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giovedì 10 settembre 2020
AMATE I VOSTRI NEMICI.
CHIEDO SCUSA. L'AUDIO PARTE DAL 30° SECONDO... DESCRIZIONE DEL VIDEO: COMMENTO A LC.6, 27-38; RIFLESSI ECCLESIALI, PARTECIPAZIONE DEI CATTOLICI ALLA VITA PUBBLICA, LETTURA DI UN TESTO OMILETICO DI ANDRE' LOUF, O.S.B.
lunedì 13 luglio 2020
mercoledì 29 aprile 2020
sabato 25 aprile 2020
giovedì 23 aprile 2020
lunedì 20 aprile 2020
martedì 10 marzo 2020
martedì 25 febbraio 2020
martedì 18 febbraio 2020
mercoledì 6 marzo 2019
Il paradiso sono gli altri

«I giovani e la bellezza dell’incontro con Dio tra inquietudine e nostalgia» è il titolo dei corsi di teologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore inaugurati mercoledì 27 a Milano dall’arcivescovo di Modena-Nonantola e presidente della Commissione episcopale per la dottrina della fede. Pubblichiamo ampi stralci della prolusione.
(Erio Castellucci) L’incontro è un valore o un pericolo? La risposta ai nostri giorni non è scontata. Sembra quasi profetico il famoso slogan lanciato nel 1943 dal filosofo Jean-Paul Sartre in un pezzo teatrale: «l’enfer, c’est les autres» (l’inferno sono gli altri). Sartre scriveva quest’opera durante la seconda guerra mondiale, quando sembrava che l’inferno avesse effettivamente conquistato la terra, che le relazioni fossero ormai solo distruttive; e ancora non si conosceva ciò che proprio in quegli anni stava succedendo nei campi di sterminio nazisti: l’orrore di relazioni umane trasformate in sopraffazioni bestiali.
Senza azzardare trasposizioni troppo rapide, che risulterebbero inevitabilmente antistoriche, va comunque denunciato l’imbarbarimento della comunicazione negli ultimi anni. Il dibattito pubblico ai diversi livelli risulta segnato dallo scontro, proprio l’inverso dell’incontro. In realtà la contrapposizione tra identità e incontro, tra affermazione di sé e interazione con l’altro, non ha ragion d’essere, perché incontro e identità si appartengono a vicenda. L’essere umano acquista gradualmente la propria identità nella “separazione” di sé dagli altri: nel graduale distacco dalla madre, con la quale inizialmente è in simbiosi; nel progressivo riconoscimento dello spazio degli altri: il papà, i parenti, i fratellini, poi gli amici, i compagni, i formatori, poi la persona amata; nel frequente incontro con le storie altrui e nelle difficoltà da affrontare, che lo irrobustiscono e lo rendono adulto. L’identità ha bisogno dell’incontro e l’incontro dell’identità. Spesso è la paura della relazione a generare lo scontro. Non è affatto vero, come talvolta si sente dire, che la persona aggressiva e prepotente è “forte”; psicologicamente è vero il contrario: il bellicoso in realtà è debole, perché non riesce a sostenere l’incontro. La personalità matura è capace di dialogo e ricerca il confronto; essendo serena con la propria identità, sa che dagli altri può ricevere integrazioni utili, impulsi per approfondire le proprie idee, provocazioni e motivazioni nuove. La personalità fragile e insicura, invece, necessita di schermi protettivi, muri e barricate e attacca frontalmente per non doversi mettere in discussione; non regge il confronto, perché non ha radici.
Nell’ambito della teologia il riscontro è semplice. L’enciclica programmatica di Papa Paolo VI, Ecclesiam suam (1964), pubblicata nel pieno svolgimento del concilio Vaticano II, impernia sulla categoria di ”dialogo” la relazione tra Chiesa e mondo contemporaneo. Papa Montini traccia i famosi quattro cerchi del dialogo, dal più grande al più piccolo: il dialogo tra tutti gli uomini, tra i credenti, tra i cristiani delle diverse confessioni e tra i cattolici. Diventa criterio della maturità della Chiesa, della sua solidità, la capacità dei suoi membri di incontrare in profondità tutti gli uomini, accogliendo ciò che di bello, vero e buono è presente nelle diverse culture ed espressioni dell’umano. Il concilio Vaticano II ha fatto propria, in questo primo cerchio, in questo grande incontro con l’uomo, la famosa sentenza di Terenzio: «homo sum humani nihil a me alienum puto esse».
In secondo luogo, è matura una Chiesa che incontra le grandi religioni e instaura con esse un dialogo capace di trovare punti d’incontro, di valorizzare le diversità, di individuare piattaforme di impegno comune. È stato Giovanni Paolo II ad avviare questo incontro con l’ebraismo e le altre religioni mondiali, specialmente l’islam; incontro che ha contribuito a scongiurare lo “scontro di civiltà” paventato o auspicato da alcuni prima e dopo lo spartiacque delle Twin Towers, l’11 settembre 2001; e che è stato proseguito dai suoi successori, Benedetto XVI e Francesco.
Anche il dialogo ecumenico, terzo cerchio dopo quello interculturale e interreligioso, si è potuto sviluppare sulla base dell’incontro. Fino a che i cristiani delle diverse confessioni rimasero chiusi nei loro gusci, lanciandosi reciproche scomuniche, le ricchezze delle singole tradizioni erano come bloccate, quasi come le composizioni floreali di plastica. Il movimento ecumenico, avviato con decisione poco più di un secolo fa e rilanciato negli ultimi sessant’anni, permise di superare lo scontro e di attivare dentro le proprie tradizioni elementi che si erano congelati. Si sperimentò gradualmente che i fiori della propria tradizione non erano di plastica, ma erano vivi e riprendevano colori e sfumature: i cattolici riscoprirono la centralità della Scrittura, i protestanti l’importanza della tradizione e gli ortodossi la necessità di aprirsi al mondo esterno.
Infine l’ultimo cerchio, quello più interno: il dialogo dentro la Chiesa cattolica. Dopo il concilio Vaticano II la Chiesa ha vissuto e vive tensioni fortissime, fratture, difficoltà nell’incontro e nel confronto. Per la verità, non c’è nulla di nuovo sotto il sole: chi studia la storia della Chiesa sa bene che le tensioni, anche forti, fanno parte della sua natura, come della natura di ogni gruppo. Del resto, in quel primo nucleo di Chiesa che erano i Dodici, non c’era uno che tradì, uno che rinnegò, uno che dubitò? E non si verificavano continue rivalità tra di loro? Il problema dunque non sono le tensioni, ma il metodo per affrontarle e trasformarle in ricchezza, il metodo per passare dallo scontro all’incontro. Questo metodo ha un nome preciso: si chiama sinodalità, cioè cammino compiuto assieme: laici, pastori e consacrati, singoli e gruppi. Su questo metodo sta imprimendo un’accelerazione papa Francesco, invitando tutti i cattolici a prendere parte attiva alla vita della Chiesa, senza paura di incontrarsi e dibattere.
Si potrebbe a questo punto tentare di rovesciare l’espressione sartriana e dire che gli altri sono il paradiso? Forse sì, sapendo che al paradiso normalmente si accede attraverso il purgatorio: perché è pur vero che l’incontro mette alla prova, lascia emergere limiti e fragilità, interroga e a volte ferisce e addolora. Ma, specialmente per i cristiani l’incontro è uno dei nomi di Dio. Il vertice della rivelazione biblica, infatti, si trova in 1 Giovanni, 4, 8.16: «Dio è amore». E l’amore è relazione, incontro, dialogo.
Uno dei motivi per cui tanti giovani abbandonano la vita cristiana è la sensazione che essa consista nell’abbracciare un codice di comportamento e non nel “lasciarsi abbracciare” da una relazione d’amore. Qualche volta questo motivo viene accampato come una giustificazione, per legittimare il proprio allontanamento da una vita impegnativa. Altre volte invece è un motivo fondato. Può accadere infatti che gli educatori cristiani comunichino delle regole più che un incontro con il Signore e i fratelli. È più facile trasmettere delle norme che testimoniare una bellezza.
Ecco dunque il tema della bellezza e il tema dei giovani. Il documento finale del Sinodo concluso poche settimane fa accosta ad un certo punto tre parole presenti nel titolo di questa riflessione — giovani, inquietudine e bellezza — dicendo: «Il desiderio di vita nell’amore e quella sana inquietudine che abita il cuore dei giovani sono parte del grande anelito di tutto il creato verso la pienezza della gioia. In ognuno di loro, anche in quelli che non conoscono Cristo, lo Spirito Creatore agisce per condurli alla bellezza, alla bontà e alla verità» (n. 59).
L’inquietudine non è legata a una fase della vita — benché di solito venga coniugata con l’aggettivo “adolescenziale” — ma è una cifra dell’intera vita umana. Altrimenti sant’Agostino non avrebbe detto all’inizio delle Confessioni: «Ci hai fatti per te Signore e il nostro cuore è inquieto fino a quando non riposa in te». Come del resto la nostalgia — benché di solito venga coniugata con l’aggettivo “senile” — in realtà accompagna l’intera esistenza umana. Altrimenti Paolo non avrebbe scritto a Timoteo: «sento la nostalgia di rivederti» (2 Timoteo, 1,4). Inquietudine, nostalgia: sono segni di vita, sono espressioni del desiderio di pienezza che ci abita, sono sintomi di insoddisfazione per tutto ciò che non è gioia completa; in altre parole, sono spie del fatto che il nostro essere nasce da un incontro, cerca l’incontro e va verso un incontro; e non è appagato fino a quando non lo vive in pienezza. Proprio ciò che dice il salmista: «come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te o Dio» (Salmi, 41, 1).
L’età giovanile in genere, e l’esperienza universitaria in particolare, è tempo opportuno per gli incontri decisivi della vita. L’anima dell’esperienza universitaria resta sempre la comunità degli studenti, il suo desiderio di approfondire e condividere. Negli anni Settanta e fino agli anni Ottanta le passioni giovanili si incanalavano nelle grandi idee e ideologie, nelle cosiddette “grandi narrazioni”, che avevano come simbolo le piazze. Con molte battaglie e con quella deriva, minoritaria ma tragica, che fu il terrorismo. Poi nel corso degli ultimi tre decenni le passioni giovanili si sono apparentemente affievolite. Forse i giovani hanno perso un certo entusiasmo, certamente sono più disillusi di un tempo — del resto noi adulti stiamo consegnando loro un mondo dove gli orizzonti si sono abbassati di parecchio — ma non hanno affatto perso la passione, la capacità di progettare e fare sacrifici: la concentrano però su traguardi più immediati di un tempo. È diventato dunque essenziale, per le istituzioni, restituire il primato alle relazioni; importante per le strutture favorire gli incontri.
Concludo con un’immagine evocata da Papa Francesco nel suo discorso agli universitari di Bologna, il 1° ottobre 2017, quando chiese ai giovani di imitare Orfeo più che Ulisse, dicendo: «Ulisse, per non cedere al canto delle sirene, che ammaliavano i marinai e li facevano sfracellare contro gli scogli, si legò all’albero della nave e turò gli orecchi dei compagni di viaggio. Invece Orfeo, per contrastare il canto delle sirene, fece qualcos’altro: intonò una melodia più bella, che incantò le sirene». Mi sembra un’intuizione illuminante. Per Ulisse, si potrebbe dire, «l’inferno sono gli altri»: le sue relazioni con i compagni di viaggio e con le sirene sono improntate alla paura, alla difesa. Invece Orfeo gareggia nella bellezza con le sirene e vince, perché la sua melodia è più affascinante. I giovani hanno le risorse per imitare Orfeo. Testimoniare la bellezza dell’incontro con Dio ai giovani e insieme ai giovani significa assumere uno stile che promuova più che condannare, che incoraggi più che polemizzare. Significa gettare meno lacci per difendersi dalle sirene e comporre più melodie per incantarle: Gesù, come scrive san Paolo, è il grande “sì” di Dio (cfr. 2 Corinzi, 1, 20); è necessario saper pronunciare anche dei “no”, ma solo quelli che servono per custodire il grande “sì”. L’esperienza cristiana può ancora interessare i giovani quando, sulle regole e sulle idee, risplende il primato dell’incontro con Cristo vivo.
L'Osservatore Romano
mercoledì 9 maggio 2018
Liberare la libertà.

di Joseph Ratzinger - Benedetto XVI
Quando le convinzioni e le norme dello Stato sono alla esclusiva mercé delle maggioranze o delle sentenze di tribunale, si aprono inesorabili spazi a forme di totalitarismo. Il cardinale Joseph Ratzinger, poi Benedetto XVI, ha sempre difeso quel riferimento pre politico necessario per fondare l’ethos comune, pena la deriva verso una convivenza civile che si rivela contro l’uomo.
Anche nel volume che uscirà in libreria domani, 10 maggio, questo nocciolo del pensiero di Ratzinger emerge in varie pagine. Si tratta del secondo libro di una collana che l’editore Cantagalli dedica al pensiero del papa emerito e che, in questo caso, si occupa di mettere a tema il nesso tra fede e politica: Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, Liberare la libertà. Fede e politica nel terzo millennio, a cura di Pierluca Azzaro e Carlos Granados, prefazione di papa Francesco (pp. 208, euro 18).
In un brano inedito in cui Benedetto XVI commenta un libro del suo amico Marcello Pera, già Presidente del senato italiano si discute della questione dei diritti umani. «Quando il concetto dei diritti umani viene scisso dall’idea di Dio», scrive Ratzinger, allora la moltiplicazione dei diritti «conduce da ultimo alla distruzione dell’idea di diritto e conduce necessariamente al “diritto” nichilista dell’uomo di negare se stesso: l’aborto, il suicidio, la produzione dell’uomo come cosa diventano diritti dell’uomo che al contempo lo negano».
Quando questi diritti diventano funzione esclusiva di una maggioranza, o di un sentenza di tribunale, senza nessun aggancio ad altre istanze che li precedono, allora al cristiano non resta che chiedersi come vivere in uno stato totalitario. Nel libro di prossima uscita c’è un capitolo, tratto da un’omelia dell’allora cardinale Joseph Ratzinger ai deputati cattolici del Bundestag, il 26 novembre 1981, che parla proprio dei cristiani di fronte ai totalitarismi. Per gentile concessione dell’editore ne pubblichiamo ampi stralci. (Lorenzo Bertocchi)
***
L’Epistola e il Vangelo (1Pt 1,3-7 e Gv 14,1-6, ndr), che abbiamo appena sentito, derivano da una situazione, in cui i cristiani non erano soggetti attivi dello Stato ma erano perseguitati da una dittatura crudele. Non era loro consentito di portare insieme con altri lo stato, ma potevano soltanto sopportarlo. Non era loro consentito di formare uno stato cristiano. Il loro compito era di vivere da cristiani nonostante lo stato. I nomi degli imperatori al potere, nel periodo in cui la tradizione colloca la data di entrambi i testi, bastano ad illuminare la situazione: si chiamavano Nerone e Domiziano. Cosi anche la Prima Lettera di Pietro definisce i cristiani come ≪dispersi≫ o stranieri in un simile stato (1,1) e denomina lo stato stesso come ≪Babilonia≫ (5,13). Essa indica in tal modo incisivamente la situazione politica dei cristiani di allora: corrispondeva in qualche modo a quella degli ebrei esiliati a Babilonia, che non erano soggetto ma oggetto di quel potere e che perciò dovevano imparare come avrebbero potuto sopravvivervi e non come avrebbero potuto realizzarlo. Lo sfondo politico delle letture odierne è dunque radicalmente diverso da quello attuale. Tuttavia contengono tre affermazioni importanti, con un significato anche per l’azione politica fra cristiani.
1. Lo stato non è la totalità dell’esistenza umana e non abbraccia tutta la speranza umana. L’uomo e la sua speranza vanno oltre la realtà dello stato e oltre la sfera dell’azione politica. Ciò vale non solo per uno stato che si chiama Babilonia, ma per ogni genere di stato. Lo stato non è la totalità. Questo alleggerisce il peso all’uomo politico e gli apre la strada a una politica razionale. Lo stato romano era falso e anticristiano proprio perché voleva essere il totum delle possibilità e delle speranze umane. Cosi esso pretende ciò che non può; cosi falsifica ed impoverisce l’uomo. Con la sua menzogna totalitaria diventa demoniaco e tirannico. L’eliminazione del totalitarismo statale ha demitizzato lo stato ed ha liberato in tal modo l’uomo politico e la politica.
Ma quando la fede cristiana, la fede in una speranza superiore dell’uomo, decade, insorge allora di nuovo il mito dello stato divino, perché l’uomo non può rinunciare alla totalità della speranza. Anche se simili promesse si atteggiano a progresso e rivendicano per se in assoluto il concetto di progresso, esse sono tuttavia storicamente considerate una retrocessione a prima della Novità cristiana, una svolta a rovescio della scala della storia. Ed anche se esse vanno propagandando come proprio scopo la perfetta liberazione dell’uomo, l’eliminazione di qualsiasi dominio sull’uomo, sono tuttavia in contraddizione con la verità dell’uomo e in contraddizione con la sua liberta, perché costringono l’uomo a ciò che può fare egli stesso. Una simile politica, che fa del regno di Dio un prodotto della politica e piega la fede sotto il primato universale della politica, e per sua natura politica della schiavitù; e politica mitologica.
La fede oppone a questa politica lo sguardo e la misura della ragione cristiana, la quale riconosce ciò che realmente l’uomo e in grado di creare come ordine di libertà e può cosi trovare un criterio di discrezione, ben sapendo che l’aspettativa superiore dell’uomo sta nelle mani di Dio. Il rifiuto della speranza che è nella fede è, al tempo stesso, un rifiuto al senso di misura della ragione politica. (…) La speranza mitica del paradiso immanente autarchico può solo condurre l’uomo allo smarrimento: lo smarrimento davanti al fallimento delle sue promesse e davanti al grande vuoto che e in agguato; lo smarrimento angoscioso per la propria potenza e crudeltà. (…)
2. Nonostante i cristiani venissero perseguitati dallo stato romano, la loro posizione a suo riguardo non era radicalmente negativa. Hanno riconosciuto in esso pur sempre lo stato come stato e hanno cercato di costruirlo come stato nei limiti delle loro possibilità: non l’hanno voluto distruggere. (…) Che cosa vuol dire tutto questo? I cristiani non erano affatto gente angosciosamente sottomessa all’autorità, gente che non sapesse della possibile esistenza di un diritto e di un dovere alla resistenza, fondato sulla coscienza. Proprio quest’ultima verità indica che hanno riconosciuto i limiti dello stato e che non vi si sono piegati là dove non era loro lecito piegarsi, perché era contro la volontà di Dio. E, cosi, tanto più importante il fatto che essi abbiano cercato non di distruggere, ma di contribuire a reggere questo stato. L’antimorale viene combattuta con la morale e il male con la decisa adesione al bene, non altrimenti. La morale, il compimento del bene, è la vera opposizione e solo il bene può essere la preparazione all’impulso verso il meglio. Non esistono due tipi di morale politica: una morale dell’opposizione e una morale del dominio. Esiste soltanto una morale: la morale come tale, la morale dei comandamenti di Dio, che non possono essere messi fuori corso, neanche per qualche tempo, allo scopo di accelerare un cambiamento delle cose. Costruire si può solo costruendo, non distruggendo: questa e l’etica politica della Bibbia, da Geremia a Pietro e a Paolo.
Il cristiano è sempre un sostenitore dello stato nel senso che egli compie il positivo, il bene, il quale tiene insieme gli stati. Non ha paura di contribuire cosi al potere dei cattivi, ma e convinto che sempre e soltanto il rafforzamento del bene può abbattere il male e ridurre il potere del male e dei malvagi. Chi mette nei suoi programmi uccisioni di innocenti o rovine di proprietà altrui non potrà mai richiamarsi alla fede. Vi contrasta molto esplicitamente la sentenza di Pietro: ≪Voi non dovete farvi condannare per uccisioni o per delitti contro la proprieta≫ (4,15): sono parole, dette anche allora, contro questa specie di resistenza. La vera, cristiana resistenza che Pietro domanda ha luogo quando e solo quando lo stato esige la negazione di Dio e dei suoi comandamenti, quando domanda il male, rispetto a cui il bene e sempre un comandamento. (…)
3. La fede cristiana ha distrutto il mito dello stato divino, il mito dello stato-paradiso e della società senza dominio o potere. Al suo posto ha invece collocato il realismo della ragione. Ma ciò non significa che la fede abbia portato un realismo libero da valori, il realismo della statistica e della pura fisica sociale. Al vero realismo dell’uomo appartiene l’umanesimo e all’umanesimo appartiene Dio. Alla vera ragione umana appartiene la morale, che si alimenta ai comandamenti di Dio. Questa morale non e un affare privato. Ha valore e importanza pubblica. Non può esistere una buona politica senza il bene del buon essere e del buon agire. Ciò che la Chiesa perseguitata aveva prescritto ai cristiani come nucleo centrale del loro ethos politico, dev’essere anche l’essenza di un’attiva politica cristiana: solo là dove il bene si fa e si riconosce come bene, può anche prosperare una buona convivenza tra gli uomini. Il perno di un’azione politica responsabile dev’essere quello di far valere nella vita pubblica il piano della morale, il piano dei comandamenti di Dio.
Lanuovabq
Lanuovabq
giovedì 26 aprile 2018
Una domanda per vivere.

Riflessione sulla trasmissione dell’eredità cristiana
(Pablo D'Ors) Oggi nessuno può mettere in dubbio che il Cristianesimo in occidente sia in declino. Non si tratta solo di ammettere che le chiese sono sempre meno frequentate perché c’è quasi un senso di sospetto nei confronti delle istituzioni. Non è solo una reazione ai molti abusi ecclesiastici e statali che l’uomo di oggi — noi — sia diventato allergico a qualunque tipo di istituzione. La cosa va molto oltre. Teorici riconosciuti hanno dichiarato l’ambiguità delle religioni, causa di innumerevoli disordini e ingiustizie: ideologie fanatiche, manipolazioni della coscienza, guerre di religione...
Lo scetticismo generalizzato, perciò, non influisce solo su ciò che è ecclesiale, ma anche su ciò che è religioso e di fatto considerato superato e irrazionale. Ciò spiega perché i cristiani di oggi vivano con imbarazzo in un’Europa che non nasconde un certo rifiuto al cristianesimo, a volte quasi un disprezzo. Tutti sappiamo bene che tutto ciò si traduce in una indifferenza generalizzata, e un’esclusione dei cristiani dalla vita pubblica, ironia serpeggiante, fino a diventare umiliazione esplicita. C’è tuttavia, sfortunatamente, qualcosa di più. Questa critica sistematica, sistematicamente diffusa dai mezzi di comunicazione sociale, ha fatto sì che il sospetto di fronte a ciò che è religioso gravi non solo sui riti, i miti e le parole della fede cristiana, ma anche sui suoi pilastri fondamentali: lo stesso Gesù Cristo generalmente non è più visto come il figlio di Dio, ma solo come un gran maestro, perciò allo stesso livello di altri maestri di altre tradizioni. La questione allora è che cosa stiamo facendo noi e che cosa siamo disposti a fare.
Siamo eredi di un patrimonio spirituale di primissimo ordine ed è estremamente importante, per dovere di fronte alla cultura e per fedeltà al nostro passato, non solo conservarlo come una reliquia, ma anche rinnovarlo perché possa continuare a portare vita. Rinnovare significa rivisitare, naturalmente, capire bene quello che si è fatto, però anche riconsiderare e cercare nuove formule che, rispettando la tradizione, non solo la mantengano, ma permettano di raggiungere livelli più alti per rispondere alle necessità spirituali delle persone. Questo è l’obiettivo del patrimonio spirituale che, se non alimenta la nostra interiorità, anche se buono non ha vita. È certo tuttavia che questo passato cristiano sembra troppo pesante e fastidioso per le nostre spalle, e perciò ce ne stiamo distaccando. Stiamo rinunciando alla nostra eredità, non possiamo negarlo. E l’uomo che rinuncia al suo passato, può sapere dove sta oggi e dove si dirige per il futuro?
Qualcuno, chissà noi stessi, più che rifiutare l’eredità — attitudine tipica dei ribelli — selezioniamo ciò che ci interessa, lasciando da parte, quasi sempre per pigrizia o per incomprensione, ciò che ci sembra inattuabile oggi. Questo atteggiamento sincretico, che non riesce a fecondare una sapiente tradizione con un’altra, ma che si limita ad una capricciosa contrapposizione, ha generato quello che i sociologi hanno denominato “Spiritualità alla carta”, che definisce la maggior parte dei cosiddetti “cercatori spirituali”. Questa scelta, come non potrebbe essere altrimenti, non è solo egocentrica, in quanto mette al centro l’individuo, ma egoista perché, ponendo la centralità nell’individuo, non si preoccupa realmente dell’altro. Una meditazione che non sia dettata dalla compassione non è meditazione cristiana, né buddista o di qualunque altra religione. Alterare il significato di “spiritualità” riducendola a puro benessere fisico e psichico è molto frequente oggi. L’obiettivo finale della spiritualità non è semplicemente la pace interiore, ma piuttosto l’amore verso gli altri. E questo deve essere sempre molto chiaro per generare, tra di noi, non una specie di aristocrazia dello spirito, ma piuttosto un maggior senso di umanità.
Tutto ciò che è cristiano oggi è considerato in occidente, dobbiamo ammetterlo, insignificante e quasi disprezzabile. Qualcosa da lasciare definitivamente indietro, un controsenso in una società evoluta come la nostra, un paradosso rispetto al pensiero tecnico e altamente civilizzato. Mostrarsi orgogliosi di essere cristiani o, senza arrivare a questo punto, testimoniare tranquillamente la propria convinzione religiosa, si considera oggi “politicamente non corretto”, quasi una provocazione. Questo “humus” si è esteso in tal modo che si può dire, senza esagerare, che oggi in Europa regna un’ignoranza assoluta su tutto ciò che si riferisce al patrimonio biblico, teologico, liturgico e spirituale che offre il cristianesimo. Questa ignoranza con gli anni guadagna terreno.
La principale responsabile di questa deplorevole situazione è — secondo me — la stessa Chiesa che durante secoli ha lottato più per la sua sussistenza come istituzione che per il regno di Dio. La chiesa cattolica è la prima responsabile, anche se — naturalmente — non l’unica, di aver ceduto, per dirlo in termini di Papa Francesco, all’autoreferenzialità, cioè per avere guardato al proprio interno invece di guardare al mondo. Questo è il principale peccato, questo è ciò che come chiesa dobbiamo redimere. E per questo, che lo sappiamo o no, siamo venuti a questo ritiro: per cominciare un modesto ma necessario rinnovamento religioso ed ecclesiale. Secondo il mio punto di vista, noi, Gli Amici del Deserto, siamo coloro, assieme ad altri, che sono chiamati a realizzare questo compito.
Rispondere oggi per rendere possibile una vita interiore non sarà possibile se prima non ascoltiamo e rispondiamo a una domanda. Quando, dopo la resurrezione, Gesù Cristo appare ai suoi discepoli alla riva del lago Tiberiade, e pone a Simon Pietro per tre volte questa domanda che formula anche oggi a noi: «Pietro, figlio di Giovanni, mi ami?» (Giovanni 21, 15-17). Alle sue risposte affermative, Gesù risponde sempre con le stesse parole «pasci le mie pecore», cioè prenditi cura delle persone che ti stanno vicine. L’amore per il Signore si realizza nel prendersi cura dei propri simili.
Pietro è l’uomo che ha rinnegato Gesù e si è purificato con le sue lagrime, questo lo sappiamo. Però Pietro non è semplicemente un uomo focoso e spaccone, ma qualcuno che ha vissuto l’esperienza della propria debolezza. Perciò, umile e più se stesso che mai, ora è capace di rispondere: Signore tu che sai tutto, sai che ti amo. È una risposta che viene dal cuore, non dal cervello né dalle viscere. È una risposta che guarda all’orizzonte più nobile — l’amore — però con la coscienza dei propri limiti e della debolezza della carne.
Tutte le dichiarazioni d’amore scaturiscono da un insuccesso amoroso. Il nostro sì alla meditazione cristiana, la nostra accettazione di questa immensa eredità spirituale sarà affidabile perché sappiamo che non si può costruire sopra le nostre capacità o i nostri meriti — come hanno tentato le generazioni che ci hanno preceduto — ma solo su di Lui. E quindi, fissando il nostro sguardo su di Lui, e non su di noi, questa è la vocazione al deserto alla quale siamo stati convocati. Questo è il punto: solo meditando possiamo arrivare a sperimentare lo sguardo trasformatore di Gesù, quello sguardo che fa di noi uomini e donne nuovi. Solo così, meditando, si realizza il grande miracolo: Dio dialoga con Dio, in silenzio, nello scenario dell’anima umana. Il sogno di essere un uomo che ha in sé Dio sta per compiersi. Siamo pronti per svegliarci. Perciò sederci a meditare giorno dopo giorno, con incrollabile fedeltà e con umiltà messa alla prova, è il segno incontestabile che vogliamo ascoltare questa domanda: Pietro, figlio di Giovanni, mi ami? La vita che conduciamo, solo quello, sarà la nostra risposta.
L'Osservatore Romano
giovedì 29 marzo 2018
Insomma, senza preservativo.

Che cos’è l’apertura alla vita
di Susanna Bo
Nei giorni scorsi si è molto parlato dell’Humanae Vitae e dell’affermazione di Don Chiodi rispetto all’eventuale obbligo, da parte di coppie in particolari situazioni di difficoltà, di fare uso della contraccezione. Avrei voluto scrivere subito qualche considerazione sull’argomento, ma mi sono frenata dopo aver letto la splendida riflessione di Flora Gualdani sul blog di Costanza Miriano: in effetti ha già detto tutto lei, c’è ben poco da aggiungere.
L’unica cosa che posso aggiungere è la mia esperienza: mi sono sposata nel 2003, con un ragazzo meraviglioso ma molto malato. Nei due anni successivi abbiamo avuto due bambine, a diciassette mesi di distanza l’una dall’altra, concepite durante un periodo di relativa “tranquillità” della malattia. Durante la gravidanza della secondogenita, purtroppo, il tumore di mio marito si è ripresentato in maniera tanto sorprendente quanto aggressiva, e lui è morto tre anni dopo. Le bambine avevano quattro anni l’una e due e mezzo l’altra.
Se dovessi dire che cosa è significato, durante il matrimonio con Luigi, l’aver avuto due figlie, non potrei che usare le stesse parole del suo medico: un miracolo. Non era infatti scontato per noi (come non lo è per nessuna coppia, in fondo) diventare genitori. Queste bambine sono state una benedizione inaspettata, in una situazione in cui sarebbe stato quantomeno comprensibile, se non addirittura auspicabile, evitare l’arrivo di un figlio. Forse, potremmo dire che io e Luigi saremmo rientrati in uno di quei casi per cui Don Maurizio Chiodi indicava l’obbligo della contraccezione. E io stessa dopo la nascita della seconda figlia – che è coincisa con l’aggravarsi della malattia – non ho trovato altra strada, inizialmente, che quella della pillola anticoncezionale, per evitare l’arrivo di una terza gravidanza. Non ignoravo, infatti, il Magistero e le sue indicazioni, ma avevo tanta paura e ancor più tanta rabbia verso Dio, che sembrava essere sordo alle mie preghiere. Dopo un paio di mesi, però, d’accordo con Luigi, decisi di imparare a usare i metodi naturali. Non me ne sono mai pentita.
Sette anni fa mi sono risposata e con mio marito Gianni ho avuto altri tre figli, tutti maschi (e io che dieci anni fa lamentavo l’assenza di un uomo in casa… dopo aver conosciuto Gianni sono stata invasa dal testosterone!!). Tre bambini amati e desiderati, e “distanziati” nel loro arrivo attraverso l’uso dei metodi naturali. E’ vero, ammetto che uno dei tre (ma non dirò mai quale, nemmeno sotto tortura) è arrivato un po’ “a rotta di collo”, forse non eravamo del tutto preparati, ma di sicuro non abbiamo mai pensato: questo qui è di troppo. E se non l’abbiamo mai pensato non è perché siamo bravi, buoni o santi, ma perché abbiamo avuto la Grazia, fino ad ora, di non sentirci padroni assoluti delle nostre vite o di quelle dei figli che ci sono stati affidati. E se qualcuno mi chiedesse che cos’è per me, oggi, l’apertura alla vita, risponderei: un dono di Dio. Perché l’apertura alla vita non è qualcosa che ci diamo da soli, è sempre frutto di un rapporto con il Signore, anche un rapporto tiepido e scalcinato come il mio, ma pur sempre un rapporto. E se è vero che i metodi naturali sono sicuramente una ricchezza in se stessi, anche per una coppia che non crede e non va in Chiesa (perché il rispetto del proprio corpo e di quello della persona amata dovrebbe interessare a tutti, anche a chi non ha fede), a maggior ragione sarebbe quantomeno doveroso incoraggiarne la conoscenza, da parte dei nostri pastori, presso le coppie cristiane, piuttosto che parlare di obbligo alla contraccezione.
Oggi ho quarant’anni, cinque figli e l’istinto materno di un tostapane. Non amo i bambini in generale, non mi fermo a toccare le pance delle donne incinte, non vado in brodo di giuggiole se vedo un neonato, ma sono pazza dei miei figli.
Mi commuovo quando vado alle loro recite dell’asilo, quando leggo un loro tema, o la pagella, o quando entro di soppiatto nelle camere e li guardo dormire. Eppure tutti loro mi hanno tolto, a turno in questi anni, ore di sonno, tempo libero, tonicità muscolare e qualche quintalata di autostima (chi ha figlie femmine adolescenti sa di cosa sto parlando). La felicità nell’essere madre di una folta prole, nonostante il mio sconcertante egoismo, mi viene dall’unica certezza che ho e che cerco di vivere all’interno del mio matrimonio: che Dio mi ama. E il suo amore per me è sempre stato pieno, totale.
Insomma, senza preservativo.
martedì 27 marzo 2018
Card. Gualtiero Bassetti: Omelia alla Redazione di "Avvenire"

Avvenire
(Card. Gualtiero Bassetti) Omelia alla Redazione di l'Avvenire. Carissimi, siamo giunti oramai a quella settimana santa che culminerà con la festa di Pasqua, e sono molto contento di poter celebrare con voi questa Eucaristia presso la sede del quotidiano Avvenire. Posso dire di trovarmi anch' io, come abbiamo appena sentito nel brano del Vangelo secondo Giovanni, in famiglia. Gesù è ospite della casa di amici (Lazzaro, Marta e Maria), e anche io, oggi, qui nella vostra redazione, sono tra amici. Come scrive l' evangelista Giovanni, anche voi mi avete accolto con tanto calore, per il quale vi ringrazio, così come vi ringrazio soprattutto per il grande impegno col quale ogni giorno costruite il giornale. S Cantico dei Cantici. Avvenire e torniamo al Vangelo, vediamo che in quella cena, dove «Lazzaro era uno dei commensali», mentre Marta serve a tavola, ecco che Maria si alza e compie un gesto che darà origine a una delle pagine più suggestive di tutti ¡Vangeli. Esso è stato tramandato in quattro versioni, con qualche differenza significativa. In quella che abbiamo appena ascoltato, è possibile che sullo sfondo l' autore sacro abbia voluto tenere un libro biblico come il . Mariasembra essere l' unica, nel gruppo dei presenti, e anche dei discepoli, che intuisca o capisca cosa sta per accadere a Gesù. Non lo esprime però in modo semplicemente concettuale, quanto piuttosto con un gesto, fortemente simbolico, e proprio per questo molto più significativo e meno astratto di quanto possano esserlo a volte le parole. Su queste idee mi voglio fermare con voi, pensando al vostro impegno per un quotidiano cattolico. Mi domando in cosa si distingua daglialtri quotidiani italiani. Oltre al fatto che sta acquistando sempre più una posizione di rilievo per numero di lettori, e anche un molo di autorevolezza, in quanto testata sempre attenta alla mondialità e alla società italiana, c' è ancora qualcos' altro che vi distingue, che ha fatto del nostro quotidiano, nei cinquanta anni della sua storia, un punto di riferimento per le nostre comunità e anche per il vasto mondo della comunicazione sociale italiana. Marco Avvenire ci si accorge Tarquinio, all' inizio di quest' anno 2018 - ricordando il cinquantesimo di vita della testata, che si compirà il prossimo 4 dicembre - ha scritto in un suo editoriale che è un «giornale mai aggressivo, ma stimolante e spesso, scomodamente e quasi inevitabilmente, "fuori dal coro"» (2 gennaio 2018). Oltre a quanto detto così bene dal direttore, ciò che contribuisce a fare la differenza è anche il modo in cui col vostro giornale vengono trovate e date notizie a volte ignorate da altre testate: tutto ciò perché in questa casa, come nella casa di Betania, - proprio come ha fatto Maria - di quello che altri non vedono o non comprendono pienamente. Quella donna, vera discepola di Gesù, aveva invece visto e capito quello che non era immediatamente comprensibile, cioè l' imminente passione e morte del Maestro, e con un gesto "fuori dal coro" - per usare le buona notizia, vangelo, ricordo di lei ciò che ella ha fatto Mt Mc parole di Tarquinio - che infatti suscita il rimprovero degli altri, quella sua intuizione tutta femminile è diventata una , al pari di quella"buona notizia" che è il vangelo stesso. Infatti, nella versione dell' episodio che troviamo in Matteo o in Marco, Gesù dice che «dovunque sarà annunciato questo , nel mondo intero, in si dirà anche »( 26,13; cf. 14,9). Carissimi Lc amici, nel formularvi gli auguri di una Santa Pasqua nel Signore, vi esorto a fare come Maria, che stando ai piedi di Gesù (cf. 10,39) e ascoltando il suo vangelo, ha imparato a vedere le cose in profondità. In un mondo dove le falsità rischiano di plasmare mentalità distorte e pericolose, il vostro giornale si distingua grazie alla "buona notizia". «Il miglior antidoto contro le falsità - ci ha ricordato Papa Francesco nel recente messaggio per la Giornata delle Comunicazioni Sociali-non sono le strategie, male persone: persone che, libere dalla bramosia, sono pronte all' ascolto e attraverso la fatica di un dialogo sincero lasciano emergere la verità; persone che, attratte dal bene, si responsabilizzano nell' uso del linguaggio... Informare - dice ancora il Papa - è formare, è avere a che fare con la vita delle persone. Per questo l' accuratezza delle fonti e la custodia della comunicazione sono veri e propri processi di sviluppo del bene, che generano fiducia e aprono vie di comunione e di pace» (52° GMCS). Di questi processi comunicativi ognuno di noi deve avere massima cura. Carissimi, gli anni di vita del nostro quotidiano coincidono con il tempo della grande trasformazione, nella Chiesa come nella società. Il progresso sociale ha significato nuovi stili di vita, più libertà e partecipazione, ma anche una forte secolarizzazione che ha investito il Paese, cambiandone molti tratti del volto. Gli avvenimenti, talvolta purtroppo tragici, che in questi decenni hanno segnato l' Italia e il contesto intemazionale, hanno spesso chiesto ai credenti forte impegno e coerenza con i loro valori, talvolta anche a costo deliavita. Mi sembra qui opportuno citare almeno l' onorevole Aldo Moro, il professor Vittorio Bachelet, il giudice Rosario Livatino e il beato don Pino Puglisi. Cristiani a tutto tondo che hanno testimoniato con il sangue la loro fede, le loro idee e il desiderio di un Paese migliore. E Avvenire storta recente, che ognuno di noi ricorda con lucidità. Come ricordiamo l' impegno profuso in questi anni dai cristiani per l' unità delle famiglie, il diritto alla vita, l' educazione dei figli, l' aiuto alle persone bisognose, italiane e straniere. La capillare presenza della Chiesa sul territorio italiano ha certamente aiutato ad attutire alcuni passaggi nodali dello sviluppo economico-sociale, non sempre uniforme; ha favorito la concordia nazionale, aiutando a "ricucire", di fronte ai quei processi di disgregazione che hanno interessato il Paese e ancora minacciano il conseguimento del bene comune. Alla luce dell' insegnamento conciliare, la Chiesa in Italia ha guidato il rinnovamento delle comunità, favorendo la consapevolezza che la fede ha bisogno di esprimersi anche con le idee e con una presenza culturale viva e intelligente, di cui i mezzi della comunicazione sociale sono parte rilevante. Auspico che sia ancora protagonista di questa presenza, con osservazioni attente e puntuali; interventi fermi e decisi quando l' occasione lo richieda. Sia interprete delle varie sensibilità del mondo laicale, mirando sempre al fine dell' unità ecclesiale. Amo ora ripetere le parole che il beato Paolo VI, presto santo canonizzato, rivolse ai collaboratori del giornale, nella prima udienza alla redazione: "Noi vi accogliamo, carissimi figli dell' , come amici,come collaboratori, come impegnati ad un comune servizio alla causa di Cristo, alla testimonianza della sua Chiesa, alla costmzione di una società sana, moderna, cristiana' (Udienza del 27 novembre 1971). Grazie, Carissimi, per il vostro impegno e il vostro servizio. Grazie a nome di tutta la Chiesa che è in Italia, la cui missione vi impegnate a far conoscere al mondo, assieme al lieto messaggio di Cristo, risorto e presente in mezzo a noi. Buona Pasqua e ! ad multos annos!
Arcivescovo di Perugia - Città della Pieve Cardinale presidente della Cei - Gualtiero Bassetti
Europa e Cristianesimo. I cattolici sono discriminati, non solo a causa del mondo

Nell'occidente che ha dimenticato le proprie radici l'annuncio cristiano non pretende di apportare alla cultura nuovi contenuti, ma di fornire una nuova e più grande prospettiva
Il FoglioNdR. Rémi Brague (Parigi, 8 settembre 1947) è un docente e filosofo francese, professore emerito di Filosofia medievale e araba presso l'Università Paris 1 Panthéon-Sorbonne. È titolare di una cattedra alla Università Ludwig Maximilian di Monaco ed è stato inoltre professore invitato presso numerosi atenei, tra cui la Pennsylvania State University, la Boston University, il Boston College, l’Universidad de Navarra di Pamplona e l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. "Premio Ratzinger 2012". (Rèmi Brague website)
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(Rémi Brague) Che cosa può fare l' Europa col cristianesimo? (...). E' noto il breve saggio di Novalis "La Cristianità ossia l' Europa", che il poeta romantico tedesco scrisse nell' ottobre 1799 e che fu pubblicato solo nel 1826. Questo testo non è così ingenuo e rivolto al passato come si potrebbe immaginare dopo una rapida lettura. In ogni caso, al momento della sua apparizione fu inteso come un tentativo di identificare Europa e cristianesimo. Ora la situazione si è ribaltata. Qualche anno fa è divampata una polemica a proposito del Preambolo di un Trattato costituzionale dell' Unione europea. La prima bozza del testo menzionava espressamente l' eredità cristiana dell' Europa. Si è asserito, purtroppo da parte di molti miei compatrioti, che quell' af fermazione nuoceva alla nostra vacca sacra: la laicità. Si cancellò la formula e la si sostituì con una vaga allusione alla tradizione religiosa. Anziché chiamare le cose con il loro nome, si è preferito farvi riferimento in modo nebuloso. Come se l' Europa non volesse -o piuttosto certi europei non volessero - avere più niente a che fare col passato cristiano del continente. Come valutare questo fenomeno? Provo sentimenti contrastanti al riguardo. Da una parte penso sia un brutto segno. E non parlo solo "pro domo mea", in quanto difensore del cristianesimo, ma come semplice cittadino. La volontà di negare la realtà è un segno chiaro e facilmente riconoscibile dell' ideologia. Ora, io non ho alcuna voglia di essere governato da degli ideologi. La Francia ha già fatto questa esperienza nel 1793. Per non parlare dei tentativi sovietici, poi nazisti, maoisti, cambogiani sotto Pol Pot. Intendiamoci: gli ideologi di oggi non hanno la minima intenzione di commettere gli stessi crimini dei loro predecessori. Ma l' ideologia ha la sua logica intrinseca. C' è anche una "astuzia dell' irrazionalità". Se si vuole malgrado tutto tirare fuori qualcosa di positivo da un fenomeno negativo, questa attitudine dimostra, nel peggiore dei casi, che ci sono ancora persone alle quali il cristianesimo fa paura, e questa è una cosa che, a pensarci bene, trovo molto incoraggiante. Se i cristiani dovessero perdere totalmente questa dimensione di spauracchi, allora il sale della Terra avrebbe perso irrevocabilmente il suo sapore... Grande estimatore di Chesterton, ho apprezzato particolarmente nel suo romanzo "L' uomo che fu Giovedì" il personaggio di Domenica. Questo misterioso personaggio simbolizza con tutta evidenza Dio. Egli è allo stesso tempo il capo della polizia e il leader di una cospirazione anarchica ovunque presente che semina dappertutto il disordine. L' atteggiamento a cui ho fatto sopra riferimento rappresenta una sorta di punto inter medio fra due versioni di uno stesso atteggiamento di fondo negativo nei confronti del cristianesimo. Le illustro brevemente. Una versione estrema rifiuta al cristianesimo qualsiasi ruolo nello sviluppo dell' Europa. Lo spirito europeo sarebbe figlio dell' Illumi nismo, ridotto alla sua espressione più radicale. L' apporto cristiano sarebbe limitato al medioevo e per questo sarebbe superato. Il medioevo altro non sarebbe che una parentesi fra due vertici radiosi: l' antichità pagana e il paese della cuccagna della Ragione che marcia progressivamente verso di noi, ma non è ancora arrivato. Di conseguenza l' Euro pa sarebbe destinata a sostituire la vecchia "Cristianità". Le due - Europa e cristianità - sarebbero non solo differenti, ma opposte. Dal punto di vista della storia delle idee, c' è in questa visione un granello di verità: è vero che l' Illuminismo ha usato la parola "Euro pa" in contrapposizione al termine "Cristia nità" che si usava in precedenza, e ciò proprio allo scopo di respingerlo. Allo stesso modo si è cercato di sostituire le nozioni cristiane con un sistema di concetti di origine illuminista. Per esempio l' amore del prossimo che è parte della virtù teologale della carità è stato sostituito dalla "beneficenza". Ma alla fine questo tentativo si è dimostrato troppo abborracciato per poter convincere. Esiste una versione più moderata dello stesso modo di vedere. Essa attribuisce al cristianesimo un posto nella storia intellettuale dell' Europa, e pure un posto onorevole, ma appartenente a un passato irrevocabilmente superato. Il cristianesimo avrebbe certo assolto una missione nella storia dell' Europa, ma in un modo tale che ora si può fare a meno di esso. Il contenuto del messaggio cristiano avrebbe penetrato la cultura europea in modo talmente profondo che ora si potrebbe gettare la conchiglia che lo conteneva. Noi abbiamo senza dubbio una mentalità cristiana. Ora si può tranquillamente "abrogare" il cri stianesimo nel senso in cui lo diceva Hegel (aufheben). Ci troveremmo di fronte a una nuova versione del protestantesimo liberale, o piuttosto della caricatura che ne hanno fatto i suoi avversari. E ancora: non si fa fatica a interpretare in questo senso il celebre saggio che Benedetto Croce ha scritto nel 1943: "Perché non possiamo non dirci cristiani". Separazione tra nazionale e religioso A lungo termine questo atteggiamento è probabilmente più pericoloso per il cristianesimo del primo. Perciò devo riformulare la domanda iniziale in un altro modo: che cosa ha a che fare l' Europa col cristianesimo? Si può intendere la domanda in due sensi. Anzitutto significa: che rapporto c' è fra la cultura europea e la religione cristiana? Ma prendendo ogni singola parola vuol dire anche: che cosa può fare l' Europa col cristianesimo, a che cosa gli può servire? Cercherò di percorrere una dopo l' altra queste due differenti strade. In che misura il cristianesimo è stato, in passato, fattore di cultura per l' Europa? Si potrebbe rispondere alla domanda facendo la lista delle influenze cristiane sulla cultura europea. In tal modo intraprenderemmo un' analisi spettrale dell' Europa, nello spirito del conte Hermann Keyserling. L' aristocratico terriero della Pomerania aveva pubblicato nel 1929 un libro intitolato "Lo Spettro dell' Europa". A mio parere una tale intrapresa sarebbe inopportuna per due ragioni. Da una parte, occorrerebbe misurare con precisione l' importanza dell' elemento cristiano nella formula europea, una cosa molto difficile. E che, inoltre, inviterebbe a comparare questo elemento con altre componenti: quella antica nelle sue due metà, la greca e la romana, ma anche la germanica, la slava, la celtica, l' ungherese, eccetera, ciascuna delle quali rivendicherebbe evidentemente il posto più grande possibile e farebbe valere i suoi meriti minimizzando quelli degli altri. Ne deriverebbe una sorta di guerra civile storiografica che non porterebbe a niente di buono. Dall' altra parte, e più profondamente, non si farebbe altro che passare in rassegna ciò che effettivamente è accaduto. Ora, è noto che dalla constatazione di un fatto non si ha il diritto di dedurre una norma che varrebbe per l' avvenire. Dall' essere non si può derivare nessun dover essere. Inoltre questo passato in fondo non era che una possibilità fra tante altre che avrebbero potuto realizzarsi e che, tuttavia, non sono diventate attualità. Si potrebbe anche affermare che ciò che ha avuto luogo ha impedito ciò che non ha avuto luogo, ovvero l' ha violentemente represso. Ciò che non ha avuto luogo è diventato un sogno. Ora, si sa, i sogni sono più belli della realtà, perché in essi ci si muove più liberamente che nel duro mondo dei fatti. Di conseguenza non si fa fatica a immaginare che una storia dove il cristianesimo non fosse esistito sarebbe stata più bella. E' ciò che per esempio ha fatto Nietzsche in un lungo paragrafo del suo "L' Anticristo". Io mi accontenterò qui di quello che si può stabilire per mezzo della scienza storica e in questo senso esporrò brevemente quello che è il contributo del cristianesimo all' Europa. Per fare ciò non descriverò ciò che di cristiano c' è nell' Europa, ma ciò che il cristianesimo ha fatto per l' Europa. Presenterò anzitutto l' apporto del cristianesimo in quanto religione in generale. In seguito porrò la domanda in maniera più approfondita: che cosa ha fatto per l' Europa il cristianesimo, considerato stavolta non più come una religione in generale, ma come la religione del tutto particolare che è. Come una religione fra tante, il cristianesimo ha reso possibile la nascita delle differenti nazioni d' Europa. La fusione degli abitanti romanizzati dell' Impero e dei popoli "barbari" immigrati è avvenuta attraverso la partecipazione a un' unica fede. Tuttavia è verosimile che questo ruolo avrebbe potuto essere assunto da un' altra religione. L' elemento decisivo in effetti fu che i nuovi arrivati adottarono la religione dei popoli conquistati. E questo sarebbe potuto accadere ugualmente con, diciamo, la religione di Mithra, se avesse avuto il sopravvento, o anche il manicheismo che giunse più tardi. L' islam ha fatto anch' es so qualcosa di simile per le regioni del mondo che ha conquistato. All' origine, esso era forse la religione dei cavalieri arabi che conquistarono il medio oriente. Sotto la dinastia degli Abbassidi (a partire dal 751), si cristallizzò per divenire la religione della maggioranza dei popoli conquistati, fatto in seguito al quale la differenza fra dominatori e dominati si dissolse a poco a poco. Parliamo ora del contributo del cristianesimo come tale. In forza della sua specificità, il cristianesimo ha messo in moto due movimenti a lungo termine che sono stati entrambi costitutivi per l' Europa. A) Il cristianesimo ha anzitutto reso possibile la separazione fra il nazionale e il religioso. Ciò ha portato direttamente alla costituzione dell' Europa come un coro politico nel quale ogni nazione ha la sua voce per il fatto che, molto concretamente, parla la sua propria lingua. La Bibbia è stata tradotta in numerose lingue perché l' oggetto rivelato nel cristianesimo non è un "messaggio", e ancora meno un "libro santo" dettato in una precisa lingua, ma una persona. Di conseguenza, ogni cultura si vede riconosciuta una stessa dignità. Ogni popolo è alla stessa distanza da Dio. Nella pratica, vale a dire al livello del diritto e della politica, questa separazione si è concretizzata attorno all' anno Mille. Il battesimo della Polonia, nel 966, ebbe luogo in un' epoca in cui questo paese cercava già di sfuggire all' influenza germanica. Tale movimento raggiunse il suo apogeo quando, all' inizio dell' XI secolo, il papa Silvestro II fece incoronare i re di Ungheria e di Boemia senza domandare loro di entrare a fare parte del Sacro Romano Impero. B) In seguito il cristianesimo ha reso possibile l' appropriazione dell' eredità antica, o più esattamente un certo stile di appropriazione. Diversamente dal modo abituale di appropriarsi per incorporazione e digestione, l' Europa s' è appropriata dell' eredità del pensiero antico in modo tale che l' alterità di questa eredità è stata rispettata, che l' estraneo è stato lasciato alla sua estraneità. Ciò è stato possibile perché il cristianesimo ha applicato all' ambito della cultura profana il modello del suo rapporto con l' Antico Testamento. Facendo ciò, ha reso possibile la lunga serie di Rinascimenti che hanno impresso il loro sigillo sulla storia culturale europea. re a comportamenti suicidi, ciò equivarrebbe in ultima istanza a rendergli un pessimo servizio. Il cristianesimo deve piuttosto discutere col "mondo" in modo tale da mostrargli i punti delicati, quelli dolenti. Vengo dunque alla mia tesi centrale: il cristianesimo non pretende di apportare alla cultura dei nuovi contenuti: gli fornisce una nuova prospettiva. La rivoluzione cristiana è per così dire una rivoluzione fenomenologica. Essa consiste nel rendere visibile ciò che fino a quel momento era invisibile. Si spande una nuova luce, ed è per questo che in un certo senso non accade nulla. Quando accendo la luce nel mio ufficio, in un certo senso non succede proprio nulla: non appare nessun mobile in più, nessun libro in più, nessun foglio in più svolazza per terra. Ma in un altro senso, succede qualcosa di più importante: la totalità di ciò che era già presente diventa visibile. Questa dichiarazione secondo cui il cristianesimo non apporta nulla di nuovo può apparire paradossale, addirittura sconvolgente. In realtà non faccio altro che esprimere con l' aiuto di un' im magine nuova un' idea molto antica. Questa antica saggezza si trova infatti presso uno dei primi padri della Chiesa greci, sant' Ireneo di Lione. Egli scrive, con una formulazione ardita, che Cristo non ha portato nulla di nuovo. Ma, aggiunge, ha rinnovato tutte le cose apportando se stesso (omnem novitatem attulit semetipsum afferens). Il basso e l' elevato Per illustrare questa tesi mi permetto di cominciare con un esempio che, a prima vista, potrebbe apparire marginale. Si tratta dell' arte, e più precisamente delle arti che hanno per scopo quello di rendere visibili le cose; per dirlo con Schopenhauer, le "arti della rappresentazione". Il cristianesimo ha favorito l' ascesa delle arti plastiche. Ma, in compenso, non ha reso possibile un' arte nuova. Un paragone con l' islam può essere in questo caso fruttuoso. L' islam ha proibito la rappresentazione di esseri viventi - proibi zione che fortunatamente non è stata sempre seguita: si pensi alle miniature persiane. D' altra parte, questa interdizione islamica ha promosso un' arte che la compensa: la calligrafia, e più esattamente l' applicazione della calligrafia alla scrittura alfabetica. Anche i cinesi conoscono una calligrafia, che abbellisce gli ideogrammi. Il nome attuale di questa specie di arte ha conservato una traccia di questa origine: l' arabesco. In più, il cristianesimo ha reso possibile un certo stile. Qui prendo a prestito la mia idea da Erich Auerbach. Il grande filologo tedesco ha formulato la sua tesi per la prima volta nel suo libro su Dante, grazie al quale ha avuto la cattedra di filologia romanza a Marburgo nel 1929. Poi l' ha potentemente sviluppata nel suo capolavoro Mimesis. Il suo soggetto è il realismo come tratto fondamentale della letteratura europea. Il realismo, vale a dire la presentazione della realtà, è diventata per noi un' eviden za che va da sé. Non possiamo immaginare in nessun modo che uno scrittore serio possa avere un altro obiettivo. E tuttavia il realismo non è sempre esistito. Nella letteratura antica regnava in effetti una netta separazione fra due livelli di stile, ciascuno dei quali corrispondeva a un livello della realtà sociale. Lo stile elevato (sublimis) era impiegato per il destino degli eroi e dei nobili nell' epopea e nella tragedia. Lo stile umile (remissus) della commedia andava bene per le avventure del popolo minuto e anche per la malavita, come nel Satyricon di Petronio. Il realismo suppone una trasgressione: il quotidiano può essere espresso coi mezzi dello stile sublime. Co L' 11 gennaio scorso la Pontificia Università Giovanni Paolo II di Cracovia ha conferito un dottorato honoris causa a Rémi Brague, storico della filosofia e autore di insuperabili saggi su cristianesimo ed Europa. In occasione del conferimento del titolo, Brague ha tenuto una lectio magistralis in francese dal titolo "Qu' est-ce que l' E urope peut faire avec le Christianisme?", che è stata tradotta e appare sul numero di marzo di Tempi. Dopo la trasformazione da settimanale in mensile, Tempi è distribuito solo in abbonamento (per info: www.tempi.it). Vengo ora alla mia seconda domanda, o piuttosto alla seconda accentuazione della domanda: a cosa serve il cristianesimo? Ciò che qui è importante è il tempo presente. La domanda allora significa: che cosa può fare il cristianesimo per l' Europa di oggi? A cosa serve? Si potrebbe considerare questa domanda come sprezzante, umiliante. Avremmo mai l' idea di domandare a cosa serve l' arte? A cosa serve la filosofia? Non è in questo senso che la pongo. Il cristianesimo si concepisce come servitore, ben inteso il servitore del suo Signore. Ma questo Signore non si è comportato come un comune padrone, poiché si è lasciato abbassare fino a divenire come uno schiavo, "assunse la forma di uno schiavo" (Filippesi 2,7). Nell' imitazione del Cristo c' è anche, necessariamente, un momento di servizio reso all' uomo. Questo non significa tuttavia affatto che i cristiani dovrebbero aiutare il mondo a raggiungere lo scopo che il mondo si propone di raggiungere sulla base dell' immagine che esso ha di se stesso. Significa ancora meno che dovrebbero mettersi a rimorchio di qualunque assurdità del momento. Il servizio non è un servilismo. In ogni modo ciò non aiuterebbe la chiesa a diventare popolare. Peggio ancora: per un "mondo" sempre pronto a lasciarsi anda sa che corrispondeva a cancellare la frontiera fra gli stili. Secondo Auerbach, questa rivoluzione stilistica sarebbe la conseguenza diretta dei racconti sulla Passione del Cristo nei Vangeli. In questi, è ciò che c' è di più basso - dei supplizi che si concludono con un' esecuzione capitale penosa - che è raccontato nello stile più elevato. Non ho scelto questo esempio per rendere omaggio a un qualche estetismo. Quello che desidero esprimere è il modo in cui il cristianesimo ci apre gli occhi. Vittime crocefisse ce n' erano, purtroppo, a profusione. Dei crocefissi perfettamente innocenti erano già una rarissima eccezione. Dei crocefissi resuscitati, non ce n' erano mai stati. Qui è interessante anche evidenziare il modo in cui il cristianesimo opera: non predicando, e ancor meno facendosi pubblicità. Procede attraverso la descrizione, attraverso un racconto sulla vita, le opere e la morte di una persona. E quel che è decisivo è l' avvenimento, non la relazione che ne viene fatta. I neonati, l' aborto, il matrimonio Questo mi conduce a una considerazione più ampia che concerne l' azione umana. Il cristianesimo non introduce alcuna nuova morale. Più precisamente ancora: non inventa alcun nuovo comandamento. Col cristianesimo i Dieci comandamenti sono rimasti. D' altra parte si incontra il loro contenuto in epoche anteriori o altrove rispetto all' ambito di origine della religione di Israele. Forse non sono elencati in una lista così chiara come nella Bibbia. Ma sono sempre attestati in ogni cultura. La proibizione dell' incesto, quella dell' omicidio, si trovano ovunque. Niente di strano in questo, se si suppone che siano incisi nella coscienza umana. Si potrebbe ugualmente dire in modo più sobrio che senza queste regole una società umana sarebbe perfettamente impossibile. Il problema non è la conoscenza della legge morale. Ciò che importa è la sua applicazione: verso chi deve valere il Decalogo? Per vederlo occorre avere occhi. Il cristianesimo in fondo non fa altro che aprirceli. Non basta sapere che devo amare il mio prossimo. La domanda del dottore della legge a Gesù è perfettamente giustificata: chi è il mio prossimo? (Lc 10,29). Chi è uomo? Chi va considerato come uomo e chi no? Per gli ebrei dell' epoca, un samaritano era un uomo a malapena, non lo si doveva frequentare (Gv 4,9). È per questo che Gesù, di proposito, fa di un samaritano l' eroe della parabola con cui risponde alla domanda. Nell' antichità molti uomini venivano considerati degli infra -umani o dei non ancora completamente umani. Come uomini erano invisibili. Più tardi è stato il caso dei neri negli Stati Uniti, come Ralph Ellison dice già nel titolo del suo libro, L' uomo invisibile. Il cristianesimo ha reso certe categorie di uomini visibili nella loro umanità. Eccone alcuni esempi. A) L' esposizione dei neonati indesiderati o divenuti indesiderabili a causa di qualche malformazione o per qualche altra ragione era per gli antichi qualcosa di spiacevole, ma in nessun caso un crimine che si doveva evitare con tutti i mezzi. La pratica era corrente. I filosofi non ci trovavano nulla da ridire. Quando Platone delinea la città ideale nel dialogo de La Repubblica, rappresenta Socrate che approva questa pratica senza rimorsi di coscienza. Il cristianesimo, che su questo punto è del tutto nel solco dell' ebraismo, si è levato contro questo costume e lo ha a poco a poco eliminato. B) Anche l' aborto era una pratica abbastanza corrente nell' antichità. Certo, lo si considerava una cosa spiacevole, come una cattiva abitudine, ma non come un omicidio. Il cristianesimo per conto suo ritiene che il frutto dell' amore di due esseri umani è anch' esso umano. C) Nell' antichità gli schiavi erano considerati degli uomini non interamente umani. Il cristianesimo non ha cercato di liberarli - una società senza schiavi era allora impensabile. Del resto anche nella città degli schiavi in rivolta fondata da Spartaco c' erano degli schiavi. Il cristianesimo ha tuttavia privato della loro legittimità gli argomenti a favore della schiavitù, in nome della creazione dell' uomo a immagine di Dio. D) Il matrimonio delle giovani donne nella maggior parte dei casi era deciso dai lo ro genitori. La Chiesa è riuscita a garantire loro la scelta del coniuge. Ha dovuto combattere per secoli per ottenere per i giovani il diritto a sposarsi senza il consenso del padre. Si può ben dire che il cristianesimo ha combattuto l' esposizione dei neonati, l' aborto, la schiavitù, i matrimoni forzati, eccetera, che li ha proibiti o qualcosa del genere. Ma sarebbe più interessante dirlo in modo positivo: il cristianesimo ci ha fatto vedere il bambino, il feto, lo schiavo, la donna, come esseri umani a pieno titolo. A vedere gli asseriti infra -uomini come autenticamente umani nessun microscopio può aiutarci. Per convincersene basta guardare alla contro -esperienza odierna: noi sappiamo molto meglio che nell' antichità che l' em brione si sviluppa senza soluzione di continuità dal momento della fecondazione fino al parto. Ora, questo non basta per considerarlo umano. Una trentina di anni fa si sentiva dire in certi circoli femministi, rumorosi ma fortunatamente ristretti, che il feto non era che un ascesso del corpo femminile. Senza questi estremismi, la pratica delle nostre società suppone qualcosa di analogo. Queste società sono costituite come dei club privati nei quali l' ammissione di nuovi membri dipende dai membri già iscritti, i quali si riservano il diritto di bocciare i candidati indesiderabili. Si tratta di una pratica tristemente "normale". Una cultura "normale" distingue l' umanità di coloro che ne fanno parte in rapporto alla natura che si suppone fondamentalmente animale degli altri popoli. In certe popolazioni non esiste altro nome per designare gli appartenenti che quello di "gli uomini", e di conseguenza gli altri passano implicitamente per animali. I teologi parlano di oculata fides, di "occhi della fede". Ogni fede ha occhi, ogni fede permette di vedere. Questo non significa che la fede farebbe vedere qualcosa di diverso dalla realtà: l' oggetto della fede non è altro che la verità. Il cristianesimo vede la realizzazione suprema dell' umano e il culmine della presenza di Dio nel Cristo, e nel Cristo crocefisso. Nel corpo di Gesù sospeso alla croce, e anche nel suo corpo morto, la presenza di Dio nell' umano raggiunge il suo vertice - non a causa della sofferenza, ma a causa dell' amo re con cui la sofferenza è stata accettata. Questo vuol dire che ogni vita umana possiede una dignità intrinseca: è indifferente che possa esprimersi attraverso atti, che non lo possa ancora, che non lo possa più. Ora posso, dopo questa lunga digressione, porre di nuovo la domanda: che cos' ha da dire il cristianesimo all' Europa? Ebbene, in un certo senso niente. Niente di nuovo. Niente che l' uomo non abbia da lungo tempo già sapu to o dovuto sapere. C' è una sola cosa che il cristianesimo ha la possibilità e il dovere di insegnare agli europei di oggi: vedere l' umano anche là dove gli altri non vedono che del biologico da selezionare, dell' economico da sfruttare, del politico da manipolare, e così via. Poiché ho cominciato con l' arte, permettetemi di terminare questa esposizione evocando un' opera d' arte. Nella basilica di Vézelay, in Borgogna, 40 chilometri a est del minuscolo villaggio dove è nato mio padre, nel nartece si trova un timpano scolpito che rappresenta l' evento della Pentecoste, cioè la discesa dello Spirito Santo sui dodici. Attorno a questa scena lo scultore sconosciuto ha rappresentato la missione degli Apostoli presso i diversi popoli della Terra. Fra questi popoli ce ne sono molti che non sono mai esistiti se non nell' immaginazione dei geografi dell' antichità. Così si vede un gigante che si piega per carezzare la testa di un cavallo come si fa con un cagnolino, mentre un nano ha bisogno di una scala per salire su quello stesso cavallo. E si vedono figure ancora più spaesanti: degli uomini le cui orecchie sono così grandi che si potrebbero prendere per scudi, uomini il cui naso assomiglia al grugno dei maiali, eccetera. Quest' opera è tipicamente europea proprio perché richiama alla memoria l' esistenza di ciò che è assolutamente extraeuropeo. La lezione che io ne traggo personalmente è la seguente: Dio si fa dell' uomo una rappresentazione più ampia di quella che si fanno gli uomini stessi. L' antropologia divina è più inventiva di quella umana. Dio rivolge all' uomo uno sguardo più positivo e più ottimista di quello che l' uomo ha su se stesso. Di conseguenza, Dio ha più ambizione per l' uomo di quanta ne abbia l' uomo per se stesso. Ci sarà Europa tanto a lungo quanto l' ambizione umana si accenderà al fuoco dell' ambizione divina.
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I cattolici sono discriminati, non solo a causa del mondo
di Benedetta Frigerio (Lanuovabq)
"Clerico-fascisti", "omofobi" e "islamofobi". Così vengono bollati oggi coloro che professano apertamente il loro credo e la fedeltà al Magistero della Chiesa. Un'indagine del governo scozzese dimostra che la popolazione cattolica è la più discriminata. Ma un episodio dimostra che la colpa è anche dei credenti.
"Clerico-fascisti", "omofobi" e "islamofobi". Così vengono bollati oggi i cattolici che professano apertamente il loro credo e la fedeltà al Magistero della Chiesa cattolica, con parole astutamente inventate dalla neo-lingua per proteggere la morale relativista giustificando la violenza contro i cristiani. Spesso pesantissima come nel caso dell'attacco delle femen all'arcivescovo belga Andre-Joseph Leonard (nella foto sopra).
Così gli episodi di discriminazione crescono senza che nessuno se ne scandalozzi. A denunciarlo è lo stesso governo scozzese, dove le offese riguardano oltre che le persone anche le Chiese e i sacramenti. Per questo, dopo l’ennesimo episodio dissacrante (una chiesa vicino a Glasgow è stata vandalizzata e il Santissimo Sacramento profanato) Elaine Smith, un membro del parlamento scozzese ha sollevato la questione di fronte al governo già conscio del problema.
A confermare la denuncia della Smith è infatti un rapporto governativo da cui emerge che i cattolici sono le principali vittime (il 57 per cento) di tutti i crimini religiosi avvenuti nel paese. Si riscontra inoltre che l’attacco alla fede cattolica cresce ogni anno del 14 per cento. La parlamentare ha quindi chiesto al governo di «andare a sentire quali sono le preoccupazioni della popolazione cattolica». Aggiungendo che tutti si preoccupano dell’"omofobia" o del fascismo, ma mai delle discriminazioni di chi appartiene alla Chiesa romana. Lo stesso vescovo di Glasgow, Philip Tartaglia, ha dichiarato che il problema non è il «settarismo» ma se mai «l’anti-cattolicesimo».
La denuncia scozzese arriva proprio nel momento i cui le agenzie di adozionedella diocesi americana di Filadelfia rischiano di vedersi sottratti tutti i sussidi pubblici ricevuti per l’enorme servizio sociale fatto in questo campo. Dopo che la città ha annunciato che le strutture che si oppongo all’adozione delle persone dello stesso sesso non potranno più lavorare per il Comune, Kenneth A. Gavin, portavoce della diocesi guidata dal vescovo Charles Chaput, ha ribadito che «la Chiesa cattolica non appoggia le unioni fra persone dello stesso sesso…perciò i servizi sociali cattolici non possono pensare di avviare l’adozione in contesti di unioni dello stesso sesso». La decisione della città colpisce anche la Bethany Christian Services, un’associazione globale no-profit presente in 36 Stati.
Non tutti i cattolici reagiscono come la diocesi americana, preferendo assecondare il mondo e facendo sì che la discriminazione acquisti di ferocia. Basti pensare al caso scoppiato in Usa per via degli attacchi subiti da uno studente di un college cattolico che ha difeso pubblicamente il matrimonio fra uomo e donna.
Michael Smalanskas, studente di 22 anni presso il College cattolico di Providence (Rhode Island) diretto dai frati domenicani della provincia di San Giuseppe, aveva appeso sulla bacheca del dormitorio l’immagine di alcuni sposi con scritto: «Il matrimonio come lo ha inteso Dio». Sono bastate poche ore perché il ragazzo venisse allontanato per motivi di sicurezza dal campus, mentre un gruppo di studenti lo denigrava ponendo sulla bacheca un disegno in cui Smalanskas veniva violentato da un uomo. Quel che colpisce è che si tratta di studenti che hanno scelto di frequentare un college cattolico. Tanto che Kristine Goodwin, vice presidente degli “Affari Studenteschi”, ha inviato una email ai leader degli studenti incoraggiandoli ad organizzare una marcia “anti-omofobia” in risposta alla scritta sulla bacheca, che non faceva che ribadire l’insegnamento della Chiesa.
Ancor peggio è il fatto che il rettore, padre Brian Shanley, non solo non ha condannato le minacce e i disegni violenti e pornografici contro Smalanskas, ma ha dichiarato che «è proprio di un’università cattolica prendere in considerazione le opinioni di coloro che non sono d'accordo con l'insegnamento della Chiesa». Ma come si possono definire "opinioni" gli atti violenti e non prendere le parti di chi viene discriminato per il fatto di credere in ciò che la fede cattolica dell'università che frequenta insegna?
A rispondere è stato il vescovo della diocesi, Thomas Tobin, che ha scritto una lettera data 21 marzo a Smalanskas, lodandolo per il suo «coraggio» e denunciando il comportamento riprovevole nei suoi confronti. «Ammiro e lodo il tuo coraggio nell’esporti per proclamare gli insegnamenti della Chiesa sul Santo Matrimonio...È davvero triste che, in risposta alla pubblicazione sulla bacheca, tu abbia subìto attacchi beffardi e personali, specialmente in un campus cattolico», ha sottolineato il vescovo dicendosi anche lieto per il fatto «che un certo numero di importanti professori del Providence College, così come i cappellani del College, si sono fatti avanti per sostenerti».
Quest’ultimo episodio dimostra che se da una parte l’odio sociale contro la fede ha trovato il modo di giustificare questi atti, facendo apparire i cattolici come i carnefici meriteveoli di punizioni, spesso c’è anche una complicità delle vittime. Per questo Tobin ha fatto capire al rettore dell’università che se non vigilerà per difendere il Magistero, la sua missione fallirà. «Penso - ha concluso il vescovo - che abbiamo il diritto di presumere che coloro che insegnano o che studiano in una scuola cattolica accettino, o almeno rispettino, l'identità dichiarata, la missione e gli insegnamenti fondamentali della Fede. Altrimenti ci sono molte altre buone opzioni per l'istruzione universitaria da poter scegliere se c'è chi si sente realmente minacciato o a disagio di fronte agli insegnamenti della Chiesa».
È in corso una battaglia fuori e dentro la Chiesa, il cui esito dipenderà molto non solo dalla ferocia anticlericale del mondo ma dalla pusillaminità o dall'amore per la propria fede pubblicamente testimoniato dai cattolici.
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Erasmus - The Economist
Even in Europe, the world’s least religious continent, a dramatic turn of events can turn a little-known public servant into a posthumous hero hailed as a kind of modern martyr. Arnaud Beltrame, a police colonel, died of his injuries over the weekend after voluntarily taking the place of one of the hostages seized by a fanatical Islamist in a small French town. As it happens he was a devout Catholic who devoted (...)
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