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venerdì 23 marzo 2018

Ambrogio e la morte



In una lettera del cardinale Schuster. 

Testi e traduzioni. Pubblichiamo uno stralcio della prolusione — intitolata «“Non temo di morire, perché abbiamo un Signore buono”. Variazioni in una nota espressione di Ambrogio di Milano» — al dies academicus della Classe di studi santambrosiani dell’Accademia Ambrosiana tenuta nel pomeriggio del 20 marzo scorso dal prefetto della Biblioteca apostolica vaticana. Al convegno che ha seguito la solenne inaugurazione, il 21 marzo, erano presenti anche studiosi provenienti da Russia, Repubblica Ceca e Cina, paesi nei quali è già stato avviato un progetto di traduzione delle opere del vescovo di Milano.

(Cesare Pasini) Al dire di Paolino, biografo di sant’Ambrogio, il generale Stilicone, convinto che «sull’Italia sarebbe stata incombente la rovina, una volta morto un così grande uomo» qual era il vescovo di Milano, mandò a lui, gravemente malato, una delegazione di nobili, perché lo invitasse «a chiedere al Signore di prolungargli la vita».
Ambrogio rispose: «Non ho vissuto fra di voi in modo da dovermi vergognare di vivere; né temo di morire, perché abbiamo un Signore buono».
La frase ricompare nella Vita di Agostino di Possidio, con qualche variante minore. Possidio riporta la valutazione positiva di Agostino: questi infatti ne elogiava «la precisione e l’equilibrio», invitando a «comprendere che Ambrogio aveva detto: “Non temo di morire, perché abbiamo un Signore buono”, affinché non si credesse che egli aveva premesso: “Non sono vissuto in modo da vergognarmi di vivere tra voi”, per eccessiva fiducia nella sua condotta senza macchia». Effettivamente la frase esprime bene il pensiero di Ambrogio: l’aspetto di concretezza e di impegno umano nella prima parte e, nella seconda, la gratuità preveniente e sovrabbondante del dono divino, come Agostino aveva sottolineato in particolare nella disputa antipelagiana.
Marco Navoni ha spiegato che, mutando il contesto, la narrazione subì un significativo cambiamento: nel racconto di Paolino, è Stilicone, pur barbaro, che percepisce «il rischio reale di sfaldamento culturale e politico dell’impero» e intuisce «il ruolo fondamentale di riassestamento» che poteva assumere «la religione cattolica, di cui Ambrogio in quel momento era l’esponente più prestigioso»; in quello di Possidio, invece, Stilicone scompare e la delegazione di nobili milanesi si concentra sulle esigenze della Chiesa di Milano che «sarebbe stata privata della predicazione della Parola di Dio e dell’amministrazione dei sacramenti»: preoccupazione nobile, ma scontata e un poco retorica, annota Navoni, in quanto risolvibile con la nomina di un buon successore...
La frase è ugualmente presente nella vita anonima carolingia, scritta nel IX secolo in ambito milanese, nota come Vita e meriti di Ambrogio. L’autore, riprendendo da Paolino, drammatizza l’episodio, trasformando in discorso diretto il pensiero di Stilicone, ritoccandolo e ampliandolo: la preoccupazione che sull’Italia sarebbe stata incombente la rovina, diventa: «insieme con lui perirà l’onore di tutta l’Italia» (anche perché poco prima aveva affermato che «è evidente che in lui si trova la somma di tutte le virtù»).
Inoltre la risposta di Ambrogio si arricchisce di un’aggiunta: «Perciò vi prego, fratelli, di non ostacolare il mio cammino né di sbarrare la mia vita con le vostre lacrime. Non voglio che voi ignoriate che lo stesso Signore Gesù, non molti giorni or sono, si è degnato di visitarmi e di confortarmi». Si percepisce il gusto agiografico dell’autore, che prolunga la narrazione per amplificare l’onore del santo celebrato e inserendo nel discorso pubblico di Ambrogio il racconto dell’episodio riferito da Paolino come confidato al solo Bassano di Lodi che cioè Ambrogio «aveva visto il Signore Gesù venirgli incontro e sorridergli»: dalla fine poesia di uno sguardo d’intesa — Gesù venuto a porgere un delicato sorriso al vescovo morente — a una descrizione meramente prosastica, a giustificare l’invito a non “sbarrargli” il cammino verso il cielo.
Non ci stupiamo che la risposta di Ambrogio sia stata più volte utilizzata in svariati contesti. Intendo riferirmi, in particolare, alla lettera che il cardinale Ildefonso Schuster inviò al cardinale Giovanni Mercati il 15 dicembre 1946 per il suo ottantesimo compleanno. Vi troviamo scritto: «Ringraziamo Iddio, che nel giardino della Chiesa ha piantato un tale albero. I suoi frutti sono copiosi e duraturi. Molte e molte anime se ne nutrono a loro spirituale vantaggio ed a gloria del Signore. Può ripetere con Ambrogio: “Non ita vixi, ut me pudeat vixisse”». Il cardinale Schuster, notiamo, sostituisce l’infinito vivere del testo di Paolino con il passato vixisse.
Quest’ultima forma verbale per quanto ne ho potuto appurare non è presente nelle edizioni critiche recenti né nei loro apparati e neppure in edizioni diffuse come la Patrologia latina. Anzi, la lezione vivere è confermata dalla traduzione greca della Vita Ambrosii di Paolino nei due manoscritti che la tramandano, uno della Bibliotèque nationale di Parigi e l’altro un Sabaita conservato nella Biblioteca Patriarcale di Gerusalemme.
Trovo tuttavia attestato l’utilizzo di vixisse in citazioni della frase in vario modo riferite alla morte cristiana. Elenco le più antiche rinvenute: nel terzo tomo delle Conciones de tempore di Luis de Granada (1585); sul basamento del monumento eretto dal figlio a Thomas Sparke, un ecclesiastico puritano morto a Bletchley (1616); nell’ottavo tomo dei Loci theologici (1610-1622) di Johann Gerhard; fra le parole dette in morte dal gesuita François Coster (1619).
Confesso di aver rinvenuto casualmente queste citazioni girovagando fra i volumi consultabili sul web. Il girovagare mi è servito per accorgermi delle ancor più numerose volte in cui ricorrono le citazioni con vivere. Non ho saputo tuttavia individuare una linea precisa di diffusione della lezione secondaria vixisse, mentre è risultato evidente come la frase, di intenso significato spirituale e di incisiva espressività, abbia potuto diffondersi procedendo oltre le formulazioni di Paolino e di Possidio e creando una molteplicità di varianti grazie anche alla ripetizione a mente e agli adattamenti alle circostanze cui andò soggetta (per un monumento, in bocca a un religioso morente, quale citazione fra i loci teologici o come nutrimento spirituale nelle meditazioni sui novissimi).
Curiosamente, tuttavia, troviamo vixisse (e non vivere) in una fonte classica che può aver influenzato Ambrogio come in altre sue opere ed espressioni. Si tratta delle parole che Cicerone, alla fine del Cato Maior de senectute, pone sulle labbra del protagonista: «Non mi piace lamentarmi della vita (...) e non mi pento d’aver vissuto (me vixisse), poiché ho vissuto (vixi) in modo tale da non ritenermi nato invano».
Ma proprio il contesto del Cato maior fa emergere il motivo che può aver causato l’inserimento dell’infinito passato al posto di quello presente: nel testo di Cicerone, infatti, Catone guarda al passato della propria vita, per un giudizio che desidera sia positivo; invece nel testo di Ambrogio il vescovo guarda verso un futuro ritenuto possibile (e desiderabile dai suoi interlocutori), in base alla valutazione positiva del passato. In quest’ultimo caso il protagonista Ambrogio dice: «Considerando come ho vissuto, dovrei forse vergognarmi di vivere ancora?»; nel primo caso invece Catone, pensando alla sua morte prossima (e non ad altro), dice: «Considerando la mia vita passata, devo forse vergognarmi di come ho vissuto? ho forse vissuto inutilmente?». L’infinito vixisse tende a ripetere due volte lo stesso concetto («considero come ho vissuto devo forse vergognarmi di come ho vissuto?»), a differenza dell’infinito vivere, che invece induce a trarre una conseguenza dopo aver espresso una valutazione («considero la vita passata devo forse vergognarmi di vivere ancora?»).
Ma che senso ha allora vixisse nella citazione di Schuster? Se non vogliamo pensare che abbia usato questa forma senza darvi un senso particolare (o semplicemente seguendo una citazione di quel tipo o citando a memoria) possiamo ritenere che, come lo induceva il contesto dell’ottantesimo compleanno di Mercati, egli intendesse esprimere una valutazione positiva sulla sua già lunga vita, così da poter unire all’augurio anche un sincero apprezzamento al festeggiato. Esplicito o implicito che fosse questo significato, accanto all’elogio per l’impegno operoso di Mercati, non doveva comunque mancare, pur meno sottolineato, un riferimento alla gratuità del dono ricevuto, dal momento che a buon conto ‒ come scriveva all’inizio, era Dio ad aver piantato un tale albero fruttifero nel giardino della Chiesa.

L'Osservatore Romano

mercoledì 4 maggio 2016

CERCA, O SIGNORE, LA TUA PECORA STANCA


A commento della Udienza generale di questa mattina...

 **
Ambrogio di Milano
dal Commento al Salmo CXVIII 22, 28-30

Ps. 118, 176: Quaere seruum tuum, quia mandata tua non sum oblitus...






Vieni dunque, Signore Gesù, cerca il tuo servo[1],
cerca la tua pecora stanca.
Vieni, pastore,
cerca, come Giuseppe cercava le pecore[2].
Ha errato la tua pecora,
mentre tu indugi, mentre ti aggiri sui monti.
Lascia andare le tue novantanove pecore
e vieni a cercare la sola pecora che ha errato[3].
Vieni senza cani, vieni senza cattivi operai,
vieni senza il servo mercenario,
che non sa passare per la porta[4].
Vieni senza aiutante, senza messaggero.
Già da tempo aspetto la tua venuta.
Infatti so che verrai,
«poiché non ho dimenticato i tuoi comandamenti»[5].
Vieni non «con la verga,
ma con carità e in spirito di mansuetudine»[6].
Non esitare a lasciare sui monti le tue novantanove pecore,
poiché i lupi rapaci[7] non possono attaccarle finché stanno sui monti.
Nel paradiso il serpente è riuscito a nuocere solo una volta,
ma dopo che Adamo ne è stato scacciato
ha perduto l’esca e là non potrà più nuocere.
Vieni da me, che sono tormentato dall’attacco di lupi pericolosi.
Vieni da me, che sono stato scacciato dal paradiso
e le cui piaghe sono da tempo penetrate dai veleni del serpente,
da me che ho errato lontano dalle tue greggi su quei monti.
Anche me tu avevi collocato qui,
ma il lupo notturno mi ha allontanato dai tuoi ovili.
Cercami, poiché io ti cerco,
cercami, trovami, prendimi, portami.
Tu puoi trovare colui che cerchi,
ti degni di prendere colui che hai trovato,
ti porti sulle spalle colui che hai preso.
Non ti infastidisce un peso che ti ispira pietà,
non ti pesa un trasporto di giustizia.
Vieni dunque, Signore, poiché anche se ho errato,
tuttavia «non ho dimenticato i tuoi comandamenti»
e conservo la speranza della medicina.
Vieni, Signore, perché tu solo sei in grado
di far tornare indietro la pecora errante
e non rattristerai quelli da cui ti sei allontanato.
E anche loro si rallegreranno del ritorno del peccatore.
Vieni ad attuare la salvezza sulla terra, la gioia nel cielo.
Vieni, dunque, e cerca la tua pecora
non per mezzo dei servitori,
non per mezzo dei mercenari,
ma tu in persona.
Accoglimi nella carne che è caduta in Adamo.
Accoglimi non da Sara[8], ma da Maria,
perché sia non soltanto una vergine inviolata,
ma una vergine immune, per effetto della grazia,
da ogni macchia di peccato.
Portami sulla croce che da la salvezza agli erranti,
soltanto nella quale c’è riposo per gli affaticati,
soltanto nella quale vivranno tutti quelli che muoiono.

[1] Ps. 118, 176
[2] Genesi 37, 14
[3] Matteo 18, 12 sgg; Luca 15, 4
[4] Giovanni 10, 1-7
[5] Ps. 118, 176
[6] l Corinti 4, 21
[7] Matteo 7, 15; Atti 20, 29
[8] Genesi 17, 15

***

Vedi anche:

Kairos: Cercami, trovami, prendimi in braccio, portami

kairosterzomillennio.blogspot.com/.../cercami-trovami-prendimi-in-brac...

04 feb 2011 - Cerca me, perché io ho bisogno di Te, cercamitrovamiprendimi in braccioportami. Tu puoi trovare chi ricerchi, ti degni di prendere in braccio ..

martedì 22 dicembre 2015

Una storia di vera misericordia

sant-ambrogio


(di Cristiana de Magistris) Quando, nel IV secolo, la sede episcopale di Milano si rese vacante, Ambrogio, ancora neofita e prefetto della città, fu eletto vescovo da quel popolo che, agitato per l’elezione, era andato a sedare. Battezzato, ordinato presbitero e poi vescovo, Ambrogio difese la Chiesa dalla falsa scienza degli Ariani, opponendo con la sicurezza della sua dottrina un valido baluardo ai progressi dell’errore del tempo.
Per la fermezza intransigente dei suoi scritti e delle sue parole, per la strenua difesa dell’unica verità che salva e della libertà della Chiesa, la sua vita fu minacciata più volte dai seguaci dell’eresia da lui combattuta. Ma egli non temeva, perché – scrive Don Guéranger – «per difendere l’eredità della Chiesa era pronto a versare il sangue». Alcuni cortigiani ardirono accusarlo di tirannide presso il principe. Rispose: «No, i vescovi non sono tiranni, ma piuttosto da parte dei tiranni essi hanno dovuto spesso soffrire persecuzioni».
L’eunuco Calligone, ciambellano di Valentiniano II, osò dire ad Ambrogio: «Come, me vivente, tu osi disprezzare Valentiniano? Io ti spaccherò il capo». «Che Dio te lo permetta! – rispose Ambrogio. «Io soffrirò allora ciò che soffrono i Vescovi e tu avrai fatto ciò che sanno fare gli eunuchi». Tale era Ambrogio di Milano. Come tutti i veri Santi, sapeva coniugare perfettamente dolcezza e fermezza, amore alla verità e condanna dell’errore, o – in breve – giustizia e misericordia. Emblematico a tal riguardo fu il suo singolare rapporto con l’imperatore Teodosio, di cui Ambrogio fu grande amico e personale consigliere.
Grazie all’Editto di Milano con cui, nel 382, proclamò il Cristianesimo religione di Stato, Teodosio è considerato l’imperatore cristiano per antonomasia. Oltre a ciò, godeva della speciale stima del Vescovo di Milano perché testimoniava senza reticenze la sua fede anche sotto le insegne imperiali. Ma nel 390 le truppe dell’imperatore soppressero una rivolta uccidendo oltre 7000 persone in quella che è passata alla storia come la strage di Tessalonica. Di questo atto esecrando Ambrogio ritenne responsabile lo stesso Teodosio, al quale si narra abbia vietato l’ingresso in chiesa intimandogli di pentirsi e di fare penitenza.
Ambrogio non era un uomo intransigente. «Non sempre bisogna infierire contro quelli che hanno peccato – aveva scritto – ; spesso la clemenza giova di più: a te ad acquistare pazienza, e al peccatore a correggersi» (In Lucam 7, 27). E neppure amava farsi censore delle autorità. Anzi, affermava che non si debbono riprendere se non in casi gravissimi. «Guarda – scriveva – che i re non devono essere temerariamente attaccati dai profeti di Dio e dai sacerdoti se non ci sono peccati molto gravi di cui debbano essere accusati; laddove ci sono, allora non si deve scusare ma correggere con giusti rimproveri» (Commento al Salmo 37, 43). Fu appunto il caso di Teodosio dopo il massacro di Tessalonica. E proprio in quel frangente Ambrogio riesce a congiungere l’esigenza della riparazione al perdono del peccato mediante quella discrezione cristiana che solo i veri Pastori sanno esercitare.
Nella lettera che scrisse a Teodosio nel 390 per esortarlo alla penitenza si legge: «Ti scrivo non per umiliarti, ma perché gli esempi dei re ti spingano a cancellare dal tuo regno questo peccato. Lo cancellerai umiliando la tua anima davanti a Dio». «Non ho verso di te alcun motivo di ostilità, ho timore: non oso offrire il Sacrificio se tu pretendessi assistervi». Era un modo indiretto ma chiaro per dire a Teodosio che non poteva accedere al Sacramento dell’Eucaristia. Un sogno gli aveva confermato la necessità di tale divieto: «Non da un uomo né attraverso un uomo, ma direttamente mi è stata rivolta questa proibizione. Mentre, infatti, ero preoccupato, la stessa notte in cui mi preparavo a partire mi è sembrato che tu (Teodosio) venissi in chiesa, ma a me non fu possibile offrire il Sacrificio».
Lo esorta allora alla preghiera, che può essere un’offerta umile e a Dio molto gradita: «Anche la semplice preghiera è un sacrificio: genera il perdono poiché contiene l’umiltà (…). Infatti, Dio dice che preferisce che si osservino i suoi comandamenti più che l’offerta del sacrificio. Questo proclama Dio, questo Mosè annuncia al popolo, Paolo predica alle genti. Fa’ ciò che al momento capisci essere più gradito. “Preferisco”, dice Dio, “la misericordia al sacrificio”. Non sono forse più cristiani quelli che condannano il loro peccato di quelli che credono di doverlo giustificare?». E se pure vi fossero peccati che non possono essere lavati con le lacrime del proprio pentimento – scriverà in altra occasione Ambrogio con memorabile eloquenza – «piangerà per te la madre Chiesa, che interviene per ciascuno come una madre vedova per il figlio unico. Essa, infatti, prova compassione, per una specie di connaturato spirituale dolore, quando vede i suoi figli avviarsi alla morte per dei vizi mortali» (In Lucam 5, 92).
Teodosio obbedì al Pastore del quale poi disse: «Non c’è che un vescovo al mondo: Ambrogio». E il suo sincero pentimento gli meritò da parte del Vescovo di Milano un tal plauso come pochi se ne leggono negli annali della storia: «Sì – disse il santo Vescovo nell’elogio funebre dell’imperatore –, ho amato questo uomo che preferì ai suoi adulatori colui che lo riprendeva. Gettò a terra tutte le insegne delle dignità imperiali, pianse pubblicamente nella Chiesa il peccato nel quale lo si era perfidamente trascinato, e ne implorò il perdono con lacrime e gemiti. Semplici cortigiani si lasciano distogliere dalla vergogna, e un imperatore non ha arrossito di compiere la penitenza pubblica, e da allora in poi non un sol giorno passò per lui senza che avesse deplorato la sua mancanza».
Ambrogio ebbe vivissimo il senso del peccato perché aveva compreso a fondo la misericordia di Dio. A tal punto da fare della misericordia l’unica chiave per comprendere l’eterno piano salvifico di Dio. «Sant’Ambrogio – scrive il Cardinal Biffi – è sicuro che l’uomo deve essere salvato; il suo è un ottimismo teologico che non ignora affatto il peccato e la sua gravità. Ma nel suo ottimismo Ambrogio si spinge più lontano di tutti: secondo lui, la stessa nostra miseria nativa fa parte di un progetto di elevazione, sicché c’è, paradossalmente, qualcosa di positivo nella colpa, dal momento che Dio la vede come premessa necessaria alla manifestazione della misericordia, misericordia che per Ambrogio è il senso ultimo e la ragione decisiva di tutta l’azione creatrice».
Nel suo Hexaemeron, Ambrogio aveva scritto: «Ringrazio il Signore Dio nostro che ha creato un’opera così meravigliosa nella quale trovare il suo riposo. Creò il cielo, e non leggo che si sia riposato; creò la terra, e non leggo che si sia riposato; creò il sole, la luna e le stelle, e non leggo che si sia riposato; ma leggo che ha creato l’uomo e che, a questo punto, si è riposato, avendo un essere cui rimettere i peccati». Finalmente Dio aveva trovato quello che voleva, un uomo da poter perdonare. «Da questo – scrive ancora il cardinal Biffi – non si può dedurre che si può peccare, anzi fare quanti più peccati possibile in modo da essere perdonati: al contrario, si deve dedurre la necessità di pentirsi, di fare tanti atti di pentimento in modo che la misericordia del Signore possa arrivare a toccarci. Siamo stati creati per mezzo di Cristo e per mezzo di Cristo siamo stati redenti».
Per questa necessità del pentimento, Ambrogio, quando ascoltava la confessione dei peccatori, versava tante lacrime che costringeva a piangere insieme con lui chi era venuto a confessare le proprie colpe. «Sembrava – scriveva il suo biografo Paolino – che egli stesso fosse caduto insieme con chi era venuto meno». Così pregava, a questo proposito, il grande Vescovo: «Ogni volta che si tratta del peccato di uno che è caduto, concedimi, o Dio, di provarne compassione e di non rimproverarlo altezzosamente, ma di gemere e piangere, così che mentre piango su un altro, io pianga su me stesso».
Alla cristianità postmoderna che ha smarrito il senso del peccato e pare comprendere solo il linguaggio evanescente di una indefinibile e fluttuante misericordia, Ambrogio di Milano ha molto da insegnare. Ma forse il messaggio più attuale del Santo Vescovo di Milano è dato dall’aver centrato perfettamente l’amore del prossimo, che oggi pare oscurare l’amore di Dio in nome di una sempre più stravagante misericordia. Il nostro “primo prossimo” è il Signore Gesù che non è lontano da nessun uomo, anzi è il più vicino perché è da Lui che riceviamo la misericordia.
«Egli – dice Ambrogio – è il prossimo, il prossimo di tutti: Lui che a tutti elargì misericordia togliendo il peccato del mondo. Gesù, se possiamo concederci una sdrammatizzatura, è il più prossimo. Perciò quando si parla del precetto dell’amore non bisogna mettere in contrasto l’amore per Cristo e l’amore per il prossimo perché in realtà anche l’amore per Cristo è l’amore per il prossimo. Perché Lui è prossimo prima e più di ogni altro. Siccome nessuno è maggiormente prossimo di Colui che guarì le nostre ferite, amiamolo sì come Signore, ma amiamolo anche come prossimo. Niente, infatti, è tanto prossimo quanto il Capo alle membra». È per amore di questo Capo che Ambrogio indusse misericordiosamente Teodosio a penitenza e lo riportò all’ovile dell’unico Pastore.
(Cristiana de Magistris)

giovedì 21 maggio 2015

Tamar è più giusta di me.

Ambrogio

Un Vescovo di fronte al peccatore...

A proposito dell’Anno Santo della misericordia, e a proposito della preoccupazione che muove alcuni nella Chiesa sui possibili rischi di «buonismo» e di «lassismo», come pure dell’atteggiamento di coloro che dai pulpiti telematicisi dedicano al «giudizio permanente effettivo» attaccando a destra e a manca fratelli nella fede, diversamente credenti o non credenti.
Può essere di qualche utilità l’atteggiamento dimostrato da un vescovo assai noto qualche tempo fa. Un vescovo che nell’attuale dibattito dei tanti Sant’Uffizi virtuali, quei circoli e dei circoletti auto-eccitati in vista del prossimo Sinodo sulla famiglia, passerebbe per essere un pericoloso progressista.
Ecco le sue parole, rivolte a Dio: «Soprattutto concedimi la grazia di condividere con intima comunione il dolore dei peccatori: questa è la virtù più alta (…) Ogni volta che si tratti del peccato di uno che è caduto, concedimi di provarne compassione, di non rimproverarlo altezzosamente, ma di gemere di piangere con lui, così che, mentre soffro per un altro, io pianga su me stesso, dicendo “Tamar è più giusta di me”».
Questo vescovo (che oggi, verrebbe detto da alcuni, parlava troppo di misericordia) risponde al nome di Ambrogio. È stato pastore di Milano, è santo ed è uno dei Padri della Chiesa. (De paenitentia, II, 73).
Andrea Tornielli

mercoledì 1 aprile 2015

Giovedi Santo: il rito della lavanda dei piedi


La lavanda dei piedi come rito del Giovedì Santo 


La lavanda dei piedi - L'interpretazione della lavanda dei piedi nel IV Vangelo 


Lavanda dei piedi e peccato originale in S Ambrogio 


La lavanda dei piedi in Occidente 

mercoledì 18 giugno 2014

Papa Francesco e sant'Ambrogio



Su corruzione, ricchezza e abusi del potere Papa Francesco segue la bussola del Santo vescovo di Milano. Come già avevano fatto Pio XI e Papa Montini

GIANNI VALENTEROMA
L’antica storia biblica di Nabot, l’uomo accusato ingiustamente e lapidato solo perché il re Acab bramava possedere la sua vigna, «si ripete quotidianamente»: così ha detto Papa Francesco nella sua omelia mattutina alla messa di lunedì 16 giugno, proponendo la vicenda come paradigma perenne dell’ingiustizia, della corruzione e dell’insana bramosia che spesso contagiano «chi detiene potere materiale, o potere politico, o potere spirituale». Anche il giorno dopo, alla messa quotidiana nella cappella della Domus Sanchtae Martae, il Papa ha preso spunto da quella storia, per ripetere che il corrotto, come Acab, «irrita Dio e fa peccare il popolo». 

Sorprende scoprire che più di 16 secoli fa, riferendosi alla medesima vicenda, un altro apprezzato predicatore aveva usato quasi le stesse parole di Papa Bergoglio: «La storia di Nabot» aveva scritto Sant’Ambrogio nell’incipit della sua opera De Nabuthae «è antica per età, ma per costume è quotidiana». Anche per il Santo vescovo di Milano, maestro di Sant’Agostino, la storia di Nabot narrata nel Primo Libro dei Re rappresentava in termini paradigmatici e definitivi le dinamiche della rapacità e della sopraffazione che diventano sistema, si impongono come prassi di gestione del potere:  «Non è nato un solo Acab» riconosceva Ambrogio «ma ogni giorno nasce un Acab e mai muore per questo mondo. Se ne vien meno uno ne sorgono molti ... Ogni giorno un Nabot viene oppresso, ogni giorno un povero è ucciso».

Al suo tempo, Ambrogio vedeva moltiplicarsi la storia di Acab e Nabot nella Milano della fine del IV secolo. In un Occidente segnato dalla crisi demografica e dal crollo dei commerci, nell’impoverimento generale, a guadagnarci erano già allora pochi prepotenti, proprietari di latifondi in continua crescita. Alcuni di loro ormai erano cristiani, e anche tra essi il santo percepiva un’avidità malata, devastante anche dal punto di vista economico, che lucrava sul crollo della produzione agricola e alimentare: «una ricca produzione» scriveva Ambrogio nel De Nabuthae «è un bene per tutti, la carestia è vantaggiosa solo per l’avaro. Si rallegra più per i prezzi altissimi che per l’abbondanza dei beni e preferisce avere ciò che solo lui può vendere piuttosto che vendere insieme con tutti gli altri».

Proprio il De Nabuthae tornò al centro di discussioni appassionate negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, nel tempo della formazione giovanile di Jorge Mario Bergoglio. Nell’aprile 1950, in Italia, l’opera finì sulla prima pagina de l’Unità e dopo pochi giorni su quella de L’Osservatore Romano. «In piena guerra fredda» ha scritto Lorenzo Cappelletti «l’Osservatore Romano parlava con libertà del “comunismo teologico di sant’Ambrogio”». 

A Ambrogio e ai Padri della Chiesa Bergoglio ha fatto sempre ricorso quando ha voluto documentare che la predilezione per i poveri praticata dalle Chiese latino-americane non era un “novismo” teologico: «In quell’epoca – spiegava l’allora arcivescovo di Buenos Aires nel 2010 agli avvocati che lo interrogavano sui rapporti tra Chiesa e dittatura militare argentina nel cosiddetto Processo ESMA «era una cosa molto comune: uno che lavorava con i poveri era un comunista». E invece l’opzione preferenziale per i poveri «risale ai primi secoli del cristianesimo. E' nello stesso Vangelo. Se io oggi leggessi come omelia alcuni dei sermoni dei primi Padri della Chiesa, del II-III secolo, su come si debbano trattare i poveri, direste che la mia omelia è da marxista o da trotzkista».

Anche oggi, le espressioni dirette che Papa Francesco riserva alle dinamiche del potere e della corruzione non prendono le mosse da antropologie teologico-filosofiche, ma da una preliminare osservazione dei fatti, chiamati col loro nome. Così rispuntano armonie nascoste con Ambrogio e Agostino anche quando Papa Bergoglio ripete senza esitare che le guerre si fanno per risanare i bilanci di «economie idolatre», o quando – come fece nella sua visita a Cagliari – racconta il volto perverso dell'economia speculativa, che non ha remore a trasformare in disoccupati milioni di lavoratori. L'attuale vescovo di Roma, all'ultima udienza del mercoledì, ha detto che per le persone corrotte «sarà difficile andare dal Signore» mentre i mercanti di morte e i trafficanti di persone «dovranno rendere conto a Dio». Anche il vescovo della Mediolanum del IV secolo riservava parole corrosive alle ostentate opere di religione degli accaparratori: i ricchi – riconosceva Sant'Ambrogio «sono tristi, se non rapinano i beni altrui; rinunciano al cibo, digiunano, non per reprimere il peccato, ma per facilitare il crimine. Li puoi vedere allora venire in chiesa zelanti umili perseveranti, per meritare la riuscita del delitto».

Seguendo la pista indicata da Ambrogio nel suo De Nabuthae, lo guardo libero di Papa Francesco sulle dinamiche del mondo si incrocia con quelli di due grandi Papi del secolo scorso, che prima di arrivare alla sede di Pietro erano stati anche successori del Santo alla guida della Chiesa ambrosiana: Pio XI e Paolo VI. Il primo, con i toni profetici di Ambrogio, aveva raccontato già nella enciclica Quadragesimo anno di come «alla libertà del mercato è sottentrata l’egemonia economica; alla bramosia del lucro è seguita la sfrenata cupidigia del predominio e tutta l’economia è così divenuta orribilmente dura, inesorabile, crudele». Una rapacità divenuta sistema, che agli occhi di Papa Ratti aveva generato «da una parte il nazionalismo o anche l’imperialismo economico; dall’altra, non meno funesto ed esecrabile, l’internazionalismo bancario o imperialismo internazionale del denaro, per cui la patria è là dove c’è guadagno». Invece Paolo VI  nell’enciclica Populorum progressio aveva voluto appoggiare sulle parole del De Nabuthae la riaffermazione dei limiti al diritto di proprietà individuale: «Non è del tuo avere che tu fai dono al povero; tu non fai che rendergli ciò che gli appartiene. Poiché quel che è dato in comune per l’uso di tutti è ciò che tu ti annetti. La terra è data a tutti, e non solamente ai ricchi».

Così, nello spirito di una grande vescovo ambrosiano del passato, Papa Francesco ripropone quello che il sensus fidei ha sempre suggerito riguardo all'uso dei beni e delle risorse economiche. Mettendo indirettamente anche  in guardia gli apparati ecclesiali e clericali dall'appoggiare le proprie strategie sull'efficienza dei comitati d'affari.

martedì 20 maggio 2014