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domenica 16 aprile 2017

La rivincita del Crocifisso

Van der Weyden, particolare

di Giacomo Biffi*

Per gentile concessione di Edizioni Studio Domenicano pubblichiamo una riflessione del compianto cardinale Giacomo Biffi (1928-2015) già Arcivescovo di Bologna. Sono due brani tratti da Biffi, La rivincita del Crocifisso, Edizioni Studio Domenicano, Bologna, pp. 276 ss e 293 ss. Una riflesisone sulla Pasqua e sulla Resurrezione sempre attuale. E' il nostro modo di augurare buona Pasqua a voi lettori della Nuova BQ.
Gesù è vivo o è morto? Sembra solo una questione «anagrafica», ma divide l’umanità e decide del nostro destino. Un giorno forse d’autunno dell’anno 60 il re Agrippa II, in visita al procuratore Porcio Festo che stava a Cesarea Marittima, si vide presentare un insolito prigioniero. Paolo di Tarso non aveva rubato, non aveva frodato, non aveva ucciso. Era in carcere solo perché qualche tempo prima aveva provocato un tumulto, discutendo con i giudei sotto i portici del tempio di Gerusalemme.
Avevano con lui alcune questioni – così tentava di spiegarsi quell’alto funzionario di Roma, che evidentemente non aveva troppa familiarità con i problemi teologici degli israeliti – relative alla loro particolare religione e riguardanti un certo Gesù, morto, che Paolo sosteneva essere ancora in vita (At 25,19). Gesù – questo sconosciuto ebreo di Nazaret – è vivo o è morto? Agli occhi del procuratore romano era, come si vede, soltanto un problema anagrafico.
In realtà, questo è l’interrogativo che più profondamente spacca oggi ancora l’umanità.
Chi celebra la Pasqua cristiana – se sa per che cosa la celebra – per ciò stesso dichiara di essere convinto che il Crocifisso del Golgota è veramente, realmente, corporalmente vivo. Non c’è divisione più lacerante di questa e più gravida di conseguenze. 
Dalla tomba scoperchiata l’angelo biancovestito dà anche a noi la notizia sbalorditiva, come l’ha data alle donne quella mattina del 9 aprile dell’anno 30: Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui (Mc 16,6). È risorto, vale a dire ha ripreso a vivere con tutto il suo essere, anche con le sue membra corporee. Ha ripreso a vivere non tornando indietro – riprendendo la condizione di prima, propria dell’uomo che non ha ancora incontrato la morte – ma andando avanti, entrando cioè nella condizione che dopo l’ultimo giorno sarà anche la nostra, come professiamo nel Credo: «Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà».
La risurrezione di Cristo ha, per così dire, una duplice valenza: una duplice valenza, che va riconosciuta, va ben compresa e va rispettata. È un fatto effettivamente avvenuto, proprio come tutti i fatti di cronaca; ma è anche un evento che trascende la storia e si colloca sul piano delle realtà eterne, come causa inesauribile della salvezza umana. È perciò al tempo stesso «storica» e «sovrastorica»: è perciò oggetto di un assenso razionale e insieme di un atto di fede. Il sepolcro vuoto (che i soldati e le autorità non possono in alcun modo giustificare); gli incontri col Risorto documentati da innumerevoli testimoni (puntigliosamente elencati da san Paolo in 1 Cor 15,3-8); la stessa inspiegabile trasformazione degli apostoli, che prima sono avviliti, depressi, paurosi, e poi diventano esuberanti di coraggio, di fiducia incrollabile, di generosità fino al martirio: sono tutti dati certi che fondano la nostra convinta adesione e rendono ragionevole il credere.
Quando all’indomani della Pentecoste gli apostoli partono per annunciare il Vangelo a tutte le genti, su comando del loro Signore e Maestro, non hanno altra religione che quella ebraica, non riconoscono altro Dio che il Dio di Abramo, di Mosè e di Davide, non possiedono altro libro sacro (almeno inizialmente) che la Bibbia degli israeliti: tutti elementi teologici e cultuali che non li distinguevano dal resto della popolazione di Gerusalemme e della Giudea.
Che cosa allora era proprio, esclusivo, caratterizzante del Vangelo e della nuova realtà della Chiesa? Era il convincimento e l’annuncio pubblico che Gesù di Nazaret, il Crocifisso del Golgota, era risorto, era adesso vivo, era Signore. Questo è ciò che nel cristianesimo è ancora oggi proprio, esclusivo, caratterizzante. Occorre a questo punto persuadersi che il cristianesimo fin dal suo contenuto primordiale è qualcosa di unico, di decisivo, di imparagonabile.
Prima ancora che una religione, una morale, un culto, una filosofia, è un avvenimento: l’avvenimento della risurrezione di Gesù di Nazaret che si fa principio del rinnovamento degli uomini e delle cose. Perciò è intramontabile: le dottrine nascono, fanno fortuna, incantano per decenni e magari per secoli, poi decadono e muoiono. Il fatto cristiano resta, proprio perché è un fatto; e resta indipendentemente dall’accoglienza e dal numero delle adesioni che riceve.
Tutte le religioni – oggi si sente dire sempre più spesso – hanno un loro valore che è giusto riconoscere. E si può anche ammetterlo, purché non ci si dimentichi che la realtà cristiana in questo discorso non c’entra. Il cristianesimo, primariamente e per sé, non può essere ridotto a un sistema di convincimenti, di precetti, di riti che interpreta e regola i rapporti tra le creature e il Creatore.
Vale a dire, per quanto la frase possa apparire paradossale, primariamente e per sé, non può essere ridotto a “una religione”: collocarlo tra le religioni (anche soltanto per ragioni di sistemazione e di metodo, o per la buona intenzione di favorire il dialogo interreligioso), se non si chiarisce l’intrinseca ambiguità del collegamento o quanto meno il suo significato soltanto analogico, vuol dire travisarlo e precludersi ogni sua autentica comprensione.
Essendo assolutamente eterogeneo il cristianesimo non tollera di essere collocato “tra” le varie forme espressive dello spirito, esattamente come il Figlio di Dio nato da Maria, crocifisso e glorificato, non è assimilabile a nessun fondatore di religione e a nessun defunto personaggio della storia, classificarlo e collocarlo sarebbe fraintenderlo.
*Arcivescovo di Bologna (1928-2015)

venerdì 6 gennaio 2017

L'Epifania secondo "Il quinto evangelo"

Epifania


di Giacomo Biffi

La situazione della Chiesa attuale non sembra molto diversa da quella turbolenta di fine anni '60, quando quello che poi diventò il cardinale Giacomo Biffi, scrisse "Il quinto evangelo", una rivisitazione ironica del politicamente corretto ecclesiale, che usa come espediente letterario la scoperta di un manoscritto in Terrasanta fatta durante un viaggio dal commendator Giuseppe Migliavacca, parrocchiano dello stesso Biffi. Frammenti che correggono i vangeli canonici dando al vangelo una lettura più aderente ai tempi correnti. Ne proponiamo un brano che si riferisce proprio alla festività odierna, l'Epifania.

«Prostratisi, lo adorarono.
Poi aperti i loro scrigni,
gli offrirono in dono oro,
incenso e mirra. Ma disse
Giuseppe: “L’oro non lo possiamo accettare,
perché è segno di ricchezza e contamina chi lo dà e chi lo riceve”» 
(Frammento 1 del Quinto Evangelo scoperto dal comm. Migliavacca).
«Prostrati lo adorarono.
Poi aperti i loro scrigni
gli offrirono in dono
oro, incenso e mirra»

(Vangelo canonico secondo Matteo 2, 11).
L’episodio dei magi ci descrive la vicenda spirituale degli uomini di cultura, che, persi nella contemplazione delle loro chimere e attardati dalla selva intricata dei loro ragionamenti, arrivano a Betlemme in ritardo su tutti, a spettacolo finito. Però ci arrivano, perché nella capanna c’è posto per tutti, perfino per qualche intellettuale. Anche questo evangelo – come quello di Matteo – tace degli altri Magi, che partiti al seguito della stella sbagliata giunsero chi alla reggia del celeste impero, chi dal Negus degli Etiopi e persero così l’occasione di passare alla storia.
Distratti, scombinati, pronti sempre sul terreno pratico ad ogni balordaggine, scelgono per il re dei Giudei i regali meno opportuni. Intanto l’offerta della mirra – che serviva per il trattamento dei cadaveri – era di pessimo gusto per un neonato: non si va a suscitare pensieri di morte laddove è appena sbocciata la vita.
L’incenso poi, avviando l’uso nel cristianesimo di questa materia propria delle corti e dei templi orientali, ha segnato l’inizio del trionfalismo liturgico ed ecclesiastico, che tutti deprechiamo.
Ma con l’oro questi goffi personaggi hanno superato ogni limite prevedibile. Come? Il Figlio di Dio vede la luce in una stalla, si circonda di caprari e di vaccari, volendo in tal modo manifestare la sua volontà di fondare la Chiesa dei poveri, ed ecco che arrivano questi signori a contaminare con la loro ricchezza la pura austerità del quadro. Sotto lo sguardo sbigottito dell’asino e del bue, trovava il suo principio la Chiesa costantiniana. È mai possibile che questa Chiesa costantiniana nascesse senza contestazioni? Stando a Matteo sembrerebbe quasi che l’oro – emblema e fonte di ogni corruzione – fosse stato tranquillamente accettato dalla sacra famiglia. Ma qui veniamo a sapere come si sono svolti veramente i fatti: Giuseppe, uomo taciturno e rude, con dignità e calma, ma con estrema fermezza esprime il suo dissenso, enunciandone la ragione profonda: laddove c’è oro, non ci può essere né Cristo né la Chiesa di Cristo.
Il frammento è tanto più significativo in quanto ci riferisce la sola frase del falegname di Nazaret di cui abbiamo notizia: poche parole che valgono interi decreti conciliari. E i Magi, con l’inconsapevolezza giuliva dei professori quando si avventurano nel mondo degli uomini, se ne ritornarono per un’altra strada, senza avere neppure il sospetto dei guai che avevano causato alla storia universale. 
(Da Giacomo Biffi, Il quinto evangelo, 11a ed., Edizioni Studio Domenicano, Bologna 2012, pp. 21-22)

giovedì 22 dicembre 2016

Segni di sanità teologica...

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... e pastorale!

di Giacomo Biffi
La rassegna delle più diffuse “idolatrie” non deve indurci a credere che tutto sia traviato nella cristianità e non ci siano più veri adoratori del Dio vivo. Bisogna anzi riconoscere che lo Spirito Santo è all’opera oggi più che mai e riesce coi suoi inattesi prodigi ad alleviare gli effetti nefasti di una insipienza ecclesiale che ha raggiunto ai nostri giorni vertici di eccezione.
E così le comunità cristiane, svigorite e disanimate da un’acutissima mondanizzazione, ricevono vitalità e conforto dall’incontro con persone, gruppi, movimenti che, con varie forme e colorazioni spirituali diverse, sinceramente si determinano a una generosa adesione all’Evangelo e a una totale partecipazione all’evento salvifico.
Il fenomeno, che complessivamente è stato una felice sorpresa dopo lo squallore di un secolarismo arido, chiassoso, senza futuro, è composito, agitato, confuso e solleva il problema di una giusta analisi e di una pacata valutazione.
Da quali segni possiamo riconoscere, nella concretezza di questo momento storico, la sanità teologica e pastorale delle forze che vanno via via affiorando nel mondo cristiano?
Dopo l’esperienza di questi decenni e dopo una lunga riflessione, ci parrebbe di poter suggerire, come contributo a un discernimento che non sia astratto e puramente nominale, l’attenzione a tre note caratteristiche. Non sono certo le sole che si richiedono né forse le più importanti in assoluto, ma sono quelle che più possono aiutare nell’ora presente.
La prima è il sentimento acuto della distinzione tra il bene e il male, la consapevolezza che tra il bene e il male è in atto una lotta irriducibile e la persuasione che in questo scontro – che è ancora in atto e lo sarà fino alla venuta del Signore – ciascuno di noi è chiamato a combattere nelle forme e secondo le possibilità che di fatto gli sono date
La seconda è la convinzione che Gesù di Nazaret, il Figlio di Dio crocifisso e risorto, è il Salvatore del mondo e non colui che deve essere salvato dal mondo. Egli è il vincitore, e noi dobbiamo essere la sua vittoria. Perciò a lui – e quindi al cristianesimo – è necessario ricorrere perché l’uomo viva, cresca, emerga dalle sue contraddizioni e dalle sue schiavitù. Inversamente, non si arrivi mai a pensare che solo l’apporto di estranee culture possa consentire a Cristo di essere ancora vitale e al cristianesimo di essere ancora accettabile ai nostri tempi.
La terza è la percezione della bellezza della Chiesa e l’ammirato stupore per questo capolavoro dell’amore del Padre; o almeno la certezza di fede che la Chiesa è la realtà più bella, più santa, più nobile che l’infinita potenza di Dio di fatto ha ricavato dalla nostra terra polverosa e dalla nostra umanità disastrata.

mercoledì 30 novembre 2016

Cosmolatria

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di Giacomo Biffi 
“Di tutte le idolatrie che ci affliggono, l’adorazione del mondo è senza dubbio la più clamorosa. Oggi uno può impunemente parlare male della Sposa di Cristo senza avere il minimo fastidio ecclesiale; ma se azzarda a scrivere due righe contro il “mondo”, deve aspettarsi almeno qualche tiratina di orecchie anche da parte dei recensori più benevoli e pii.
Questa “cosmolatria” fa tanto più spicco in quanto stride con tutta la consuetudine linguistica dell’ascetica tradizionale: la “fuga dal mondo”, la “rinuncia al mondo”, il “disprezzo del mondo” dai primordi del cristianesimo fino a pochi anni fa sono, stati temi classici della riflessione e della predicazione; ebbene, di essi nelle comunità cristiane di oggi non si trova più traccia. Al loro posto si propone l’ “inserimento nel mondo” e perfino il “servizio del mondo”.
A esaminare con attenzione alcuni testi ecclesiastici recenti (per esempio, alcuni formulari suggeriti da qualche parte per le preghiere dei fedeli) si ha l’impressione che i due vocaboli “mondo” e “Chiesa” rispetto all’uso di prima si siano semplicemente scambiati di senso.
Si implora sempre infatti che la Chiesa capisca, riconosca, si converta, abbandoni il suo egoismo e la sua volontà di potenza ecc.; e per contro si prega perché il mondo venga riconosciuto e appagato nelle sue aspirazioni, aiutato nelle sue necessità, esaltato nei suoi valori. Ad ascoltare certe celebrazioni del mondo viene da domandarci perché mai a Gesù Cristo sia venuto in mente di fondare la Chiesa, peggiorando notevolmente le cose.
Almeno sul piano terminologico è innegabile la rottura con tutta la tradizione precedente. Ma è davvero soltanto una questione di vocabolario?…
Proprio perché la parola di Dio non sia incatenata (cfr. 2 Tm 2,9), ne trascriviamo un po’ per comodità del lettore:
“Il mondo non può odiare voi, ma odia me, perché di lui io attesto che le sue opere sono cattive” (Gv 7,7).
“Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori” (Gv 12,31).
“Lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce” (Gv 14,27).
“Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelto dal mondo, per questo il mondo vi odia” (Gv 15,18-19).
“Quando sarà venuto, egli convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia, al giudizio” (Gv 16,8).
“Voi piangerete e vi rattristerete, ma il mondo si rallegrerà” (Gv 16,20).
“Abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!” (Gv 17,9).
“Io ho dato loro la mia parola e il mondo li ha odiati perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo” (Gv 17,14).
“Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto” (Gv 17,25).
“Non amate né il mondo, né le cose del mondo! Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui” (1 Gv 2,15).
“Il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno!” (1 Gv 2,17).
“La ragione per cui il mondo non ci conosce è perché non ha conosciuto lui” (1 Gv 3,1).
“Non meravigliatevi, fratelli, se il mondo vi odia” (1 Gv 3,13).
“Tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo; e questa é la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede. E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio?” (1 Gv 5,4-5).
“Noi sappiamo che siamo da Dio, mentre tutto il mondo giace sotto il potere del maligno” (1 Gv 5,19).
“Una religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri da questo mondo” (Gc 1,27).
“Gente infedele! Non sapete che amare il mondo è odiare Dio? Chi dunque vuol essere amico del mondo si rende nemico di Dio!” (Gc 4,4).
“Il mondo con tutta la sua sapienza non ha conosciuto Dio” (1 Cor 1,21).
“Noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio” (1 Cor 2,12).
“La sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio” (1 Cor 3,19).
“La tristezza del mondo produce la morte” (2 Cor 7,10).
“Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo” (Gal 6,14).
Sappiamo benissimo che, accanto a queste frasi, ci sono nel Nuovo Testamento altre espressioni nelle quali la parola “mondo” indica la creazione di Dio che è buona, e l’umanità che è in attesa della salvezza ed è amata da Dio. Non potremmo non saperlo, perché sono passi che giustamente ci vengono sempre ricordati da tutte le parti; sicché un problema del loro recupero oggi, dopo la Gaudium et spes, fortunatamente non si pone.
Si pone invece per quelle che abbiamo sopra elencate: dove è andata a finire tutta questa tematica nella cristianità dei nostri tempi? Anche a supporre che si sia mutato soltanto il linguaggio, sotto quali locuzioni dei nostri giorni questa dottrina si cela?
Tutto sembra farci pensare che si tratti non del disuso di una terminologia, ma di un insegnamento esplicito della Rivelazione che non ha più posto nell’odierna riflessione teologica e pastorale. Così, privo delle naturali difese immunizzatrici, l’organismo ecclesiale resta pericolosamente esposto al contagio di quella “cosmolatria” che stiamo qui denunciando.
Occorre ripartire dal dato rivelato preso nella sua integrità, senza operarvi nessuna aprioristica selezione.
Una frase del vangelo di Giovanni ci ricorda da sola tutta la multiformità della parola di Dio a proposito di “mondo”.
“Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe” (Gv 1,10).
In due righe il vocabolo compare tre volte e sempre con sfumature diverse.
“Era nel mondo”: si riferisce al fatto della incarnazione e alla presenza del Verbo nella realtà creaturale. E’ una indicazione che non implica alcuna valutazione. Nello stesso senso la parabola del seme dice: “il campo è il mondo” (Mt 13,38).
“Il mondo fu fatto per mezzo di lui”: qui è implicitamente affermata l’originaria bontà del mondo, e quindi la presumibile disposizione di accoglienza verso il Figlio di Dio. Allo stesso modo è detto che “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3,16).
“Eppure il mondo non lo riconobbe”: qui la parola “mondo” esprime il grande enigma della opposizione sistematica, permanente, ineliminabile, nella quale si è imbattuta e si imbatterà sempre l’iniziativa salvifica. E il discepolo di Gesù è ripetutamente ammonito di non perdere mai di vista e non sottovalutare questa tragica realtà.
Il mondo è dunque o un semplice spazio o una realtà nativamente buona ma da redimere o una forza malvagia che resiste alla redenzione e cerca di vanificarla. Nessuna di queste tre verità va trascurata
Ciò che NON c’è nel Nuovo Testamento è l’idea che la Chiesa debba essere istruita, illuminata o addirittura salvata dal mondo. NEPPURE c’è l’idea che il mondo sia realtà così buona e santa da non aver bisogno della restaurazione di Cristo, attualizzata nella Chiesa.
Chi muove dalla pur giusta convinzione dell’intrinseco e inalienabile valore delle cose, create da Dio e da lui riconosciute come “buone” (cfr. Gn 1), e ritiene che qui si esaurisca quanto il cristiano ha da dire sul “mondo”, rischia obiettivamente di non riconoscere la presenza attiva e continua del male, di banalizzare la redenzione e di rendere superflua la croce di Cristo. Molti atteggiamenti rilevabili nei cristiani di oggi nei confronti del “mondo” sarebbero plausibili in un ordine di cose di incontaminata innocenza; un ordine bello in sé e desiderabile, che però non esiste.
L’irenismo a ogni costo nei confronti di tutto e di tutti è forse una nostalgia per la pace del Paradiso terrestre (dove per altro non mancava il serpente); o, se si vuole, è un’abusiva pregustazione dello stato d’animo che ci rallegrerà nell’eterna Gerusalemme: rispetto al tempo di lotta che stiamo vivendo è una indebita anticipazione.”

mercoledì 12 ottobre 2016

Le parole per risorgere

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“Ma come si fa ad aggrapparsi a Gesù che risorge da morte, in modo da poter salire con lui, e non essere travolti nella rovina del mondo?
Gesù ci risponde: prima di tutto, pentitevi, cioè, riconoscete i vostri torti e decidete di cambiare. Chiamate i vostri vizi col loro nome e non mascherateli agli occhi vostri e degli altri indicandoli con le parole della virtù.
Se siete pigri, non chiamatevi prudenti; dite: io sono pigro e devo cambiare.
Se non sapete dominare i vostri istinti, non parlate di amore e di forza virile, parlate di lussuria e riconquistate la vostra capacità di arrossire.
Se siete superbi, non dite di avere il senso della vostra dignità: riconoscete di essere egoisti e orgogliosi, e cercate di umiliarvi.
Non chiamate conquista civile l’incapacità di conservare il patto nuziale o la disinvoltura nell’uccidere a spese dello Stato la vita umana indifesa e innocente. Cominciate ad adoperare i nomi giusti e così vi avvicinerete alla salvezza.
Così ci parla il nostro Signore e Maestro, con la franchezza di chi ci vuol bene davvero e davvero desidera che abbiamo a crescere e a vivere.
Certo l’autentico pentimento è un fatto raro. Un uomo che riconosca i suoi torti è la cosa più grande e difficile che si dia al mondo.
È difficile: un uomo non s’infuria tanto con la propria moglie come quando gli ha fatto un’osservazione giusta e meritata. Ma è la cosa più grande: è la stessa risurrezione di Gesù che arriva fino all’anima nostra e ci fa passare con lui dalla morte alla vita.”
cardinal Giacomo Biffi  –La rivincita del Crocifisso. Riflessioni sull’avvenimento pasquale (Bologna 2008, pp. 22-23)

lunedì 29 agosto 2016

Strani questi cristiani

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Il cardinal Giacomo Biffi sulla “stranezza” cristiana
I parenti dicevano: “È fuori di sé” (Mc 3,21), e cercavano di prenderlo e di toglierlo dalla circolazione. Gli scribi davano lo stesso giudizio, ma con una versione, per così dire, “teologica”, e dicevano: “È posseduto da uno spirito immondo” (Mc 3, 30).
Il discepolo vero e coerente di Gesù non dovrà allora meravigliarsi se riceverà le stesse incomprensioni che non sono state risparmiate al suo Maestro. Chi sta col Vangelo senza sconti e senza attenuazioni, e perciò parla di distacco dai beni, di valore della castità, di amore disinteressato, di matrimonio indissolubile, di assoluta onestà negli affari, di perdono dei nemici, di sofferenza accettata dalle mani di Dio, costui apparirà necessariamente al mondo di oggi come un personaggio strano, sprovveduto, pazzo… Dovremo tenerlo presente, quando ci sentiremo suggerire che bisogna adattare la religione agli usi e costumi dell’uomo di oggi; si tratta piuttosto di trovare all’uomo di oggi una testa che vada bene per il messaggio di Cristo.
(Stilli come rugiada il mio dire. Omelie per le Domeniche del Tempo Ordinario. Anno B, Bologna 2015, pp. 79-80)

Il cristiano sarà sempre eterogeneo e disadattato nel mondo. Non può pretendere di credere e proclamare cose così originali come quelle contenute nel suo “credo”, e di poter poi circolare tranquillamente in mezzo agli altri uomini. Chi professa la sua certezza che Gesù Cristo, un uomo morto duemila anni fa, oggi è vivo nel senso proprio e letterale del termine; chi si dice persuaso che un velo di pane sia, nell’Eucaristia, il corpo del Signore; chi va in giro a raccontare di avere in cuore per la vita di grazia la presenza della Trinità misteriosa e vivificante, non deve meravigliarsi se poi gli altri lo lasciano un po’ da parte… Il suo “ghetto” include il Regno dei Cieli, la sua “diversità” è consonanza con le schiere degli angeli, la sua “chiusura” si apre sulle praterie sconfinate della realtà invisibile ed eterna, il suo isolamento è comunione con le tre persone divine.
Sarà perciò opportuno versare le nostre lacrime non su chi resta “diverso”, ma su chi desidera a tutti i costi confondersi nella folla.
(Contro maestro Ciliegia. Commento teologico a “Le avventure di Pinocchio”, Milano 1977, p. 149)

È facile sentire la stanchezza e il peso di riuscire sgraditi.
Così può sorgere in noi la vocazione a evitare ogni contrasto, e quindi la tentazione di assimilarci a poco a poco alla mentalità della cultura prevalente; o quanto meno possiamo avvertire l’inclinazione ad ammutolirci sui temi scottanti, tanto per vivere e lasciar vivere in pace. Ma è una tentazione da respingere, un’inclinazione da non assecondare…
Talvolta abbiamo forse creduto che l’attenuare il nostro servizio alla verità e sostituirlo con uno stile di dire che evitasse ogni spiacevole contraddizione potesse servire a far conoscere e apprezzare la nostra sincera benevolenza verso tutti. In realtà, di solito è servito soltanto a persuadere gli altri che anche noi ci siamo ormai arresi, che la morale cristiana sia ormai cambiata, che la Chiesa non sia più impegnata sul fronte della verità; e questo è un malinteso che non giova né ai singoli né alla società dei nostri tempi.
Davvero l’amore per i nostri fratelli deve essere sempre la misura di ogni nostro atto e di ogni nostra parola; ma che sia l’amore autentico, l’amore serio, l’amore che vuole il vero bene della persona amata. Sotto l’ispirazione di questo amore noi dovremo avere sempre grande comprensione e misericordia per tutti, quali che siano le loro idee e i loro atti, e insieme grande fermezza nel richiamare quei princìpi di comportamento che soli possono offrire salvezza all’umanità.
(Ragione e vita. A che punto è la notte?, pp. 56-58)

lunedì 22 agosto 2016

La fede di Napoleone





Amava dialogare su Dio, Gesù, sulla potenza del Vangelo. Era un credente e un testimone della sofferenza e del perdono cristiano di nemici e traditori
Stiamo parlando di un inedito Napoleone Bonaparte, cattolico doc, raccontato in “Conversazioni sul cristianesimo” (Giorgio Carbone, Edizioni Studio Domenicano).
Le conversazioni si riferiscono all’ultimo periodo di Napoleone a Sant’Elena in compagnia dei fedelissimi generali Bertrand e Montholon, ateo dichiarato il primo e cristiano tiepido il secondo.
IL GENIO DI DIO
Bertrand amava stuzzicare l’Imperatore: «Sire, lei crede in Dio, e anch’io credo; ma insomma, che cosa ne sa? L’ha per caso visto?». E l’Imperatore replicava: «Che cosa è Dio? Che cosa ne so io? Ma allora, risponda lei a questa domanda: Come giudica se un uomo è geniale? È una cosa che lei ha mai vista, dico il genio? Che cosa ne sa lei, per credere nel genio? La risposta è: si vede l’effetto, e da questo si risale alla causa, e si crede che questa causa esista, insomma che essa sia reale».
COME IN BATTAGLIA
Napoleone fa un esempio: «Quando durante una battaglia le cose si mettono al peggio, lei cosa fa? Comincia a guardare verso di me, per trovare una via d’uscita. Perché guarda a me? Perché ha l’istinto di credere nel mio genio; ne ha bisogno. Nel folto della mischia, quando le sorti della battaglia erano incerte, perché lei, generale, mi cercava con lo sguardo, le sue labbra quasi mi chiamavano, e da ogni parte si sentiva gridare: Dov’è l’Imperatore, e quali sono i suoi ordini? E questo era il grido dell’istinto, e della fede in me. Ecco, anch’io ho un istinto, una fede, una certezza, un grido che mio malgrado esce dal mio petto, quando rifletto e guardo la natura, e mi dico: Dio! Resto ammirato e grido: Sì, Dio c’è! Come le mie vittorie hanno convinto lei a credere in me; così l’universo mi fa credere in Dio».
“CAUSA DELLE CAUSE”
L’imperatore sentenzia: «Io credo in Dio, a causa di ciò che vedo, e di ciò che sento. Questi effetti mirabili dell’onnipotenza divina non sono altrettanto eloquenti delle mie vittorie? Cosa vuole che sia la manovra militare più brillante, a confronto del movimento degli astri? Ecco, a me gli effetti divini fanno pensare a una causa divina, perché c’è una ragione superiore, un Essere Infinito, che è la causa delle cause, ed è anche la causa della sua [di Bertrand] intelligenza».

CONTRO L’ATEISMO
Non manca una critica netta agli atei come Bertrand. «Io perdono molte cose, ma ho orrore degli atei e dei materialisti… Cosa vuole che io abbia in comune con un uomo che non crede all’esistenza dell’anima, e che crede che l’uomo sia un mucchio di fango? Cosa vuole che io abbia in comune con un uomo che pretende che io sia, come lui pensa di essere, solo un mucchio di fango?».

RELIGIONE CONTRO L’INQUIETUDINE UMANA
L’antidoto all’ateismo è la religione.
«Tutto proclama l’esistenza di Dio, ciò è indubbio… Da quando presi il potere, mi proposi di ristabilire la religione… Ai miei occhi la religione è la base e il fondamento della morale, dei principi, e dei buoni costumi. L’inquietudine dell’uomo è tale che solo può placarla il mistero meraviglioso del cristianesimo…».
Il generale Bertrand allora, rivolto all’Imperatore, disse: «…così andava a finire che egli [Napoleone] sarebbe diventato devoto…». L’Imperatore così replicò a Bertrand: «Temo invece che ciò non accada; voglia Dio che io muoia da buon cristiano! Secondo me l’incredulità non deriva dal capriccio, né dal libertinismo. L’uomo non deve dare niente per scontato, soprattutto a riguardo degli ultimi istanti della vita».
IL FASCINO DI GESU’
Napoleone era anche affascinato da Gesù. «La sua religione è un segreto di cui solo lui ha le chiavi, e proviene da un’intelligenza che certamente non è l’intelligenza dell’uomo. C’è un’originalità profonda che genera parole e massime sconosciute. Gesù non si appoggia ad alcuna delle nostre scienze; solo in lui si trovano i fatti e gli esempi della sua vita: non è un filosofo, perché procede attraverso miracoli, e fin dall’inizio i suoi seguaci erano anche i suoi adoratori, che egli persuade con un richiamo al cuore, e non con uno spiegamento sontuoso di logica.Perciò non ha bisogno di imporre ad alcuno studi preliminari, né conoscenze di alcun tipo: per lui la religione consiste nel credere».
IL “TRIONFO” DELL’ANIMA
Del resto, «tutti sappiamo che le scienze e la filosofia non servono in alcun modo per la nostra salvezza», e Gesù viene nel mondo «per rivelare solo i segreti del cielo, e le leggi dell’anima. Egli perciò si rivolge solo all’anima, e infatti nel Vangelo egli vi si richiama costantemente».
A lui, prosegue Napoleone, «l’anima basta, come egli basta all’anima: prima di lui, l’anima non era niente, poiché la materia e il tempo erano i padroni del mondo. Dopo di lui, tutto è stato riportato nel posto giusto, e la scienza e la filosofia sono state riportate al proprio ruolo secondario nel destino dell’uomo. Con lui, l’anima ha riconquistato la propria sovranità, e tutta l’impalcatura della speculazione filosofica crolla per la forza di una sola sua parola: la fede. Quale maestro, e quale parola sono stati capaci di operare questa rivoluzione!»

UN VIAGGIATORE AUDACE
Per l’imperatore nessuno mai, oltre a Gesù, ha insegnato con autorità la dottrina e la preghiera. «senza che alcuno possa contraddirlo! Primo, perché il Vangelo contiene la morale più pura; e poi, perché il dogma da lui predicato è la proclamazione della verità come essa esiste, ma in un modo che non può essere raggiunto né da ragionamento, né da mente umana. Chi sarebbe così demente da smentire un viaggiatore intrepido che narra le meraviglie delle cime innevate, che lui solo ha avuto l’audacia di visitare? Cristo è appunto il viaggiatore audace, e rispetto a lui si può rimanere scettici, ma non si può dire: Questo non può essere!»
LA LEZIONE DEL VANGELO
Nella storia, conclude Napoleano, «invano, ho cercato qualcuno paragonabile a Gesù, o una realtà qualsivoglia comparabile al Vangelo, senza trovare né l’uno né l’altra: né la natura, né la storia, né gli uomini hanno niente che possa essere posto al livello o sia comparabile a Gesù». Nel Vangelo «tutto è straordinario, e in esso tutto è al di fuori e al di sopra della mente umana». Neanche gli atei, chiosa, «hanno mai osato negare la sublimità del Vangelo, che ispira loro una venerazione obbligata! Quanta felicità procura il Vangelo nei credenti, e quanta ammirazione in tutti coloro che lo leggono e lo meditano! Tutte le parole vi sono suggellate e concordi come le pietre di una costruzione».

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lunedì 8 agosto 2016

Il cristianesimo non è una religione


da "Libertà e Persona"
Il cristianesimo, in sé, non è una concezione della realtà, non è un codice di precetti, non è una liturgia. Non è neppure uno slancio di solidarietà umana, nè una proposta di fraternità sociale. Anzi,
il cristianesimo non è neanche una religione. È un avvenimento, un fatto. Un fatto che si compendia in una persona. Oggi si sente dire che in fondo tutte le religioni si equivalgono perché ognuna ha qualcosa di buono. Probabilmente è anche vero. Ma il cristianesimo, con questo, non c’entra. Perché il cristianesimo non è una religione, ma è Cristo. Cioè una persona.”
(Cardinale Giacomo BIFFI, Arcivescovo di Bologna)

*

Sull´immigrazione mi limito a richiamare schematicamente quanto ho avuto occasione di dire lo scorso anno.
Alle comunità cristiane proponevo tre persuasioni semplici ed essenziali.
1. Non è per sé compito della Chiesa e delle singole comunità
risolvere i problemi sociali che la storia di volta in volta ci presenta. Noi non dobbiamo perciò nutrire nessun complesso di colpa a causa delle emergenze anche imperiose che non ci riesce di affrontare efficacemente.
2. Dovere statutario del popolo di Dio e compito di ogni battezzato è di far conoscere Gesù di Nazaret, il Figlio di Dio morto per noi e risorto, e il suo necessario messaggio di salvezza. E´ un preciso ordine del Signore e non ammette deroga alcuna. Egli non ci ha detto: “Predicate il Vangelo a ogni creatura, tranne i musulmani, gli ebrei e il Dalai Lama”.
3. Allo stesso modo, è nostro dovere l´osservanza del comando dell´amore. Di fronte a un uomo in difficoltà – quale che sia la sua razza, la sua cultura, la sua religione, la legalità della sua presenza – i discepoli di Gesù hanno il dovere di amarlo operosamente e di aiutarlo a misura delle loro concrete possibilità.
Tre convincimenti esprimevo anche nei confronti dello Stato italiano.
1. Di fronte al fenomeno dell´immigrazione, lo Stato non può sottrarsi al dovere di regolamentarlo positivamente con progetti realistici (circa il lavoro, l´abitazione, l´inserimento sociale), che mirino al vero bene sia dei nuovi arrivati sia delle nostre popolazioni.
2. Poiché non è pensabile che si possano accogliere tutti, è ovvio che si imponga una selezione. La responsabilità di scegliere non può essere che dello Stato italiano, non di altri; e tanto meno si può consentire che la selezione sia di fatto lasciata al caso o, peggio, alla prepotenza.
3. I criteri di scelta non dovranno essere unicamente economici e previdenziali: criterio determinante dovrà essere quello della più facile integrabilità nel nostro tessuto nazionale o quanto meno di una prevedibile coesistenza non conflittuale. Un “ecumenismo politico” (per così dire), astratto e imprevidente, che disattendesse questa elementare regola di buon senso amministrativo, potrebbe preparare anche per il nostro popolo un futuro di lacrime e di sangue.
Ho la presunzione di avere con ciò enunciato in termini estremamente chiari delle proposte del tutto ragionevoli (anzi, se si vuole, “laicamente” ragionevoli). E moltissimi le hanno intese e apprezzate.
Mi sfugge invece come sia stato possibile muovere a questa posizione da parte di altri accuse come quelle di integralismo, di prevaricazione clericale, di intolleranza, di atteggiamento antievangelico, eccetera. L´ipotesi più misericordiosa che mi si presenta è che da parte dei miei critici, per il brigoso impegno di parlare, non si sia trovato il tempo di leggere ciò che io avevo scritto.
Quella dell´immigrazione è una questione difficile e complessa, e va affrontata con serietà di informazione e di indagine. Non si tratta perciò soltanto di leggere ciò che si vuol contestare (che è il minimo che si deve fare); bisogna anche – per dirla col Manzoni – “osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare”.

(da: http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/7448)

lunedì 1 agosto 2016

Grandezza della libertà e della verità



Anticipiamo ampi stralci della testimonianza, a firma dell’arcivescovo presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, raccolta da Roberto Cutaia nel volume in uscita in questi giorni "Giacomo Biffi. Il cardinale dal profumo di Cristo" (Città del Vaticano, Lateran University Press, pagine 114, euro 15)
(Rino Fisichella) «Dopo i primi minuti che ascolto una relazione incomincio ad arricciare il naso e penso dove il conferenziere vuole andare a parare. Con lei non è successo, sono rimasto in ascolto per tutto il tempo e condivido tutto quanto ha detto. Grazie!». Sono le parole che il cardinale Biffi con estrema generosità e il suo sorriso accattivante mi confidò all’orecchio dopo una mia relazione ai sacerdoti di Bologna.
Ci eravamo già incontrati in altre circostanze, ma devo confessare che parlare ai suoi sacerdoti nei rituali incontri mensili che si svolgono, mi aveva messo un po’ in agitazione. Ero vescovo ausiliare di Roma da alcuni mesi ed essere invitato dal cardinale Biffi non era un affare da poco. La sua gentilezza e affabilità unita sempre a quella bonomia sorridente coniugata con una buona dose di ironia, mi ha permesso di trovare in lui spontaneamente una porta aperta all’incontro interpersonale. Quelle parole, comunque, le porto con me come segno di stima e affetto per un giovane confratello che ha sempre incoraggiato in ogni occasione.
L’impressione che ho ricavato dagli incontri con lui, d’altronde, si può riassumere in una semplice espressione: Ubi fides ibi libertas. Sono parole di sant’Ambrogio che ho motivo di pensare abbiano segnato l’intera vicenda di Giacomo Biffi. Non è certo un caso se ha voluto porre questa espressione come paradigma all’autobiografia raccolta nel significativo titolo di Memorie e digressioni di un cardinale italiano. Mi ha sempre colpito la sua libertà di parola, accompagnata da un sorriso tutt’altro che ingenuo soprattutto quando era chiamato a delineare vizi e virtù di questo peculiare momento della nostra storia. La sua libertà è derivata da una profonda fede che ha plasmato e dato profondità all’intelligenza. Chi crede, infatti, non può fermarsi a descrivere la realtà, ma è chiamato a cogliere la profondità della vicenda umana per aprirla a quello spazio di trascendenza che va oltre ogni limite per spalancargli l’Eterno. È in questo senso che si può ripercorrere la vicenda intellettuale del cardinal Biffi. Chi ha avuto la fortuna — come l’ho avuta io — di addentrarsi nelle dense pagine della sua tesi in teologia Colpa e libertà nell’odierna condizione umana, allora potrà comprendere a fondo la personalità di Giacomo Biffi. Qui, infatti, trovano sintesi due concetti fondamentali per la vita cristiana: la forza della grazia e la debolezza del peccato. Dinanzi a questo binomio si dipana la grandezza della libertà personale che inserita in Cristo sa riconoscere il proprio percorso di realizzazione, evitando la schiavitù del male. Mi inviò questo suo testo con una semplice dedica: «A monsignor Rino Fisichella. Auguri!». L’interpretazione che diedi non fu solo la prossimità del Natale. In quel “Auguri” c’era molto di più. Era l’invito a poter entrare in un mondo che spesso dimentichiamo mentre è essenziale per dare senso alla vita. Pagine che scorrono ripercorrendo secoli di storia con le differenti interpretazioni della problematica, ma soprattutto che prospettano la via della salvezza come unico sentiero percorribile per un’esistenza autenticamente libera. «Il peccatore non è solo un ribelle alla Legge, ma è un ostinato, insensibile, impermeabile a quel dono libero e soprannaturale col quale Dio vorrebbe continuamente risanare le sue ferite. In una parola, è un ribelle all’Amore». Parole ardue e insieme audaci che delineano il percorso della fede come una genuina offerta di libertà e verità. È alla luce di questa drammatica condizione che si pone la fede come possibilità per dare all’esistenza umana la sua definitiva e compiuta vocazione.
Non posso tralasciare la “parresia” della parola del cardinal Biffi. Con intelligenza e acutezza, ha saputo cogliere con lungimiranza i cambiamenti della nostra epoca. Non si è limitato a denunciare i limiti di una visione unilaterale della cultura che in questi anni sotto il nome di “progresso” e di “laicità” ha imposto la sua visione del mondo, ma ha offerto con simpatia percorsi differenti. Questi avrebbero meritato molta più attenzione piuttosto che la facile polemica politica. Un ascolto saggio avrebbe evitato, forse, di doversi trovare dinanzi alle gravi difficoltà in cui da decenni ormai questo Paese languisce. Apparsa la sua riflessione sull’immigrazione, anche Giacomo Biffi ha subito lo sport meglio praticato in questo Paese: quello della critica feroce senza aver letto il testo, dell’insulto gratuito e della demonizzazione del pensiero. Riprendere tra le mani alcune sue considerazioni, a quindici anni di distanza, consente di verificare la lungimiranza di quelle parole e la differente accoglienza che avrebbero meritato, soprattutto presso la classe dirigente. «Ciò che dobbiamo augurare al nostro Stato e alla società italiana è che si arrivi presto a un serio dominio della situazione in modo che il massiccio arrivo di stranieri nel nostro Paese sia disciplinato e guidato secondo progetti concreti e realistici di inserimento che mirino al vero bene di tutti, sia dei nuovi arrivati sia delle nostre popolazioni. Chi viene da noi deve sapere subito che gli sarà richiesto, come necessaria contropartita dell’ospitalità, il rispetto di tutte le norme di convivenza che sono in vigore da noi, comprese quelle fiscali. Diversamente non si farebbe che suscitare e favorire perniciose crisi di rigetto, ciechi atteggiamenti di xenofobia e l’insorgere di deplorevoli intolleranze razziali. Una consistente immissione di stranieri nella nostra penisola è accettabile e può riuscire anche benefica, purché ci si preoccupi seriamente di salvaguardare la fisionomia propria della nazione. L’Italia non è una landa deserta o semidisabitata, senza storia, senza tradizioni vive e vitali, senza una inconfondibile fisionomia culturale e spirituale, da popolare indiscriminatamente, come se non ci fosse un patrimonio tipico di umanesimo e di civiltà che non deve andare perduto».
Il richiamo all’identità del Paese, come si nota, prima ancora di essere un’esigenza culturale, è appello alla coerenza con la propria storia. Il realismo del cardinal Biffi, comunque, lo spingeva a scrivere ancora: «Compito primario e indiscutibile delle comunità ecclesiali è l’annuncio del Vangelo e l’osservanza del comando dell’amore. Di fronte a un uomo in difficoltà — quale che sia la sua razza, la sua cultura, la sua religione, la legalità della sua presenza — i discepoli di Gesù hanno il dovere di amarlo operosamente e di aiutarlo a misura delle loro concrete possibilità. Il Signore ci chiederà conto della genuinità e dell’ampiezza della nostra carità e ci domanderà se abbiamo fatto tutto il possibile. Su questo però — sarà bene che nessuno se lo dimentichi — noi siamo tenuti a rispondere non ad altri, ma solo al Signore».
L’accoglienza, l’assistenza e la solidarietà non possono essere neutrali. La sua lettera pastorale del 1992 Guai a me..., ha permesso di puntualizzare la presenza e l’azione pastorale della Chiesa nel suo specifico. Per questo le sua parole risuonano ancora con estrema importanza. «Dovere statutario della Chiesa cattolica e compito di ogni battezzato è di far conoscere esplicitamente Gesù di Nazareth, il Figlio di Dio morto per noi e risorto, oggi vivo e Signore dell’universo, unico Salvatore di tutti. Tale missione può essere coadiuvata ma non surrogata dall’attività assistenziale che riusciremo a offrire ai nostri fratelli. Suppone la nostra attitudine al dialogo sincero, aperto, rispettoso con tutti, ma non può risolversi nel solo dialogo. È favorita dalla conoscenza oggettiva delle posizioni altrui, ma si avvera soltanto nella conoscenza di Cristo cui noi riusciamo a portare i nostri fratelli, che sventuratamente ancora non ne sono gratificati. Inoltre l’azione evangelizzatrice è di sua natura universale e non tollera deliberate esclusioni di destinatari. Chi ci contestasse la legittimità o anche solo l’opportunità di questo annuncio illimitato e inderogabile, peccherebbe di intolleranza nei nostri confronti: ci proibirebbe infatti di essere quello che siamo, vale a dire “cristiani”; cioè obbedienti alla chiara ed esplicita volontà di Cristo. È molto importante che tutti i cattolici si rendano conto di questa loro indeclinabile responsabilità. E per essere buoni evangelizzatori, persuasi dentro di sé e persuasivi nei confronti degli altri, essi devono crescere sempre più nella intelligenza e nella gioiosa ammirazione degli immensi tesori di verità, di sapienza, di consolante speranza che hanno la fortuna di possedere: è una effusione sovrumana, anzi divinizzante di luce, assolutamente inconfrontabile con i pur preziosi barlumi offerti dalle varie religioni e dall’islam; e noi siamo chiamati a proporla appassionatamente e instancabilmente a tutti i figli di Adamo».
Insomma, il ricordo del cardinal Biffi mi pone dinanzi all’urgenza della coerenza e della fedeltà al Vangelo. Nel suo intervento al conclave che avrebbe eletto Benedetto XVI, rivolgendosi al futuro Papa ha avuto occasione di dire: «Il Signore Gesù non gli chiederà di risolvere tutti i problemi del mondo. Gli chiederà di volergli bene con un amore straordinario». Parole che mi sembra siano state vissute dall’arcivescovo di Bologna per la sua Chiesa.

L'Osservatore Romano

lunedì 11 luglio 2016

A Dio si deve obbedienza, non all'uomo

Il cardinale Giacomo Biffi
A Dio si deve obbedienza, non all'uomo Non si può usare la coscienza per ignorare la verità
di Giacomo Biffi

Un anno fa, l'11 luglio 2015, moriva il cardinale Giacomo Biffi, che - come lo ha definito recentemehte su queste colonne monsignor Luigi Negri - è stato «uno dei cristiani più grandi di questo secolo». Soprattutto le sue riflessioni teologiche e pastorali restano come punti di riferimento sempre attuali. Proprio per ricordarlo vogliamo proporre una selezione di suoi interventi sul rapporto tra coscienza e verità, tema che ha tenuto banco nel recente dibattito sinodale e continua tuttora. Certi che saranno ancora di edificazione per quanti desiderano sinceramente seguire Cristo. (Selezione a cura di Alessandro Martinetti)

«Il maestro è Cristo: quindi nessuno di noi è maestro a se stesso.Proprio perché l'orgoglioso attaccamento al nostro personale modo di sentire non intralci il nostro cammino verso la verità, dobbiamo mantenerci di fronte a Gesù nell'atteggiamento più docile di chi vuole imparare. Sulle questioni religiose e morali non ha molto senso ripetere, come se fosse una sentenza definitiva: “Io la penso così”; dobbiamo sempre ricercare che cosa oggettivamente ne pensi il Maestro... Cristo è il nostro maestro, cioè mandato apposta per noi dalla misericordia del Padre, perché lo scoraggiamento e lo scetticismo non ci paralizzasse nella esplorazione di ciò che è giusto e vero». (Stilli come rugiada il mio dire. Omelie per le Domeniche del Tempo Ordinario, Bologna 2015, p. 152) 
«La coscienza morale è la norma prossima dell'agire: ognuno deve sempre seguire la sua coscienza, qualunque cosa comandi, qualunque cosa proibisca. Ma la può seguire con tranquillità solo se prima si è preoccupato che la sua coscienza sia vera, cioè corrisponda effettivamente alla verità oggettiva di Dio, la quale è legge di comportamento che precede ogni parere e ogni decisione dell'uomo. Perché Dio, e non l'uomo, è il Signore cui è dovuta obbedienza.
In pratica, la “verità” della mia coscienza sarà garantita dal mio amore disinteressato e assoluto per la verità; vale a dire dalla continua determinazione non tanto di affermare enfaticamente ciò che io ritengo giusto, ma di conoscere ciò che è giusto in sé, a prescindere dai miei interessi e dalle mie personali preferenze». (Pecore e pastori. Riflessioni sul gregge di Cristo, Siena 2008, p. 88)
«La “mia coscienza” (citata ai miei interlocutori, che non la vedono e possono solo fidarsi di ciò  che io ne dico) non è dunque la parola risolutiva, quasi magica, che mi dispensi dall'appurare dove in effetti stia di casa la giustizia oggettiva. Mi preoccuperò piuttosto che essa diventi sempre più la voce della giustizia eterna, in quanto risuona dentro il mio cuore. Allora ciò che io devo fare non è di addurre a ogni piè sospinto l'autorità della “mia coscienza” nelle discussioni con gli altri (che non la possono verificare). Ricercherò piuttosto come un ideale la sintonia reale più perfetta possibile tra questa mia voce interiore e la voce di colui che unico è Signore e Legislatore assoluto. Diversamente la mia coscienza, invece di essere la presenza eloquente in me del Dio vivo e vero, diventerebbe un idolo eretto nel santuario interiore a mio smarrimento e a mia rovina». (Pecore e pastori. Riflessioni sul gregge di Cristo, cit., p. 89)
«Secondo l'opinione che oggi si generalizza, invece, la coscienza non pare debba uscire da se stessa: stia attenta ai propri desideri, alle proprie ritrosie, ai propri entusiasmi, ai propri languori, e non avrà bisogno d'altro. La conoscenza delle norme oggettive le è estranea e quindi indifferente. E così si è finalmente venuti a capo di un equivoco: si era fino a questo momento pensato che la coscienza fosse un mezzo dato da Dio per far conoscere la volontà di Dio. Tutto è così reso più facile: la coscienza è l'abolizione della legge. È la liberazione dalla schiavitù dei precetti e della casistica. L'imperativo morale è perfettamente semplificato:
- Sono leciti i rapporti prematrimoniali? Segui la tua coscienza
- Come devo compilare la denuncia dei redditi? Segui la tua coscienza...
La quale non va affatto informata, va solo seguita. E non è appena il mestiere di moralista a venire in tal modo agevolato, è anche quello più impegnativo di uomo.
Tanto più che, nonostante le apparenze, non c'è nulla di più arrendevole della coscienza che non si raffronti continuamente con la legge divina. All'uomo che obbedisce alla coscienza senza preoccuparsi affatto di conoscere il parere di Dio, la ricompensa è immanente: la coscienza finisce sempre per obbedire all'uomo senza recargli più nessun disturbo». (Il quinto evangelo, Bologna 2008 [prima edizione: Milano 1970], pp. 67-68)
«L'imperativo morale, offrendo dei contenuti che, all'atto del loro notificarsi, vengono necessariamente percepiti come vincolanti per tutti e per sempre, è di sua natura atemporale. Il problema etico nasce dentro di noi appunto dalla esigenza di riferire e sottomettere la concretezza storica nella quale esistiamo e siamo chiamati ad agire a una norma che viene avvertita trascendente i vari momenti e i vari stati.
Concepire l'imperativo come del tutto condizionato alla situazione in cui noi e i nostri atti siamo storicamente racchiusi, significa – di là da ogni astuzia dialettica – vanificarlo. Se non è colto come qualcosa di assoluto ed eterno, non viene neppure colto come realmente impegnativo. L'uccisione del Grillo parlante è un misfatto che può essere perpetrato, oltre che nella vita di un burattino ribelle, anche in qualche celebrata pagina di scienza morale.
La coscienza personale... deve o no riconoscere l'esistenza fuori di sé di una legge obiettiva da esplorare lealmente e appassionatamente, con la quale confrontarsi ogni giorno in un atteggiamento di umile subordinazione? Si tratta in sostanza se ammettere o no una verità trascendente nel campo della vita morale, alla quale sentirsi vincolati.
È una questione di fondo, che coinvolge in sé la visione globale della realtà. Chi, anche implicitamente, concepisce la coscienza individuale come il riflesso di una norma obbiettiva cui ci si deve riferire, ammette, anche se non lo sa, che c'è un Dio al principio di tutto.
Chi ritiene che la coscienza non abbia nessuna necessità di rifarsi a una norma obbiettiva che la preceda, si pone, anche se non lo sa, sulla strada dell'ateismo: il suo atteggiamento interiore è quello di chi non ammette altro Dio all'in fuori di se stesso...
Non per nulla nel nostro libro l'allontanamento da Geppetto si conclude con l'uccisione del Grillo parlante. L'imperativo all'inizio è vivo e operante nel cuore di ogni uomo, ma la sua azione e la sua vivacità subiscono variazioni essenziali a seconda della maggiore o minore intensità del senso di Dio... È probabile che Pinocchio non volesse spingersi fino a uccidere il Grillo: Forse non credeva neppure di colpirlo.
Se si potesse confinarlo in una gabbietta all'esterno, sul balcone di casa, così che i vicini lo vedano e il suo cri-cri petulante arrivi a loro e lasci in pace noi, saremmo contenti tutti. Ma quando il Grillo parlante non si rassegna a questo accomodamento, allora bisogna agire con decisione; e c'è sempre qualche martello di legno a portata di mano». (Contro maestro Ciliegia. Commento teologico a “Le avventure di Pinocchio”, Milano 1977, pp. 49-51)
«Contrariamente a quello che talvolta noi possiamo immaginare, Gesù non è affatto una persona accondiscendente e incline al compromesso, quando si tratta della verità.
Se si imbatte in uomini che sembrano disinteressati all'annuncio, non per questo cambia l'annuncio o lo riduce. Non si affanna a inseguire le ottusità e le svogliatezze del mondo o a rincorrere i capricci dei suoi contemporanei. Egli è il portatore del dono del Padre e la sua preoccupazione è quello di offrirlo integralmente, non di imporlo ad ogni costo alla cattiva volontà di chi lo rifiuta. Egli sa già in partenza che molti rifiuteranno il dono; questo lo fa soffrire, ma non lo induce a formulare una proposta meno impegnativa e più conforme alle attese degli uomini...
E nessuno pensi che tutto questo sia mancanza di amore. Al contrario, è proprio l'amore che spinge Gesù a non cedere di fronte alle nostre esigenze, alle nostre proposte di adattare la verità di Dio ai gusti umani, ai nostri tentativi di immiserire la grandezza e la bellezza del disegno del Padre. A Cafarnao, per esempio, resistendo con fermezza ai suoi contemporanei che gli chiedono un discorso più facile da accettare da parte degli uomini, Gesù salva per noi e per la nostra vita il segno più alto, più efficace, più commovente del suo amore che rinnova, nutre, rianima, cioè il sacramento dell'Eucaristia». (Stilli come rugiada il mio dire. Omelie per le Domeniche del Tempo Ordinario. Anno B, Bologna 2015, pp. 127-28)
«Di fronte alla ribellione, al disinteresse, all'abbandono, egli [Gesù Cristo] si limita a chiedere ai Dodici rimasti: Volete andarvene anche voi?
È una forte lezione per chi crede di poter “trattare” con lui e porre delle condizioni al suo proseguimento nella fede e nella pratica religiosa. È una forte lezione per il cristiano che vive nella paura di perdere l'adesione del mondo moderno e della cultura oggi prevalente. È una forte lezione per chi, invece di credere, si preoccupa di essere credibile e scruta affannosamente le statistiche su quanti vengono a messa e su quanti non vengono più.
Volete andarvene anche voi? Gesù, più che preoccuparsi di coloro che lo rifiutano, sembra preoccuparsi che non ci sia qualcuno, tra quelli che lo seguono, che abbia capito male e possa falsare il suo messaggio.
La risposta di Pietro sia la nostra risposta. Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna.Possiamo essere deboli, possiamo essere infedeli ai nostri impegni e incoerenti coi nostri princìpi; ma Dio nostro Padre ci conceda di sentire sempre questa invincibile nostalgia del Signore Gesù.” (Stilli come rugiada il mio dire. Omelie per le Domeniche del Tempo Ordinario. Anno B, cit., pp. 131-32)
«Nel suo discorso al Convegno ecclesiale di Loreto del 1985, Giovanni Paolo II si esprime a questo proposito con grande chiarezza: “La fedeltà alla verità è condizione imprescindibile perché i cristiani tutti possano svolgere la loro missione profetica nel mondo” (Giovanni Paolo II, Discorso al Convegno Ecclesiale di Loreto, 11 aprile 1985, n. 4). E subito dopo: “La 'coscienza di verità', la consapevolezza cioè di essere portatori della verità che salva, è fattore essenziale del dinamismo missionario dell’intera comunità ecclesiale, come testimonia l’esperienza fatta dalla Chiesa fin dalle sue origini. Oggi, in una situazione nella quale è urgente por mano quasi ad una nuova 'implantatio evangelica' anche in un Paese come l’Italia, una forte e diffusa coscienza di verità appare particolarmente necessaria” (ibidem)». (Pecore e pastori. Riflessioni sul gregge di Cristo, Siena 2008, p. 75)
«La verità di Dio va amata nella sua integralità e nella sua armoniosa compiutezza. Il cuore davvero credente è affascinato dalla ortodossia e dalla sua capacità di far crescere lo spirito e di approssimarlo a Dio. Le esasperazioni unilaterali delle singole verità; le amplificazioni dell'uno o dell'altro aspetto a scapito della totalità del tesoro rivelato; le eresie, per dirle con parola schietta e antica, possono anche apparire più ricche di originalità e di genio, più gravide di pratiche implicazioni, più capaci di abbagliare le menti e di fare notizia, ma, non essendo la “verità tutta intera”, non sono la divina ricchezza elargitaci dallo Spirito. E alla fine si scoprono sempre nella loro povertà e nelle loro conseguenze mortificanti». (Pecore e pastori. Riflessioni sul gregge di Cristo, cit., pp. 84-85)
«La prima realtà da non dimenticare è che nessuno di noi possiede la verità in modo da poterne disporre secondo i suoi calcoli e i suoi progetti. La verità è sempre signora, ed esige da noi un rispetto assoluto e una venerazione incondizionata; non può mai essere piegata al nostro servizio e alle cause da noi difese. Al contrario, dobbiamo sentirci noi i servi docili e fedeli della verità... In particolare, non possiamo avvalerci della verità rivelata come se fosse cosa nostra, passibile dei nostri dosaggi e delle nostre manipolazioni in conformità alle pretese della cultura mondana prevalente e più aggressiva. Lo Spirito Santo ci guida a “tutta la verità” (Gv 16,13); e appunto la verità tutta intera deve essere da noi accolta e adorata, senza mutilazioni e senza astute censure. “La verità rivelata – ha detto ancora Giovanni Paolo II al Convegno di Loreto [Discorso al Convegno Ecclesiale di Loreto, 11 aprile 1985, n. 4] – è proprietà di Dio; di essa la Chiesa non è padrona arbitraria, ma piuttosto serva e testimone fedele». (Pecore e pastori. Riflessioni sul gregge di Cristo, cit., p. 83)
«Naturalmente bisogna guardarsi dal presentare come “coscienza di verità” della Chiesa di Cristo le nostre piccole persuasioni personali, o gli assiomi particolari al nostro raggruppamento sociale, ideologico, ecclesiale, o le idee correnti in un determinato ambiente e in un determinato momento storico. Anche a proposito della verità bisogna preoccuparsi di non mescolare mai nel santuario della nostra coscienza il Dio unico e vivo con la moltitudine degli idoli morti e mortiferi, o anche solo con gli irrilevanti idoletti delle nostre ubbìe e delle nostre opinabili preferenze». (Pecore e pastori. Riflessioni sul gregge di Cristo, cit., p. 79)

mercoledì 15 giugno 2016

Ubi fides ibi libertas



Il cardinale che diffondeva e garantiva certezza
di Giuliano Ferrara

Il libro “Ubi fides ibi libertas. Scritti in onore di Giacomo Biffi” (Ed. Cantagalli, pag. 350, € 18) è stato presentato ieri a Bologna nella Biblioteca dell'Archiginnasio. Il libro è composto da una serie di scritti, tra cui quelli di Papa Francesco, Benedetto XVI, Angelo Bagnasco, Angelo Scola, Carlo Caffarra, Matteo Maria Zuppi, Luigi Bettazzi, Giorgio Guazzaloca, Marcello Pera, Luigi Giussani. A un anno dalla morte dell'indimenticabile “italiano cardinale”, per gentile concessione dell'editore, proponiamo ai lettori della “Nuova Bussola” un estratto del contributo al libro di Giuliano Ferrara, già Direttore del quotidiano “Il Foglio”. 

«...Come memorialista e critico letterario, nelle Memorie di un italiano cardinale o negli scritti su Collodi e sul Risorgimento, Biffi seppe essere witty, seppe fecondare con lo humour del suo occhio scrutatore e del suo spirito di grandissimo moralista un discorso anche pubblico sull’incontro e sul conflitto tra cristianesimo e modernità. Si occupò con trasparenza, figlio di un papa Giovanni, di un Paolo, di due Giovanni Paolo e di un Benedetto, del profilo laico, ma sanamente laico, della politica e della storia contemporanea.
Fu sempre attento – “l’italiano cardinale” – al paese di Dante, cui attribuiva una coscienza universale e un rango di primissima classe in ragione della sua aderenza, fin dalla tarda antichità, allo svolgimento della storia della salvezza secondo il vangelo e la sua Chiesa Cattolica casta meretrice. In questa enfasi predicatoria, sempre umilmente sottoposta alla norma parrocchiale e oratoriana dell’understatement, della chiarezza e della semplicità di lingua e di forma, quell’uomo di Dio e di Chiesa dall’ovale perfetto del volto, dalla mente lucida e svagata ma intima a sé stessa, e dalla fede intrinseca mai ostentata come fede personale, ma più spesso ragionata sorridendo come fede per il pubblico, in questa enfasi seppe togliersi grandi soddisfazioni intellettuali. 
Disse che Cristo negli anni della predicazione era ricco e amico di ricchi. Che il dubbio è parte costitutiva della persona umana (a dubitare ci arrivo da solo, aggiungeva) ma la funzione della Chiesa è diffondere, elaborare, garantire certezza. Che l’anticristo di Solovev era un pacifista, un vegetariano pieno di buoni sentimenti. Che nessuna ecologia è credibile se non parta dall’abbraccio a una visione intransigente di ciò che è difesa della vita. Che essere chiamati integralisti, per i cattolici seri, può equivalere a essere chiamati cristiani. Ebbe parole di fuoco sacro contro la demolizione della fede dall’interno, intesa come costrizione dei semplici a diventare cattolici adulti. Derise i falsi profeti non di sventura ma di serenità e di ore tranquille imminenti. Gli attentati alla libertà di giudizio cominciano dal linguaggio, disse, e così chiosò la prevalenza del politicamente corretto. Si scatenò con bonaria ferocia contro coloro che a forza di comprensione e dialogo non riuscivano più a denunciare l’intossicazione della fede cristiana e del suo sostrato di cultura e di civiltà.
Ma tutto questo, e molto, moltissimo altro ancora, non era mai disgiunto da una benevolenza vera verso le persone, verso gli erranti, verso coloro che potevano essere censurati con la nota vivacità ma sempre restavano, e non solo nel loro cuore ma nel cuore di Biffi che li segnava a dito, uomini di Dio. Non era un pedante, non voleva una Chiesa prescrittiva e moralistica nel senso della teologia morale ormai ossificata, ma assertoria e sicura di sé nel suo magistero di umanità e di divinità. Nelle conversazioni con l’emerito era spettacolare la sua irruenza, la sua secchezza chiara e distinta nell’eliminazione dell’equivoco, non meno della sua carezzevole sicurezza del fatto che nella Chiesa si ama e si è amati in un modo speciale, tutto proprio, il che naturalmente rendeva effervescente e a suo modo santa, per uno come me che stava fuori dalla Chiesa in senso tecnico, la vitalità di idee e di sentimenti che si godeva intra muros.
Biffi parlava della Madonna con un fondo lacrimale che non stingeva le linee diritte del discorso, e considerava la fede come la quintessenza che qualcuno doveva pur alchemicamente distillare, compito non bigotto ma umanistico, non mistico ma di razionalismo cristiano. Con i razionalisti immanentisti, negatori di ogni possibile trascendenza, aveva nulla da spartire. Con chi credeva nella possibilità della fede e nella Rivelazione come origine del mondo cristiano, come notizia, come scrittura e sacra doctrina, sapeva tenere il timone della discussione su una rotta appunto laica e sempre risonante di idee storiche, di atteggiamenti non fideisti.
Insomma, il Cardinale esercitava una paternità indicibilmente autorevole, dava un senso liturgico, inteso come convocazione continua del creato di fronte al mistero del suo essere creato, anche alle polemiche del basso mondo. E finì con quella splendida predicazione degli Esercizi Spirituali, sentendo e facendo sentire alla corte teologico-papale di Benedetto XVI la voce immensamente allegra e annunciatrice dei cherubini. Un testo di tale bellezza, estroversione, e caratura letteraria, che mi sembrò giusto, opportuno, pubblicarlo su un piccolo giornale quotidiano, di cui portavo la responsabilità, come testamento di un prete pieno di immaginazione, di obbedienza, di fede e di amore del mondo nel senso in cui il mondo può essere amato da un principe della Chiesa. Pubblicarlo integralmente, certo, e forse anche integristicamente».

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Biffi, un maestro che ha dominato il suo tempo
di Luigi Negri*

L'uscita di un libro che raccoglie gli interventi di importanti personaggi in onore del cardinale Giacomo Biffi, ricorda l'ormai prossimo primo anniversario della morte dell''arcivescovo di Bologna (11 luglio). Oltre a proporvi a parte un brano del libro edito da Cantagalli (clicca qui), abbiamo chiesto a monsignor Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara, che lo ha conosciuto bene, un breve giudizio sull'opera del cardinale Biffi.
Con l'avvicinarsi del primo anniversario della morte del grande cardinale Giacomo Biffi condivido volentieri alcuni pensieri per rievocarne la straordinaria figura.
Biffi ha dominato il suo tempo, ha servito la Chiesa con una chiarezza intellettuale insuperabile, con una capacità pastorale che si scopre e si riscopre man mano che il tempo passa. La raccolta dei suoi interventi pastorali per la diocesi di Bologna comincia ad essere, per me, un classico della riflessione pastorale.
Ha servito la Chiesa come ultimo fra gli ultimi; ma in questo suo essere servo della Chiesa di Dio, lo ha fatto con la grandezza intellettuale e morale che lo caratterizzava e che ne fa uno dei cristiani più grandi di questo secolo, ma soprattutto uno dei più grandi maestri. Ha dominato il suo tempo lavorando prima a Milano e poi a Bologna, due città singolarmente martoriate dal dilagare della mentalità laicista anticattolica, decisamente avversa alla stessa esistenza della Chiesa. 
Ha dominato sottolineando con molta chiarezza che ogni attacco portato alla Verità e alla Libertà della Chiesa sarebbe diventato, come  purtroppo è apparso chiaro in questi ultimi anni, un attacco al popolo. Alla persona e al popolo; il popolo umano, che anziché essere accudito da coloro che gestiscono il potere, viene progressivamente e programmaticamente vilipeso.
Grande uomo di Chiesa e padre della patria. Io credo che in questo, senza esagerazione, consista la sintesi straordinaria di quest’uomo del quale tutti, poco o tanto, e io per primo, ci siamo sentiti umili discepoli.

* Arcivescovo di Ferrara-Comacchio