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venerdì 23 marzo 2018

Ambrogio e la morte



In una lettera del cardinale Schuster. 

Testi e traduzioni. Pubblichiamo uno stralcio della prolusione — intitolata «“Non temo di morire, perché abbiamo un Signore buono”. Variazioni in una nota espressione di Ambrogio di Milano» — al dies academicus della Classe di studi santambrosiani dell’Accademia Ambrosiana tenuta nel pomeriggio del 20 marzo scorso dal prefetto della Biblioteca apostolica vaticana. Al convegno che ha seguito la solenne inaugurazione, il 21 marzo, erano presenti anche studiosi provenienti da Russia, Repubblica Ceca e Cina, paesi nei quali è già stato avviato un progetto di traduzione delle opere del vescovo di Milano.

(Cesare Pasini) Al dire di Paolino, biografo di sant’Ambrogio, il generale Stilicone, convinto che «sull’Italia sarebbe stata incombente la rovina, una volta morto un così grande uomo» qual era il vescovo di Milano, mandò a lui, gravemente malato, una delegazione di nobili, perché lo invitasse «a chiedere al Signore di prolungargli la vita».
Ambrogio rispose: «Non ho vissuto fra di voi in modo da dovermi vergognare di vivere; né temo di morire, perché abbiamo un Signore buono».
La frase ricompare nella Vita di Agostino di Possidio, con qualche variante minore. Possidio riporta la valutazione positiva di Agostino: questi infatti ne elogiava «la precisione e l’equilibrio», invitando a «comprendere che Ambrogio aveva detto: “Non temo di morire, perché abbiamo un Signore buono”, affinché non si credesse che egli aveva premesso: “Non sono vissuto in modo da vergognarmi di vivere tra voi”, per eccessiva fiducia nella sua condotta senza macchia». Effettivamente la frase esprime bene il pensiero di Ambrogio: l’aspetto di concretezza e di impegno umano nella prima parte e, nella seconda, la gratuità preveniente e sovrabbondante del dono divino, come Agostino aveva sottolineato in particolare nella disputa antipelagiana.
Marco Navoni ha spiegato che, mutando il contesto, la narrazione subì un significativo cambiamento: nel racconto di Paolino, è Stilicone, pur barbaro, che percepisce «il rischio reale di sfaldamento culturale e politico dell’impero» e intuisce «il ruolo fondamentale di riassestamento» che poteva assumere «la religione cattolica, di cui Ambrogio in quel momento era l’esponente più prestigioso»; in quello di Possidio, invece, Stilicone scompare e la delegazione di nobili milanesi si concentra sulle esigenze della Chiesa di Milano che «sarebbe stata privata della predicazione della Parola di Dio e dell’amministrazione dei sacramenti»: preoccupazione nobile, ma scontata e un poco retorica, annota Navoni, in quanto risolvibile con la nomina di un buon successore...
La frase è ugualmente presente nella vita anonima carolingia, scritta nel IX secolo in ambito milanese, nota come Vita e meriti di Ambrogio. L’autore, riprendendo da Paolino, drammatizza l’episodio, trasformando in discorso diretto il pensiero di Stilicone, ritoccandolo e ampliandolo: la preoccupazione che sull’Italia sarebbe stata incombente la rovina, diventa: «insieme con lui perirà l’onore di tutta l’Italia» (anche perché poco prima aveva affermato che «è evidente che in lui si trova la somma di tutte le virtù»).
Inoltre la risposta di Ambrogio si arricchisce di un’aggiunta: «Perciò vi prego, fratelli, di non ostacolare il mio cammino né di sbarrare la mia vita con le vostre lacrime. Non voglio che voi ignoriate che lo stesso Signore Gesù, non molti giorni or sono, si è degnato di visitarmi e di confortarmi». Si percepisce il gusto agiografico dell’autore, che prolunga la narrazione per amplificare l’onore del santo celebrato e inserendo nel discorso pubblico di Ambrogio il racconto dell’episodio riferito da Paolino come confidato al solo Bassano di Lodi che cioè Ambrogio «aveva visto il Signore Gesù venirgli incontro e sorridergli»: dalla fine poesia di uno sguardo d’intesa — Gesù venuto a porgere un delicato sorriso al vescovo morente — a una descrizione meramente prosastica, a giustificare l’invito a non “sbarrargli” il cammino verso il cielo.
Non ci stupiamo che la risposta di Ambrogio sia stata più volte utilizzata in svariati contesti. Intendo riferirmi, in particolare, alla lettera che il cardinale Ildefonso Schuster inviò al cardinale Giovanni Mercati il 15 dicembre 1946 per il suo ottantesimo compleanno. Vi troviamo scritto: «Ringraziamo Iddio, che nel giardino della Chiesa ha piantato un tale albero. I suoi frutti sono copiosi e duraturi. Molte e molte anime se ne nutrono a loro spirituale vantaggio ed a gloria del Signore. Può ripetere con Ambrogio: “Non ita vixi, ut me pudeat vixisse”». Il cardinale Schuster, notiamo, sostituisce l’infinito vivere del testo di Paolino con il passato vixisse.
Quest’ultima forma verbale per quanto ne ho potuto appurare non è presente nelle edizioni critiche recenti né nei loro apparati e neppure in edizioni diffuse come la Patrologia latina. Anzi, la lezione vivere è confermata dalla traduzione greca della Vita Ambrosii di Paolino nei due manoscritti che la tramandano, uno della Bibliotèque nationale di Parigi e l’altro un Sabaita conservato nella Biblioteca Patriarcale di Gerusalemme.
Trovo tuttavia attestato l’utilizzo di vixisse in citazioni della frase in vario modo riferite alla morte cristiana. Elenco le più antiche rinvenute: nel terzo tomo delle Conciones de tempore di Luis de Granada (1585); sul basamento del monumento eretto dal figlio a Thomas Sparke, un ecclesiastico puritano morto a Bletchley (1616); nell’ottavo tomo dei Loci theologici (1610-1622) di Johann Gerhard; fra le parole dette in morte dal gesuita François Coster (1619).
Confesso di aver rinvenuto casualmente queste citazioni girovagando fra i volumi consultabili sul web. Il girovagare mi è servito per accorgermi delle ancor più numerose volte in cui ricorrono le citazioni con vivere. Non ho saputo tuttavia individuare una linea precisa di diffusione della lezione secondaria vixisse, mentre è risultato evidente come la frase, di intenso significato spirituale e di incisiva espressività, abbia potuto diffondersi procedendo oltre le formulazioni di Paolino e di Possidio e creando una molteplicità di varianti grazie anche alla ripetizione a mente e agli adattamenti alle circostanze cui andò soggetta (per un monumento, in bocca a un religioso morente, quale citazione fra i loci teologici o come nutrimento spirituale nelle meditazioni sui novissimi).
Curiosamente, tuttavia, troviamo vixisse (e non vivere) in una fonte classica che può aver influenzato Ambrogio come in altre sue opere ed espressioni. Si tratta delle parole che Cicerone, alla fine del Cato Maior de senectute, pone sulle labbra del protagonista: «Non mi piace lamentarmi della vita (...) e non mi pento d’aver vissuto (me vixisse), poiché ho vissuto (vixi) in modo tale da non ritenermi nato invano».
Ma proprio il contesto del Cato maior fa emergere il motivo che può aver causato l’inserimento dell’infinito passato al posto di quello presente: nel testo di Cicerone, infatti, Catone guarda al passato della propria vita, per un giudizio che desidera sia positivo; invece nel testo di Ambrogio il vescovo guarda verso un futuro ritenuto possibile (e desiderabile dai suoi interlocutori), in base alla valutazione positiva del passato. In quest’ultimo caso il protagonista Ambrogio dice: «Considerando come ho vissuto, dovrei forse vergognarmi di vivere ancora?»; nel primo caso invece Catone, pensando alla sua morte prossima (e non ad altro), dice: «Considerando la mia vita passata, devo forse vergognarmi di come ho vissuto? ho forse vissuto inutilmente?». L’infinito vixisse tende a ripetere due volte lo stesso concetto («considero come ho vissuto devo forse vergognarmi di come ho vissuto?»), a differenza dell’infinito vivere, che invece induce a trarre una conseguenza dopo aver espresso una valutazione («considero la vita passata devo forse vergognarmi di vivere ancora?»).
Ma che senso ha allora vixisse nella citazione di Schuster? Se non vogliamo pensare che abbia usato questa forma senza darvi un senso particolare (o semplicemente seguendo una citazione di quel tipo o citando a memoria) possiamo ritenere che, come lo induceva il contesto dell’ottantesimo compleanno di Mercati, egli intendesse esprimere una valutazione positiva sulla sua già lunga vita, così da poter unire all’augurio anche un sincero apprezzamento al festeggiato. Esplicito o implicito che fosse questo significato, accanto all’elogio per l’impegno operoso di Mercati, non doveva comunque mancare, pur meno sottolineato, un riferimento alla gratuità del dono ricevuto, dal momento che a buon conto ‒ come scriveva all’inizio, era Dio ad aver piantato un tale albero fruttifero nel giardino della Chiesa.

L'Osservatore Romano

lunedì 24 agosto 2015

Nudi ed indifesi


Quando Dio stesso scrive il nome di una persona sul tuo cuore, ti dona la capacità di guardarlo con i suoi stessi occhi: te ne innamori e lui diventa “unico


di Maria Cristina Corvo

Quando ho saputo che Marco, il marito di Beatrice, era giunto alla casa del Padre, ho provato una stretta al cuore. Dopo tanti anni quel che ricordo di Beatrice sono sempre due cose: le sue risate e la sua capacità di amare.
Bella, intelligente, con due occhi azzurri splendenti spontaneità, allegra ed autoironica. Quante risate fatte insieme!
Ed ora?
Dove si sarà nascosta la voglia di ridere di Beatrice, ora che l’amore della sua vita ha concluso il suo passaggio sulla terra, lasciando una moglie innamorata.
In punta di piedi, le scrivo.
Carissima Beatrice, ho saputo ora che Marco ti ha preceduta in paradiso. Non so quante lacrime starai versando, ma, proprio perché le vedo impreziosite da un dolore profondo, non voglio scriverti belle parole. Non ne troverei qualcuna all’altezza. Ma un abbraccio ci tengo a mandartelo. Tutti noi arriviamo, prima o poi, alla scommessa finale. Quella per cui ci giochiamo la fondamentale domanda: è vero che siamo nati e non moriremo mai più? Farsi questa domanda mentre qualcuno ci abbraccia, credo che ci aiuti a togliere la risposta dagli scaffali della filosofia e della teologia per riporla lì dove deve stare: sulla nostra scrivania. Sui passi della nostra concreta vita. Sui fatti che ci piombano addosso provocando la nostra anima a reagire. Carissima Beatrice, che Dio benedica la tua anima fino a farle intuire con forza che siete vestiti di vita: tu e Marco. Che il Signore dell’universo apra gli occhi del tuo cuore, facendoti vedere la vicinanza invisibili di colui che la vita ti ha donato come marito. E che tu sia piena di felicità quando, un giorno, lo riabbraccerai ed insieme direte a Dio: “Grazie delle altre vite che sono nate dal nostro amore e di tutto quel che noi due abbiamo costruito insieme”…”
La sera stessa Beatrice mi risponde, donandomi “dolorosa saggezza”, con poche e vere parole.
Cristina, sto attraversando un periodo di sofferenza. Credevo di essere preparata alla separazione da Marco perché lui ha cercato, durante la sua malattia, di prepararmi in tutti i modi. Mi diceva “Beatrice è il momento giusto, non voglio morire vecchio e decrepito, non voglio sentire il mio fisico perdere le forze, devo solo essere grato per la vita che ho avuto, sono stato un uomo fortunato. Pensa solo ai figli ed ai nipoti che sono nati tutti sani. Sono in pace e sereno”. Questo discorso me l’ha ripetuto e ripetuto quando ci prendevamo per mano e andavamo a fare la nostra passeggiata, quando lo curavo con tutto il mio amore e quando, con un calcolo molto preciso da medico qual era, mi ha detto “adesso basta, sono arrivato”.
E’ stato allora che mi ha chiesto “Ma tu pensi che ci rivedremo?”
“Credo di si”
“Allora ti aspetto”.
Ed io ho creduto che tutta questa serenità che mi ha sempre donato per cinquanta anni mi avrebbe accompagnato. Invece sto facendo i conti con un dolore cupo, con un pianto che anche mentre ti scrivo mi offusca la vista. Mi dico che ci sono mamme che soffrono dolori più duri, mi dico che ho condiviso la vita con un uomo buono, e mi dico che dovrei dire solo grazie. Ragiono, ragiono … ma Cristina, sto proprio male… e scusami ma questa sera avevo proprio bisogno di te…”
Non c’è niente da fare: quando Dio stesso scrive il nome di una persona sul tuo cuore, ti dona la capacità di guardarlo con i suoi stessi occhi. Allora te ne innamori e lui diventa “unico”.
Da quel momento il termine “provvisorio” viene cancellato dal tuo vocabolario interiore e la magia del “per sempre” entra nella tua anima, disseminandola di “noi”.
Noi ci ameremo.
Noi ci sposeremo.
Noi faremo dei figli.
Noi invecchieremo insieme.
Pian piano le nostre radici diventano così inestricabilmente intrecciate da rendere inconcepibile il solo pensiero di separarle.
Poi, inevitabilmente, arriva…
Cara Beatrice, appena te la senti, asciugati gli occhi e guarda bene: c’è dell’altro da acchiappare. Il tuo amore non è svanito nel nulla perché ha il sigillo con su scritto “più in là”.
Pian piano Dio strapperà il tuo futuro dalle grinfie della disperazione e lo colorerà con la fede negli abbracci eterni che ti aspettano.
E non pensare che Dio non stia agendo solo perché ti senti vuota, spersa, arrabbiata, disperata e irrimediabilmente rotta.
Non giudicarti male quando sentirai persino invidia (sentimento che, normalmente, non ti appartiene) verso coppie che vedrai ancora insieme; perdonati con facilità, per non aggiungere dolore a dolore.
Non catalogarti come donna di poca fede se penserai al paradiso con una bella dose di dubbi; fa parte del gioco.
Quando si affronta la morte, è necessario avere molta compassione di noi stessi. Stiamo faticando e soffrendo per arrivare alla vetta, ma è da lì che si vede il panorama completo del senso della vita.
Vicino al cielo, con un solo sguardo, si può vedere il passato, il presente e le colline future che ci attendono. E’ da lì che scoprirai come tutto abbia avuto un senso.
Il primo bacio che hai dato a Marco, ha avuto il tifo di tutto il paradiso!
Ogni risata fatta insieme, ogni difficoltà superata, ogni perdono regalato…tutto è stato protetto dal Cielo perché voi eravate la perla preziosa voluta da Dio.
“Siete” la Sua perla preziosa. Per sempre.
«Nel Signore, né la donna è senza l’uomo, né l’uomo è senza la donna. Come infatti la donna deriva dall’uomo, così l’uomo ha vita dalla donna; tutto poi proviene da Dio» (1 Cor 11,11-12).

sabato 14 marzo 2015

Cosa c'entra la morte con la vita?



di Innocenza Laguri
Nel primo piccolo contributo ho accennato alla censura della  vecchiaia e della  morte che rende difficile illuminare quella particolare condizione esistenziale che è l’ultima fase della vita. Nel secondo, utilizzando spunti di lettura  che mi sono risultati utili, ho, in positivo,indicato nella vecchiaia il tempo umano che raccoglie le verità contenute nelle altre età e nell’esperienza di nonni l’aiuto a recuperare la verità sulla vita implicita nell’infanzia.
Ora riferisco un mio piccolo passo  sul rapporto tra  la consapevolezza della morte (cioè la non censura di essa)  e un modo di vivere più autentico
La circostanza è stata la morte di mia suocera, un mese fa, e  quel particolare attimo rivelatore che è stato quello della composizione di un piccolo testo che si era deciso di leggere alla fine della cerimonia funebre.  Volevo evitare quella tipologia beatificante che, sull’onda dell’emotività, solitamente si sceglie. Quando la morte era quella degli altri, ed io ero immortale, cioè quando ero giovane, mi faceva un po’ sorridere la lettura degli annunci funebri sul giornale dove tutti erano amati, lodati, integerrimi.
In occasione della composizione del testo troneggiava invece nei miei ricordi l’insopportabilità di mia suocera negli otto mesi che hanno separato la sua caduta con rottura del femore alla sua  morte, troneggiavano  i suoi “capricci”( il suo voler fumare ancora, i maltrattamenti nei confronti della badante, il suo continuo ripetere “io faccio quello che voglio”ecc.).  Tuttavia proprio nelle due giornate in attesa del funerale, mentre pensavo al testo, mi sentivo anch’io richiamata a non fermarmi solo a quello, coglievo ad esempio  la sua testimonianza di nonna affettuosa nei confronti dei miei figli, proprio in quei mesi, proprio in contemporanea alle altre “facce”. Quella disposizione, che da giovane mi faceva sorridere, a vedere nel defunto i lati  positivi, ora l’ avevo anch’io, e mi serviva a recuperare  qualcosa di più di quegli aspetti  di mia suocera  che mi avevano mandato in bestia più volte. Certo, era  in buona parte, un recupero a posteriori!!
E’ allora che  mi è venuta in mente una frase  che a suo tempo mi aveva colpito ma che poi avevo dimenticato: una volta una suora ha detto a un’amica che si lamentava del marito: prova a vederlo come se già fosse morto!! Frase coraggiosa, oggi  che solo a nominare la parola morte passi per uno sfigato depresso. Quella frase chiedeva di giocare di anticipo, però, non aspettando il funerale!
E pensare che l’avevo letta da poco anche nel libro di F.Hadjadj che ho già citato (Farcela con la morte, Cittadella). Lui dice: “ Se vedo gli altri come ‘morti a credito’ provo per ciascuno di loro una infinita tenerezza. Vedere la propria moglie come una morente quando ti viene a dire per la decima volta…….fa dimenticare le proprie vessazioni e sentire l’ insopprimibile desiderio di tenerla fra le braccia, come se fosse l’ultima volta….i vivi sono morenti e tanto più amabili se li si considera come tali”.
In fondo non era impossibile in quegli otto mesi  cominciare a vedere mia suocera come una morente, era evidente il suo declino e dunque poteva essere più comprensibile  da parte mia quella tanto umana ribellione alla perdita delle proprie forze, della propria autonomia, della capacità di fare tante piccole cose, (ce n’erano di quelle, piuttosto particolari o anche banali, che le riempivano la giornata…)
Mi sembra un bel passaggio  da fare: saperci guardare come morenti sempre, non quando si è in agonia. Noi anziani dovremmo poterlo fare, prima di tutto perché siamo più morenti di altri morenti ( qualcuno si tocca?), poi perché abbiamo già sperimentato quanto siano incompiuti i rapporti con coloro che abbiamo già accompagnato al grande passo. Ma mi sembra importante guardare come morenti  anche i miei figli o il mio nipotino. Perché il noi tutti come morenti, vuol dire tante cose, non solo  molto importanti, ma anche  molto vitali, cioè molto capaci di farci vivere  la relazione con gli altri non in modo distruttivo come dice un amico filosofo. Ad esempio vuol dire guardarli come chiamati a un oltre che nè io né loro stessi  possono calcolare, e  anche portatori di  grandezze che io non conosco o non capisco perché non corrispondono alle mie misure e tante altre cose che magari capirò un po’ di più.

lunedì 20 ottobre 2014

Un mondo invisibile ci circonda e ci ama




Passando all'altra vita, le persone portano dietro con sé l'amore per i propri cari


Teresa di Lisieux, poco tempo prima di morire, l’ha detto chiaramente:
“Sento che sto per entrare nel riposo [...]. Ma sento soprattutto che sta per cominciare la mia missione, la mia missione di fare amare il buon Dio come l’amo io, di comunicare la mia piccola via alle anime. Se il buon Dio esaudirà i miei desideri, il mio cielo scorrerà sulla terra sino alla fine del mondo. Sì, voglio passare il mio cielo e fare del bene sulla terra”.
Teresa è passata all’altra vita, portandosi con sé la voglia di continuare a soccorrere e salvare. E quando muore un nonno, una madre, un amico, un padre…vuoi che anche questi non si portino dietro l’amore per i loro cari? E vuoi che Dio sia sordo al loro desiderio di continuare a proteggere ed aiutare le persone che amano tanto? Siamo circondati da un mondo invisibile attivissimo e felicissimo di esserci. I nostri cari continuano a starci vicini, con un amore che è operoso e partecipe delle nostre cose.
Una mia amica mi ha scritto questa lettera. L’ho letta ai ragazzi a scuola. È una perla preziosa privata, ma che può essere di conforto a tanti. Buona lettura.
“Ricordo ancora il racconto della mia maestra di scuola: ‘Durante l’ultima guerra mondiale, un ragazzo e la sorella più piccola stavano scappando per raggiungere un rifugio anti-aereo, perché c’era in atto un terribile bombardamento. Si trovarono ad un certo punto senza via d’uscita, tra macerie di palazzi bombardati precedentemente e indecisi se tornare indietro, perché probabilmente sarebbero caduti in mano ai tedeschi, dal momento che c’era il coprifuoco e non sarebbero dovuti essere là. Una ragazzina, sbucata chissà da dove, indicò loro un passaggio nascosto. Non appena lo ebbero percorso, si voltarono indietro, ma la ragazzina sembrava essersi dileguata. Dopo essersi messi in salvo, si resero conto che la ragazzina era la loro sorella maggiore: era morta prima della guerra, era vestita con lo stesso cappottino azzurro con cui era ritratta in una fotografia, e loro si rammaricarono di non aver avuto il tempo per rendersene conto e riabbracciarla’.
Gli occhi della maestra si erano riempiti di lacrime, ed io ero affascinata dalla narrazione! Dentro di me stava prendendo coscienza che certi fatti inspiegabili possono accadere. Come quel 23 gennaio. Mia madre era andata in chiesa per la celebrazione in onore di Padre Pio. Stava passando un periodo di grande incertezza e sofferenza. All’uscita dalla chiesa, si sedette ad aspettarmi. Era in una piazzetta non molto grande, con diverse auto parcheggiate, in pieno centro storico e sempre molto frequentata.
Vide avvicinarsi un uomo, alto, con un lungo cappotto scuro e un cappello con la tesa abbassata che le impediva di vederne il volto.
Lei ebbe paura, si guardò intorno, in cerca di aiuto, ma in quel momento non passava nessuno, non transitava nessuna macchina. D’improvviso, sembrò che lo spazio e il tempo fossero sospesi, come in attesa di qualcosa o qualcuno… Lei strinse la borsetta sotto il braccio, raggomitolandosi su se stessa, perché temeva fosse un borseggiatore. L’uomo la raggiunse e mentre la sfiorava, le disse: “Stai tranquilla che la Madonna ti sta aiutando su tutto!” e senza rallentare, si allontanò fino a dileguarsi.
Non appena sparì alla sua vista, lo spazio intorno a lei riprese vita, come se tornasse a respirare dopo aver trattenuto il fiato. Solo quando fu in macchina con me, si rese conto che la voce dell’uomo era quella di suo fratello, morto tanti anni prima. Già, mia madre… Alla vigilia del giorno che avrebbe cambiato per sempre la mia vita, ero seduta sul divano di casa, ad occhi chiusi. Stavo pregando, stavo parlando con Dio.
Non so spiegare, ma avvertii nella stanza una presenza forte (mi dispiace non riuscire a trovare una definizione migliore per descrivere quell’atmosfera intorno a me). Aprii gli occhi e mi trovai di fronte mia madre, la mamma dei giorni migliori, vestita di rosso e sorridente. Trasalii per lo stupore e lei scomparve. Alla luce di quello che successe il giorno seguente, cara Cristina, capisco il suo sorriso rassicurante. Era un messaggio perché non disperassi. Tu sai quanto dolore e quanta sofferenza mi porto ancora dietro insieme a tutta la mia famiglia.
Tu dici sempre che spesso non è una situazione drammatica a farci soffrire tanto, ma è il suo perdurare nel tempo ad esasperare la nostra vita. Ed è per questo che nei momenti di maggior disperazione, quando non so cosa darei per poter sollevare il ricevitore e sentire di nuovo la sua voce, le sue parole di consolazione e di speranza, quella visione di un attimo mi fa riprendere fiato dopo la corsa, come bere un sorso d’acqua nell’arsura del deserto.
Per concludere, dimenticavo un particolare importante. Anni dopo quel racconto rivolto ad una scolaresca di bambine, la maestra mi confidò che quell’episodio era successo a lei e suo fratello, che ce lo aveva riportato in maniera impersonale, perché non voleva suggestionarci più di tanto. Aggiunse che, appena finito il bombardamento, con il fratello erano ritornati nel punto dove avevano imboccato il passaggio nascosto indicato dalla sorellina scomparsa, ma non ne avevano trovata traccia.”
***
(tratto da www.intemirifugio.it)

lunedì 4 novembre 2013

La morte nell'arte cristiana



La speranza che non marcisce


Di Rodolfo Papa
Papa Francesco, celebrando la Santa Messa nel pomeriggio del I novembre, nel Cimitero del Verano di Roma, ha cominciato l’Omelia con queste parole: «A quest’ora, prima del tramonto, in questo cimitero ci raccogliamo e pensiamo al nostro futuro, pensiamo a tutti quelli che se ne sono andati, che ci hanno preceduto nella vita e sono nel Signore. E’ tanto bella quella visione del Cielo che abbiamo sentito nella prima Lettura: il Signore Dio, la bellezza, la bontà, la verità, la tenerezza, l’amore pieno. Ci aspetta tutto questo. Quelli che ci hanno preceduto e sono morti nel Signore sono là. Essi proclamano che sono stati salvati non per le loro opere – hanno fatto anche opere buone – ma sono stati salvati dal Signore».
In questa prospettiva, cercherò di comprendere le valenze religiose e spirituali che, nel corso della storia, hanno mosso artisti e committenti alla rappresentazione della morte, e a realizzare monumenti funebri, nei quali la Fede e la Speranza si è espressa con diversi esiti compositivi, estetici e stilistici.
Per affrontare correttamente l’analisi iconologica dei monumenti funebri è bene muoversi con il criterio consigliato da George Kubler: «per coloro che si applicano allo studio del significato il criterio di valore non è la discontinuità, ma la continuità»[1]. Del resto, lo stesso termine linguistico  “monumento” conserva in sé il senso dell’originario verbo transitivo latino mŏnēre, che si muove dal “far ricordare”, nel senso di “riportare alla memoria”, fino all’ “esortare nell’ammonimento”, provocando, suscitando, “ispirando pensieri”. Infatti la radice di “monito” e di “mente” è la medesima di “monumento”, e quest’ultimo tradotto in senso letterale significa semplicemente “strumento per far ricordare”. Il monumento si colloca, dunque, come “strumento”, tra il ricordo e il pensiero, tra il portare alla memoria fatti, cose, persone e il riflettere su di esse. Ma il monumento ha anche il compito di costituire unmonito, che è per sua natura sospeso tra il ricordare e il meditare, in senso più propriamente spirituale. Riflettendo ulteriormente, si intende il monumento non solo in senso ottocentesco come dedica ad un personaggio illustre del passato più o meno remoto, come omaggio della città ad un suo poeta o artista famoso, ritenuto in qualche modo fondativo della stessa civitas, che lo rappresenta autocelebrandosi, ma nel monumento funebre c’è qualcosa di più e di diverso.
Prima di tutto, ci si può soffermare sul fatto che molti hanno commissionato a grandi artisti il proprio monumento funebre, molti anni prima della morte e in previsione di essa, e questo è certamente il primo senso dello “strumento di memoria”,  giacché serve allo stesso committente per ricordare costantemente l’esito della sua vita. Il monumento funebre in questo caso è iscrivibile nell’ambito del tema iconografico della vanitas, come mezzo di ricordo di memoria della caducità delle cose vane, divenendo vero e proprio memento mori. Ma nella cultura cristiana, ogni esito personale non può rimanere separato dalla collettività, l’agire del cristiano è agire nella societas, e ancor più  edificare la stessa civitas, perché la fede non è -come vorrebbe una certa cultura liberale otto-novecentesca- un fatto privato, ma esattamente l’opposto, cioè eminentemente pubblico. Ecco che in questa prospettiva il monumento funebre cristiano svolge non solo il compito di pietas nei confronti del defunto, ma di carità nei confronti dei vivi che ad esso guardano con rispetto. 
Per comprendere bene quel che stiamo dicendo, prendiamo come primo esempio L’altare della Trinità[2], eseguito negli anni 1424-1425 da Tommaso di ser Giovanni Cassai detto Masaccio, nella Chiesa di S. Maria Novella a Firenze. L’affresco nel registro inferiore rappresenta uno scheletro adagiato sopra un sarcofago, affiancato da due coppie di colonnine alle estremità e  posto sotto un piano, al momento fisicamente non presente, ma che getta comunque ombra sul fondo della parete; lo scheletro è posto, dunque, sotto il piano della mensa che costituisce, o meglio che costituiva, l’altare reale della cappella ficta, nella quale la riflessione sulla morte è parte integrante della meditazione sull’azione salvifica della Croce all’interno della storia della salvezza, nell’economia intra-trinitaria ivi rappresentata. Sul fondo della parete, poco sopra lo scheletro, campeggia una scritta in caratteri capitolini che recita:  «IO FU’ GIÀ QUEL CHE VOI SETE, E QUEL CH’I’ SON VOI ANCO SARETE».  Questa scritta è ovviamente il precipitato di una riflessione personale sulla morte, condotta dal committente e partecipata all’artista che la scrive ma, oltre a svolgere una funzione rammemorativa personale, diviene, per il semplice fatto di essere scritta in un luogo pubblico quale la chiesa, un monito e un ammaestramento per gli altri.
Un secondo esempio che voglio analizzare è la monumentale Tomba di Alessandro VII Chigi, realizzata tra il 1671-78 da Gian Lorenzo Bernini e dai suoi collaboratori, all’interno della Basilica di San Pietro in Vaticano, sul lato destro del passaggio tra la cappella della Madonna della colonna e il transetto di sinistra. Il monumento funebre è commissionato direttamente dal Pontefice nei primi anni del suo pontificato, ma alla sua morte, il 22 maggio 1667, i lavori non avevano ancora avuto inizio. Clemente X Altieri volle rispettare il desiderio del suo predecessore, incoraggiando il cardinale Flavio Chigi, nipote di Alessandro VII, a finanziare i lavori e quindi portare a termine l’impresa.
Bernini costruisce uno spazio architettonico attraverso la sculturae, collocando il monumento al di sopra di un passaggio verso l’esterno della basilica, enfatizza ulteriormente il senso escatologico della composizione.
Infatti, il ritratto del Pontefice viene collocato inginocchiato sopra un piedistallo in alto, sormontando un immenso panneggio realizzato in travertino romano e ricoperto di diaspro di Sicilia. Il panneggio è circondato da quattro statue allegorie di virtù; la Carità posta a sinistra di chi guarda in primo piano, poi, dietro, la Giustizia e la Prudenza ed in fine sul lato destro, in primo piano, la Verità che fa splendere la sua luce e illumina il mondo dal quale si erge radiosa. Si potrebbe dire che questo monumento funebre non solo ha sapore escatologico, ma è anche rappresentazione del Salmo 84 che recita: «La sua salvezza è vicina a chi lo teme /e la sua gloria abiterà la nostra terra. /Misericordia e verità s'incontreranno, /giustizia e pace si baceranno. /La verità germoglierà dalla terra /e la giustizia si affaccerà dal cielo.//Quando il Signore elargirà il suo bene, /la nostra terra darà il suo frutto./Davanti a lui camminerà la giustizia /e sulla via dei suoi passi la salvezza».
Al centro, proprio sopra la porta, il panneggio è sollevato da uno scheletro alato, raffigurazione della morte che annienta e vince tutti i legami dell’uomo, che in mano porta una clessidra, metafora del tempo che corrompe tutte le cose, in una rappresentazione della “mors omnia solvit”, intesa non solo in senso giuridico, ma anche in senso antropologico.
Il senso complessivo di questo monumento funebre è racchiuso proprio nelle tre figure frontali, giacché la morte apre la strada: Mors est ianua vitae. Qui, letteralmente è presente una porta. La morte dell’uomo virtuoso è dunque una porta verso l’eternità. Il monumento allora risuona ancora oggi come un trattato dell’arte di ben vivere e di ben morire, ultimo lascito di un pontefice che nel pensare la propria sepoltura costruisce un testamento morale e spirituale, che sembra parafrasare le imperiture parole di san Paolo: «Quando questo corpo corruttibile si sarà vestito d'incorruttibilità e questo corpo mortale d'immortalità, si compirà la parola della Scrittura: La morte è stata ingoiata per la vittoria (Is 25, 8). Dov'è, o morte, la tua vittoria? Dov'è, o morte, il tuo pungiglione? (Os 13, 14). Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la legge. Siano rese grazie a Dio che ci da' la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo! » (1 Cor 15, 54-57).
Questo monumento funebre, come del resto altri eretti dai pontefici, deve essere visto non alla luce di una interpretazione sfarzosa, ma all’interno di una visione complessa quanto ricca di significato spirituale e salvifico, come fosse l’estrema “enciclica” scritta da un Pontefice sul tema della morte cristiana, e quindi sulla vita eterna e i mezzi con cui conseguirla.
Rodolfo Papa, Esperto della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, docente di Storia delle teorie estetiche, Pontificia Università Urbaniana, Artista, Storico dell’arte, Accademico Ordinario Pontificio. Website: www.rodolfopapa.it Blog:http://rodolfopapa.blogspot.com e.mail: rodolfo_papa@infinito.it.
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NOTE
[1] G. Kubler, La forma del tempo. La storia dell’arte e la storia delle cose, trad.it. G. Casatello, Einaudi, Torino 1989, pag. 150.
[2] Studi recenti hanno posto il problema della titolazione di quest’opera di Masaccio, che solitamente viene  denominata come Trinità, ma questo descriverebbe solamente la parte superiore dell’affresco. Cfr. E. Marino, La Trinità di Masaccio, Nerbini, Firenze 2008.

sabato 2 novembre 2013

Come affrontare la paura della morte

Il fondatore dell'Opus Dei risponde alla domanda di un medico in Perù su come aiutare gli infermi ad affrontare la paura della morte

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"Ascolta figlio mio, voglio raccontarti un piccolo aneddoto. Non molto tempo fa, un vostro amico, che forse non conoscete personalmente – manager di alcune aziende, molto impegnato, sempre in viaggio - mi spiegava che è solito incontrarsi con altri colleghi per preparare piani triennali o quinquennali di lavoro: è un piacere – commentava – perché prevedono ed esaminano tutte le possibilità, tutte, ma proprio tutte! Gliene manca solo una e perciò dico loro: voi che avete previsto questo, quest’altro e quest’altro ancora, avete previsto che possiamo anche morire? Terribile! Non l’hanno previsto ed è l’unica cosa certa nella vita.
La morte, figli miei, non è un passo spaventevole. La morte è una porta che si apre per noi all’Amore, all’Amore con la maiuscola, alla felicità, al riposo, all’allegria. Non bisogna attenderla con paura. In realtà un medico la considera da un altro punto di vista: però un medico cristiano, come te – mi sono reso conto di come la pensi, che Dio ti benedica! - deve guardarla in maniera positiva. E anche gli altri. Non è la fine, è l’inizio! Per un cristiano morire non è morire, è vivere! Vivere con la maiuscola. Sicché, non abbiate paura della morte!
Confrontatevi con la morte. Guardatela faccia a faccia. Tenetene conto; dovrà arrivare... perchè devi aver paura? Nascondere la testa sotto la sabbia per la paura, con panico, perché? Signore, la morte è vita. Signore, la morte per un cristiano è il riposo, è l’Amore e a questo pensiero mi attacco. Era questo ciò che volevi che ti dicessi?"
Da: "San Josemaria e i malati", di Miguel Angel Monge, ed. Palabra, Madrid 2004

LA DEVOZIONE DEI CENTO REQUIEM


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Moltissime grazie si narrano dagli scrittori delle pene del Purgatorio ottenute dai divoti delle sante Anime per mezzo della divozione dei cento Requiem e tra gli altri racconta il giornaletto mensile intitolato l'Eco del Purga­torio, che un associato del medesimo scrisse al direttore di quel periodico quanto segue:Crederei di mancare alla gratitudine verso le benedette Anime del Purgatorio se le tacessi una grazia che testé ho ricevuto per l'inter­cessione delle Anime stesse. Dedito siccome io sono al commercio, mi sono trovato per ben quattro settimane in gravissime angustie, at­tesa la scadenza in ognuna di esse di impegni commerciali, che, per ragioni imprevedute non mi trovava in grado di soddisfare. Agitato, narrai le mie angustie ad una pia persona, la quale mi consigliò di ricorrere all'assistenza delle Anime del Purgatorio, alle quali io aveva molta divozione. Questa persona m'insegnò di recitare ogni giorno cento Requiem alle sante Anime, domandando loro la grazia di essere provveduto. Praticai con grande fervore questa pia divozione; e per vie al tutto insperate, che neppur avrei potuto immaginare, mi sono tro­vato soccorso e provveduto per guisa da poter soddisfare al tempo debito agl'impegni correnti. Io continuo a recitare ogni giorno i cento Re­quiem ed ho tatto celebrare cinque Messe per i morti, e ne farò celebrare altre per attestare a quelle Anime benedette la mia gratitudine.Qualche dotto e pio scrittore dice che moltis­sime volte si ottengono più facilmente le grazie, che desideriamo, per mezzo delle sante Anime penanti che non per l'intercessione dei Santi stessi.
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Metodo di praticare la pia divozione.
Per questo pio esercizio, ognuno può servirsi di una corona comune di cinque poste o diecine, percorrendola tutta due volte, per formare le dieci diecine, ossia il centinaio di Requiem.
S'incomincia col recitare un Pater noster, e poi una diecina di Requiem sui dieci grani piccoli della corona, infine della quale si dirà sul grano grosso la seguente giaculatoria:
Gesù mio, misericordia delle Anime del Pur­gatorio, e specialmente dell'Anima di N. N. e dell'Anima più abbandonata.
Indi si recita di séguito la seconda e le altre diecine di Requiem sui dieci grani piccoli se­guenti, ripetendo la suddetta giaculatoria invece del Pater noster ad ogni grano grosso, ossia al fine di ogni diecina. Terminate le diecine (ossia il centinaio) di Requiem, si dica il De profundis:
Finita così questa pia pratica, sarebbe molto utile alle sante Anime se si volessero aggiun­gere in loro suffragio le seguenti brevissime preghiere, in memoria delle sette principali ef­fusioni del preziosissimo Sangue di Gesù Cristo.
I. O dolcissimo Gesù, per il sudore di Sangue che patiste nell'Orto di Getsemani abbiate pietà di quelle Anime benedette; e specialmente dell'Anima di N. N. e dell'A­nima più abbandonata. Requiem…
II. O dolcissimo Gesù, per i dolori che soffriste nella vostra crudelissima Flagella­zione, abbiatene pietà, e specialmente del­l'Anima N. N. e dell'Anima più abbandonata. Requiem…
III. O dolcissimo Gesù, per i dolori che soffriste nella vostra dolorosissima Coronazione di spine abbiatene pietà; e special­mente dell'Anima di N. N. e dell'Anima più abbandonata. Requiem…
IV. O dolcissimo Gesù, per i dolori che soffriste in portare la Croce al Calvario, abbiatene pietà; e specialmente dell'Anima di N. N. e dell'Anima più abbandonata. Requiem…
V. O dolcissimo Gesù, per i dolori che provaste nella vostra Crocefissione, abbia­tene pietà; e specialmente dell'Anima di N. N. e dell'Anima più abbandonata. Requiem…
VI. O dolcissimo Gesù, per i dolori che soffriste nell'amarissima agonia che aveste sulla Croce, abbiatene pietà; e specialmente dell'Anima di N. N. e dell’Anima più ab­bandonata. Requiem…
VII. O dolcissimo Gesù, per quel dolore immenso che soffriste quando spiraste l'A­nima vostra benedetta, abbiatene pietà; e specialmente dell'Anima più abbandonata. Requiem…
Raccomandiamoci ora tutti alle Anime del Purgatorio, e diciamo: Anime benedette! noi abbiamo pregato per voi, ma voi che siete sì care a Dio e state sicure di non poterlo più perdere, pre­gatelo per noi miserabili, che stiamo in pe­ricolo di dannarci e di perderlo per sempre.
(Tratto da: "Filotea per i defunti";  IMPRIMATUR: In Curia Archiep., Mediolani, die 18 octobris 1901. S. A. M. MANTEGAZZA, Ep. Famag., Vic. Gen. [ripreso da preghiereagesuemaria.it]

domenica 27 ottobre 2013

L’ultima obbedienza che ci fa più uomini


Avvenire, 27 ottobre 2013
di ENZO BIANCHI
Morte, giudizio, inferno, paradiso: così suonava la risposta del Catechismo alla domanda sui novissimi, cioè sulle realtà ultimissime che attendono ogni uomo. Su queste colonne abbiamo già sostato sul giudizio e sul paradiso, ma in questi giorni che precedono la memoria dei morti vorremmo tentare di leggere la morte come evento umano e cristiano, sapendo che oggi viviamo in un’atmosfera culturale che della morte non vuole più saperne. È perfino banale questa constatazione: la morte è rimossa, è diventata l’unica realtà concretamente “oscena”, che non deve cioè essere vista, contemplata, considerata. Oggi vogliamo evitare di essere testimoni della morte, che tuttavia continua a essere presente nelle nostre vite familiari e di relazione; soprattutto, vogliamo evitare di pensare alla nostra propria morte, che è l’unico evento certo che ci sta davanti. 
È significativo un invito fatto da André Comte-Sponville al suo lettore, proprio in un libro che vuole essere una “saggezza” per tutti: “Lettore, coraggio! Per la morte hai tutto il tempo. Innanzitutto impegnati a vivere!”. Non è un caso che anche il vocabolario della morte sia poco frequentato. Si ha una sorta di ritegno a parlare di “morto, morte”; si preferisce dire: “Se n’è andato. È passato di là. Non è più con noi”… Questo accade anche nei funerali, che si dicono ancora cristiani, ma che sovente, soprattutto nel caso di qualche persona importante o di una disgrazia pubblica, sono “eventi” con accenti di spettacolo. In essi, invece di accogliere il mistero della morte, si parla del defunto, ci si indirizza a lui come se fosse ancora vivo, si tenta quasi una rianimazione di cadavere, magari facendo ascoltare a tutti qualche sua parola o, se era un cantante, una sua canzone. Così si cancella la morte dalla nostra vita e dalla prospettiva tanto necessaria nella ricerca di un senso, di una direzione verso cui camminare.

Ma ciò che appare follia è il fatto che, accanto a questa rimozione della morte, avvenga la sua spettacolarizzazione nei mezzi di comunicazione. In questi la morte sembra regnare, in un flusso di immagini che la esibiscono, la mostrano, insistono su di essa per “dare la notizia” efficace di catastrofi, guerre, torture, omicidi… Non vogliamo vedere la morte, e poi rallentiamo in auto per guardare gli effetti di un incidente e vederne le vittime. Abituandoci alle immagini della morte in scena, crediamo di allontanare la possibilità della nostra propria morte. Insomma, anche per il cristiano la tentazione è quella di fare tacere i novissimi, di dimenticarli, e tra di essi in particolare la morte. Eppure la morte continua ad avere l’ultima parola su di noi, almeno nella realtà visibile, continua a essere un traguardo, una meta che ci attende: è l’unica direzione (senso) della vita che non possiamo mutare, perché sempre la vita va verso la morte. Martin Heidegger in questa lettura è giunto ad affermare che l’uomo “vive per la morte”. 
La mia generazione ha ancora ricevuto dalla grande tradizione cristiana il consiglio spirituale dell’esercitarsi a morire, del prepararsi all’evento finale, del vivere la morte. La morte era un tema di meditazione, non funereo, non dolorista, ma andava pensata come “ora” che ci attende, ora del giudizio di Dio su ciascuno di noi, incontro con il volto di Dio tanto cercato. Nellamemoria mortis c’era una tristezza, quella di dover morire; c’era il timore di Dio (cosa diversa dalla paura!), per il suo giudizio che è misericordia ma anche giustizia; c’era la consolazione per l’incontro definitivo con il Signore, la vita eterna. Nella memoria della morte occorreva soprattutto esercitarsi a pensare che il proprio morire deve essere “un atto”. Questo mi era di difficile comprensione quando ero bambino, ma nella maturità ho poi compreso. Per un cristiano la morte non può essere un evento passivo: non è possibile lasciarsi morire ma è assolutamente necessario poter fare un atto di quell’evento finale al quale non si sfugge. Certo, nella fede, e forse anche con molti dubbi e nell’angoscia, ma occorre poter dire al Signore: “Padre, quella vita che tu mi hai dato e per la quale ti ringrazio, te la rendo puntualmente, te la offro in sacrificio vivente (cf. Rm 12,1), sperando solo nella tua misericordia”. In tal modo la morte diventa un atto, e così si muore nell’obbedienza, magari accogliendo le parole di chi accompagna il morente, che, se è intelligente, sa dirgli al momento giusto: “Parti, vai al Padre, nel nome del Padre che ti ha creato, nel nome del Figlio che ti ha redento, nel nome dello Spirito santo che ti ha santificato”.

Forse questo fare della morte un atto è ciò che ci rimette i peccati, come affermava con audacia Marco il monaco (fine V-inizio VI secolo). Forse è l’estrema possibilità di “obbedienza della fede” (Rm 1,5; 16,26) per il cristiano, che così confessa di credere nella misericordia infinita di Dio. Proprio per predisporre tutto affinché questo sia possibile, occorrerebbe che chi è nella malattia fosse avvertito, se lo vuole, della sua situazione di uomo o donna giunto/a alle soglie della morte, al termine della vita. Operazione delicata, che non va fatta sempre, in ogni caso e per tutti, ma solo quando c’è una certa maturità di fede, e allora il credente morente desidera essere consapevole dell’incontro ormai prossimo con il suo Signore. La morte quindi diventa “azione”, atto puntuale, vera operazione di “adorazione” del Creatore, di riconoscimento dell’essere una creatura voluta da Dio nel suo amore e che torna a Dio il quale è amore per sempre (cf. 1Gv 4,8.16; 1Cor 13,8). È in questa fede che l’uomo confessa di non essere proprietario della propria vita, di non decidere lui la propria fine, ma di accoglierla rimettendo a Dio il suo respiro, il suo spirito (cf. Sal 31,6; Lc 23,46).
Al cristiano – occorre ricordarlo – non è chiesto di soffrire e neppure di accogliere i patimenti fisici come se fossero voluti da Dio. Dio non ci chiede nemmeno di espiare i nostri peccati con tormenti fisici, perché solo lui sa come restaurare la giustizia che abbiamo offeso e violato con i nostri peccati. È compito suo, non nostro: lasciamo che sia lui il Signore nella nostra vita e nella nostra morte. Per questo occorre che le sofferenze fisiche siano il più possibile evitate al malato morente, in modo che possa attraversare l’ora della morte semplicemente rispondendo a ciò che è sua umanizzazione e che è compimento della volontà di Dio: possa cioè vivere la malattia e la morte continuando ad amare chi resta e accettando di essere a sua volta amato. Nient’altro. Questo è il comandamento ultimo e definitivo: amare fino alla fine, fino all’estremo (cf. Gv 13,1), per quanto è possibile a un umano.

La vita è un dono di Dio, anzi è il dono di Dio per eccellenza, e questo dono va riconosciuto e ridato a colui che ci è Padre. Sì, oggi sull’evento della morte – lo dobbiamo dire – si gioca la fedeltà dei cristiani al loro Signore: i cristiani sanno, perché nel battesimo sono stati immersi nella morte del Signore, sono “con-morti con Cristo”, che con Cristo risorgeranno (cf. Rm 6,4-5.8; Col 2,12) e che questo télos sta davanti a loro come una promessa per chi persevera sempre, seppur cadendo in peccati, nella sequela del Signore. Proprio per questo non giudicheranno altri che non hanno la luce della fede, anche se, proprio per il cammino di umanizzazione che spetta a tutti, mostreranno e diranno che la morte può essere un atto, l’atto apice dell’umanizzazione percorsa con tutta la vita.
Già Platone parlava della necessità della “meléte thanátou” (Fedro 81a), dell’esercitarsi a morire, e tutta la tradizione cristiana ha pensato e indicato in cosa ciò può consistere. La morte non può essere privata del morire, e ciascuno di noi deve avere il coraggio di dire a se stesso: “Io morirò”. Giunto alla vecchiaia, deve pensare di più alla morte, evento che può essere l’ultima grande azione della nostra vita. Nessuno di noi può prevedere la propria morte, se improvvisa o dopo una lunga malattia, se nella pace e nella dolcezza di chi muore senza gravi sofferenze fisiche o nel tormento di chi soffre patimenti che quasi non si possono lenire con le medicine. Nessuno di noi può sapere, nonostante le dichiarazioni fatte al riguardo, se morirà nel dubbio o nella fede.
Non è un caso che nella preghiera più semplice e più conosciuta tra i cattolici, l’Ave Maria, si chieda (e ciò avviene ripetutamente nel rosario): “Prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte”. Pensare di avere chi nella morte intercede per noi come una madre, e intercede presso il Cristo che incontriamo, è un buon esercizio per sentire la morte come sorella e lodare Dio “per sora nostra morte corporale”.

venerdì 9 novembre 2012

Anthony Bloom - "Alla sera della vita"

 
 Concludiamo l'ottavario dedicato ai defunti con un libro bellissimo di Anthony Bloom, figura tra le più autorevoli del nostro tempo, padre spirituale dotato di raro discernimento e autore di testi sulla preghiera e sulla vita cristiana apprezzati in oriente come in occidente da cristiani di tutte le confessioni.

* * *

Quando la vita, nostra o d una persona cara, si avvicina al tramonto, riemergono con forza le questioni essenziali - "Per quale ragione vivo? Per quale causa sono pronto a morire?" - e si cerca un criterio per valutare la vita nel suo rapporto con la morte. Risuona così un ultimo appello per imparare a vivere: attendere la morte personale come si attende la persona amata, vivere nell'attesa che la porta si schiuda... Perché, se Cristo è la porta che si apre sull'eternità, allora egli è il passaggio dalla morte alla vita, il pegno della nostra risurrezione, il senso ritrovato per il nostro vivere quotidiano.
Il metropolita Anthony Bloom (Losanna 1914 - Londra 2003) è stato Esarca per l’Europa occidentale del Patriarcato ortodosso di Mosca.


sabato 6 ottobre 2012

Umbra mortis vitae aurora




La Chiesa è consapevole che le esequie cristiane costituiscono una situazione particolarmente favorevole per annunciare la morte e la risurrezione del Signore non solo ai credenti, ma anche a coloro che non credono.
Infatti, i gesti e le parole del rito che annunciano il Vangelo della speranza possono essere eloquenti per tutti, nella misura in cui sono compiuti in spirito e verità.
 
(Presentazione CEI al Rito delle Esequie, n. 6).



ROMA, sabato, 6 ottobre 2012 - Dal 23 al 25 ottobre 2012 si svolgerà a Roma, presso la Pontificia Università Lateranense, il Convegno «Umbra mortis vitae aurora», promosso dall’Ufficio Liturgico Nazionale della Conferenza Episcopale Italiana in collaborazione con l’Università del Papa.
Il Convegno, rivolto in particolare ai direttori degli Uffici liturgici diocesani e aperto a tutti coloro che ne fossero interessati, soprattutto sacerdoti, diaconi e operatori pastorali, affronta il tema della morte letto alla luce della fede cristiana, così come si pone in atto nella celebrazione liturgica delle esequie. Il prossimo 2 novembre infatti diventerà obbligatoria la nuova edizione italiana del Rito delle Esequie, promulgata un anno fa con decreto del Card. Angelo Bagnasco dopo la conferma da parte della Santa Sede.
Nella Presentazione CEI a questa seconda edizione del rituale leggiamo: «La Chiesa è consapevole che le esequie cristiane costituiscono una situazione particolarmente favorevole per annunciare la morte e la risurrezione del Signore non solo ai credenti, ma anche a coloro che non credono. Infatti, i gesti e le parole del rito che annunciano il vangelo della speranza possono essere eloquenti per tutti, nella misura in cui sono compiuti in spirito e verità» (n. 6).
Per questo il Convegno si propone di affrontare il mistero della morte da diverse prospettive e con diversi linguaggi. Sono infatti previste relazioni che affrontano la questione sotto il profilo fenomenologico, psicologico, pedagogico e teologico. Rilevante sarà l’attenzione al rito e alle risposte che esso propone e fa vivere. Altrettanto significativo sarà l’interesse verso i linguaggi dell’arte, del cinema e della letteratura. Non saranno infine dimenticate le questioni poste dalla prassi della cremazione sia sotto il profilo canonistico che pastorale.(Zenit)
Nel documento allegato il programma completo e i dettagli per la partecipazione:




lunedì 16 aprile 2012

Una Domenica particolare...


Morosini

La morte non risparmia neanche il tempio della gioventù, laddove essa attira sguardi e suscita emozioni; giunge improvvisa, e non è la prima volta, sul prato di un campo di calcio e falcia, in pochi attimi, la vita di un ragazzo.

Correva Piermario, si avvicinava all’area avversaria, lanciato in uno schema provato chissà quante volte; ma questa volta, il gesso della linea bianca s’è fatto il limite invalicabile tracciato sulla sua vicenda terrestre. Nessun difensore da saltare, nessun tiro da scoccare, la morte è un avversario imbattibile, contro di essa non valgono i dribbling, non servono schemi studiati e provati, si dice Livorno, serie B italiana, ma si potrebbe dire Barcellona, si dice Morosini, ma si potrebbe dire Messi. 

La morte esiste, è un appuntamento fissato da sempre, ma non appare sull’agenda di nessuno, men che meno su quella dei giovani, dei calciatori e di chi vive il calcio come una seconda pelle. Non chiede permesso la morte, si infila ovunque e, puntuale, rapisce. La morte, la grande assente di questa società. La morte, e si fa tutto per dimenticarla, allontanarla, perchè ne abbiamo paura e non sappiamo come affrontarla, non ha risposte, è solo freddo e mancanza, una tomba sigillata su speranze e gioie. La usiamo, perversione sottile e contraddizione somma, come uno strumento di precisione, per togliere di mezzo il dolore e l’imprevisto, aborto ed eutanasia, e le chiamiamo conquiste sociali. Ma quando arriva per conto suo, no, la morte no, non esiste accidenti, si può evitare ed è sicuramente colpa di qualcuno. 

E’ così che il dramma di Morosini si è trasformato, come sempre in questi casi, in una fonte di demagogia e di banalità, e uno tsunami di parole ha travolto la nuda, cruda verità. Si è fermato lo spettacolo, e il silenzio che avrebbe dovuto assorbire la domenica senza calcio, per indurre alla riflessione personale sulla vita e la morte, è stato riempito dei più tristi luoghi comuni, parole a volontà per non dirsi l’unica verità, per non ascoltare la parola vibrata da Dio nel mezzo della liturgia più seguita. 

E’ Pasqua, nessuno lo ha ricordato. E’ la domenica della Divina Misericordia, e chi lo sa? Dio ha parlato a tutti noi, ci ha messo dinanzi il destino che tutti ci attende, è sceso a fischiarci un rigore, ineccepibile. E, come da copione, siam corsi tutti a far capannello intorno all’Arbitro, a protestare, a giurare che no, non era rigore accidenti! A 25 anni non si può morire, qualcuno ha sbagliato, e deve pagare per questa ingiustizia, perchè non ne accadono di simili nel futuro. No, la morte non esiste, come quel rigore che solo gli occhi di quell’Arbitro han visto; nessuno di noi se n’è accorto perchè, semplicemente, quel fallo non esiste, non è registrato sul nostro regolamento. Non possiamo accettarla la morte, perchè odiamo la Vita. Ogni domenica scendono in campo ragazzi che hanno fatto dei propri corpi libero spazio a tatuaggi orrendi, un insulto al corpo, tempio dello Spirito Santo. 

Ogni domenica, Dies domini, interessi milionari travestiti da sport, fagocitano il riposo pensato per ogni uomo. E masnade di giovani disperdono la loro vita prede di istinti animali. Ogni domenica odori di morte, odio e violenza catturano la vita sottraendole la bellezza e l’autenticità. Ogni domenica il calcio rivela il cuore di questa generazione, sperduta, schiacciata in un’idolatria neopagana che sfianca l’anima; gli stadi di oggi come quelli di ieri, e folle urlanti e schiumanti come davanti ai gladiatori del Colosseo. Così nelle piazze traboccanti proteste, così sulle pagine di facebook, così nelle famiglie, e nessuno che si accorga di nulla. Ma Dio ci ama, e ci parla: è apparso addirittura in televisione, e lo abbiam visto tutti, a rallentatore, dirci la verità, cercare di aprirci il cuore alla conversione, e nessuno lo ha riconosciuto. Quel rigore non lo accettiamo, la moviola del nostro cuore ce lo conferma. E, per l’ennesima volta, rifiutiamo di accettare la verità, l’unica che ci può salvare e ridonare la felicità e la pace perdute. Basterebbe poco, lasciar calciare quel rigore, e sperare l’impossibile, che un portiere sia capace di pararlo e portare a casa il risultato… 

Dio ci ha parlato, a Pasqua, ed era per donarci suo Figlio, il Portiere che ha parato, per tutti, sulla Croce, quel rigore. Piermario lo ha visto, ne siamo certi, in quegli istanti che il cuore gli si fermava lento nel petto; i suoi occhi han visto, sereni, distendersi quel Portiere e abbrancare quel pallone assassino. Usciva dal campo per entrare nel Cielo, quelle mani invisibili lo avevano raccolto e abbracciato; ha vinto Piermario, quel Portiere ha fermato la morte vera, è risorto per lui e per tutti: lo ha salvato. Ma noi, lo abbiamo visto in mezzo a tanto frastuono? (Antonello Japicca)
Fonte:isegnideitempi

martedì 24 maggio 2011

Meditatio mortis: L'Imitazione di Cristo.

http://www.francescobricolo.com/caravaggio/MM_0105_francesco_medita.jpg

     Ben presto la morte sarà qui, presso di te. Considera, del resto, la tua condizione: l’uomo oggi c’è e domani è scomparso; e quando è sottratto alla vista, rapidamente esce anche dalla memoria. Quanto grandi sono la stoltezza e la durezza di cuore dell’uomo: egli pensa soltanto alle cose di oggi e non piuttosto alle cose future. In ogni azione, in ogni pensiero, dovresti comportarti come se tu dovessi morire oggi stesso; ché, se avrai retta la coscienza, non avrai molta paura di morire. Sarebbe meglio star lontano dal peccato che sfuggire alla morte. Se oggi non sei preparato a morire, come lo sarai domani? Il domani è una cosa non sicura: che ne sai tu se avrai un domani? A che giova vivere a lungo, se correggiamo così poco noi stessi? Purtroppo, non sempre una vita lunga corregge i difetti; anzi spesso accresce maggiormente le colpe. Magari potessimo passare santamente anche una sola giornata in questo mondo. Molti fanno il conto degli anni trascorsi dalla loro conversione a Dio; ma scarso è sovente il frutto della loro emendazione. Certamente morire è cosa che mette paura; ma forse è più pericoloso vivere a lungo. Beato colui che ha sempre dinanzi agli occhi l’ora della sua morte ed è pronto ogni giorno a morire. Se qualche volta hai visto uno morire, pensa che anche tu dovrai passare per la stessa strada. La mattina, fa conto di non arrivare alla sera; e quando poi si farà sera non osare sperare nel domani. Sii dunque sempre pronto; e vivi in tal modo che, in qualunque momento, la morte non ti trovi impreparato.

     Sono molti coloro che muoiono in un istante, all’improvviso; giacché «il Figlio dell’uomo verrà nell’ora in cui non si pensa che possa venire» (Mt 24,44; Lc 12,40). Quando sarà giunto quel momento estremo, comincerai a giudicare ben diversamente tutta la tua vita passata, e molto ti dorrai di esser stato tanto negligente e tanto fiacco. Quanto é saggio e prudente l’uomo che, durante la vita, si sforza di essere quale desidera esser trovato al momento della morte! Ora, una piena fiducia di morire santamente la daranno il completo disprezzo del mondo, l’ardente desiderio di progredire nelle virtù, l’amore del sacrificio, il fervore nella penitenza, la rinuncia a se stesso e il saper sopportare ogni avversità per amore di Cristo. Mentre sei in buona salute, molto puoi lavorare nel bene; non so, invece, che cosa potrai fare quando sarai ammalato. Giacché sono pochi quelli che, per il fatto di essere malati, diventano più buoni; così come sono pochi quelli che, per il fatto di andare frequentemente in pellegrinaggio, diventano più santi. Non credere di poter rimandare a un tempo futuro la tua salvezza, facendo affidamento sui suffragi degli amici e dei parenti; tutti costoro ti dimenticheranno più presto di quanto tu non creda. Perciò, più che sperare nell’aiuto di altri, è bene provvedere ora, fin che si è in tempo, mettendo avanti un po’ di bene. Ché, se non ti prendi cura di te stesso ora, chi poi si prenderà cura di te? Questo è il tempo veramente prezioso; sono questi i giorni della salvezza; è questo il tempo che il Signore gradisce (2Cor 6,2). Purtroppo, invece, questo tempo tu non lo spendi utilmente in cose meritorie per la vita eterna. Verrà il momento nel quale chiederai almeno un giorno o un’ora per emendarti; e non so se l’otterrai. Ecco, dunque, mio caro, di quale pericolo ti potrai liberare, a quale pericolo ti potrai sottrarre, se sarai stato sempre nel timore di Dio, in vista della morte. Procura di vivere ora in modo tale che, nell’ora della morte, tu possa avere letizia, anziché paura; impara a morire al mondo, affinché tu cominci allora a vivere con Cristo; impara ora a disprezzare ogni cosa, affinché tu possa allora andare liberamente a Cristo; mortifica ora il tuo corpo con la penitenza, affinché tu passa allora essere pieno di fiducia.

     Stolto, perché vai pensando di vivere a lungo, mentre non sei sicuro di avere neppure una giornata? Quante persone sono state ingannate, inaspettatamente tolte a questa vita! Quante volte hai sentito dire che uno è morto di ferite e un altro è annegato; che uno, cadendo dall’alto, si è rotto la testa; che uno si è soffocato mentre mangiava e un altro è morto mentre stava giocando? Chi muore per fuoco, chi per spada; chi per una pestilenza, chi per un assalto dei predoni. Insomma, comunque destino è la morte; e passa rapidamente come un’ombra la vita umana. Chi si ricorderà di te, dopo che sarai scomparso, e chi pregherà per te? Fai, o mio caro, fai ora tutto quello che sei in grado di fare, perché non conosci il giorno della tua morte; né sai che cosa sarà di te dopo. Accumula, ora, ricchezze eterne, mentre sei in tempo. Non pensare a nient’altro che alla tua salvezza; preoccupati soltanto delle cose di Dio. Fatti ora degli amici, venerando i santi di Dio e imitando le loro azioni, «affinché ti ricevano nei luoghi eterni, quando avrai lasciato questa vita» (Lc 16,9). Mantienti, su questa terra, come uno che è di passaggio; come un ospite, che non ha a che fare con le faccende di questo mondo. Mantieni libero il tuo cuore, e rivolto al cielo, perché non hai stabile dimora quaggiù (Eb 13,14). Al cielo rivolgi continue preghiere e sospiri e lacrime, affinché, dopo la morte, la tua anima sia degna di passare felicemente al Signore. Amen.