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venerdì 24 marzo 2017

Una Chiesa con le porte aperte



(Nicola Gori) Partirà dalle periferie per giungere al centro, nel nucleo civile e religioso di Milano. Quella di sabato 25 marzo sarà la prima visita di Papa Francesco alla città ambrosiana, che si è preparata da tempo ad accoglierlo. Alla vigilia dell’arrivo del Pontefice, ne parla in questa intervista all’Osservatore Romano il cardinale arcivescovo Angelo Scola.
Quale realtà troverà Papa Francesco? 
Il Papa viene per confermarci nella fede e nell’amore. Anche Milano e le terre ambrosiane, provate, come tutti, dall’attuale cambiamento d’epoca, ne hanno un gran bisogno. Una volta lasciati alle spalle Gesù Cristo e la Chiesa — il termine postcristianesimo è sempre più diffuso — ci si consegna alla tecnoscienza, cioè a un mix di scienza e di tecnologia per poter delineare la figura dell’uomo del futuro.

Non più la persona disegnata a tutto tondo dalla tradizione, capace di dare un senso al vivere e al morire, al gioire e al soffrire, all’amare e al lavorare, ma piuttosto, secondo l’inquietante formula del filosofo tedesco Marc Jongen, l’uomo come prodotto del suo stesso esperimento.
Cosa rappresenta per la città il quartiere delle Case bianche, da cui il Pontefice inizierà la visita?
L’attenzione del Santo Padre alle periferie è profondamente pedagogica. Privilegiando l’incontro con gli ultimi e con i più bisognosi, egli ci insegna il valore di ogni uomo. La cura dei poveri fa brillare il “per tutti” del Vangelo. Il cristianesimo abolisce ogni esclusione. Partire dalle periferie, inoltre, prima ancora che essere una scelta di campo sociologico, è la scelta di un punto di vista da cui guardare la realtà tutta intera.
Sarà la prima volta di un Papa a San Vittore. Quale situazione troverà e cosa fa la Chiesa in questo ambito pastorale?
Visitando i diversi istituti di pena di Milano mi è stato possibile toccare con mano alcuni importanti cambiamenti, ma certamente le condizioni di vita di San Vittore restano ancora molto dure: troppe persone da troppo tempo in attesa di giudizio, molti giovani, molti stranieri. Bisogna trovare delle modalità alternative di attuazione della pena, modalità tese al reinserimento. In ventisei anni di ministero episcopale, io non ho mai incontrato nessun detenuto colpevole che non riconoscesse l’importanza di espiare: il problema è espiare in maniera dignitosa, cioè riparatrice, per esempio cercando nuove forme di lavoro sia all’interno che all’esterno del carcere.
Il Papa ha sottolineato che Milano è una città che ha accolto in questi anni molti migranti. Come è impegnata l’arcidiocesi in questo ambito?
Penso ad esempio agli oratori milanesi e lombardi che accolgono tanti bambini musulmani, con quelle attenzioni particolari suggerite dal voler bene. Penso inoltre alle molte iniziative per aiutare profughi e migranti ad imparare l’italiano, a fare qualche lavoro, coniugando ascolto, formazione e aiuti concreti. Io sono sempre impressionato dall’impegno delle nostre Chiese, soprattutto dalle comunità ecclesiali del sud che ammiro.
Anche Milano ha i suoi “scarti” umani. Come accogliere l'invito del Pontefice a essere Chiesa in uscita?
Mi sembra che la chiave si trovi nell’assumere fino in fondo ciò che Papa Francesco non si stanca di ripetere: il cristianesimo si comunica per attrazione, non per proselitismo. Da come noi cristiani amiamo, lavoriamo, ci riposiamo, rispondiamo ai bisogni degli altri, viviamo la malattia e la morte, la prospettiva della vita eterna, siamo disponibili ad incontrare tutti e a costruire con loro... affiora un’umanità nuova che può toccare i nostri fratelli uomini. Proprio per questo le nostre comunità devono avere le porte aperte. Così noi possiamo continuamente uscire e vivere, nel quotidiano, il dono della fede davanti a tutti con tutti.
La città ambrosiana è legata al ricordo di Giovanni Battista Montini. Cosa è rimasto della sua eredità? 
Basti ricordare questa frase pronunciata da Montini agli inizi degli anni Trenta: «Cristo è un ignoto, un dimenticato, un assente in gran parte della cultura contemporanea». Incessantemente egli ci ha richiamato a superare la scissione tra la fede e la vita quotidiana.
La metropoli è capitale anche dell’economia italiana. Come coniugare la dignità umana e le dinamiche del profitto che spesso la negano? 
Siamo di fronte all’arduo problema della relazione tra finanza e produzione. Già Benedetto XVI si era spinto molto avanti parlando dell’urgenza di allargare i confini della “ragione economica” introducendo nell’economia il principio di gratuità. Il che non significa fare l’elemosina di tanto in tanto. Secondo Papa Ratzinger si tratta di modificare la concezione del lavoro non riducendone lo scopo all’equo profitto. Il principio di gratuità ha a che fare, per esempio, con il gusto delle cose fatte bene. Questo dovrebbe valere ancor più per la finanza, in quanto strumento che consente al mondo della produzione di avere, nel medio periodo, i mezzi economici necessari a far progredire le imprese, chi vi lavora, la società intera. Senza lasciare nessuno indietro.
L'Osservatore Romano

martedì 15 novembre 2016

La Misericordia e la libertà

Angelo Scola

di Robi Ronza

“Ho visto tante riflessioni nel corso di quest’anno sul rapporto misericordia/giustizia. Ne ho viste invece pochissime sul rapporto misericordia/libertà. Invece le tre categorie, secondo me, o sono tenute insieme o non si riesce a sciogliere il dilemma ultimo di come sia compatibile questa iniziativa prioritaria di Dio colla libertà dell’uomo”: è da qui che lo scorso 11 novembre ha preso le mosse a Milano la lezione magistrale con cui il cardinale Angelo Scola ha aperto all’Università Cattolica il convegno sul tema “Educati dalla Misericordia. Un nuovo sguardo sull’umano”, che aveva luogo non a caso a pochi giorni dal termine del giubileo della Misericordia. A partire da questa acuta e nient’affatto rituale osservazione Scola ha poi proceduto in quello che è certamente stato uno dei suoi più significativi tra i suoi interventi sul tema. La video-registrazione testuale della lectio - reperibile su Youtube, dove la si può raggiungere tramite il sito www.chiesamilano.it – merita perciò di venire attentamente ascoltata. 
Senza la pretesa (di cui quindi non c’è alcuna necessità) di offrirne qui un riassunto completo, ci limitiamo a rievocare in questa sede alcuni dei passaggi-chiave di tale lezione, con la quale il Cardinale ha inteso appunto approfondire l’intreccio irrevocabile tra misericordia, libertà e giustizia. Sottolineando che “la giustizia mette in campo innanzitutto la libertà dell’uomo perché domanda la sua capacità di decidere” Scola ha continuato affermando che “occorre liberare la categoria di misericordia dal ricorrente rischio di banalizzazioni per restituirle il suo pregnante statuto teologico e antropologico”. 
“Dio non può essere  parziale”, ha detto il Cardinale, “ossia arbitrario nel suo giudizio. Chi fa il bene fa il bene, chi fa il male fa il male”. La libertà che Dio ha dato all’uomo perciò stesso lo vincola. Quando si parla di misericordia di Dio di questo non ci si può dimenticare. In tale quadro, che perciò implica il giudizio, la misericordia di Dio si configura come il suo modo di assumere “le conseguenze serie dell’esercizio umano della libertà”. A questo cruciale passaggio del suo discorso, che la video-registrazione ci restituisce in tutto il suo fondamentale rilievo, e che invece resta un po’ in ombra nelle sintesi finora disponibili, segue un’analisi della situazione contemporanea che vede gli uomini assorbiti da  compiti così numerosi e così assorbenti da impedire loro  di “essere presenti a sé” e di “stare faccia a faccia con l’altro”. Scola non esita a dire che si tratta “quasi una caduta nella vita animale (…)” di “una perdita dell’umano pur in una situazione di nostalgia del bene”. Ne deriva un’ “esperienza di vuoto che non di rado attanaglia il nostro cuore di uomini post-moderni”. Conseguente “Ci è dunque sbarrata la strada al compimento di felicità, generatore inestinguibile della libertà dell’uomo?”. La cronaca, osserva il Cardinale, sembrerebbe confermare la risposta affermativa. Ma è proprio allora che «"Incipit Misericordia”, che inizia la Misericordia».
La pretesa cristiana, riannunciata incisivamente nell’Anno della Misericordia, riscatta e compie l’economia della libertà». La Misericordia, afferma Scola non è successiva al pentimento, “ma anzi lo precede, suscitando nel cuore dell’uomo una domanda che non si può eludere. Fonda allora la libertà in quanto rende possibile la consapevolezza della propria imperfezione”. Si creano allora le condizioni per il pentimento e per la domanda del perdono di cui è prototipo la parabola del Figliol Prodigo o del Padre Buono come adesso, ironizza il Cardinale, pare sia di rigore definirla.  E’ a questo punto che la libertà viene abbracciata dalla Misericordia. Che cosa è allora il perdono? Non è “far finta di nulla”: chi perdona vede bene la gravità del torto subìto e non lo sottovaluta, ma non cessa di amare cercando di imitare Gesù. Così, l’abbraccio del Padre, che è esercizio infinito di amore, rigenera ciò che è propriamente umano”.
«Misericordia e libertà sono co-protagoniste della storia, del destino personale di ciascuno di noi (…).Il Cardinale arriva così al cuore e alla conclusione della sua Lectio. «Il dialogo tra la Misericordia e la libertà è il contenuto permanente dell’esistenza di ogni uomo. La Misericordia del Padre suscita e accompagna la libertà umana qui, ora e sempre. Il perdono di Dio in Cristo, perciò, non è solo tenera cura, ma forza dirompente di Grazia, capacità reale di riscattare la vita umana attraverso la potenza vittoriosa di un amore che convince i cuori, perché vince il male con il bene e muove la libertà alla conversione”. Questo ci dà buoni motivi per non spaventarci per quanto abbiamo di fronte. La tenerezza di Dio e la Sua onnipotenza di salvezza sono all’opera nel mondo oggi. “Ecco perché non dobbiamo avere alcuna nostalgia del passato e vivere, in un’angoscia debilitante, i problemi del presente”, conclude Scola. In ogni momento e in modo misteriosamente efficace, la Misericordia raggiunge tutti gli uomini che fanno l’esperienza della fragilità e della colpa(…)”. Una lectio insomma davvero magistralis che aiuta a mettersi al riparo dalla pressione deformante di una certa cultura “laica” cui la misericordia testimoniata dalla Chiesa fa anche comodo, ma solo a patto di ridurla a un generico e zuccheroso “volemose bbene”.

giovedì 20 ottobre 2016

Se la differenza ...

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Avvenire
(Angelo Scola) «Si può dire che oggi non viviamo un' epoca di cambiamento quanto un cambiamento d' epoca. Le situazioni che viviamo oggi pongono dunque sfide nuove che per noi a volte sono persino difficili da comprendere. Questo nostro tempo richiede di vivere i problemi come sfide e non come ostacoli: il Signore è attivo e all' opera nel mondo». Queste parole, pronunciate da papa Francesco al Convegno ecclesiale di Firenze, offrono un prezioso suggerimento per guardare al grande travaglio che caratterizza questo inizio di Terzo Millennio. Se infatti per il cristiano, e generalmente per l' uomo religioso, è chiara la meta, la vita eterna verso la quale siamo fin da ora incamminati, nessuno può disporre in anticipo dei passi che a essa conducono. Non possediamo il futuro. Per questo ci abbandoniamo con ragionevole fede a Dio, che ne è il padrone, aderendo, attraverso le circostanze e i rapporti, al Suo disegno di bene per l' intera umanità. Questa lettura religiosa della storia, domanda un forte senso del passato, consente una sobria capacità critica del presente, e permette di guardare al futuro con una speranza affidabile. Uno degli aspetti più vistosi del «cambiamento d' epoca» di cui parla il Papa è il tumultuoso processo di mescolamento di popoli e culture in cui oggi siamo immersi. Questo fenomeno non è certo una novità nella storia umana: basti pensare a che cosa abbia significato, per limitarci al nostro continente, la migrazione dei popoli germanici per l' Impero romano. Ma l' evento è probabilmente inedito nelle sue dimensioni e nella rapidità con cui si sta imponendo. Secondo l' ultimo International Migration Report delle Nazioni Unite (2015), dall' inizio del nuovo millennio il numero dei migranti internazionali ha continuato a crescere, passando dai 173 milioni del 2000 ai 244 milioni del 2015. Per questo, afferma il rapporto, «nel sempre più interconnesso mondo odierno le migrazioni internazionali sono diventate una realtà che tocca quasi ogni angolo del globo, spesso rendendo obsoleta la distinzione tra Paesi d' origine, Paesi di transito e Paesi d' arrivo». Con quali parole definire un fenomeno di tale portata? Negli ultimi decenni si è parlato molto di globalizzazione, un concetto che sicuramente esprime bene la moltiplicazione degli scambi, materiali e simbolici, a livello planetario, ma che resta molto connotato in senso economico, tanto più se rischia di significare una «omogeneizzazione brutale delle differenze». Per questo, ormai più di dieci anni orsono, proposi di descrivere questo processo con l''ardita metafora' del «meticciato di civiltà e culture», da intendere come «mescolanza di culture e fatti spirituali che si producono quando civiltà diverse entrano in contatto ». La scelta di questa categoria ebbe in me il carattere di un' inventio intuitiva, provocata dalla domanda di un giornalista. Non è nata dallo studio della letteratura in proposito, ma piuttosto dai miei viaggi in Messico e, in particolare, dalla considerazione del carattere fortemente meticcio del popolo messicano. Essa nasceva anche dall' insoddisfazione che l' impiego di termini tradizionali come identità, dialogo, integrazione, multiculturalità e persino interculturalità continuava a produrre in me di fronte alla poliformità del processo. I processi storici sono anzitutto dell' ordine degli accadimenti e pertanto ultimamente imprevedibili e non dominabili. Tuttavia, per l' interazione e la durata dei fattori da cui sono costituiti, non solo possono essere sempre meglio conosciuti, ma anche, entro limiti non certo stabiliti a priori, orientati. Anche il processo di meticciato di civiltà e di culture, pur nel suo turbolento e spesso violento attuarsi, chiede di essere affrontato con questa positiva attitudine critica. Essa poggia ultimamente su un duplice fermo convincimento. Anzitutto l' aspirazione all' universalità e all' unità costitutiva del cuore dell' uomo, che è fatto per la verità. L' esperienza umana, comune a tutti gli uomini di ogni tempo e cultura, ne è la conferma più lampante. Ogni uomo e ogni donna, ogni giorno, vive di affetti, di lavoro e di riposo. Questi sono i simboli di un linguaggio dinamico universale che non cessa di affratellare la famiglia umana. E ne sappiamo bene la ragione. Essa, ed è questo il secondo convincimento, risiede nel fatto che un Padre ha aperto la sua dimora creando tutta l' umanità e, amorevolmente raccogliendoci da ogni dove, ci sta riportando nella sua casa dalle porte aperte. Dio guida la storia con un preciso disegno, cui le movenze contraddittorie della nostra libertà e la potenza della libertà del maligno non possono, alla fine, resistere. Egli vuole che tutti gli uomini siano salvati, li vuole 'figli nel Figlio'. L' umana avventura della libertà di ogni singolo e di ogni popolo non fa che mostrare la profondità dell' amore di Dio che ha scelto, per comunicarsi, di passare, con la croce di Cristo, attraverso la libertà finita e il suo continuo vagabondare. Questo stato di cose ci chiama alla responsabilità del faticoso lavoro di lettura delle circostanze storiche. Una lettura che non può mai evitare l' autoesposizione testimoniale. Religioni e culture, nella loro insuperabile polarità di universale e di particolare, stanno dentro questo disegno unitario. Anzi, lo esaltano nel gioco delle differenze che, per la potenza dell' evento trinitario, si danno ultimamente solo nell' unità. Per un cristiano l' unità, e perciò l' universalità, è l' alfa e l' omega della storia perché non teme la differenza, dal momento che essa vive in modo perfetto e non contraddittorio nello stesso supremo fondamento ( Trinità)

mercoledì 31 agosto 2016

Un profeta e un testimone



Il cardinale A. Scola ricorda il suo predecessore Carlo Maria Martini, "un profeta e un testimone"
Diocesi di Milano

Testo dell'omelia dell'arcivescovo di Milano card. Angelo Scola in occasione del quarto anniversrio della scomparsa del cardinale Carlo Maria Martini.
1. Giovanni, un testimone e un profeta
«Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che portano vesti sontuose e vivono nel lusso stanno nei palazzi dei re. Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta» (Vangelo, Lc 7, 24-26).
Per tre volte Gesù ripete insistentemente la domanda: che cosa siete andati a vedere? Insiste su questo verbo concreto. Non chiede che dottori avete ascoltato, che cosa avete imparato… Ma: che cosa avete visto, chi avete incontrato? 
All’uomo, tanto più all’uomo di oggi – come acutamente ricordava già Paolo VI –, non basta ascoltare parole anche sapienti, egli ha sete di incontrare testimoni.
Quindi, parlando di Giovanni alle folle, Gesù ne sottolinea la singolarità della statura di testimone e di profeta (uno che, esponendosi e pagando di persona, fa brillare la verità) e apre al futuro.
Non possiamo non riconoscere, nel richiamo al tema della testimonianza e della profezia del Vangelo di oggi, una provvidenziale assonanza con il magistero e con l’azione pastorale del Cardinal Martini che oggi ricordiamo a quattro anni del dies natalis.
2. I tratti della carità
In particolare, in quest’Anno Santo che papa Francesco ha voluto dedicare alla misericordia di Dio, ho visto emergere questi tratti nella celebre Lettera pastorale Farsi prossimo. Essi possiedono un carattere di attualità sia a livello ecclesiale, soprattutto per la nostra Chiesa, sia a livello civile, soprattutto per la metropoli di Milano e per le terre ambrosiane, ed infondono energia ed indirizzi per attraversare, carichi di speranza, la fase di travaglio che stiamo vivendo. Fase che presenta qualche analogia con la Lettura sulle vicende dei Maccabei che abbiamo ascoltato.
Afferma il Cardinal Martini: «La carità è un dono che dobbiamo implorare con umile fiducia, ma anche per insinuare che il fatto indiscutibile, che deve sferzare più fortemente la nostra inerzia, è l'immensità dell'amore di Dio». «Quando un'azione è interiormente animata dal dinamismo della carità, colui che la compie è portato a chiedersi: perché agisco così? […] Chi sono io che agisco in questo modo? Chi è il fratello a cui mi dedico? Qual è la sua più profonda dignità? Qual è il vero bene che gli debbo volere? [...] Carità e verità si cercano reciprocamente». Questo ci permette di comprendere la dimensione culturale della fede chiamata a comunicarsi attraverso la carità e le opere di misericordia. La carità infatti comporta una precisa visione dell’uomo e del senso del suo agire. E ancora, incalza il Cardinale: «Il vero valore non è la condizione povera in sé e per sé, né la lotta per venirne fuori, ma quel potenziale di amore che si può sviluppare nel viverla o nell' uscirne. Ed è la sapienza della fede, interna alla carità, che ci dice di volta in volta quando e come viverla e quando e come uscirne».
Da qui scaturisce il provocante richiamo del Cardinale Carlo Maria: «Dietro la fretta del sacerdote e del levita si nasconde una realtà più grave, cioè la paura di impegnare la propria persona» (Farsi prossimo, Lettera pastorale per l’anno pastorale 1985/86, passim). La misericordia urge in tal modo la nostra libertà all’impegno.
Ringrazio i familiari, la Fondazione Carlo Maria Martini e quanti tra il popolo dei fedeli ne mantengono viva la memoria. E lo fanno certo con tanto affetto, ma soprattutto col desiderio di immedesimarsi nella sua testimonianza di Gesù Cristo. Sono anche lieto di ricordare che il polo museale formato dal Museo diocesano e dal Chiostro di Sant’Eustorgio prenderà ufficialmente il nome del Cardinale Carlo Maria Martini. Mi preme anche citare l’uscita del secondo volume dell’Opera omnia e di un documentario sulla figura dell’Arcivescovo. 
Voglio concludere leggendovi un pensiero autobiografico del Cardinale che un fedele mi ha fatto pervenire in questi giorni. Lo affido a voi nella certezza che vi sarà di realistico conforto come lo è stato per me. 
«Signore Dio, mi hai condotto per anni con pazienza e bontà tra molte sorprese e non poche fatiche; ho vissuto giorni di festa e giorni di pianto; ho avuto tanto da fare ed è stato talvolta così spontaneo cedere alla pigrizia che ho finito per dimenticare il perché delle cose e troppo di rado ho ritrovato l’umiltà e la fede per dirti il mio grazie. Gli anni che passano mi rendono un poco più saggio e pensoso: aiutami ad amare la vita e a renderti sempre grazie per i giorni che mi regali, aiutami a non arrendermi all’amarezza che critica tutto, all’avidità che s’attacca alle cose, alla tristezza che s’affligge per nulla. 
Dammi un po’ di salute, perché possa essere ancora utile; ma dammi anche la fortezza e la pazienza, se la salute viene meno. 
Dammi una fede forte per essere fedele alla preghiera, limpido nella testimonianza, sereno nella prova, vigile nell’attesa del grande incontro con te, che vivi e regni nei secoli dei secoli...». 
Per questo, riuniti nella preghiera per il Cardinale Carlo Maria, possiamo con tutta la Chiesa domandare con speranza certa per lui al Padre, in Cristo Gesù, di «assegnare in cielo un posto di singolare splendore a coloro che in terra hai chiamato alla guida della tua Chiesa» (Prefazio).

giovedì 4 agosto 2016

La tragedia di un Dio diventato utopia



Il Foglio
(Matteo Matzuzzi) Il valore del martirio cristiano nel cuore d’Europa, il travaglio dell’occidente, l’estremismo che non è causato dai soldi, il legame tra religione e ideologia. Intervista alcardinale Angelo Scola --  “La tremenda uccisione di padre Jacques Hamel significa che il martirio del sangue è ritornato in Europa, e questo è un fatto su cui è necessario riflettere in profondità da parte di tutti, a cominciare da noi cristiani”. 
Il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, parte dall’ultima di quelle “tragedie terribili e insopportabili” per riflettere con il Foglio sul rapporto tra le religioni, l’occidente travagliato, la chiesa in Europa che pare assopita e il ruolo della fede nel contesto attuale. Sullo sfondo ci sono gli ottanta e più morti di Nizza e gli attentati in Germania, fino al sacrificio dell’anziano sacerdote di Rouen. Non sarà una guerra di religione, non c’è uno scontro tra fedi che si contrappongono coltello in mano, ma “il problema delle derive violente del fondamentalismo religioso va ben interpretato”, sostiene Scola. “La mia tesi è che quando l’ideologia (di qualunque origine essa sia) ‘parassita’ la religione presto o tardi, inevitabilmente, si assiste a una deriva radicale dell’esperienza religiosa. Questa può raggiungere gli estremi del terrorismo, ma anche quelli di uno svuotamento interiore della religione, che annulla la sua costitutiva e universale apertura alla totalità del reale. La religione diventa così uno strumento in mano ai poteri dominanti. Si capisce molto bene l’affermazione del Santo Padre ed è del tutto condivisibile. Nella mia esperienza con la Fondazione Oasis, incontrando musulmani di tutto il mondo, ho constatato di persona un equivoco molto diffuso. Quello di pensare che, a partire dal peso straordinario che ha il Corano e dal problema delicatissimo della sua interpretazione, l’islam sia una sorta di coperta che tiene dentro tutto. Invece ci sono molti islam. Ben inteso, questo non significa ridurre l’urgenza di interpretare i fondamentalismi religiosi violenti. E non aiuta a compiere questo lavoro mettere la sordina alla potenza del cristianesimo, fenomeno a cui da qualche decennio purtroppo assistiamo in Europa. C’è una frase di Balthasar che mi colpisce sempre: ‘In tutte le epoche si cerca di ridurre il cristianesimo in modo tale che la ferita che Cristo ha inferto alla storia si possa chiudere. Non è possibile, continuerà a suppurare’. Possiamo dire che oggi in Europa l’impossibile impegno a chiudere la ferita è particolarmente perseguito. Anche, purtroppo, con molta colpa dei cristiani”.
Scola ritiene che si debba rinnovare la pratica della vita cristiana. “Diventa fondamentale, anche dal punto di vista delle nostre chiese in Italia, sviluppare la coscienza della pertinenza della fede all’esistenza di tutti i giorni, della sua capacità di ospitare tutta la realtà. E’ importante, per esempio, essere presenti negli ambienti, non intesi solo come luoghi, ma come generatori di mentalità. E’ importante il lavoro della parrocchia, ma non basta la Chiesa del ‘campanile’ o del ‘campanello’. Qualcosa mi sembra si stia muovendo in questo senso. E’ un inizio di cammino, ma c’è. E’ un segno. La situazione di grande travaglio – che durerà – non ci fa perdere la speranza”.
Quanto all’idea che le religioni sarebbero sempre fonti di pace e la responsabilità della loro trasformazione in fattore di guerra ricadrebbe sui politici o sul capitale “è una tesi che non regge sempre”, dice il cardinale. “Di sicuro resta il tema del parassitismo, ma io parlo dell’ideologia e non della politica, e ne parlo nel senso marxiano della parola, cioè di un modo di dire le cose coprendo la loro radice, quindi di un’impostura in ultima analisi. Che poi diventa utopia. Quando il pregiudizio investe gruppi sempre più larghi e si cristallizza, diventa ideologia e quasi sempre l’ideologia diventa utopia. Non è vero – sottolinea – che la colpa è sempre della politica. Qui si apre la questione del potere. Non si regge una società senza potere, e la politica deve gestire il potere. Il punto è comprendere quale considerazione il potere debba avere dell’umano. Cosa mi aspetto dall’altro? Che natura vuole avere la mia relazione con tutta la realtà in questa fase storica? Forse ci può aiutare proporre una distinzione. Il potere – osserva – deve trovare la sua sorgente nella potestas, nel senso di autentica autorità. La potestas, che è quella che Gesù ci ha mostrato sulla croce pagando al posto nostro, è quella di padre Jacques, dei monaci di Tibhirine. Penso alla frase straordinaria che disse il priore al monaco spaventato di fronte al rischio di essere assassinato: ‘Tu la tua vita l’hai già data entrando qui’. Il cristiano, colui che è rinato immergendosi nella morte e risurrezione di Gesù nel battesimo, non può non mettere in preventivo questa situazione di martirio. Certo, non si può dire senza tremore, ma la mia vita l’ho già data se sono cristiano”.
In questo senso, dice il cardinale Angelo Scola, “è urgente recuperare tutti i contenuti specifici dell’esperienza cristiana. Pensiamo, ad esempio, a tutti i misteri della vita eterna –  cioè morte e giudizio e inferno e paradiso – che si concentrano in Cristo morto e definitivamente risorto. Il fatto che noi veniamo al mondo per non finire più è determinante. Cristo è l’eterno che entra nel tempo e rende il tempo un segno dell’eterno. Queste cose bisogna ricominciare a viverle e quindi a dirle. Non come affermazioni teoriche, ma come descrizione del contenuto più profondo e quotidiano dell’esistenza cristiana. E poi, per quanto riguarda la costruzione sociale, io insisto nel dire che non esiste da una parte la mia esperienza di fede e dall’altra le sue conseguenze, bensì esistono delle implicazioni della fede. Faccio un esempio sapendo di non essere politicamente corretto. Ho spesso ripetuto ai giovani che la fatica che si fa a pensare la differenza sessuale, l’insuperabilità della differenza sessuale, scaturisce dal fatto che non si pensa più la Trinità. Il tema della differenza come originaria e buona è stato introdotto in occidente per pensare la Trinità. Un genio come Romano Guardini diceva che per imparare a costruire una società civile adeguata si dovrebbe guardare alla Trinità. In essa, infatti, troviamo la pienezza della comunione (l’identità di natura) assieme all’assolutamente insuperabile singolarità di ogni persona (la differenza delle persone). San Tommaso diceva che nella Trinità c’è il massimo della differenza, ma è una differenza che vive nell’unità della sostanza. E questo, senz’altro, può aiutarci molto a pensare cosa sia la società, superando individualismi e collettivismi di vecchio stampo. Noi cristiani dovremmo mostrare di più questo nesso”. Alla fine, “lo scandalo della modernità si concentra qui: come può, diceva Lessing, una realtà storica particolare – Gesù Cristo – essere il senso di tutto? Chi ci farà superare quest’orribile fossato che da più di duemila anni ci separa da Cristo? La società civile avrebbe molto da imparare da come la Chiesa vive la sua sinodalità, fatta di universale e di particolare, ultimamente radicata nel Collegio dei successori degli apostoli con Pietro e sotto Pietro. Penso – dice l’arcivescovo di Milano – che in Italia (ma non solo) è viva una dialettica tra il ridurre la fede a una religione civile (tesi che io capisco soprattutto per i non credenti) e dall’altra parte il ridurla a un puro annuncio della croce, alieno all’umana esperienza (una posizione che io chiamo di ‘cripto diaspora’). Per uscire da queste due visioni dominanti ma limitate, bisogna battere la via del crinale, che è la via dell’implicazione: far vedere il nesso tra i misteri vissuti della fede (la Trinità, l’incarnazione e la redenzione, il dono dello Spirito, il mistero della Chiesa…), che si documentano nell’umanissima (universale) esperienza cristiana, e la realtà concreta, cioè la trama di circostanze, relazioni e situazioni che costituisce l’umana esistenza. Gesù è venuto, dice sant’Agostino, per essere via alla verità e alla vita”.
Eppure, paradossalmente, Nizza, Rouen, e la sequela di stragismo fondamentalista, “possono essere l’inizio di un risveglio sia per l’Europa, sia per la nostra coscienza. Dobbiamo leggere tutto questo all’interno del disegno di Dio e comunicare la fondatezza di questa lettura a tutti gli uomini. Io parlo di ‘pro-vocazione’ nel senso che la verità è qualcuno che mi viene incontro e mi chiama. Dobbiamo fare di tutto, dinanzi a queste tragedie per non lasciar cadere questa pro-vocazione. Sullo scenario della storia c’è la libertà di Dio, la libertà dell’uomo e la libertà del maligno. Le tre si intrecciano, anche se non tutte e tre hanno lo stesso peso ovviamente. Gesù ha risolto l’enigma dell’uomo vincendo il male, ma bisogna che ognuno di noi aggiunga nella sua persona ciò che manca ai patimenti di Cristo E cosa manca? Il proprio sì, l’accoglienza del dono della misericordia. Questo puoi farlo solo tu”.
Guardando al martirio di padre Hamel, al cardinale Scola viene in mente la citazione con cui l’arcivescovo di Parigi, il cardinale André Vingt-Trois, ha iniziato la sua omelia a ricordo del prete assassinato. “Ha citato Geremia quando rivolgendosi a Dio dice ‘Tu sei diventato per me un torrente infido, dalle acque incostanti?’. Come a chiedere, ‘Sei un’ombra o sei veramente tra noi?’. Dal punto di vista cristiano mi chiedo cosa ci voglia dire Dio attraverso un fenomeno storico, quello del martirio, che non si verificava in occidente dalla Seconda guerra mondiale. Anche qui veniamo messi davanti alla nostra vocazione per interrogarci su cosa stiamo facendo di Cristo o della visione della vita che vogliamo seguire e attuare. L’uomo non può vivere senza un senso, senza un significato, senza una direzione di cammino. Il senso della vita cristiana è Gesù Cristo, e padre Jacques ha dato la vita per questo. E l’ha data con enorme dignità, non piegandosi a inginocchiarsi davanti ai suoi assassini. In questo tragico contesto – ripete l’arcivescovo di Milano – ci sono segni di grande speranza. Sono stato a Cracovia e ho visto lo stile di partecipazione di tante centinaia di migliaia di giovani alla Giornata mondiale della Gioventù, il modo con cui hanno accolto ciò che il Papa ha detto loro. Sono una risposta dei cristiani a quanto sta accadendo”.
Una luce in una realtà che appare avvolta da tenebre sempre più fitte che attanagliano l’Europa: “Sono profondamente convinto che se guardiamo dal punto di vista socio-politico al grande travaglio dell’occidente – preferisco parlare di ‘travaglio’ e non di ‘crisi’ – vediamo che i problemi dell’Europa sono legati a un riemergere dei nazionalismi (forse troppo precipitosamente liquidati), al terrorismo, a un certo modo di affrontare l’immigrazione, alla finanza e alla politica. Sono come chiavi che vanno rimesse in gioco”.
A questo punto, però, sorge una domanda ulteriore: “Mi chiedo, all’interno di questa situazione di travaglio, qual è il contributo che gli uomini delle religioni devono dare per la ripresa dell’Europa. Perché sono molto convinto che questo sia un contributo dovuto e decisivo. Le implicazioni non sono piccole, penso ad esempio alla necessità di ridiscutere radicalmente la concezione cosiddetta ‘francese’ di laicità dello stato. E’ arrivato il momento di farla finita con la neutralizzazione di ogni religione e di ogni etica sostantiva. Le religioni non vanno pensate – come sostiene da anni per esempio il sociologo Donati – come soggetti che cerchino tutele (se non quelle dovute a tutti), ma come realtà vitali capaci di sviluppare una soggettività pubblica, liberamente assunta e il più possibile cordialmente dialogata. In quest’età post secolare in cui, con la modernità, è stato abbandonato il riferimento a Cristo come senso di un cammino, bisogna riconoscere che tutti i tentativi fatti per sostituirlo sono falliti. Basti rifarsi al discorso del crollo delle grandi narrazioni. Io credo però che si debba – pazientemente e partendo dal concreto – attraverso un dinamismo di riconoscimento reciproco e di narrazione costante, ricostruire una direzione unitaria di cammino”. Che non è quello di limitarsi a citare in modo vacuo e vago i valori europei, i princìpi che accomunano i popoli del continente, classico refrain che si sente dopo ogni attentato che miete vittime sul suo territorio. “Sono convinto – dice Scola – che è importante riprendere, anche descrittivamente, tutte – è in questo senso è necessario non escludere nessuna – le radici dell’Europa. Però, poi, partendo dalle esigenze concrete del presente bisogna guardare al futuro. E’ chiaro che il cristianesimo è stata la radice portante dell’Europa. Ma vi sono anche le radici anteriori: Roma ha assunto la Grecia, Gerusalemme. Ci sono le varie realtà germaniche, galliche e pre-celtiche. E, a posteriori, quelle della modernità e dell’illuminismo, senza escludere la cosiddetta matrice socialista. Questo è certo e rimane. Oggi il cristianesimo si gioca dentro una realtà interculturale e interreligiosa, e quindi deve essere un co-agonista, che in Europa può anche essere il protagonista del lavoro che tutte le religioni e tutte le mondovisioni sono chiamate a fare”.
Tutto questo si inserisce in uno scenario in cui la Chiesa, in Europa, dà spesso un’immagine di spossatezza, quasi fosse rassegnata a essere sempre più minoritaria. Che fare? “Le comunità cristiane europee appaiono stanche, è vero, ne ho parlato più volte. Il primo contributo che il cristiano può dare è di essere se stesso, e padre Jacques ce l’ha dimostrato quando quel mattino è andato incontro al martirio. Questo è fondamentale. E il principio della riforma della Chiesa è la conversione alla santità. Qui sta la sua vera radice. Tutti sappiano che non è sufficiente la pur necessaria riforma di istituzioni e strutture. Gli strumenti utili siano benvenuti, ma prima di tutto bisogna essere se stessi. In secondo luogo, dobbiamo farci promotori seri di una continua proposta circa il bonum di una vita associata e quindi circa il bene dell’Europa. E qui bisogna guardare a qualcosa che ha dato inizio all’Europa dopo la tragedia dei due conflitti che hanno definitivamente consumato il tragico impatto delle guerre di religione. Mi riferisco al realismo del partire dal concreto (il carbone e l’acciaio), e partendo da lì far emergere il gusto della vita che molti di noi battezzati non hanno più. Io legherei il discorso che McIntyre faceva sulle minoranze creative alla capacità di innervare il resto del popolo che sicuramente, e non solo nelle regioni latine, è ancora presente. E in maniera diversa lo è anche nei paesi più secolarizzati, benché questa parola oggi voglia dire molto poco”.
Rifarsi al sensus fidei, dunque? Sì. “Nella mia venticinquennale esperienza di vescovo noto che il nostro popolo mantiene un sensus fidei che definirei quasi naturale. Quando vado in visita pastorale, sono solito tenere un’assemblea pubblica dove la gente fa sempre domande sostanziali: affetti, amore, giovani, lavoro, giustizia, morte, aldilà… Manca ciò che con grande genio profetico aveva intuito Paolo VI (allora solo mons. Montini) già nel 1934, quando disse che la ‘cultura italiana ha già messo da parte Gesù Cristo’, facendo vedere ciò che sarebbe successo, cioè che questa posizione presto o tardi – soprattutto attraverso i mass media – avrebbe intaccato il popolo. Montini parlò della separazione tra la fede e la vita. Ecco, c’è la necessità di ridare sostanza all’esperienza personale della fede per ridare corpo di vera comunione alla Chiesa. E qui arriviamo alla proposta che il Santo Padre ha fatto con forza, che è quella della Chiesa in uscita. Non bisogna ridurla sociologicamente. Queste periferie sono le periferie dell’umano, che sono certo anche sociologiche. Se penso alla mia Milano, ho visto situazioni di degrado a macchia di leopardo in molti quartieri, che sono affrontate con enorme generosità sia da cristiani sia da laici. Però manca ancora un nesso tra carità e cultura, e il Papa quando parla di una visione teologica della povertà intende rifarsi proprio a questo nesso. Siamo entrati – sottolinea l’arcivescovo di Milano – in una fase di riforma della Chiesa e questa deve partire dalla proposta chiara della bellezza di seguire Gesù fatta a tutti, soprattutto ai giovani, del peso dato ai laici attraverso la famiglia intesa come soggetto attivo di annuncio, e di un’assunzione del ministero sacerdotale e della vita consacrata in termini di essenzialità. E’ necessario un ritorno alla semplicità. C‘è un bellissimo libro di Balthasar, La semplicità del cristiano, che dovremmo riscoprire. Il nostro tempo ha bisogno di santi semplici, perché siamo troppo complicati, e lo dico pensando a me”.
Torna, dinanzi allo scenario nel quale siamo immersi, il tema del crollo delle evidenze, “che incide molto nel travaglio dell’occidente, ma dobbiamo domandarci perché è avvenuto questo crollo”, spiega Angelo Scola. “E’ avvenuto non soltanto perché la modernità ha tentato di declinare le evidenze in maniera diversa (dando anche un contributo: penso al tema del soggetto e dei diritti ad esempio). Le evidenze sono entrate in crisi perché sono diventate pure parole, come le carte dei diritti dell’uomo: un bell’elenco. Io parlo più volentieri di libertà realizzate. Ovviamente intendo libertà nella verità. Non ho paura di usare questa parola che molti resistono a utilizzare. La verità, per me, è qualcuno che viene al nostro incontro, che muove la nostra libertà. La verità non è un insieme di formule. Siamo in un’Europa in cui la complessità ci ha spinti a scegliere la strada della tecnocrazia e della burocrazia per trovare soluzioni. Dobbiamo invece tornare al soggetto. Se io non trovo una ragione per ripartire ogni mattina, il mio compito diventa solo un ruolo, il mio amore solo un’autoaffermazione. E il ruolo inesorabilmente decade in burocrazia e l’autoaffermazione in isolamento. Non c’è respiro. Il cristianesimo si trova nei santi e nei fedeli semplici”.
La strada, alla fine, è quella che porta alla riscoperta del soggetto, dice Scola: “Uno dei motivi del crollo delle evidenze è “mancare” la realtà. Immaginare in termini fittizi la realtà, tagliare via dei pezzi di realtà, nell’illusione di potersi meglio accomodare. Chi vuol essere l’uomo del Terzo millennio?  Vuol essere un uomo capace di non lasciare cadere nulla del reale?”.
fonte

sabato 25 giugno 2016

Celebrazione della memoria di San Josemaria… Omelia del card. Scola (2013)

Buongiornissimo! Domani è la festa di San Josemaría Escrivá. Mi è stata segnalata quest'omelia del Cardinal Scola durante la S.Messa di San Josemaría del 2013. Un'omelia forte e chiara che mi fa piacere divulgare.
Corigliano

giovedì 28 gennaio 2016

Milan l ' è un gran Milan

famiglia

Il cardinale Angelo Scola, oggi giovedì 28 gennaio, è stato al Centro pastorale di Seveso, dove ha incontrato 350 preti per riflettere sull'identità del sacerdote e sul servizio nelle comunità cristiane. Nella pausa dei lavori tante le occasioni di conversazione tra l'Arcivescovo e i preti anche sul tema della famiglia. Il portale della Diocesi di Milano www.chiesadimilano.it lo ha intervistato.
«Molti di loro mi hanno chiesto - spiega il cardinale Scola - un parere sul disegno di legge sulle unioni civili che presto sarà all'esame del Parlamento e sulle manifestazioni pubbliche in programma in questi giorni. Il pronunciamento del cardinale Angelo Bagnasco in sede di Consiglio Permanente Cei con molta chiarezza e pacatezza mostra qual è la posizione che noi sentiamo più adeguata: la famiglia è il rapporto stabile e aperto alla vita tra l'uomo e la donna che - oltre ad approfondire l'amore tra i coniugi - si fa carico dell'educazione dei figli, genera vita e si prende cura di due differenze fondamentali, la differenza sessuale e quella tra le generazioni. Inoltre, la differenza sessuale nella coppia genitoriale è insostituibile per il figlio. I cristiani e i vescovi su questo si stanno esprimendo all'unisono».
Manifestare in piazza o no: che posizione deve assumere un laico cristiano?
Una precisazione: viviamo in una società plurale, in cui si esprimono mondovisioni molto diverse tra di loro, spesso in contrasto. In una simile società è doveroso che ogni soggetto proponga a tutti gli altri qual è secondo lui l'ideale della società, in particolare a proposito di cosa è famiglia. Scandalizzarsi perché cittadini manifestano è profondamente sbagliato. Certo, occorre poi distinguere qual è la responsabilità dell'episcopato rispetto a quella dei fedeli laici, ma di fronte alla manifestazione in programma sabato ci troviamo davanti ad un dato di fatto positivo. Sono certo che dal raduno al Circo Massimo usciranno ragioni adeguate e l'apertura al confronto. Nella nostra società plurale occorre narrarsi e lasciarsi narrare.
Serve una legge sui diritti per le unioni omosessuali?
Anzitutto bisogna evitare che l'istituto familiare, che ha una sua identità e fisionomia precisa, venga non solo sminuito ma anche offuscato da nuove leggi. Questo non significa non riconoscere alla persona omosessuale i diritti che devono essere oggettivamente dati. Questi diritti però devono andare anzitutto alla persona, il più possibile, e garantire la persona stessa. E molti di questi diritti sono già identificati dalle leggi vigenti. Due i punti che comunque devono essere evitati: costruire un impianto di legge che ricalchi l'istituto familiare e ammettere la stepchild adoption, via per giungere massicciamente all'adozione - attraverso la pratica dell'utero in affitto - dei figli per le coppie omosessuali. Corriamo due rischi, il dissolvimento della società e al tempo stesso di mettere al mondo figli orfani di genitori viventi. Il legislatore deve tenere conto di questi dati.
Molti, criticando la posizione cattolica, sostengono che «basta che ci sia l'amore» e «meglio l'adozione alle coppie omosessuali che lasciare i bambini negli orfanotrofi...»
Basta intendersi su cos'è l'amore. C'è unità indivisibile tra differenza sessuale, relazione con l'altro e fecondità. Questo elemento è oggettivo, pena non essere capaci di assumere la realtà così come è. Concedere l'istituto dell'adozione anche alle coppie omosessuali, adducendo come motivo la presenza dei bambini negli orfanotrofi, mentre segnala un problema serio utilizza un drammatico caso particolare per introdurre regole complessive. E questo nella storia, come nel caso dell'aborto, è già accaduto…
Se su questi temi i cattolici esprimono la propria opinione spesso vengono accusati di ingerenza, mentre la manifestazione di convinzioni opposte - di certo molto più presenti sui media - è ritenuta legittima...
Questo è segno dell'assenza dei cattolici dall'agone pubblico, a seguito della crisi politica del 1992. Il cattolicesimo politico è finito (non è detto che sia un male), ma i cristiani devono giocarsi in questo ambito, portando il senso della comunanza e del bene di tutti, senza spirito di egemonia ma con autentico spirito di servizio. Una società come la nostra ha bisogno del confronto instancabile e appassionato. A questo proposito, cito un caso esemplare: sono molto contento del lavoro del comitato scientifico dei Dialoghi di vita buona, dove persone con posizioni religiose, filosofiche, sociali e culturali differenti, si confrontano per cercare la possibilità di vita buona che abbiamo in comune.
La Stampa

martedì 17 novembre 2015

Collège des Bernardins. Conférence Internationale COP21. Le Christ et l’univers (Intervento del Cardinale Angelo Scola)



Dal 30 novembre all’11 dicembre Parigi ospiterà la XXI Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Cop 21). L’obiettivo è quello di concludere, per la prima volta in oltre vent’anni di mediazione da parte delle Nazioni Unite, un accordo vincolante e universale sul clima, che venga accettato da tutte le Nazioni.
Sui risvolti filosofici e spirituali della “conversione” ecologica interviene il Collège des Bernardins di Parigi, antico collegio cistercense, oggi cenacolo culturale e luogo di dialogo, confronto e formazione, che da ottobre ha promosso una serie di incontri preparatori a Cop 21, che si concluderanno a dicembre. A uno di questi appuntamenti, martedì 17 novembre, ha partecipato il cardinale Angelo Scola, già in passato ospite e relatore alle iniziative del Collège des Bernardins. L’Arcivescovo di Milano è intervenuto con una relazione dal titolo «Le Christ et l’univers».

Intervento del Cardinale Scola 

I
«Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono…; eppure il Padre vostro celeste li nutre» (Mt 6,26).
«Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro» (Mt 6,28b-29).
«Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”… Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisognoCercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6,31-33).
Senza dubbio per il cristiano il modo più adeguato per parlare di ecologia, ambito in cui si colloca anche la questione climatica, è immedesimarsi con lo sguardo di Gesù sul creato. Sono assai numerosi i testi che lo documentano.
A quello citato dal Vangelo di Matteo Sören Kierkegaard ha dedicato uno dei suoi “discorsi edificanti” dal titolo Il giglio nel campo e l’uccello nel cielo[1]. Egli arriva a dire che dobbiamo considerare «sul serio il giglio e l’uccello come maestri»[2] perché il Vangelo non è né talmente spirituale da non potersi servire del giglio e dell’uccello, né così terreno – come suggerisce Padre Marie-Joseph Le Guillou – da non lasciare intravedere un livello ad un tempo realistico e contemplativo. È impossibile ridurre lo sguardo di Gesù sulla natura a poesia o a lirica.
Quel che possiamo imparare resta decisivo per noi uomini post-moderni. Cosa ci insegnano dunque il giglio del campo e l’uccello nel cielo? A cercare prima il Regno di Dio e la sua giustizia, insiste il Vangelo di Matteo. Un atteggiamento che ci conduce a scoprire dietro ogni essere l’atto libero di Dio che crea il mondo. Allora quello che il creato ci fa è un discorso pieno di saggezza.
Da esso gli uomini, che hanno il dono del linguaggio, possono imparare l’amore. L’amore è intessuto di rispetto, perché “possiede nel distacco”.
Nel distacco rispettoso del creato lo sguardo di Cristo ci insegna a far spazio a Dio, al suo regno, cioè al Creatore e alla sua opera di giustizia verso tutte le creature che perciò ci diventano familiari. In questo amore, che non conosce timore, si concentra anche tutta la questione ecologica. Per dirla con Papa Francesco la «spiritualità ecologica»[3] è rispetto di ogni creatura, della sua durata, del suo proprio ritmo. Un rispetto che lascia l’altro essere se stesso. Perfino nella Trinità, circolarmente, l’amore carico di rispetto custodisce il reciproco “lasciar essere” delle tre Persone, nella più radicale delle differenze che vive nella più piena unità. 
II
Da me non aspettatevi che faccia una sorta di slalom tra gli stretti paletti della tortuosa pista della questione climatica. Non solo perché me ne manca la competenza, né perché il dibattito è molto più complesso di quanto una certa vulgata voglia farci credere. Per questo vi rinvio alla Lettera enciclica “Laudato sì’” di Papa Francesco, all’Appello del 26 ottobre u.s. di Cardinali, Patriarchi e Vescovi, Rappresentanti delle Conferenze Episcopali continentali, delle diverse parti del mondo, indirizzato al COP21 e a quello, recentissimo, dei Vescovi COMECE. Ciò che più mi sta a cuore è l’evangelico venir prima del Regno di Dio e della sua giustizia. Mi interessa lo sguardo di Gesù sul creato che vede, con amore pieno di rispetto, tutte le cose in trasparenza. Il Suo sguardo ci domanda una conversione radicale alla custodia del creato, indipendentemente dal livello e dalle cause del suo degrado, comunque a tutti noto.
Siamo in miliardi noi uomini a vivere sul nostro bel pianeta, che non è né l’ “olistico gaia vivente”, né un puzzle di tessere confuse in un insieme caotico. E tutti siamo chiamati a guardare l’intero cosmo come Gesù guarda il giglio nel campo e l’uccello del cielo. È superfluo aggiungere che è un compito per il presente e per il futuro, per la nostra e per le prossime generazioni.
In quest’ottica, mi preme anzitutto dire, a partire dalla questione climatica, che il superamento del deprecato dualismo tra antropocentrismo e biocentrismo esige l’affermazione di un principio unificante teorico e pratico, il solo che, senza annullare le diversità, può frenare le perniciose conseguenze di un rapporto distorto tra l’uomo, la famiglia umana ed il creato[4].
La questione della centralità dell’uomo nel creato ha incontrato, soprattutto negli ultimi decenni, non poche critiche. Non sono mancati quanti hanno imputato agli stessi racconti della creazione, contenuti nel Libro della Genesi (Gen 1-2), la responsabilità di un atteggiamento predatorio nei confronti del creato. Al contrario la fede biblica ci fa riconoscere «che noi non siamo Dio. La terra ci precede e ci è stata data»[5]. Di più: la visione cristiana della creazione ci ha permesso di demitizzare smitizzare la natura riconoscendo sia la consistenza ed il valore di ogni essere creato, sia lo specifico dell’essere umano[6].
Certamente l’azione distruttrice del pianeta, ridotto ad una sorta di miniera da sfruttare fino all’ultima possibilità, non ha sempre trovato i cristiani, come gli altri uomini, vigili ed attenti. Essi hanno spesso contraddetto l’invito del Creatore a custodire con cura e sapienza il creato, attraverso la colturala cultura ed il culto. Quando hanno agito in tal modo i cristiani hanno tradito il significato ed il valore dell’insegnamento genesiaco.
Da parte di molti movimenti ecologisti attuali, che tanto influsso hanno sulla mentalità dominante, all’antropocentrismo si oppone un biocentrismo radicale che mette sullo stesso piano tutti gli esseri nella biosfera, accordando loro i medesimi diritti. Lo sostengono, sia pure in forme diverse, autori come Paul Taylor, Arne Naess, Tom Ryan, Peter Singer[7]. Ma annullare le diversità non promuove i diritti secondo giustizia e finisce per impedire la realizzazione individuale. Senza questa premessa è impossibile edificare un mondo giusto.
Quella dei cambiamenti climatici come le altre questioni ecologiche – la rottura dei cicli, la distruzione della cappa di ozono, la deforestazione, le piogge acide, la diminuzione delle biodiversità, la desertificazione, la contaminazione dell’atmosfera, dell’acqua e del suolo – non troverà soluzione senza un rapporto rinnovato tra creato e giustizia che, lo ripeto, domanda un principio unificante teorico e pratico rispettoso di ogni creatura.
Ad individuarlo ci aiutano i misteri della fede cristiana. Non solo la fede nel Dio Creatore, ma anche e in modo ancor più definitivo, la fede in Cristo, morto e risorto, giudice dei vivi e dei morti, ricapitolatore di tutto il creato. Infatti, la fede nella vita eterna non implica alcuna disistima per la creazione. «La mèta non è un “altro mondo”, ma è la trasfigurazione di questo. Le realtà terrestri non vanno negate e avvilite, perché saranno con noi nel nostro destino di gloria»[8]. Cosa ci offre una simile certezza? Essa introduce la tensione benefica a quel rispetto che nasce dalla consapevolezza del comune destino di tutti gli esseri. Chiede una custodia premurosa e ordinata del creato. Anche in merito alla questione ecologica la fede cristiana emerge in tutta la sua capacità di integrazione, di unità tra poli che a prima vista sembrerebbero opposti: è l’uomo, uno di anima e di corpo (cfr. Gaudium et Spes 14), nella sua natura di microcosmo, a svelare il destino di trasfigurazione comune a tutti gli esseri.
III
Nel contesto di straordinaria bellezza e di chiara ed universale matrice culturale rappresentato dal Collège des Bernardins, possiamo tentare di rispondere alla domanda circa il principio unitario. Troviamo una via maestra in San Paolo. E, più precisamente, nelle cosiddette “Lettere della prigionia” (Efesini, Filippesi, Colossesi e Filemone).
A partire dai Padri della Chiesa fino all’esegesi contemporanea ci si è molto concentrati sul “Cristo cosmico”, tema chiave di queste lettere, cioè sul rapporto tra Cristo e l’universo. In esse si attribuisce a Gesù Cristo, Colui «nel quale, per mezzo del quale ed in vista del quale tutte le cose sono state create» (cfr. Col 1,15-20), la ricapitolazione finale di tutti gli esseri. Lo sguardo di Gesù sul creato, cui abbiamo fatto riferimento all’inizio, si approfondisce in una forma di possesso nel distacco, quella escatologica finale e definitiva, che assicura a tutti gli esseri, nello stesso tempo, la reale autonoma consistenza e la piena relazione con ogni altro. L’amore rispettoso di Cristo, la sua familiarità con tutte le cose le rende trasparenti a tal punto da manifestarci il Dio che le ha create.
Il creato è in realtà una sinfonia di creature rispettate nella loro diversità singolare e nella loro relazione. Questa è la bellezza.
Per tornare al Cristo cosmico, intorno all’anno ’60 della nostra era Paolo si trova di fronte a qualcosa di simile, nelle sue cause, alla attuale crisi ecologica che «si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi»[9]. Paolo stigmatizza il clima culturale e religioso che ha tentato di utilizzare tutte le mediazioni (le potenze angeliche, le sapienze filosofiche, le visioni) in maniera autonoma, finendo così per oscurare l’unica vera e compiuta mediazione in Cristo nella quale soltanto tutte le altre si compongono armonicamente. Non è del tutto fuori luogo proporre questa lettura dell’odierno contesto culturale. Oggi la tesi che nega la possibilità di conoscere – ovviamente non senza gravi fatiche e passando attraverso errori – una verità che sia universale, e che quindi attraversi ogni mediazione, si infrange contro lo strapotere di una sorta di “universalismo scientifico”, che scavalca, nei fatti, lo stesso roccioso principio di falsificazione su cui si fonda il cammino della tecnoscienza. Ogni strabiliante e spesso assai benefica scoperta della tecnoscienza è salutata dalla vulgata come un progresso assoluto e definitivo. Ciò riduce di fatto la possibilità che ogni altraricerca di senso vada oltre l’empirico. Le biotecnologie e assai di più, in prospettiva, le neuroscienze non rischiano troppo in questa direzione?
Questo modo di intendere e praticare la tecnoscienza non finisce per richiamare, al di là delle radicali mutazioni di contenuti e di linguaggio, le paoline potenze angeliche, le sapienze filosofiche e le visioni tese a sostituire il principio unificante che è Cristo o, più in generale, la ricerca di senso (significato e direzione) pur con tutte le autonome mediazioni?
Tornando a Paolo, la singolare divino-umanità di Cristo è il fattore che tiene insieme tutto il creato, è la destinazione di ogni cosa. In Cristo si vede la nuova armonia tra creato e storia. Egli è alla loro origine, le fa sussistere, a Lui esse sono finalizzate. A Lui, sul quale la morte non ha più potere. Il processo mediante il quale tutto il cosmo è ricapitolato è irreversibile.
La Chiesa è il luogo “corporale” di tale unità e riconciliazione. È il luogo ove il capo (Cristo) dimostra la sua signoria. La sua risurrezione inaugura nella storia un processo che attrae a sé tutte le creature. Porta il cosmo al suo compimento.
Assumere l’atteggiamento di Paolo, cioè rifarsi al «pensiero» (nous) (1Cor 2,16) e ai «sentimenti» (Fil 2,5) di Cristo è condizione decisiva per un’equilibrata ecologia. Massimo il Confessore descrive in modo stupendo cosa significhi avere il pensiero di Cristo: «Anch’io, infatti, dico di avere il pensiero di Cristo – “nous Christou” – che pensa secondo Lui e pensa Lui attraverso tutte cose»[10]. Nel travaglio del nuovo millennio i cristiani, riconoscendo i propri errori e senza alcun intento egemonico, sono chiamati a proporre alla libertà di tutti i soggetti che abitano la società plurale stili di vita che documentino questo rinnovato rapporto con il creato.
IV
Solo nel riconoscimento di un principio unificatore si possono affrontare le sfide ecologiche attuali. La questione del senso (significato e direzione) è universale ed ineludibile. Per questo Benedetto XVI parlava della necessità di un’ecologia umana che si affiancasse all’ecologia ambientale[11].
Papa Francesco, nell’enciclica Laudato si’, articola ulteriormente questa proposta proponendo un’ecologia integrale[12] alla cui “spiritualità” tutti dobbiamo educarci. Questa ecologia integrale implica un’ecologia ambientale, un’ecologia economica e sociale, un’ecologia culturale fino a giungere ad una ecologia della vita quotidiana. Quello degli uomini nel rapporto con il creato è un lavoro lungo perché chiede a miliardi di persone di cambiare centinaia di comportamenti. Solo una simile ecologia però può vincere il degrado umano e sociale soprattutto per sconfiggere l’ingiustizia, «ascoltando il grido della terra quanto il grido dei poveri»[13]. Dicevano i Padri della Chiesa: «Nutri colui che è moribondo per fame, perché se non l’avrai nutrito l’avrai ucciso»[14]. Senza una simile ecologia è impossibile una solidarietà globale, la sola rispettosa della destinazione comune ed universale dei beni.
V
«O bellezza! O mondo ebbro di amore eterno, di vita eterna». Sono parole aggiunte da Mahler al testo dell’ultimo movimento del Canto della terra (Das Lied von der Erde, 1907-1909). Bellezza[15], mondo, ebbrezza (non quella che i cosiddetti poeti “maledetti” – Baudelaire, Verlaine, Rimbaud, Mallarmé… – cercavano nell’assenzio), amore (la forza che «move il sole e le altre stelle»[16]) ed eternità: il creato in tutte le sue manifestazioni rivela una sete inesauribile di eternità. In ogni essere c’è qualcosa di eterno. È, quello di Mahler, quasi il compendio di un programma ecologico offerto alla nostra e alle future generazioni. Il grande musicista, ormai segnato profondamente dalla morte (quella della figlia e la sua mortale malattia), ma sempre «avido di vivere», riconosce che l’«abitudine di vivere è più dolce che mai»[17]. Nel «tormento [che] divora eternamente il [suo] cuore» di fronte alle domande ultime – “Da dove veniamo? Verso dove andiamo?” Perché soffriamo? – giunge ad affermare: «Non mi sorprenderebbe se mi trovassi in un corpo nuovo. È strano, quando sento musica, anche se sono io stesso a dirigerla, trovo risposte molto precise a tutte le mie domande, e tutto per me è perfettamente chiaro ed evidente. Oppure, anzi, ciò che mi sembra di percepire con chiarezza è che non si tratta in assoluto di domande»[18].
L’ambito della musica qui si avvicina molto a quello della fede. Cos’è, infatti, la musica se non un’apertura che invita ad attraversare tutto il creato?

***
[1] Cfr. S. Kierkegaard, Il giglio nel campo e l’uccello nel campo. Discorsi 1849-1851, Virgolette 51, Donzelli, Roma 2011.
[2] Ibid., 36.
[3] Francesco, Laudato si’ 216.
[4] Cfr. A. Scola, Cosa nutre la vita?, Centro Ambrosiano, Milano 2013, 13-24.
[5] Francesco, Laudato si’ 67.
[6] Cfr. ibid., 81.
[7] Cfr. P. Klett Lasso de la Vega – P. Martínez de Anguita, Justicia con la naturaleza, Dykinson, Mardi 2013, 68.
[8] Cfr. G. Biffi, Linee di escatología cristiana, Jaca Book, Milano 1984, 50.
[9] Francesco, Laudato si’ 2.
[10] Massimo Confessore, Il Dio-uomo, a cura di Aldo Ceresa-Castaldo, Jaca Book, Milano 1980, 103.
[11] Cfr. Benedetto XVI, Caritas in veritate,51.
[12]Cfr. Francesco, Laudato si’ 137-162.
[13] Ibid., 49.
[14] Citato in Gaudium et spes 69.
[15] Agostino, De musica VI, 13,38: «Dimmi ti prego che altro si può amare se non le cose belle?».
[16] Dante, Paradiso XXXIII, 143.
[17] Cfr. B. Walter, Gustav Malher, Editori Riuniti, Roma 1981.
[18] Ibidem.

mercoledì 14 ottobre 2015

Nel cuore del Sinodo



Le relazioni dei circoli minori sulla seconda parte dell’Instrumentum laboris. 

Il cuore del sinodo. Così è stata definita da alcuni padri la seconda parte dell’Instrumentum laboris, quella che intende illustrare ciò che la Chiesa dice sulla realtà della famiglia cristiana, sulla sua vocazione e sulla sua missione. È la parte sulla quale si è applicata la discussione dei tredici circoli minori che si sono riuniti il 12 e il 13 ottobre. I risultati di tale lavoro sono stati presentati nell’ottava congregazione generale che si è svolta nella mattina di mercoledì 14.
Come di consueto, l’assemblea è stata aperta dalla preghiera dell’Ora terza, nell’occasione guidata dal presidente delegato, il cardinale André Vingt-Trois. Nell’omelia l’arcivescovo ecuadoriano Luis Gerardo Cabrera Herrera si è rivolto ai 264 padri in aula — non era presente Papa Francesco impegnato per l’udienza generale in piazza San Pietro — per parlare della famiglia come «spazio propizio per sperimentare la gloria di Dio». Occorre riscoprire, ha detto, la famiglia come «una scuola dove apprendiamo i valori fondamentali».
E del ruolo della famiglia hanno parlato i tredici relatori i quali, in virtù proprio della centralità dell’argomento, hanno unanimemente richiesto più numerosi riferimenti biblici e magisteriali e una maggiore organicità e coesione della seconda parte dell’Instrumentum laboris al fine di garantire la necessaria chiarezza e incisività del testo.
Il cardinale Piacenza, relatore del circolo italiano b, ha sottolineato come tale sezione serva proprio a comunicare «la bellezza del matrimonio a fronte delle previsioni timorose espresse nella diffusa “cultura del provvisorio”». Accanto a ciò si suggerisce di far risaltare le diverse forme di vocazione all’amore (matrimoniale, sacerdotale, consacrato) e, dal punto di vista del linguaggio, di fare attenzione all’uso dei termini “natura” e “naturale” che si prestano a fraintendimenti nell’uso comune. Serve invece uno stile comprensibile ed efficace per «aiutare le famiglie a entrare nel mistero della famiglia di Nazaret». Dal circolo è infine emersa l’esigenza di un documento magisteriale per «ordinare in un modo esaustivo la complessa e diversificata dottrina sul matrimonio e sulla famiglia».
Come linea guida proposta dal circolo italiano c, ha detto il vescovo Brambilla, occorre che il sinodo «torni alla sorgente zampillante del messaggio di Gesù», una parola che parte dal “principio” della creazione e giunge al compimento della croce e della risurrezione. Non vanno dimenticati neanche i contributi del magistero che descrivono le caratteristiche dell’alleanza sponsale: «santità, unità, fedeltà, fecondità e generatività nell’educazione, nella società e nel mondo». Così si potranno meglio definire il ruolo delle famiglie, soprattutto il loro ruolo evangelizzante, e lo stile che la Chiesa deve avere nei loro confronti: «prossimità contagiosa e tenerezza forte ed esigente». La comunità cristiana, è stato detto, deve accompagnare tutte le tappe della vita familiare con particolare impegno nel percorso di “iniziazione dei giovani”.
Quello dell’accompagnamento è un tema emerso anche dalla discussione del circolo italiano a, dal quale — ha spiegato il relatore padre Arroba Conde — è venuta la richiesta di esplicitare il legame del sinodo col prossimo giubileo della misericordia. Sottolineando l’importanza che la grazia di Dio agisce durante tutta la vita, è stata evidenziata la necessità di incoraggiare cammini di conversione.
Sulla concretezza della vita quotidiana familiare ha fornito diversi contributi il circolo inglese d. Occorre — ha detto il relatore, arcivescovo Chaput — far comprendere la novità del sacramento cristiano del matrimonio. Riguardo al tema dell’indissolubilità, ad esempio, è stato suggerito di presentarlo come valore positivo e non come un fardello da sopportare. Nella quotidianità la famiglia è chiamata a essere testimone attraverso la vita di preghiera, la sensibilità alle questioni ambientali, la condivisione nella carità.
Sulla preghiera comune, la partecipazione alla messa domenicale, ma anche paraliturgie da svolgere in casa, ha insistito il circolo inglese a. L’arcivescovo Kurtz ha sottolineato che la vocazione comune è quella alla comunione e alla missione, e che la fonte di tutto si trova in Gesù.
Il lavoro del circolo spagnolo a è stato illustrato dal relatore, il cardinale Lacunza Maestrojuán. Innanzitutto è stata richiesta una definizione chiara di “famiglia”, sullo stile di quanto fatto nellaGaudium et spes. Anche da questo circolo è giunto un richiamo allo sguardo concreto sulla vita delle famiglie («il Vangelo diventa carne, tramite l’accoglienza, il perdono, l’incontro, altrimenti il cristianesimo si riduce a retorica o idelogia») e ai graduali percorsi di accoglimento della grazia di Dio. Dai padri è giunto l’invito a riconoscere che ci sono valori positivi anche in altri tipi di famiglia.
Uno sguardo ampio, quest’ultimo, emerso anche dalla relazione dell’arcivescovo Ulrich, del circolo francese a, il quale ha sottolineato che la Buona novella della famiglia è fonte di speranza per tutti, non solo per i cattolici. Ancora una volta, riguardo alla natura del matrimonio, è stato suggerito di parlare di fedeltà e indissolubilità come dono e appello piuttosto che in semplici termini giuridici di dovere.
Sulla dimensione missionaria della famiglia e sulla sua identità come immagine dell’amore trinitario ha insistito il circolo spagnolo b. Il relatore, l’arcivescovo Porras Cardozo, ha suggerito che il documento finale dia maggiore attenzione ai figli e alle differenti realtà che si trovano in tutto il mondo.
L’attenzione alle varie culture, con l’idea di programmi catechetici specifici, è stata evidenziata anche dall’arcivescovo Coleridge a nome del circolo inglese c, dal quale è inoltre venuto l’invito a comprendere meglio le difficoltà dei giovani riguardo alle scelte matrimoniali.
Una Chiesa che accompagna le famiglie con una cura pastorale personale e che con prudenza e saggezza sappia essere misericordiosa e comprensiva è stata auspicata dal circolo tedesco tramite la relazione dell’arcivescovo Heiner Koch. «Misericordia e verità, grazia e giustizia — ha detto — non sono contrapposizioni perché Dio è amore e la sua è la misericordia con la quale egli ci rende giusti».
Un richiamo a seguire la «pedagogia di Dio» è venuto anche dall’arcivescovo Diarmuid Martin, relatore del circolo inglese b. Una pedagogia che parte dal racconto della Genesi, con il riferimento all’unione tra l’uomo e la donna, e trova compimento nella vita di Gesù. Occorre, nel parlare di famiglia, un linguaggio meno giuridico che ricorra a termini come “grazia”, “benedizione”, “patto per la vita”. Bisogna cioè sottolineare le realtà belle e positive e ricordare sempre che «tutti abbiamo bisogno della misericordia di Dio».
Temi che ritornano nella relazione del circolo francese c. La famiglia — ha spiegato il relatore, l’arcivescovo Durocher — «evangelizza attraverso il suo stesso essere» che si fonda in Gesù e missione della famiglia è «dare luce alla potenza della misericordia di Dio».
La serie delle relazioni è stata conclusa dal padre Dumortier che, a nome del circolo francese b, ha rinnovato la richiesta di un intervento magisteriale e ha sottolineato come il Vangelo della famiglia non sia un fardello ma un «appello a vivere in libertà e gioia».

L'Osservatore Romano

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Radio Vaticana
(Fabio Colagrande) "Debbo dire che, contrariamente a certi echi di stampa, trovo il clima del Sinodo molto positivo". Nell'intervallo dei lavori dell'ottava Congregazione generale, il card. Angelo Scola, arcivescovo di Milano, padre sinodale eletto dalla Conferenza episcopale italiana, si mostra molto sereno e soddisfatto dell'andamento dei lavori del Sinodo ordinario dedicato alla vocazione e alla missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo di oggi.