figli detenuti e scomparsi –, collaborò con i Familiares de Desaparecidos y Detenidos por Razones Políticas e con la Liga Argentina por los Derechos del Hombre. E aderì anche alle riunioni organizzate da un gruppo di giovani militanti della Vanguardia Comunista nella chiesa di Santa Cruz, nel quartiere di San Cristobal a Buenos Aires. Quando la figlia Ana María venne liberata, Esther decise di rifugiarsi con le tre figlie in Brasile e poi in Svezia. Mise al sicuro le figlie ma lei decide di rientrare in Argentina allo scopo di proseguire la propria attività con le Madres de Plaza de Mayo. Venne arrestata e fatta sparire. Invano padre Jorge Mario, come già aveva fatto con tante altre persone, tentò di avere informazioni. 
  
È lo stesso Bergoglio a raccontare che cosa era accaduto prima dell’arresto e della scomparsa della sua insegnante, nel 1978: «Esther una volta mi chiamò e mi chiese: ehi, puoi venire a casa mia, che mia suocera sta male e voglio che tu le dia l’estrema unzione? Mi sembrò strano perché non erano credenti, nonostante la suocera lo fosse; era abbastanza devota, però mi sembrò strano. Quando entrai nell’appartamento, Esther mi rivelò il vero motivo di quell’urgenza. Mi chiese dove potevamo nascondere la biblioteca, perché la tenevano sotto sorveglianza. Le avevano già sequestrato una figlia e poi l’avevano rilasciata. Esther aveva tre figlie». I resti di Esther Ballestrino, vittima della repressione della dittatura militare, sono stati identificati nel luglio 2005. 
  
Il mistero della biblioteca marxista della donna è durato quattro decenni. E quasi per caso è stato risolto durante la visita di Papa Francesco in Paraguay, nel 2015. Alcuni testimoni avevano ipotizzato che Bergoglio, ricorda Nello Scavo, «avesse ragionevolmente distrutto i libri, probabilmente bruciati per far sparire ogni traccia. Un gesto finito addirittura in un frettoloso film italiano sul pontefice. Ma nessuno aveva assistito al rogo: e dunque, mi dicevo, non si può escludere che i libri siano invece stati custoditi in qualche nascondiglio. Se la distruzione di quelle opere sarebbe stata una scelta normale agli occhi di chi ricostruisce quei giorni con lo sguardo dell’oggi, non è detto che sarebbe stato altrettanto logico per chi quell’epoca l’ha vissuta in prima linea. Distruggere i libri, inoltre, rientrava nella simbologia della dittatura». 
  
«Diversi gesuiti del Collegio di San Miguel, mentre svolgevo le ricerche per i miei due libri (La Lista di Bergoglio, pubblicato anche in Argentina dalla Editorial Claretiana; e successivamente I salvati e i sommersi di Bergoglio, uscito in Italia), mi avevano detto – racconta Scavo - che nella biblioteca del collegio erano stati nascosti dei “libri comunisti”. Che si trattassero dei volumi affidati da Esther a padre Jorge era solo un’ipotesi». 
  
Le figlie di Esther sull’argomento hanno sempre glissato. Perché? Perché anche loro, è l’ipotesi dell’autore del libro, avrebbero dovuto rispettare quel tacito patto del silenzio a cui molti tra i salvati da Bergoglio avevano tenuto fede per quasi quattro decenni? Nel 2015, durante la visita in Paraguay, Francesco compie uno dei suoi fuori programma. Se ne accorge il portale web “Terre d’America”, diretto da Alver Metalli, che per primo riferisce dell’incontro ad Asunción tra le figlie di Esther e il Pontefice.

giovedì 19 ottobre 2017

Lasciare le chat e riscoprire le relazioni



"Il cambio di cultura deve avvenire tra i giovani Devono lasciare le chat e riscoprire le relazioni"
La Stampa

(Andrea Tornielli) Il cardinale Ravasi: il mondo maschile non è ancora sensibile al problema. «Contro i femminicidi non serve l' educazione sessuale, perché i ragazzi di oggi sanno già tutto. Serve un' educazione culturale». Il cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio per la cultura, parla avendo ancora davanti agli occhi le domande emerse dagli studenti delle scuole romane nei due incontri del Cortile dei Gentili dedicato al tema della violenza sulle donne. Perché in un' epoca sempre più attenta alla parità fra uomo e donna assistiamo a questi sfoghi di violenza? 
«Il livello di omicidi in Italia è tra i più bassi del mondo, ma è tra i più alti, invece, il livello dei femminicidi. Significa che all' origine c' è un elemento culturale, legato al maschilismo e a una società che considerava la donna come un essere inferiore. Ricordiamoci poi che solo negli Anni 80 in Italia è stato abolito il delitto d' onore». Quali sono le origini del fenomeno? «Già Martin Buber osservava che esistono due tipi di relazioni: quella "io-tu" e quella "io-esso". Nella prima, l' altra persona è un "tu". Nella seconda, l' altro è un oggetto. Nel femminicidio il maschio considera la donna, il suo "esso", non vuole che qualcuno gli strappi ciò che considera un suo possesso. È la "cosificazione" della persona, ridotta a oggetto. Ciò è favorito da una perversione della categoria sesso. Nella nostra natura umana sono insiti tre livelli di rapporto: il primo è quello sessuale, fondamentale e istintivo. Poi c' è quello dell' eros, che comincia a essere una realtà non più solo istintuale e animale: la scoperta della bellezza, della tenerezza, della fantasia. Il terzo, che chiamiamo amore, è squisitamente umano ed è al livello più alto. È ancora così per le giovani generazioni? «La cultura contemporanea ha semplificato questi livelli. I ragazzi hanno rapporti sessuali a 14-15 anni. Magari c' è un barlume di affetto, ma inserito in una serie di esperienze di possesso. L' idea di possesso ce l' hanno nel cervello. Quando sono innamorati, la relazione normale avviene attraverso i messaggi con lo smartphone, con relazioni fredde. Bisogna insegnare ai ragazzi la tenerezza, che fa parte dell' eros, e i sentimenti, perché non vivano solo il possesso. Fino a qualche anno fa, nella relazione interpersonale tradizionale c' era contatto di sguardi, di colori, di odori. Oggi la relazione avviene nelle chat. È il problema del transumanesimo. Non serve l' educazione sessuale perché i ragazzi sanno già tutto. Serve un' educazione culturale, non solo psicologica. Uno dei prodromi del femminicidio è il non essere mai capace di considerare l' altro come un pianeta a sé, che ha una sua autonomia, e non una cosa da possedere». Quando accadono questi fatti di cronaca si discute molto. E poi? «Ci sono le analisi e i dati dei sociologici. Manca il punto di vista antropologico. Fa paura la domanda sul perché, sulle cause profonde. Qui c' entra il discorso del peccato e della libertà della persona. Come leggiamo nel romanzo "Sonata a Kreutzer" di Tolstoj: quando non custodisci il sentimento, puoi trapassare dall' amore all' odio. E ci sono casi in cui il mistero del male è evidentissimo: pensiamo alla perversione di uccidere la figlia della propria ex compagna per provocarle un dolore indicibile, com nel recente assassinio di Nicolina». Come si può cercare di invertire questa tendenza? Qual è il ruolo della cultura? «È mutato l' ambiente, l' atmosfera che respiriamo. Anche se ci sono agenzie educative come la scuola o la Chiesa, è difficile creare un' atmosfera diversa: come fai a insegnare ai ragazzi ad avere una relazione vera? La cultura contemporanea non dà questo aiuto, e il web va in tutt' altra direzione, veicolando violenza. Ma non ci si deve rassegnare: cultura e comunicazione non dovrebbero limitarsi a registrare i fatti di cronaca, ma riflettere in profondità. La cultura qualcosa di più potrebbe fare». Papa Francesco insiste sulla valorizzazione della donna nella Chiesa: a che punto siamo? «In passato non è stato fatto molto. È interessante ribadire la funzione di Maria. Il Papa ha detto una cosa rilevante superando la logica "clericale" che sta alla base anche della richiesta del sacerdozio femminile: ha ricordato che nella Pentecoste ci sono gli apostoli - i vescovi - ma al centro c' è Maria, che non è sacerdote, ma conta più di tutti loro. Bisogna scoprire la funzione "gerarchica" di Maria e, per analogia, anche quella della presenza femminile nella Chiesa. C' è poi la Maddalena, una santa calunniata perché considerata una prostituta (mentre il Vangelo in realtà non dice che lo fosse): nella Chiesa dovrebbe esserci uno spazio alto, rilevante, per riconoscere tutte le vittime in campo femminile, le donne che hanno vissuto un' esperienza negativa».

domenica 26 marzo 2017

Niente nebbia a MIlano



La città della gioia

di ENZO BIANCHI
Si è diradata subito la nebbia a Milano: appena papa Francesco ha fatto ingresso in città fermandosi tra la gente di un quartiere popolare di periferia, tutti hanno capito che sarebbe stata una giornata solare, una giornata in cui non solo la diocesi ambrosiana, ma tutti gli abitanti di una metropoli multiculturale e multireligiosa avrebbero accolto come dono e impegno quell’invito inaugurale: “Lasciamoci restaurare dalla misericordia di Dio!”. Papa Francesco non è venuto a Milano per ricorrenze, anniversari o eventi particolari, ma solo per incontrare gli uomini e le donne di quella terra, per stare con loro e in particolare con quelli tra loro più deboli ed emarginati, a cominciare da tre famiglie sofferenti delle Case Bianche. Non a caso la sosta più lunga e più raccolta – congedato tutto il seguito e preso con sé solo il pastore di quella chiesa – papa Francesco ha voluto trascorrerla in carcere, in quel San Vittore che nella sua storia ha visto e nascosto tortura, morte, sofferenza e disperazione: una casa di “pena” che per tre ore è stata visitata da un padre che non si sentiva diverso da quei figli e che voleva comunicare loro la misericordia di Dio, affinché le loro vite potessero essere restaurate. Ancora una volta i gesti di questo papa contano molto più delle sue parole.
In duomo, papa Francesco nella “collatio” – forma che predilige per tessere un vero dialogo – ha ancora una volta chiesto di non avere paura delle sfide, anzi di imparare a farne occasioni di maturazione, a ritenerle un antidoto alle ideologie religiose sempre minacciose. Ha anche ricordato con forza che la diversità, la pluralità sono una ricchezza per la società e la comunità cristiana perché il cristianesimo nasce plurale, cresce nell’incontro di culture e di popoli diversi, contro ogni logica fondamentalista. E se anche oggi le comunità cristiane conoscono la situazione della minoranza, resta decisivo il fatto che siano minoranze significative: cristiani che si contano, che confidano nel loro numero, che si vogliono maggioranza e tentano di occupare spazi nella società, contraddicono la logica del Vangelo, quella del lievito che fa fermentare la pasta e non diventa esso stesso pasta.
Papa Francesco è consapevole che in questa stagione che rappresenta “un cambiamento d’epoca, più che a un’epoca di cambiamenti”, i cristiani devono attenersi con ancora maggior forza ai principi di “solidarietà, ospitalità e misericordia”, per rispondere alle sfide che il mondo contemporaneo pone alla chiesa. Si tratta allora, ha ricordato papa Francesco ai milanesi, di trovare il tempo per dedicarlo “all’amicizia, alla solidarietà, alla memoria” così da poter ispirare nella società “speranza qui e ora”.
Il vescovo di Roma ha voluto offrire alla chiesa di Sant’Ambrogio queste tre chiavi per rinnovare la “grande missione di Milano”, lanciata dall’arcivescovo Montini sessant’anni fa: fare memoria del passato, essere consapevoli di appartenere alla realtà universale, mai localistica, del “grande popolo di Dio” e credere nella “possibilità dell’impossibile”.       In questo compito, il papa ha esortato a “non avere paura di abbracciare i confini”, abbattendo muri e barriere: allora ricordare “da dove veniamo, quello che i nostri avi hanno passato”, la loro laboriosità fornirà i criteri di discernimento per costruire insieme una sana convivenza ed evitare oggi che “fratture e divisioni siano l’unico modo di risolvere i conflitti”. Allargare la propria appartenenza al “grande popolo di Dio” significherà riconoscere la diversità come ricchezza, l’integrazione delle differenze come potenzialità di vita, “la novità che viene dagli altri” come risorsa per il bene comune. E il non confidare solo nelle proprie forze, il non lasciarsi “rinchiudere nelle proprie idee, limiti e capacità” renderà presente nel quotidiano quell’“impossibile” che Dio rende possibile grazie alla fatica di tanti uomini e tante donne impegnati e creativi.
Con questa visita a Milano papa Francesco ancora una volta chiede alla chiesa italiana un mutamento, una conversione da attuare senza paure e smarrimenti ma con gioiosa e grande speranza. Le tracce per questo cammino sono quelle date nella Evangelii gaudium, all’inizio del suo pontificato: sì, ci sono ancora molte resistenze e sordità in tante chiese locali, ma papa Francesco non demorde e continua a scuotere i cattolici con una forza e una convinzione che a volte sconcerta e crea opposizioni, perché è la forza stessa del Vangelo.
Pubblicato su: La Repubblica

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Fatti di Vangelo

di Andrea Tornielli
“Cerco fatti di Vangelo” è il titolo di una serie di libri (finora se non erro, tre) nei quali un amico e per me un vero maestro, Luigi Accattoli, ha raccolto storie di fede vissuta nella vita quotidiana. Mi è tornato in mente ieri sera, quando, distrutto per la giornata trascorsa a seguire la visita di Francesco a Milano, ho ripensato ai momenti più belli e intensi. Vi propongo due video che ho realizzato.
Nel primo don Augusto Bonora, il parroco di San Galdino, la parrocchia che sorge di fronte alle Case Bianche di via Salomone visitate dal Papa, racconta ciò che è accaduto quando Francesco è entrato nelle abitazioni di tre famiglie.
Nel secondo Dori Falcone, una delle persone che ha accolto il Papa in casa, racconta come è avvenuto l’incontro. Su Vatican Insider ieri avete potuto seguire passo dopo passo la visita, ma ho scelto questi due momenti per il motivo che ora vi spiego.
Nel video del parroco, ad un certo punto lo vedrete commuoversi per un momento, quando racconta ciò che ha fatto Dori Falcone, la donna che assiste da anni il marito immobilizzato a letto e alimentato artificialmente: sapendo che era stata scelta lei per ricevere il Papa, tante altre persone del grande condominio popolare le avevano rivolto richieste. Volevano una foto, una preghiera, una benedizione per un malato. Così lei, la notte, ha pensato di impastare il pane e sfornare dei piccoli panini da far benedire al Papa perché poi potessero essere donati agli altri ammalati.
Francesco ripete che si va nelle periferie geografiche ed esistenziali (e quelle di due delle tre famiglie visitate ieri dal Papa erano sia geografiche che esistenziali, in quanto segnate dalla malattia) non tanto per portare qualcosa ma per cercare qualcosa, cioè per cercare e riconoscere il volto del Signore, per toccare la sua carne in quella di chi soffre. In quel momento di commozione del parroco c’è proprio questo. Con il suo gesto Dori ci ha evangelizzati. Ha pensato di moltiplicare il grande dono ricevuto, non ha pensato solo a se stessa o ai selfie con il Papa. Ha pensato a chi vive situazioni simili alla sua.
Per incontrare il Signore bisogna essere ancora in grado di commuoversi, di piangere, di riconoscerlo in chi pur tra mille difficoltà della vita e tra tante sofferenze, ci testimonia che cosa siano l’amore, la dedizione e il non guardare solo a se stessi.
Mi hanno colpito poi altre due cose. La prima è stata il silenzio sorridente del Papa, che in questa casa quasi non ha parlato, ma ha abbracciato, benedetto, toccato il pane che doveva essere distribuito agli altri. La seconda sono le parole – le trovate nel video – con le quali Dori ha descritto la giornata di ieri alle Case Bianche come un giorno di festa, una domenica dei vecchi tempi. Quando ancora la domenica era domenica. C’è una nostalgia in queste parole ma anche una constatazione: non è impossibile che riaccada la festa, che si vivano rapporti autentici di fraternità, che l’amore evangelico sia un pane profumato e condiviso.

mercoledì 22 marzo 2017

Parolin: “Per rispondere ai populismi serve la buona politica”

Parolin: “Per rispondere ai populismi serve la buona politica”
Vatican Insider


(Andrea Tornielli) Intervista con il Segretario di Stato alla vigilia della celebrazione dei Trattati di Roma: «Dai cristiani non ci si aspetta che dicano cosa fare, ma che mostrino con la loro vita la via da percorrere». «I populismi sono il segno di un malessere profondo percepito da molte persone in Europa» . Inquietudini «autentiche» che «non possono essere in alcun modo eluse», alle quali si risponde «con più politica», e con «la buona politica» che non è quella delle reazioni «urlate» o della ricerca immediata del consenso elettorale. Alla vigilia del 60° anniversario dei Trattati di Roma il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano parla alla Stampa delle sfide che l'Europa deve affrontare. (...)

mercoledì 15 marzo 2017

Il cardinale e il filosofo in dialogo su Amoris laetitia



di Andrea Tornielli (Vatican Insider)

Il cardinale e il filosofo in dialogo su Amoris laetitia

Un cardinale e un filosofo, Ennio Antonelli e Rocco Buttiglione, si siedono attorno a un tavolo e si confrontano su Amoris laetitia e sulla sua applicazione. Il porporato, già segretario della Cei e arcivescovo di Firenze, è stato Presidente del Pontificio consiglio per la famiglia per volere di Benedetto XVI. Il filosofo è uno dei maggiori conoscitori del pensiero di Giovanni Paolo II. Ne nasce un denso ed efficace libretto di 100 pagine a doppia firma (Terapia dell’amore ferito in “Amoris Laetitia”, Edizioni Ares, pag. 104, 10 euro), nel quale gli autori presentano con due distinti testi il loro contributo e una lettura attenta del documento di Papa Francesco. Dopo le indicazioni del cardinale Vicario di Roma Agostino Vallini e il recente testo della Conferenza episcopale della Campania, si tratta di un nuovo significativo passo per una comprensione dell'esortazione al di fuori degli opposti estremismi e delle letture semplicistiche sia di quanti affermano che nulla sia cambiato e sia di quanti dicono che tutto è cambiato in merito alla disciplina dei sacramenti per le persone che vivono in situazioni cosiddette «irregolari».  
  
Situazioni di fragilità 
Nella breve prefazione a doppia firma il cardinale e il filosofo, a proposito delle «situazioni di fragilità» delle coppie, scrivono: «Il Papa riconosce che nel recente Sinodo sulla famiglia è emersa una molteplicità di punti di vista e di preoccupazioni pastorali, che egli paragona alle molte sfaccettature di “un prezioso poliedro”. Questa immagine geometrica suggerisce che le diverse prospettive, nella misura in cui corrispondono alla realtà, si possono armonizzare tra loro. Lo abbiamo sperimentato noi stessi, confrontando le nostre interpretazioni dell’esortazione apostolica postsinodale sull’amore nella famiglia. Rilevando che la trattazione del tema dei conviventi senza matrimonio sacramentale è basata sulla distinzione tra l’ordine etico oggettivo e la responsabilità personale soggettiva, abbiamo potuto chiarire alcune affermazioni, che sono oggetto di discussione nel mondo ecclesiale, e trovare la convergenza su alcuni orientamenti per la prassi, che ci sembrano equilibrati e prudenti». 
  
La novità di Amoris laetitia 
Nel suo contributo, una trattazione sistematica, Antonelli afferma che «l’attenzione pastorale alla formazione della coscienza e alla responsabilità personale costituisce la novità principale» del documento. In relazione alla responsabilità delle persone «viene ripetutamente affermata una gradualità, che incide molto nella valutazione e nel trattamento delle convivenze extramatrimoniali... Altro è un comportamento oggettivo gravemente disordinato e altro è un peccato mortale personale. Il peccato, infatti, oltre il “grave disordine oggettivo”, comporta anche la “piena avvertenza” e il “deliberato consenso”. Quando i condizionamenti interni o esterni attenuano o annullano la responsabilità soggettiva, può accadere che una persona continui a vivere in grazia di Dio anche in una situazione oggettiva segnata dall’errore e dal grave disordine morale». Il cardinale ricorda che «fuori della Chiesa cattolica e più generalmente fuori del cristianesimo, in mezzo a molti errori teorici e pratici, si può vivere l’amore autentico e possono fiorire perfino santi eroici e grandi mistici. Analogamente, nella società secolarizzata di oggi, nella quale sono assai diffuse l’ignoranza e l’immaturità in campo etico-spirituale, si può riscontrare l’insensibilità ad alcuni valori morali e l’incapacità di apprezzarli e realizzarli, senza che, a motivo del condizionamento culturale, ci sia piena colpevolezza personale».  
  
Contesto sociale e condizionamenti 
«Dobbiamo renderci conto - scrive Antonelli - che il contesto sociale e culturale influenza profondamente la coscienza soggettiva delle persone e che ormai la società e la cultura dell’Occidente sono largamente scristianizzate e hanno bisogno di una nuova, coraggiosa e paziente evangelizzazione. La gerarchia dei valori interiorizzata nei cuori non corrisponde molto spesso alla verità oggettiva del bene e del male, neppure tra i cristiani praticanti. Pertanto la priorità pastorale, secondo Amoris Laetitia, è curare, risanare, ricostruire la mentalità, l’affettività, i criteri di giudizio e di azione in modo che si accordino sempre più con la ragione e con la fede». Si tratta di un cammino di maturazione «che richiede un impegno faticoso e difficile». 
  
Le aperture sui divorziati risposati 
Nei confronti dei divorziati in seconda unione, riconosce il porporato, Amoris Laetitia sembra voler aprire qualche ulteriore spiraglio». Antonelli osserva che il linguaggio usato dal documento «è prudente e sembra voler suggerire un’attuazione prudente. In alcuni casi è possibile che in una situazione oggettiva di grave disordine morale, come è l’unione adulterina, manchi la piena responsabilità soggettiva e quindi il peccato mortale. Allora si potrebbe arrivare anche a concedere l’assoluzione sacramentale e l’ammissione all’eucaristia. Mi pare che questa indicazione molto sobria e sfumata abbia bisogno di qualche ulteriore precisazione e motivazione». Dopo aver ricordato che «solo Dio vede il cuore delle persone e che la loro interiorità spirituale» e che «la Chiesa valuta innanzitutto il loro modo esteriore di vivere e la compatibilità di esso con l’eucaristia», il cardinale suggerisce che «in casi particolari, per motivi davvero importanti», si possano «fare delle eccezioni, in modo analogo a quanto già si fa con i cristiani non cattolici». Sebbene infatti «la comunione eucaristica in linea di principio esiga la piena comunione ecclesiale e la coerente espressione visibile di essa, tuttavia anche i cristiani non cattolici, specialmente gli ortodossi, che si trovano in comunione incompleta con la Chiesa cattolica, possono esservi ammessi in via eccezionale e a certe condizioni. La stessa prassi pastorale, per analogia, può applicarsi a coloro che vivono in una situazione di disordine morale oggettivo».  
  
Possibilità, non rivendicazione di diritti 
Amoris Laetitia, sostiene il cardinale Antonelli, «non concede al cristiano che convive diritti da rivendicare e non dà al sacerdote comandi da eseguire. Parla solo di possibilità. La decisione da prendere è affidata al discernimento prudente e alla carità pastorale, sapientemente illuminata, del sacerdote. In ogni caso, senza alcuna eccezione possibile, prima di ammettere all’eucaristia, il sacerdote deve discernere se ci sono almeno le disposizioni soggettive convenienti. Su di esse deve raggiungere una probabilità abbastanza solida, tale che possa essere considerata una certezza prudenziale». La coscienza del penitente - aggiunge il cardinale - «potrebbe essere retta, anche se, a causa di oggettive difficoltà, egli non riesce ancora a osservare la norma (per esempio, praticando la continenza sessuale), ma cerca di fare il possibile per superare le difficoltà». In presenza di queste «disposizioni soggettive, il sacerdote può concedere l’assoluzione sacramentale e la comunione eucaristica, essendo peraltro consapevole che si tratta di un’eccezione da non trasformare in prassi ordinaria». Per evitare di dare scandalo, precisa il porporato «l’ammissione ai sacramenti avvenga con riservatezza (per esempio, dove non si è conosciuti). Concedendo la comunione eucaristica solo in casi eccezionali, per importanti motivi e con discrezione, non si reca pregiudizio all’indissolubilità del matrimonio e alla doverosa completezza della comunione ecclesiale, né si dà approvazione alle convivenze extramatrimoniali». 
  
Guida per i perplessi 
Il professor Rocco Buttiglione, che già più volte è intervenuto sull'argomento, sia commentando il documento, sia rispondendo ai dubia dei quattro cardinali, sia mettendo in luce lo sviluppo del pensiero di Papa Wojtyla, nel suo contributo ha scelto di rispondere puntualmente a ben 22 obiezioni che sono state in vario modo sollevate nel dibattito successivo alla pubblicazione del documento. Ad esempio, alla domanda se sia lecito in alcuni casi «dare l’assoluzione a persone che, pur legate da un precedente matrimonio, convivano more uxorio e abbiano rapporti sessuali fra loro», risponde: «Sembra che, alla luce di Amoris Laetitia ma anche dei princìpi generali della teologia morale, la risposta debba essere positiva, almeno in qualche caso. Bisogna distinguere chiaramente fra l’atto, che è materia grave di peccato, e l’agente, che può trovarsi in condizioni che limitano la sua responsabilità per l’atto o, in alcuni casi particolari, possono perfino annullarla». Buttiglione propone quindi l'esempio di una donna che viva in condizioni di totale dipendenza economica e psicologica e alla quale i rapporti sessuali vengano imposti contro la sua volontà. «Mancano qui le condizioni soggettive del peccato (piena avvertenza e deliberato consenso)». E all'obiezione che per ricevere l’assoluzione è necessario il proposito di non peccare più il filosofo risponde: «Il penitente deve avere il desiderio di uscire dalla sua situazione irregolare e impegnarsi a compiere atti che gli consentano di uscire effettivamente. È possibile, però, che egli non sia in grado di realizzare questo distacco e di riconquistare la propria sovranità sopra se stesso immediatamente. È importante qui il concetto di “situazione di peccato”, illustrato da Giovanni Paolo II. Non si può credibilmente promettere di non commettere più un certo peccato se si vive in una situazione che espone alla tentazione irresistibile di commetterlo. Bisogna impegnarsi, per poter mantenere il proposito, a uscire dalla situazione di peccato».  
  
«Trattano il Papa con sospetto» 
Dopo aver puntualmente esaminato e risposto alle 22 obiezioni, Buttiglione offre al lettore alcune riflessioni conclusive sui critici di Amoris Laetitia. «Si nota a volte un atteggiamento di sfiducia a priori, una disponibilità a credere qualunque accusa, una voglia di cercare significati nascosti dietro parole il cui senso è evidente e facilmente comprensibile. Si accusa il Papa di negare tutte le verità della fede cattolica che egli non riafferma esplicitamente in questo testo, invece di collocare il testo nel contesto generale della tradizione e dell’insegnamento della Chiesa». Si tratta il Papa, continua il filosofo, «non come un maestro della fede ma come un sospetto chiamato a giustificarsi». Altre volte, spiega ancora Buttiglione, «non si intende il genere letterario scelto dal Pontefice. Papa Francesco ha scelto di scrivere un testo omiletico/pastorale, familiare e a tratti poetico. Chiedergli un livello di precisione appropriato per un testo giuridico è fuori luogo. Significa mettersi su di una lunghezza d’onda che non è la sua e porgli domande alle quali esso non intende rispondere. Altre volte ancora non si intendono le chiavi fondamentali del testo».  
  
Due errori simmetrici 
Ecco quali sono, secondo il filosofo, le due chiavi di lettura fondamentali per comprendere Amoris laetitia: «La prima è la misericordia. Il testo si rivolge a dei peccatori a cui offre misericordia. Molte cose che non possono essere date a chi le rivendica come giustizia e diritto possono essere concesse a chi le rivendica come misericordia. Stupisce vedere come manchi, in alcuni eminenti studiosi che hanno espresso posizioni critiche, la dimensione della gradualità (nel bene come nel male) e, di conseguenza, la comprensione della intera tematica delle condizioni soggettive del peccato (piena avvertenza e deliberato consenso). Manca l’intero tema delle circostanze attenuanti che non giustificano mai l’azione ma diminuiscono e qualche volta annullano la colpa di chi la commette». Ogni volta che il Papa riconosce una circostanza attenuante che diminuisce la colpa, osserva Buttiglione, «alcuni critici vedono una piena giustificazione che trasforma in buona un’azione cattiva. Manca la nozione (fondamentale) di peccato veniale. È l’errore simmetrico e opposto a quello dell’etica dell’intenzione. Quella pensa che l’intenzione dell’agente decida della qualifica morale dell’atto. L’etica oggettivistica pensa, al contrario, che il lato soggettivo dell’azione sia totalmente irrilevante».  
  
La prospettiva classica e la storia 
L’etica cattolica ci mostra, invece, afferma il filosofo, «che esiste una materia dell’azione che ci dice se l’atto sia buono o cattivo e un lato soggettivo dell’azione che ci dice quale sia il livello di responsabilità del soggetto per quella azione. I critici non considerano mai questa prospettiva, che è peraltro interamente classica ed è anche la prospettiva di san Giovanni Paolo II». La seconda chiave di comprensione del testo per Buttiglione è la storia. «Il Papa ci ha avvertiti fin dal principio: il tempo vale più dello spazio. Piuttosto che coprire spazi è importante attivare processi. I critici considerano sempre situazioni statiche, per dire se corrispondono alla regola oppure no. Il Papa considera, invece, sempre situazioni dinamiche, in via di evoluzione e si pone sempre la domanda: in che direzione va il cambiamento? Verso un’accettazione sempre più piena dell’amore (e della legge) di Dio oppure verso il suo abbandono? Non si può giudicare la persona concreta se non la si considera nel suo svolgimento storico».

martedì 28 febbraio 2017

Medjugorje: tutto falso

ANDREA TORNIELLI
Il vescovo di Mostar: “Non autentiche le apparizioni di Medjugorje”

Monsignor Peric pubblica un lungo articolo ripetendo alcuni argomenti contro l’autenticità del fenomeno proprio alla vigilia dell’arrivo dell’inviato del Papa che deve occuparsi dei pellegrini

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Le “apparizioni" dei primi sette giorni a Medjugorje
Biskupije Mostar-Duvno i Trebinje-Mrkan 


"Se la vera Madonna, Madre di Gesù, non è apparsa – come infatti non è – allora a tutto sono da applicare le seguenti formule: “sedicenti” veggenti, “presunti” messaggi, “preteso” segno visibile e “cosiddetti” segreti."
(Mons. Ratko Perić, vescovo di Mostar) Dato che la "Chiesa del Dio vivente“ è "colonna e sostegno della verità” (1 Tim 3,15), tutte le indagini finora condotte sul “fenomeno di Medjugorje” sono tese a constatare la verità: le apparizioni sono autentiche o non autentiche? Constat vel non de supernaturalitate? A ciò sono servite la prima Commissione diocesana di Mostar: 1982-1984, la Commissione allargata: 1984-1986, la Commissione della Conferenza Episcopale di Zagabria: 1987-1990, la Commissione della Congregazione per la Dottrina della Fede in Vaticano: 2010-2014 e infine la valutazione della stessa Congregazione: 2014-2016, come stabilito da papa Benedetto XVI. Crediamo che tutto sia stato consegnato nelle mani del Santo Padre Papa Francesco. (...) 

domenica 5 febbraio 2017

Proselitismo?



di Andrea Tornielli

Tra le critiche spesso feroci ed espresse senza un briciolo di carità che vengono rivolte all’attuale successore di Pietro c‘è anche quella riguardante le sue parole sul proselitismo. Francesco, peraltro citando il predecessore Benedetto XVI, continua a ricordare che la Chiesa non cresce attraverso il proselitismo ma per attrazione e testimonianza.
Il senso della frase è piuttosto chiaro: la Chiesa non evangelizza attraverso il marketing, le strategie mediatiche, l’imposizione o la ripetuta, roboante e quotidiana condanna dei cattivi comportamenti degli uomini e delle donne del nostro tempo. La Chiesa evangelizza per attrazione e testimonianza.
Quanti fossero convinti di essere di fronte – qui – a un malinteso buonismo post-conciliare o all’ennesima manifestazione trasformista del modernismo, possono rileggere Matteo 5, 13-16, cioè il Vangelo di questa domenica 5 febbraio 2017 (rito Romano).
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».
Ecco, le parole finali di Gesù parlano proprio di attrazione e testimonianza: gli uomini e le donne del nostro tempo come del tempo di Gesù, duemila anni fa, rendono gloria al Padre se vedono le “vostre opere buone”. Non se sentono prediche. Ma se “vedono”, cioè incontrano testimonianze di vita nuova, bellezza, fraternità vissuta. Il modo in cui i cristiani si amano e vivono è la via dell’evangelizzazione (o può essere la via della contro-testimonianza evangelica che allontana ancor di più).

domenica 15 gennaio 2017

"In viaggio".L'intervista con il Santo Padre






L'ultimo libro di Andrea Tornielli, edito da "Piemme edizioni", sarà presentato a Roma giovedì 26 gennaio alle 0re 18.30 presso l'Hotel Columbus (Sala Camino), Via della Conciliazione 33. Alla presentazione, moderata da Maurizio Molinari, direttore de La Stampa, interverranno mons. Angelo Becciu, Sostituto della Segreteria di stato e l'ambasciatore russo in Vaticano, Aleksander Avdeev. Il volume contiene un'intervista con Papa Francesco che riproponiamo sotto:
Santità, lei ama viaggiare?
«Sinceramente no. Non mi è mai piaciuto molto viaggiare. Quando ero vescovo nell’altra diocesi, a Buenos Aires, venivo a Roma soltanto se necessario e se potevo non venire, non venivo. Mi è sempre pesato stare lontano dalla mia diocesi, che per noi vescovi è la nostra “sposa”.E poi io sono piuttosto abitudinario, per me fare vacanza è avere qualche tempo in più per pregare e per leggere, ma per riposarmi non ho mai avuto bisogno di cambiare aria o di cambiare ambiente».
Si aspettava, all’inizio del pontificato, che avrebbe viaggiato così tanto?
«No, no, davvero! Come ho detto, non mi piace molto viaggiare. E mai avrei immaginato di fare così tanti viaggi…».
Come ha cominciato? Che cosa le ha fatto cambiare idea?
« Il primissimo viaggio è stato quello a Lampedusa. Un viaggio italiano. Non era programmato, non c’erano inviti ufficiali. Ho sentito che dovevo andare, mi avevano toccato e commosso le notizie sui migranti morti in mare, inabissati. Bambini, donne, giovani uomini… Una tragedia straziante. Ho visto le immagini del salvataggio dei superstiti, ho ricevuto testimonianze sulla generosità e l’accoglienza degli abitanti di Lampedusa. Per questo grazie, ai miei collaboratori, è stata organizzata una visita lampo. Era importante andare là. Poi c’è stato il viaggio a Rio de Janeiro, per la Giornata Mondiale della Gioventù. Si trattava di un appuntamento già in agenda, già stabilito. Sempre il Papa è andato alle GMG. Il viaggio non è mai stato in discussione, bisognava andare, e per me è stato il primo ritorno nel continente latinoamericano».
La GMG era un appuntamento a cui il Papa non poteva mancare. Ma gli altri?
«Dopo Rio è arrivato un altro invito e poi un altro ancora. Ho risposto semplicemente di sì, lasciandomi in qualche modo “portare”. E ora sento che devo fare i viaggi, andare a visitare le Chiese, incoraggiare i semi di speranza che ci sono».
Quanto le pesano le trasferte internazionali, dal punto di vista fisico?
«Sono pesanti, ma diciamo che per il momento me la cavo. Forse mi pesano dal punto di vista psicologico più ancora che dal punto di vista fisico. Avrei bisogno di più tempo per leggere per prepararmi. Un viaggio non impegna soltanto per i giorni durante i quali si sta fuori, nel Paese o nei Paesi visitati. C’è anche la preparazione, che solitamente avviene in periodi nei quali c’è anche tutto il lavoro ordinario da svolgere. Quando ritorno a casa, in Vaticano, di solito il primo giorno dopo il viaggio è abbastanza faticoso e ho bisogno di recuperare. Ma porto sempre con me volti, testimonianze, immagini, esperienze… Una ricchezza inimmaginabile, che mi fa sempre dire: ne è valsa la pena».
Ha cambiato qualcosa nell’agenda già consolidata dei viaggi papali?
«Non molto. Ho cercato, ad esempio, di eliminare del tutto i pranzi di rappresentanza. È naturale che sia le autorità istituzionali del Paese visitato, sia i confratelli vescovi, desiderino festeggiare l’ospite che arriva. Non ho nulla contro lo stare a tavola in compagnia. Ricordiamoci che il Vangelo è pieno di racconti e di testimonianze che descrivono proprio circostanze come questa: il primo miracolo di Gesù avviene durante un banchetto di nozze (…). Ma se l’agenda del viaggio, come accade quasi sempre, è già pienissima di appuntamenti, preferisco mangiare in modo semplice e in poco tempo».
Quali sentimenti prova di fronte all’entusiasmo della gente che l’aspetta per ore per vederla passare sulle strade?
«Il primo sentimento è quello di chi sa che ci sono gli “Osanna!” ma come leggiamo nel Vangelo, possono arrivare anche i “Crucifige!”. Un secondo sentimento lo traggo da un episodio che ho letto da qualche parte. Si tratta di una frase detta dall’allora cardinale Albino Luciani a proposito degli applausi che un gruppo di chierichetti accogliendolo gli aveva tributato. Disse più o meno così: “Ma voi potete immaginare che l’asinello su cui sedeva Gesù nel momento dell’ingresso trionfale a Gerusalemme potesse pensare che quegli applausi fossero per lui?”. Ecco il Papa deve aver coscienza del fatto che lui “porta” Gesù, testimonia Gesù e la sua vicinanza, prossimità e tenerezza a tutte le creature, in modo speciale quelle che soffrono. Per questo qualche volta a chi grida “viva il Papa” ho chiesto invece di gridare “Viva Gesù!”. Ci sono poi espressioni bellissime a proposito della paternità in uno dei dialoghi del beato del beato Paolo VI con Jean Guitton. Papa Montini confidava al filosofo francese: “Credo che di tutte le dignità di un Papa, la più invidiabile sia la paternità. La paternità è un sentimento che invade lo spirito e il cuore, che ci accompagna a ogni ora del giorno, che non può diminuire, ma che si accresce, perché cresce il numero dei figli. È un sentimento che non affatica, che non stanca, che riposa da ogni stanchezza. Mai, neanche un momento, mi sono sentito stanco, quando ho alzato la mano per benedire. No, io mi stancherò mai di benedire o di perdonare”. Paolo VI diceva questo subito dopo essere tornato dall’India. Credo che siano parole che spiegano il perché i Papi nell’epoca contemporanea, abbiano deciso di viaggiare».
Ricordi dei viaggi che le sono rimasti indelebili nella memoria?
«L’entusiasmo dei giovani a Rio de Janeiro, che mi tiravano di tutto nella papamobile. E poi, sempre a Rio, quel bambino che riuscendo a intrufolarsi ha salito le scale di corsa e mi ha abbracciato. Ricordo la gente accorsa al santuario di Madhu, nel nord dello Sri Lanka dove ad accogliermi ho trovato, oltre ai cristiani, anche i musulmani e gli indù, un luogo dove i pellegrini arrivano come membri di un’unica famiglia. O l’accoglienza nelle Filippine. Ho ancora davanti agli occhi il gesto di quei papà che alzavano i loro bambini, perché li benedicessi, e mi sembrava che volessero dire: questo è il mio tesoro, il mio futuro, il mio amore, per lui vale la pena di lavorare e di fare sacrifici. E c’erano anche tanti bambini disabili, e i loro genitori non nascondevano il loro figlio, me lo porgevano perché lo benedicessi affermando con i loro gesti: questo è il mio bambino, è così, ma è mio figlio. Gesti nati dal cuore. Ancora ricordo le tante persone che mi hanno accolto a Tacloban, sempre nelle Filippine. Pioveva tanto quel giorno. Dovevo celebrare la messa per ricordare le migliaia di morti provocati dal Tifone Hayan, e il maltempo per poco non faceva saltare il viaggio. Ma non potevo non andare: mi avevano tanto colpito le notizie su quel tifone che aveva devastato quella zona nel novembre 2013. Pioveva e io indossavo un impermeabile giallo sopra le vesti per la messa che abbiamo celebrato lì, come si poteva, in un piccolo palco frustrato dal vento. Dopo la messa un cerimoniere mi ha confidato che era rimasto colpito e anche edificato perché i ministranti, nonostante la pioggia, mai avevano mai perso il sorriso. C’era il sorriso anche sul volto dei giovani, dei papà e delle mamme. Una gioia vera, nonostante i dolori e la sofferenza di chi ha perso la casa e qualcuno dei suoi cari».
Dopo un viaggio, che cosa accade: come ricorda le persone incontrate?
«Le porto nel mio cuore, prego per loro, prego per le situazioni dolorose e difficili con le quali sono venuto in contatto. Prego perche si riducano le disuguaglianze che ho visto».
Tanti viaggi nel mondo, quasi nessuno nei Paesi dell’Unione Europea. Perché?
«L’unico Paese dell’Unione Europea che ho visitato è stata la Grecia, con il viaggio di appena cinque ore a Lesbos per incontrare e confortare i profughi, insieme con il miei fratelli Bartolomeo di Costantinopoli e Hyeronimos di Atene (…). Sono poi andato al Parlamento Europeo e al Consiglio d’Europa a Strasburgo, ma quella è stata piuttosto una visita a un’istituzione, non a un Paese. Ma ho comunque visitato altri Paesi che sono europei pur non facendo parte della Unione: l’Albania e la Bosnia Erzegovina. Ho preferito privilegiare quei Paesi nei quali posso dare un piccolo aiuto, incoraggiare chi nonostante le difficoltà e i conflitti lavora per la pace e per l’unità. Paesi che sono, o che sono stati, in gravi difficoltà. Questo non significa non avere attenzione per l’Europa che incoraggio come posso a riscoprire e a mettere in pratica le sue radici più autentiche, i suoi valori. Sono convinto che non saranno le burocrazie o gli strumenti dell’alta finanza a salvarci dalla crisi attuale e a risolvere il problema dell’immigrazione, che per i Paesi dell’Europa è la maggiore emergenza dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale».
Tra le novità dei viaggi papali c’è, immagino, un protocollo diverso riguardante la sicurezza. È così?
«Io sono grato ai gendarmi e alle guardie svizzere per essersi adattati al mio stile. Non riesco a muovermi nelle macchine blindate o nella papamobile con i vetri antiproiettile chiusi. Comprendo benissimo le esigenze di sicurezza e sono grato a quanti, con dedizione e molta, davvero molta fatica durante i viaggi mi sono vicini e vigilano. Però un vescovo è un pastore, un padre, non ci possono essere troppe barriere tra lui e la gente. Per questo motivo ho detto fin dall’inizio che avrei viaggiato soltanto se mi fosse stato sempre possibile il contatto con le persone. C’era apprensione durante il primo viaggio a Rio de Janeiro, ma ho percorso tante volte il lungomare di Copacabana con la papamobile aperta, salutando i giovani, fermandomi con loro, abbracciarli. Non c’è stato un incidente in tutta Rio de Janeiro, in quei giorni. Bisogna fidarsi e affidarsi. Sono consapevole dei rischi che si possono correre. Devo dire che, forse sarò incosciente, non ho timori per la mia persona. Ma sono invece sempre preoccupato per l’incolumità di chi viaggia con me e soprattutto della gente che incontro nei vari Paesi. Quello che mi impensierisce sono i rischi concreti, le minacce per chi viene e partecipa a una celebrazione o a un incontro. C’è sempre il pericolo di un gesto inconsulto da parte di qualche pazzo. Ma c’è sempre il Signore».
di Andrea Tornielli