Visualizzazione post con etichetta Barsotti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Barsotti. Mostra tutti i post

sabato 20 giugno 2020

LA MISTICA DELLA RIPARAZIONE

Icone - Icona Sacro Cuore


Pagine straordinarie di uno dei più bei libri del grande mistico del Novecento, Don Divo Barsotti, fondatore della Comunità dei Figli di Dio (“La mistica della riparazione”, I Edizione: Borla, Torino 1962).
«ALMENO TU AMAMI»Una domanda, anzitutto. Qual è l’oggetto della devozione al S. Cuore di Gesù? A che cosa questa devozione ci chiama?
La devozione al S. Cuore è essenzialmente una devozione riparatrice, richiama il cristiano alla riparazione. Il rapporto fra il S. Cuore e la riparazione non è tuttavia molto evidente, anche se non si può negare che i due termini siano in intimo rapporto fra loro.
Di fatto, la devozione al S. Cuore, così come spesso è intesa, non sembra avere un oggetto suo proprio, perché se nel S. Cuore vediamo soltanto il simbolo dell’amore divino verso di noi ci pare che, in fondo, anche la devozione dell’Eucarestia e quella stessa del Crocifisso non ci dicano cosa diversa, non abbiamo oggetto diverso. L’Eucarestia non è forse il dono di Dio, il dono supremo di Cristo, il dono anzi ch’egli ci fa di se stesso? E il Crocifisso non è la manifestazione, la rivelazione suprema dell’amore di Dio per noi?
In fondo, tutte le operazioni di Dio verso di noi sono operazioni di amore, che hanno avuto il loro principio nell’amore e hanno come loro fine l’amore. Non è proprio della devozione al S. Cuore il richiamo a meditare sull’amore di Dio, né è oggetto precipuo della devozione al S. Cuore un richiamo da parte di Dio a noi, affinché lo si ami. Sembra invece oggetto specifico della devozione al S. Cuore, così come l’ha voluta Gesù, la riparazione. Di fatto la riparazione è stata voluta direttamente da Cristo, mentre le altre devozioni della Chiesa non esprimono chiaramente un richiamo immediato alla riparazione. Perché il S. Cuore ha un rapporto con la riparazione? Ecco quello che non vediamo con chiarezza.
Accettiamo umilmente da Nostro Signore che egli, presentando il suo Cuore, voglia incitarci e impegnarci all’espiazione e alla riparazione. Non solo accettiamo umilmente, ma adempiamo l’ineffabile volontà di Dio che attraverso questo segno ci richiama a un grande dovere; sentiamo di doverci impegnare alla riparazione per il richiamo esplicito di Gesù a S. Margherita Maria. Anche se non conosciamo le ragioni profonde che possono giustificare il rapporto fra il S. Cuore e la riparazione, anche se non dovessimo conoscerle mai, ci basterebbe la parola stessa di Gesù, il fatto che Gesù medesimo ha voluto legare la rivelazione del suo Cuore divino, le sue apparizioni a S. Margherita Maria, al dovere della riparazione. E questo è nuovo nella devozione cattolica, questo è nuovo nella vita cristiana. Non certo perché prima di S. Margherita Maria i cristiani non sentissero il dovere di riparare, di espiare per i peccati del mondo (altrimenti non sarebbero stati cristiani), ma perché questa riparazione non era sentita in modo così chiaro, definito, specifico, come compito proprio della pietà cattolica. Oggi noi non potremmo più vivere la nostra vita cristiana integrale, non potremmo più rispondere a una vocazione divina che ci chiama alla perfezione, senza sentirci impegnati in modo preciso all’adempimento di questo dovere.
AMARE DIO PER GLI ALTRIMa di che riparazione si parla? E per quali motivi siamo impegnati a questa riparazione? Intanto risulta dalle parole stesse di Gesù a S. Margherita Maria: ella deve supplire dinanzi a Gesù tante altre anime che non lo amano. La riparazione, prima di tutto, esprime un nostro dovere di supplenza, e questo ci sembra veramente cristiano. Nell’andare verso Dio non siamo mai soli, non possiamo mai scioglierci dalla comunità, non possiamo mai pretendere di fuggire soli col Solo; il nostro dovere, quanto più ci accostiamo a Dio, è quello di rappresentare tutti gli altri che sono lontani.
Se Gesù ti dice: «Almeno tu amami», non intende con questo rinunziare all’amore di coloro che non lo amano, ma vuole che col tuo amore per lui tu compensi l’amore che i tuoi fratelli gli negano, che il tuo amore supplisca per loro, che tu lo ami per loro.
«Almeno tu amami».
«Mi ami tu più di questi?» domanda Gesù a Pietro.
L’amore che il Signore chiede non sottrae l’anima al mondo, non la divide dai fratelli; al contrario, è questo amore che la unisce di più agli uomini, la fa responsabile per tutti. Pietro, per questo amore, riceve una missione di universale paternità, la missione di guidare tutto il gregge di Cristo, e finalmente riceve la promessa di morire com’è molto Gesù: non solo il martirio, ma la partecipazione più piena alla Passione e alla Morte del Cristo, in una morte che dovrà essere atto di offerta per il mondo intero.
«Signore, non imputar loro questo peccato». È la preghiera di Stefano, ed è la preghiera di Pietro, perché il martirio cristiano mai potrebbe essere soltanto testimonianza di amore per Iddio, ma dev’essere anche testimonianza di amore per gli uomini, per quelli stessi che ti danno la morte.
Sembra che tutto ciò risponda ad un disegno preciso della provvidenza di Dio: i molti si salvano per i pochi, tutti si salvano per uno solo. Gesù, l’Unico, salva la moltitudine immensa; dopo di lui, ma con lui, i pochi salvano i molti. È una verità che si adatta ad ogni generazione umana: i veri cristiani saranno sempre il sale della terra, la luce del mondo. Saranno sempre un piccolo gregge. Ma sarà per questo piccolo gregge, per questo pugno di sale, per questa luce sul moggio che tutto il mondo sarà illuminato, che sarà impedita la corruzione universale e la rovina degli uomini.
Mistero che non osiamo nemmeno contemplare tanto ci fa paura, perché ci dice la nostra responsabilità precisa: siamo degli eletti da Dio. Ci rendiamo conto che non rispondere non è soltanto mettere in pericolo l’anima nostra, ma è mettere in pericolo la salvezza di innumerevoli anime, è defraudare tutta l’umanità, tutta la creazione, di una forza divina, di un potere di salvezza, di un dono di amore che attraverso i prescelti dovrebbe raggiungere gli altri? Dio certamente ci ama, se ci chiama presso di sé, ma tuttavia la chiamata non è limitata a noi soli; la chiamata di Dio ci separa dagli altri, ma per renderci solidali con essi, padri di tutti come Abramo. La chiamata di Dio strappa Abramo alla sua tribù, lo porta fuori della sua città, ma per farlo padre di tutti i credenti. Se non rispondiamo al Signore, non mettiamo in pericolo soltanto la nostra perfezione, la nostra santità: se ci accontentassimo soltanto di una nostra salvezza forse non ci potremmo salvare. Quante sono le anime anche buone che si accontentano di andare in Paradiso senza saper che questa loro volontà di una propria esclusiva salvezza, già forse le perde! Chi è prescelto non può rinunciare ad essere perfetto come il Signore lo vuole, non potrebbe rinunciarvi soprattutto per gli altri. Agli altri giunge la grazia attraverso di te. In che modo? Attraverso quali vie? Tu non lo sai. Comunque, nella stessa misura in cui sei chiamato alla perfezione, sei anche chiamato a rappresentare tutta quanta la Chiesa, tutta quanta la creazione, a portarla nel tuo cuore, con le tue mani, ad offrirla come tua offerta, a salvarla con te.
IL MISTERO DELLA REDENZIONEÈ il mistero Cristiano che si esprime in questa legge. Nella prima creazione Dio creò, moltiplicando le cose; dall’unità il processo divino passa alla molteplicità, ad una molteplicità sempre più varia, sempre più ricca di forme. Nella seconda creazione, al contrario, da questa molteplicità, da questa frammentarietà di una situazione divisa anche dal peccato, frantumata anche dal male, la parola divina chiama verso l’unità. Tutta quanta la creazione divina diviene un solo Cristo; Cristo, l’Unico, la salva in se stesso, assumendola in sé, portando egli stesso il peso di tutti i peccati, divenendo solidale con tutto l’universo dinanzi al Padre. Questo processo, dalla molteplicità all’unità, continua e diviene pienamente reale attraverso la Chiesa. Certo, nella medesima misura in cui siamo in Cristo, in cui ci trasformiamo in lui, dobbiamo operare anche per questa unità, per questa unificazione.
Non siamo salvi se non è salvo con noi l’universo, diceva Péguy. È vero, perché la nostra salvezza non è che una partecipazione al mistero di una redenzione universale. Ora, questo della redenzione cristiana è il mistero per cui, nell’unità di Cristo, tutto quanto è salvato. Non posso partecipare a questo mistero di redenzione che nella misura in cui io stesso divengo solidale veramente col mondo, nella misura in cui riunisco in me tutta quanta la creazione, assumendo tutto il peso delle sue angosce, del suo dolore, del suo male, della sua miseria, del suo peccato, e rispondendo di tutto dinanzi a Dio. I pochi salvano i molti.
Ci domandiamo sempre perché Nostro Signore agisca in un modo così curioso. Perché è veramente curioso il modo di agire di Dio. Dopo duemila anni siamo come all’inizio; pochi santi, un discreto numero di anime buone, una grande moltitudine di cristiani di nome e una moltitudine sterminata di anime che non conoscono il Cristo. È fallito il Cristianesimo? Continua il mistero di Uno che salva tutti, dei pochi che salvano i molti.
Cristo è sempre presente, nella Chiesa, nella storia del mondo, ed è presente nel Sacrificio per cui assume la creazione, e si addossa la miseria e i peccati del mondo: «Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, miserere nobis». Nella Messa, Gesù non è presente soltanto per la sua nascita da Maria, per i miracoli che ha compiuto in favore dei lebbrosi e dei ciechi: è presente nel mistero di una morte per effetto della quale egli assume tutto il peccato umano e lo cancella in sé. «Agnus Dei, qui tollis peccata mundi»: tutti egli li prende sopra di sé. Veramente la Messa è la salvezza dell’universo; in ogni istante Gesù rimane vivo, l’Unico che salva tutti. E poiché noi dobbiamo essere in lui, non possiamo vivere altro che questo stesso mistero. Ecco l’impegno per noi: non di separarci dagli altri, non di sentirci diversi, non di rigettare il peso della miseria e del peccato umano, ma caricarcene totalmente per risponderne a Dio.
Voi mi dite: «Non è orgoglio, in fondo, tutto questo? Non dobbiamo piuttosto badare ad espiare il nostro peccato piuttosto che quello degli altri? Come osiamo investirci di questa responsabilità e voler rispondere del peccato umano quando noi stessi siamo così peccatori?». È vero, di fatto non possiamo rispondere a questo dovere che nella misura in cui siamo santi. Appunto nella stessa misura in cui siamo chiamati alla perfezione, siamo anche chiamati ad assumerci questo peccato.
AI limite estremo, quando fossimo santi come Gesù, anche noi dovremmo caricarci di tutto il peccato umano, come lui. Possiamo riparare poco, e ripariamo poco effettivamente, proprio perché non siamo nel Cristo, perché estremamente imperfetta è la nostra unione con lui. Quanto più saremo nel Cristo, tanto più potremo dunque rappresentare l’umanità peccatrice, essere solidali con questa umanità per salvarla innanzi al Volto di Dio. Così, quando abbiamo espiato i nostri peccati, si inizia per noi il vero martirio. Santi della santità di Gesù, diveniamo vittime immolate che si offrono al Padre per ottenere misericordia. Quando per questa via saremo santi della santità di Gesù, in questa santità si realizzerà l’unità nostra con Cristo e con tutti i fratelli, perché non ci separeremo più da loro, ma vorremo che la loro condanna sia la nostra, parteciperemo al loro castigo, sopporteremo il peso dell’universale peccato. Nessuna dottrina teologica rivela più di questa la nostra unità con gli uomini, manifesta maggiormente l’infinita carità di Dio e dice meglio la dignità del cristiano, chiamato a collaborare con Dio per sollevare il mondo e farlo partecipe della santità e della gloria di Dio.
MARIA E I SANTI CONTRIBUISCONO ALLA REDENZIONEDopo Gesù, colei che più di tutte le altre anime umane ha posto riparo al peccato del mondo (dopo Gesù e in dipendenza assoluta da lui, perché in fondo quella di lei è una partecipazione al mistero della Redenzione del Cristo) è Maria. Non che Maria e Gesù in parti uguali (o, sia pure, uno per grandissima e l’altra per piccolissima parte) contribuiscano a riparare al peccato e a salvare il mondo con la loro riparazione; ma Maria, nella stessa misura in cui è nel Cristo, in cui vive la santità stessa di Gesù, in cui è associata al mistero di Gesù, vive anche il mistero di questa Redenzione universale, e lo vive dipendentemente da Cristo. In quanto ella è nel Cristo, ella è la riparatrice universale: non solo «sublimiori modo redempta», ma «universalis corredentrix».
Secolo per secolo vi sono grandi anime sulle quali pesa davvero tutto il peccato di una generazione, su cui grava la miseria del mondo. Sono le anime più sante. Così noi comprendiamo perché la santità non può mai dissociarsi dal dolore; se la santità di fatto ci unisce a Cristo nella sua morte, ci unisce a Cristo anche nel mistero di una riparazione; proprio quanto più siamo santi tanto più dobbiamo anche soffrire. Per questo i più grandi santi sono quelli che più hanno sofferto: sono stati fatti degni di una più intima partecipazione al mistero della Croce per divenire, generazione per generazione, il sostegno del mondo.
  1. Veronica Giuliani, grandissima mistica giunta al matrimonio spirituale, deve subire le più gravi persecuzioni che si possano immaginare. Per ordine del S. Uffizio viene deposta dalla sua carica di maestra delle novizie e messa in carcere, a pane e acqua, guardata a vista da due suore, e privata dei Sacramenti, senza poter parlare con alcuno. E così vive glorificando e ringraziando Dio e chiedendo di soffrire sempre più.
  2. Giovanni della Croce fu messo in carcere in una cella dove non poteva stare in piedi né distendersi, a pane e acqua, flagellato a sangue dai confratelli. E, alla vigilia della morte, giunto alla più grande purezza di amore, fu confinato in un convento dove il Superiore non aveva per lui che rimproveri.
È giusto che sia così, è stupendo, è divino, che sia così! Tutto ciò dimostra che la cosa più grande è il dolore; esso ci fa simili a Cristo. Dalla Croce fiorisce la grazia.
Non soffriamo perché siamo peccatori, soffriamo nonostante la nostra innocenza; ogni cristiano soffre nella misura in cui è innocente, nella misura in cui è santo, perché il dolore nel Cristianesimo non è più soltanto castigo al peccato, è soprattutto, invece cosa meravigliosa! – l’atto per mezzo del quale Dio, nella nostra carne, cancella il peccato: non lo subisce, ma lo distrugge.
Se vi è dunque la possibilità di una salvezza del mondo, questa salvezza sarà raggiunta sempre attraverso il dolore umano, accettato liberamente dalle anime sante in solidarietà, in unione con tutti i peccatori dell’universo. Allora si capisce, prima di tutto, che cosa voglia dire esser chiamati ad essere cristiani, chiamati alla vita religiosa; che cosa voglia dire esser chiamati da Dio, stimolati da lui, dalla sua grazia, giorno per giorno, per il raggiungimento della perfezione evangelica: vuol dire essere chiamati, come Gesù, al sacrificio per i peccati del mondo. Crediamo alle volte di liberarci dal dolore liberandoci dal nostro peccato e, spesso, se anche non ci lamentiamo con Dio per i pesi dei quali ci grava, pensiamo tuttavia che impegnandoci più seriamente a seguirlo potremo in qualche modo sottrarci a troppo grandi sofferenze, a troppo grandi dolori. Non sappiamo invece che la nostra vocazione cristiana, nella misura in cui ci chiama alla perfezione, è anche una promessa di dolore e di sofferenza, è anche una promessa di martirio e di morte. Dobbiamo saper accettare tutto questo. A questo ci chiama la devozione al Cuore di Gesù.
COLLABORATORI DI CRISTODobbiamo essere coscienti della nostra missione: con Cristo, in lui, dobbiamo redimere il mondo nella misura in cui soffriamo. Uniti a Cristo nella carità, ma solidali col mondo, dobbiamo cooperare alla sua redenzione: ognuno di noi coopera alla redenzione se in lui vive la carità di Dio.
Quale grande missione! Accettiamola e benediciamo Dio che ha voluto chiamarci a collaborare con lui. Non possiamo sottrarci alla sofferenza in altro modo che sottraendoci all’amore. E anche se ci sottraessimo all’amore soffriremmo ugualmente, ma della sofferenza dei dannati. C’è infatti la sofferenza di Cristo che redime, ma c’è anche la sofferenza non accettata per amore, la sofferenza che rimane inutile e che è segno di una nostra condanna.
Amare: ecco la vita del cristiano. Amare così da non poter sopportare più nessuna pena per i nostri fratelli, così da assumere nel nostro spirito l’angoscia e il dolore di tutti, perché per l’amore di Dio che vive nei nostri cuori sia salvato con noi tutto il mondo.
È necessario comprendere prima di tutto il piano divino della redenzione umana: l’Uno che salva tutti, e in lui i pochi che salvano i molti. Nella misura in cui siamo santi, in cui siamo nel Cristo, anche noi dobbiamo rappresentare, e rappresentiamo di fatto sempre di più, tutta l’umanità dinanzi a Dio. La rappresenteremo non separandoci da essa, ma portandone il peso del peccato su di noi, perché soltanto in questo modo si può rappresentare in modo veritiero l’umanità dinanzi al Padre; non in quanto siamo peccatori, ma in quanto portiamo di tutti i peccati il peso e il gravame dinanzi a Dio.
Altra cosa sarebbe esser solidali col mondo nel peccato: in questo caso saremmo anche noi separati da Dio, non più salvatori, ma piuttosto bisognosi di essere salvati e redenti. Invece, nella misura in cui siamo redenti, nella misura in cui abbiamo risposto al Signore, ma anche nella misura in cui vogliamo tendere alla perfezione divina della carità, dobbiamo sentirci impegnati ad assumere il peso, il castigo del peccato umano, e non dobbiamo sottrarci alla sofferenza né dobbiamo pretendere di schivare la pena e il martirio; dobbiamo anzi prepararci, come Gesù si preparò durante tutta la sua vita, ad accettare la nostra croce che è la Croce di Gesù, ed è la croce stessa del mondo.

sabato 13 febbraio 2016

«Cerco Dio solo»



Andrea Fagioli
Un uomo di Dio, duro e puro, senza sconti. Questo era don Divo Barsotti. Ricordarlo a dieci anni dalla scomparsa significa soprattutto riconoscere il vuoto che ha lasciato. Un religioso, un mistico, un teologo, un predicatore, un poeta, uno scrittore, un padre spirituale che manca davvero. Anche se resta la sua Comunità e restano i suoi scritti, una miriade.


Era passionale e forte, ma al tempo stesso dolce e paterno. Gli incontri con don Barsotti lasciavano il segno. Spesso abbassava lo sguardo per meditare e dirti la cosa più giusta e profonda possibile. Ma quando ti guardava dritto negli occhi, avvertivi un brivido: sembrava che ti scrutasse dentro. Le sue riflessioni, le sue considerazioni, anche sulla società civile, sulla politica, non erano mai banali, sempre profonde, spiazzanti, provocatorie.


Nato nel 1914 a Palaia, in provincia di Pisa, diocesi di San Miniato, Barsotti ha vissuto gran parte della sua vita a Settignano, sulle colline di Firenze, in un piccolo eremo intitolato all’espressione più alta del monachesimo russo, san Sergio di Radonez. A «Casa San Sergio» è morto il 15 febbraio 2006 e lì è stato sepolto dopo il funerale celebrato nella basilica fiorentina della Santissima Annunziata. Grande scrittore dei misteri di Dio, aveva all’attivo almeno 500 titoli tra libri e saggi che spaziano dalla liturgia alla dogmatica, dalla vita spirituale al monachesimo russo, dalla spiritualità francescana alla poesia, dalla teologia dei grandi santi carmelitani all’escatologia, dalla preghiera all’agiografia.


Fondatore della «Comunità dei Figli di Dio», un’associazione (non un ordine) che comprende più di duemila membri ed è diffusa a livello internazionale con lo scopo di vivere in mezzo al mondo una spiritualità di carattere monastico, basata sul primato dell’esercizio delle virtù teologali (fede, speranza, carità) e dei valori contemplativi del silenzio e della preghiera. «Cerco Dio solo»: tre parole, un impegno di vita. Quello che assumono i Figli di Dio al momento della consacrazione.


La Comunità, che ha da poco celebrato il centenario della nascita del suo fondatore con l’auspicio espresso dall’arcivescovo di Firenze Giuseppe Betori «di poter fare i primi passi verso quel processo di beatificazione e canonizzazione che tutti ci auguriamo», si trova ora a commemorare il decimo anniversario della morte con un pellegrinaggio giubilare a Roma e una serie di iniziative editoriali. Momento centrale sarà proprio lunedì 15 alle 15.30 con una commemorazione in Santa Maria in Vallicella affidata a monsignor Giuseppe Mani, arcivescovo emerito di Cagliari, toscano d’origine, figlio spirituale di don Divo. Lo stesso presiederà alle 17 la messa di suffragio. Il giorno successivo, martedì 16, il pellegrinaggio a Roma si concluderà nella basilica di San Crisogono con la concelebrazione presieduta dal Moderatore generale della Comunità, padre Benedetto Ravano.


Sugli scaffali, oltre al lavoro di Roberta Fossati (di cui si parla in questa pagina), sta per arrivare la riedizione, a cura della Libreria editrice fiorentina, di una delle prime raccolte di meditazioni di don Divo, che nel 1956 uscì con il titolo Nella presenza di Dio. Ritiri mensili. Mentre le edizioni San Paolo stanno lavorando alla ripubblicazione di tre piccoli libri di Barsotti che saranno accorpati in uno (La luce e l’umiltà, Itinerario dell’anima a Dio, Alla scuola dell’Amore). Prevista anche la riedizione di un volume "storico" e importante come Cristianesimo russo. 


Infine padre Stefano Albertazzi e padre Agostino Ziino, monaci della Comunità dei Figli di Dio, stanno per pubblicare una ricerca su don Divo e il Concilio.


Alla scuola dei grandi padri e maestri della fede (santi, teologi, testimoni di tutti i tempi e di tutte le culture), Barsotti ha sviluppato il suo carisma di deciso assertore del primato assoluto di Dio. Nel suo ultimo messaggio, affidato al «figlio» prediletto e primo successore don Serafino Tognetti, Barsotti, poco prima di morire, invitò i suoi monaci ad avere fiducia: «Dio non mancherà... Ricordatevi che la vita religiosa è un impegno di fede in Dio che è presente, ed è l’Amore infinito... Chiedo a voi la fede, una fede semplice, pura, ma grande».
Del resto, per il mistico toscano, la fede è sempre stata la cosa più importante. «Le altre cose nel cristianesimo sono quasi una sciocchezza, ma la fede – diceva – è la cosa più difficile ed urgente. 


È la fede che il mondo attende da noi, e la fede non può essere sostituita da cosa alcuna. La fede è la pietra miliare del rapporto con Dio. La fede sono gli occhi, l’organo nuovo che Dio ci ha dato per poter entrare in rapporto con Lui vivendo nel mondo. Infatti è soltanto attraverso i sensi che possiamo entrare in rapporto col mondo fisico e, attraverso questo rapporto, vivere la vita umana; così non si può vivere una vita divina se non entriamo in rapporto con Dio».

Avvenire

lunedì 30 novembre 2015

Don Divo Barsotti: parole ancora attuali

Nel 1967 don Divo scriveva: “Senso di rivolta che mi agita e mi solleva fin dal profondo contro la facile ubriacatura dei teologi acclamanti al Concilio. Si trasferisce all’avvenimento la propria vittoria personale, una orgogliosa soddisfazione che non ha nulla di evangelico. Tutto il cristiano deve compiere in ‘trepidazione e timore’; al contrario qui il trionfalismo che si accusava come stile della curia (cioè dei conservatori alla Ottaviani, ndr), diviene l’unico carattere di ogni celebrazione, di ogni interpretazione dell’avvenimento. Del resto io sono perplesso nei riguardi del Concilio, la pletora dei documenti, la loro lunghezza, spesso il loro linguaggio, mi fanno paura. Sono documenti che rendono testimonianza di una sicurezza tutta umana più che di una fermezza semplice di fede. Ma soprattutto mi indigna il comportamento dei teologi. Crederò a questi teologi quando li vedrò veramente bruciati, consumati dallo zelo per la salvezza del mondo…Tutto il resto è retorica… Solo i santi salvano la Chiesa. E i santi dove sono? Nessuno sembra crederci più”.
Don Divo credeva alla dimensione escatologica del cristianesimo, e non concordava con la fede ridotta a sociologia:



Da Libertà e Persona

mercoledì 28 maggio 2014

Il centenario della nascita di don Divo Barsotti

don divo Barsotti

(di Cristina Siccardi) Don Divo Barsotti, del quale quest’anno si celebrano i cento anni dalla nascita (1914-2006), pur essendo stato prolifico pensatore e scrittore, non viene citato dalla maggioranza dei teologi. Per quale ragione?
Seppure apprezzato dalle più alte gerarchie ecclesiastiche a lui contemporanee, questo monaco mistico fu un “grillo parlante” che non ebbe paura di mettere, pubblicamente, il «dito nella piaga»:la volontà di molti uomini di Chiesa di abbracciare il mondo. Pietro Zovatto, autore dell’introduzione al libro del monaco toscano L’attesa. Diario: 1973-1975 (San Paolo, pp. 266, € 17.00) scrive:
«Anche il Concilio Vaticano II, e più precisamente nella costituzione Gaudium et spes, non sfugge all’ambiguità nel determinare il rapporto chiesa-mondo e si lascia sfuggire un’occasione unica, quella di portare la Croce al centro dell’assise conciliare. Forse i padri conciliari opinavano di non prendere di petto l’orientamento prevalente del “processo della storia” in corso verso la mondanità, mentre proprio questo “ipostatizzare la vita del mondo” (20.7.1974) è come legittimare il rifugio dell’uomo in un luogo dove non si trova che l’assenza di Dio, nella “vanità di ogni valore creato. Lo Spirito Santo sempre ha assistito la sua Chiesa, e il Concilio Vaticano II nel cambiare tutto, a cominciare dalla pietas con il “culturalismo liturgico”, fa quasi un atto di accusa allo Spirito Santo che fino agli anni Sessanta non avrebbe assistito la sua Chiesa in modo adeguato» (pp. 15-16).
L’attesa è il quindicesimo Diario di don Barsotti, in esso emergono osservazioni, riflessioni, considerazioni schiette e genuine, chiare manifestazioni di un’anima che cerca la santità propria ed è assetato di santità altrui, alla quale attingere… ma l’orizzonte è alquanto spoglio. Infatti, il 14 maggio 1975 scrive: «Chiaravalle milanese. Ho ascoltato stasera P. Leclercq. Anche i più grandi uomini quando non sono dei santi non fanno che rivelare la loro povertà» (p. 228).
Jacques Leclercq (1891-1971), moralista e sociologo, canonico e professore all’Università di Lovanio, tese a una teorizzazione del diritto naturale che, pur ispirata al tomismo, soddisfacesse le istanze della cultura contemporanea; ma don Barsotti non ha mai desiderato soddisfare le necessità della filosofia, della teologia e della cultura contemporanee, bensì quelle dell’anima, centro della vita terrena ed eterna di ogni individuo.
In molte pagine don Barsotti ci appare come un latitante della Chiesa, una Chiesa che non gli dà quel nutrimento di cui egli grida il bisogno: «Vuoto. Non si può costruire sull’acqua, né l’albero cresce e vive senza radici. Questo ci sembra oggi la Chiesa. (…) Sono legato da innumerevoli impegni che danno solo l’impressione della vita e non fanno in realtà che assicurare la morte. La scuola in seminario a giovani che non ascoltano e non si interessano; predicazione a sacerdoti, a religiosi, a suore che ascoltando hanno compiuto il loro dovere per poter continuare poi la loro vita, per mascherare così a loro stessi il deserto e il silenzio di Dio. Mio Dio, liberami da questo inganno; fammi vivere» (p. 223).
Egli si scaglia contro l’orgoglio e la superbia, contro l’antropocentrismo, contro tutto ciò che impedisce al Cristianesimo di esprimere la sua dirompente forza, ovvero la sua «passione»: senza passione, intesa sia come amore e sia come calvario, non si vive, ma si muore. «Come si salverà il mondo? Tutto sembra precipitare nel caos e nella morte. (…) La Chiesa si disfà. Che cosa ci chiede Dio per collaborare alla salvezza del mondo? Null’altro, ci sembra, che l’obbedienza e la fede, ma costano più di un martirio di sangue» (p. 221).
L’autore ci rivela tutto il suo dolore e questa sua immane angoscia, sia spirituale che intellettuale, è così alta da preferire ad essa un martirio di sangue. Eppure ci pare di intravvedere uno spiraglio di speranza: i grandi santi della Sposa di Cristo sono riusciti, da soli e con la Grazia del Signore, ad edificare la Città di Dio anche nel mondo: «Perché ci si agita tanto per quanto si fa, per come si governa la Chiesa, per quello che non si fa e si vorrebbe che fosse fatto?.. non solo i santi del medioevo potevano vivere la loro unione con Cristo e con la Chiesa senza occuparsene troppo, ma perfino i santi della Controriforma non erano, non sono stati mai eccessivamente turbati per quanto si faceva a Roma. Chi ne fu turbato non fu Ignazio ma Lutero» (p. 31). I santi, in fondo, non si preoccupano, ma si occupano di costruire là dove si distrugge. (Cristina Siccardi)

giovedì 24 aprile 2014

Don Divo Barsotti, il disagio per i nuovi teologi




di Lorenzo Bertocchi

Il 25 aprile sono 100 anni dalla nascita di don Divo Barsotti (1914-2006), il fondatore della Comunità dei Figli di Dio, grande mistico e teologo. Dal 25 al 27 aprile si terrà, tra Palaia (PI) e Firenze, una tre giorni sulla figura del monaco toscano cui parteciperanno anche il Card. Betori e Mons. Tardelli. In vista di questa ricorrenza il quotidiano Avvenire ha pubblicato una lettera inedita che don Divo inviò alla sua comunità alla chiusura del Concilio Vaticano II, assaggio di un lavoro che i suoi figli spirituali stanno compiendo proprio rispetto al rapporto tra Barsotti e il Concilio. Un'opera interessante che vuole attingere a tutti gli scritti, e sono tantissimi, che il padre ha lasciato sul tema.
Ad onor del vero già qualcosa si conosce del rapporto sofferto che don Divo ebbe con il Vaticano II, sopratutto mano a mano che il tempo passava e dal Concilio ci si incamminava nel post-concilio. Per farsene un'idea è sufficiente leggere la ricchissima biografia scritta da P. Serafino Tognetti, membro della comunità dei Figli di Dio e primo figlio spirituale del Barsotti. Nella lettera pubblicata da Avvenire si può leggere l'entusiasmo di chi confidava veramente in una nuova primavera della Chiesa. “Il cristiano deve essere cosciente che ogni barriera è finita. (…) Le differenze, le opposizioni – scrive don Divo – non possono vincere l'amore che in Cristo ci ha riuniti. Per questo con il Papa anche noi salutiamo tutti gli uomini come fratelli, anche coloro che perseguitano la Chiesa, anche coloro che non credono in Dio, perché l'amore che in Cristo ci ha uniti è più forte di tutto”.
Tuttavia in un libro da lui pubblicato nel 1970 – Dopo il Concilio. Crisi nella Chiesa? - ci si può rendere facilmente conto che il giudizio di don Divo sul Concilio non può essere frettolosamente imbalsamato in una indistinta unità nell'amore. In particolare emerge la sua preoccupazione in merito ad una nuova teologia che in realtà, secondo lui, aveva ben poco di innovativo: “la novità di una teologia che rinnega la teologia del passato, non è più una novità cristiana”.
Nei diari del 1967, e siamo veramente vicini alla fine del Concilio, si può ravvisare la sua perplessità anche rispetto all'atteggiamento dei teologi. “Senso di rivolta che mi agita e mi solleva fin dal profondo contro la facile ubriacatura dei teologi acclamanti al Concilio. Si trasferisce all’avvenimento la propria vittoria personale, un’orgogliosa soddisfazione che non ha nulla di evangelico”. Penso che don Barsotti avrebbe condiviso pienamente quanto insegnava il Card. Ratzinger nel 1986 a proposito del rapporto tra annuncio e teologia, tra Chiesa e teologia, e cioè che “l'annuncio è metro per la teologia, e non la teologia il metro per l'annuncio”. Consapevoli entrambi che è l'annuncio della Chiesa che manifesta all'uomo la verità su se stesso e su ciò per cui può vivere e morire.
Sempre nel 1967 mostrava una certa insofferenza verso coloro che ai suoi occhi avevano una certa “ossessione” di rinnovare il cristianesimo per farlo stare al passo con i tempi. “Il problema vero di un rinnovamento del cristianesimo – concludeva – non è un problema di tecnica, è un problema spirituale”. La Presenza salvifica del Cristo, concetto molto caro al Barsotti, per lui non può essere assolutamente ridotta ad un mero “fatto sociale”.
Predicando gli esercizi a papa Paolo VI - 1971 - don Divo ricorda, infatti, che il vero rinnovamento nella Chiesa deve prendere le mosse solo e soltanto dalla santità. Furono Carlo, Ignazio, Saverio, Teresa, Giovanni della Croce, che attuarono il Concilio di Trento e – disse Barsotti - “guai se rompiamo il legame che ci unisce alla Chiesa di sempre. Non posso riconoscere la Chiesa di oggi se questa non è la Chiesa del Concilio di Trento, se non è la Chiesa di Francesco e di Tommaso, di Bernardo e di Agostino. Io non so che farmene di una Chiesa che nasca oggi. Se si rompe l’unità, la Chiesa è già morta”.
Sono 100 anni dalla nascita di don Divo Barsotti e la sua figura appare sempre più difficile da inserire in qualche schema ecclesiale del tipo destra/sinistra, ma questo ci rassicura perché allora la sua categoria, se proprio se ne vuole cercare una, è quella in cui sono inseriti gli uomini di Dio, i Santi. Liberi perché nella Verità, rivolti con il cuore e la mente alle cose di lassù, capaci di amore perché hanno conosciuto l'Amore.

venerdì 23 agosto 2013

Dire Dio raccontando l'uomo



Per dire Dio, non occorre essere teologi. Basta conoscere
l’uomo.  E per farlo, occorre, prima
ancora di ogni altra cosa, essere uomini. Insomma, per parlare di Dio, per
intuire qualcosa di Lui, di quel Mistero che presiede al creato, al tempo, alla
storia, al proprio cuore è richiesto prima di tutto una verità su di sé.
Dire Dio, infatti, non è troppo diverso che parlare
dell’uomo. Non l’uomo in generale, ma l’uomo così com’è con la propria
inquietudine, la delusione figlia di ogni attesa vana, la paura prima ancora
che della morte, della sua insignificanza, della facile compromissione con il
male.
L’uomo è un contradditorio mistero di bellezza e di peccato,
di ardimento e di pavidità, di anelito e di disillusione. In cerca di Dio come
in continua fuga da Lui. Mendicante di felicità e collezionista di
delusioni  e inquietudine.
Per dire l’uomo, basta raccontare se stessi, avere il
coraggio di scendere nella profondità
del proprio io, così miseramente orgoglioso, così difficilmente umile,
tracimante di domande, incapace anche solo di balbettare, il più delle volte,
delle risposte. In definitiva, per raccontare se stessi, basterebbe la propria
inestirpabile irrequietudine. Dire Dio, dunque, richiede la consapevolezza
della drammaticità della condizione umana.
Per dire Dio, basta uno che sappia dire, raccontando sé,
l’uomo, quasi con parole non proprie, impiegando un vocabolo che è umano e, al
contempo, divino.
“Dire Dio raccontando l’uomo” (ed. Rubbettino, p. 146, €
12,00) di Don Divo Barsotti (a cura di Stefano Albertazzi)  è il tentativo di questo straordinario
sacerdote e mistico fiorentino, deceduto qualche anno fa, di indagare nella
letteratura italiana del novecento – tra le arti dell’uomo, forse la più capace
di esprimere l’indicibile e l’inafferrabile – quelle parole che risultano al suo
genio religioso come le più corrispondenti a far emergere Dio e il desiderio
dell’uomo.
“La rivelazione ultima di Dio è sempre l’uomo, (…) perciò
ogni poesia se è parola vera dell’uomo è anche parola di Dio” (pag 13). La
poesia, così come la prosa, sa far affiorare il dramma dell’esistenza umana
sulla punta di una penna, nelle vertigine di alcune parole. Nella suscitazione
di alcune immagini letterarie è capace di far emergere la Rivelazione di Dio più
ancora che una certa teologia.
Barsotti si cimenta nella critica dei grandi autori della
letteratura italiana del secolo scorso da Svevo a Pirandello, da Pavese a
Rebora fino ad Eugenio Montale. Lo sguardo interessato,  e pregiudizialmente benevolo del mistico fiorentino,
è quello di cogliere i pertugi che il Mistero si riserva nell’arte di questi
autori che mentre paiono per lo più censurare Dio confinandolo in una pia e
ipocrita consolazione dell’umano dolore, dall’altro, proprio per l’assenza di
Dio, le loro pagine sono un immenso grido perché Dio si ridesti. Le pagine di
questi autori suonano come un atto di accusa ai credenti che non sono riverbero
del Mistero, piuttosto ombra del potere e della menzogna.
Il suo è un lavoro di agile accesso a chiunque. Non occorre
essere né teologi pur se nell’analisi critica, l’allora giovane Barsotti si
rivela un profondissimo e acuto pensatore; né tantomeno occorre essere versati
in letteratura. Don Divo fa un lavoro scomodo e coraggioso. Meticolosamente si
mette alla ricerca del senso religioso che accompagna e si nasconde nelle
pieghe di certe pagine. Come se tra le righe, camminassero delle lettere oltre
a quelle impiegate. E queste indicassero al lettore e forse allo stesso autore,
uno da incontrare, magari alla pagina successiva. Come se tra le parole, ci
fosse una Parola. Come se tra i personaggi di carta, si celasse e si
affacciasse Uno di carne. Come se tra i tasti battuti di una vecchia macchina da
scrivere, battesse in realtà un cuore sconosciuto. Uno che non trovi nella
narrazione. Eppure, Uno di cui si parla. Uno che non è protagonista e che, d’improvviso,
ti pare di accarezzare tra le mani mentre si sfoglia la pagina.  Al lettore è richiesta solo la curiosità di
intrattenersi amichevolmente con queste pagine e con il dramma dei singoli
autori ripercorrendo la storia della loro avventura artistica come un cammino sofferto
e al contempo generoso del desiderio che Dio si riserva in ogni cuore.
Due osservazioni finali. La prima è relativa alla quasi tale
assenza nella narrativa italiana del Novecento di una letteratura di tipo
cattolica. Effettivamente a ben giudicare, tutta la più importante letteratura
italiana del ‘900 ha un impronta marxista, se non addirittura anticattolica.
D’altra parte, le antologie che si usano nelle scuole superiori sono
sostanzialmente  occupate da una
narrativa e una poetica profondamente distante dal sentire religioso del
popolo. Possibile che in un paese cattolico come l’Italia, non sia sorta una
letteratura che rispondesse all’animo del popolo e ne interpretasse i più veri
sentimenti? Possibile che autori cattolici non abbiano cercato di tradurre la
visione all’esistenza umana secondo una prospettiva religiosa? Ci si dovrebbe
domandare le ragioni di un’afasia letteraria del mondo cattolico o della
censura a cui è stata sottoposta questo tipo di visione del mondo. Si pensi
alla delegittimazione cui sono stati sottoposti Giovannino Guareschi e Eugenio
Corti.
La seconda osservazione è relativa all’intraprendente e
originale lavoro che con Barsotti comincia a prendere avvio. Il coinvolgimento
della letteratura, anche priva se non addirittura avversa ad ogni parvenza
religiosa, nell’ambito teologico. Una sorta di teologia narrativa in cui si
intuisce che la Parola
di Dio si mescola con ogni parola umana e questa, anche nell’affermazione
dell’assenza di Dio, è segno della Sua Presenza. “Letteratura e teologia  – come dice Ferdinando Castelli che su questo
mutuo rapporto ha investito la sua ricerca più appassionata – vicendevolmente
s’illuminano e avanzano sugli stessi sentieri…La storia della letteratura è una
preparazione evangelica.”
Il libro che Rubbettino ha dato alle stampe è coraggioso
perché appartiene a quei lavori leggendo i quali viene voglia di andare alle
fonti. Barsotti ci invita a rileggere personalmente e direttamente le pagine di
quegli autori così lontani da Dio, così vicini a Dio.
M. Vacchetti

venerdì 8 marzo 2013

Divo Barsotti: "Le donne dell'Alleanza"

Le donne dell'alleanza.

Da un profeta dei tempi moderni un excursus delle grandi figure femminili della Alleanza, da Eva fino a Maria e alla Chiesa, Sposa di Cristo. Per la quale incessantemente preghiamo in questi giorni...

08-03-2013(2) by Vito Luigi Valente

sabato 5 gennaio 2013

L'Epifania in alcuni grandi autori moderni e contemporanei

 

 Di seguito alcune pagine interessantisse sulla Solennità dell'Epifania, scritte da alcuni tra gli autori moderni più rappresentativi, nell'ordine:


Vittorio Messori
Carlo Caffarra
Luigi Giussani
Divo Barsotti
Frederic Manns
Gianfranco Ravasi
Hans Urs Von Balthasar


* * *

Vittorio MESSORI
L'enigma di una stella su Betlemme

tratto da: Vittorio MESSORI, Ipotesi su Gesù, Sei, Torino 1979, p. 111-113.

Viene ancora dall'archeologia un'altra serie di strane testimonianze. Noi oggi sappiamo con sicurezza che la più celebre astrologia del mondo antico, quella babilonese, non soltanto era anch'essa in attesa del Messia dalla Palestina. Ma ne aveva previsto la data con una precisione ancor maggiore di quella degli esseni. Ecco qui di seguito la vicenda: libero ciascuno di trarne le conclusioni che gli pare.

Tutto parte dalla stella (il testo non parla mai di cometa, come molti credono) che avrebbe brillato nel cielo di Betlemme alla nascita di Gesù e dal conseguente arrivo di certi magi dall'Oriente. Così, almeno, quanto si racconta nel vangelo di Matteo.

Non si è naturalmente raggiunta la certezza che le cose si siano davvero svolte come raccontato da Matteo, né si giungerà mai a questa sicurezza: è però certo che l'ipotesi che si tratti di un racconto simbolico deve fare i conti con una serie di scoperte effettuate nell'arco degli ultimi tre secoli.

Pare intanto provato ormai scientificamente che gli astrologi babilonesi (quasi certamente i magi di Matteo) attendevano la nascita del «dominatore del mondo» a partire dall'anno 7 a.C. Questa data, con l'anno 6 a.C., è tra quelle che gli studiosi danno come più sicure per la nascita di Gesù. Il monaco Dionigi il Piccolo, infatti, calcolando nel 533 l'inizio della nuova era, si sbagliò e posticipò di circa 6 anni la data della Natività.

In questa luce, acquistano nuovo suono i due versetti del secondo capitolo di Matteo: «Nato Gesù in Betlemme di Giuda, al tempo del re Erode, ecco dei magi arrivare dall'oriente a Gerusalemme, dicendo: "Dov'è nato il re dei Giudei? Abbiamo veduto la sua stella in Oriente e siamo venuti ad adorarlo"».

Ecco le tappe che avrebbero portato a chiarire il perché dell'arrivo e della domanda dei magi. Una vicenda che ha quasi il sapore di un «giallo».

Nel dicembre del 1603 il celebre Keplero, uno dei padri dell'astronomia moderna, osserva da Praga la luminosissima congiunzione (l'avvicinamento, cioè) di Giove e Saturno nella costellazione dei Pesci. Keplero, con certi suoi calcoli, stabilisce che lo stesso fenomeno (che provoca una luce intensa e vistosa nel cielo stellato) deve essersi verificato anche nel 7 a.C. Lo stesso astronomo scopre poi un antico commentario alla Scrittura del rabbino Abarbanel che ricorda come, secondo una credenza degli ebrei, il Messia sarebbe apparso proprio quando, nella costellazione dei Pesci, Giove e Saturno avessero unito la loro luce.

Pochi diedero qualche peso a queste scoperte di Keplero: prima di tutto perché la critica non aveva ancora stabilito con certezza che Gesù era nato prima della data tradizionale. Quel 7 a.C., dunque, non «impressionava». E poi anche perché l'astronomo univa troppo volentieri ai risultati scientifici le divagazioni mistiche.

Oltre due secoli dopo, lo studioso danese Münter scopre e decifra un commentario ebraico medievale al libro di Daniele, proprio quello delle «settanta settimane». Münter prova con quell'antico testo che ancora nel Medio Evo per alcuni dotti giudei la congiunzione Giove-Saturno nella costellazione dei Pesci era uno dei «segni» che dovevano accompagnare la nascita del Messia. Si ha così una riprova della credenza giudaica segnalata da Keplero che, con le «date» di Giacobbe e di Daniele, può avere alimentato l'attesa ebraica del primo secolo.

Nel 1902 è pubblicata la cosiddetta Tavola planetaria, conservata ora a Berlino: è un papiro egiziano che riporta con esattezza i moti dei pianeti dal 17 a.C. al 10 d.C. I calcoli di Keplero (già confermati del resto dagli astronomi moderni) trovano una conferma ulteriore, basata addirittura sull'osservazione diretta degli studiosi egiziani che avevano compilato la «tavola». Nel 7 a.C. si era appunto verificata la congiunzione Giove-Saturno ed era stata visibilissima e luminosissima su tutto il Mediterraneo.

Infine, nel 1925 è pubblicato il Calendario stellare di Sippar. E' una tavoletta in terracotta con scrittura cuneiforme proveniente appunto dall'antica città di Sippar, sull'Eufrate, sede di un'importante scuola di astrologia babilonese. Nel «calendario» sono riportati tutti i movimenti e le congiunzioni celesti proprio del 7 a.C. Perché quell'anno? Perché, secondo gli astronomi babilonesi, nel 7 a.C. la congiunzione di Giove con Saturno nel segno dei Pesci doveva verificarsi per ben tre volte: il 29 maggio, il 1° ottobre e il 5 dicembre. Da notare che quella congiunzione si verifica soltanto ogni 794 anni e per una volta sola: nel 7 a.C., invece, si ebbe per tre volte. Anche questo calcolo degli antichissimi esperti di Sippar fu trovato esatto dagli astronomi contemporanei.

Gli archeologi hanno infine decifrato la simbologia degli astrologi babilonesi. Ecco i loro risultati: Giove, per quegli antichi indovini, era il pianeta dei dominatori del mondo. Saturno il pianeta protettore d'Israele. La costellazione dei Pesci era considerata il segno della «Fine dei Tempi», dell'inizio cioè dell'era messianica.

Dunque, potrebbe essere qualcosa di più di un mito il racconto di Matteo dell'arrivo dall'Oriente a Gerusalemme di sapienti, di magi, che chiedono «Dov'è nato il re dei giudei?».

E' ormai certo, infatti, che tra il Tigri e l'Eufrate non solo si aspettava (come in tutto l'Oriente) un Messia che doveva giungere da Israele. Ma che si era pure stabilito con stupefacente sicurezza che doveva nascere in un tempo determinato.

Quel tempo in cui, per i cristiani, il «dominatore del mondo» è veramente apparso.


* * *

Solennità dell'Epifania. Omelie del Card. Caffarra


Solennità dell’Epifania
Cattedrale di San Pietro, 6 gennaio 2009


1. "Cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere". Cari fratelli e sorelle, la parola di Dio oggi attraverso il profeta nella prima lettura e l’apostolo nella seconda ci educa ad una lettura della storia umana capace di coglierne il significato ultimo.
Quando guardiamo alle vicende umane ciò che ci appare immediatamente è la disgregazione ed il conflitto. Pensiamo in questo momento a quanto sta accadendo nella tristemente famosa striscia di Gaza, per limitarci ad un solo esempio.
Uomini esperti poi ed analisti competenti ci spiegano, o tentano di spiegarci, le cause politiche, sociali, economiche di questa situazione di disgregazione e di conflitto. Fatica nobile indubbiamente, poiché essa deve preludere ai sinceri sforzi degli uomini di Stato, dei responsabili dei popoli, a cercare soluzioni di pace giusta. Detto questo, il discorso sulle vicende umane è finito? Non c’è più nulla da aggiungere alle necessarie esortazioni morali al dialogo ragionevole e sincero?
Cari fratelli e sorelle, oggi la parola di Dio ci assicura che c’è dell’altro nella disordinata vicenda umana: di molto più grande. Che cosa?
L’Apostolo lo indica con una sola parola "il mistero": "mi è stato fatto conoscere il mistero", dice. Nel vocabolario dell’Apostolo questa parola significa il progetto che Dio nella sua sapienza ed amore ha elaborato a riguardo degli uomini e della storia umana. Un progetto quindi che è nella mente divina, ma che si realizza dentro alle vicende umane. Dunque, alla luce della Parola oggi ascoltata e creduta noi sappiamo che dentro alla storia umana si sta compiendo un progetto divino. Le vicende umane nel loro insieme non sono un caotico accavallarsi senza senso di avvenimenti: esse sono dimorate, abitate da un progetto divino. Non è la filosofia della storia, non è la scienza politica e/o economica a farci capire fino in fondo che cosa sta accadendo: è la parola di Dio accolta nella fede.
Viene allora spontanea una domanda: e quale è il contenuto del progetto di Dio? La risposta dell’Apostolo è la seguente: "che i Gentili … sono chiamati in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, e ad essere partecipi della promessa".
Anche l’Apostolo vede l’umanità divisa. Nel testo appena letto, considerandola dal punto di vista religioso, la vede spaccata in due: i pagani e gli ebrei. È per lui come il simbolo di altre divisioni che altrove prende in considerazione. Il progetto che Dio sta realizzando è l’unificazione degli ex-pagani e degli ex-giudei nel corpo di Cristo, la Chiesa che li include entrambi.
Ciò che il profeta, come abbiamo sentito nella prima lettura, aveva previsto, la riunificazione di tutti i popoli a Gerusalemme, ora si compie: ogni popolo diventa partecipe degli stessi beni della salvezza, prima riservati al solo Israele, perché appartiene in Cristo al Suo corpo, che è la Chiesa.
Cari fratelli e sorelle; che grande dono oggi la parola di Dio ci regala! Ci svela che dentro alla disgregata vicenda umana si sta realizzando il progetto di Dio di unire tutti i popoli in Cristo, di guidarli a formare il corpo di Cristo, la Chiesa. Rivolti a Gerusalemme-la Chiesa, diciamo senza retorica col profeta: "cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere. Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te. I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio".
2. In che modo Iddio realizza il suo progetto dentro la Storia umana? Forse colla forza? L’Apostolo risponde; "per mezzo del Vangelo". È la predicazione del Vangelo che ha in se stessa la forza, l’energica potenza di Dio di aprire il cuore di ogni uomo, se non si rifiuta alla grazia. Questa predicazione, in quanto azione della grazia, al contempo rivela ed attua il progetto di Dio dentro alla storia: Cristo tutto in tutti.
La narrazione evangelica è in germe questo evento di cui parla il profeta e l’Apostolo: i Magi sono la "primizia" dei pagani che adorano Cristo.
La modalità con cui oggi stiamo celebrando i divini Misteri è la professione chiara della nostra fede nel progetto di Dio: che cioè tutti i popoli "sono chiamati in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo" senza discriminazioni.
Certamente siamo ben lontani dalla meta. Celso, un filosofo pagano, esprime un sentimento che ci può prendere anche oggi: "I cristiani dicono di voler stabilire nel mondo l’unità; ma chi si mette in testa una cosa simile dimostra di non aver capito nulla".
Ma "questa è la vittoria che vince il mondo: la nostra fede". E la nostra preghiera: "venga il tuo Regno, Padre".
EPIFANIA DEL SIGNORE
Cattedrale
6 gennaio 2002
1. "I Gentili .. sono chiamati in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, ad essere partecipi della promessa per mezzo del Vangelo". Carissimi fratelli e sorelle, i Gentili di cui parla l’Apostolo siamo noi. E’ di noi dunque che si parla e si dice che Dio ha concepito a nostro riguardo un progetto, un "mistero" che "non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come al presente è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito Santo". E il progetto è di renderci partecipi della stessa salvezza promessa ai figli di Israele.
La solennità odierna celebra l’inizio della manifestazione del progetto di Dio a nostro riguardo: "Egli non volle che gli albori della sua nascita restassero nascosti nei ristretti spazi della casa materna, ma volle subito farsi conoscere a tutti" [Leone Magno, I Sermoni del ciclo natalizio, Nardini ed., Firenze 1998, pag. 225]. I Magi prefigurano la venuta di tutti noi alla fede. E’ utile dunque che attraverso la narrazione evangelica conosciamo in che modo l’uomo giunge all’incontro con Cristo.
L’inizio del cammino verso Cristo è indicato dalle seguenti parole: "abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo". La fede ha il suo inizio nella ragionevolezza dell’uomo: nell’attitudine naturale dell’uomo a porre domande ultime, a cercare il perché ultimo dell’esistenza dentro a tutte le sue dimensioni. La fede non può nascere in un uomo che non vuole porsi gli interrogativi ultimi della vita, ma che costringe la sua ragione dentro i limiti imposti dai sensi. Da questo punto di vista "la dimensione religiosa coincide con la dimensione razionale e il senso religioso coincide con la ragione nel suo aspetto ultimo e profondo" [L. Giussani, All’origine della pretesa cristiana, Rizzoli ed., Milano 2001, pag. 4]. I Magi non si accontentano di costatare un fatto, ne ricercano l’ultima ragione.
Ma posta la domanda, se ne deve cercare la risposta. E qui la pagina evangelica accanto alla figura dell’uomo che si muove, i Magi, raffigura due altre possibilità, esemplificate dal re Erode e dagli Scribi e sommi Sacerdoti. Erode esemplifica l’uomo che cerca, ma che non vuole trovare perché teme che Cristo provochi la sua libertà a cambiare vita. Scribi e sommi sacerdoti esemplificano l’uomo che né cerca né trova: essi sono coloro che "sanno" dove è il Messia e di questo si accontentano. Magi, Erode e Scribi configurano l’intera gamma delle attitudini umane davanti a Cristo. Infatti, come scrive Pascal, vi sono uomini che cercano e trovano; uomini che cercano e non trovano; uomini che né cercano né trovano: i primi sono ragionevoli e beati; i secondi sono ragionevoli e infelici; i terzi non sono né ragionevoli né felici.
Quando e in che modo la domanda trova la sua risposta, la ricerca il suo scopo: come avviene l’incontro con Dio? "Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua Madre e prostratisi lo adorarono". Carissimi fratelli e sorelle, vi prego di fare molta attenzione ad ogni particolare. Ascoltate come ancora il papa S. Leone Magno commenta questo passo: "Adorarono il Verbo nella carne, la Sapienza nell’infanzia, la potenza nella sua debolezza, e nella realtà dell’uomo il Signore della maestà… A Dio offrono l’incenso, la mirra all’uomo, l’oro al re, consapevoli di rendere onore all’unità delle due nature, la divina e l’umana" [op. cit. pag. 229]. La domanda ultima dell’uomo, la sua richiesta di senso, il suo mendicare una beatitudine illimitata trova risposta in questo fatto: quel bambino la cui madre è Maria, è Dio. Questo bambino è la risposta, l’unica risposta vera, alla domanda di infinito che è nel cuore di ogni uomo.
2. L’incontro ha una conseguenza suggerita nel Vangelo dalle seguenti parole: "per un’altra strada fecero ritorno al loro paese". La fede in Cristo, l’incontro con Lui non impedisce all’uomo di "far ritorno al suo paese": il credente non è uno spaesato. E il paese cui fare ritorno è la propria vita di ogni giorno: i propri affetti, il proprio lavoro, le proprie speranze e delusioni. Ma l’orizzonte ultimo di questa vita è cambiato: dentro all’ordinario abita ora l’eccezionale.
L’incontro con quel bambino ha investito la persona dei Magi, investe la persona del credente nella sua totalità e perciò tutte le azioni sono influenzate da quell’incontro: hanno adorato la gloria di Dio nella povertà della carne umana. E’ in fondo ciò che chiederemo nella preghiera finale: "la tua luce, o Dio, ci accompagni sempre in ogni luogo, perché contempliamo con purezza di fede e gustiamo con fervente amore il mistero di cui ci ha fatto partecipi".
Solennità dell’Epifania del Signore
Cattedrale di S. Pietro, 6 gennaio 2008

1. "Cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere". Miei cari fratelli e sorelle, la parola di Dio accolta e meditata nella fede ci rende capaci di vedere nella profondità la storia umana, ciò che sta realmente accadendo nel mondo. Certamente i grandi mezzi di informazione ci subissano ogni giorno di notizie. Ma non raramente la tribolata vicenda umana ci appare così confusa da indurci a pensare che essa non abbia in sé nessun "disegno intelligente" che la guidi. E forse siamo indotti anche a sentire vera la descrizione che ne fa il poeta: "una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e di furore, che non significa nulla" [W. Shakespeare, Macbeth, Atto V scena V].
La parola di Dio oggi ci libera da questi pensieri tristi, perché ci libera dalla nostra difficoltà di capire quanto sta oggi accadendo; scioglie il nodo della storia umana e ne risolve l’enigma. La luce ci viene dal profeta Isaia che abbiamo ascoltato nella prima lettura.
Esiste un "centro" verso cui convergono "popoli e re", cioè l’intera umanità socialmente e politicamente organizzata. Il cammino delle genti non è diretto verso il caos e la disgregazione totale, sotto il peso della violenza. Esso è diretto verso un "centro di unità", la santa Gerusalemme, che colla sua luce attira chi abita nelle tenebre e nell’ombra della morte. È un movimento sotterraneo, ma reale, che la profezia ci svela. È come una gigantesca fermentazione, un vero e proprio processo che all’interno di tutti i conflitti muove verso la "città santa": "alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro risono radunati, vengono a te … vengono da lontano".
Forse il profeta pensava alla possibilità per Gerusalemme di creare l’unità fra i popoli mediante la costituzione di un impero universale? Assolutamente no. Anzi, ci assicurano i competenti, che nel momento in cui la profezia venne pronunciata, Gerusalemme era ancora in larga misura un cumulo di rovine ed affidata ad un popolo povero e umile. Ed allora su che cosa si fondava la profezia? Era la trasposizione religiosa di una semplice utopia umana? In fondo, sono domande queste che anche noi ci poniamo ogni giorno: su quale base noi possiamo essere certi che la vicenda umana ha in se stessa il senso indicato dal profeta? Abbiamo il diritto di sperare che la profezia diventi realtà? A queste gravi domande risponde l’Apostolo, che abbiamo ascoltato nella seconda lettura.
2. "I Gentili… sono chiamati in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, ad essere partecipi della promessa per mezzo del Vangelo". Miei cari fratelli e sorelle, la profezia diventa realtà "in Cristo Gesù"; più precisamente: nel fatto che tutte le genti, assieme ad Israele, "sono chiamati in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo". In questa rivelazione che l’Apostolo oggi ci dona, si scioglie l’enigma della storia perché si compie la profezia.
Ciò accade in radice nel fatto dell’incarnazione del Verbo. Assumendo una natura umana, un corpo ed un anima umana, porta in sé virtualmente tutti gli uomini. Egli si è incorporato alla nostra umanità ed ha incorporato questa umanità a se stesso. Assumendo da Maria una natura umana, ha incluso in sé tutti gli uomini. Ciascuno ora è chiamato a ratificare liberamente questa sua originaria appartenenza a Cristo, mediante la fede ed i sacramenti.
L’Apostolo dunque ci svela perché ed in che modo la profezia diventa realtà, e quindi che cosa sta realmente accadendo nella tribolata e confusa storia dei popoli e delle nazioni.
Cristo spinge mediante l’evangelizzazione e invita colla grazia dello Spirito Santo verso l’unità ogni popolo e tutte le genti. Chi accoglie questo invito ed ascolta il Vangelo costituisce "un solo corpo", edifica la nuova Gerusalemme, la Chiesa.
Miei cari fratelli e sorelle, ciò che noi credenti intravediamo nella storia non è solo confusione, conflitti e scontro di egoismi. In essa noi intravediamo compiersi visibilmente e socialmente ciò che l’Apostolo chiama il "mistero … rivelato ai suoi santi apostoli e profeti": l’edificazione di un solo corpo, di una sola "nazione santa", il corpo di Cristo che è la Chiesa. Il "disegno intelligente" che il Padre in Cristo mediante l’effusione dello Spirito realizza nella storia è la Chiesa.
Nella venuta dei Magi a Betlemme per adorare il Bambino la teologia della storia scrive il suo primo capitolo, il "disegno intelligente" comincia a realizzarsi, la profezia comincia a diventare avvenimento.
Ed è ciò che vediamo anche noi coi nostri occhi. Stiamo celebrando i divini Misteri assieme a popoli, nazioni e razze diverse.
Ed allora, miei cari, il Signore ci conceda ogni giorno quel dono che chiederemo alla conclusione di questa celebrazione: di contemplare sempre con purezza di fede e gustare con fervente amore quel mistero che sta realizzandosi dentro alla storia, di cui partecipiamo ogni volta che celebriamo l’Eucarestia.

 * * *

Luigi Giussani: Epifania del Signore

Perché ai Magi è apparso? Non per nulla l’Epifania è sempre stata nella storia della Chiesa la festa missionaria per eccellenza; e non per nulla il Natale era identificato con l’Epifania, cioè il primo manifestarsi del Dio nato tra noi, del Dio-uomo al mondo.
La vita di Cristo non era sua, era per la missione. La vita di Maria non fu sua, ma per la missione. Quella vita dei pastori che, prima di vederlo, di ricevere l’annuncio, era loro, non fu più loro, ma era missione; anche se rimasero a casa loro con le loro mogli, con i loro figli e con il loro gregge. Il loro messaggio nel loro entourage, il messaggio nel paese dove erano, il messaggio che riferivano, che narravano a se stessi e agli altri, qual era? Quella vita, che per i Magi fu loro fino a quel momento, non divenne più loro
Proviamo a immedesimarci con tutta la gente attorno a Maria, con tutta la gente attorno ai Magi, con tutta la gente attorno ai pastori. Come li giudicavano? Impazziti. Come li giudicavano? Strambi. Li sentivano d’un altro mondo, un mondo dissolto, un mondo fantasioso, vano.
Così la nostra vita non è più nostra, ma la nostra vita è missione, è il comunicare ciò che ci è accaduto. Comunicare ciò che ci è accaduto, rendere perciò comunione la nostra presenza, rendere comunione le presenze in cui ci imbattiamo, rinnovare il miracolo della sua Presenza, rinnovare il suo avvenimento, rinnovare con gli altri l’avvenimento che Egli ha realizzato con noi: con gli altri e con le cose, con tutto.
È questa vigilanza missionaria che rende la nostra vita strategia di Dio, che identifica la nostra vita con la strategia di Dio, col disegno di Dio. La nostra persona si identifica con la sua Presenza, certezza e pienezza, tenerezza, allegria, allegrezza e gioia: perché questo è il Natale.

Luigi Giussani, “La familiarità con Cristo”

* * *

Don Divo Barsotti. La Festa dell'Epifania. Tutti i valori umani sono assunti dal Cristianesimo.


Israele e la sua storia

Quello che in questo anno mi ha soprattutto colpito, nell’ascoltare la parola di Dio, è uno dei temi più consueti della meditazione patristica. I Padri, da Origene in poi, si soffermarono su questo argomento trattando del comando dato da Dio a Israele quando, doveva fuggire dall’Egitto. Israele doveva portare con sé tutto quello che poteva portare e i Padri dicevano: tutto appartiene a Dio e tutto a Dio viene ricondotto attraverso il ministero del popolo eletto.
Quanto più questo è vero a proposito di Cristo Signore! È vero che quando io andavo a scuola di teologia, mi si raccontava che il popolo d’Israele era il popolo che più si manteneva immune da ogni influenza dei popoli stranieri. Ma quando poi ho studiato, da sacerdote, mi è apparsa totalmente capovolta la posizione che mi era stata presentata nella mia scuola di teologia. Cioè, veramente il miracolo d’Israele è che Dio, che vive in mezzo a questo popolo, gli dona la capacità di assumere tutti i valori delle culture dei popoli vicini, senza per questo contaminarsi, senza per questo perdere la propria individualità. Confluisce nel popolo di Israele la sapienza dell’Egitto e la sapienza di Babilonia; esso assimila la religione di Canaan senza tuttavia cadere nel politeismo. Assume tutti i valori religiosi, culturali, linguistici e rimane l’unico, fintanto che non assume anche i valori culturali della Grecia: lo stoicismo, il platonismo, il modo di sentire, lo stesso modo religioso di vivere in rapporto alla creazione, tutto questo Israele assumerà.

Il Cristianesimo e la sua storia

E quello che fa Israele, tanto più si realizza in seno alla Chiesa. È questo che dimostra che il Cristianesimo è l’unico, cioè che non è una setta: il fatto che ha la forza di assumere tutto rimanendo quello che è. Infatti la grandezza di un essere si manifesta nella capacità che esso ha di trarre a sé tutto il resto e di trasformarlo in sé medesimo. Se invece io sono debole nei confronti di un altro, io stesso vengo assimilato, io stesso vengo distrutto nella mia individualità e divengo l’alimento dell’altro. La capacità del tutto divina del Cristianesimo si esprime precisamente in questo: che il Cristianesimo solo è cattolico, cioè ha la forza di trarre tutto a sé, di assumere tutto e di tutto trasformare nel suo sangue, di tutto trasformare in sé.
È quello che diceva alcuni anni fa De Lubac a proposito dell’ultimo combattimento che forse avverrà quaggiù sulla terra: combattimento culturale religioso tra Buddhismo e Cristianesimo. Tutte le altre religioni cadono, non esistono più, sono tutte moribonde: l’ultimo scontro sarà fra la grandezza veramente impressionante del Buddhismo e del Cristianesimo. E oggi gli studiosi di religione dicono che sono due religioni del tutto inassimilabili l’una dall’altra.
Se questo fosse vero cioè se il Cristianesimo venisse assorbito dal Buddhismo, allora il Cristianesimo non sarebbe più religione divina. Bisogna che il Buddhismo possa essere totalmente assimilato dal Cristianesimo, senza perdere nulla del suo valore positivo. Se il Cristianesimo può questo, allora il Cristianesimo dimostrerà di essere divino; altrimenti il Cristianesimo stesso è una setta, il Cristianesimo stesso è l’espressione culturale, sia pure religiosa, di una certa epoca e di un certo popolo: dell’Occidente piuttosto che dell’Oriente, di questa epoca piuttosto che dell’epoca antica, o piuttosto dell’epoca che verrà. Il Cristianesimo per dimostrarsi divino, deve avere questa capacità, di assumere e trascendere ogni epoca, ogni cultura, ma anche di assimilarla a sé, anche di farla sua. Dio solo può assumerci salvandoci in Sé. Questo deve fare il Cristianesimo.

La festa dell’Epifania

Ora è questo uno degli insegnamenti che ci dà la festa di oggi. Quanti insegnamenti abbiamo saputo trarre, in questi venticinque anni da che siamo insieme, dalla festa di oggi! Ma quello che ci donano i testi che abbiamo letto stamani è un insegnamento diverso da quelli degli anni passati, e tuttavia è esplicitamente presente nei testi che abbiamo ascoltato. Che cosa dice infatti il profeta Isaia? «Le ricchezze del mare si riverseranno su di te, verranno a te i re dei popoli, uno stuolo di cammelli t’invaderanno, dromedari di Madian e di Efa, tutti verranno da Saba portando oro ed incenso e proclamando le glorie di Dio» [Is 60, 5-6]. E poi si è letto il Salmo. 71 che ripete lo stesso insegnamento: «I re di Tarsis e delle isole offriranno doni, i re degli Arabi e di Saba porteranno tributi, a Lui si prostreranno tutti i re, lo serviranno tutte le nazioni» [Sal71, 10-11].
Ecco che cos’è il Cristianesimo: è l’Oceano in cui si versano tutte le acque; e il Cristianesimo tutte le aduna, tutte le unisce in un solo inno di lode, in un solo atto di adorazione all’Unico, a Dio!
Ora tutto questo noi dobbiamo viverlo, non si devono dire soltanto delle grandi parole. Che cosa siamo chiamati a compiere vivendo la festa dell’Epifania? Miei cari fratelli, siamo chiamati a vedere un rapporto continuo fra tutti i valori terrestri, fra tutti i valori culturali e il Cristianesimo stesso. Ma come farlo? In che modo io cristiano potrò volgere tutta la bellezza umana, tutta la grandezza del pensiero umano, tutto lo splendore anche della storia umana, la grandezza degli eroismi, come potrò farli convergere a Cristo? Se io leggo i poeti come puro divertimento, come puro modo per me di arricchire la mia cultura, io non sono più cristiano: il mio impegno, una volta che io entro in rapporto con questa bellezza, è di trarre questa bellezza a Dio. Come fare?
Era questa la meditazione che facevo stamani. E allora mi è parso che se si guarda il IV Vangelo, forse vi si trova già qualche cosa della bellezza greca. Pensate all’incontro di Gesù con Maria Maddalena nell’orto, dopo la Resurrezione: Giovanni ha una plasticità di visione che supera di molto i sinottici. C’è anche un richiamo non solo alla luce, ma a qualche cosa che è proprio dell’amore sensibile: Maria di Betania che ugualmente si prostra davanti al Signore. C’è qualche cosa che richiama la bellezza greca.

Cristo assume tutto in sé…

Ma allora, lungo la tradizione cristiana, posso io vedere veramente questo Cristianesimo che assume tutti valori della bellezza classica? Posso io ritrovare questo? Perché se non trovo questo, il classicismo diviene per me una tentazione non superata; infatti io non debbo rifiutare nulla di tutto quello che Dio ha creato, io non debbo eliminare qualche cosa della realtà che tutta deve convergere a Dio. Si tratta per me di vedere il modo con cui questa bellezza può essere riportata, assunta, tratta a Lui. Posso io vedere attraverso la tradizione cristiana questa lenta ma irresistibile assunzione di tutti valori creati in seno alla Chiesa, in seno al Cristianesimo stesso? Non si opponga mai il Cristianesimo, perché il Cristianesimo non si oppone a nulla. Tutti potranno opporsi al Cristianesimo, ma il Cristianesimo non può mai opporsi a nessuna cosa. L’unica opposizione è col male, ma il male non è un valore assoluto. Pertanto tutto quello che è, nella misura che è, tutto trova la sua realtà ultima, la sua verità ultima, la sua vita ultima in Cristo Signore.
Certo, la santità dei Russi è concepita e vissuta come bellezza spirituale. La liturgia orientale ha qualche cosa della bellezza greco-orientale; è più sobria la bellezza greca, di quella bellezza che può rifulgere nella liturgia orientale, tuttavia qualche cosa c’è. E non solo questo, ma si può vedere il convergere di tutti i valori della classicità nell’umanesimo cristiano, non soltanto di san Francesco di Sales, ma per esempio di san Tommaso Moro. Non per nulla gli Inglesi hanno ereditato molto dai Greci: il Platonismo inglese dal secolo XII al secolo XVIII. C’è qualche cosa di greco nell’anima anglicana; l’anglicanesimo assume certi valori che forse per noi cattolici italiani non sono così sentiti.

…attraverso i suoi discepoli…

Comunque, ecco quello che noi dobbiamo vivere a proposito del testo che abbiamo letto: dobbiamo renderci conto che il Cristo è Colui che tutto assume, è Colui che tutto deve assumere: non soltanto tutto assume in forza della sua divinità perché Egli solo deve tutto salvare, ma Egli deve assumere, cioè Egli deve assumere attraverso di noi la bellezza, la cultura, il pensiero umano, l’eroismo, la bellezza dei corpi. Tutto deve assumere il Cristianesimo e trasfigurare nel Cristo, perché indubbiamente tutti i valori, nella misura che divengono termine ultimo, sono idolatria: sia la cultura, sia la bellezza, sia il lavoro, tutto è idolatria. Ma tutti i valori possono essere salvati in quanto Egli li assume e in Lui sono trascesi. Guai se ti fermi a un valore: la bellezza è idolatria, la cultura è idolatria, la morale, anche la legge, diviene idolatria. Ma tutti i valori assunti dal Cristo sono in Cristo trascesi. Però, perché siano trascesi, debbono essere assunti. Oh, l’importanza per noi di vivere, di riprendere tutti questi valori e di trasformarli, trasfigurarli nel Cristo! Che cosa? Certo la poesia, certo la bellezza, certo la vita, certo l’erotismo, certa la grandezza della cultura, certo tutta la cultura. Perché tutti i popoli porteranno a Lui tutto quello che hanno. Tutto quello che hanno deve essere l’offerta che tutti i popoli fanno al Re, tutto quello che la creazione possiede, che l’umanità possiede, non ha altro senso, non ha altro valore che quello di essere offerto, e non può essere offerto che in Lui a Dio che lo riceve nell’umanità di suo Figlio.
Cioè, Dio accoglie tutti questi valori attraverso l’Incarnazione. Io vi chiedo: che cos’è l’Incarnazione? È il mistero mediante il quale una Persona divina assunse la natura umana. Attraverso però l’assunzione della natura umana, il Verbo di Dio che cosa assume? Durante la sua vita tutta l’esperienza dell’uomo, come dice sant’Ireneo: la giovinezza, l’infanzia, la maturità, la fatica del lavoro, l’esperienza dell’obbedienza, l’amore umano, sensibile, verso la Madre, verso i discepoli. Assume un linguaggio: parla ebraico; assume i modi di sentire, i modi di parlare, i modi di vivere che sono propri di quella cultura.

…nella Chiesa

Ma termina qui l’Incarnazione del Verbo? Se l’Incarnazione del Verbo si comunica attraverso la Chiesa, il Cristo, cioè la Persona divina del Verbo deve assumere tutta quanta l’umanità, non solo gli uomini singoli ma tutti quelli che sono i valori morali che nella umanità si sono espressi e si esprimeranno, attraverso tutte le civiltà; e questo è il compito della Chiesa. La Chiesa è la continuazione del mistero dell’Incarnazione divina, mediante il quale mistero Dio assume tutti gli uomini e tutti i valori umani, tutta la creazione che è legata all’uomo, perché tutta la creazione divenga in qualche modo il pleroma del Cristo, perché tutta l’umanità divenga finalmente il corpo del Cristo nel quale io vivo.
Ma allora qual è la nostra funzione? Semplicissimo: Egli nasce da Maria, prende da Maria carne e sangue; ebbene, se Egli vuol nascere da te, se Egli vuol vivere dite, tu devi dare a Lui tutto quello che sei, tutto quello che hai: non solo in astratto la tua vita, non solo in astratto la tua eternità, ma la tua intelligenza, la tua capacità di sentire, la tua capacità di donarti. Ciascuno di noi è quello che è, ma quello che è ciascuno di noi lo salva nella misura soltanto che lo dona a Cristo e che Egli lo prende e lo trae a Sé perché in Lui viva.
La tua intelligenza potrà fruttificare soltanto se tu l’avrai data a Lui, il tuo cuore potrà veramente salvare la tua capacità di amare soltanto se attraverso il tuo cuore Egli ama, cioè se tu dai questo cuore a Lui perché, attraverso di te Egli ami. Questo tuo corpo medesimo nella sua bellezza, se è giovane, nella sua decadenza se è vecchio, questo tuo corpo medesimo devi dare a Lui perché in questo tuo corpo Egli viva ancora e manifesti la sua bellezza.
Voi lo vedete: è il Cristo che ha rivelato il Padre ma l’ha rivelato precisamente nella sua umanità e non solo negli insegnamenti che Egli ci ha dato, ma anche nella debolezza della sua infanzia, nella bellezza del suo corpo e nel suo corpo straziato. Il corpo è la prima espressione, è la prima manifestazione dello spirito umano, e anche il Cristo prima di tutto manifesta il Padre precisamente attraverso il suo corpo. No, non rifiutiamo la bellezza dei corpi, perché anche questa, se Dio l’ha voluta, è veramente una rivelazione di Dio.
Mezz’ora fa sono entrato in un salottino ed è venuta la Madre Generale delle suore che ci ospitano. Sono rimasto stupito dalla bellezza spirituale del suo sguardo e del suo sorriso. Come veramente anche la bellezza umana donata a Cristo rifulge di nuovo splendore! Tutto deve essere donato a Lui e in Lui tutto si salva. E non si salva soltanto così, come ogni cosa è, ma si salva in quanto in Lui tutto è trasceso e in Lui trova il suo compimento ultimo, la sua bellezza ultima il suo valore supremo.
Miei cari fratelli, doniamoci a Lui! È la festa dei Magi: anche noi dobbiamo portare i nostri doni a Lui. Tutto quello che siamo, tutto quello che abbiamo. Ciò che noi tratteniamo per noi e non doniamo a Lui, tutto questo imputridisce e non ha vita. Si salva soltanto quello che Egli assume! Doniamoci e rinnoviamo stamani la nostra consacrazione al Signore, la nostra donazione a Lui!



Prima meditazione


"Attirerò tutto a me"

È in un prolungamento della teologia di sant’Ireneo che noi possiamo continuare la meditazione. Stamani alla Messa si diceva dunque: il mistero dell’Incarnazione consiste nell’assunzione da parte del Verbo di una natura umana. Noi possiamo dire qualche cosa di più, qualche cosa non di meglio, ma che implica una teologia veramente più cattolica a proposito di questo mistero. Non so se ricordate, nel mio libro Il mistero cristiano e la parola di Dio, un capitolo che parla proprio di tutta la storia d’Israele come un processo d’Incarnazione divina. Prima che Dio s’incarni come uomo, Egli assume già la creazione, non già come assunse poi la natura umana dal seno della Vergine, ma Egli assume già la creazione come segno della sua presenza, Egli assume già la parola dell’uomo come espressione della sua volontà. Tutta dunque la vita dell’universo, noi dobbiamo concepirla precisamente come la gestazione per un parto divino; del resto Nostro Signore medesimo nel Sermone dopo la cena ci fa conoscere come tutta la vita dell’umanità e della creazione sia in ordine a un parto. E anche l’Apocalisse ci dice la stessa cosa.
Ora questa immagine non suggerisce ma, direi, esplicitamente insegna l’unità di tutto il processo della vita del cosmo, di tutto il processo della storia degli uomini; e l’unità di questo processo è in ordine precisamente all’Incarnazione. È vero che Dio si fa uomo nel seno della Vergine, ma è vero anche che questa natura umana assunta da Cristo non è il termine ultimo delle operazioni divine, perché attraverso questa natura Egli dovrà salvare tutti gli uomini, attraverso questa natura Egli dovrà portare a sé tutta quanta la creazione: "Omnia traham ad me ipsum". Noi dobbiamo non solo celebrare la festa dell’Epifania ma vederla, ma viverla, come impegno a donarci al Verbo di Dio perché Egli assuma noi e attraverso di noi tutte le cose.

Christus totus

In sant’Ireneo tutta la vita del Cristo è presentata come una progressiva "recapitulatio", come una progressiva riassunzione di tutta l’esperienza umana, di tutta la vita degli uomini fino alla morte stessa. Tuttavia, e questo è evidente, nella vita di Gesù di Nazareth, Egli poteva riassumere la vita della umanità ma non la vita di ogni uomo, e anche se riassumeva tutta la esperienza umana, l’assumeva precisamente non in quella caratterizzazione che distingue precisamente le differenze delle culture, delle epoche, delle mortalità. Era la giovinezza che Egli assumeva quando ora giovane, ma era la giovinezza dei Greci o era la giovinezza d’Israele? Era la giovinezza dei popoli moderni, è la giovinezza degli universitari che contestano oggi, o quale giovinezza Egli assumeva? La giovinezza in atto primo, dicono i teologi, non la giovinezza così come concretamente si esprime attraverso tutte le età e attraverso ogni singolo uomo.
Ora nulla di tutto quello che è reale Dio rifiuta da sé, nulla di tutto quello che è reale è escluso da questa assunzione divina. E proprio perché nulla di quello che è reale è escluso da questa assunzione divina, proprio per questo il mistero dell’Incarnazione divina continua nel tempo, fino alla fine dei tempi, fino alla fine del mondo. Tutta la storia degli uomini, come dicevo all’inizio, non è che la gestazione di un parto, e la fine del mondo è questo parto. Allora il mondo verrà meno quando tutta quanta la creazione si esprimerà nel "Christus totus", in Colui che avrà riassunto tutte quante le cose in sé, e tutto in Sé avrà salvato, quando tutti gli uomini Egli avrà assunto come membra del suo corpo e in sé medesimo tutti gli uomini Egli avrà salvato.
Voi capite bene che ogni uomo è una individualità singolare, con caratteri ben precisi, ma sono i limiti che anche dicono le differenze specifiche di ciascuno di noi. Ebbene Egli non mi salverebbe se non mi salva nella mia concreta natura, Egli non mi salverebbe se non mi salva anche in questi limiti che mi appartengono, in quanto precisamente attraverso questi limiti io mi differenzio dalle altre creature. Parlo di limiti in senso metafisico, non certo in senso morale. Egli deve assumere tutto. Ecco il mistero di questa Incarnazione che si prolunga nel tempo e sino alla fine dei tempi. Ecco il mistero di questa Incarnazione di Dio che è il contenuto di tutta la storia, il contenuto di tutta la vita.

Lasciarsi possedere dall’Amore di Dio…

In questo processo qual è il compito dell’uomo? È una cosa assai semplice, in fondo: potreste voi che siete donne divenire madri se non vi abbandonaste a un uomo che vi ama? Può veramente questo mistero dell’Incarnazione, che è un parto divino, realizzarsi senza la collaborazione dell’uomo in quanto si abbandona alla potenza di Dio, in quanto si lascia possedere da questo amore che tutto pretende? Tutta la storia è veramente la gestazione di un parto, ma in questa gestazione di un parto si suppone sia l’amore divino che trae a Sé, l’amore divino che ti assume, sia la creatura umana che a questo amore si abbandona.
Continua dunque in tutta la storia l’atto di un Dio che s’incarna assumendo la natura umana e anche l’atto della Vergine che a questo amore si abbandona. Tutta la vita della creazione si riassume nella parola dalla Vergine Maria: e la parola, e piuttosto l’atteggiamento della Vergine Maria, l’atto della Vergine Maria è l’atto della Vergine sposa che si abbandona allo sposo divino, per essere posseduta da Lui e divenire feconda di Spirito Santo fino a divenire la Madre di Dio. È questo tutto il contenuto della nostra vita: la nostra collaborazione ai piani divini è precisamente in questo abbandono di noi stessi per lasciarci portare, per lasciarci prendere, per lasciarci possedere da Lui. Si diceva stamani che quello che noi conserviamo imputridisce. Tutto quello che abbiamo lo abbiamo per l’amore, tutto quello che siamo lo siamo per l’amore. Intanto noi salviamo quello che siamo in quanto ci doniamo; e non possiamo donarci in ultimo che a Dio, perché il dono ad un’altra creatura non ci salva, nessun amore umano ci salva. L’amore umano in tanto vale in quanto è significativo di quest’amore di Dio al quale soltanto abbandonandoci siamo salvati, perché se Egli ci possiede ci possiede per l’eternità. L’amore umano è bello, è una cosa grande, è una cosa magnifica, indubbiamente, ma la sua bellezza sta precisamente nell’essere significativo dell’amore divino, è precisamente nell’essere immagine, simbolo, segno, sacramento di quest’altro mistero in cui si conclude e si realizza il mistero di tutta la creazione e della vita divina, o piuttosto dell’alleanza di Dio con l’uomo.

...donando se stessi…

Ora vedete: i Magi offrono oro, incenso e mirra, ma fintanto che si offre l’oro, l’incenso, la mirra, non si opera nulla. Infatti che cosa avviene? Avviene che i Magi poi se ne vanno per la loro strada. Se ne tornano nei loro paesi, e sembra che anch’essi cadano nel buio, nella notte: più nulla sappiamo di loro. Tutto il resto è leggenda. Di loro sappiamo soltanto questo: arrivarono e poi se ne andarono. Più nulla! Perché hanno portato dell’oro, della mirra, dell’incenso. Tu non puoi donare se non quello che hai, o piuttosto se non quello che sei, perché nessuno di noi possiede realmente se non sé medesimo. In fondo la cosa che ci è più propria è la nostra volontà, è il nostro spirito, è anche il nostro corpo, siamo noi stessi; ed è nel dono di noi stessi che si compie il mistero di una unione che veramente è feconda. Nel dono che fa Maria Santissima alla parola dell’angelo Ella diviene Madre del Cristo e rimane inseparabile da Lui. Non più il Cristo può essere senza Maria né Maria senza Gesù, perché una madre non è senza il Figlio né il Figlio senza la Madre, e fintanto che il Cristo sarà, Ella sarà la sua Madre. I Magi possono uscire dall’orizzonte del Cristo, ma la Madre no. Nemmeno Gesù, se lo volesse, potrebbe rigettare sua Madre; rimane sua Madre per l’eternità.
Quando tu doni te stesso a Lui, allora divieni inseparabile da Lui, perché ora tu non potrai vivere più che in Lui stesso. Questo matrimonio divino che esige da noi, il dono totale di noi stessi a Dio, per il quale dono Egli totalmente ci prende, questa unione nuziale che Egli ti chiede implica che tu non puoi ritrovarti più se non in Lui. Se veramente ti sei donato ora tu sei soltanto in Lui che ti ha preso, in Lui che ti ha posseduto, in Lui che ti possiede. Ecco perché il dono vero che noi dobbiamo fare a Cristo è precisamente il dono di noi stessi. Se il mistero di questa Incarnazione divina continua attraverso tutta la storia del mondo e attraverso la vita di ogni uomo, la vita di tutto il mondo si consuma in questo dono di noi stessi e di tutta l’umanità a Cristo Signore, in tal modo che Cristo Signore viva dite e in tal modo che tu non possa vivere che in Lui, perché se tu vivessi ancora in te stesso non ti saresti donato. Se veramente ti sei donato non puoi vivere più che nel suo cuore, non puoi vivere più che nel suo corpo, non puoi vivere più che in Lui, così come una madre vive nel sangue del figlio, nella carne del figlio, perché la carne del figlio, il sangue del figlio è il sangue della madre.

…nella nostra individualità

Se dunque ti doni a Cristo ed Egli vive dite tu non potrai ritrovarti che in Lui, ma allora in Lui sarai salvato, e questo è vero di tutti gli uomini. Ma attraverso quello che noi doniamo di noi stessi che cosa viene salvato? Perché, badate, il dono che Egli ci chiede, si diceva prima, non è un dono così in astratto: Egli ci chiede il corpo, il sangue, quello che siamo individualmente, in quanto noi siamo caratterizzati, distinti gli uni dagli altri, cioè nel nostro valore singolare, irrepetibile, nel nostro nome singolare, unico. Noi ci doniamo a Lui in quello che siamo come persone l’una dall’altra diversa perché se Egli salvasse soltanto l’umanità e non salvasse Divo Barsotti, io non saprei di che farmene della salvezza che Egli può realizzare dell’umanità intera: Egli deve salvare me, ma per salvare me sono io, nella mia individuale sostanza, io nei doni concreti che posseggo, in quello che io sono, in quanto mi differenzio da voi, che debbo essere posseduto da Lui.
Di qui l’importanza non solo che il dono di noi stessi al Signore sia veramente qualche cosa di concreto e reale, cioè qualche cosa di singolare per ciascuno di noi, ma, anche l’importanza che ha l’affermazione che la santità è il valore più individualizzante. Infatti quando ti doni agli altri, gli altri ti pigliano non come sei ma come ti vogliono o ti pensano e così tu devi in qualche modo, nell’amare gli altri uomini, incapsularti secondo quella concezione che essi hanno dite e molti non sanno di che farsene di quello che sei realmente e ti fanno secondo il loro gusto. Ma Dio ti prende quello che sei, Dio ti vuole quello che sei. E tanto più sei quanto più a Lui ti doni, perché è nel donarti a Lui che tu realmente salvi la tua individualità: salvi te come sposa, salvi te in quanto sei l’unica, "l’unica colomba".
Di qui un’altra verità, anche questa molto importante: che solo in questa comunione, in questa donazione che noi facciamo a Lui noi, nella nostra individuale, personale distinzione, siamo salvati. Egli veramente ci prende così come siamo, Egli ci vuole così come che siamo e prendendoci per quelli che siamo, ci salva. Ci salva perché, assunti da Lui, siamo assunti da un Dio, cioè viene trasfigurata la nostra natura senza cambiare.
Ecco perché i santi son diversi: ci sono santi mattacchioni e santi severi, santi che fanno penitenza e santi che bevono e mangiano, come nostro Signore; ci sono santi belli e santi brutti, santi zoppi e santi che camminano: di tutte le specie, come li volete. Guai se dovessimo farci con lo stampino! Lui deve salvare me, non dove salvare qualche altra cosa, perché altrimenti non sono salvo se io debbo cambiare quello che sono perché Egli mi prenda. Bisogna che Egli mi prenda così. Naturalmente mi trasfigurerà, ma la trasfigurazione dell’essere mio non implica una trasmutazione dei miei connotati, implica piuttosto una realizzazione perfetta di quello che sono. Ecco perché ogni santo è estremamente diverso dall’altro.

Il mondo ci spersonalizza

Gli uomini oggi sono fatti in serie, le personalità diminuiscono giorno per giorno, tutti diveniamo come i polli di allevamento: allevamento nelle fabbriche, allevamento in questi casoni. Basta entrare in queste città come Palermo o Milano o tante altre: questi grandi fabbricati dove stanno centinaia di famiglie! Siamo animali d’allevamento, non c’è nulla da fare, perché il fatto di vivere in un ambiente simile pian piano ci fa uguali tutti. Tutti leggono il medesimo giornale, tutti vanno con il medesimo autobus, tutti fanno le stesse cose tutti i giorni, hanno gli stessi gusti, mangiano le stesse cose. Sapete come si fa in America? Si va alla tavola calda, così in piedi, e si prende tutti la medesima cosa. È spaventoso! Guardate che la decadenza della cucina è anche la decadenza dell’umanità. È una cosa importante anche questa, perché tutto quello che implica la salvezza dell’uomo implica la distinzione personale. Come sarebbe bello vedere camminare quello con i pattini, quello con i trampoli.. E invece non si vedono mica camminare così! Ci sono le macchine e basta.
Il mondo ci salva facendoci animali, perché la salvezza a cui ci portano i partiti implica di per sé il livellamento delle coscienze, il livellamento dell’intelligenza, il livellamento della vita economica: tutti si deve star bene. E se io voglio star male? Ma guarda un po’, non mi lasciano nemmeno la libertà di star male! Ci danno giorno per giorno da mangiare come ai polli. Se si va avanti di questo passo si finisce così. Praticamente tutta l’economia degli stati, tende a liberarci da ogni proprietà personale perché poi tutti diventiamo gli stipendiati del governo, il quale penserà tutti i giorni a farci mangiare una bistecca, a darci due o tre contorni, il dolce e la frutta. Oh, ma sentite un po’, a me mi piace ogni tanto fare anche il digiuno! Ma che storie son queste di ricattare gli uomini? L’uomo deve essere salvato per quello che è, non livellarlo per poterlo salvare. Ed è Cristo soltanto, ed è Dio soltanto che ci salva. Donarci a Lui non vuol dire perdere noi stessi, i nostri connotati: Egli ci conosce per nome, dice il Vangelo.

Anche i nostri difetti servono al Signore

Ora l’Epifania, vuol dire anche questo, perché il giorno dell’Epifania non possiamo portare l’oro che non abbiano, la mirra che non sappiamo nemmeno come sia fatta, e l’incenso: l’Epifania possiamo viverla soltanto se noi realizziamo il dono di noi stessi concretamente al Signore, il dono di quello che siamo: con il nostro temperamento, con le nostre ubbie, perché anche i santi le avevano, con i nostri difetti e imperfezioni di carattere, perché anche i santi le avevano. Non perché loro le avevano noi dobbiamo amarle, ma perché dobbiamo donare quello che siamo ed in Lui saremo trasfigurati, perché allora anche i nostri difetti serviranno al Signore. Il carattere imperioso di S. Carlo servirà a qualche cosa nella, storia della Chiesa: anche se servirà a far bruciare seimila streghe, serve anche a realizzare il Concilio di Trento. Così la debolezza, le imperfezioni di ogni temperamento servono a Dio, se tu a Dio ti doni. Ma soltanto se tu ti doni a Lui, perché se non ti doni a Lui anche nelle tue doti, quelle positive divengono negative per te, divengono per te, più che doti che ti costruiscono, un pericolo che minaccia la tua vita e quella degli altri. Quante più doti hai: la capacità di amare, per esempio, o la bellezza, son doti tremende per te e per gli altri se tu non le doni a Lui. Le doti positive che hai non si salvano che in quanto a Lui le offri.
Ecco che questo esige da noi l’Epifania. E ricordiamoci che con la morte tutto è perduto, ma che ritroveremo quello che avremo donato a Lui perché Egli vive al di là della morte, perché Egli è risorto da morte e la morte non ha più potere su Lui. Perciò dona al Cristo quello che sei, donalo al Cristo! Ecco l’importanza della nostra consacrazione, l’importanza dei nostri voti se li viviamo davvero. Noi non ci potremo salvare che in questo donarci a Dio. Egli nascerà da noi, vivrà di noi, del nostro sangue, delle nostra carne, di quello che siamo: la nostra intelligenza, la nostra incapacità, la nostra debolezza, tutto, Egli vuole tutto. Egli prende perfino i nostri peccati: non solo le nostre imperfezioni di carattere ma i nostri stessi peccati. Probabilmente per molti di noi, se dobbiamo fare un bel bilancio di quello che possediamo, non abbiamo altro di meglio da offrirgli. Ebbene, diamogli anche i nostri peccati! Anche questi Egli vuole, di tutti questi Egli vive, perché Egli è l’Agnello che toglie i peccati del mondo. Non abbiamo nulla che dobbiamo trattenere per noi, non abbiamo nulla che Egli non voglia per Sé.

Imparare dalla Vergine
Questa è dunque l’Epifania: il dono di tutto quello che siamo, di tutto quello che abbiamo a Dio, perché in Dio noi possiamo ritrovarlo. E se il dono che noi facciamo a Lui è il dono di noi stessi ed Egli ci possiede, ed Egli riceve il nostro dono, allora noi siamo sicuri che in Lui questo dono rimane, perché Egli, l’Eterno, rende eterno anche il dono che gli faremo di noi stessi; e noi saremo salvi. Ecco quello che mi sembra che ci dica l’Epifania. Non dobbiamo imparare nulla dai Magi, dobbiamo imparare piuttosto qualche cosa dalla Vergine Maria. I Magi hanno portato soltanto l’oro, l’incenso, la mirra, e poi sono andati via. Che cosa hanno acquistato in questo modo? Il Cristo non sapeva di che farsene dell’oro e forse nemmeno la sua Madre; la mirra e l’incenso poi a che cosa potevano servire? I Magi portano e se ne vanno, ma non serve né all’uno né all’altro il dono che essi fanno. Ma la Vergine ha dato sé stessa, e donando sé stessa è nato Gesù. Ha donato se stessa, il suo sangue, il suo latte: e del suo sangue e del suo latte ecco, il Cristo cresce. Da bimbo diviene fanciullo. Egli vive di lei, del suo lavoro, del suo servizio, del suo amore. Ed Egli cresce! Così anche noi: il dono di noi stessi farà sì che il Cristo viva in noi e il Cristo assumendoci si rivela sempre di più al mondo.


Seconda meditazione


La "consacratio mundi"…

Abbiamo detto stamani che il mistero dell’Incarnazione divina continua. Continua però, attraverso questo dono, questo abbandono nostro alla sua forza di amore che ci attrae. Abbiamo detto stamane che non il dono dell’oro, dell’incenso e della mirra noi dobbiamo portare a Cristo, ma noi stessi; ed è nella misura che Egli ci prenderà, nella misura che Egli ci possederà che in Lui noi saremo salvati. Noi dobbiamo stasera ritornare anche a quanto si è detto nell’omelia, Dobbiamo capire come la celebrazione dell’Epifania implichi per noi non solo un portare a Dio quello che noi siamo, ma anche, attraverso il nostro lavoro, l’universo.
L’uomo non per nulla è stato creato Re della creazione. Voi sapete quello che io altre volte vi ho detto: la funzione regale che è propria dell’uomo, tanto più del cristiano, è in ordine al sacrificio, l’ultimo atto in cui consuma tutta la vita del Cristo e perciò anche la vita di ogni cristiano non è il dominio del mondo. Dunque la "consacratio mundi", non è tanto il prendere possesso di tutta quanta la creazione che deve essere veramente il tuo regno, quanto il riportare a Dio tutto quello di cui sei entrato in possesso.
Per dirla in altre parole: quale grande funzione ha tutta la umanità e soprattutto tutto il Cristianesimo, tutto il popolo di Dio! Al popolo di Dio non deve essere esclusa nessuna attività umana che metta l’uomo in rapporto con tutti i valori creati, perché è precisamente attraverso l’esercizio di questo lavoro che noi veramente realizziamo la nostra vocazione regale in vista poi di una "consacratio", di un riportare tutti questi valori a Cristo e in questa luce noi possiamo allora rivedere quello che è nel Vangelo di stamani.

…segno della nostra regalità sulle cose

Stamani si diceva: non dobbiamo essere come i Magi. E che se ne fa il Signore dell’oro, dell’incenso e della mirra? È donando noi stessi che ritroveremo noi stessi in Cristo. Però, dobbiamo anche dire che Nostro Signore non ha rifiutato nemmeno l’oro, l’incenso e la mirra: noi dobbiamo portare anche questo, cioè i prodotti, o piuttosto il segno della nostra regalità sulle cose. Il Vangelo non dice che i Magi fossero dei re, ma la tradizione comunemente parla di loro come re, e la tradizione ha interpretato bene il significato precisamente dell’episodio; infatti l’episodio che viene narrato è in ordine alla vocazione dei popoli gentili, ma la vocazione dei popoli gentili al Cristianesimo in tanto si realizza in quanto sono i re dei popoli che come tali vanno da Cristo. E non soltanto sono i re dei popoli, cioè i capi delle nazioni, che vanno a Cristo a tributargli il vassallaggio della loro fedeltà, ma questi re, oltre che essere rappresentanti di un popolo, sono anche coloro che portano a Cristo i beni di questi popoli. Il re infatti non è soltanto colui che domina il popolo, è anche colui che domina su un territorio; cioè la regalità, anche oggi ma specialmente nel mondo antico, non si esprime soltanto in quanto si dirige degli uomini nella guerra o nella vita civile, ma in quanto anche si domina su di un territorio e tutto quanto questo territorio diviene proprietà del re. Allora i Re Magi sono i rappresentanti dei popoli che riconoscono il Cristo come loro Re: "Rex regum et Dominus dominantium", ma sono anche coloro che portano a questo Re i beni di tutta la creazione.

Portare tutto a Cristo…

Ora, vivere il significato di questo testo evangelico che cosa implica per il cristiano? Che cosa implica per la Comunità? Implica che noi prima di tutto andiamo a Lui in quanto rappresentiamo i popoli e le nazioni, in quanto portiamo a Lui i beni di queste nazioni. Ma noi tutti siamo soltanto italiani. Eppure invece no, ciascuno di noi può rappresentare classi diverse: chi è vergine, chi è sposato, chi lavora nell’insegnamento, chi lavora nell’ospedale... Son tutte le attività umane che attraverso di noi devono essere ricondotte a Cristo, riconoscere in Cristo veramente colui che deve guidare ogni nostro lavoro, colui al quale ogni nostro lavoro deve essere diretto e ordinato. Nei giorni passati rimasi molto sconcertato perché un tale mi diceva che altra cosa è la fede e altra cosa la politica, e che lui per esempio amava don Barsotti perché don Barsotti non faceva politica. Io a dire la verità mi sentii gravemente offeso, perché come cristiani, noi riconduciamo a Cristo ogni attività umana: e che cristiani siamo se non ordiniamo a Cristo quella che san Tommaso chiama l’attività suprema dell’uomo sul piano sociale e sul piano storico? Sul piano sociale, sul piano storico, l’attività suprema dell’uomo è l’attività politica, che è l’attività architettonica per eccellenza, dice san Tommaso d’Aquino. Certo non si fa della politica se si fa della religione! Tutte quante le attività umane sono ordinate e tutte trovano il loro compimento in Dio, da cui tutto promana. Può essere vero che ci sia una appropriazione delle attività da parte del clero che dobbiamo evitare, ma non che una cristianizzazione dell’attività comprometta la loro autonomia, perché non vi è attività umana che in prima sorgente non derivi da Dio. E se tutto deriva da Dio, tutta la vita a Lui deve essere condotta. Ecco perché la nostra funzione, proprio in quanto dobbiamo vivere la festa dell’Epifania, è precisamente di vivere la nostra vita nella scuola, nell’insegnamento, nella medicina, riconducendo tutto a Cristo. Tutte divengono veramente funzioni regali, ma anche funzioni sacerdotali. Il cristiano è sempre sacerdote e re in quanto precisamente la sua attività si ordina a Dio, da Lui dipende e a Lui si ordina; dipende da Lui che è l’amore e a Lui si ordina nell’amore; tutto è per Cristo: "Omnia per ipsum facta sunt".

…per dare a tutto il suo giusto valore

Questo mi sembra che sia molto importante: non per il Cristo sapete! Cristo non ha bisogno dell’oro, della mirra, dell’incenso che noi possiamo portargli. Ma anche qui è il Cristo che dona alla nostra attività il suo valore perché, se non si riporta a Cristo, ogni attività umana diviene di per sé tale da compromettere la vita, tale da compromettere l’unità dell’uomo, tale da compromettere il risultato ultimo e finale della storia del mondo. Sentire dunque che noi tutti, in quanto viviamo l’Epifania, nella nostra attività anche umana, anche civile, anche profana, esercitiamo il nostro sacerdozio cristiano. Prima di tutto la nostra regalità cristiana, che ci impone di prendere possesso dei valori del mondo; ma ci chiama a prendere possesso dei valori del mondo unicamente per poi vivere il nostro ordinarci a Cristo nel nostro sacerdozio, perché la funzione regale è in ordine alla funzione sacerdotale. L’ultima attività del cristiano rimane sempre l’attività sacerdotale, come nel Cristo; infatti, anche il Cristo, come il nuovo Adamo, entra in possesso della creazione soltanto, come dice san Paolo nella lettera ai Corinzi, per poi offrirla al Padre: "Tutto è vostro, voi siete di Cristo e Cristo è di Dio". E dice san Paolo sempre nella stessa epistola, che Egli riporterà il regno, tutto l’universo, al Padre Celeste. E questo dono del Cristo è vero per ogni cristiano, perché il cristiano in tanto è cristiano in quanto partecipe dello stesso mistero.
Guardate, non mi fate dire delle cose che io non dico: io faccio della politica, e non sarei cristiano se non la facessi; ma è una politica che, come dal Cristo deriva, così al Cristo deve riportare. Questo non vuol dire che sia democrazia cristiana o altro: è ben altra la politica del cristiano, perché ha un’origine più profonda e un fine più alto, di quello che può avere qualsiasi partito. Comunque rimane vero che nel caso concreto noi dobbiamo fare poi anche delle scelte concrete; anche se rispondono precisamente a questa ispirazione prima di dipendere da Lui e di tendere a Lui, poi di fatto debbono essere delle attività che si configurano precisamente in una situazione storica, che hanno una loro fisionomia precisa nella condizione in cui ci troviamo.

La religione assume tutte le attività umane

Rendiamoci conto dunque di questo. Io non ho mai detto che non faccio politica, e non ho mai detto che la religione non è politica. La religione assume tutte le attività umane, e a tutte dona l’ultimo fine. Vi ricordate quello che vi dicevo stamane? Il Cristianesimo sarebbe soltanto una setta, era la parola del De Lubac, se non avesse la capacità di assumere ogni cosa e di trasfigurarla in Cristo Gesù; pertanto il Cristianesimo dimostrerà la sua verità ultima, se avrà la sua capacità di assumere anche tutti i valori del Buddismo, diceva De Lubac nel suo discorso. Questo è vero non solo per quanto riguarda le religioni, ma per quanto riguarda tutte le attività umane. Non vi è un’attività puramente profana; può essere anche un!attività che non sia clericale ma tutto, tutto dipende da Dio, e tutto a Dio si ordina. Ma da Dio non dipende, a Dio non si ordina che in Cristo Gesù. E questo voi dovete sentirlo. È vero, in fondo la vostra attività può essere anche povera umanamente, sul piano sociale, sul piano politico, può essere anche insignificante. Ma noi sappiamo che la fecondità e l’efficacia del nostro agire anche nella storia, anche nel mondo anche nei rapporti umani, dipende meno dalla missione che riceviamo che dalla nostra unione con Colui che è la vita di tutto.
Quanti hanno operato ben poco e tuttavia quello che hanno operato rimane! Hanno determinato delle svolte decisive nella vita del mondo, e non sono più grandi certo, se noi consideriamo quello che hanno fatto, le doti che avevano, di altre persone che agendo di più e con maggior intelligenza, o con maggiori mezzi, hanno però operato con meno efficacia, proprio perché non hanno diretto la loro vita a questo termine ultimo che è Cristo, a questo fine ultimo che è Lui.
Sono i re che portano i doni, e noi dobbiamo come re portare i nostri doni. Re di che cosa? Re della cucina, se non altro; l’ho detto anche stamani, che la cucina è una delle cose estremamente importanti. C’è anche una regalità dunque che la donna deve vivere in cucina. Questo deve capirlo anche chi è chiamato soltanto a far da mangiare. Anche nel far da mangiare si vive questa funzione regale che è prendere possesso della creazione per fare della creazione, di tutti quei beni che Dio ci ha dato, l’alimento dell’uomo! È in ordine all’ultimo alimento che è il Corpo di Cristo, e ogni pranzo, e ogni cena, non si può vedere separatamente da quello che è poi la Santa Messa. Come vi è una continuità fra tutte le attività umane e una unità in Cristo, così vi è anche una continuità fra tutte le attività umane e il mistero del Cristo. Quando voi siete in cucina dovete sentire che vivete in qualche modo una certa continuità col mistero mediante il quale il Cristo presente fra noi ci dona Se stesso come alimento; come pane e vino, pane che ci corrobora, vino che ci inebria.

Alla fine rimane solo l’amore

Può sembrare che le attività più infime, le più profane, ti escludano; e invece in queste attività si deve esprimere questa nostra regalità. Ma dobbiamo viverla poi anche in uno spirito di sacrificio, e infatti non si compie questa attività che proprio ordinandola all’amore. È veramente un sacrificio continuo quello che fa la madre di famiglia: due volte al giorno fa da mangiare, ci perde un mucchio di tempo, e poi in dieci minuti tutto è finito! Ma è meraviglioso questo! Tutto il nostro lavoro in ordine all’amore e l’amore consuma; e per l’amore, volta per volta, finisce. Non rimane di tutta la nostra attività che l’amore che la nostra attività ha alimentato, che l’amore che dalla nostra attività promana, l’amore come primo frutto del sacrificio, perché anzi il sacrificio stesso è amore, è dono.
Ma, si noti, il lavoro che noi compiamo implica il nostro rapporto non solo con gli altri ma con le cose. Anche questo ci dice il Vangelo di oggi. I Magi come re di certe nazioni, presentano a Dio i prodotti migliori del loro territorio. Anche questo è importante: non è importante soltanto che le nostre attività si ordinino immediatamente agli uomini e attraverso gli uomini a Cristo ma che anche attraverso la nostra attività noi prendiamo possesso delle cose umane. Si diceva prima: l’attività del mangiare, è un possesso che voi prendete delle cose umane, di quello che il suolo produce, di quello che vi dona il mercato: ne entrate in possesso per offrirle a chi amate. Così nello studio, così in qualunque lavoro.
È meraviglioso questo: mentre Dio nel suo lavoro è sempre indipendente anche dal suo prodotto, perché Egli creando non entra in rapporto con le cose che crea e non ha bisogno di nessuno strumento, per l’uomo invece è diverso; e questa diversità non dico che dice una maggiore dignità dell’uomo nei confronti di Dio, sarebbe bestiale dir questo, però manifesta una sapienza divina che noi dobbiamo adorare. Dio non vuole che noi lavoriamo senza aver bisogno degli strumenti, in tal modo che nel nostro lavoro le cose, strumento del tuo lavoro, vengano nobilitate da te, vengano umanizzate da te, portate nella storia umana. E d’altra parte Dio non vuole che operando attraverso degli strumenti, operando nelle cose, gli strumenti e le cose rimangano a te indifferenti una volta che divengono strumento del tuo lavoro. E una volta che il tue lavoro si esercita nelle cose, le cose si umanizzano, divengono possesso dell’uomo che le trasforma, ne fa in qualche modo la sua proprietà, le impronta del suo sigillo.

Il senso del lavoro

Anche questa è una cosa meravigliosa. La sapienza divina, attraverso il lavoro umano, fa sì che l’uomo veramente eserciti la sua funzione regale, perché senza il lavoro l’uomo non entrerebbe in possesso delle cose. Già prima del peccato originale Dio vuole che l’uomo eserciti la regalità alla quale Egli l’ha chiamato fin dalla creazione donando all’uomo il compito di lavorare. È dal lavoro che nasce la nostra regalità, è mediante dunque il nostro lavoro che noi entriamo in possesso dell’universo per offrirlo a Dio. Di qui deriva che noi dobbiamo riconoscere nel nostro lavoro una grandezza, una dignità, una sacralità: una grandissima sacralità. Chi non lavora non è cristiano. Bisogna lavorare; magari spazzar la casa: credete che sia un lavoro da nulla? Attraverso ogni nostro lavoro, dicevo, sia gli strumenti sia le cose entrano in possesso dell’uomo, si fanno umane in qualche modo, perché poi, divenute tua proprietà, tu possa offrirle a Dio, tu le riconsacri a Dio. È questo il dono dell’oro, dell’incenso, e della mirra che dobbiamo operare. È attraverso questo dono continuo, questo dono che implica per noi prima un possesso di tutto, attraverso questo dono che avviene la "consacratio mundi", e noi viviamo poi una partecipazione a quello che è l’atto ultimo del Cristo che offre Se stesso e con Se stesso tutto l’universo, al suo Padre Celeste.



Terza meditazione

L’Assistente di Famiglia

Prima cosa che si accennava stamani: l’elezione dell’Assistente di Famiglia. È una cosa molto importante perché, come si è detto tante volte, l’Assistente di Famiglia ha una funzione più importante, sotto certi aspetti, di quella del padre e di quella dell’Assistente Generale, perché è il superiore che vi è vicino, il superiore col quale dovete parlare. È naturale che l’Assistente di Famiglia debba avere diverse doti: doti umane di equilibrio, di saggezza, di prudenza e soprattutto, una maturità spirituale. Le doti organizzative, la capacità di governo, sono meno necessarie di quanto sia necessaria invece una certa maturità spirituale per guidare, per formare, per assistere, perché tutte le figlie, o i figli possano ricevere veramente da lei. Abbiate dunque cura di compiere questo atto che vi è chiesto non solo con spirito soprannaturale, ma dopo avere anche pregato. E chiedete poi, per i superiori, tutti i giorni al Signore che Egli li assista, li illumini, li guidi: dia loro pazienza, umiltà, spirito di sacrificio e di dedizione. È difficile essere superiori, perché il superiore in una famiglia religiosa è il rappresentante del Padre e dovrebbe avere lo stesso amore di Dio, dovrebbe partecipare della stessa pazienza che ha Dio con gli uomini, dovrebbe avere la sua stessa sapienza nel guidarli, soprattutto dovrebbe avere il medesimo amore, un amore che si dona tutto a ciascuno e sa precisamente adattarsi a ciascuno; infatti il dono che possiamo far di noi stessi agli altri, dagli altri non è ricevuto se non sappiamo adattarci alla mentalità di ciascuno, se non sappiamo rispondere subito al bisogno concreto e immediato di ogni anima.

Pregare per i superiori

Abbiamo bisogno che voi preghiate per noi: non basta che voi amiate i vostri superiori. Io so che li amate, anche quando credete di non amarli, anzi so che quando voi reagite magari in malo modo, tutto questo indica soltanto che voi li amate e per questo li vorreste diversi. Non c’è l’indifferenza nei confronti dei vostri superiori: questo è un fatto molto importante e molto positivo.
Ma il vostro amore deve manifestarsi in modo particolare soprattutto nella preghiera per loro; anche qui non nella sola preghiera formale. Ogni giorno, sì, li ricordo alla Messa, ma poi bisogna che voi soffriate un pochino per quello che sono i loro difetti: le loro impazienze, le loro impulsività; bisogna che voi soffriate di quelli che sono i loro limiti; perché allora, soffrendo di questi, voi in qualche modo attraverso la vostra sofferenza otterrete non solo che Dio perdoni ai superiori le loro mancanze ma otterrete una cosa più grande ancora: che i loro difetti non nuocciano alla Comunità; e questa è una cosa più importante. Che le loro mancanze non debbano chiudere un’anima, allontanare nessuno. Se otterrete questo, soffrendo e amando, non sarà poco il frutto della vostra preghiera.
Molto spesso, quando noi preghiamo, vorremmo che Dio rispondesse al nostro modo, ma la risposta di Dio è sempre più grande di quello che noi potremmo pretendere. È proprio questa la risposta che Egli può dare alla vostra preghiera: non che i superiori divengano santi, perché sarebbe troppo comodo! Se io non fossi impulsivo e impaziente come sono, sarebbe troppo facile vivere con me. Ma invece la nostra preghiera può ottenere che, mantenendosi queste tensioni, cresca in voi la pazienza e cresca in me la sofferenza di essere ancora così poco padre, così poco buono ancora, e così la sofferenza degli uni e degli altri ci maturi tutti e ci faccia andare tutti in Paradiso. Se le cose vanno troppo bene non vanno mica bene: Nostro Signore ci ha insegnato che le cose vanno bene quando siamo messi in croce.

La pazienza…

Ma è mal di poco se vi metto in croce io e se voi mettete in croce me: la cosa importante è essere pazienti nell’essere messi in croce. Non vi sembra? Saper vivere l’amore proprio nella pazienza in una pazienza che deve costarci. Non pretendiamo miracoli. I difetti appariranno sempre, ma forse i difetti debbono, rimanere proprio perché ci maturiamo giorno per giorno, sia pur faticosamente. L’unica cosa importante è che rimaniamo fedeli nella pazienza e nell’umiltà, accettandoci come Dio ci accetta, e non facciamo dei passi che possono compromettere davvero questa fedeltà, perché qualche volta è facile farli e sono irreparabili.
La cosa importante è rimanere fedeli, uniti, uniti pur nella sofferenza qualche volta. Bisogna vivere così, bisogna imparare che l’amore è essenzialmente pazienza e fedeltà, perché così ci ha insegnato il Signore. Se l’amore fosse una cosa facile, Gesù per amore non sarebbe morto; ma l’amore, nel Cristo, ha voluto dire morire crocifisso. Fintanto che non si muore crocifissi son tutte storielle, tante frasi belle quanto volete ma che non dicono nulla, lasciano il tempo che trovano perché ti lasciano nel tuo egoismo, nel tuo sentimentalismo, nella tua presunzione di essere già a posto mentre di fatto sei vuoto di ogni bene, perché non possiedi né la pazienza né la fedeltà. Il vero amore vince ogni prova, trascende ogni prova, sa veramente vincere tutto. Non vi è male nel mondo che l’amore non debba vincere, non vi è male, dunque nemmeno in noi che la nostra pazienza non debba vincere, altrimenti il nostro amore non è prova di quel compito che Dio ci ha dato.

…amore messo alla prova

Se Dio mi ha dato dei figli e delle figliole che sono molto difficili, vuol dire che Dio ha avuto molta fiducia in me, perché vuole che il mio amore sia provato da questa difficoltà e che, in me, l’amore la superari. Ma questo è altrettanto vero per il vostro amore nei riguardi dei vostri superiori, perché anche voi dovete amare. Dio non chiede meno a voi di quello che chiede a me: cercate dunque di sopportarmi e di essere fedeli nonostante questo. Bisogna che anche l’amore vostro sia prova delle difficoltà che Dio chiede a voi di superare, e le difficoltà sono rappresentate precisamente da coloro che dovete amare. Perché amare Dio è facile, specialmente in Paradiso, intendiamoci! Quaggiù non è facile amare nemmeno Lui ma in Paradiso è facile! È talmente bello, è talmente buono, come è possibile che il nostro cuore non sia attratto da Lui? Ma siccome Dio si fa presente in ciascuno di noi, diventa più difficile amarlo. E allora, essendo difficile amarlo, il nostro amore per Lui deve provarsi precisamente nel superare, nel trascendere la difficoltà della nostra unione con Lui nel rapporto con coloro che ce lo rappresentano; e ce lo rappresenta il superiore, ce lo rappresentano i fratelli, quelli che il Signore ci ha dato.
Si noti: una cosa molto bella nella Comunità è proprio questa. Anche nella famiglia avviene lo stesso, perché la mamma ha i figlioli ma non sa come li fa; poi crescono e ognuno ha il proprio carattere. Ma tanto peggio in una comunità religiosa, perché mi vengono dei figlioli che hanno già 40, 50, 70 anni: come faccio a formarli? Bisogna pure che li accetti così come sono, come il Signore me li ha voluti mandare. Nelle comunità religiose la differenza dei figli è assoluta, perché non siamo noi che gli scegliamo e non possiamo rifiutare quelli che il Signore ci dona: dobbiamo amare quelli ai quali Egli ci lega, dobbiamo vivere per loro comunque essi siano.
Io vi chiedo di pregare per me proprio perché io sappia avere questa pazienza e questa fedeltà. Fedeltà anche a coloro che sono andati via, nessuno è andato via; io non posso accettare che nessuno si sia separato dalla Comunità, anche se non lo vedo più: non posso certo né sollecitarlo né importunarlo se egli non vuol saperne, tuttavia egli deve trovare sempre un posto nel mio cuore, nel mio ricordo, nella mia preghiera, nella mia sofferenza. Una volta che siamo padri, lo siamo per l’eternità, non c’è nulla da fare! Rimango legato a ciascuno di voi e voi rimanete legati a me per sempre. È proprio questa fedeltà che ci assicura il Paradiso, perché è fedeltà al segno della presenza in noi dell’amore di Dio che è eternamente fedele.
Pregate dunque per me: ve lo chiedo come so e come posso. E se vi sembra che le mie parole siano formali, pregate perché non lo siano, perché ne va di mezzo la mia e la vostra salvezza, ne va di mezzo l’opera del Signore. La sincerità o meno del nostro impegno religioso nemmeno noi sappiamo fino in fondo quanto sia vera, quanto sia profonda; per questo io mi rimetto a Dio che solo può giudicarmi, Lui stesso cambi secondo quello che io dico i miei stessi sentimenti, le mie stesse disposizioni interiori, perché io sia davvero il sacramento in mezzo a voi di una paternità divina.

"Chiedo perdono a tutti"

In questa prima festa dell’anno non mi rimane che fare una cosa, prima di ritornare a san Sergio. È una cosa doverosa, ed è quella di chiedervi perdono, veramente di tutto, perché so di aver mancato: son troppo impulsivo, son troppo impaziente. So di aver mancato verso di tutti e chiedo a tutti perdono. Io devo essere in mezzo a voi come il sacramento della paternità di Dio. Sarebbe stupido e sarebbe sacrilego se io pensassi che anche di lontano ho assomigliato a questo esemplare divino, che non sono stato per voi di ostacolo nella vostra vita spirituale, che non sono stato per voi d’impedimento di tendere a Dio. Per questo vi chiedo perdono e pregate il Signore che ve lo chieda sul serio, perché da questo perdono può nascere veramente un nuovo cammino per me. Prima di tutto perché è nel perdono che ritorna veramente una nuova innocenza, e perciò possiamo ricominciare; ma sarebbe troppo facile chiederlo sul serio se da parte mia non ci fosse un minimo di volontà di essere più buono. Pertanto chiedetelo al Signore davvero, che con questo perdono che mi date io possa ricominciare davvero un cammino di amore più vero, più universale, più paziente: più capace di accettare, più capace di rispondere a tutti i vostri bisogni e aspirazioni.
* * *

Frédéric Manns: Perché Dio s’è fatto uomo? L’Incarnazione secondo il Giudaismo e l’Islamismo

Il Verbo si è fatto carne
Perché Dio s'è fatto uomo? L'Incarnazione secondo il Giudaismo e l'Islamismo. - Dio comunica con l'uomo, perché è in comunione con sé stesso.
Vi é una fede semplice alla quale non manca niente. Ma la semplicità non si riceve in anticipo: va conquistata. La fede si può anche meditare e approfondire. La fede si considera intelligente: cerca di comprendere. Il cristiano ha bisogno di lucidità di fronte alle domande che incontra ogni momento. Benché il vissuto abbia più importanza del cammino intellettuale, la ricerca teologica è gelosa del suo diritto di cittadinanza.
Le Scritture testimoniano la rivelazione di Dio nel corso dei secoli e soprattutto in Gesù Cristo. A questa testimonianza fondamentale bisogna aggiungere le confessioni della fede ecclesiale. Alla domanda: “Chi è Gesù Cristo?”, la comunità cristiana non poteva sfuggire.
Dio fatto uomo
Il Cristo non è l'uomo divino celebrato dalla mitologia greca. E neanche è il simbolo dell'umanità, esaltato fino al punto da divenire Dio. Egli è Dio che si fa uomo. Lo scandalo cristiano è l'umanizzazione di Dio, la sua kenosis, il suo annientamento. “Da Nazareth può uscire mai qualcosa di buono?” Ecco la domanda che da secoli scandalizza l'umanità.
Il messaggio di un Dio che si umilia è già contenuto nel Vangelo dell'infanzia. Mentre il Vangelo di Marco si apre sulla proclamazione del Regno di Dio, Matteo e Luca hanno sentito il bisogno d'insistere sul mistero dell'Incarnazione di Dio. Il Dio che si fa uomo viene a
realizzare le Scritture d'Israele: “Se tu potessi squarciare i cieli e discendere!” (Is 64,1). Un Dio che condivide la condizione dell'uomo, che soffre con il suo popolo, che interviene per liberarlo: ecco una novità stupefacente.
L'Emmanuele
La Bibbia aveva celebrato l'efficacia della Parola come strumento della creazione del mondo: “Per la sua Parola furono fatti i cieli” (Sir 42,15). Questa Parola non è altro che la Sapienza di Dio. Ben Sira è arrivato a questa conclusione dopo lunghe meditazioni. Il Nuovo Testamento, che completa l'Antico, superandolo, afferma nel prologo del Vangelo di S. Giovanni: “Il Verbo s'è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi”. La Parola diviene una Persona in cui si manifesta la gloria di Dio. Betlemme, la città del re David, accoglie questo messaggio rivelato ai piccoli e non ai sapienti. La sapienza ha alzato la sua tenda in mezzo agli uomini. Dio si è rivelato come Emmanuele, come Dio con gli uomini.
I Padri della Chiesa, colpiti da una tale novità, hanno voluto mettere in musica le note di questa partitura. Una buona notizia di tale vastità non può essere che cantata, perché rallegra il cuore. Essa apre le porte a una speranza illimitata.
Ireneo di Lione, erede della tradizione giovannea, celebra la novità assoluta dell'Incarnazione. Dio fa nuove tutte le cose. La nascita del Verbo spacca la scorza della vecchiaia del mondo. Tutto ciò che è vecchio e usato indietreggia davanti alla nascita di Gesù. Colui che viene da Dio porta con sé tutta la novità. Cieli nuovi e terra nuova”, aveva annunziato il profeta Isaia. Cioè, la nascita del Bambino di Betlemme ha una dimensione cosmica. Tutta la creazione attende la liberazione, perché era stata sottomessa al peccato.
Con l'Incarnazione la Parola di Dio si fa ciò che noi siamo, perché noi diventiamo ciò che essa è. La terra trasformata in cielo al momento dell'Incarnazione per mezzo di colui che si fa “il coltivatore di Dio”, secondo l'espressione di Clemente d'Alessandria. Dio s'è fatto uomo perché l'uomo diventi Dio, ripeteranno i Padri della Chiesa.
Si è fatto povero per arricchirci. Si è fatto piccolo per farci grandi.
L'Incarnazione del Figlio di Dio dice la vocazione dell'uomo a essere divinizzato. “Figli di Dio noi lo siamo realmente”, afferma S. Giovanni nella sua prima Lettera. Riconoscere questa dignità è rinunziare a proclamare l'assurdità del mondo. La condizione umana è stata talmente nobilitata che una scintilla divina risplende in ogni creatura. Lo Spirito di Dio che ha coperto Maria della sua ombra è ancora capace di ripetere lo stesso miracolo.
Agostino commenta con il suo abituale acume e il suo senso pastorale: “Dio che aveva fatto l'uomo è divenuto sua opera, affinché la sua opera non perisse. Senza l'Incarnazione l'opera di Dio sarebbe rimasta incompiuta e incompleta. La Parola si è incarnata prendendo ciò che non aveva, senza perdere ciò che era”.
Paolo, nella sua Lettera ai Colossesi, aveva affermato che tutto è stato creato per il Cristo. Il grande movimento di “umanizzazione”, per prendere un'espressione di Teilhard de Chardin, culmina nell'Incarnazione del Figlio di Dio.
Nozze di Dio e dell'uomo
Bisognerebbe a questo punto citare le Omelie di S. Leone sulla Natività, per godere l'orchestrazione della stupefacente alleanza tra Dio e l'uomo. S. Leone fu il cantore incontestabile della grande sinfonia in cui si celebrano le nozze fra l'eterno e il temporaneo, lo spirituale e il corporeo, il terrestre e il celestiale, poiché l'uno non può crescere e prosperare senza radicarsi profondamente nell'altro.
S. Gregorio Magno, nelle sue omelie sui Vangeli mette in rilievo un altro elemento dell'Incarnazione: “Non è nella casa dei suoi genitori che avviene la sua nascita, ma in viaggio. Egli voleva mostrare che nel prendere in prestito la natura umana, nasceva per così dire in un luogo straniero. Straniero non alla sua potenza, ma soltanto alla sua natura, poiché, per quanto concerne la sua potenza, è scritto: - Egli è venuto in mezzo ai suoi -. Nella sua natura egli è nato prima del tempo; è nella nostra che egli è venuto nel corso del tempo. Se dunque Colui che rimane l'Eterno ha ben voluto mostrarsi nel tempo, il luogo in cui è disceso gli è certamente straniero”. Gesù è non solamente Dio fatto uomo, ma è il Verbo di Dio fatto povero, inserito nella storia di un popolo oppresso, pronto a condividere la vita della piccola gente del suo popolo.
Verbum abbreviatum
Dal canto loro i maestri di spirito, nel meditare il mistero del Verbo incarnato, hanno parlato spesso del Verbo abbreviato. La lunga Parola del Vecchio Testamento che ha ispirato molti profeti si fa breve nel Bambino che nasce a Betlemme. E questa Parola chiede di nascere nel cuore dei credenti. S. Francesco ne prenderà spunto per dire che il predicatore deve parlare brevemente, poiché Cristo è la Parola breve del Padre, quella che riassume la legge e i profeti. Il Cristo, Parola breve, riassume il suo insegnamento in un solo comandamento, quello dell'amore. E' sufficiente che il predicatore centri il suo discorso su questo tema fondamentale.
Il Natale evoca una triplice nascita:
la nascita del Figlio unico generato dal Padre celeste nell'essenza divina;
la nascita che si compie per una Madre che, nella fecondità, conserva l'assoluta purezza della sua castità;
la vera nascita di Dio in coloro che lo accolgono.
Ciò significa che la sinfonia del Natale resta una sinfonia incompiuta finché il cuore del credente rimane chiuso.
Primato di Cristo
Il B. Giovanni Duns Scoto ha scrutato il mistero dell'Incarnazione alla luce dei testi paolini. La principale intuizione della sua teologia è l'affermazione del primato universale del Cristo, punto di vista che si ricollega alla Lettera di Paolo ai Colossesi. Curiosamente la teologia cristiana sembrava averlo dimenticato.
L'Incarnazione di Gesù era generalmente presentata come una riparazione del peccato. Diventava così un evento accidentale, una sorta di progetto di seconda mano, una reazione di Dio alla caduta iniziale dell'uomo. Anche nel recente Catechismo della Chiesa Cattolica il capitolo sul Cristo si snoda nel paragrafo sulla caduta di Adamo. La Cristologia sembra ridotta a Soteriologia, teologia della salvezza.
Duns Scoto contesta che il peccato d'origine sia la pietra angolare del dogma cristiano. L'Incarnazione del Figlio di Dio non può essere tributaria del peccato degli uomini. Anche se l'uomo non avesse peccato, il Cristo sarebbe venuto tra noi. L'uomo, creato a immagine di Dio, è già l'uomo destinato ad essere identificato, incorporato al Cristo per partecipare con Lui alla vita stessa di Dio. E' l'amore il motivo predominante dell'Incrnazione. E poiché il Cristo è il capo di tutta la creazione, l'amore è la sorgente stessa di tutto il creato.
Il B. Scoto si ricollega qui al pensiero giudaico. Secondo la tradizione sinagogale il primo versetto della Genesi: “In principio Dio ha creato il cielo e la terra”, era interpretato così: “E' nel principio, che è la Sapienza, che Dio ha creato. La creazione dunque esiste in vista di quel medesimo principio. La Lettera di Paolo ai Colossesi s'ispira a queste affermazioni: “Tutto è stato creato in Lui e per Lui”.
Il Vaticano II nella Gaudium et spes n. 45 ritrova degli accenti di Duns Scoto e di T. de Chardin per celebrare il Cristo come “punto verso il quale convergono i desideri della storia e della civilizzazione”.
La Parola che s'incarna chiede di metter via tutto ciò che è disincarnato, ristretto, contorto. Essa non è più semplicemente oggetto di studio e di approfondimento intellettuale. Poiché si è fatta persona, esige adorazione, contemplazione e rispetto.
Natale è l'inizio
Ricordare l'Incarnazione alla luce dei Vangeli è ridire l'originalità del pensiero cristiano. Il Figlio di Dio che condivide la condizione dell'uomo è il nuovo Adamo, colui che realizza pienamente la vocazione dell'uomo. E' la Sapienza di Dio annunziata nel Vecchio Testamento che stabilisce la sua dimora fra gli uomini. E' l'Emmanuele che soffre e si unisce all'umanità e la riconduce verso il Padre. Dio è venuto in modo tale che non gli è più possibile ritrovare lo splendore della sua gloria senza il mondo e senza l'uomo. Iniziando dal Natale tutto s'incammina sotto la spinta dell'amore verso il Volto del Padre. Il tempo è già avvolto di eternità, perché l'eternità si è impegnata nel tempo. La notte del mondo si trasforma progressivamente in chiarore.
Quando il Figlio di Dio diventa figlio della terra si lascia contenere in un punto dello spazio e del tempo. Più ancora si lascia incasellare in una lingua e in una cultura. In realtà è Lui che contiene l'universo. Attraverso il suo corpo Egli non vuole appropiarsi del mondo come di una preda, ma lo fa corpo d'unità, carne cosmica ed eucaristica. In Lui il mondo diventa corporeità spirituale, vivificata dallo Spirito. Egli infonde la sua corporeità luminosa nel nostro corpo sofferente, affinché sulla croce tutto s'illumini: non solamente l'universo, ma anche tutto lo sforzo dell'uomo per trasformarlo.
L'uomo non separi ciò che Dio ha unito
Scrive S. Cirillo: “La bellezza del Figlio è maturata nel tempo perché noi siamo condotti come per mano verso la bellezza di Colui che lo genera”. Tale bellezza è maturata nel tempo dell'Incarnazione e della Passione, bellezza di un Volto insanguinato e risorto, vincitore della Morte. L'uomo dei dolori, senza bellezza nè splendore, si rivela come il trasfigurato. La croce, in cui la ricerca è placata per l'epifania dell'Amore, ci svela l'icona del suo Volto. Soltanto il Volto di Dio nell'uomo ci permette di decifrare il volto di tutto l'uomo in Dio e di decodificare nella comunione dei santi l'enigma dei volti che circondano l'uomo contemporaneo. Non è il Volto di Dio senza l'uomo che Mosè ha contemplato sul Sinai. Non è il volto dell'uomo senza Dio che svanisce nel nulla. E' il Volto dell'Emmanuele, Dio con noi.
Il Giudaismo e l'Islam rifiutano l'incarnazione del Figlio di Dio in ragione della trascendenza di Dio. Un Dio non può mischiarsi con la sua creatura che a rischio di perdere la propria divinità, dicono loro. Il Cristianesimo insegna che Dio ama gli uomini fino a farsi uomo. L'Incarnazione non è un'umiliazione della ragione dell'uomo, ma il riconoscimento della vera dignità dell'uomo. Origene, nel Commentario al Vangelo di Matteo (14,7), sottolinea che il corpo del Cristo non è affatto qualcosa a fianco della Chiesa, che è il suo corpo. Dio non li ha uniti come due, ma come una sola carne, impedendo che l'uomo separi ciò che Dio ha unito, la Chiesa e Dio. In maniera invisibile il mistero dell'Incarnazione si prolunga nella Chiesa.
La vita che Dio ci ha comunicato è un'irradiazione del suo amore trinitario. Il fine dell'Incarnazione del Figlio di Dio è stato quello di rendere possibile la comunione con Dio e tra gli uomini. Un Dio che non è trinitario non fa condivisione. Ora tale condivisione comincia per noi a Natale, ed è la salvezza. “Oggi è nato per voi il Salvatore”.
Frédéric Manns
SBF - Jerusalem

* * *

Gianfranco Ravasi. Epifania: nella ricerca dei Magi la nascosta inquietudine di ogni essere umano. Il senso della “stella cometa”.


Era il 614 e la basilica di Betlemme, eretta attorno al 325-330 dalla madre di Costantino, Elena, e ristrutturata un paio di secoli dopo da Giustiniano, era assediata dal re persiano Cosroe che aveva già raso al suolo tutti gli edifici sacri cristiani della Terra Santa. Il sovrano stava già per ricorrere al fuoco e alle balestre quando s'accorse che sul frontone della basilica della Natività di Cristoerano raffigurati alcuni personaggi vestiti proprio come lui: erano i Magi che i bizantini avevano tratteggiato in abiti da cerimonia persiani. Quella chiesa, che racchiude nella cripta la grotta della nascita di Cristo, fu così salvata ed è ancor oggi possibile visitarla penetrandovi per un'unica porticina detta simbolicamente "dell'umiltà", ma forse più prosaicamente destinata a impedire ai cavalieri ottomani di accedere a cavallo nelle cinque navate dell'interno.

MATTEO E GLI APOCRIFI

Il racconto di Matteo che riguarda i Magi (2, 1-12) è sobrio, sebbene non privo di colpi di scena ed è tutt'altro che fiabesco, anche se la tradizione artistica e popolare successiva si è lasciata conquistare dalle sue componenti narrative. Pensiamo, ad esempio, alle innumerevoli "Adorazioni dei Magi" di pittori celebri e ignoti, oppure al bel romanzo di Michel Tournier Gaspare, Baldassarre e Melchiorre (1980), al film Cammina cammina di Ermanno Olmi (1983), alla ballata che Thomas Stearns Eliot dedicò ai Magi nel 1927: "Fu per noi un freddo avvento / per un viaggio lungo come questo. / Le strade fangose (...) / e i cammelli pustolosi, i piedi sanguinanti / (...) Vi furono momenti in cui rimpiangemmo / i palazzi d'estate sui pendii, i terrazzi, / le seriche fanciulle che portavano / i sorbetti".

Nel 1985 durante una campagna di scavi nel deserto egiziano delle celle a ovest del delta del Nilo, è venuta alla luce la più antica testimonianza dipinta (VII-VIII sec.) dei nomi, ignoti al Vangelo, dei Magi. Sull'intonaco bianco del muro di una cella un monaco aveva tracciato in rosso questi tre nomi: "Gaspare, Belchior, Barthesalsa". Si tratta di una delle tante deformazioni o variazioni che derivavano dai cosiddetti Vangeli apocrifi, testi nati dalla pietà popolare del cristianesimo primitivo, le cui pagliuzze d'oro di verità storica e di fede si nascondono in un magma di fantasie folcloristiche.

In un frammento del perduto Vangelo degli Ebrei, assegnabile alla prima parte del II secolo, i Magi, "indovini dal colorito scuro e dai calzoni alle gambe", sono un vero e proprio stuolo, guidato però da una terna di capi: Melco, Caspare e Fadizarda.

Qualche secolo dopo (VI-VII), ma su una base documentaria certamente più antica, un altro apocrifo, lo Pseudo Matteo, fonte privilegiata degli artisti medievali, scriverà: "I Magi offrirono ciascuno una moneta d'oro" al Bambino, ma aggiunsero ciascuno un dono personale: Gaspare la mirra, Melchiorre l'incenso, Baldassarre l'oro. Si costituiva così la tradizione popolare dei tre Magi, con nomi precisi e, a causa dei doni e di un salmo (il 72: "I re di Tarsis e di Saba offriranno tributi, a lui tutti i re si prostreranno"), furono dotati di dignità regale. Per non dire poi che in essi si tenterà di riassumere tutto lo spettro dei colori razziali: l'uno verrà identificato come un bianco, l'altro come un giallo e il terzo come un moro, mentre le loro ipotetiche reliquie approderanno, attraverso complesse vicende storiche, a Milano e a Colonia.

La fantasia pirotecnica degli apocrifi e delle tradizioni popolari, scontenta della sobrietà dei dati offerti dal Vangelo di Matteo (2, 1-12), non si è fermata qui ma si è gettata con entusiasmo alla ricerca (e spesso all'invenzione) di scene pittoresche. Più contenuto è il Protovangelo di Giacomo del III secolo, che si accontenta di fissare l'attenzione soprattutto sulla stella. "Abbiamo visto - confessano i Magi - una stella grandissima che splendeva tra tutte le altre stelle e le oscurava tanto che le stelle non apparivano più. La stella poi si è arrestata proprio in cima alla grotta".

Della stella si interessa anche un altro apocrifo, L'infanzia del Salvatore, un testo scoperto in due versioni nel 1927 e databile attorno al VI secolo: "Ecco un'enorme stella che splendeva sulla grotta dalla sera al mattino; una stella così grande non era mai stata vista dall'inizio del mondo". Ma, nel prosieguo del racconto, l'autore in modo più raffinato si preoccupa di ricordarci che quella stella era in realtà "la parola di Dio ineffabile". Curioso resta, però, il monologo di Giuseppe che spia da lontano con apprensione i Magi: "Mi pare siano àuguri: non stanno fermi un momento, osservano e discutono tra loro. Sono forestieri: il vestito è diverso dal nostro vestito, la veste è amplissima e scura, hanno berretti frigi e alle gambe portano sarabare [gambali] orientali". Alla domanda sull'identità del bambino, Giuseppe risponde - non si capisce se ironicamente o "teologicamente" - in questo modo: "Suppongo che sia mio figlio". Ma essi gli spiegano che di ben altro si tratta.

Ancor più vivace è il Vangelo arabo dell'infanzia del V-VI secolo che considera i Magi come discepoli di Zarathustra, il profeta della religione iranica, e li fa protagonisti di un delizioso apologo sulle fasce di Gesù Bambino. Ascoltiamo l'ignoto autore: "La signora Maria prese una delle fasce del bambino e la diede loro in ricordo. Essi si sentirono onoratissimi di prenderla dalle sue mani". Rientrati nel loro paese, durante una festa in onore del fuoco sacro, gettarono quella fascia nelle fiamme del grande falò liturgico. Ma, spento il fuoco, ecco riapparire tra le ceneri, la fascia intatta. "Presero, allora, a baciarla e a imporsela sulla testa e sugli occhi".

Potremmo continuare per pagine e pagine questo pellegrinaggio nel mondo fantasmagorico dei Magi apocrifi. Noi, invece, ritorniamo al Vangelo dell'infanzia di Gesù secondo Matteo, un testo che probabilmente l'evangelista ha assunto dalla predicazione della Chiesa delle origini e ha imposto come premessa al suo Vangelo, un testo di denso contenuto e di non facile interpretazione, nonostante l'apparente semplicità.

Proprio per la pagina dei Magi, infatti, che molti forse considerano ingenua, potremmo dire che è valido un famoso adagio rabbinico: "Ogni parola della Bibbia ha settanta volti". Il racconto, superficialmente letto come una fiaba orientale, piena di profumi esotici, è in realtà denso di simbolismi che il lettore attento della Bibbia subito sapeva riconoscere, è carico di riferimenti teologici allusivi, è un intarsio di citazioni e di temi legati all'Antico Testamento, e si riferisce alla storia del bambino Gesù in modo molto originale e libero.

Non siamo quindi in presenza di una novella dolcissima per piccoli, quanto piuttosto davanti ad una vera e propria sintesi cristologica, distribuita sui fili sottili di una trama storica dalle maglie molto larghe e allentate e sui fili più robusti di uno schema di pensiero molto fitto e profondo. Dobbiamo, perciò, guardare con piacere la superficie colorata del racconto ma dobbiamo anche superarla alla ricerca del significato ultimo sotteso: un modo errato di leggere questa pagina è di perdere di vista il Cristo e di lasciarci conquistare solo dai Magi.

Certo, costoro sono attori importanti nel racconto come lo è la "loro" stella, ma essi non sono i protagonisti. Interessiamoci, perciò, di loro solo per raggiungere con loro la meta gloriosa che li attende. D'altronde l'interesse per questi misteriosi personaggi è antichissimo e affonda le sue radici, come si è visto, nelle origini stesse della tradizione cristiana.

Nelle catacombe romane di Priscilla i Magi appaiono negli affreschi (230-250) prima dei troppo normali e modesti pastori. Tra le molte domande, che possono affiorare a questo livello di curiosità, scegliamone due: da dove provenivano i Magi e qual era la "loro" stella? Alla prima domanda il Vangelo di Matteo ci risponde con uno sbrigativo "giunsero da Oriente" e con la parola greca Màgoi. Con questo termine si intendevano gli astrologi, gli astronomi, gli incantatori, gli aruspici, i maghi, personaggi quindi di varia attendibilità, ciarlatani e sapienti. Un orizzonte, perciò, molto vasto e generico che dalla scienza può sconfinare fin nella cialtroneria. La provenienza "da Oriente" non è certamente più circoscritta perché abbraccia un orizzonte culturale molto variegato.

Abbiamo già ricordato che il Vangelo arabo dell'infanzia li considerava discepoli di Zarathustra o Zoroastro, fondatore del mazdeismo iranico (600 a.C.?). Nell'Antico Testamento, però, il Libro di Daniele parla spesso di "magi" babilonesi (ad esempio, Daniele, 1, 20; 2, 2.10.26; 4, 6: in quest'ultimo passo si parla di un Baltazzar "principe dei magi"). Effettivamente Babilonia aveva il primato nell'antico Vicino Oriente riguardo agli studi astronomici e astrologici. Là, anche ai tempi di Gesù, era presente una nutrita colonia giudaica che forse aveva trasmesso la sua attesa messianica anche ai "magi" babilonesi. Nella Bibbia, però, "i figli d'Oriente" sono molto spesso gli Arabi del deserto (Arabia e Siria) o i Nabatei, le cui carovane commerciavano in incenso e oro e le cui relazioni con Israele risalivano all'epoca di Salomone.

Ben quattro tribù arabe del deserto derivavano il loro nome dalle stelle, dimostrando così un vivo interesse per l'astrologia. Nel 160, lo scrittore cristiano Giustino affermava senza esitazione: "Andarono da Erode Magi provenienti dall'Arabia". Ma uno studioso americano, Martin McNamara, qualche decennio fa ha reso molto più "domestici" i Magi considerandoli come membri degli Esseni, quella comunità giudaica nota soprattutto per il suo "monastero" di Qumran, posto sulle rive del Mar Morto: essi infatti si interessavano moltissimo di "oroscopi" messianici e nei loro scritti i doni dei Magi sono citati assieme al simbolo della stella del Messia.

Un enigma irrisolto, quindi, quello della patria dei Magi. Risolvibile forse solo attraverso quella dimensione più profonda che il testo di Matteo rivela ad un'analisi più teologica. La vicenda storica in sé non è impossibile, come invece alcuni critici sostengono, proprio perché il segno astrale era un "codice" culturale tipico di quell'epoca e poteva essere connesso con la diffusione delle speranze messianiche che l'ebraismo aveva favorito con la sua diaspora nel mondo. Ma è certo che l'evangelista vuole sorpassare il fatto storico e vuole far brillare significati ulteriori in questi uomini dell'Oriente giunti a Gerusalemme per "rendere omaggio al neonato re dei Giudei".

La loro è la storia di un viaggio rischioso sul modello di quello di Abramo che "partì senza sapere dove sarebbe andato" (Ebrei, 11, 8). Il filosofo franceseEmmanuel Lévinas ha sottolineato che al mito di Ulisse che ritorna ad Itaca, al quieto vivere familiare, al passato nostalgico, nella Bibbia si oppone la storia di Abramo e dei Magi che lasciano la loro patria per una terra e una famiglia ignota. È il senso di quella bellissima definizione che gli Ebrei dell'Antico Testamento si danno come figli dell'esodo dall'Egitto: "Noi siamo forestieri come i nostri padri" (1 Cronache, 29, 15). È l'esortazione di Isaia (2, 3.5): "Venite, saliamo sul monte del Signore (...) Casa di Giacobbe, vieni, camminiamo nella luce del Signore!". Il viaggio dei Magi può diventare, allora, l'emblema della vita cristiana intesa come sequela, discepolato, ricerca.

Il viaggio esige distacco, coraggio, ricerca, speranza. Chi è legato a terra dai pesi delle cose e dei vincoli è incapace di essere pellegrino. Chi è convinto di possedere tutto e di avere già il monopolio della verità non ha l'ansia della ricerca; egli è simile ai sacerdoti di Gerusalemme del racconto matteano, freddi interpreti di una parola biblica che non li coinvolge né li converte. Chi si è troppo ben collocato nella sua città non ha bisogno di Betlemme, anzi Betlemme gli appare come un insignificante villaggio di provincia.

Ma sappiamo anche che molti si muovono e, come i Magi, si fanno pellegrini della verità: "Molti verranno dall'Oriente e dall'Occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel Regno dei cieli, mentre i figli del Regno saranno cacciati fuori nelle tenebre" (Matteo, 8, 11-12). A Cristo, per strade misteriose, giungono schiere di cristiani "anonimi" come i Magi che lo cercano senza ancora conoscerlo e senza saperne il nome. Nella piccola processione dei Magi verso la verità e la luce Matteo vede la grande processione della Chiesa, "una moltitudine immensa che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua" (Apocalisse, 7, 9).

IL SEGNO COSMICO

Il secondo attore del racconto dei Magi è il segno cosmico della stella. Sotto l'altare della grotta della Natività a Betlemme, i Francescani nel 1717 incastonarono una stella d'argento a 14 punte, tante quanti sono gli anelli delle tre catene genealogiche di Gesù citate nel capitolo 1 di Matteo. Una stella, questa, poco "evangelica" perché dette origine a liti interminabili tra Francescani e Ortodossi. Questi ultimi, con un colpo di mano, nel 1847 sequestrarono la stella e la nascosero nel loro monastero di San Saba nel deserto di Giuda. Furono necessari cinque anni di negoziati per farla riapparire sotto l'altare della grotta.

È meglio, allora, guardare il cielo per cercare lassù, nei silenzi siderali, la stella dei Magi. Ma anche là quanta confusione tra gli esperti! Un opuscolo pubblicato dal prestigioso Adler Planetarium di Chicago e suggestivamente intitolato The Star of Bethlehem, propone diverse ipotesi. Keplero, uno dei padri dell'astronomia moderna, - vi si legge -, non aveva esitazioni: la stella dei Magi era una supernova, cioè una stella debole e molto lontana, nella quale avviene una colossale esplosione. Per settimane o mesi la stella diventa visibile anche nel nostro cielo con una luce vivida e distinta da quella degli altri astri: l'esplosione può infatti sprigionare una luce superiore anche centinaia di milioni di volte a quella del sole. Ogni anno gli astronomi ne scoprono una dozzina ma molto rare sono quelle visibili ad occhio nudo.

Ma l'opinione più comune cerca nella stella dei Magi una cometa, soprattutto quella di Halley, la cui presenza nei cieli sembra documentata fin dal 240 a.C. in testi cinesi e giapponesi. Quando apparve nel 1911 nel cielo di Gerusalemme, il famoso biblista domenicano Marie-Joseph Lagrange, che allora risiedeva laggiù, la vide venire dall'Oriente, scomparire gradualmente quando fu allo zenit e "riapparire" più tardi quando tramontò a Occidente, proprio come è detto nel racconto di Matteo. Ma - e questo rende tutto dubbio - il calcolo astronomico del passaggio della cometa sul nostro orizzonte e su quello di Gerusalemme ha come data il 26 agosto del 12 a.C., cioè almeno sei anni prima della nascita di Gesù, che come è noto, è collocata convenzionalmente dagli esegeti attorno al 6 a.C.

Ecco allora che altri studiosi si orientano verso una congiunzione di pianeti, in particolare quella tra Giove e Saturno avvenuta, sempre secondo i calcoli astronomici e i dati offerti da un papiro egiziano (la cosiddetta "tavola di Berlino") e dall'"almanacco astrale" di Sippar (Mesopotamia) su tavoletta, nel 7 a.C. e precisamente il 29 maggio, il 29 settembre e il 4 dicembre. Le ipotesi si affollano e oscurano sempre più la stella di Betlemme riducendola quasi ad una controversia tra astronomi.

E allora, lasciando sospesa l'identificazione concreta, cerchiamo di ascoltare un consiglio offertoci proprio dal citato padre Lagrange: "Sulla stella di Betlemme ci può dire molto di più la teologia che non l'astronomia".Sappiamo infatti che a più riprese nella tradizione biblica e in quella giudaica la stella è un segno messianico. Un esempio per tutti lo troviamo nel più famoso dei quattro oracoli del mago Balaam, costretto da Dio a benedire suo malgrado Israele. Nel capitolo 24 del Libro dei Numeri leggiamo appunto questa frase: "Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele" (versetto 17).

Ora, la versione aramaica della Bibbia (il cosiddetto Targum) non ha nessuna esitazione nel tradurre il testo ebraico citato in questo modo: "Il Messia spunta da Giacobbe e il Re sorge da Israele". In un racconto popolare giudaico dell'epoca di Gesù si immagina che, quando la regina di Saba giunse nel deserto di Giuda e si incamminò sulla strada per Gerusalemme, da una piccola oasi si levò all'improvviso verso il cielo una rosa. Quanto più essa ascendeva tanto più diventava sfolgorante sino a trasformarsi in una stella dalla luce irraggiungibile.

Il Cristo dell'Apocalisse, costantemente circondato da stelle, si autodefinisce così: "Io sono la radice della stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino"(22, 16). Il vescovo Ignazio di Antiochia nel 107, mentre veniva condotto a Roma per essere esposto alle belve, scriveva ai cristiani di Efeso: "Una stella brillò in cielo oltre ogni stella (alla nascita del Cristo); la sua luce fu oltre ogni parola e la sua novità destò stupore; tutte le altre stelle, insieme al sole e alla luna, formarono un coro attorno alla stella che tutte sovrastava in splendore".
Allora, se non riusciamo ad identificare nelle mappe celesti la stella dei Magi, riusciamo però a vederla e a seguirla, se abbiamo lo sguardo puro e limpido dei Magi. "Il popolo che camminava nelle tenebre - scrive Isaia (9, 1) e lo sentiamo ripetere nella liturgia del Natale - vide una grande luce, su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse".

IL SIMBOLO DELLA LUCE

È per questo che la tradizione cristiana del Natale si snoda alla luce di questa stella, ma non tanto per una sua precisa collocazione nei sistemi stellari, quanto piuttostoper il suo valore di "luce", simbolo classico di Dio. La stessa data del Natale, il 25 dicembre, come è noto, è stata scelta probabilmente perché era la festa pagana del dio Sole. Il solstizio d'inverno segnava l'inizio della grande ascesa della luce solare, prima umiliata nell'oscurità invernale.

In una stupenda omelia greca attribuita erroneamente a san Giovanni Crisostomo leggiamo questo bel paragrafo: "Dopo la fredda stagione invernale sfolgora la luce della mite primavera, la terra germina e verdeggia di erbe, si adornano i rami di nuovi germogli e l'aria comincia a rischiararsi dello splendore del sole. Ma per noi c'è una primavera celeste, è il Cristo che sorge come un sole dal grembo della Vergine. Egli ha messo in fuga le fredde nubi burrascose del diavolo e ha ridestato alla vita i sonnolenti cuori degli uomini, dissolvendo coi suoi raggi la nebbia dell'ignoranza". È per questo che in un'antica iscrizione sepolcrale il battezzato là sepolto era chiamato in greco eliòpais: "figlio del sole".

Potremmo dire che, se il mondo può cercare le luci sfavillanti della pubblicità natalizia e le apparenze splendenti del consumismo, il cristiano sa dove trovare la vera luce, il suo sole, la sua stella. Quando a Roma sfrecciavano le trenta corse dell'Agone del Sole, quando per il natale del dio Sole a dicembre si accendevano nella notte fuochi di gioia, quando il popolino si prostrava verso il sole che sorgeva all'alba, la Chiesa si riuniva per celebrare la manifestazione del vero sole, Cristo."Rallegriamoci anche noi, fratelli - esortava sant'Agostino - e lasciamo pure che i pagani esultino: poiché questo giorno per noi è santificato non dal sole visibile bensì dal suo invisibile Creatore".

Il Papa san Leone Magno polemizzava con una prassi dei cristiani romani ancora inficiata di paganesimo: essi, "prima di mettere piede nella basilica dell'apostolo Pietro a Natale, si soffermavano sui gradini, voltavano la persona verso il sole che sorgeva e, piegando il capo, s'inchinavano verso il sole per rendere omaggio al suo disco splendente". La sua conclusione vale anche per la nostra ricerca sulla stella dei Magi: "Lascia pure che la luce del corpo celeste agisca sui sensi del tuo corpo, ma con tutto l'amore infiammato dell'anima tua ricevi dentro di te quella luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo!". E nella liturgia natalizia noi continuiamo a sentire questa esaltazione del dono della luce che ha come punto di partenza la stella dei Magi e la profezia già citata di Isaia (capitolo 9) a proposito dell'Emmanuele. All'Epifania infatti la Chiesa prega così: "O Dio, in questo giorno con la guida della stella hai rivelato alle genti il tuo unico Figlio: fa', o Signore, che la tua luce ci accompagni sempre e in ogni luogo".

La luce del Messia si riflette su di noi e ci illumina, ci guida, ci trasforma a immagine della sua gloria, ci penetra di immortalità. Infatti, se il più antico mosaico cristiano, quello del mausoleo romano dei Giulii (III secolo), rappresenta il Cristo-sole sfolgorante sul suo carro trionfale, è altrettanto significativo che la tradizione paleocristiana e medievale abbia rappresentato la Chiesa come la luna che riverbera la luce del Cristo. Gli occhi dei Magi fissi alla stella sono il simbolo di tutti gli uomini che "cercano Dio andando quasi a tentoni", come diceva san Paolo all'Areopago di Atene (Atti, 17, 27). Sono gli occhi di coloro che, secondo i versi del poeta Carlo Betocchi, "nella tristezza dell'esistere, / sotto il notturno lembo del Natale, / vedono una luce che non ha l'eguale". Forse sono anche gli occhi di coloro che sperano di intuire un bagliore nell'orizzonte oscuro e amaro della storia.

È in questa dimensione universalistica che vorremmo allegare una considerazione un po' marginale e forse curiosa. Attorno all'anno 40 dell'era antica Virgilio, il grande poeta latino dell'Eneide, introduceva nella IV Egloga un seme di speranza che la tradizione cristiana posteriore cercherà di trapiantare nel proprio terreno religioso. Era una delle tante vie per ritrovare anche nell'attesa e nella ricerca di molte figure alte del pensiero e della cultura classica un fremito già orientato simbolicamente verso l'avvento di Cristo. Virgilio morirà nell'anno 19 ma non pochi cristiani dei primi secoli, leggendo i versi della sua IV Egloga, intravedevano il profilo ancora incerto e vago del loro Signore già intuito dal poeta latino.

Scorriamo anche noi alcune righe di quel carme, interpretato appunto da quegli antichi lettori come una sorta di "profezia" pagana della nascita di Gesù. "Inizia da capo una grande serie di secoli; / ormai torna anche la Vergine, tornano i regni di Saturno / ormai una nuova progenie è inviata dall'alto cielo. / Tu al fanciullo che ora nasce, col quale infine cesserà / l'era del ferro e sorgerà in tutto il mondo quella dell'oro, / sii propizia, o casta Lucina; già regna il tuo Apollo. / E proprio sotto il tuo consolato inizierà questa splendida età, / o Pollione, e cominceranno a decorrere i grandi mesi (...) / Egli riceverà la vita divina, e agli dèi vedrà / mescolati gli eroi ed egli stesso sarà visto tra loro, / e con le virtù patrie reggerà il mondo pacificato (...) / Poche vestigia soltanto sopravviveranno dell'antica malvagità (...) / Guarda come si allieta ogni cosa per il secolo venturo. / Oh, rimanga a me l'ultima parte di una lunga vita / e spirito bastante per cantare le tue imprese".

Certo, è possibile - lo ha sostenuto nel 1931 anche un importante biblista come il gesuita padre Alberto Vaccari - che il poeta mantovano abbia attinto a temi o a immagini di matrice ebraica, desunti dal "libro dell'Emmanuele" di Isaia (cc. 7-12) o da altri scritti apocrifi giudaici, come i cosiddetti Oracoli Sibillini, tenendo conto della presenza di una folta comunità ebraica a Roma.

Tuttavia il Bambino virgiliano rimane quasi certamente un romano. Infatti, siamo probabilmente davanti a un'allusione a un figlio del console Pollione a cui è dedicata l'Egloga: egli fu uno dei protagonisti dell'accordo di Brindisi nel 40, mirante a porre fine alle ostilità tra Antonio e Ottaviano. Oppure è di scena un figlio auspicato (ma fu poi una figlia, Antonia Maggiore) di Antonio e Ottavia, sorella di Ottaviano, le cui labili nozze sancirono appunto l'accordo di Brindisi. O ancora si tratta di Marcello, nato però già nel 43 da un precedente matrimonio di Ottavia e prediletto da Ottaviano (e morto poi nel 23). Ma non è da escludere che tutto il testo voglia celebrare simbolicamente la nascente età dell'oro inaugurata poi da Ottaviano Augusto.

Resta, comunque, intatto il fascino di questa attesa di un Bambino "salvatore" e di un mondo nuovo, proprio alle soglie della nascita del Bambino chiamato Gesù, cioè "colui che salverà il suo popolo dai suoi peccati" (Matteo, 1, 21). La processione dei Magi, che ha come approdo l'illuminazione della fede ("Videro il Bambino con Maria sua madre e, prostratisi, lo adorarono", annota Matteo), diventa così un emblema che riassume in sé la speranza di un incontro di salvezza al termine del lungo cammino della ricerca, sostenuta dalla rivelazione cosmica della stella, una rivelazione a tutti aperta, e illuminata dalla parola esplicita delle scritture custodite a Gerusalemme, ma purtroppo ignorate dai loro custodi.

L'epifania divina che Luca destinava agli ultimi, i pastori, Matteo la riserva agli stranieri, i diversi rispetto al popolo dell'elezione che, pur rischiarato dalla parola biblica (la citazione del profeta Michea - evocata da Matteo e che noi abbiamo già avuto occasione di presentare in queste pagine nel nostro articolo sul Natale di Gesù - su Betlemme patria del Messia), non si muove da Gerusalemme.

I Magi diventano, come si diceva, l'espressione della ricerca umana che ha, però, all'origine una decisione iniziale di Dio che entra per primo nelle strade del mondo, anzi, nella "carne" stessa dell'umanità. È quasi con sorpresa che san Paolo, il cantore del primato della grazia divina, segnalava l'iniziativa assoluta del Dio salvatore quando, scrivendo ai cristiani di Roma, osservava che "Isaia giunge al punto di affermare: Io mi sono fatto trovare - [dice il Signore] - anche da quelli che non mi cercavano, mi sono rivelato anche a quelli che non si rivolgevano a me" (10, 20).

Nel suo celebre L'uomo senza qualità Robert Musil sottolineava che "non è vero che il ricercatore insegua la verità. È la verità che insegue il ricercatore". A mettersi sulle nostre vie per primo è Dio stesso che, con la stella della sua verità, spinge i Magi e tutti coloro che non chiudono gli occhi o si distraggono nella superficialità a contemplare quella luce.

La poetessa ottocentesca americana Emily Dickinson scriveva: "Silenziosamente una stella gialla raggiunse / il suo seggio elevato, / la luna sciolse l'argenteo cappello / che copriva il suo volto lustrale. / Tutta la sera si accese dolcemente / come un'astrale sala di festa. / "Padre", io dissi al Cielo / "sei puntuale"". È la rappresentazione simbolica, in una notte limpida e stellata, della rivelazione divina: il Creatore si presenta puntuale per la sua epifania che ha nel Bambino di Betlemme la sua piena attuazione. Ad essa accorrono per primi i poveri e gli stranieri, coloro che hanno il cuore puro e libero dal possesso e dall'orgoglio, così come cantava Francis Jammes, tenero poeta francese morto nel 1938, amante dei valori cristiani e dei sentimenti semplici e delicati: "O Signore, non ho, come i Magi che sono dipinti sulle immagini, / dell'oro da offrirti. / "Dammi la tua povertà!". / Non ho neppure, Signore, la mirra dal buon profumo né l'incenso in tuo onore. / "Figlio mio, dammi il tuo cuore!"". La vicenda dei Magi diventa, così, possibile a tutti attraverso i doni in assoluto più cari a Dio, la povertà profonda e il cuore aperto.
(© L'Osservatore Romano - 6 gennaio 2008

* * *

Natale, mistero d’Epifania, nella riflessione di Hans Urs von Balthasar




« Nel mistero del Verbo incarnato è apparsa agli occhi della nostra mente la luce nuova del tuo fulgore, perché conoscendo Dio visibilmente, per mezzo suo siamo rapiti all’amore delle realtà invisibile » (Prefazio di Natale I)


Vedere e essere rapito


L’estetica teologica di Balthasar ci aiuta ad approfondire alcuni aspetti del mistero di Natale. Egli si riferisce al prefazio di Natale per presentare la logica dell’estetica divina. Ci invita a contemplare con gli « occhi del nostro spirito » toccati da una nuova luce che proviene da Dio la « forma misteriosa sacramentale » del « Verbo incarnato ». Il mistero di Natale apre all’uomo la possibilità di vedere nella luce della fede un mistero di Bellezza che supera ogni splendore intramondano : « Lo splendor di questo mysterium che offre se stesso non può quindi essere equiparato ad un qualsiasi altro splendore estetico che si incontra nel mondo… »1. Nello stesso tempo Balthasar evidenzia il « rapimento » dell’uomo che è suscitato dalla « mediazione » di questo sguardo e che porta tutto l’uomo all’amore del Dio invisibile. Queste considerazioni teologiche illustrano in modo originale l’atteggiamento che dovrebbe essere nostro in questo tempo di Natale : siamo invitati a prostrarci e adorare il Verbo incarnato nel Bambino di Betlemme.


Prostrarsi e adorare


Per Balthasar il mistero di Natale è Epifania; è la manifestazione, il risplendere di Dio in questo misero bambino che i tre Maggi adorano. L’adorazione del Nuovo Testamento ci rimanda al mistero di Natale. In effetti « l’Antico Testamento ha adorato Dio nella sua maestà, nella sua giustizia giudicante, nella sua bontà come Signore dell’Alleanza. Adesso, invece, lo si deve adorare in un bambino »2. Adorare in una prospettiva estetica significa « riconoscere che Dio è l’essenza di ogni bellezza, che noi perciò con entusiasmo dobbiamo dargli ragione e servirlo con letizia.. »3. Nel contesto del Nuovo Testamento, « se noi dunque qui ci prostriamo e adoriamo, non adoriamo carne, ma Dio, l’unica cosa che noi sicuramente non siamo, Dio, il Tutt’Altro, l’Essere per sé, l’Onnipotente, al quale però è piacuto mostrarci che egli è abbastanza onnipotente da poter essere anche impotente, abbastanza beato da poter anche soffrire, abbastanze pieno di gloria da poter anche collocarsi all’utlimo posto della creazione »4. E’ proprio questa onnipotenza paradossale che genera nel cristiano un atteggiamento di adorazione davanti ad una Omnipotenza umile. Ecco perché « solo adesso noi possiamo arrivare a intuire fin dove può giungere in realtà la divina Onnipotenza. Non può, perciò, darsi adorazione più profonda di quella cristiana, se essa è autentica »5.


Evidenza dell’amore

La bellezza del Bambino non fa violenza alla libertà dell’uomo. E’ una bellezza legata alla povertà e alla fragilità del bambino neonato. La bellezza di Cristo possiede l’evidenza dell’amore (Liebesevidenz)6; per questo la bellezza di Cristo genera, secondo Balthasar, un movimento d’adorazione. Inoltre, questa bellezza della figura di Cristo si caratterizza per una potenza propria che segna l’esistenza del soggetto contemplatore. È la dynamis interiore della figura proveniente dallo Spirito Santo e che dona a questa figura una profondità plastica e una potenza vitale7. La bellezza di Cristo ha dunque una forza esistenziale (Balthasar l’attribuisce allo Spirito Santo) che porta l’essere umano al rapimento e che corrisponde al movimento d’uscita dell’uomo verso Dio, un movimento che avviene sotto la luce stimolante della grazia, cioè la luce dello Spirito8. È ancora opera dello Spirito Santo rendere presente questa bellezza a tutti i tempi, realizzando l’unità tra il Cristo della fede ed il Cristo storico. La chiamata che emana dalla bellezza di Cristo resta allora la stessa di quella che fu all’origine del cristianesimo.


Vedere e adorare Dio nell’altro


E. Levinas parla dell’epifania del volto. Con Balthasar l’altro riceve una determinazione ulteriore « ..ognuno dovrebbe divenire per l’altro un’occasione di epifania, un’occasione di adorare la presenza di Dio in ogni uomo singolo »9, perché il cristiano vede l’amore divino che ama ogni uomo in particolare e questo amore è degno di adorazione. È solo a partire da Gesù Cristo che possiamo vedere l’altro come un figlio del Padre che possiede in Gesù Cristo una sua unicità. L’altro non è così un numero, « un esemplare ambiguo, un essere da nulla, un esemplare del tutto imperfetto della specie umana, bensì qualcuno che Dio stesso ama con amore immutevole »10. Il cristiano sa che l’altro è, per grazia di Dio, destinato, eletto e chiamato ad essere figlio del Padre, fratello di Gesù e portatore dello Spirito Santo. In questo senso Balthasar parla del sacramento del fratello. Questo modo di concepire l’adorazione dell’amore di Dio nell’altro offre a Balthasar la possibilità di fondare una spiritualità concreta incarnata nella vita quotidiana : « se una volta, riflettiamo sul mistero dell’Epifania penetriamo sino all’amore (degno di adorazione) di Dio, allora non c’è più motivo di rinunciare al nostro atteggiamento di adorazione durante il lavoro quotidiano ; non solo noi siamo circondati sempre nuovamente da questo mistero, ma attraverso ogni incontro con qualsiasi persona diventiamo sempre profondamente familiari con questo mistero »11. Il Natale non è dunque una celebrazione nostalgica di un evento del passato ma « questo Figlio donato sta davanti ai nostri occhi. Qui nel tempo di Natale, ma ugualmente sulla croce, nel giorno di Pasqua, e in ogni giorno feriale dell’Anno Liturgico »12.

A tutti coloro che leggeranno questo editoriale, al nome dei collaboratori del Centro di Studi Hans Urs von Balthasar della Facoltà di Teologia di Lugano, auguro un santo Natale.

André- Marie Jerumanis






1 G 1, 106 (H 1, 114).

2 BALTHASAR, H.-U. von, Tu coroni l’anno con la tua grazia, Jaca Book, Milano 1990, 19 (Du krönst das Jahr Deiner Huld, Johannes Verlag, Einsiedeln 1988).

3 Ibid, 20.

4 Ibid, 20.

5 Ibid, 21.

6 Cf. G 1, 452-453 (H 1, 464).

7 Cf. G 1, 460 (H 1, 471).

8 Cf. G 1, 106 (H 1, 114).

9 Tu coroni…, 21.

10 Ibid, 21.

11 Ibid., 22.


12 Ibid., 22.