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giovedì 29 dicembre 2016

C’è sempre un cammino di speranza.



Intervista a Jean Vanier

(Charles de Pechpeyrou) Come si può aiutare una persona che è stata umiliata a capire il significato del proprio valore? È questa la preoccupazione costante diJean Vanier, che nel 1964 ha deciso di fondare L’Arche per condividere la sua vita quotidiana con persone con disabilità. A suo parere, è importante innanzitutto far cadere i muri e creare luoghi di incontro, di gioia, affinché ognuno scopra la propria umanità. Creare luoghi che non siano nascosti, ma aperti alla gente.
Abbiamo appena celebrato Natale, la festa della nascita di Gesù, della vulnerabilità ma anche della speranza, e al tempo stesso si assiste a terribili crisi umanitarie come quella della Siria. Come si può festeggiare il Natale degnamente senza essere indifferenti a quella sofferenza?
Bisogna evitare di credere che risolveremo tutti i problemi. Bisogna creare una cultura della gioia, nella famiglia ma anche con altre persone. Bisogna creare luoghi della gioia dell’incontro, compiere piccoli gesti, come Papa Francesco ci invita a fare, accogliere le persone, creare comunità più aperte. Nella chiusura la gioia non si può sviluppare. Se di fronte ai mali del mondo, uno reagisce solo con la rabbia, crea infelicità attorno a sé. E poi c’è la speranza, c’è sempre un cammino di speranza, grazie a Gesù. 

Lei cita Papa Francesco: come spiega il suo atteggiamento verso le persone scartate dalla società?
Mi ha commosso molto il suo atteggiamento quando ha visitato la nostra comunità a Ciampino. Il Papa va incontro alle persone che si sentono messe da parte, ferite, umiliate. Più che come un padre, si comporta come un fratello, stringe le persone tra le braccia. Il Santo Padre è tra quelli che si rivelano attraverso il contatto, le mani, lo sguardo, il tono della voce. Dice alle persone che sono belle, che hanno un valore, per incoraggiarle. 
Perché parla di persone umiliate e non di persone escluse?
L’umiliazione è il risultato dell’esclusione, che è sociologica, politica. L’umiliazione consiste nel fatto che tutti mi trattano come fossi una persona brutta, dunque io credo di esserlo e mi chiudo in me stesso. Noi abbiamo accolto qui a Trosly-Breuil una donna emiplegica, ma a caratterizzarla era soprattutto un’enorme violenza. Lo psichiatra che ci aiutava ha detto: «in fondo, quando qualcuno viene umiliato per quarant’anni, l’unica risposta è o il grido o la depressione». Il grido dell’umiliazione è un appello all’incontro. Da noi questo incontro avviene, anche se non dura un’intera vita. È un modo di essere: come si può aiutare una persona che è stata umiliata a capire il significato del proprio valore? San Francesco d’Assisi, che desiderava profondamente essere un cavaliere forte, ha sofferto molto nei suoi anni di prigionia a Perugia seguiti da due anni di malattia mentale; in quel momento ha toccato il fondo. Nel testamento che ha scritto poco prima della sua morte, ha confessato di avere provato repulsione per i lebbrosi quando era giovane, poi un giorno, si è detto che voleva vivere con loro. Quando li ha lasciati, ha provato una dolcezza nuova nel corpo e nello spirito. È passato dalla repulsione a un incontro che gli ha fatto bene. Ha rivelato ai lebbrosi che erano belli.

Nella società occidentale quanto si è consapevoli che queste persone umiliate hanno un valore?
In generale le persone vogliono chiarire le questioni attraverso leggi senza entrare troppo in rapporto, perché hanno paura dell’incontro. Nel 2000 però c’è stata una rivoluzione per quanto concerne il Secours catholique: non “fare per” ma “fare con”. Qualcosa si sta muovendo, qualcosa sta nascendo, un movimento a favore delle persone ferite. Ma la gente si sente anche un po’ persa. Per esempio non vuole più riflettere su ciò che l’aborto significa, non cerca di sapere che il mistero di ognuno comincia con il concepimento, e dura fino alla morte. E questo perché i nostri paesi sono guidati dai mass media. O c’è una comunità molto determinata come è qui L’Arche, che accoglie le persone fragili o, nella maggior parte dei casi, è la paura a prevalere, una paura profondamente radicata nell’essere umano. Oggi si è spinti a vincere, ad aver successo nella vita professionale, a essere ammirati, onorati, a forgiarsi fin dall’infanzia un’identità di potere e di successo. In realtà, molti francesi si sentono soli, si sentono persi, alla deriva. Invece le persone profondamente radicate nella fede sanno che l’importante è amare.

Che cosa manca allora perché la gente si renda conto che le persone escluse, umiliate, sono fratelli in umanità?
È questo il punto. Forse un evento che sconvolge. Una persona è rinchiusa nelle sue certezze, si trova di fronte a qualcosa che la obbliga a cambiare. È l’uomo che giace in terra a obbligare il samaritano a cambiare.

Ma allora si ha l’impressione che l’unico modo per rendersi conto del dramma delle altre persone è che ne accade uno anche nella nostra esistenza?
Ciò avviene quando si ha bisogno di aiuto, quando non si è più onnipotenti. Perché si ha così paura di chi vive per strada o dei disabili? Perché, inconsapevolmente, si pensa che potrebbe accadere anche a noi. Per questo non si ha tanta voglia di avvicinarci a quelle persone che ci danno un’immagine di ciò che noi potremmo diventare. 

Ascoltandola, ci si immagina due mondi paralleli, impermeabili.
Ci sono due modelli. In Cile, a Santiago, c’è una strada dove a sinistra ci sono tutte le baraccopoli e a destra le case di ricchi, vigilate. Nessuno attraversa quella strada. Le cose però ora stanno cambiando, con associazioni come Le Rocher e Secours catholique. In molte parrocchie i volontari hanno cominciato a distribuire caffè ai senzatetto, e ora mangiano tutti insieme attorno a un tavolo. C’è un sentimento che non esisteva qualche anno fa, forse perché il numero di chi vive per strada sta aumentando. A livello di popolazione mondiale, tuttavia, la maggior parte delle persone è a disagio, stressata, presa dalla frenesia quotidiana. Che cosa si può fare allora? Creare luoghi di incontro, come qui, o in alcuni appartamenti a Parigi dove vivono senzatetto e volontari. Tutti cominciano così a scoprire la propria umanità. Creare luoghi che non siano nascosti, ma aperti alle persone. Far cadere i muri che le separano.
Per porre fine alla cultura dello scarto?
Oggi si parla da un lato di aborto e dall’altro di suicidio assistito, perché c’è una rassomiglianza tra le persone che invecchiano, che sono colpite dalla malattia dell’Alzheimer, che non parlano o parlano poco, e le persone che hanno una disabilità grave, come qui, e non parlano. Allora ci si vuole sbarazzare di loro perché costano troppo e non c’è personale a sufficienza. Ma non avviene ovunque così. Conosco una casa di riposo dove il personale è ottimo e dove regna la gioia. Il suo responsabile crea i sorrisi e chiede a tutto il personale di fare lo stesso. In alcune residenze per persone anziane invece si sente subito il clima teso. È molto semplice: si può creare il luogo del sorriso o il luogo della chiusura. Ciò dipende spesso dalla volontà di una sola persona.

Qual è l’ingrediente magico che dà questa volontà?
Le motivazioni possono essere molto diverse: una persona che è stata aiutata nella vita, il frutto di un pellegrinaggio, qualcuno che ha in famiglia un membro che soffre... Nel racconto del buon samaritano, sono certo che l’ebreo che è stato soccorso è cambiato. Occorre quindi in primo luogo un’esperienza, ma anche una comprensione, ossia una presa di coscienza che l’umanità si evolve, che è importante scoprire che ogni essere umano è mio fratello. Oggi osservo un movimento in questa direzione.

L'Osservatore Romano

domenica 3 aprile 2016

Senza corazze si risorge



Una comunità non è mai fondata una volta per tutte. Il primo fondatore non può essere il solo e unico punto di riferimento. I bisogni della società cambiano; le comunità evolvono; i loro membri crescono. Esse hanno bisogno di essere continuamente "ri-fondate". Il mito fondatore rimane ma la forma con la quale si incarna è chiamata a cambiare. È qui che la presenza di saggi "ri-formatori" è necessaria. Questi sono capaci di avanzare, mantenendo e approfondendo il mito fondatore, potando e rimodellando ciò che nei primi anni sembrava essenziale ma che in realtà non lo era
Jean Vanier, "Il mito fondatore"
Le storie delle comunità, delle organizzazioni, dei movimenti che sono stati capaci di vivere oltre la stagione dei fondatori, presentano alcune costanti: hanno avuto dei riformatori e hanno saputo raccontare storie nuove accanto a quelle fondative. I riformatori consentono a un carisma fondativo di restare vivo e fecondo, e alle comunità di tornare alle domande carismatiche originarie cambiando le risposte. Quando i riformatori non arrivano, o vengono osteggiati e non riconosciuti, le esperienze carismatiche e ideali inevitabilmente declinano per mancanza di presa sul presente, e quindi per carenza radicale di giovani e di "vocazioni", dovuta all’incapacità di tradurre il primo messaggio e la prima esperienza.

Una crisi spirituale e morale profonda colpisce i suoi membri più coinvolti e motivati: in una prima fase soffrono per l’assenza di giovani e di nuove vocazioni, poi diventano indifferenti e, infine, provano persino una certa gioia, perché la loro delusione li porta a non augurare a nessuno di ripetere la loro stessa triste esperienza esistenziale. Una crisi che si manifesta, quindi, come invecchiamento non-buono, che porta a leggere la vita come decadenza e declino. Quando e se nelle comunità carismatiche concrete emergono questi sintomi è chiaro che c’è un urgente bisogno di una riforma.
Nella fase della fondazione, i carismi generano più semi di quelli che riescono a fiorire nella prima stagione, che sono destinati a germogliare in quelle successive, quando i primi semi saranno invecchiati. Le potenzialità di un carisma sono maggiori di quelle che riescono a manifestarsi nella fondazione. Ci sono vene profonde che non affiorano subito, pur essendo legate alla stessa sorgente, destinate a emergere durante le siccità o dopo i terremoti.

Le povertà concrete, amate e abbracciate dalla Chiesa nel corso dei suoi due millenni, sono state molte più di quelle amate e abbracciate da Gesù di Nazareth e dai suoi discepoli. I poveri di Madre Teresa, di Francesca Cabrini, di don Oreste Benzi, di Frei Hans, non sono quelli della Palestina di Pilato: questi nuovi carismi hanno fatto, in nome di Gesù Cristo, per le povertà "cose più grandi" di quelle compiute dallo stesso Gesù e dalla sua comunità storica.

Un processo analogo si ripete per ogni singolo carisma, che nel corso del suo sviluppo scopre dimensioni che non erano emerse durante la vita storica del fondatore. Il fondatore crea la comunità-movimento tramite un processo di scoperta del carisma, che gli si rivela progressivamente e durante la sua intera esistenza. Più difficile è prendere coscienza, nella comunità fondata, che questa scoperta progressiva del carisma continua anche dopo la prima fondazione, e che quando si interrompe o viene interrotta è il primo carisma che diventa sterile.
Qualche volta è il Francesco storico che capisce che la Chiesa da ricostruire non è la chiesetta di San Damiano; altre volte è lo spirito di Francesco vivo tra i francescani che lo capisce e lo fa. È il Francesco dopo Francesco che porta a compimento la fondazione di Francesco di Bernardone.
Quando invece il processo di fondazione si blocca con la prima generazione, perché lo si considera completo e definitivo con la morte del fondatore, si impedisce al carisma di maturare e rivelarsi in pienezza, di illuminare e spiegare anche fatti ed eventi della generazione fondativa. Come accade nelle nostre case, quando alcune mele poste in mezzo ai kiwi li fanno maturare.
Il Francesco che continua a vivere dopo di lui serve, in una misteriosa ma reale solidarietà inter-temporale, anche il primo Francesco. Sapremmo meno del suo carisma senza Bonaventura o Bernardino da Siena. I primi beneficiari del coraggio dei riformatori sono i fondatori, che riescono a dire cose nuove e a volte diverse grazie a chi li ha liberati dai limiti del loro tempo storico.

I riformatori fanno rotolare le pietre dai "sepolcri" dei loro fondatori. Vengono "risorti" dai loro sepolcri. Le vere riforme non sono soltanto una attualizzazione del carisma: sono una continuazione della prima fondazione, con frutti e miracoli diversi ma non meno meravigliosi. I secondi "miracoli" sono essenziali per svelare i primi.

Perché, allora, le riforme, così preziose, sono rare e sempre molto dolorose? Le prime novità carismatiche, per poter sopravvivere nel tempo in cui sono nate (tutte le società hanno la tendenza a uccidere i profeti che potrebbero salvarle), hanno dovuto operare una sorta di ibridazione tra nuovo e vecchio, per impedire che il vecchio rigettasse e soffocasse il nuovo.

Così, attorno ai primi buoni arbusti, la prima generazione sviluppa naturalmente una vegetazione ancillare a protezione delle tenere nuove pianticelle, che consente loro di fiorire all’ombra di altre piante più robuste e resistenti alle intemperie. Le intuizioni carismatiche si circondano così di tutta una boscaglia sussidiaria; si rivestono di infrastrutture, linguaggi, regole scritte e non scritte, a volte auto-prodotte altre volte ereditate dalla tradizione o dal contesto storico specifico.

Questa ibridazione – che è un processo diverso e parallelo alla produzioneideologica che accompagna lo sviluppo di un ideale, di cui abbiamo già parlato su queste pagine –, a un certo punto diventa una camicia di forza, che blocca la crescita e chiude il futuro. Le riforme arrivano per allentare e, nei casi più felici, spezzare il rivestimento iniziale divenuto progressivamente camicia di forza, lo scudo protettivo che si è trasformato in una rigida corazza d’acciaio.
La difficoltà estrema dell’operazione di liberazione consiste nella difficoltà di distinguere la camicia di forza dalla "persona" che la indossa. Nelle comunità carismatiche più grandi e ricche, l’ibridazione tra vecchio e nuovo è stata profonda e si è protratta per molti anni, e così pezzi di corazza sono entrati nella carne, e la pelle ha rivestito parti dell’armatura. Il primo luogo che racchiude la compenetrazione di vecchio e nuovo è la stessa regola scritta e lasciata dal fondatore ai suoi eredi, dove convivono elementi di novità e altri di rivestimento, una coesistenza di cui non è consapevole, se non in minima parte, lo stesso fondatore.

Le riforme, allora, sono dolorose perché togliendo la corazza con essa viene sempre via anche qualche brandello di pelle. Da qui allora la tendenza, quasi invincibile, delle comunità a rigettare i riformatori di cui avrebbero un bisogno vitale. L’esigenza naturale e necessaria di proteggere e salvare il carisma finisce per bloccare i tentativi di riforma. In nome della purezza del carisma, lo si condanna alla sterilità. La purezza si trasforma in purismoinfecondo, per non aver avuto coraggio carismatico sufficiente per strappare qualche lembo di pelle, una ferita da cui sarebbe passata la sola salvezza possibile.

Ogni traduzione è anche un tradimento, e la paura del tradimento non deve impedire la riuscita della traduzione. Perché senza traduzione le splendide poesie dei carismi restano incomprensibili a chi vorrebbe ascoltarle ma parla e capisce un’altra lingua.

Ci sono molte esperienze ideali e carismatiche che oggi sarebbero ancora vive e/o feconde se fossero state capaci di generare una riforma dal dolore di una ferita.
Le riforme riescono troppo raramente perché vengono soffocati i riformatori autentici o perché vengono ascoltati i falsi profeti – o entrambe le cose. Anche perché i riformatori saggi e i falsi profeti si assomigliano molto, troppo. E quando i riformatori sono troppo semplici da individuare sono quasi sempre falsi riformatori.

Il primo criterio per riconoscere un riformatore è il suo non presentarsi alla comunità come tale. Occorre sempre diffidare dei riformatori che si auto-attribuiscono questo titolo, e si presentano al popolo come "riformatori per vocazione".

La prima arte dei riformatori è quella dell’artigiano: sanno raccogliere le pietre di ieri, a volte anche le macerie, e con queste edificarci, con umiltà e speranza, una nuova san Damiano, più piccola dell’antico tempio, dove però si può riascoltare nel silenzio umile la prima voce, e qualche volta reimparare a pregare.

Quando i processi di riforma hanno successo, le comunità vivono una autentica risurrezione, e poi una pentecoste. Le diverse lingue si comprendono tra di loro, e ci si ritrova con nuove storie da raccontare. Le riforme sono anche una nuova evangelizzazione, il dono di buone novelle da narrare e narrarci gli uni gli altri.

Alle prime storie fondative se ne affiancano nuove, che fanno rivivere e ricantare le prime. La crisi è sempre una carestia di storie capaci di co-muoverci, di farci muovere dentro e insieme. Le riforme ripopolano le comunità e il mondo con nuove storie: morti che risorgono, ciechi che vedono, acque tramutate in vino, poveri che diventano cittadini di un regno diverso.


l.bruni@lumsa.it

mercoledì 23 dicembre 2015

Jean Vanier: salviamo il presepe dalla laicità



di Daniele Zappalà
«Esprime una bellezza, una teologia, una storia che lasciano senza fiato. Occorre visitare questo presepio straordinario che mostra i popoli di ogni continente diretti verso il Bambino». Jean Vanier, fondatore dell’Arca, chiude gli occhi rimemorando una creazione umile e grandiosa: un presepio lungo quattro metri, con centinaia di pastori provenzali e napoletani, allestito ogni anno in casa Schléret, famiglia lorenese che l’ha dedicato a Marianne, la figlia con handicap mentale accolta adesso in una comunità dell’Arca. Informato dell’ipotesi di far calare il sipario sulla creazione, Vanier ha osservato: «Sarebbe un peccato. È l’opera di una vita». Così, il presepio resterà visitabile, dopo aver ricevuto una benedizione da monsignor Jean-Louis Papin, vescovo di Nancy. Tanti bagliori minimi d’umanità come questo costellano il percorso di Vanier, classe 1928, ex ufficiale canadese della Royal Navy, appena insignito in America del premio Templeton, nella scia di madre Teresa di Calcutta, di Desmond Tutu, del Dalai Lama o di Solženicyn. Lo incontriamo a Trosly, proprio dove nacque nel 1964 il movimento cristiano di comunione con le persone con handicap, presente oggi in trentacinque Paesi. E pensando alla Natività, in quest’angolo di Piccardia presso la «radura dell’armistizio » dove si mise fine alla Prima guerra mondia-le, Vanier evoca presto la «festività autentica» dei canti natalizi: «Sono universali. Proprio durante la Grande Guerra, dei soldati nemici finirono per fraternizzare cantandoli, come ricorda il bel film Joyeux Noël. Una verità dimenticata dalla storia ».

Il suo ultimo libro uscito in Francia, Jésus vulnérable (Salvator), raccoglie meditazioni pronunciate qui a Trosly. In copertina, c’è Gesù durante la lavanda dei piedi. Quel gesto e questo luogo sono legati?
«Il mistero della lavanda è una meraviglia e sono felice che il Papa l’abbia tanto sottolineato. Durante la lavanda, si è presenti per dire all’altro che è importante. La maggioranza delle persone che vengono qui sono state umiliate, considerate come “deficienti”. Ciò che conta è essere al loro servizio per rivelare loro che hanno un valore. Ascoltare le loro storie senza pretendere di trasformare nessuno dall’alto. Si tratta di restare assieme, in basso, per dire: sei importante, sei un figlio di Dio, potremo forse scoprire assieme la santità».

Un famoso scrittore che non si dice più credente, Emmanuel Carrère, confessa, al termine del suo recente romanzo autobiografico Il Regno,di aver «intravisto» qui, a Trosly, «cosa può essere il Regno » cristiano. L’ha colpita?
«L’ho trovato abbastanza toccante. Non me l’aspettavo. Durante il suo passaggio, non sapevo che fosse qualcuno d’importante. È stato colpito dalla Chiesa che lava i piedi, dai gesti d’umiltà. In questo scrittore, c’è una tensione fra il farsi conoscere come grande autore e, allo stesso tempo, servire la verità».

L’Arca ha avuto tanti di questi amici quasi involontari?
«Sì. Penso a un alto funzionario, Jean-Baptiste de Foucauld, già commissario generale alla pianificazione economica, che ha scritto: “L’Arca incanta il mondo”. Era affascinato dall’esercizio dell’autorità attraverso l’amicizia, l’incontro, la gioia, il vivere, lavorare, piangere assieme. Non dall’alto in basso. Uno scoprire assieme che siamo tutti poveri. Nati in povertà e fragilità, moriremo in povertà e fragilità. Lo restiamo per tutta la vita. È la nostra storia. L’essere umano è necessariamente vulnerabile».

Lei ha scritto un libro con Julia Kristeva, altra celebrità intellettuale che si dichiara non credente. Può parlarcene?
«Un giorno è venuta qui per dirmi: “Vorrei scrivere un libro con te”. Le ho suggerito che poteva essere uno scambio di lettere. È curioso constatare, leggendo il libro, che abbiamo trovato una forma d’incontro, un dialogo. La difficoltà di un incontro fra due persone sta nella comunione. Nel riuscire ad essere toccato dall’intimità dell’altro. Non sempre identità e comunione riescono a convivere. Ho l’impressione che in lei si agiti sempre l’interrogativo del figlio, della vera identità profonda di questo fragile figlio».

Un figlio portatore di handicap che ha scoperto l’Arca. A Natale, Trosly si riempie di presepi. L’arca e la mangiatoia sembrano ancor più parenti…
«Nella storia di Noè, c’è un’alleanza che riguarda tutti gli uomini. E Gesù è venuto per annunziare la Buona Novella a tutti. Sono affascinato dal mistero dell’amore di Dio per ciascuno di noi, indipendentemente dalle singole capacità e fragilità. Nel presepio, appare questo mistero dell’incontro con Dio attraverso il corpo. Qui, comprendiamo ogni giorno che l’amore si rivela con il contatto. Occorre fare il bagno, lavare i piedi, saper accogliere abbracci spontanei carichi di gioia».

Nella Francia che l’ha accolta, il presepio suscita nuove polemiche politiche…
«Polemiche dolorose. Questa forma di laicità non è sempre molto intelligente. È un peccato. Oggi, c’è forse una persecuzione verso i cristiani. Verso un simbolo musulmano, ci sarebbe stata forse meno severità. La storia della laïcité è vista come una liberazione dal potere ecclesiale. Come se la Chiesa soffocasse l’umano. Eppure, la Croce e il presepio sono segni di debolezza. Come cristiani, non siamo forti in senso terreno, ma crediamo nell’umano e che ogni essere è importante. Il senso di una lotta perenne di potere resta una minaccia per tutti. Sono felice che il Papa presenti le cose in modo del tutto diverso».

Si riferisce anche all’Anno della misericordia?
«Sì. È straordinario che il Papa sia andato in Africa ad aprire la Porta Santa. Ci sta dicendo che la Chiesa vuol essere una porta fragile capace di farci ritrovare il senso profondo della nostra fragilità. Quella su cui si basa il cristianesimo. Nella debo-lezza, il cristiano è chiamato a rivelare altro, la presenza di Dio. Come cristiani, sappiamo che il mondo non crede sempre in Dio. Ma pure che nel cuore vulnerabile di ognuno, c’è sempre una ricerca d’infinito».
Avvenire

giovedì 10 dicembre 2015

Chi risponde al grido?

CHI RISPONDE AL GRIDO? IL PARACLITO NEL VANGELO DI GIOVANNI

di Jean Vanier
Nel libro della Genesi leggiamo che sulla terra c’era così tanta violenza che Dio rimpianse di aver creato gli esseri umani (Gn 6,6). Così ci furono il diluvio e l’Arca di Noè. La storia della terra è una storia di violenza; la terra è piena di violenza. Perché tanta violenza? Perché bisogna essere più forti, i più forti. Allora respingo Dio ed elimino gli altri, per guadagnarmi la terra. Basta guardare i tifosi di calcio o quando i canadesi battono gli americani a hockey! Diventano tutti matti: bisogna vincere ad ogni costo, bisogna essere i più forti! Allora costruiamo frontiere e sistemi di difesa e creiamo tutto un mondo fatto per proteggerci dalla violenza che produciamo. Il che non vuol dire che non ci siano stati anche dei profeti di pace nella Bibbia. La storia del popolo ebraico è una storia di grandi profeti che hanno annunciato l’alleanza. Dai tempi dell’alleanza con Noè, Dio ha promesso di non sterminare più l’umanità e di darle la pace. Gli ebrei attendevano un messia forte. Il popolo ebraico aveva patito l’oppressione, prima dei persiani, poi dei greci e infine dei romani. La terra d’Israele era piccola, ma ricca, e vari imperi volevano possederla. Per circa 700-800 anni, il popolo aveva subìto la dominazione di nemici che lo facevano soffrire. Perciò dal messia Gesù si aspettava la liberazione. Verso la fine della vita di Gesù, ci fu infatti una progressiva delusione anche tra i discepoli a lui più vicini Ma Gesù non è venuto solo per liberare Israele, è venuto per liberare anche me, dalle mie violenze, dal desiderio di essere migliore degli altri calpestandoli.

All’Arca, abbiamo lavorato con uno psichiatra, un uomo eccezionale. Non era credente, ma era profondamente umano. Un giorno sono andato a trovarlo e gli ho chiesto: «Secondo te, che cos’è la maturità umana?». E lui mi ha risposto: «È la tenerezza». Perché la tenerezza è l’opposto della violenza. È un atteggiamento del corpo: degli occhi, delle mani, del tono di voce [ ... ]. Consiste nel riconoscere che l’altro è bello e nel rivelarglielo. Ma con il nostro corpo, attraverso la nostra maniera di ascoltarlo, le parole che gli rivolgiamo. Gesù è venuto a insegnarci la tenerezza. È l’atteggiamento che permette di accogliere l’altro e di vivere in relazione con lui. Ma poi c’è la paura. Ho paura che l’altro mi schiacci. Per questo il cuore del messaggio di Gesù è: amate i vostri nemici! «Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male» (Lc 6,27-28). È incredibile. Gesù è probabilmente la prima persona nella storia dell’umanità che osi chiederci una cosa così impossibile. Perché lo sappiamo tutti che è impossibile. Se venite a sapere che qualcuno parla male di voi, dietro alle vostre spalle, provate a dire bene di lui! Non ci riuscirete. Vi si gonfieranno le ghiandole, proverete ma... niente da fare! Perché la vita protegge la vita. Ci difendiamo. E se ci arriva una pietra addosso, reagiamo eccome, ci proteggiamo! Se qualcuno cerca di schiacciarmi, io mi difendo! A meno che... Dio stesso non ci dia un difensore! Ed è ciò che effettivamente accade: è il Paraclito! Vi dicevo che, fra le traduzioni del termine Paraclito, c’è il difensore, il consolatore, l’intercessore, l’avvocato. È colui che parla in mio nome per difendermi. Amare i nemici non è una cosa possibile! Perdonare non è possibile!

Mi ricordo di essere andato in Rwanda dopo il genocidio. Ho parlato con una giovane donna che aveva perso 75 membri della sua famiglia, tutti massacrati. E diceva: «Ho tanto odio dentro di me! Nessuno che mi chiede perdono. E parlano di riconciliazione!». È comprensibile che sussista un desiderio di vendetta e il bisogno di difendersi, quando si è subìto tanto male - un male reale. Il perdono è qualcosa di molto difficile, soprattutto quando si è profondamente feriti nel proprio corpo e nella psiche. Come quella ragazza che per anni ha subito abusi sessuali da parte di uno zio che la minacciava di ucciderla se avesse parlato. Un giorno ha avuto il coraggio di parlarne a sua madre, la sorella dello zio. E la madre si è arrabbiata con lei, accusandola di mentire. Per questa ragazza, la guarigione è un percorso lungo. E nel nostro mondo ci sono tante situazioni di violenza, tante persone che fanno o subiscono il male! È una strada lunga, imparare ad amare l’altro diverso-da me. Ed è ancora più lungo perdonare. Abbiamo bisogno dello Spirito di Dio, di una comunità, di essere accompagnati, per poter progressivamente prendere coscienza del male subìto e camminare verso il perdono.

Prima mi rendo conto che una persona mi ha fatto del male e che questo male ha distrutto alcuni elementi della mia vita e della mia speranza. Allora cerco di accettare questa realtà. Gesù è venuto a portarci la pace e il perdono. È venuto a riconciliarci, trasformando le nostre violenze in tenerezza. Ma la strada è lunga. E perché tale trasformazione si compia, occorre il sostegno di una comunità e di un accompagnatore. Il cammino non si fa da soli, subito, con la bacchetta magica. Soprattutto se il male ci tocca da vicino: nella nostra persona, nella famiglia, in un essere caro. Allora il perdono è davvero un processo molto lungo!

Avvenire

*

Un grido contro la violenza 
Arriva in questi giorni in libreria il volume «Chi risponde al grido?» di Jean Vanier, fondatore della cxomunità dell’Arca (editrice Cittadella, pagine 124, euro 11,90). Si tratta di una raccolta di testi che vuole esplorare l’incontro fra due gridi, quello dell’angoscia espresso dalla società postmoderna, e quello della sete divina. In mezzo, il Paraclito giovanneo, lo Spirito consolatore che libera dai sensi di colpa. Jean Vanier, canadese, classe 1928, dopo aver insegnato filosofia all’Università di Toronto, nel 1964 ha fondato in Francia la prima comunità dell’Arca vivendo con persone che hanno handicap mentali. Attualmente più di 300 comunità dell’Arca sono sparse nei 5 continenti. Jean Vanier è co-fondatore anche di «Fede e Luce», movimento di famiglie e amici delle persone con un handicap. Dal volume qui anticipiamo un capitolo dedicato al tema della tenerezza divina.




giovedì 6 agosto 2015

Quelli che Dio sceglie.... Intervista a Jean Vanier



http://americamagazine.org/

Jean Vanier is a French Canadian Catholic philosopher and humanitarian who founded L'Arche, an international network of 147 communities (35 countries, five continents) for mentally disabled persons and their caregivers. With Marie-Hélène Mathieu, Mr. Vanier also founded Faith and Light, a network of 1,500 support groups in 82 countries that similarly urges solidarity among people with and without disabilities. He is thecurrent (2015) winner of the Templeton Prize, a $1.7 million award honoring his affirmation of the spiritual dimensions of life. Mr. Vanier, 87, has said he intends to give this money to developmentally disabled persons in the L’Arche network.
While Mr. Vanier was visiting France late in 1963, he had his first encounter with intellectually disabled men living in government-sponsored psychiatric hospitals, and he quickly understood them to be “the most oppressed people on the planet.” The first L’Arche community began a few months later when he invited two men, Raphael Simi and Philippe Seux, to leave their institution and live with him at a house in Trosly-Breuil, a small village north of Paris where he continues to reside today. Mr. Vanier named his new home “L’Arche” after Noah’s Ark, gradually establishing similar communities in other countries.
Mr. Vanier holds a PhD in philosophy from the Institut Catholique de Paris, where he wrote his dissertation on Aristotle’s notion of happiness. He is the author of more than 30 books, including most recently The Gospel of John, the Gospel of Relationship (2015) and the upcoming Life’s Great Questions (due in English from Franciscan Media on August 21). In 2014, Franciscan Media produced a 14-part video series on The Gospel of John (“Into the Heart of God”) hosted by Mr. Vanier in the Holy Land. His previous humanitarian awards include the French Legion of Honour (2002) and the Pacem in Terris Peace and Freedom Award (2013).
On May 12, I emailed a set of interview questions for Mr. Vanier to Isabelle Aumont, director of the Jean Vanier Association in France. Ms. Aumont visited Mr. Vanier at his home in Trosly-Breuil, recorded his answers and sent them back to me on Aug. 3. The following transcript of Mr. Vanier’s responses to my questions about his work is unabridged.
On March 15, we learned that you are the 2015 winner of the Templeton Prize. Why are you giving the $1.7 million cash award from this prize to developmentally disabled people?
Well, it’s very simple: It’s because of them that I won the prize. The prize was awarded because L’Arche and Faith and Light have grown across the world and because people with disabilities have changed other people. So it’s obvious that if it’s because of them I received the prize, the prize must go back to them. In this way, they can continue their work of changing the hearts of people and leading them to Jesus.
What gifts do mentally handicapped persons bring to society?
They have beautiful hearts, they don’t have big heads, they’re not people who want to know things. What they want to know is: “Do you love me?” Maybe that is what we all want to know: “Do you love me?” Maybe that is the heart of the Christian message: that Jesus loves us and therein is our joy. That is what people with disabilities reveal to us. That is the only one important thing; that it be revealed that Jesus loves me.
What is love?
Love is to reveal to someone: “you are beautiful and you have value.” That is the secret of love. It’s not primarily to do things for people, because then we find our glory in doing things. The secret of love is to reveal to someone that “you are precious,” that “you are beautiful.”
You’ve talked a lot about the “tyranny of the normal” and the “religion of success.” What do you mean by those comments?
We live in a culture of success and winning, a culture of power, and a culture of knowledge. When we are caught up in the knowledge that we must win and must have individual success, we very often leave behind those who are weaker. The gospels reveal something really very new, that the mission of Jesus is to announce a good news to the poor. What is that good news? It’s not just that “God loves you,” but that “I love you!” The whole of the message of Jesus is to reveal to the poor that they are precious, whereas we live in societies where so frequently they are put aside.
You were a philosophy professor at St. Michael’s College in Toronto before you started L’Arche, but you gave up a comfortable academic career to live with the mentally handicapped. What moved you to do this?
I think it was simply because I felt that Jesus wanted me to do it. I felt attracted to the mystery of people with disabilities particularly when I found out how crushed they have been. In the United States we can all remember the hundreds of institutions where they were locked up. Thank God that there were people like Wolf Wolfensberger and others whose mission was to open up the big institutions and to help others to discover that men and women with intellectual disabilities are beautiful. We have to remember what Saint Paul said: “God has chosen the weak and the foolish to confound those who are caught up in intellectuality and in power.” God had chosen the most despised, so if God had chosen them, then Jesus wanted me to be with them!
What is the philosophy of L’Arche?
The philosophy of L’Arche is very simple. The important thing is that people who have been pushed aside and humiliated, need to be shown that they are precious. So it’s living together in community that we reveal to each other that “you’re precious.” The wonderful thing is that when we live with people with disabilities, not only are they transformed because they discover they’re loved, but we also are transformed. That is the secret of the philosophy of L’Arche: that we transform each other in helping each other to become more human and more like Jesus.
What role does the Catholic faith play at L’Arche?
L’Arche's first seeds were planted in the soil of the Catholic Church. However, L’Arche quickly became ecumenical and interreligious as it welcomed men and women with disabilities who belonged to different denominations and different religions. L'Arche has often used the ritual of the washing of the feet as a universal symbol of servant leadership, unity and communion across difference. Catholic means universal, and Jesus teaches us a universal love. Faith, religion, and culture find their deepest meaning, as they become a way to permit us to be bonded to God, the God of love and compassion, which give us the wisdom to meet others who are different as persons. Every person—whatever his culture, religion, values, abilities or disabilities—is important and precious to God.
Who are your role models in the Catholic faith, either living or dead?
The real role model is Jesus and he is revealed to us in the Gospels. We see how he lived, and the parables he told. For example, take the parable of the Good Samaritan where Jesus says: “do what he did,” that’s to say be compassionate. Jesus is an incredible role model and he teaches us to love each other as he loves. We only have to look at Jesus through the Gospel message to see how we are called to live.
What have you learned from living with the intellectually handicapped?
I have learned that the message of Jesus is really a question of humility. The incredible thing about Jesus is that he was with God, he was God, and he descended and became a human being. Not only did he become a human being, but he accepted to be rejected and crucified. The incredible thing is that these little people teach us how to grow in humility, and humility is to enter into a relationship with people who have been humiliated. It’s a beautiful way to learn how to live the Gospel message.
How do you pray?
It is a strange question! “How do you pray?” means “what is your relationship with Jesus?” because that is what prayer is. It’s a relationship, it’s sitting hand in hand with Jesus. John the beloved disciple rested on the heart of Jesus. So to pray is just to be with Jesus, to rest with Him. There are times when it’s really important to be alone with Jesus, and to take time to listen to Him. Listen to the words of the Apocalypse: “The Lord says ‘I stand and I knock at the door, if somebody hears me and opens the door, I will enter and eat with that person and that person will with me.’” So, to pray is somehow to call out to Jesus and to accept his invitation, or rather to invite Jesus into our hearts so that we can become his friends. So to pray is to be a friend of Jesus.
You named your community “L’Arche” after Noah’s Ark in the Book of Genesis. What is your favorite scripture passage and why?
I think that every day my favorite scripture passage is different. I don’t know how there could be one favorite scripture passage because the heart of the Gospel message is when Jesus says: “abide in my love.” I can’t say this scripture passage is the favorite one because every passage is the favorite one. Of course there are some days that draw me more into the heart and other days may be less. Maybe the one that centers everything is “to remain in the love of Jesus.”
Where do you find Jesus Christ in your life?
It’s in my heart. This extraordinary text we find in the 14th chapter of Saint John: “If somebody loves me, he’ll keep my word and my father will love him and we shall come and make our home in him.” So, the gift is to find Jesus in my own heart. That connection and presence need to be nourished daily, finding Jesus in the Word of God, in the Eucharist and in the Church, to discover that the essential is that Jesus lives in me and I live in Him.
There was an English-language documentary about you in the 1980s called “The Heart Has Its Reasons.” What is the greatest desire of your heart today?
Just to be faithful to Jesus and to live the essential, which is to remain in His love. I need His help just to be faithful and to continue on this road. This is particularly true as I become more fragile, as I’m 87 today and tomorrow I’ll be a little bit older, and then I’ll be a little bit older, etc. I need His help just to live what I’m called to live in the Spirit of Jesus and to give me the strength to be what He wants me to be, every day.
What message do you hope people will take away from L’Arche?
Really I hope that people discover that people with disabilities are beautiful people. It’s not a question of doing things for them but it’s really about becoming their friend. Maybe that is the heart of the message of the Gospel: become a friend of Jesus. The heart of the message of L’Arche is to become a friend with people with disabilities. As we become a friend with them we are changed, we open up and we discover that every person is precious.
If you could say one thing to Pope Francis, what would it be?
Thank you!
What are your hopes for the future?
For myself the future is to grow gently into weakness and to discover that in the heart of weakness there is the presence of God. And after that, growing in weakness, we grow in the greater weakness which is eventually to fall in the arms of God when we die.
Any final thoughts?
May God bless us all!
Sean Salai, S.J., is a contributing writer at America.

domenica 17 maggio 2015

Sul significato dello “stare con” le persone più deboli.



Nel cuore dei poveri 

Anticipiamo, in una nostra traduzione, parte del Templeton Talk che il fondatore dell’Arca terrà il 18 maggio a St Martin in the Fields a Londra.
(Jean Vanier) Nel suo libro A Nazareth Manifesto (New Jersey, Wiley Blackwell, 2015, pagine 336, euro 25) Samuel Wells rivela che Gesù è venuto per insegnarci non soltanto a fare qualcosa per le persone senza una casa, ma anche a stare con loro. È questo il vero segreto della Chiesa, come anche delle nostre comunità, e si spera che un giorno possa essere il segreto dell’intera umanità: stare con.
Stare con significa vivere fianco a fianco, significa entrare in relazioni reciproche di amicizia e di sollecitudine. Significa ridere e piangere insieme, significa trasformarsi reciprocamente. Ogni persona diventa un dono per l’altra, rivelando all’altro che facciamo tutti parte di un’immensa e meravigliosa famiglia, la famiglia di Dio. Siamo tutti profondamente uguali come esseri umani, ma anche profondamente diversi; tutti abbiamo i nostri doni speciali e la nostra missione unica nella vita. Questa straordinaria famiglia, sin dalle sue lontane origini, e da allora con tutti coloro che generazione dopo generazione sono stati sparpagliati su questo pianeta, è composta da persone di cultura e capacità diverse, ognuna con le sue forze e debolezze, e tutte preziose.
L’evoluzione di questa famiglia, dagli inizi a oggi, certamente ha comportato guerre, violenza e la ricerca infinita di dominazione e di maggiori possedimenti. È anche un’evoluzione nella quale profeti di pace hanno continuato a chiedere “pace, pace”, chiamando le persone a incontrarsi e a vedersi belle e preziose. Molti di noi, nel mondo attuale, continuano ad anelare la pace e l’unità. Tuttavia, in tanti restiamo impigliati nella nostra cultura, dove ci ritroviamo coinvolti nella lotta per vincere e avere di più. Come possiamo liberarci dalla cultura che incita le persone non alla responsabilità verso la famiglia umana e il bene comune, ma al successo individuale e al predominio sugli altri? Come possiamo svincolarci dai tentacoli e dalle catene di questa cultura, così da essere liberi per noi stessi, liberi dal nostro ego sovradimensionato e dalle nostre compulsioni, liberi di amare gli altri così come sono, diversi e tuttavia uguali?
Stare con significa anche mangiare insieme, così come ci ha invitati a fare Gesù: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare la tua famiglia, i tuoi amici, o i tuoi vicini ricchi, bensì poveri, storpi, zoppi e ciechi e sarai beato». Essere beati, dice Gesù, significa invitare i poveri alla nostra mensa (cfr. Luca 14). È bene specificare che non sono gli ospiti a essere beati perché possono gustare il cibo al banchetto, bensì il padrone di casa attraverso il suo incontro con i poveri. Perché il padrone di casa è detto beato? Non è forse perché il suo cuore è trasformato quando viene toccato dagli straordinari doni dello spirito nascosti nel cuore dei poveri? 
È stato questo il dono del mio percorso personale e anche di quello di molti altri. Siamo stati guidati da quanti sono deboli sul cammino della beatitudine dell’amore, dell’umiltà e della pacificazione.
Per essere trasformati, dobbiamo anzitutto incontrare persone che sono diverse, non soltanto i nostri familiari, amici e vicini, che sono come noi. Incontriamoci al di là delle differenze, siano esse intellettuali, culturali, nazionali, razziali, religiose o di altro genere. Poi, a partire da questo incontro iniziale, possiamo cominciare a costruire insieme comunità e luoghi di appartenenza.
La comunità non è mai chiamata a essere un gruppo chiuso, nel quale le persone si nascondono dietro le barriere dell’identità di gruppo, interessate solo al proprio benessere o alla propria visione, come se fosse l’unica o la migliore. Non può essere una prigione o una fortezza. Purtroppo, per molto tempo è stata questa la visione piuttosto ristretta di diverse Chiese e religioni. Ognuna si riteneva la migliore, detentrice di ogni conoscenza e verità. Pertanto, tra loro non c’erano comunicazione o dialogo. Non c’è forse in questo il pericolo che ci rinchiudiamo nel nostro gruppo professionale, religioso o familiare, dove non incontriamo mai chi è diverso?
La comunità, d’altro canto, è un luogo dello stare insieme nonostante le differenze, di persone unite nell’amore e aperte a tutte le altre persone. La comunità, dunque, è come una fonte o una luce splendente, dove si vive e si rivela uno stile di vita, aperta agli altri e attraente. È un luogo di pace, che svela una via verso la pace e l’unità per la famiglia umana. 
La comunità è un luogo di appartenenza, dove ogni persona può crescere per divenire pienamente se stessa. È appartenere per divenire. Apparteniamo gli uni agli altri, di modo che ogni membro possa divenire più umano, più amorevole, più libero, più aperto agli altri, specialmente a quanti sono diversi. Quando ogni membro può sviluppare i suoi doni unici e aiutare gli altri a sviluppare i propri, i membri non sono più in una situazione di competizione, bensì di collaborazione, di cooperazione e di sostegno reciproco. Divenire non significa dimostrare di essere migliore rispetto all’altro, ma piuttosto sostenersi insieme gli uni gli altri nell’aprire i propri cuori. Pertanto, la comunità è un luogo di trasformazione. La comunità è un luogo di appartenenza dove ognuno può essere trasformato e trovare la propria realizzazione umana.
Quali alternative abbiamo per la crescita umana? Un’appartenenza troppo rigida soffoca il divenire; d’altra parte, troppa crescita o troppo divenire individuale senza appartenenza possono portare a una lotta per arrivare al vertice, oppure trasformarsi in solitudine e angoscia. Vincere significa sempre essere soli, e ovviamente nessuno vince a lungo.
La comunità, dunque, non è un gruppo chiuso, bensì un modo di vivere che aiuta ogni persona a crescere fino alla propria realizzazione umana. I due elementi chiave della comunità sono la missione e la mutua sollecitudine. Ci riuniamo per un fine, che è la missione, e anche per essere segno di amore, o piuttosto per crescere nell’amore reciproco. È la missione a definire il motivo per cui stiamo insieme, e stando insieme impariamo ad amarci gli uni gli altri.
La comunità è un luogo dove levighiamo i punti dolenti dell’altro. È auspicabile che in tal modo riusciamo a levigare alcuni dei tratti fastidiosi e aspri del nostro carattere, così da poter diventare veramente noi stessi. Amare, dunque, significa guardare dentro l’altro, vedere il cuore della persona, nascosto dietro a tutto ciò che ci infastidisce. Per questo, amare significa, con le parole di san Paolo, essere pazienti, ovvero aspettare e tener duro. Significa credere e confidare che sotto tutta la confusione nell’altra persona ci sia la sua natura segreta, il suo cuore.
L'Osservatore Romano

giovedì 12 marzo 2015

Jean Vanier: «Transformer nos cœurs»




Jean Vanier vincitore del Premio Templeton 2015

Filosofo e scrittore canadese, è fondatore delle organizzazioni dedicate ai disabili "L'Arca" e "Fede e Luce" che contano oggi rispettivamente 135 comunità in 33 paesi e 1600 in 80 paesi


Il fondatore delle comunità "L'Arca" e "Fede e Luce", il canadese Jean Vanier, ha vinto oggi il prestigioso Premio Templeton 2015. Vanier - che ha incontrato Papa Francesco il 21 marzo 2014 -  è dottore in filosofia e scrittore, oltre che leader e fondatore delle due importanti organizzazioni internazionalidedicate alle persone con handicap, che contano attualmente 135 comunità in 33 paesi (L'Arca) e 1600 in 80 paesi (Fede e Luce).
Da oltre quattro decenni, Jean Vanier in prima persona, all'interno o all'esterno di queste organizzazioni, è un fervente difensore delle persone povere e ferite della società. Nato nel 1928 da un eminente famiglia canadese - suo padre era un veterano decorato della Prima Guerra Mondiale, avvocato, diplomatico e Governatore Generale del Canada -, Jean riceve un'educazione di alto livello in lingua inglese e francese, prima in Canada e in seguito nel Regno Unito e in Francia, a Parigi.
Da lì, lui e la sua famiglia riescono a fuggire qualche giorno prima dell'occupazione nazista. Durante la maggior parte della Seconda Guerra Mondiale, frequenta un'accademia navale britannica, in previsione di una carriera da ufficiale della Marina.
All'inizio del 1945, Jean Vanier torna a Parig; lo accompagna sua madre che si prende cura dei sopravissuti dei campi di concentramento. Questi uomini scarni, con i visi contorti dalla paura e dalla sofferenza, sono per lui il primo contatto impressionante e profondamente toccante con un'umanità ferita. Un incontro che non dimenticherà mai più.
Poco dopo all'età di 17 anni, mentre infuria ancora la Seconda Guerra Mondiale, si unisce alla Royal Navy e viene in seguito trasferito alla Marina canadese. Nel 1950, sentendo una forte vocazione spirituale a fare "qualcos'altro", rinuncia alla sua carriera di ufficiale, studia teologia e filosofia e completa un dottorato su Aristotele. Dopo una breve e brillante carriera d'insegnamento all'Università di Toronto, lascia però il mondo accademico nel 1964 per proseguire la sua ricerca interiore e spirituale.
Nello stesso anno fonda "L'Arca" a Trosly, in Francia, con il suo amico Thomas Philippe, dominicano, e con Raphaël Simi e Phillip Seux, due persone con handicap che vivevano all'interno di un'istituzione psichiatrica. Quattro anni dopo, organizza il primo ritiro di «Foi et Partage» al Marylake, a King nell'Ontario, dove si riuniscono laici, religiosi e persone con handicap. Da allora, centinaia di ritiri di Foi et Partage sono stati organizzati per diverse persone nell'America del Nord. 
Nel 1971, con Marie-Hélène Mathieu, fonda "Foi et Lumière" (Fede e Luce), una organizzazione che riunisce ogni mese delle persone con handicap, le loro famiglie e i loro amici. Anima quindi il primo pellegrinaggio a Lourdes, che riunisce 12000 persone, di cui 4000 con un handicap. Da allora, ogni 10 anni, a Lourdes o a Roma viene organizzato un pellegrinaggio di grandi dimensioni. 
Negli anni successivi, Vanier inizia a viaggiare per tutto il mondo per animare i dibattiti, le conferenze e i ritiri, per il sostegno e lo sviluppo delle comunità dell'Arca e di Fede e Luce. Durante questi viaggi e per tutta la sua vita, si dedica con particolare interesse a parlare con i giovani. Nel 1981, lascia la sua responsabilità della prima comunità di Trosly e della Federazione Internazionale dell'Arca, per permettere ad altri di sostituirlo nelle sue funzioni. 
Nel 1983, pronuncia il discorso di apertura dell'Assemblea generale del Consiglio ecumenico della Chiesa, a Vancouver. Mentre nel 1987, su invito di Giovanni Paolo II, partecipa al Sinodo sulla laicità a Roma, e, l'anno dopo, al Comitato centrale del Consiglio ecumenico della Chiesa, a Ginevra.
Lavoratore accanito e infaticabile, Jean moltiplica i progetti editoriali, i cicli di conferenze e gli incontri con i giovani, pur rimanendo sempre nei pressi della sua comunità di Trosly. Viene insignito di numerosi e prestigiosi titoli e premi. Tra questi: Grand Officier de l'Ordre national du Québec; Légion d'Honneur in Francia; Prix du Sénat polonais; Beacon Humanitarian Prize, Royaume-Uni; Humanitarian Award, University of Notre Dame.
Giovanni Paolo II stesso gli conferisce il Premio internazionale Papa Paolo VI nel 1997. Riceve poi l'International Peace Prize, della Community of Christ Church, il Premio Gadium et Spes, dei Cavalieri di Colombo, il Blessed are the Peacemakers Award 2006, della Catholic Theological Union, a Chicago, e il Globe & Mail, Nation Builder Award 2008, in Canada.
zenit
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Discours de Jean Vanier: «Transformer nos cœurs». Prix Templeton, British Academy, Londres, 11 Mars 2015 
 Templeton Prize 
(Jean Vanier) Je voudrais commencer par vous remercier, Jennifer Simpson, vous et votre père, Dr. John M. Templeton, Jr., et tous ceux avec qui vous travaillez, et spécialement les membres du jury, pour le magnifique prix dont vous m’honorez. J’aimerais remercier d’une façon toute particulière ceux que je représente aujourd’hui, les personnes avec une déficience intellectuelle de L’Arche et celles de Foi et Lumière. Elles m’ont tellement apporté tout au long de ces 50 dernières années et elles m’ont enseigné bien plus que tous mes professeurs à l’école ou à l’université. Elles m’ont appris ce que signifie être humain et la manière dont nos sociétés peuvent être transformées  (...)