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sabato 18 aprile 2020
venerdì 10 aprile 2020
Padre Raniero Cantalamessa ofmcapp. - Prediche di Quaresima 2020

"CHE C'E' TRA ME E TE, O DONNA?"
LA KENOSI DELLA MADRE DI DIO - SECONDA PREDICA DI QUARESIMA 2020
Nelle meditazioni di questa Quaresima, proseguiamo il cammino sulle orme della Madre di Dio iniziato nello scorso Avvento. Sarà un modo anche questo per metterci sotto la protezione della Vergine in un momento di così dura prova per l’intera umanità.
Dobbiamo riconoscere che di Maria non si parla moltissimo nel Nuovo Testamento, almeno non così spesso quanto ci aspetteremmo, tenendo conto dello sviluppo che ha avuto nella Chiesa la devozione alla Madre di Dio. Tuttavia, se facciamo bene attenzione, ci accorgiamo di una cosa: che Maria non è as¬sente in nessuno dei tre momenti costitutivi del mistero della salvezza. Esistono infatti tre momenti ben precisi che, insieme, formano il grande mistero della Redenzione. Essi sono: l’Incar¬nazione del Verbo, il Mistero pasquale e la Pentecoste.
Ora, riflettendo, ci accorgiamo – dicevo – che Maria non è assente in nessuno di questi tre momenti fondamentali. Ella non è certo assente nell’Incarnazione come abbiamo visto nelle meditazioni dell’Avvento. Non è assente dal Mistero pasquale, perché è scritto che «presso la croce di Gesù stava sua madre » (cf Gv 19, 25). Non è assente infine dalla Pentecoste, perché è scritto che lo Spirito Santo venne sugli apostoli mentre « erano assidui e concordi nella preghiera con Maria, la madre di Gesù » (cf At 1, 14). Queste tre presenze di Maria nei momenti-chiave della nostra salvezza non possono essere un caso. Esse le assicurano un po¬sto unico accanto a Gesù, nell’opera della redenzione. Maria è stata la sola fra tutte le creature a essere testimone e partecipe di tutti e tre questi avvenimenti.
Seguiamo dunque Maria nel Mistero pasquale, lasciandoci guidare da lei alla comprensione profonda della Pasqua e alla partecipazione alle sofferenze di Cristo. Maria ci prende per mano e ci incoraggia a seguirla su questa strada, dicendoci come una madre ai propri figli riuniti: “Andiamo anche noi a morire con lui!” (Gv 11, 16). Nel Vangelo, è l’apostolo Tommaso che pronuncia queste parole, ma è Maria che le mette in pratica.
Dobbiamo riconoscere che di Maria non si parla moltissimo nel Nuovo Testamento, almeno non così spesso quanto ci aspetteremmo, tenendo conto dello sviluppo che ha avuto nella Chiesa la devozione alla Madre di Dio. Tuttavia, se facciamo bene attenzione, ci accorgiamo di una cosa: che Maria non è as¬sente in nessuno dei tre momenti costitutivi del mistero della salvezza. Esistono infatti tre momenti ben precisi che, insieme, formano il grande mistero della Redenzione. Essi sono: l’Incar¬nazione del Verbo, il Mistero pasquale e la Pentecoste.
Ora, riflettendo, ci accorgiamo – dicevo – che Maria non è assente in nessuno di questi tre momenti fondamentali. Ella non è certo assente nell’Incarnazione come abbiamo visto nelle meditazioni dell’Avvento. Non è assente dal Mistero pasquale, perché è scritto che «presso la croce di Gesù stava sua madre » (cf Gv 19, 25). Non è assente infine dalla Pentecoste, perché è scritto che lo Spirito Santo venne sugli apostoli mentre « erano assidui e concordi nella preghiera con Maria, la madre di Gesù » (cf At 1, 14). Queste tre presenze di Maria nei momenti-chiave della nostra salvezza non possono essere un caso. Esse le assicurano un po¬sto unico accanto a Gesù, nell’opera della redenzione. Maria è stata la sola fra tutte le creature a essere testimone e partecipe di tutti e tre questi avvenimenti.
Seguiamo dunque Maria nel Mistero pasquale, lasciandoci guidare da lei alla comprensione profonda della Pasqua e alla partecipazione alle sofferenze di Cristo. Maria ci prende per mano e ci incoraggia a seguirla su questa strada, dicendoci come una madre ai propri figli riuniti: “Andiamo anche noi a morire con lui!” (Gv 11, 16). Nel Vangelo, è l’apostolo Tommaso che pronuncia queste parole, ma è Maria che le mette in pratica.
Imparò l’obbedienza dalle cose che patì
Il Mistero pasquale non comincia, nella vita di Gesù, con la cattura nell’orto e non dura solo la settimana santa. Tutta la sua vita, da quando Giovanni Battista lo salutò come l’Agnello di Dio, è una preparazione alla sua Pasqua. Secondo il Vangelo di Luca, la vita pubblica di Gesù fu tutta una lenta e inarrestabile «salita verso Gerusalemme», dove avrebbe consumato il suo esodo (cf Lc 9, 31).
Parallelo a questo cammino del nuovo Adamo obbediente, si svolge il cammino della nuova Eva. Anche per Maria il Mistero pasquale cominciò assai per tempo. Già le parole di Simeone sul segno di contraddizione e sulla spada che le avrebbe trapas¬sato l’anima contenevano un presagio che Maria conservava nel suo cuore, insieme con tutte le altre parole. Lo scopo di questa meditazione è proprio quello di seguire Ma¬ria durante la vita pubblica di Gesù e vedere di che cosa ella è figura e modello in questo tempo.
Che cosa avviene di solito in un cammino di santità dopo che un’anima è stata ricolmata di grazia, dopo che ha risposto generosamente con il suo «sì» di fede e si è messa volentero-samente a compiere opere buone e a coltivare le virtù? Viene il tempo della purificazione e della spoliazione. Viene la notte della fede. E vedremo infatti che Maria, in questo periodo della sua vita, ci è di guida e di modello proprio in questo: di come comportarci quando viene nella vita «il tempo della potatura».
San Giovanni Paolo II, nella sua enciclica « Redemptoris Mater», applica giustamente alla vita della Madonna la grande categoria della kenosi, con cui san Paolo ha spiegato la vicenda terrena di Gesù: “Cristo Gesù, pur essendo di natura divi¬na non considerò un tesoro geloso, la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò (ekénosen) se stesso” (Fil 2, 6-7). « Mediante la fede – scrive il Papa – Maria è perfettamente unita a Cristo nella sua spoliazione… Ai piedi della croce Maria partecipa mediante la fede allo sconvolgente mistero di questa spoliazione» , Questa spoliazione si consumò sotto la croce, ma cominciò ben prima. Anche a Nazareth e soprattutto durante la vita pubblica di Gesù, ella avanzava nella peregrinazione della fede. Non è difficile no¬tare già allora « una particolare fatica del cuore, unita a una sor¬ta di notte della fede» .
Tutto questo rende la vicenda di Maria straordinariamente significativa per noi; restituisce Maria alla Chiesa e all’umanità. Dobbiamo prendere atto con gioia di un grande progresso che si è realizzato nella devozione alla Madonna, nella Chiesa catto¬lica, e di cui chi ha vissuto a cavallo del Concilio Vaticano II può rendersi facilmente conto. Prima, la categoria fondamentale con la quale si spiegava la grandezza della Madonna era quella del «privilegio» o dell’esenzione.
Si pensava che Maria fosse stata esentata non solo dal peccato originale e dalla corruzione (che sono privilegi definiti dalla Chiesa con i dogmi dell’Imma¬colata e dell’Assunzione), ma su questa linea, si andava tanto oltre da pensare che Maria fosse stata esentata dai dolori del parto, dalla fatica, dal dubbio, dalla tentazione, dall’ignoranza e infine la cosa più grave, anche dalla morte. Per alcuni infatti Maria sarebbe stata assunta in cielo senza aver dovuto passare per la morte.
Queste cose – si pensava – sono conseguenze del peccato, ma Maria non aveva peccato. Non ci si rendeva conto che, in questo modo, anziché « associare » Maria a Gesù, la si dissociava completamente da lui, che, pur essendo senza peccato, volle sperimentare a nostro vantaggio tutte queste cose e cioè: fatica, dolore, angoscia, tentazioni e morte.
Ora la categoria fondamentale con la quale, dietro il Concilio Vaticano II, cerchiamo di spiegarci la santità unica di Maria non è più tanto quella del privilegio, quanto quella della fede. Maria ha camminato, anzi ha «progredito» nella fede . Questo non diminuisce, ma accresce a dismisura la grandezza di Maria. La grandezza spirituale di una creatura davanti a Dio, in questa vi¬ta, non si misura infatti tanto da ciò che Dio le dà, quanto da ciò che Dio le chiede. E vedremo che a Maria Dio ha chiesto tanto, più che a ogni altra creatura, più che allo stesso Abramo.
Parallelo a questo cammino del nuovo Adamo obbediente, si svolge il cammino della nuova Eva. Anche per Maria il Mistero pasquale cominciò assai per tempo. Già le parole di Simeone sul segno di contraddizione e sulla spada che le avrebbe trapas¬sato l’anima contenevano un presagio che Maria conservava nel suo cuore, insieme con tutte le altre parole. Lo scopo di questa meditazione è proprio quello di seguire Ma¬ria durante la vita pubblica di Gesù e vedere di che cosa ella è figura e modello in questo tempo.
Che cosa avviene di solito in un cammino di santità dopo che un’anima è stata ricolmata di grazia, dopo che ha risposto generosamente con il suo «sì» di fede e si è messa volentero-samente a compiere opere buone e a coltivare le virtù? Viene il tempo della purificazione e della spoliazione. Viene la notte della fede. E vedremo infatti che Maria, in questo periodo della sua vita, ci è di guida e di modello proprio in questo: di come comportarci quando viene nella vita «il tempo della potatura».
San Giovanni Paolo II, nella sua enciclica « Redemptoris Mater», applica giustamente alla vita della Madonna la grande categoria della kenosi, con cui san Paolo ha spiegato la vicenda terrena di Gesù: “Cristo Gesù, pur essendo di natura divi¬na non considerò un tesoro geloso, la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò (ekénosen) se stesso” (Fil 2, 6-7). « Mediante la fede – scrive il Papa – Maria è perfettamente unita a Cristo nella sua spoliazione… Ai piedi della croce Maria partecipa mediante la fede allo sconvolgente mistero di questa spoliazione» , Questa spoliazione si consumò sotto la croce, ma cominciò ben prima. Anche a Nazareth e soprattutto durante la vita pubblica di Gesù, ella avanzava nella peregrinazione della fede. Non è difficile no¬tare già allora « una particolare fatica del cuore, unita a una sor¬ta di notte della fede» .
Tutto questo rende la vicenda di Maria straordinariamente significativa per noi; restituisce Maria alla Chiesa e all’umanità. Dobbiamo prendere atto con gioia di un grande progresso che si è realizzato nella devozione alla Madonna, nella Chiesa catto¬lica, e di cui chi ha vissuto a cavallo del Concilio Vaticano II può rendersi facilmente conto. Prima, la categoria fondamentale con la quale si spiegava la grandezza della Madonna era quella del «privilegio» o dell’esenzione.
Si pensava che Maria fosse stata esentata non solo dal peccato originale e dalla corruzione (che sono privilegi definiti dalla Chiesa con i dogmi dell’Imma¬colata e dell’Assunzione), ma su questa linea, si andava tanto oltre da pensare che Maria fosse stata esentata dai dolori del parto, dalla fatica, dal dubbio, dalla tentazione, dall’ignoranza e infine la cosa più grave, anche dalla morte. Per alcuni infatti Maria sarebbe stata assunta in cielo senza aver dovuto passare per la morte.
Queste cose – si pensava – sono conseguenze del peccato, ma Maria non aveva peccato. Non ci si rendeva conto che, in questo modo, anziché « associare » Maria a Gesù, la si dissociava completamente da lui, che, pur essendo senza peccato, volle sperimentare a nostro vantaggio tutte queste cose e cioè: fatica, dolore, angoscia, tentazioni e morte.
Ora la categoria fondamentale con la quale, dietro il Concilio Vaticano II, cerchiamo di spiegarci la santità unica di Maria non è più tanto quella del privilegio, quanto quella della fede. Maria ha camminato, anzi ha «progredito» nella fede . Questo non diminuisce, ma accresce a dismisura la grandezza di Maria. La grandezza spirituale di una creatura davanti a Dio, in questa vi¬ta, non si misura infatti tanto da ciò che Dio le dà, quanto da ciò che Dio le chiede. E vedremo che a Maria Dio ha chiesto tanto, più che a ogni altra creatura, più che allo stesso Abramo.
Maria nella vita pubblica di Gesù
Vi sono, nei Vangeli, menzioni della Madonna che in passato, nel clima dominato dall’idea di privilegio, creavano un certo di¬sagio tra i credenti e che ora invece ci appaiono pietre miliari in questo cammino di fede di Maria. Non abbiamo perciò alcun motivo di accantonarle in fretta o smussarle con spiegazioni di comodo. Passiamo brevemente in rassegna questi testi.
Partiamo dall’episodio dello smarrimento di Gesù nel tempio (cf Lc 2, 41 ss). Questo fu l’i¬nizio del mistero pasquale di spoliazione per la Madre. Cosa si sentì dire infatti, dopo averlo ritrovato? “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” “Perché mi cercavate?” Queste parole mettevano tra Gesù e lei una volontà diversa, infinitamente più importante, che faceva passare in secondo ordine ogni altro rapporto, anche il rapporto filiale con lei.
Ma andiamo avanti. Troviamo una menzione di Maria a Cana di Galilea, giusto nel momento in cui Gesù sta iniziando il suo ministero pubblico. Sappiamo i fatti. Cosa si sentì rispondere Maria da Gesù, alla sua discreta richiesta di intervento? “Che c’e tra me e te, o donna?” (Gv 2, 4). Comunque si vogliano spiegare queste parole, esse hanno un suono duro, mortificante; sem-brano di nuovo porre una distanza tra Gesù e sua Madre.
Tutti e tre i Sinottici ci riferiscono questo altro episodio av¬venuto durante la vita pubblica di Gesù. Un giorno, mentre Gesù era intento a predicare, giunsero sua Madre e alcuni pa¬renti per parlargli. Forse la Madre si preoccupava, com’è natura¬lissimo in una mamma, della sua salute, perché poco prima è scritto che Gesù non poteva neppure prendere cibo a causa della folla (cf Mc 3, 20). Notiamo un dettaglio. Maria, la Madre, deve mendicare perfino il diritto di poter vedere il Figlio e par¬largli. Ella non si fa largo tra la folla, facendo valere il fatto che era la madre. Restò invece fuori in attesa e altri andarono da Gesù a riferirgli: « Fuori c’è tua madre che ti vuole parlare ». Ma la cosa importante anche qui è la parola di Gesù che è ancora e sempre nella stessa linea: “Chi è mia madre e chi sono i miei fra¬telli?” (Mc 3, 33).
Conosciamo già il seguito della risposta. Proviamo a metterci al posto di Maria e intuiremo l’umiliazione e la sofferenza che c’erano per lei in quelle parole. Noi sappiamo oggi che in quelle parole è contenuto un elogio, e non un rim¬provero, per la madre; ma ella non lo sapeva, almeno in quel momento. In quel momento, c’era solo l’amarezza di un rifiuto. Non si dice che Gesù uscisse fuori poi a parlarle; probabilmen¬te Maria dovette allontanarsi, senza aver potuto vedere il figlio e parlargli.
Un altro giorno – narra san Luca – una donna, tra la folla, uscì in un’esclamazione di entusiasmo verso Gesù: “Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!” Era uno di quei complimenti che bastano da soli a far felice una mamma; ma Maria, se era presente o se venne a saperlo, non poté soffermarsi a lungo su questa parola e goderne, perché Gesù si affrettò subito a correggere: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano” (Lc 11, 27-28).
Un ultimo dettaglio in questa linea. San Luca parla, in un cer¬to punto del suo Vangelo, del « seguito femminile di Gesù », cioè di un certo numero di pie donne – di cui dà anche il nome – che erano state beneficate da lui e che lo « assistevano con i loro beni» (cf Lc 8, 2-3), cioè accudivano ai bisogni materiali suoi e degli apostoli, come preparare un pasto, lavare o ram-mendáre un vestito. Dov’è qui la cosa che riguarda Maria? È che tra queste donne non figura la madre e tutti sanno quanto una madre desidererebbe essere lei a prendersi cura di,questi piccoli servizi del figlio, specie se consacrato al Signore. E il sa¬crificio totale del cuore.
Cosa significa tutto questo? Una serie di fatti e parole così precisi e coerenti non può essere un caso. Maria ha dovuto pas¬sare anche lei attraverso la sua kenosi. La kenosi di Gesù consi¬stette nel fatto che, anziché far valere i suoi diritti e le sue pre¬rogative divine, se ne spogliò, assumendo lo stato di servo e apparendo all’esterno un uomo come gli altri. La kenosi di Maria consistette nel fatto che, anziché far valere i suoi diritti come madre del Messia, se ne lasciò spogliare, apparendo dinanzi a tutti una donna come le altre.
La maternità divina di Maria era anche, e prima di tutto, una maternità umana; aveva un aspetto anche « carnale », nel senso positivo di questo termine. Quel Figlio era suo figlio “carnale”, era l’unica sua ricchezza, l’unico suo appoggio nella vita. Ma ella dovette rinunciare a tutto ciò che c’era di umanamente esaltante nella sua vocazione. Fu messa dal Figlio stesso in condizione da non poter trarre dalla sua ma¬ternità alcun vantaggio terreno. Seguiva Gesù « come se non fosse » la madre. Una volta iniziato il suo mini¬stero e lasciata Nazareth, Gesù non ebbe dove posare il capo. E Maria non ebbe dove posare il cuore!
Alla sua povertà materiale, che era già tanto grande, Maria aggiunse anche la povertà spirituale, nel suo grado più alto. Tale povertà di spirito consiste nel lasciarsi spogliare di tutti i privile¬gi, nel non poter far leva su niente, né del passato né del futuro: né di rivelazioni, né di promesse, come se non le appartenessero e non avessero mai avuto luogo. Si tratta di una specie di « notte oscura della memoria ». Essa consiste nel dimenticarsi – o meglio, nel non potersi ricordare, neppure vo¬lendolo – del passato, ed essere protesi unicamente verso Dio, vivendo in pura speranza. È la vera e radicale povertà di spirito che è ricca solo di Dio e, anche questo, solo in speranza.
Gesù si è comportato con la Madre come un direttore spiri¬tuale lucido ed esigente che, avendo intravisto un’anima d’ecce¬zione, non le fa perdere tempo, non la fa indugiare in basso, tra sentimenti e consolazioni naturali; ma la spinge in una corsa senza tregua verso la totale spoliazione, in vista dell’unione con Dio. Ha insegnato a Maria il rinnegamento di sé. Gesù dirige tutti i suoi seguaci di tutti i secoli, con il suo Vangelo, ma la Madre la diresse a viva voce, di persona.
Egli con una mano si lasciava condurre dal Padre, mediante lo Spiri¬to, dove voleva: nel deserto per essere tentato, sul monte per essere trasfigurato, nel Getsemani per sudare sangue. “Io faccio sempre – diceva – le cose che gli sono gradite” (Gv 8, 29). Con l’al¬tra mano, Gesù conduce la Madre nella stessa corsa a fare la volontà del Padre.
Partiamo dall’episodio dello smarrimento di Gesù nel tempio (cf Lc 2, 41 ss). Questo fu l’i¬nizio del mistero pasquale di spoliazione per la Madre. Cosa si sentì dire infatti, dopo averlo ritrovato? “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” “Perché mi cercavate?” Queste parole mettevano tra Gesù e lei una volontà diversa, infinitamente più importante, che faceva passare in secondo ordine ogni altro rapporto, anche il rapporto filiale con lei.
Ma andiamo avanti. Troviamo una menzione di Maria a Cana di Galilea, giusto nel momento in cui Gesù sta iniziando il suo ministero pubblico. Sappiamo i fatti. Cosa si sentì rispondere Maria da Gesù, alla sua discreta richiesta di intervento? “Che c’e tra me e te, o donna?” (Gv 2, 4). Comunque si vogliano spiegare queste parole, esse hanno un suono duro, mortificante; sem-brano di nuovo porre una distanza tra Gesù e sua Madre.
Tutti e tre i Sinottici ci riferiscono questo altro episodio av¬venuto durante la vita pubblica di Gesù. Un giorno, mentre Gesù era intento a predicare, giunsero sua Madre e alcuni pa¬renti per parlargli. Forse la Madre si preoccupava, com’è natura¬lissimo in una mamma, della sua salute, perché poco prima è scritto che Gesù non poteva neppure prendere cibo a causa della folla (cf Mc 3, 20). Notiamo un dettaglio. Maria, la Madre, deve mendicare perfino il diritto di poter vedere il Figlio e par¬largli. Ella non si fa largo tra la folla, facendo valere il fatto che era la madre. Restò invece fuori in attesa e altri andarono da Gesù a riferirgli: « Fuori c’è tua madre che ti vuole parlare ». Ma la cosa importante anche qui è la parola di Gesù che è ancora e sempre nella stessa linea: “Chi è mia madre e chi sono i miei fra¬telli?” (Mc 3, 33).
Conosciamo già il seguito della risposta. Proviamo a metterci al posto di Maria e intuiremo l’umiliazione e la sofferenza che c’erano per lei in quelle parole. Noi sappiamo oggi che in quelle parole è contenuto un elogio, e non un rim¬provero, per la madre; ma ella non lo sapeva, almeno in quel momento. In quel momento, c’era solo l’amarezza di un rifiuto. Non si dice che Gesù uscisse fuori poi a parlarle; probabilmen¬te Maria dovette allontanarsi, senza aver potuto vedere il figlio e parlargli.
Un altro giorno – narra san Luca – una donna, tra la folla, uscì in un’esclamazione di entusiasmo verso Gesù: “Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!” Era uno di quei complimenti che bastano da soli a far felice una mamma; ma Maria, se era presente o se venne a saperlo, non poté soffermarsi a lungo su questa parola e goderne, perché Gesù si affrettò subito a correggere: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano” (Lc 11, 27-28).
Un ultimo dettaglio in questa linea. San Luca parla, in un cer¬to punto del suo Vangelo, del « seguito femminile di Gesù », cioè di un certo numero di pie donne – di cui dà anche il nome – che erano state beneficate da lui e che lo « assistevano con i loro beni» (cf Lc 8, 2-3), cioè accudivano ai bisogni materiali suoi e degli apostoli, come preparare un pasto, lavare o ram-mendáre un vestito. Dov’è qui la cosa che riguarda Maria? È che tra queste donne non figura la madre e tutti sanno quanto una madre desidererebbe essere lei a prendersi cura di,questi piccoli servizi del figlio, specie se consacrato al Signore. E il sa¬crificio totale del cuore.
Cosa significa tutto questo? Una serie di fatti e parole così precisi e coerenti non può essere un caso. Maria ha dovuto pas¬sare anche lei attraverso la sua kenosi. La kenosi di Gesù consi¬stette nel fatto che, anziché far valere i suoi diritti e le sue pre¬rogative divine, se ne spogliò, assumendo lo stato di servo e apparendo all’esterno un uomo come gli altri. La kenosi di Maria consistette nel fatto che, anziché far valere i suoi diritti come madre del Messia, se ne lasciò spogliare, apparendo dinanzi a tutti una donna come le altre.
La maternità divina di Maria era anche, e prima di tutto, una maternità umana; aveva un aspetto anche « carnale », nel senso positivo di questo termine. Quel Figlio era suo figlio “carnale”, era l’unica sua ricchezza, l’unico suo appoggio nella vita. Ma ella dovette rinunciare a tutto ciò che c’era di umanamente esaltante nella sua vocazione. Fu messa dal Figlio stesso in condizione da non poter trarre dalla sua ma¬ternità alcun vantaggio terreno. Seguiva Gesù « come se non fosse » la madre. Una volta iniziato il suo mini¬stero e lasciata Nazareth, Gesù non ebbe dove posare il capo. E Maria non ebbe dove posare il cuore!
Alla sua povertà materiale, che era già tanto grande, Maria aggiunse anche la povertà spirituale, nel suo grado più alto. Tale povertà di spirito consiste nel lasciarsi spogliare di tutti i privile¬gi, nel non poter far leva su niente, né del passato né del futuro: né di rivelazioni, né di promesse, come se non le appartenessero e non avessero mai avuto luogo. Si tratta di una specie di « notte oscura della memoria ». Essa consiste nel dimenticarsi – o meglio, nel non potersi ricordare, neppure vo¬lendolo – del passato, ed essere protesi unicamente verso Dio, vivendo in pura speranza. È la vera e radicale povertà di spirito che è ricca solo di Dio e, anche questo, solo in speranza.
Gesù si è comportato con la Madre come un direttore spiri¬tuale lucido ed esigente che, avendo intravisto un’anima d’ecce¬zione, non le fa perdere tempo, non la fa indugiare in basso, tra sentimenti e consolazioni naturali; ma la spinge in una corsa senza tregua verso la totale spoliazione, in vista dell’unione con Dio. Ha insegnato a Maria il rinnegamento di sé. Gesù dirige tutti i suoi seguaci di tutti i secoli, con il suo Vangelo, ma la Madre la diresse a viva voce, di persona.
Egli con una mano si lasciava condurre dal Padre, mediante lo Spiri¬to, dove voleva: nel deserto per essere tentato, sul monte per essere trasfigurato, nel Getsemani per sudare sangue. “Io faccio sempre – diceva – le cose che gli sono gradite” (Gv 8, 29). Con l’al¬tra mano, Gesù conduce la Madre nella stessa corsa a fare la volontà del Padre.
Maria discepola di Cristo
Come reagì Maria a questa condotta di Dio stesso nei suoi riguardi? Proviamo a rileggere i testi ricor¬dati. Costateremo una cosa: mai il benché minimo accenno di contrasto di volon¬tà, di replica o di auto-giustificazione da parte di Maria; mai un tentativo di far cambiare decisione a Gesù! Docilità assoluta.
Qui appare la santità personale unica della Madre di Dio, la meraviglia più alta della grazia. Basta, per rendersene conto, fare qualche confronto. Per esempio, con san Pietro. Quando Gesù fece capire a Pietro che a Gerusalemme l’aspettavano ri¬fiuto, passione e morte, egli «protestò» e disse: No, Signore, questo non può accadere, non deve accadere! (cf Mt 16, 22). Si preoccupava per Gesù, ma anche per sé. Maria no.
Maria taceva. La sua risposta a tutto era il silenzio. Non un silenzio di ripiegamento e di tristezza. Quello di Maria fu un silenzio buono. Si vede a Cana di Galilea, dove, anziché mostrarsi offesa, capisce, nella fede, e forse dallo sguardo di Gesù, che può farlo e dice dunque ai servi: “Fate quello che vi dirà” (Gv 2, 5). Anche quando – dopo quella dura parola di Gesù ri¬trovato nel tempio – si dice che Maria non capiva, è scritto che ella taceva e “serbava tutte queste cose nel suo cuor” (Lc 2, 51).
Il fatto che tace non significa che per Maria è tutto facile, che non deve superare lotte, fatiche e tenebre. Ella fu esente dal peccato, non dalla lotta e da quella che san Giovanni Paolo II chiama la «fatica del credere». Se, nel Getsemani, Gesù dovette lottare e sudare sangue, per portare la sua volontà umana al punto di aderire pienamente alla volontà del Padre, è forse sorprendente che abbia dovuto « agonizzare » anche la Madre? Una cosa tuttavia è certa: Maria non avrebbe voluto, per nulla al mondo, tornare indietro. Quando si chiede a certe ani-me, condotte da Dio per vie simili, se vogliono che si preghi perché tutto finisca e torni ad essere come un tempo, anche se sconvolte e a volte sull’orlo dell’apparente disperazione, subi¬to si affrettano a rispondere: no!
”Dopo aver contemplato, in Avvento, la Madre di Cristo, contempliamo dunque, ora, la discepola di Cristo. A proposito della parola di Gesù: “Chi è mia madre?…Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e ma¬dre” (Mc 3, 33-35), sant’Agostino commenta:
Non fece forse la volontà del Padre la Vergine Maria, la quale per la fede credet¬te, per la fede concepì, fu scelta perché da lei la salvezza nasces¬se per noi tra gli uomini, e fu creata da Cristo prima che Cristo fosse creato nel suo seno? Santa Maria fece la volontà del Pa¬dre e la fece interamente; e perciò vale di più per Maria essere stata discepola di Cristo, anziché Madre di Cristo. Vale di più, è una prerogativa più felice, essere stata discepola anziché Madre di Cristo. Maria era felice, poiché, prima di dare alla luce il Fi-glio, portò nel ventre il Maestro… E per questo dunque che an¬che Maria fu beata, poiché ascoltò la Parola di Dio e la mise in pratica .
Corporalmente, Maria è dunque soltanto madre di Cristo, ma spiritualmente gli è sorella e madre » .
Dobbiamo allora pensare che la vita di Maria fu una vita fat¬ta di continua afflizione, una vita tetra? Al contrario. Giudican¬do, per analogia, da ciò che avviene nei santi, dobbiamo dire che in questo cammino di spoliazione Maria scopriva di giorno in giorno una gioia di tipo nuovo, rispetto alle gioie materne di Betlemme o di Nazareth, quando si stringeva Gesù al seno e Gesù si stringeva al suo collo. Gioia di non fare la propria volontà. Gioia di credere. Gioia di dare a Dio la cosa per lui più prezio¬sa, dal momento che, anche nei confronti di Dio, c’è più gioia nel dare che nel ricevere. Gioia di scoprire un Dio, le cui vie so¬no inaccessibili e i cui pensieri non sono i nostri pensieri, ma che proprio in questo si dà a conoscere per quello che è: Dio tre volte Santo.
Una grande mistica, santa Angela da Foligno, che aveva fatto esperienze analoghe, par¬la di una gioia speciale, al limite delle possibilità umane di com¬prensione, che chiama la «gioia dell’incomprensibilità» (gau¬dium incomprebensibilitatis). Essa consiste nel capire che non si può capire, ma che un Dio capito non sarebbe più Dio. Questa incomprensibilità, anziché tristezza, genera gioia, perché fa ve¬dere che Dio è ancora più ricco e più grande di quanto tu riesca a comprendere e che è il « tuo » Dio! Questa è la gioia che i Santi hanno in cielo e che la Santa Vergine, dice santa Angela, ebbe, in certi momenti, fin da questa vita .
Dalla nostra meditazione su Maria nella vita pubblica di Gesú riportiamo una consolante certezza: Non abbiamo una Madre che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stata provata, lei stessa, in ogni cosa, a somiglianza nostra, eccetto il peccato. Ora che è glorificata in cielo ac¬canto al Figlio, Maria può stendere a noi la sua mano materna e condurre anche noi dietro di sé, dicendo, ben più a ragione dell’Apostolo: “Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo” (1 Cor 11, 1). Rivolgiamoci dunque a lei in questo tempo di grande prova, con l’antica e bella preghiera del Sub tuum praesidium:
Sotto la tua protezione
cerchiamo rifugio,
santa Madre di Dio:
non disprezzare le suppliche
di noi che siamo nella prova,
ma liberaci da ogni pericolo,
o Vergine gloriosa e benedetta.
Qui appare la santità personale unica della Madre di Dio, la meraviglia più alta della grazia. Basta, per rendersene conto, fare qualche confronto. Per esempio, con san Pietro. Quando Gesù fece capire a Pietro che a Gerusalemme l’aspettavano ri¬fiuto, passione e morte, egli «protestò» e disse: No, Signore, questo non può accadere, non deve accadere! (cf Mt 16, 22). Si preoccupava per Gesù, ma anche per sé. Maria no.
Maria taceva. La sua risposta a tutto era il silenzio. Non un silenzio di ripiegamento e di tristezza. Quello di Maria fu un silenzio buono. Si vede a Cana di Galilea, dove, anziché mostrarsi offesa, capisce, nella fede, e forse dallo sguardo di Gesù, che può farlo e dice dunque ai servi: “Fate quello che vi dirà” (Gv 2, 5). Anche quando – dopo quella dura parola di Gesù ri¬trovato nel tempio – si dice che Maria non capiva, è scritto che ella taceva e “serbava tutte queste cose nel suo cuor” (Lc 2, 51).
Il fatto che tace non significa che per Maria è tutto facile, che non deve superare lotte, fatiche e tenebre. Ella fu esente dal peccato, non dalla lotta e da quella che san Giovanni Paolo II chiama la «fatica del credere». Se, nel Getsemani, Gesù dovette lottare e sudare sangue, per portare la sua volontà umana al punto di aderire pienamente alla volontà del Padre, è forse sorprendente che abbia dovuto « agonizzare » anche la Madre? Una cosa tuttavia è certa: Maria non avrebbe voluto, per nulla al mondo, tornare indietro. Quando si chiede a certe ani-me, condotte da Dio per vie simili, se vogliono che si preghi perché tutto finisca e torni ad essere come un tempo, anche se sconvolte e a volte sull’orlo dell’apparente disperazione, subi¬to si affrettano a rispondere: no!
”Dopo aver contemplato, in Avvento, la Madre di Cristo, contempliamo dunque, ora, la discepola di Cristo. A proposito della parola di Gesù: “Chi è mia madre?…Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e ma¬dre” (Mc 3, 33-35), sant’Agostino commenta:
Non fece forse la volontà del Padre la Vergine Maria, la quale per la fede credet¬te, per la fede concepì, fu scelta perché da lei la salvezza nasces¬se per noi tra gli uomini, e fu creata da Cristo prima che Cristo fosse creato nel suo seno? Santa Maria fece la volontà del Pa¬dre e la fece interamente; e perciò vale di più per Maria essere stata discepola di Cristo, anziché Madre di Cristo. Vale di più, è una prerogativa più felice, essere stata discepola anziché Madre di Cristo. Maria era felice, poiché, prima di dare alla luce il Fi-glio, portò nel ventre il Maestro… E per questo dunque che an¬che Maria fu beata, poiché ascoltò la Parola di Dio e la mise in pratica .
Corporalmente, Maria è dunque soltanto madre di Cristo, ma spiritualmente gli è sorella e madre » .
Dobbiamo allora pensare che la vita di Maria fu una vita fat¬ta di continua afflizione, una vita tetra? Al contrario. Giudican¬do, per analogia, da ciò che avviene nei santi, dobbiamo dire che in questo cammino di spoliazione Maria scopriva di giorno in giorno una gioia di tipo nuovo, rispetto alle gioie materne di Betlemme o di Nazareth, quando si stringeva Gesù al seno e Gesù si stringeva al suo collo. Gioia di non fare la propria volontà. Gioia di credere. Gioia di dare a Dio la cosa per lui più prezio¬sa, dal momento che, anche nei confronti di Dio, c’è più gioia nel dare che nel ricevere. Gioia di scoprire un Dio, le cui vie so¬no inaccessibili e i cui pensieri non sono i nostri pensieri, ma che proprio in questo si dà a conoscere per quello che è: Dio tre volte Santo.
Una grande mistica, santa Angela da Foligno, che aveva fatto esperienze analoghe, par¬la di una gioia speciale, al limite delle possibilità umane di com¬prensione, che chiama la «gioia dell’incomprensibilità» (gau¬dium incomprebensibilitatis). Essa consiste nel capire che non si può capire, ma che un Dio capito non sarebbe più Dio. Questa incomprensibilità, anziché tristezza, genera gioia, perché fa ve¬dere che Dio è ancora più ricco e più grande di quanto tu riesca a comprendere e che è il « tuo » Dio! Questa è la gioia che i Santi hanno in cielo e che la Santa Vergine, dice santa Angela, ebbe, in certi momenti, fin da questa vita .
Dalla nostra meditazione su Maria nella vita pubblica di Gesú riportiamo una consolante certezza: Non abbiamo una Madre che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stata provata, lei stessa, in ogni cosa, a somiglianza nostra, eccetto il peccato. Ora che è glorificata in cielo ac¬canto al Figlio, Maria può stendere a noi la sua mano materna e condurre anche noi dietro di sé, dicendo, ben più a ragione dell’Apostolo: “Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo” (1 Cor 11, 1). Rivolgiamoci dunque a lei in questo tempo di grande prova, con l’antica e bella preghiera del Sub tuum praesidium:
Sotto la tua protezione
cerchiamo rifugio,
santa Madre di Dio:
non disprezzare le suppliche
di noi che siamo nella prova,
ma liberaci da ogni pericolo,
o Vergine gloriosa e benedetta.
1.S. Giovanni Paolo II, Enc. Redemptoris Mater, 18
2.Ib. nr. 17.
3.Lumen gentium, 58.
4.S. Agostino, Discorsi, 72 A, 7
5.S. Agostino, La santa verginità, 5-6 (PL 40, 399).
2.Ib. nr. 17.
3.Lumen gentium, 58.
4.S. Agostino, Discorsi, 72 A, 7
5.S. Agostino, La santa verginità, 5-6 (PL 40, 399).
***
"PRESSO LA CROCE DI GESU' STAVA MARIA, SUA MADRE"
TERZA PREDICA DI QUARESIMA 2020
Maria sul Calvario
La parola di Dio che ci accompagna nella presente meditazione è quella che si legge nel vangelo di Giovanni:
Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: « Donna, ecco il tuo figlio! ». Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa (Gv 19, 25-27).
Di questo testo, così denso, consideriamo in questa meditazione solo la prima parte, quella narrativa, lasciando alla prossima volta il resto del brano evangelico che contiene il detto di Gesù.
Se sul Calvario, presso la croce di Gesù, c’era Maria sua Madre, vuol dire che ella era a Gerusalemme in quei giorni e, se era a Gerusalemme, allora ha visto tutto, ha assistito a tutto. Ha assi¬stito alle grida: « Barabba, non costui! »; ha assistito all’Ecce ho¬mo, ha visto la carne della sua carne flagellata, sanguinante, co¬ronata di spine, seminuda davanti alla folla, sussultare, scossa da brividi di morte, sulla croce. Ha udito il rumore dei colpi di martello e gli insulti: « Se sei il Figlio di Dio… ». Ha visto i solda¬ti dividersi le sue vesti e la tunica che lei stessa aveva forse ¬tessuto.
« Stavano – si legge – presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala ». Maria non era dunque sola; era una delle donne. Sì, ma lei era lì come « sua madre » e questo pone Maria in una situazione del tutto diversa dalle altre. Ripenso al funerale di un ragazzo di 18 anni. Seguivano il feretro varie donne. Tutte erano vestite di nero, tutte piangevano. Sembravano tutte uguali. Ma tra esse ce n’era una diversa, una alla quale tutti i presenti pensavano, che tutti, senza voltarsi, guardavano di soppiatto: la madre. Era vedova e aveva quel figlio solo. Lei guardava la bara, si vedeva che le sue labbra ripetevano senza posa il nome del figlio. Quando i fedeli, al momento del Sanctus, si misero a proclama¬re: « Santo, Santo, Santo, è il Signore Dio dell’universo », anche lei, senza rendersene forse nemmeno conto, si mise a mormora¬re: Santo, Santo, Santo… In quel momento ho pensato a Maria ai piedi della croce.
Ma a lei fu chiesto qualcosa di molto più difficile: perdonare. Quando sentì il Figlio che diceva: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 34), ella ca¬pì cosa il Padre celeste si aspettava da lei: che dicesse con il cuore le stesse parole: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno ». E lei le disse. Perdonò.
Se Maria poté essere tentata, come lo fu anche Gesù nel de¬serto, questo avvenne soprattutto sotto la croce. E fu una ten¬tazione profondissima e dolorosissima, perché aveva per motivo proprio Gesù. Lei credeva alle promesse, credeva che Gesù era il Messia, il Figlio di Dio; sapeva che, se Gesù avesse pregato, il Padre gli avrebbe mandato « più di dodici legioni di angeli » (cf Mt 26, 53). Ma vede che Gesù non fa nulla. Liberando se stes¬so dalla croce, libererebbe anche lei dal suo tremendo dolore, ma non lo fa. Maria però non grida: « Scendi dalla croce; salva te stesso e me! », o: « Hai salvato tanti altri, perché non salvi ora anche te stesso, figlio mio? », anche se è facile intuire quanto un simile pensiero e desiderio dovesse affacciarsi spontaneamente al cuore di una madre. Maria tace.
Umanamente parlando, ci sarebbero stati tutti i motivi, per Maria, di gridare a Dio: « Mi hai ingannata! », o, come gridò un giorno il profeta Geremia: «Mi hai sedotta e io mi sono lasciata sedurre! » (cf Ger 19, 7), e scappare giù per il Calvario. Invece ella non scappò, ma rimase « in piedi », in silenzio, e così facen¬do è divenuta, in modo tutto speciale, martire della fede, testi-mone suprema della fiducia in Dio, dietro il Figlio.
Questa visione di Maria che si unisce al sacrificio del Figlio ha trovato un’espressione sobria e solenne in un testo del Con¬cilio Vaticano II:
Anche la Beata Vergine ha avanzato nel cammino della fede e ha conservato fedelmente la sua unione con il Figlio sino alla croce, dove, non senza un disegno divino, se ne stette ritta, soffrì profondamente col suo Figlio unigenito e si associò con animo materno al sacrificio di lui, amorosamen¬te consenziente all’immolazione della vittima da lei stessa gene¬rata .
Maria non stava dunque « presso la croce di Gesù », vicino a lui, solo in senso fisico e geografico, ma anche in senso spiritua¬le. Era unita alla croce di Gesù; era dentro la stessa sofferenza. Soffriva nel suo cuore quello che il Figlio soffriva nella sua carne. E chi potrebbe pensare diversamente, se appena sa cosa vuol dire essere madre?
Gesù era anche uomo; come uomo, egli non è, in questo momento, agli occhi di tutti, che un figlio giustiziato alla presen¬za di sua madre. Gesù non dice più, come a Cana: “Che c’è tra me e te, o donna? Non è ancora giunta l’ora mia” (Gv 2, 4). Adesso che la sua « ora » è giunta, c’è, tra lui e sua madre, una grande cosa in comune: la stessa soffe¬renza. In quei momenti estremi, in cui anche il Padre si è miste¬riosamente sottratto al suo sguardo di uomo, è rimasto a Gesù solo lo sguardo della madre, in cui cercare rifugio e conforto. Disdegnerà questa presenza e questo conforto materno, colui che nel Getsemani pregò i tre discepoli dicendo: “Restate qui e vegliate con me” (Mt 26, 38)?
La parola di Dio che ci accompagna nella presente meditazione è quella che si legge nel vangelo di Giovanni:
Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: « Donna, ecco il tuo figlio! ». Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa (Gv 19, 25-27).
Di questo testo, così denso, consideriamo in questa meditazione solo la prima parte, quella narrativa, lasciando alla prossima volta il resto del brano evangelico che contiene il detto di Gesù.
Se sul Calvario, presso la croce di Gesù, c’era Maria sua Madre, vuol dire che ella era a Gerusalemme in quei giorni e, se era a Gerusalemme, allora ha visto tutto, ha assistito a tutto. Ha assi¬stito alle grida: « Barabba, non costui! »; ha assistito all’Ecce ho¬mo, ha visto la carne della sua carne flagellata, sanguinante, co¬ronata di spine, seminuda davanti alla folla, sussultare, scossa da brividi di morte, sulla croce. Ha udito il rumore dei colpi di martello e gli insulti: « Se sei il Figlio di Dio… ». Ha visto i solda¬ti dividersi le sue vesti e la tunica che lei stessa aveva forse ¬tessuto.
« Stavano – si legge – presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala ». Maria non era dunque sola; era una delle donne. Sì, ma lei era lì come « sua madre » e questo pone Maria in una situazione del tutto diversa dalle altre. Ripenso al funerale di un ragazzo di 18 anni. Seguivano il feretro varie donne. Tutte erano vestite di nero, tutte piangevano. Sembravano tutte uguali. Ma tra esse ce n’era una diversa, una alla quale tutti i presenti pensavano, che tutti, senza voltarsi, guardavano di soppiatto: la madre. Era vedova e aveva quel figlio solo. Lei guardava la bara, si vedeva che le sue labbra ripetevano senza posa il nome del figlio. Quando i fedeli, al momento del Sanctus, si misero a proclama¬re: « Santo, Santo, Santo, è il Signore Dio dell’universo », anche lei, senza rendersene forse nemmeno conto, si mise a mormora¬re: Santo, Santo, Santo… In quel momento ho pensato a Maria ai piedi della croce.
Ma a lei fu chiesto qualcosa di molto più difficile: perdonare. Quando sentì il Figlio che diceva: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 34), ella ca¬pì cosa il Padre celeste si aspettava da lei: che dicesse con il cuore le stesse parole: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno ». E lei le disse. Perdonò.
Se Maria poté essere tentata, come lo fu anche Gesù nel de¬serto, questo avvenne soprattutto sotto la croce. E fu una ten¬tazione profondissima e dolorosissima, perché aveva per motivo proprio Gesù. Lei credeva alle promesse, credeva che Gesù era il Messia, il Figlio di Dio; sapeva che, se Gesù avesse pregato, il Padre gli avrebbe mandato « più di dodici legioni di angeli » (cf Mt 26, 53). Ma vede che Gesù non fa nulla. Liberando se stes¬so dalla croce, libererebbe anche lei dal suo tremendo dolore, ma non lo fa. Maria però non grida: « Scendi dalla croce; salva te stesso e me! », o: « Hai salvato tanti altri, perché non salvi ora anche te stesso, figlio mio? », anche se è facile intuire quanto un simile pensiero e desiderio dovesse affacciarsi spontaneamente al cuore di una madre. Maria tace.
Umanamente parlando, ci sarebbero stati tutti i motivi, per Maria, di gridare a Dio: « Mi hai ingannata! », o, come gridò un giorno il profeta Geremia: «Mi hai sedotta e io mi sono lasciata sedurre! » (cf Ger 19, 7), e scappare giù per il Calvario. Invece ella non scappò, ma rimase « in piedi », in silenzio, e così facen¬do è divenuta, in modo tutto speciale, martire della fede, testi-mone suprema della fiducia in Dio, dietro il Figlio.
Questa visione di Maria che si unisce al sacrificio del Figlio ha trovato un’espressione sobria e solenne in un testo del Con¬cilio Vaticano II:
Anche la Beata Vergine ha avanzato nel cammino della fede e ha conservato fedelmente la sua unione con il Figlio sino alla croce, dove, non senza un disegno divino, se ne stette ritta, soffrì profondamente col suo Figlio unigenito e si associò con animo materno al sacrificio di lui, amorosamen¬te consenziente all’immolazione della vittima da lei stessa gene¬rata .
Maria non stava dunque « presso la croce di Gesù », vicino a lui, solo in senso fisico e geografico, ma anche in senso spiritua¬le. Era unita alla croce di Gesù; era dentro la stessa sofferenza. Soffriva nel suo cuore quello che il Figlio soffriva nella sua carne. E chi potrebbe pensare diversamente, se appena sa cosa vuol dire essere madre?
Gesù era anche uomo; come uomo, egli non è, in questo momento, agli occhi di tutti, che un figlio giustiziato alla presen¬za di sua madre. Gesù non dice più, come a Cana: “Che c’è tra me e te, o donna? Non è ancora giunta l’ora mia” (Gv 2, 4). Adesso che la sua « ora » è giunta, c’è, tra lui e sua madre, una grande cosa in comune: la stessa soffe¬renza. In quei momenti estremi, in cui anche il Padre si è miste¬riosamente sottratto al suo sguardo di uomo, è rimasto a Gesù solo lo sguardo della madre, in cui cercare rifugio e conforto. Disdegnerà questa presenza e questo conforto materno, colui che nel Getsemani pregò i tre discepoli dicendo: “Restate qui e vegliate con me” (Mt 26, 38)?
Stare presso la croce di Gesù
Ora, seguendo come sempre il nostro principio-guida se¬condo cui Maria è figura e specchio della Chiesa, sua primizia e modello, ci dobbiamo porre la domanda: Che cosa ha voluto dire alla Chiesa lo Spirito Santo, disponendo che nella Scrittura fosse registrata questa presenza di Maria accanto alla croce di Cristo?
Anche questa volta, è la Parola stessa di Dio che, implicita¬mente, traccia il passaggio da Maria alla Chiesa e dice cosa de¬ve fare ogni credente per imitarla: « Presso la croce di Gesù – è scritto – stava Maria sua Madre e accanto a lei il discepolo che egli amava ». Nella notizia c’è contenuta la parenesi. Quello che avvenne quel giorno, indica quello che deve avvenire ogni gior¬no: bisogna stare accanto a Maria presso la croce di Gesù, co¬me ci stette il discepolo che egli amava.
Ci sono due cose nascoste in questa frase: primo, che biso¬gna stare «accanto alla croce » e, secondo, che bisogna stare ac¬canto alla croce « di Gesù ». Vedremo che si tratta di due cose differenti, anche se inseparabili.
Stare presso la croce « di Gesù ». Queste parole ci dicono che la prima cosa da fare – la più importante di tutte – non è stare presso la croce in genere, ma stare presso la croce «di Gesù». Che non basta stare presso la croce, cioè nella sofferenza, starci anche in silenzio. Questo sembra già da solo una cosa eroica, eppure non è la cosa più importante. Può essere anzi niente. La cosa decisiva è stare presso la croce « di Gesù ». Ciò che conta non è la propria croce, ma quella di Cristo. Non è il soffrire, ma il credere e così appropriarsi della sofferenza di Cristo. La prima cosa è la fede. La cosa più grande di Maria sotto la croce fu la sua fede, più grande ancora che la sua soffe¬renza. San Paolo dice che il Vangelo è potenza di Dio « per tutti coloro che credono » (cf Rm 1, 16). Per tutti coloro che credono, non per tutti coloro che soffrono, anche se, ve¬dremo, le due cose sono di solito unite tra di loro.
È qui la fonte di tutta la forza e la fecondità della Chiesa. La forza della Chiesa viene dal predicare la croce di Gesú, cioè da qualcosa che agli occhi del mondo è il simbolo stesso della stoltezza e della debolezza. Ciò comporta la rinuncia a ogni possibilità o volontà di affrontare il mondo incredulo e spensie¬rato con i suoi stessi mezzi che sono la sapienza delle parole, la forza delle argomentazioni, l’ironia, il ridicolo, il sarcasmo e tutte le altre « cose forti del mondo » (cf 1 Cor 1, 27). Bisogna rinun¬ciare a una superiorità umana, perché possa venire alla luce e agire la forza divina racchiusa nella croce di Cristo. Bisogna in¬sistere su questo primo punto perché ce n’è ancora bisogno. La maggioranza dei credenti non è stata mai aiutata a entrare in questo mistero che è il cuore del Nuovo Testamento, il centro del kerigma e che cambia la vita.
«Stare presso la croce». Ma qual è il segno e la prova che si crede realmente nella croce di Cristo, che « la parola della cro¬ce » non è, appunto, solo una parola, cioè un principio astratto, una bella teologia o ideologia, ma che è veramente croce? Il se¬gno e la prova è prendere la propria croce e andare dietro a Gesù (cf Mc 8, 34). Il segno è partecipare alle sue sofferenze (Fil 3, 10; Rm 8, 17), essere crocifissi con lui (Gal 2, 20), com¬pletare, mediante le proprie sofferenze, ciò che manca alla pas¬sione di Cristo (Col 1, 24). La vita intera del cristiano deve es¬sere un sacrificio vivente, come quella di Cristo (cf Rm 12, 1). Non si tratta solo di sofferenza accettata passivamente, ma an¬che di sofferenza attiva, vissuta in unione con Cristo: “Castigo il mio corpo e lo ridu¬co in servitù” (1 Cor 9, 27). “Tutta la vita di Cristo fu croce e martirio e tu cerchi per te riposo e gioia?”, ammonisce l’autore dell’”Imitazione di Cristo”.
Sono esistiti nella Chiesa due modi diversi di porsi davan¬ti alla croce di Cristo: uno, più caratteristico della teologia protestante, basato sulla fede e l’appropriazione, che fa leva sulla croce di Cristo e uno – coltivato, almeno in passato, di prefe¬renza dalla spiritualità cattolica – che insiste sul soffrire con Cristo, sul condividere la passione di lui e, come nel caso di certi santi, nel rivivere addirittura in sé la passione di Cristo, fino a vedere riprodotte in sé le sue stimmate. L’ecumenismo ci spinge a ricostruire la sintesi di ciò che nella Chiesa ha finito, a poco a poco, per essere contrapposto.
Non si tratta, evidentemente, di mettere sullo stes¬so piano l’operato di Cristo e quello nostro, ma di accogliere la parola della Scrittura. Essa ci dice che ognuna delle due cose – sia la fede, sia le opere -, senza l’altra, è morta (cf Gc 2, 14 ss). È la fede stessa nella croce di Cristo che ha bisogno di passare at¬traverso la sofferenza per essere autentica. La prima lettera di Pietro dice che la sofferenza è il « crogiuolo » della fede, che la fede ha bisogno della sofferenza per essere purificata, come l’o¬ro nel fuoco (cf 1 Pt 1, 6-7).
La nostra croce non è in se stessa salvezza, non è né potenza né sapienza. Per se stessa è pura opera umana, o addirittura castigo. Diviene po¬tenza e sapienza di Dio in quanto – accompagnata dalla fede e per disposizione di Dio stesso – ci unisce alla croce di Cristo. “Soffrire –scriveva san Giovanni Paolo II dal suo letto di ospedale dopo l’attentato – significa diventare particolarmente suscettibili, partico¬larmente aperti all’opera delle forze salvifiche di Dio, offerte al¬l’umanità in Cristo» . Soffrire unisce alla croce di Cristo in modo non solo intellettuale, ma esistenziale e concreto; è una specie di canale, di via di accesso, alla croce di Cristo, non paral¬lela alla fede, ma facente un tutt’uno con essa.
Ora, seguendo come sempre il nostro principio-guida se¬condo cui Maria è figura e specchio della Chiesa, sua primizia e modello, ci dobbiamo porre la domanda: Che cosa ha voluto dire alla Chiesa lo Spirito Santo, disponendo che nella Scrittura fosse registrata questa presenza di Maria accanto alla croce di Cristo?
Anche questa volta, è la Parola stessa di Dio che, implicita¬mente, traccia il passaggio da Maria alla Chiesa e dice cosa de¬ve fare ogni credente per imitarla: « Presso la croce di Gesù – è scritto – stava Maria sua Madre e accanto a lei il discepolo che egli amava ». Nella notizia c’è contenuta la parenesi. Quello che avvenne quel giorno, indica quello che deve avvenire ogni gior¬no: bisogna stare accanto a Maria presso la croce di Gesù, co¬me ci stette il discepolo che egli amava.
Ci sono due cose nascoste in questa frase: primo, che biso¬gna stare «accanto alla croce » e, secondo, che bisogna stare ac¬canto alla croce « di Gesù ». Vedremo che si tratta di due cose differenti, anche se inseparabili.
Stare presso la croce « di Gesù ». Queste parole ci dicono che la prima cosa da fare – la più importante di tutte – non è stare presso la croce in genere, ma stare presso la croce «di Gesù». Che non basta stare presso la croce, cioè nella sofferenza, starci anche in silenzio. Questo sembra già da solo una cosa eroica, eppure non è la cosa più importante. Può essere anzi niente. La cosa decisiva è stare presso la croce « di Gesù ». Ciò che conta non è la propria croce, ma quella di Cristo. Non è il soffrire, ma il credere e così appropriarsi della sofferenza di Cristo. La prima cosa è la fede. La cosa più grande di Maria sotto la croce fu la sua fede, più grande ancora che la sua soffe¬renza. San Paolo dice che il Vangelo è potenza di Dio « per tutti coloro che credono » (cf Rm 1, 16). Per tutti coloro che credono, non per tutti coloro che soffrono, anche se, ve¬dremo, le due cose sono di solito unite tra di loro.
È qui la fonte di tutta la forza e la fecondità della Chiesa. La forza della Chiesa viene dal predicare la croce di Gesú, cioè da qualcosa che agli occhi del mondo è il simbolo stesso della stoltezza e della debolezza. Ciò comporta la rinuncia a ogni possibilità o volontà di affrontare il mondo incredulo e spensie¬rato con i suoi stessi mezzi che sono la sapienza delle parole, la forza delle argomentazioni, l’ironia, il ridicolo, il sarcasmo e tutte le altre « cose forti del mondo » (cf 1 Cor 1, 27). Bisogna rinun¬ciare a una superiorità umana, perché possa venire alla luce e agire la forza divina racchiusa nella croce di Cristo. Bisogna in¬sistere su questo primo punto perché ce n’è ancora bisogno. La maggioranza dei credenti non è stata mai aiutata a entrare in questo mistero che è il cuore del Nuovo Testamento, il centro del kerigma e che cambia la vita.
«Stare presso la croce». Ma qual è il segno e la prova che si crede realmente nella croce di Cristo, che « la parola della cro¬ce » non è, appunto, solo una parola, cioè un principio astratto, una bella teologia o ideologia, ma che è veramente croce? Il se¬gno e la prova è prendere la propria croce e andare dietro a Gesù (cf Mc 8, 34). Il segno è partecipare alle sue sofferenze (Fil 3, 10; Rm 8, 17), essere crocifissi con lui (Gal 2, 20), com¬pletare, mediante le proprie sofferenze, ciò che manca alla pas¬sione di Cristo (Col 1, 24). La vita intera del cristiano deve es¬sere un sacrificio vivente, come quella di Cristo (cf Rm 12, 1). Non si tratta solo di sofferenza accettata passivamente, ma an¬che di sofferenza attiva, vissuta in unione con Cristo: “Castigo il mio corpo e lo ridu¬co in servitù” (1 Cor 9, 27). “Tutta la vita di Cristo fu croce e martirio e tu cerchi per te riposo e gioia?”, ammonisce l’autore dell’”Imitazione di Cristo”.
Sono esistiti nella Chiesa due modi diversi di porsi davan¬ti alla croce di Cristo: uno, più caratteristico della teologia protestante, basato sulla fede e l’appropriazione, che fa leva sulla croce di Cristo e uno – coltivato, almeno in passato, di prefe¬renza dalla spiritualità cattolica – che insiste sul soffrire con Cristo, sul condividere la passione di lui e, come nel caso di certi santi, nel rivivere addirittura in sé la passione di Cristo, fino a vedere riprodotte in sé le sue stimmate. L’ecumenismo ci spinge a ricostruire la sintesi di ciò che nella Chiesa ha finito, a poco a poco, per essere contrapposto.
Non si tratta, evidentemente, di mettere sullo stes¬so piano l’operato di Cristo e quello nostro, ma di accogliere la parola della Scrittura. Essa ci dice che ognuna delle due cose – sia la fede, sia le opere -, senza l’altra, è morta (cf Gc 2, 14 ss). È la fede stessa nella croce di Cristo che ha bisogno di passare at¬traverso la sofferenza per essere autentica. La prima lettera di Pietro dice che la sofferenza è il « crogiuolo » della fede, che la fede ha bisogno della sofferenza per essere purificata, come l’o¬ro nel fuoco (cf 1 Pt 1, 6-7).
La nostra croce non è in se stessa salvezza, non è né potenza né sapienza. Per se stessa è pura opera umana, o addirittura castigo. Diviene po¬tenza e sapienza di Dio in quanto – accompagnata dalla fede e per disposizione di Dio stesso – ci unisce alla croce di Cristo. “Soffrire –scriveva san Giovanni Paolo II dal suo letto di ospedale dopo l’attentato – significa diventare particolarmente suscettibili, partico¬larmente aperti all’opera delle forze salvifiche di Dio, offerte al¬l’umanità in Cristo» . Soffrire unisce alla croce di Cristo in modo non solo intellettuale, ma esistenziale e concreto; è una specie di canale, di via di accesso, alla croce di Cristo, non paral¬lela alla fede, ma facente un tutt’uno con essa.
« Sperò contro ogni speranza »
Ma dobbiamo, ormai, allargare il nostro orizzonte. Per l’evangelista Giovanni che riferisce l’episodio, la croce di Cristo non è solo il momento della morte di Cristo, ma anche quello della sua “glorificazione” e del trionfo. La risurrezione vi è già operante nel segno dello Spirito che si effonde (cf. Gv 7, 37-39; 19, 34). Sul Calvario Maria dunque ha condiviso con il Figlio non solo la morte, ma anche le primizie della risurrezione. Una immagine di Maria ai piedi della croce, in cui ella appare solo « triste, afflitta, piangente », come canta lo Stabat Mater, cioè solo l’Addolorata, non sarebbe comple¬ta. Sul Calvario, ella non è solo la « Madre dei dolori », ma anche la Madre della speranza, « Mater spei », come la invoca la Chiesa in un suo inno.
Di Abramo, san Paolo afferma che “ebbe fede sperando contro ogni speranza” (Rm 4, 18). La stessa cosa si deve dire, con più ragione, di Maria sotto la croce. Ella credette, sperando contro ogni speranza, cioè in una situazione in cui, umanamente parlando, non c’è più alcuna ragione per sperare. In qualche modo che non possiamo spiegare (e che forse neppure lei era in grado di spiegare a se stessa), Maria, come Abramo, ha creduto che Dio era capace di far risuscitare il suo Figlio «anche dai morti » (cf Ebr 11, 19).
Un testo del Concilio Vaticano II menziona questa speranza di Maria sotto la croce come un elemento determinante della sua vocazione materna. Dice che sotto la croce, « ella ha coope-rato in modo tutto speciale all’opera del Salvatore, con l’obbe¬dienza, la fede, la speranza e l’ardente carità » .
Veniamo ora alla Chiesa, cioè a noi. Delle tre cose che la Chiesa commemora nel triduo pasquale – crocifissione, sepoltura e ri¬surrezione del Signore -, «noi, – ha scritto sant’Agostino – nella vita presente realizziamo ciò che significa la crocifissione, mentre teniamo per fede e spe-ranza ciò che significano la sepoltura e la risurrezione » . An¬che la Chiesa, come Maria, vive la risurrezione « in speranza». Anche per essa, la croce è oggetto di esperienza, mentre la ri-surrezione è oggetto di speranza.
Come Maria fu presso il Figlio crocifisso, così la Chiesa è chiamata a stare presso i crocifissi di oggi: i poveri, i sofferenti, gli umiliati e gli offesi. Starci con speranza. Non basta compatire le loro pene o an¬che cercare di alleviarle. È troppo poco. Questo possono farlo tutti, anche chi non conosce la risurrezione. La Chiesa deve da¬re speranza, proclamando che la sofferenza non è assurda, ma ha un senso, perché ci sarà una risurrezione da morte. La Chiesa de¬ve «dare ragione della speranza che è in lei » (cf 1 Pt 3, 15).
Gli uomini hanno bisogno di speranza per vivere, come del¬l’ossigeno per respirare. Anche la Chiesa ha bisogno di speranza per proseguire il suo cammino nella storia e non sentirsi schiacciata dalle avversità. Nell’udienza generale dell’11 Marzo –l’ultima pubblica prima della sospensione per il Coronavirus – papa Francesco ci ha esortato a vivere questo tempo di prova “con fortezza, responsabilità e con speranza”. Vorrei raccogliere soprattutto il suo appello alla speranza.
La speranza è stata per molto tempo, ed è tutt’ora, tra le virtù teologali, la sorella minore, la parente povera. Il poeta Charles Péguy ha un’immagine bellissima al riguardo. Dice che le tre virtù teologali –fede, speranza e carità – sono come tre sorelle: due grandi e una ancora bambina. Camminano insieme per strada tenendosi per mano, le due grandi ai lati e la bambina al centro. La bambina è naturalmente la Speranza. Tutti al vederle dicono: “Certamente sono le due grandi che trascinano la bambina al centro!”. Si sbagliano: è la bambina Speranza che trascina le due sorelle, perché se si ferma la speranza si ferma tutto .
Dobbiamo – come suggerisce lo stesso poeta – diventare « complici della bambina speranza ». Hai sperato ardentemen¬te una cosa, un intervento di Dio, e non è successo niente? Sei tornato a sperare di nuovo la volta successiva, e ancora niente? Tutto è andato avanti come prima, nonostante tante suppliche, tante lacrime, e forse anche tanti segni che questa volta saresti stato esaudito? Tu continua a sperare, spera ancora un’altra vol¬ta, spera sempre, fino alla fine. Diventa complice della speranza!
Diventare complici della speranza significa permettere a Dio di deluderti, di ingannarti quaggiù tutte le volte che vuole. Di più: significa essere in fondo contenti, in qualche parte remota del proprio cuore, che Dio non ti abbia ascoltato la prima e la se¬conda volta e che continui a non ascoltarti, perché così ti ha permesso di dargli una prova in più, di fare un atto di speranza in più e ogni volta più difficile. Ti ha fatto una grazia ben più grande di quella che chiedevi: la grazia di sperare in lui. Lui ha l’eternità per farsi perdonare del ritardo!
Ma bisogna fare attenzione a una cosa. La speranza non è so¬lo una bella e poetica disposizione interiore, difficile quanto si vuole, ma che lascia, per il resto, inoperosi e senza compiti con-creti, e perciò, alla fine, sterile. Al contrario, sperare significa proprio scoprire che c’è ancora qualcosa che si può fare, un compito da assolvere e che non si è, perciò, lasciati in balìa del vuoto e di una paralizzante inattività.
Quand’anche non ci fosse nulla più da fare da parte nostra per cambiare una certa situazione difficile, resterebbe pur sempre un grande compito da assolvere, tale da tenerci ab¬bastanza impegnati e tenere lontana la disperazione: quello di sopportare con pazienza fino alla fine. Questo fu il grande « compito » che Maria portò a compimento, sperando, sotto la croce, e in questo ella è pronta ora ad aiutare anche noi.
Nella Bibbia assistiamo a dei veri e propri sussulti di speranza. Uno di essi si trova nella terza Lamentazione di Geremia. Essa è il canto dell’anima nella prova più desolante e può essere ap-plicato quasi alla lettera a Maria ai piedi della croce:
Io sono la persona che ha provato la miseria e la pena. Dio mi ha fatto camminare nelle tenebre, non nella luce; mi ha costruito un muro tutt’intorno perché non potessi più uscire. Se grido e invoco aiuto egli soffoca la mia preghiera. Ho detto: “È sparita la mia gloria, la speranza che mi veniva dal Signore”.
Ma ecco il sussulto di speranza che capovolge tutto. A un certo punto, l’o¬rante dice a se stesso: «Ma le misericordie del Signore non so¬no finite; dunque in lui voglio sperare! Il Signore non rigetta mai, ma se affligge avrà anche pietà. Forse c’è ancora speranza » (cf Lam 3, 1-29). Dal momento che il profeta decide di tornare a sperare, il tono cambia: la lamentazione si trasforma in fiduciosa attesa dell’intervento di Dio.
Volgiamo lo sguardo, ancora una volta, a colei che ha saputo stare presso la croce sperando contro ogni speranza. Invochiamo Maria come madre della speranza con le parole di un antico inno della Chiesa:
Salve Mater misericordiae,
Mater Dei, et mater veniae,
Mater Spei, et mater gratiae,
Mater plena sanctae laetitiae,
O MARIA!
Ma dobbiamo, ormai, allargare il nostro orizzonte. Per l’evangelista Giovanni che riferisce l’episodio, la croce di Cristo non è solo il momento della morte di Cristo, ma anche quello della sua “glorificazione” e del trionfo. La risurrezione vi è già operante nel segno dello Spirito che si effonde (cf. Gv 7, 37-39; 19, 34). Sul Calvario Maria dunque ha condiviso con il Figlio non solo la morte, ma anche le primizie della risurrezione. Una immagine di Maria ai piedi della croce, in cui ella appare solo « triste, afflitta, piangente », come canta lo Stabat Mater, cioè solo l’Addolorata, non sarebbe comple¬ta. Sul Calvario, ella non è solo la « Madre dei dolori », ma anche la Madre della speranza, « Mater spei », come la invoca la Chiesa in un suo inno.
Di Abramo, san Paolo afferma che “ebbe fede sperando contro ogni speranza” (Rm 4, 18). La stessa cosa si deve dire, con più ragione, di Maria sotto la croce. Ella credette, sperando contro ogni speranza, cioè in una situazione in cui, umanamente parlando, non c’è più alcuna ragione per sperare. In qualche modo che non possiamo spiegare (e che forse neppure lei era in grado di spiegare a se stessa), Maria, come Abramo, ha creduto che Dio era capace di far risuscitare il suo Figlio «anche dai morti » (cf Ebr 11, 19).
Un testo del Concilio Vaticano II menziona questa speranza di Maria sotto la croce come un elemento determinante della sua vocazione materna. Dice che sotto la croce, « ella ha coope-rato in modo tutto speciale all’opera del Salvatore, con l’obbe¬dienza, la fede, la speranza e l’ardente carità » .
Veniamo ora alla Chiesa, cioè a noi. Delle tre cose che la Chiesa commemora nel triduo pasquale – crocifissione, sepoltura e ri¬surrezione del Signore -, «noi, – ha scritto sant’Agostino – nella vita presente realizziamo ciò che significa la crocifissione, mentre teniamo per fede e spe-ranza ciò che significano la sepoltura e la risurrezione » . An¬che la Chiesa, come Maria, vive la risurrezione « in speranza». Anche per essa, la croce è oggetto di esperienza, mentre la ri-surrezione è oggetto di speranza.
Come Maria fu presso il Figlio crocifisso, così la Chiesa è chiamata a stare presso i crocifissi di oggi: i poveri, i sofferenti, gli umiliati e gli offesi. Starci con speranza. Non basta compatire le loro pene o an¬che cercare di alleviarle. È troppo poco. Questo possono farlo tutti, anche chi non conosce la risurrezione. La Chiesa deve da¬re speranza, proclamando che la sofferenza non è assurda, ma ha un senso, perché ci sarà una risurrezione da morte. La Chiesa de¬ve «dare ragione della speranza che è in lei » (cf 1 Pt 3, 15).
Gli uomini hanno bisogno di speranza per vivere, come del¬l’ossigeno per respirare. Anche la Chiesa ha bisogno di speranza per proseguire il suo cammino nella storia e non sentirsi schiacciata dalle avversità. Nell’udienza generale dell’11 Marzo –l’ultima pubblica prima della sospensione per il Coronavirus – papa Francesco ci ha esortato a vivere questo tempo di prova “con fortezza, responsabilità e con speranza”. Vorrei raccogliere soprattutto il suo appello alla speranza.
La speranza è stata per molto tempo, ed è tutt’ora, tra le virtù teologali, la sorella minore, la parente povera. Il poeta Charles Péguy ha un’immagine bellissima al riguardo. Dice che le tre virtù teologali –fede, speranza e carità – sono come tre sorelle: due grandi e una ancora bambina. Camminano insieme per strada tenendosi per mano, le due grandi ai lati e la bambina al centro. La bambina è naturalmente la Speranza. Tutti al vederle dicono: “Certamente sono le due grandi che trascinano la bambina al centro!”. Si sbagliano: è la bambina Speranza che trascina le due sorelle, perché se si ferma la speranza si ferma tutto .
Dobbiamo – come suggerisce lo stesso poeta – diventare « complici della bambina speranza ». Hai sperato ardentemen¬te una cosa, un intervento di Dio, e non è successo niente? Sei tornato a sperare di nuovo la volta successiva, e ancora niente? Tutto è andato avanti come prima, nonostante tante suppliche, tante lacrime, e forse anche tanti segni che questa volta saresti stato esaudito? Tu continua a sperare, spera ancora un’altra vol¬ta, spera sempre, fino alla fine. Diventa complice della speranza!
Diventare complici della speranza significa permettere a Dio di deluderti, di ingannarti quaggiù tutte le volte che vuole. Di più: significa essere in fondo contenti, in qualche parte remota del proprio cuore, che Dio non ti abbia ascoltato la prima e la se¬conda volta e che continui a non ascoltarti, perché così ti ha permesso di dargli una prova in più, di fare un atto di speranza in più e ogni volta più difficile. Ti ha fatto una grazia ben più grande di quella che chiedevi: la grazia di sperare in lui. Lui ha l’eternità per farsi perdonare del ritardo!
Ma bisogna fare attenzione a una cosa. La speranza non è so¬lo una bella e poetica disposizione interiore, difficile quanto si vuole, ma che lascia, per il resto, inoperosi e senza compiti con-creti, e perciò, alla fine, sterile. Al contrario, sperare significa proprio scoprire che c’è ancora qualcosa che si può fare, un compito da assolvere e che non si è, perciò, lasciati in balìa del vuoto e di una paralizzante inattività.
Quand’anche non ci fosse nulla più da fare da parte nostra per cambiare una certa situazione difficile, resterebbe pur sempre un grande compito da assolvere, tale da tenerci ab¬bastanza impegnati e tenere lontana la disperazione: quello di sopportare con pazienza fino alla fine. Questo fu il grande « compito » che Maria portò a compimento, sperando, sotto la croce, e in questo ella è pronta ora ad aiutare anche noi.
Nella Bibbia assistiamo a dei veri e propri sussulti di speranza. Uno di essi si trova nella terza Lamentazione di Geremia. Essa è il canto dell’anima nella prova più desolante e può essere ap-plicato quasi alla lettera a Maria ai piedi della croce:
Io sono la persona che ha provato la miseria e la pena. Dio mi ha fatto camminare nelle tenebre, non nella luce; mi ha costruito un muro tutt’intorno perché non potessi più uscire. Se grido e invoco aiuto egli soffoca la mia preghiera. Ho detto: “È sparita la mia gloria, la speranza che mi veniva dal Signore”.
Ma ecco il sussulto di speranza che capovolge tutto. A un certo punto, l’o¬rante dice a se stesso: «Ma le misericordie del Signore non so¬no finite; dunque in lui voglio sperare! Il Signore non rigetta mai, ma se affligge avrà anche pietà. Forse c’è ancora speranza » (cf Lam 3, 1-29). Dal momento che il profeta decide di tornare a sperare, il tono cambia: la lamentazione si trasforma in fiduciosa attesa dell’intervento di Dio.
Volgiamo lo sguardo, ancora una volta, a colei che ha saputo stare presso la croce sperando contro ogni speranza. Invochiamo Maria come madre della speranza con le parole di un antico inno della Chiesa:
Salve Mater misericordiae,
Mater Dei, et mater veniae,
Mater Spei, et mater gratiae,
Mater plena sanctae laetitiae,
O MARIA!
Salve , o Madre di misericordia,
Madre di Dio e Madre di perdono
Madre di Speranza e Madre di grazia,
Madre ricolma di santa allegrezza,
O MARIA!
Madre di Dio e Madre di perdono
Madre di Speranza e Madre di grazia,
Madre ricolma di santa allegrezza,
O MARIA!
1.Lumen gentium, 58.
2.Imitazione di Cristo, II, 12,3.
3.S. Giovanni Paolo II, Lettera “Salvifici doloris”, 23 (AAS 76, 1984, p.231).
4.Lumen gentiun, 61.
5.S. Agostino, Lettere, 535,2,3; 14, 24.
6.Charles Péguy, Le porche du mystère de la deuxième vertu, in Œuvres poétiques complètes, Parigi 1975, p. 655 s.
2.Imitazione di Cristo, II, 12,3.
3.S. Giovanni Paolo II, Lettera “Salvifici doloris”, 23 (AAS 76, 1984, p.231).
4.Lumen gentiun, 61.
5.S. Agostino, Lettere, 535,2,3; 14, 24.
6.Charles Péguy, Le porche du mystère de la deuxième vertu, in Œuvres poétiques complètes, Parigi 1975, p. 655 s.
***
"DONNA, ECCO TUO FIGLIO!"
MARIA, MADRE DEI CREDENTI - QUARTA PREDICA DI QUARESIMA 2020
“Tutti là sono nati!”
Continuiamo e terminiamo la nostra contemplazione di Maria nel mistero pasquale. Oggetto della nostra riflessione odierna è la parola che Gesú rivolge dalla croce a sua madre e al discepolo che egli amava:
Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa (Gv 19, 26-27).
Al termine delle nostre considerazioni su Maria nel mistero dell’Incarnazione, nell’Avvento scorso, abbiamo contemplato Maria come Madre di Dio; ora, al termine delle nostre riflessioni su Maria nel Mistero pasquale, la contempliamo come Madre dei cristiani, come Madre nostra.
Dobbiamo subito precisare che non si tratta di due titoli e di due verità da porre sullo stesso piano. « Madre di Dio » è un titolo definito solennemente; si basa su una maternità reale, non solo spirituale; ha un rapporto strettissimo con la verità centrale della nostra fede, che Gesù è Dio e uomo nella stessa persona; ed è, infine, un titolo universalmente accolto nella Chiesa. «Madre dei credenti», o « Madre nostra » indica una maternità spirituale; ha un rapporto meno stretto con la verità centrale del credo; non si può dire che sia stato tenuto nel cristianesimo « ovunque, sempre e da tutti », ma riflette la dottrina e la pietà di alcune Chiese, in particolare della Chiesa cattolica, anche se non solo di essa.
Sant’Agostino ci aiuta a cogliere subito la somiglianza e la differenza tra le due maternità di Maria. Scrive:
« Maria, corporalmente, è madre solo di Cristo, mentre spiritualmente, in quanto fa la volontà di Dio, gli è sorella e madre. Madre nello spirito, ella non lo fu del Capo che è lo stesso Salvatore, dal quale piuttosto spiritualmente è nata, ma lo è certamente delle membra che siamo noi, perché cooperò, con la sua carità, alla nascita nella Chiesa dei fedeli, che di quel Capo sono le membra » .
Il nostro scopo, in questa meditazione, vorrebbe essere quello di vedere tutta la ricchezza che c’è dietro questo titolo e il dono di Cristo che esso contie¬ne, in modo da servircene, non solo per onorare Maria con un titolo in più, ma per edificarci nella fede e crescere nell’imitazione di Cristo.
Anche la maternità spirituale di Maria nei nostri confronti, analogamente a quella fisica nei confronti di Gesù, si realizza attraverso due momenti e due atti: concepire e partorire. Maria è passata attraverso questi due momenti: ci ha spiritualmente concepiti e partoriti. Ci ha concepiti, cioè alla lettera “presi insieme” con Gesú, e accolti in sé. Lo ha fatto quando, nel momento stesso dell’Annunciazione e poi in seguito a mano a mano che Gesù avanzava nella sua missione, è venuta scoprendo che quel suo figlio non era un figlio come gli altri, una persona privata, ma che era il Messia atteso, intorno al quale si sarebbe formata una comunità.
Questo fu il tempo del concepimento, del «sì » del cuore. Ora, sotto la croce, è il momento del travaglio del parto. Gesù, in questo momento, si rivolge alla madre, chiamandola « Donna ». Conoscendo l’abitudine dell’evangelista Giovanni di parlare per allusioni, simboli e rimandi, questa parola fa pensare a ciò che Gesù aveva detto: “La donna, quando partorisce, è afflitta, perché è giunta la sua ora” (Gv 16, 21) e a ciò che si legge nell’Apocalisse, della « Donna incinta che gridava per le doglie del parto » (cf Ap 12, 1 s.).
Anche se questa Donna è, in prima linea, la Chiesa, la comunità della nuova alleanza che dà alla luce l’uomo nuovo e il mondo nuovo, Maria vi è coinvolta egualmente in prima persona, come l’inizio e la rappresentante di quella comunità credente. Questo accostamento tra Maria e la figura della Donna è stato, ad ogni modo, recepito presto dalla Chiesa. Sant’Ireneo (discepolo di san Policarpo, discepolo a sua volta di Giovanni!) vede in Maria la nuova Eva, la nuova « madre di tutti i viventi » .
Ma volgiamoci ormai al testo di Giovanni, per vedere se esso contiene già qualcosa di questo che andiamo dicendo. Le parole di Gesù a Maria: « Donna, ecco tuo figlio » e a Giovanni: « Ecco, la tua madre », hanno certamente un significato anzitutto immediato e concreto. Gesù affida Maria a Giovanni e Giovanni a Maria. Ma questo non esaurisce il significato della scena. L’esegesi moderna, avendo fatto enormi progressi nella conoscenza del linguaggio e dei modi espressivi del Quarto Vangelo, ne è ancora più convinta che al tempo dei Padri.
Se si legge il brano di Giovanni unicamente in una chiave spicciola, quasi di ultime disposizioni testamentarie, esso risulta – è stato detto – «un pesce fuor d’acqua» e anzi una dissonanza nel contesto in cui si trova. Per Giovanni, il momento della morte è il momento della glorificazione di Gesù, del compimento definitivo delle Scritture e di tutte le cose. Ogni frase e ogni parola in quel contesto ha un significato anche simbolico e allude al compimento delle Scritture.
Dato questo contesto, è più una forzatura del testo il non vedervi che un significato privato e personale, che il vedervi, con l’esegesi tradizionale, anche un significato più universale ed ecclesiale, legato, in qualche modo, alla figura della « donna » di Genesi 3, 15 e di Apocalisse 12. Questo significato ecclesiale è che il discepolo non rappresenta qui solo Giovanni, ma il discepolo di Gesù in quanto tale, cioè tutti i discepoli. Essi sono dati a Maria da Gesù morente come suoi figli, allo stesso modo che Maria è data ad essi come loro madre.
Le parole di Gesù a volte descrivono qualcosa che è già presente, cioè rivelano ciò che esiste; a volte invece creano e fanno esistere ciò che esprimono. A questo secondo ordine appartengono le parole di Gesù morente a Maria e a Giovanni. Dicendo: “Questo è il mio corpo”, Gesù rendeva il pane suo corpo; così – fatte le debite proporzioni – dicendo: “Ecco tua madre”, ed “Ecco tuo figlio”, Gesù costituisce Maria madre di Giovanni e Giovanni figlio di Maria. Gesù non si è limitato a proclamare la nuova maternità di Maria, ma l’ha istituita. Essa dunque non viene da Maria, ma dalla Parola di Dio; non si basa sul merito, ma sulla grazia.
Sotto la croce, Maria ci appare dunque come la figlia di Sion che, dopo il lutto e la perdita dei suoi figli, riceve da Dio una nuova figliolanza, più numerosa di prima, non secondo la carne, ma secondo lo Spirito. Un Salmo, che la liturgia applica a Maria, dice: “Ecco, Palestina, Tiro ed Etiopia: tutti là sono nati. Si dirà di Sion: « L’uno e l’altro è nato in essa… ». Il Signore scriverà nel libro dei popoli: « Là costui è nato » (Sal 87, 2 s). È vero: tutti là siamo nati! Si dirà anche di Maria, la nuova Sion: l’uno e l’altro è nato in essa. Di me, di te, di ognuno, anche di chi non lo sa ancora, nel libro di Dio, è scritto : « Là costui è nato ».
Ma non siamo stati noi « rigenerati dalla Parola di Dio viva ed eterna » (cf 1 Pt 1, 23)?; non siamo « nati da Dio » (Gv 1, 13) e rinati « dall’acqua e dallo Spirito » (Gv 3, 5)? È verissimo, ma ciò non toglie che, in un senso diverso, subordinato e strumentale, siamo nati anche dalla fede e dalla sofferenza di Maria. Se Paolo, che è un servo e un apostolo di Cristo, può dire ai suoi fedeli: “Sono io che vi ho generato in Cristo, mediante il Vangelo” (1 Cor 4, 15), quanto più può dirlo Maria, che ne è la madre! Chi più di lei può far sue le parole dell’Apostolo: “Figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore” (Gal 4, 19)? Ella ci partorisce « di nuovo » sotto la croce, perché ci ha già partorito una prima volta, non nel dolore, ma nella gioia, quando ha dato al mondo proprio quella « Parola viva ed eterna », che è Cristo, nella quale siamo rigenerati.
Continuiamo e terminiamo la nostra contemplazione di Maria nel mistero pasquale. Oggetto della nostra riflessione odierna è la parola che Gesú rivolge dalla croce a sua madre e al discepolo che egli amava:
Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa (Gv 19, 26-27).
Al termine delle nostre considerazioni su Maria nel mistero dell’Incarnazione, nell’Avvento scorso, abbiamo contemplato Maria come Madre di Dio; ora, al termine delle nostre riflessioni su Maria nel Mistero pasquale, la contempliamo come Madre dei cristiani, come Madre nostra.
Dobbiamo subito precisare che non si tratta di due titoli e di due verità da porre sullo stesso piano. « Madre di Dio » è un titolo definito solennemente; si basa su una maternità reale, non solo spirituale; ha un rapporto strettissimo con la verità centrale della nostra fede, che Gesù è Dio e uomo nella stessa persona; ed è, infine, un titolo universalmente accolto nella Chiesa. «Madre dei credenti», o « Madre nostra » indica una maternità spirituale; ha un rapporto meno stretto con la verità centrale del credo; non si può dire che sia stato tenuto nel cristianesimo « ovunque, sempre e da tutti », ma riflette la dottrina e la pietà di alcune Chiese, in particolare della Chiesa cattolica, anche se non solo di essa.
Sant’Agostino ci aiuta a cogliere subito la somiglianza e la differenza tra le due maternità di Maria. Scrive:
« Maria, corporalmente, è madre solo di Cristo, mentre spiritualmente, in quanto fa la volontà di Dio, gli è sorella e madre. Madre nello spirito, ella non lo fu del Capo che è lo stesso Salvatore, dal quale piuttosto spiritualmente è nata, ma lo è certamente delle membra che siamo noi, perché cooperò, con la sua carità, alla nascita nella Chiesa dei fedeli, che di quel Capo sono le membra » .
Il nostro scopo, in questa meditazione, vorrebbe essere quello di vedere tutta la ricchezza che c’è dietro questo titolo e il dono di Cristo che esso contie¬ne, in modo da servircene, non solo per onorare Maria con un titolo in più, ma per edificarci nella fede e crescere nell’imitazione di Cristo.
Anche la maternità spirituale di Maria nei nostri confronti, analogamente a quella fisica nei confronti di Gesù, si realizza attraverso due momenti e due atti: concepire e partorire. Maria è passata attraverso questi due momenti: ci ha spiritualmente concepiti e partoriti. Ci ha concepiti, cioè alla lettera “presi insieme” con Gesú, e accolti in sé. Lo ha fatto quando, nel momento stesso dell’Annunciazione e poi in seguito a mano a mano che Gesù avanzava nella sua missione, è venuta scoprendo che quel suo figlio non era un figlio come gli altri, una persona privata, ma che era il Messia atteso, intorno al quale si sarebbe formata una comunità.
Questo fu il tempo del concepimento, del «sì » del cuore. Ora, sotto la croce, è il momento del travaglio del parto. Gesù, in questo momento, si rivolge alla madre, chiamandola « Donna ». Conoscendo l’abitudine dell’evangelista Giovanni di parlare per allusioni, simboli e rimandi, questa parola fa pensare a ciò che Gesù aveva detto: “La donna, quando partorisce, è afflitta, perché è giunta la sua ora” (Gv 16, 21) e a ciò che si legge nell’Apocalisse, della « Donna incinta che gridava per le doglie del parto » (cf Ap 12, 1 s.).
Anche se questa Donna è, in prima linea, la Chiesa, la comunità della nuova alleanza che dà alla luce l’uomo nuovo e il mondo nuovo, Maria vi è coinvolta egualmente in prima persona, come l’inizio e la rappresentante di quella comunità credente. Questo accostamento tra Maria e la figura della Donna è stato, ad ogni modo, recepito presto dalla Chiesa. Sant’Ireneo (discepolo di san Policarpo, discepolo a sua volta di Giovanni!) vede in Maria la nuova Eva, la nuova « madre di tutti i viventi » .
Ma volgiamoci ormai al testo di Giovanni, per vedere se esso contiene già qualcosa di questo che andiamo dicendo. Le parole di Gesù a Maria: « Donna, ecco tuo figlio » e a Giovanni: « Ecco, la tua madre », hanno certamente un significato anzitutto immediato e concreto. Gesù affida Maria a Giovanni e Giovanni a Maria. Ma questo non esaurisce il significato della scena. L’esegesi moderna, avendo fatto enormi progressi nella conoscenza del linguaggio e dei modi espressivi del Quarto Vangelo, ne è ancora più convinta che al tempo dei Padri.
Se si legge il brano di Giovanni unicamente in una chiave spicciola, quasi di ultime disposizioni testamentarie, esso risulta – è stato detto – «un pesce fuor d’acqua» e anzi una dissonanza nel contesto in cui si trova. Per Giovanni, il momento della morte è il momento della glorificazione di Gesù, del compimento definitivo delle Scritture e di tutte le cose. Ogni frase e ogni parola in quel contesto ha un significato anche simbolico e allude al compimento delle Scritture.
Dato questo contesto, è più una forzatura del testo il non vedervi che un significato privato e personale, che il vedervi, con l’esegesi tradizionale, anche un significato più universale ed ecclesiale, legato, in qualche modo, alla figura della « donna » di Genesi 3, 15 e di Apocalisse 12. Questo significato ecclesiale è che il discepolo non rappresenta qui solo Giovanni, ma il discepolo di Gesù in quanto tale, cioè tutti i discepoli. Essi sono dati a Maria da Gesù morente come suoi figli, allo stesso modo che Maria è data ad essi come loro madre.
Le parole di Gesù a volte descrivono qualcosa che è già presente, cioè rivelano ciò che esiste; a volte invece creano e fanno esistere ciò che esprimono. A questo secondo ordine appartengono le parole di Gesù morente a Maria e a Giovanni. Dicendo: “Questo è il mio corpo”, Gesù rendeva il pane suo corpo; così – fatte le debite proporzioni – dicendo: “Ecco tua madre”, ed “Ecco tuo figlio”, Gesù costituisce Maria madre di Giovanni e Giovanni figlio di Maria. Gesù non si è limitato a proclamare la nuova maternità di Maria, ma l’ha istituita. Essa dunque non viene da Maria, ma dalla Parola di Dio; non si basa sul merito, ma sulla grazia.
Sotto la croce, Maria ci appare dunque come la figlia di Sion che, dopo il lutto e la perdita dei suoi figli, riceve da Dio una nuova figliolanza, più numerosa di prima, non secondo la carne, ma secondo lo Spirito. Un Salmo, che la liturgia applica a Maria, dice: “Ecco, Palestina, Tiro ed Etiopia: tutti là sono nati. Si dirà di Sion: « L’uno e l’altro è nato in essa… ». Il Signore scriverà nel libro dei popoli: « Là costui è nato » (Sal 87, 2 s). È vero: tutti là siamo nati! Si dirà anche di Maria, la nuova Sion: l’uno e l’altro è nato in essa. Di me, di te, di ognuno, anche di chi non lo sa ancora, nel libro di Dio, è scritto : « Là costui è nato ».
Ma non siamo stati noi « rigenerati dalla Parola di Dio viva ed eterna » (cf 1 Pt 1, 23)?; non siamo « nati da Dio » (Gv 1, 13) e rinati « dall’acqua e dallo Spirito » (Gv 3, 5)? È verissimo, ma ciò non toglie che, in un senso diverso, subordinato e strumentale, siamo nati anche dalla fede e dalla sofferenza di Maria. Se Paolo, che è un servo e un apostolo di Cristo, può dire ai suoi fedeli: “Sono io che vi ho generato in Cristo, mediante il Vangelo” (1 Cor 4, 15), quanto più può dirlo Maria, che ne è la madre! Chi più di lei può far sue le parole dell’Apostolo: “Figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore” (Gal 4, 19)? Ella ci partorisce « di nuovo » sotto la croce, perché ci ha già partorito una prima volta, non nel dolore, ma nella gioia, quando ha dato al mondo proprio quella « Parola viva ed eterna », che è Cristo, nella quale siamo rigenerati.
La sintesi mariana del Concilio Vaticano II
La dottrina tradizionale cattolica di Maria Madre dei cristiani ha ricevuto una nuova formulazione nella costituzione sulla Chiesa del Concilio Vaticano II. Nella Lumen gentium leggiamo:
Concependo Cristo, generandolo, nutrendolo, presentandolo al Padre nel tempio, soffrendo col Figlio suo morente in croce, ella cooperò in modo tutto speciale all’opera del Salvatore, con l’obbedienza, la fede, la speranza e l’ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime. Per questo ella è diventata per noi madre nell’ordine della grazia .
Il Concilio stesso si preoccupa di precisare il senso di questa maternità di Maria. Dice:
La funzione materna di Maria verso gli uomini in nessun modo oscura o diminuisce quest’unica mediazione di Cristo, ma ne mostra l’efficacia. Ogni salutare influsso della beata Vergine verso gli uomini non nasce da una necessità oggettiva, ma da una disposizione puramente gratuita di Dio, e sgorga dalla sovrabbondanza dei meriti di Cristo; pertanto si fonda sulla mediazione di questi, da essa assolutamente dipende e attinge tutta la sua efficacia, e non impedisce minimamente l’unione immediata dei credenti con Cristo, anzi la facilita .
La novità più grande di questa trattazione sulla Madonna consiste, come si sa, proprio nel posto in cui essa è inserita, e cioè nella trattazione sulla Chiesa. Con ciò il Concilio – non senza sofferenze e lacerazioni, attuava un profondo rinnovamento della mariologia, rispetto a quella degli ultimi secoli. Il discorso su Maria non è più a se stante, come se ella occupasse una posizione intermedia tra Cri¬sto e la Chiesa, ma ricondotto nell’ambito della Chiesa, come era stato all’epoca dei Pa¬dri.
Maria è vista, come diceva sant’Agostino, come il membro più eccellente della Chiesa, ma un membro di essa, non al di fuori o al di sopra di essa:
Santa è Maria, beata è Maria, ma più importante è la Chiesa che non la Vergine Maria. Perché? Perché Maria è una parte della Chiesa, un membro santo, eccellente, superiore a tutti gli altri, ma tuttavia un membro di tutto il corpo. Se è un membro di tutto il corpo senza dubbio più importante d’un membro è il corpo .
Questo è il caso teologico più evidente della verità dell’assioma, caro a papa Francesco, che “il tutto è superiore alla parte”. Questo assioma non si realizza nella Trinità perché in essa, grazie alla pericoresi, in ogni parte, o persona, c’è già il tutto. Si realizza invece nella Chiesa.
Subito dopo il Concilio, Paolo VI sviluppò ulteriormente l’idea della maternità di Maria verso i credenti, attribuendo a lei, esplicitamente e solennemente, il titolo di “Madre della Chiesa”:
A gloria dunque della Vergine e a nostro conforto, Noi proclamiamo Maria Santissima “Madre della Chiesa”, cioè di tutto il popolo di Dio, tanto dei fedeli come dei Pastori, che la chiamano Madre amorosissima; e vogliamo che con tale titolo soavissimo d’ora innanzi la Vergine venga ancor più onorata ed invocata da tutto il popolo cristiano .
La dottrina tradizionale cattolica di Maria Madre dei cristiani ha ricevuto una nuova formulazione nella costituzione sulla Chiesa del Concilio Vaticano II. Nella Lumen gentium leggiamo:
Concependo Cristo, generandolo, nutrendolo, presentandolo al Padre nel tempio, soffrendo col Figlio suo morente in croce, ella cooperò in modo tutto speciale all’opera del Salvatore, con l’obbedienza, la fede, la speranza e l’ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime. Per questo ella è diventata per noi madre nell’ordine della grazia .
Il Concilio stesso si preoccupa di precisare il senso di questa maternità di Maria. Dice:
La funzione materna di Maria verso gli uomini in nessun modo oscura o diminuisce quest’unica mediazione di Cristo, ma ne mostra l’efficacia. Ogni salutare influsso della beata Vergine verso gli uomini non nasce da una necessità oggettiva, ma da una disposizione puramente gratuita di Dio, e sgorga dalla sovrabbondanza dei meriti di Cristo; pertanto si fonda sulla mediazione di questi, da essa assolutamente dipende e attinge tutta la sua efficacia, e non impedisce minimamente l’unione immediata dei credenti con Cristo, anzi la facilita .
La novità più grande di questa trattazione sulla Madonna consiste, come si sa, proprio nel posto in cui essa è inserita, e cioè nella trattazione sulla Chiesa. Con ciò il Concilio – non senza sofferenze e lacerazioni, attuava un profondo rinnovamento della mariologia, rispetto a quella degli ultimi secoli. Il discorso su Maria non è più a se stante, come se ella occupasse una posizione intermedia tra Cri¬sto e la Chiesa, ma ricondotto nell’ambito della Chiesa, come era stato all’epoca dei Pa¬dri.
Maria è vista, come diceva sant’Agostino, come il membro più eccellente della Chiesa, ma un membro di essa, non al di fuori o al di sopra di essa:
Santa è Maria, beata è Maria, ma più importante è la Chiesa che non la Vergine Maria. Perché? Perché Maria è una parte della Chiesa, un membro santo, eccellente, superiore a tutti gli altri, ma tuttavia un membro di tutto il corpo. Se è un membro di tutto il corpo senza dubbio più importante d’un membro è il corpo .
Questo è il caso teologico più evidente della verità dell’assioma, caro a papa Francesco, che “il tutto è superiore alla parte”. Questo assioma non si realizza nella Trinità perché in essa, grazie alla pericoresi, in ogni parte, o persona, c’è già il tutto. Si realizza invece nella Chiesa.
Subito dopo il Concilio, Paolo VI sviluppò ulteriormente l’idea della maternità di Maria verso i credenti, attribuendo a lei, esplicitamente e solennemente, il titolo di “Madre della Chiesa”:
A gloria dunque della Vergine e a nostro conforto, Noi proclamiamo Maria Santissima “Madre della Chiesa”, cioè di tutto il popolo di Dio, tanto dei fedeli come dei Pastori, che la chiamano Madre amorosissima; e vogliamo che con tale titolo soavissimo d’ora innanzi la Vergine venga ancor più onorata ed invocata da tutto il popolo cristiano .
« E da quel momento il discepolo la prese con sé »
È giunto però il momento di passare dalla contemplazione di un titolo di Maria alla sua imitazione pratica; di considerare, cioè, Maria nel suo aspetto di figura e specchio della Chiesa. L’applicazione è semplice: dobbiamo imitare Giovanni, pren¬dendo Maria con noi nella nostra vita spirituale. Tutto qui.
«E il discepolo la prese con sé (eis ta ídia)». Si pensa troppo poco a ciò che questa breve frase contiene. Dietro di essa c’è una notizia di portata enorme e storicamente sicura, perché data dalla persona stessa interessata. Maria passò gli ultimi anni della vita con Giovanni. Ciò che si legge nel Quarto Vangelo, a proposito di Maria a Cana di Galilea e sotto la croce, fu scritto da uno che viveva sotto lo stesso tetto con Maria, poiché è impossibile non ammettere un rapporto stretto, se non l’identità, tra «il discepolo che Gesù amava» e l’autore del Quarto Vangelo. La frase: « E il Verbo si fece carne », fu scritta da uno che viveva sotto lo stesso tetto con colei, nel cui seno questo miracolo si era compiuto, o almeno da uno che l’aveva conosciuta e frequentata.
Chi può dire cosa significò, per il discepolo che Gesù amava, avere con sé, in casa, giorno e notte, Maria? Pregare con lei, con lei consumare i pasti, averla davanti come ascoltatrice quando parlava ai suoi fedeli, celebrare con lei il mistero del Signore? È pensabile che Maria sia vissuta nella cerchia del discepolo che Gesù amava, senza che abbia avuto alcun influsso nel lento lavorio di riflessione e di approfondimento che portò alla redazione del Quarto Vangelo? Nell’antichità Origene ha intuito il segreto che c’è sotto questo fatto, al quale gli studiosi e i critici del Quarto Vangelo e i ricercatori delle sue fonti non prestano, di solito, alcuna attenzione. Egli scrive:
Primizia dei Vangeli è quello di Giovanni, il cui senso profondo non può cogliere chi non abbia poggiato il capo sul petto di Gesù e non abbia ricevuto da lui Maria, come sua propria madre .
Ora ci domandiamo: cosa può significare concretamente per noi prendere Maria nella nostra casa? Qui, credo, si inserisce il nucleo sobrio e sano della spiritualità Monfortana dell’affidamento a Maria, caro, tra gli altri, a san Giovanni Paolo II che da esso trasse il motto del suo stemma “Totus tuus”. Esso consiste nel « fare tutte le proprie azioni per mezzo di Maria, con Maria, in Maria e per Maria, per poterle compiere in maniera più perfetta per mezzo di Gesù, con Gesù, in Gesù e per Gesù ». Scrive san Luigi Grignon de Monfort:
«Dobbiamo abbandonarci allo spirito di Maria per essere mossi e guidati secondo il suo volere. Dobbiamo metterci e restare fra le sue mani verginali come uno strumento tra le mani di un operaio, come un liuto tra le mani di un abile suonatore. Dobbiamo perderci e abbandonarci in lei come una pietra che si getta nel mare. È possibile fare tutto ciò semplicemente e in un istante, con una sola occhiata interiore o un lieve movimento della volontà, o anche con qualche breve parola » .
Qualcuno ha obiettato che in questo modo si usurpa il posto dello Spirito Santo nella vita cristiana, dal momento che è dallo Spirito Santo che ci dobbiamo « lasciare condurre » (cf Gal 5, 18), lui che dobbiamo lasciare operare e pregare in noi (cf Rm 8, 26 s), per assimilarci a Cristo. Non è scritto forse che il cristiano deve fare ogni cosa «nello Spirito Santo »? L’inconveniente di attribuire, almeno di fatto, tacitamente, a Maria le funzioni proprie dello Spirito Santo nella vita cristiana è stato riconosciuto come presente in certe forme di devozione mariana anteriori al Concilio . Esso era dovuto alla mancanza di una chiara e operante coscienza del posto dello Spirito Santo nella Chiesa.
Lo svilupparsi di un forte senso della Pneumatologia non porta però minimamente alla necessità di ri¬fiutare questa spiritualità dell’affidamento a Maria, ma solo ne chiarisce la natura. Maria è precisamente uno dei mezzi privilegiati attraverso cui lo Spirito Santo può guidare le anime e condurle alla somiglianza con Cristo, proprio perché Maria fa parte della Parola di Dio ed è essa stessa una parola di Dio in azione. In questo Grignion de Monfort anticipa i tempi quando scrive:
Lo Spirito Santo, che è sterile in Dio, cioè non da origine ad un altra persona divina, è divenuto fecondo per mezzo di Maria da lui sposata. Con lei, in lei e da lei egli ha realizzato il suo capolavoro, che è un Dio fatto uomo, e tutti i giorni, sino alla fine del mondo, dà vita ai predestinati e ai membri del corpo di questo Capo adorabile. Perciò, quanto più lo Spirito Santo trova Maria, sua cara e indissolubile Sposa, in un’anima, tanto più diviene operoso e potente per formare Gesù Cristo in quest’anima e quest’anima in Gesù Cristo
La frase « ad Jesum per Mariam », a Gesù attraverso Maria, è accettabile solo se intesa nel senso che lo Spirito Santo ci guida a Gesù servendosi di Maria. La mediazione creata di Maria, tra noi e Gesù, ritrova tutta la sua validità, se compresa quale mezzo della mediazione increata che è lo Spirito Santo.
Ricorriamo, per capire, a una analogia, per così dire, dal basso. Paolo esorta i suoi fedeli a guardare ciò che fa lui e a fare anch’essi come vedono fare lui: “Ciò che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, è quello che dovete fare” (Fil 4, 9). Ora è certo che Paolo non intende mettersi al posto dello Spirito Santo. Semplicemente pensa che imitarlo significa assecondare lo Spirito, dal momento che pensa di avere anche lui lo Spirito di Dio (cf 1 Cor 7, 40). Questo vale a fortiori per Maria e spiega il senso del programma di « fare tutto con Maria e come Maria ». Ella può dire davvero come Paolo e più di Paolo: “Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo” (1 Cor 11, 1). Ella è nostro modello e maestra proprio per¬ché perfetta discepola e imitatrice di Cristo.
Questo significa, in senso spirituale, prendere Maria con sé: prenderla come compagna e consigliera, sapendo che essa co¬nosce, meglio di noi, quali sono i desideri di Dio a nostro riguardo. Se si impara a consultare ed ascoltare in ogni cosa Maria, essa diventa davvero, per noi, la maestra impareggiabile nelle vie di Dio, che insegna dentro, senza strepito di parole. Non si tratta di un’astratta possibilità, ma di una realtà di fatto, sperimentata, oggi come in passato, da innumerevoli anime
È giunto però il momento di passare dalla contemplazione di un titolo di Maria alla sua imitazione pratica; di considerare, cioè, Maria nel suo aspetto di figura e specchio della Chiesa. L’applicazione è semplice: dobbiamo imitare Giovanni, pren¬dendo Maria con noi nella nostra vita spirituale. Tutto qui.
«E il discepolo la prese con sé (eis ta ídia)». Si pensa troppo poco a ciò che questa breve frase contiene. Dietro di essa c’è una notizia di portata enorme e storicamente sicura, perché data dalla persona stessa interessata. Maria passò gli ultimi anni della vita con Giovanni. Ciò che si legge nel Quarto Vangelo, a proposito di Maria a Cana di Galilea e sotto la croce, fu scritto da uno che viveva sotto lo stesso tetto con Maria, poiché è impossibile non ammettere un rapporto stretto, se non l’identità, tra «il discepolo che Gesù amava» e l’autore del Quarto Vangelo. La frase: « E il Verbo si fece carne », fu scritta da uno che viveva sotto lo stesso tetto con colei, nel cui seno questo miracolo si era compiuto, o almeno da uno che l’aveva conosciuta e frequentata.
Chi può dire cosa significò, per il discepolo che Gesù amava, avere con sé, in casa, giorno e notte, Maria? Pregare con lei, con lei consumare i pasti, averla davanti come ascoltatrice quando parlava ai suoi fedeli, celebrare con lei il mistero del Signore? È pensabile che Maria sia vissuta nella cerchia del discepolo che Gesù amava, senza che abbia avuto alcun influsso nel lento lavorio di riflessione e di approfondimento che portò alla redazione del Quarto Vangelo? Nell’antichità Origene ha intuito il segreto che c’è sotto questo fatto, al quale gli studiosi e i critici del Quarto Vangelo e i ricercatori delle sue fonti non prestano, di solito, alcuna attenzione. Egli scrive:
Primizia dei Vangeli è quello di Giovanni, il cui senso profondo non può cogliere chi non abbia poggiato il capo sul petto di Gesù e non abbia ricevuto da lui Maria, come sua propria madre .
Ora ci domandiamo: cosa può significare concretamente per noi prendere Maria nella nostra casa? Qui, credo, si inserisce il nucleo sobrio e sano della spiritualità Monfortana dell’affidamento a Maria, caro, tra gli altri, a san Giovanni Paolo II che da esso trasse il motto del suo stemma “Totus tuus”. Esso consiste nel « fare tutte le proprie azioni per mezzo di Maria, con Maria, in Maria e per Maria, per poterle compiere in maniera più perfetta per mezzo di Gesù, con Gesù, in Gesù e per Gesù ». Scrive san Luigi Grignon de Monfort:
«Dobbiamo abbandonarci allo spirito di Maria per essere mossi e guidati secondo il suo volere. Dobbiamo metterci e restare fra le sue mani verginali come uno strumento tra le mani di un operaio, come un liuto tra le mani di un abile suonatore. Dobbiamo perderci e abbandonarci in lei come una pietra che si getta nel mare. È possibile fare tutto ciò semplicemente e in un istante, con una sola occhiata interiore o un lieve movimento della volontà, o anche con qualche breve parola » .
Qualcuno ha obiettato che in questo modo si usurpa il posto dello Spirito Santo nella vita cristiana, dal momento che è dallo Spirito Santo che ci dobbiamo « lasciare condurre » (cf Gal 5, 18), lui che dobbiamo lasciare operare e pregare in noi (cf Rm 8, 26 s), per assimilarci a Cristo. Non è scritto forse che il cristiano deve fare ogni cosa «nello Spirito Santo »? L’inconveniente di attribuire, almeno di fatto, tacitamente, a Maria le funzioni proprie dello Spirito Santo nella vita cristiana è stato riconosciuto come presente in certe forme di devozione mariana anteriori al Concilio . Esso era dovuto alla mancanza di una chiara e operante coscienza del posto dello Spirito Santo nella Chiesa.
Lo svilupparsi di un forte senso della Pneumatologia non porta però minimamente alla necessità di ri¬fiutare questa spiritualità dell’affidamento a Maria, ma solo ne chiarisce la natura. Maria è precisamente uno dei mezzi privilegiati attraverso cui lo Spirito Santo può guidare le anime e condurle alla somiglianza con Cristo, proprio perché Maria fa parte della Parola di Dio ed è essa stessa una parola di Dio in azione. In questo Grignion de Monfort anticipa i tempi quando scrive:
Lo Spirito Santo, che è sterile in Dio, cioè non da origine ad un altra persona divina, è divenuto fecondo per mezzo di Maria da lui sposata. Con lei, in lei e da lei egli ha realizzato il suo capolavoro, che è un Dio fatto uomo, e tutti i giorni, sino alla fine del mondo, dà vita ai predestinati e ai membri del corpo di questo Capo adorabile. Perciò, quanto più lo Spirito Santo trova Maria, sua cara e indissolubile Sposa, in un’anima, tanto più diviene operoso e potente per formare Gesù Cristo in quest’anima e quest’anima in Gesù Cristo
La frase « ad Jesum per Mariam », a Gesù attraverso Maria, è accettabile solo se intesa nel senso che lo Spirito Santo ci guida a Gesù servendosi di Maria. La mediazione creata di Maria, tra noi e Gesù, ritrova tutta la sua validità, se compresa quale mezzo della mediazione increata che è lo Spirito Santo.
Ricorriamo, per capire, a una analogia, per così dire, dal basso. Paolo esorta i suoi fedeli a guardare ciò che fa lui e a fare anch’essi come vedono fare lui: “Ciò che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, è quello che dovete fare” (Fil 4, 9). Ora è certo che Paolo non intende mettersi al posto dello Spirito Santo. Semplicemente pensa che imitarlo significa assecondare lo Spirito, dal momento che pensa di avere anche lui lo Spirito di Dio (cf 1 Cor 7, 40). Questo vale a fortiori per Maria e spiega il senso del programma di « fare tutto con Maria e come Maria ». Ella può dire davvero come Paolo e più di Paolo: “Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo” (1 Cor 11, 1). Ella è nostro modello e maestra proprio per¬ché perfetta discepola e imitatrice di Cristo.
Questo significa, in senso spirituale, prendere Maria con sé: prenderla come compagna e consigliera, sapendo che essa co¬nosce, meglio di noi, quali sono i desideri di Dio a nostro riguardo. Se si impara a consultare ed ascoltare in ogni cosa Maria, essa diventa davvero, per noi, la maestra impareggiabile nelle vie di Dio, che insegna dentro, senza strepito di parole. Non si tratta di un’astratta possibilità, ma di una realtà di fatto, sperimentata, oggi come in passato, da innumerevoli anime
« Il coraggio che hai avuto… »
Prima di concludere la nostra contemplazione di Maria nel mistero pasquale, presso la croce, vorrei che dedicassimo ancora un pensiero a lei come modello di fede e di speranza. Viene un’ora nella vita, in cui ci occorre una fede e una speranza come quella di Maria. È quando Dio sembra non ascoltare più le nostre preghiere, quando si direbbe che smentisca se stesso e le sue promesse, quando ci fa passare di sconfitta in sconfitta e le potenze delle tenebre sembrano trionfare su tutti i fronti intorno a noi; quando si fa buio dentro di noi, come si fece buio, quel giorno, « su tutta la terra » (Mt 27, 45). Quando arriva per te quest’ora, ricordati della fede di Maria e grida anche tu, come hanno fatto altri: « Padre mio, non ti comprendo più, ma mi fido di te! ».
Forse Dio ci sta chiedendo proprio ora di sacrificargli, come Abramo, il nostro « Isacco », cioè la persona, o la cosa, il proget¬to, la fondazione, o l’ufficio, che ci è caro, che Dio stesso un giorno ci ha affidato, e per il quale abbiamo lavorato tutta la vi¬ta. Questa è l’occasione che Dio ci offre per mostrargli che egli ci è più caro di tutto, anche dei suoi doni, anche del lavoro che facciamo per lui.
Ad Abramo Dio disse: “Diventerai padre di una moltitudine di nazioni” (Gen 17, 5). E dopo il sacrificio di Isacco: “Perché tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo figlio,il tuo unigenito, io ti colmerò di benedizioni e renderò molto numerosa la tua discendenza…Si diranno benedette nella tua discendenza tutte le nazioni della terra perché tu hai obbedito alla mia voce”(Gen 22,16-18) Lo stesso, e molto di più, dice ora a Maria. “Madre di molti popoli ti renderò, madre della mia Chiesa! Nel tuo nome saranno benedette tutte le stirpi della terra. Tutte le generazioni ti chiameranno beata”
Uno dei padri della Riforma, Calvino, commentando Genesi 12,3, dice che “Abramo non sarà soltanto esempio e patrono, ma causa di benedizione” . Questo potrebbe rendere comprensibile a accettabile da tutti i cristiani l’affermazione di sant’Ireneo: “Come Eva, disobbedendo, divenne causa di morte per sé e per tutto il genere umano, così Maria, obbedendo, divenne causa di salvezza (causa salutis) per sé e per tutto il genere umano” . Come Abramo, Maria non è soltanto esempio, ma anche causa di salvezza, anche se, s’intende, di natura strumentale, frutto della grazia, non del merito.
È scritto che quando Giuditta tornò tra i suoi, dopo aver messo a repentaglio la propria vita per il suo popolo, gli abitanti della città le corsero incontro e il sommo sacerdote la benedisse dicendo: “Benedetta tu, figlia, davanti al Dio altissimo più di tutte le donne che vivono sulla terra… Il coraggio che hai avuto non cadrà dal cuore degli uomini” (Gdt 13, 18 s). Le stesse parole noi rivolgiamo a Maria: “Benedetta tu fra le donne! Il coraggio che hai avuto non cadrà mai dal cuore e dal ricordo della Chiesa!”
Riassumiamo tutta la partecipazione di Maria al mistero pasquale, applicando a lei, con le dovute differenze, le parole con le quali san Paolo ha riassunto il mistero pasquale di Cri¬sto:
Maria, pur essendo la Madre di Dio, non considerò un tesoro geloso
questo suo rapporto unico con Dio,
ma spogliò se stessa di ogni pretesa, assumendo il nome di serva
e apparendo all’esterno simile a ogni altra donna.
Visse nell’umiltà e nel nascondimento,
obbedendo a Dio, fino ad accettare la morte del Figlio,
e la morte di croce.
Per questo Dio l’ha esaltata e le ha dato il nome
che, dopo quello di Gesù,
è al di sopra di ogni altro nome,
perché nel nome di Maria ogni capo si chini,
nel cielo, sulla terra e sottoterra,
e ogni lingua proclami
che Maria è la Madre del Signore,
a gloria di Dio Padre. Amen!
Prima di concludere la nostra contemplazione di Maria nel mistero pasquale, presso la croce, vorrei che dedicassimo ancora un pensiero a lei come modello di fede e di speranza. Viene un’ora nella vita, in cui ci occorre una fede e una speranza come quella di Maria. È quando Dio sembra non ascoltare più le nostre preghiere, quando si direbbe che smentisca se stesso e le sue promesse, quando ci fa passare di sconfitta in sconfitta e le potenze delle tenebre sembrano trionfare su tutti i fronti intorno a noi; quando si fa buio dentro di noi, come si fece buio, quel giorno, « su tutta la terra » (Mt 27, 45). Quando arriva per te quest’ora, ricordati della fede di Maria e grida anche tu, come hanno fatto altri: « Padre mio, non ti comprendo più, ma mi fido di te! ».
Forse Dio ci sta chiedendo proprio ora di sacrificargli, come Abramo, il nostro « Isacco », cioè la persona, o la cosa, il proget¬to, la fondazione, o l’ufficio, che ci è caro, che Dio stesso un giorno ci ha affidato, e per il quale abbiamo lavorato tutta la vi¬ta. Questa è l’occasione che Dio ci offre per mostrargli che egli ci è più caro di tutto, anche dei suoi doni, anche del lavoro che facciamo per lui.
Ad Abramo Dio disse: “Diventerai padre di una moltitudine di nazioni” (Gen 17, 5). E dopo il sacrificio di Isacco: “Perché tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo figlio,il tuo unigenito, io ti colmerò di benedizioni e renderò molto numerosa la tua discendenza…Si diranno benedette nella tua discendenza tutte le nazioni della terra perché tu hai obbedito alla mia voce”(Gen 22,16-18) Lo stesso, e molto di più, dice ora a Maria. “Madre di molti popoli ti renderò, madre della mia Chiesa! Nel tuo nome saranno benedette tutte le stirpi della terra. Tutte le generazioni ti chiameranno beata”
Uno dei padri della Riforma, Calvino, commentando Genesi 12,3, dice che “Abramo non sarà soltanto esempio e patrono, ma causa di benedizione” . Questo potrebbe rendere comprensibile a accettabile da tutti i cristiani l’affermazione di sant’Ireneo: “Come Eva, disobbedendo, divenne causa di morte per sé e per tutto il genere umano, così Maria, obbedendo, divenne causa di salvezza (causa salutis) per sé e per tutto il genere umano” . Come Abramo, Maria non è soltanto esempio, ma anche causa di salvezza, anche se, s’intende, di natura strumentale, frutto della grazia, non del merito.
È scritto che quando Giuditta tornò tra i suoi, dopo aver messo a repentaglio la propria vita per il suo popolo, gli abitanti della città le corsero incontro e il sommo sacerdote la benedisse dicendo: “Benedetta tu, figlia, davanti al Dio altissimo più di tutte le donne che vivono sulla terra… Il coraggio che hai avuto non cadrà dal cuore degli uomini” (Gdt 13, 18 s). Le stesse parole noi rivolgiamo a Maria: “Benedetta tu fra le donne! Il coraggio che hai avuto non cadrà mai dal cuore e dal ricordo della Chiesa!”
Riassumiamo tutta la partecipazione di Maria al mistero pasquale, applicando a lei, con le dovute differenze, le parole con le quali san Paolo ha riassunto il mistero pasquale di Cri¬sto:
Maria, pur essendo la Madre di Dio, non considerò un tesoro geloso
questo suo rapporto unico con Dio,
ma spogliò se stessa di ogni pretesa, assumendo il nome di serva
e apparendo all’esterno simile a ogni altra donna.
Visse nell’umiltà e nel nascondimento,
obbedendo a Dio, fino ad accettare la morte del Figlio,
e la morte di croce.
Per questo Dio l’ha esaltata e le ha dato il nome
che, dopo quello di Gesù,
è al di sopra di ogni altro nome,
perché nel nome di Maria ogni capo si chini,
nel cielo, sulla terra e sottoterra,
e ogni lingua proclami
che Maria è la Madre del Signore,
a gloria di Dio Padre. Amen!
1.S. Agostino, La santa verginità, 5-6 (PL 40, 399).
2.S. Ireneo, Adversus haereses, III, 22, 4.
3.Lumen gentium, 61.
4.Ib. 60.
5.S. Agostino, Discorsi, 72 A, 7 (Miscellanea Agostiniana, I, p. 163).
6.S. Paolo VI, Discorso di chiusura del terzo periodo del Concilio (AAS, 56, 1964, p. 1016).
7.Origene, Commento al vangelo di Giovanni, I,6,23 (SCh 120, pp. 70-72).
8.S. L. Grignion de Montfort, Trattato della vera devozione a Maria, nr. 257-259 (in Oeuvres complètes, Parigi 1966, pp. 660 s.)
9.Cf. H. Mühlen Una mystica persona, trad. ital. Città Nuova, Roma 1968, pp.575 ss.
10.Trattato, cit. nr. 20.
11.Calvino, Le livre de la Génèse, I, Ginevra 1961, p. 195 ; cf. anche G. von Rad, Genesi, Paideia, Brescia 1978, p. 204.
12.S. Ireneo, Adversus Haereses, III, 22,4 (SCh 211, p. 441).
2.S. Ireneo, Adversus haereses, III, 22, 4.
3.Lumen gentium, 61.
4.Ib. 60.
5.S. Agostino, Discorsi, 72 A, 7 (Miscellanea Agostiniana, I, p. 163).
6.S. Paolo VI, Discorso di chiusura del terzo periodo del Concilio (AAS, 56, 1964, p. 1016).
7.Origene, Commento al vangelo di Giovanni, I,6,23 (SCh 120, pp. 70-72).
8.S. L. Grignion de Montfort, Trattato della vera devozione a Maria, nr. 257-259 (in Oeuvres complètes, Parigi 1966, pp. 660 s.)
9.Cf. H. Mühlen Una mystica persona, trad. ital. Città Nuova, Roma 1968, pp.575 ss.
10.Trattato, cit. nr. 20.
11.Calvino, Le livre de la Génèse, I, Ginevra 1961, p. 195 ; cf. anche G. von Rad, Genesi, Paideia, Brescia 1978, p. 204.
12.S. Ireneo, Adversus Haereses, III, 22,4 (SCh 211, p. 441).
martedì 10 marzo 2020
venerdì 6 marzo 2020
Padre Marko Ivan Rupnik: Prima Predica di Quaresima 2020
In Vaticano, la prima delle prediche di Quaresima per il Papa e per la Curia, incentrate sul tema: “Presso la Croce di Gesù stava sua Madre”
Amdeo Lomonaco (Vativan News)
Oggi intere generazioni si scontrano con la realtà perché non è quella che hanno immaginato, desiderato e, per questo, non la comprendono. Maria, invece, continuamente comprende “la Parola in un modo nuovo”. È orientata da questa diversa comprensione della storia la predicazione del gesuita padre Marko Ivan Rupnik nella prima predica di Quaresima per il Santo Padre e per la Curia romana.
Maria e la Parola
“Maria - spiega il predicatore - comprende la Parola diversamente”. La sua è una “conversione permanente”. Lei è continuamente “sfidata da una novità”: “permanentemente, comprende la Parola in un modo nuovo e con questa comprende la realtà”. Maria stava sotto la Croce e sopra, ricorda padre Rupnik, c’era scritto “Re”. Non è possibile pensare che “lì non pensasse alla Parola che gli era stata detta: sarà sul trono di Davide”. La Croce è l’unico luogo in cui è scritto che suo Figlio è re. La Croce è il trono su cui si trova Cristo. Senza lo Spirito Santo, aggiunge il padre gesuita, non si può comprendere il dono che Dio ci ha fatto. Il dono è il Crocifisso e “noi siamo uniti a questo evento”.
Dio è amore
Padre Rupnik sottolinea che senza lo Spirito Santo “non possiamo comprendere che Dio esiste veramente come amore”. Amore significa “donare sé stesso”. L’amore si realizza con il dono di sé. È una cosa scioccante, spiega, che ci chiede di andare oltre la nostra mentalità. In Cristo, vediamo “la verità di Dio”. Comprendere un Dio che si dona in questo modo, “mette in difficoltà gli approcci razionalistici alla fede”. “Dio Padre governa il mondo e la storia attraverso l’Agnello, il dono di sé”. “La storia è gestita attraverso il dono di sé, attraverso l’amore”.
Dalla Quaresima al Triduo pasquale
L’amore, che “nel cielo è una Beatitudine assoluta”, sulla Terra è il Triduo pasquale. Per questo, bisogna prepararsi attraverso il cammino quaresimale. Bisogna saper cogliere, sottolinea padre Rupnik, che “la nostra presenza nella storia trova senso attraverso il Triduo pasquale”. Si deve comprendere che ogni dono viene consumato: “chi si dona si consuma, non si risparmia”. La testimonianza, allora, è possibile solo grazie allo Spirito Santo.
Vivere il "dono di sè"
È il Signore che dà la vita: con lo Spirito Santo, possiamo vivere la vita come “dono di sé”. Dio versa nei nostri cuori l’amore del Padre. Questo, conclude padre Rupnik, è il cammino della Chiesa nella storia. È un cammino pasquale. Anche noi come Maria, “siamo chiamati ad una continua conversione per vedere che la storia procede secondo la Provvidenza”. E che Dio “si manifesta in questo mondo attraverso la nostra presenza”.
giovedì 5 marzo 2020
Kiko Arguello: Anuncio de Cuaresma 2020

Parroquia de Santa Catalina Labouré, Madrid, 19 de febrero
AVISOS
Kiko:
Hemos acordado con el Santo Padre, una audiencia el 23 de mayo próximo a las 12 del mediodía en Roma en el aula Pablo VI para enviar nuevas familias en misión a todo el mundo. Tendremos primero una convivencia en Porto San Giorgio con todas las familias disponibles, y las que estén disponibles a partir haremos un sorteo con ellas y serán envidas por el Santo Padre a los diferentes lugares donde nos han pedido familias cristianas que anuncien a Jesucristo. Invitaremos también a las familias que ya están en misión y no han sido enviadas por el Papa.
El 5 de septiembre próximo haremos un encuentro vocacional en el Circo Máximo a las cinco de la tarde. Invitaremos especialmente a los jóvenes, esperemos que vengan todos los de Europa y de los otros continentes los que puedan. Será un encuentro bellísimo de jóvenes. En preparación a este encuentro haremos una misión dos a dos anunciando el Evangelio por todo el mundo. A la vuelta yo los recogeré en el Circo Máximo.
Para los jóvenes que no vayan a la misión de dos en dos, porque son menores de edad, preparad peregrinaciones por parroquias donde queráis, a visitar la tumba de Carmen, o a un lugar santo, a algún santuario...
Este año nos han pedido realizar la Sinfonía de los Inocentes en Cerdeña, será el 21 de Junio, si Dios quiere.
Miguel Ángel, te acompañamos en el sentimiento. Su mujer ha pasado al Padre pero está aquí con nosotros presente, está unida a Jesucristo, más presente que nunca. Miguel Ángel y Hortensia, itinerantes en el sur de Portugal desde hace 35 años, con 12 hijos: un presbítero en Ghana, una monja de clausura, dos hijas en misión en China, una de ellas como familia en misión.
- Presentaciones
- Evangelio del primer domingo de Cuaresma (Mt 4,1-11)
Esta es la palabra de las tentaciones del 2020, estamos en el 2020, y yo tengo que daros una palabra, si me inspira el Señor; sobre todo si a vosotros os da la gracia de escuchar y la palabra Dios la hace penetrar en vuestro espíritu y, tocando vuestro espíritu, florece, se llena de fuerza vuestro espíritu y de amor a Dios.
Tenemos que prepararnos porque viene el Señor. En la Pascua del 2020 viene Jesucristo y tiene que encontrarnos preparados para llevarnos con Él. Según la tradición de la Iglesia, durante la vigilia pascual vendrá el Señor. Será este año, el año 2020, será el 2021, será el 2040, ¿cuándo será? ¿Qué diferencia hay en que venga el 2020 o venga dentro de 40 años? Ninguna, es lo mismo. Así que puede venir perfectamente este 2020.
Lo que sí nos dice la Iglesia es que tenemos que prepararnos, estar todos prontos, listos para cuando venga el Señor. Dice que cuando venga, de pronto, se abrirán los cielos, se llenará todo de luz, como si la Tierra fuera plana, no fuera un lugar redondo, y de pronto veremos a Cristo venir con los ángeles del cielo y los santos en su gloria. Entonces, los que estén vivos en ese momento -dice S. Pablo, que lo describe él-, seremos arrebatados en los aires al encuentro con el Señor. Y mientras somos arrebatados por los aires, nuestro cuerpo será transformado, porque este cuerpo es un vestido que no sirve, porque está sujeto a la corrupción y por tanto tenemos que ser revestidos de un cuerpo celeste, de un cuerpo de bodas eterno, un cuerpo maravilloso que Dios ha destinado para nosotros semejante al que tiene Jesucristo y tal cual Él es así seremos transformados. Seremos transformados con un cuerpo que no sufre, con un cuerpo preparado por Dios para participar del amor que Él nos tiene.
Esto está revelado por Él. Dios nos ama tanto que quiere que participemos de su gloria, de su felicidad. Dios es amor en sí mismo, amor. Y en sí mismo es eternamente feliz. Esta felicidad que Él tiene y esta forma de ser que Dios tiene, que es amor a todos, nos quiere hacer partícipe a nosotros. El amor es difusivo de por sí, la felicidad de Dios no ha querido tenerla para sí, sino que nos pensó desde antes de la creación del mundo para que participemos de su felicidad, de su voluntad y de su amor.
Así que es una buena noticia para todos: estamos todos destinados a participar de la felicidad de Dios mismo. Él nos ha preparado, nos ha formado en una familia, nos ha hecho conocer el Camino y, Dios, que es amor, está deseando… No sé si conocéis la naturaleza misma de Dios. Dios se ha mostrado viniendo a la Tierra y tomando nuestro cuerpo y con nuestro cuerpo se sometió a la ignominia, a la tortura y fue crucificado. Ahí tenemos un crucifijo muy bonito, grande. Fue crucificado, algo verdaderamente impresionante: que Dios mismo se hiciera pecado por nosotros y sufriera el castigo que los pecadores tenían que sufrir como estaba predestinado. Pues quiso sufrirlo Él para que no lo sufriéramos nosotros. Y en eso ha mostrado su infinito amor a cada uno de nosotros.
Dios nos quiere tanto que quisiera ser uno, uno en nosotros. ¿Por qué dice uno? Porque no se reserva nada cuando ama, se da totalmente. Se da de una manera tan formidable, Dios al hombre, que se hace uno con él. A mí me quiere tanto que entra dentro de mí y se hace uno conmigo. No somos Cristo y yo dos, no, uno conmigo, uno conmigo. Si sois perfectamente uno, el mundo creerá. Uno con cada uno de los hermanos de la comunidad, de forma que aparezca en la comunidad un misterio: el misterio de la perfecta unidad.
Amaos como yo os he amado, en este amor conocerán todos que sois mis discípulos. ¡Animo, hermanos!
Claro que tenemos que estar preparados para recibir este amor y a lo mejor no somos capaces de poseerlo y nos importa nada.
Dios nos preparará y cuando os ha llamado a este Camino y os ha mandado catequistas como Carmen y como yo y como el padre Mario y como Ascensión y como vuestros catequistas, Dios ha hecho una obra prodigiosa, la está haciendo con nosotros, está ayudando a su Iglesia. Está haciendo hasta una nueva estética, hemos hecho aquí una nueva parroquia, dando importancia a la asamblea cristiana, con un catecumenium, con las salas, con las comunidades. Poco a poco se está realizando lo que el Espíritu Santo ha inspirado después del Concilio Vaticano II con su Iglesia.
Por eso tenemos que estar muy agradecidos a Dios: primero, que te haya llamado el Señor; segundo que quiera ser uno contigo, uno en ti, Cristo uno en ti, uno contigo, no dos, uno. Perfectamente uno, porque esta es la naturaleza misma de Dios: amarnos totalmente, absolutamente. Nos ama de una forma tan grande que se hace uno en nosotros, uno. Quiere que siendo uno en mí y en ti y en el otro y en el otro hermano de la comunidad, aparezca la perfecta unidad en la comunidad que es la Iglesia, el misterio de la Iglesia. Y este misterio, que es la perfecta unidad, es más que una bomba atómica, transformará el mundo.
Amaos como yo os he amado y en este amor conocerán todos que sois mis discípulos. En este amor el mundo se transformará.
Claro que a lo mejor somos tan tontos o tan pobrecitos que no nos damos cuenta de lo que está pasando y nos tiene sin cuidado. Pues no. Es muy importante que tengas una comunidad y vas a morir en ella, te vas a morir y los hermanos van a venir cerca de tu cama y van a cantar contigo el Credo.
Y te van a esperar en el cielo. Gracias a Dios será pronto, no vamos a tardar mucho.
Dentro de poco, en poco tiempo estaremos todos prontos para reunirnos con nuestros hermanos en el cielo. Porque existe otra creación, existe el cielo, donde está Dios y quiere que estemos allí también con Él. Porque Dios es así.
Dios tiene una esencia que es querernos, estar en nosotros, ser uno en nosotros. Nos quiere tanto que quiere ser uno en mí, uno en ti, para que seamos perfectamente uno y la gente diga: mirad, mirad cómo se aman. Mirad cómo se aman, gritaban los paganos viendo cómo se amaban los cristianos.
Claro que este amor no es algo que tú te puedas imaginar. Lo realiza el Señor. No es algo sentimental, es algo sobrenatural, nadie puede poner trabas a este amor. ¿Cómo se realiza? Lo verás, lo realiza el Señor poco a poco, poco a poco en vosotros, en vuestras comunidades, lo va haciendo el Señor poco a poco. Lo importante es que deis paso a que el Señor venga y se haga uno en vosotros y, entonces, el mundo se transforme viendo vuestro amor, el amor de Dios en nosotros, el mundo reciba una sacudida enorme, mirad cómo se aman.
Precisamente tenemos aquí una carta de una familia en misión de China. ¿Estás familias que están aquí, estabais en China? Tengo aquí una carta que han mandado a su comunidad. Vamos a leer una carta de Miguel y María, hija de Gabriel y Loli, que están en China. Vamos a ver lo que dicen. Escriben a su comunidad.
Lectura de una carta del 9 de febrero:
Querida comunidad,
Os deseamos un feliz domingo y que el Señor haya pasado en esta convivencia con fuerza. Nosotros estamos bien. Vuestras oraciones verdaderamente nos sostienen en este tiempo difícil, que el Señor quiere para nosotros aquí en China. Los Laudes de este domingo han sido impresionantes, ver cómo Él está, ver que Él va delante, es un privilegio que no merecemos, verle a Él tan de cerca nos ayuda, nos consuela, nos conforta, nos alegra y nos permite vivir en paz.
Los itinerantes nos han enviado ayer un mensaje y nos han llamado los "prisioneros en Cristo" y nos han consolado muchísimo. Ellos ven que es un tiempo difícil para nosotros, pero a la vez también un tiempo propicio, un tiempo a nuestro favor, un tiempo para entrar en intimidad con Él, un tiempo propicio también para nuestros hijos que aceptan este tiempo con alegría y expectantes con respecto a que el Señor les hable.
Realmente nos sentimos privilegiados de vivir este tiempo aquí, como prisioneros en Cristo, un don que el Señor nos regala sin nosotros merecerlo porque Él ha querido. No damos crédito, estamos muy agradecidos al Señor por hacernos partícipes de este momento, por recibir este regalo. Rezamos por vosotros cada día, por cada uno de vosotros, en medio de vuestras crisis y de vuestras alegrías, y de vuestros miedos. Sentimos una comunión enorme con vosotros. Seguid haciéndonos partícipes de vuestra vida, bien a través de Pedro, o a través de un mensaje, nos ayuda mucho el escucharos.
Por aquí la situación con respecto al coronavirus es cada día peor, los números no se estabilizan, en este momento son 823 muertos, 2.880 que han sido recuperados, 32.287 casos confirmados y 28.000 casos que todavía son sospechosos. Éstos son los datos oficiales, no sabemos si son reales. El problema es la histeria colectiva que hay en la ciudad. En nuestra urbanización ya hay casos que han sido confirmados. María y yo venimos de la oficina central de nuestra urbanización de recoger el nuevo pase que nos han dado para poder salir de la urbanización. Es un pase, uno por cada casa, que dura un mes, y con él solo se nos permite la salida de una persona de la casa cada dos días. Es decir, yo puedo salir mañana lunes a comprar, y hasta el miércoles ninguna persona puede salir de nuestra casa, y sólo una persona.
Por lo demás, todos los servicios están bajo mínimos, las empresas cerradas, las oficinas cerradas, las calles vacías, los supermercados abren de 11 a 17 horas, todo cerrado, la universidad no sabemos si abrirá, y nuestros hijos que están en primaria mañana empezarán el segundo semestre vía online, a nosotros nos queda grande esto de online, pero bueno el Señor nos ayudará. Bueno, como os iba diciendo hay muchos protocolos de seguridad: para entrar y comprar nos toman la temperatura, apuntan nuestros datos en un archivo, nos dan antisépticos en las manos, todo esto siempre con nuestra mascarilla puesta, claro. Entramos a comprar en grupos de treinta personas y con un tiempo que nos dan limitado, ver a la gente correr a por la comida verdaderamente asusta. Estar viviendo esto desde el temor debe ser horrible.
El día a día lo tenemos organizado de manera que los niños tienen dos horas de chino por la mañana, y dos horas y media de lectura en español por la tarde. Esto junto con los rezos, las comidas, las tareas de la casa, casi nos tiene el día ocupados. Yo trabajo por la mañana para mis clientes chinos y por la tarde con los clientes españoles. Mañana empezamos el segundo semestre online, que el Señor nos ayude.
Bueno hermanos, pues no mucho más que contar, que recéis cada día por nosotros, que es lo que nos sostiene, nosotros lo hacemos por vosotros. Os queremos muchísimo y os mandamos un abrazo de paz.
Miguel, María e hijos.
Ella se ha quedado embarazada ahora, y los itinerantes de China les han dicho que tienen que regresar, por el peligro, está todo cerrado.
La hija de Hortensia y su marido, que están aquí, Tiago e Isabel, no han podido ni siquiera reunirse y celebrar el funeral, no les dejaban salir. No habéis podido celebrar ni una Misa siquiera, nada.
Tiago: Estábamos encerrados en casa, no podíamos salir, ni tampoco podía otra persona venir a nuestra casa, entonces desde el 15 enero nuestros hijos no podían salir de casa. Nosotros hemos salido por la muerte de Hortensia, pero ha sido muy difícil poder salir y no hemos llegado a tiempo. En estos días, el presbítero nos traía la comunión dentro del coche, entonces bajaba uno de nosotros, yo o Isabel, comulgaba y traía la comunión al otro.
Yo soy hija de Hortensia, que murió el viernes pasado. Hemos tenido que volver nosotros por la muerte de mi madre y Ana porque está embarazada.
Hemos vivido esto de mi madre, sola a solo, porque no hemos podido tener la Eucaristía. Ha sido un paso del Señor verdadero. Ha sido el Señor el que lo ha hecho todo, y mi madre que nos ha ayudado tantísimo.
*
Bien, una palabra sobre este Evangelio que enmarca, ilumina lo que es la Cuaresma de 2020, las tres tentaciones de Jesucristo. Cristo fue al desierto y allí estuvo ayunando cuarenta días y cuarenta noches. Es muy importante esto de ayunar, y dice: Al final sintió hambre, después de cuarenta días sin comer ni beber, y cuarenta noches, sintió hambre y sed.
Entonces el demonio esperó a que Jesucristo sintiera hambre, estuviera debilitado enormemente, y después de cuarenta días sin comer ni beber, se moría. El demonio estuvo esperando este momento, se le apareció y le dijo: ¡Te vas a morir! Pues, si te vas a morir, ¿qué Dios es éste? Dile a Dios, que es tu Padre y que te quiere tanto, que no te deje morirte, que estas piedras las transforme en panes. O sea, hay una tentación profunda. La tentación del pan. Di que estas piedras se conviertan en pan. Y Jesús le dijo al demonio: No sólo de pan vive el hombre, sino de toda palabra que sale de la boca de Dios.
El demonio después le llevó al pináculo del Templo y le dijo: ¡Tírate! Tírate de aquí, le llevo en shabat, estaba todo lleno de rabinos.
Le llevó arriba, y le dijo: Si te tiras todos verán que los ángeles te recogen y todos te seguirán, porque está escrito: "A sus ángeles enviará para que tu pie no tropiece contra la piedra".
Y después le llevó a un monte alto, y desde allí le mostró todos los reinos de la tierra. Le dijo: "Todo esto te daré si postrándote me adoras". Y Jesús le contestó: "Está escrito: Sólo a Dios adorarás, sólo a Él darás culto".
Para acoger al Señor se nos invita a convertirnos; por eso la Iglesia durante 40 días nos invita a prepararnos para recibir al Señor.
¡LA CONVERSIÓN! La conversión significa preparar el corazón: “Amarás al Señor tu Dios con todo tu corazón, con toda tu inteligencia y con todas tus fuerzas” (Mc 12,30).
Para preparar el corazón somos invitados a ir al desierto, porque en el desierto se come mal e Israel murmura en el corazón contra Dios, recordando la carne y las cebollas de Egipto y no acepta el maná.
Así que su corazón se llena de murmuraciones contra Dios. Éste es un hecho de la historia de Israel y de nuestra historia con la cual el Señor nos recuerda que todos somos frágiles, capaces de traicionar al Señor por el alimento, por comer, por estar bien. Por eso, somos tentados de murmurar contra Dios si nos da sufrimientos físicos, una enfermedad, un cáncer o algo parecido, entonces el corazón se mueve y dejamos de amar a Dios y murmuramos en el corazón contra Él porque consideramos que no nos merecemos todo esto, cometiendo así un pecado gravísimo.
Esto significa rebelarse contra la historia que Dios está haciendo con nosotros. Murmurar en el corazón, dejamos de amar a Dios: “Amarás al Señor tu Dios con todo tu corazón”. El Señor llevó al pueblo al desierto, dice la Escritura, para que el pueblo aprendiera a conocer su corazón, lo que hay en su corazón, el corazón que tenía.
Se sorprendieron al descubrir que tenían un corazón perverso, perverso, conocer quién eres tú, lo que tienes en tu corazón es importantísimo, es tu misión de salvación para esta generación.
Frente a algo que te hace sufrir, puedes rebelarte contra Dios, juzgar a Dios y murmurar contra Él: ¡es gravísimo dejar de amarlo! Se ama con el corazón y con el corazón se murmura, se odia, no se acepta. “Amarás al Señor tu Dios con todo tu corazón con toda tu inteligencia”.
Nosotros esperamos que en este Camino de conversión que habéis emprendido, gracias al Señor, durante todos estos años, estáis aprendiendo a caminar en la precariedad, algo que los paganos no aceptan. El pagano se cree Dios y domina la historia y no soporta cuando Dios hace una historia distinta con enfermedades, con una hija... él tiene que dominar la historia. Ésta es la maldad, la obra del demonio en nosotros, no somos humildes con la historia. Es importantísimo ser humildes, aprender la humildad porque solamente los humildes entran en el cielo. Dios espera que durante este tiempo que estáis sobre la tierra aprendáis a ser humildes, a haceros como niños. ¡Esperemos! Jesús toma a un niño y lo abrazó y dijo: “Si no os hacéis como este niño, os aseguro que no entraréis en el Reino de los Cielos” (Mt 18,3). Los niños no protestan, están abiertos a todo. Haceos como niños.
¿Cómo nos prepara el Señor para que podamos entrar en el cielo? Cada uno de vosotros sois un misterio, la historia que está haciendo con cada uno de nosotros es distinta, original, única, con los acontecimientos distintos que te hace atravesar: la enfermedad, los sufrimientos...
Lo único que sabemos es que el Señor nos ama. Dios es amor: ¡Deus caritas est! Dios es amor, la esencia misma de Dios la ha mostrado en su Hijo crucificado. Dios tiene un amor tan grande que es capaz de hacerse pecado por nosotros (Cf. 2 Cor 5,21), para ocupar nuestro lugar, para recibir el castigo que se merece el pecador, la tortura, los sufrimientos inauditos, la crucifixión y la muerte. Esto que es una monstruosidad Cristo ha venido sobre la tierra para padecerlo Él por nosotros.
Espero que meditar esto nos lleve a amar a Cristo, amarlo porque Él ha sufrido para ahorrarme a mí y a ti y a todos vosotros el horror del infierno, del abismo eterno. Una cosa grande, maravillosa que el Señor nos está preparando para hacernos pequeños.
Dios nos ama tanto que os ha mandado catequistas como yo, cómo Carmen, como el Padre Mario, como Ascensión…
…que tenemos la misión de ayudaros un poco, un poco, porque todo depende de tu adhesión a la acción divina. Yo os convoco y vosotros estáis aquí: ¡esto ya es un milagro! Quiere decir que algo habéis recibido durante todos estos años y venís aquí esperando que Dios os dé una palabra, una palabra que os ayude a prepararos para la Pascua del 2020, que os ayude verdaderamente a haceros pequeños y humildes, a ser santos.
La Cuaresma es un tiempo en el que la Iglesia nos invita a ayunar, que quiere decir amar a Dios con todo el corazón, porque el pueblo murmuraba contra Dios porque comía mal.
Amarás a Dios con todo el corazón, con toda la inteligencia. El pueblo no aceptaba esta forma de relación con Dios en la que Dios no le decía nada, no se manifestaba como ellos querían, les dejaba en la duda.
Con toda la inteligencia, con todas las fuerzas, con tu dinero. Todos tenemos que ofrecer nuestra vida a Jesucristo y nos invita a amarlo con todo el corazón, con toda la inteligencia y con todas las fuerzas: ¡es un mandato del Señor!
Cuando aparece sobre el Monte Sinaí -un espectáculo inmenso-, cuando lleva al pueblo de la esclavitud de Egipto al Monte Sinaí, allí se les manifiesta a ellos, una teofanía impresionante: la montaña se transforma en una montaña de fuego, tanto que no se podía tocar, y se escuchan estas palabras desde el cielo: “Shemá Israel, escucha Israel, Yo soy el único Dios, no hay otro Dios, amarás a Dios con todo el corazón, con toda la inteligencia, con toda el alma y con todas tus fuerzas, y al prójimo como a ti mismo”.
Esto resume lo que Dios manda al hombre cuando aparece sobre la tierra. Esto ha llegado hasta nosotros y vosotros lo habéis recibido de vuestros catequistas, que os han transmitido esta palabra para vosotros: ¡Amar a Dios con todo el corazón! Es interesante porque la Iglesia dice que para prepararnos en esta Cuaresma debemos amar a Dios con todo el corazón. Por esto la Iglesia nos dice lo que tenemos que hacer: amar a Dios con todo el corazón significa amarlo ayunando. ¿Por qué ayunar? Porque ayunar significa aceptar sufrir por amor a Cristo, un poquito, en esta Cuaresma debemos proponernos amar a Dios con todo nuestro corazón, con toda nuestra inteligencia y con todas nuestras fuerzas.
Las fuerzas significan el trabajo, el dinero. Somos invitados en esta Cuaresma a ponernos de rodillas diciendo: yo no soy Dios. Una forma de dar culto a Cristo. ¡Él es, no tú! Dale a Cristo lo que le pertenece a Él. En este diálogo que es la oración di: ¡Yo no soy Dios y quiero hacer tu voluntad!
En este encuentro debería ayudaros para que en esta Cuaresma podáis prepararos a acoger a Cristo en la Pascua. Viene en la noche pascual y quisiera ahogar al faraón que hay dentro de nosotros, el faraón del orgullo, de la soberbia, amante del dinero, etcétera. La vigilia pascual, ¡a la que tenemos tanto amor! Tenemos que prepararnos bien para que no sea una noche vana para nosotros, sino que sea un paso del Señor que nos libera del poder del demonio y nos prepara para un año, donándonos gracias que el demonio intentará robarnos cuando nos tiente en nuestra vida. Hay un combate contra el demonio, aunque no lo veamos existe, nos seduce...
Por esto durante la Cuaresma os invitamos a la oración por la mañana pronto con la comunidad, seriamente, a amar a Cristo con todo el corazón, con toda la mente y con todas las fuerzas. Por eso, amar a Dios con todo nuestro trabajo significa hacer limosna, tenemos que dar limosna a los pobres. Tenéis que repartir vuestros bienes con aquellos que no los tienen. No lo digo por decir, sino seriamente. Estás invitado a amar a Dios con todo el corazón, aceptando ayunar, sufrir en el cuerpo; con tu inteligencia, aceptando que la historia la lleva Dios como quiere y por eso es necesario que oremos, rezar al Señor, la oración constante, la oración incesante: ¡Señor, Jesús, Hijo de Dios, ten piedad de mí, que soy un pecador! Ven a vivir en mí, vive conmigo. Jesucristo está deseando estar en nosotros, vivir en nosotros y que conduzca Él nuestra vida, que sea luminosa, esperando el momento del paso en el que entraremos en el cielo, donde nos esperan los hermanos y donde está Cristo, que nos espera con su madre, con la Santa Virgen María.
No hemos sido creados para permanecer aquí, nuestros despojos en un cementerio, hemos sido creados para vivir con Cristo eternamente, en una felicidad inaudita. Él quiere hacernos participar a nosotros de su amor y de su felicidad. Esta tarde os doy esta noticia: ¿Creéis o no creéis que Cristo os ha creado para que podáis participar de su amor y de su felicidad?
Ciertamente Cristo no hará esto obligándote, ni haciéndote presión, porque esto no sería amor, lo hará de una forma muy dulce y suave, a través de mí que estoy aquí.
Puedes estar aquí y no escuchar, te duermes y acaba todo. Habéis venido aquí, os ha llamado el Señor, os ha hecho venir. Ánimo, escuchad y estad atentos para que el Señor os dé la gracia que quiere daros en esta noche, la gracia de la conversión, de estar unidos a Cristo, de quereros, de ayunar por Él, de ofrecerle este sacrificio, dejar la televisión, el vino, el fumar, lo que Dios os inspire y uniros a Él y amarlo. “Amarás al Señor tu Dios con todo tu corazón, con toda tu inteligencia y con todas tus fuerzas”.
La limosna es importante, amar a Dios con nuestras fuerzas, con nuestro trabajo. En esta Cuaresma deberíais pensar en vuestra vida y prepararos porque el Señor viene, viene en esta vigilia pascual: esperamos la vigilia porque de pronto todo desaparecerá, veremos una enorme luz que nos envuelve y veremos a Cristo que viene del cielo. Todos lo verán, también aquellos que están en Papua Nueva Guinea, aunque la Tierra sea redonda, Dios hará este milagro, desde todas partes verán la venida del Señor y viniendo sobre las nubes con los santos, luminoso, con un cuerpo celeste -dice San Pablo- los que vivan en ese momento seremos arrebatados y llevados a lo alto, y mientras subimos, nuestro cuerpo se transformará, y tendremos la vestidura nupcial, una vestidura que no se corrompe, que no puede morir, una vestidura con la que estaremos en el cielo con el Señor.
Para esto nos ha creado el Señor. ¿Lo creéis o no? Si no lo crees, peor para ti, creerlo es una gracia. ¿No se te ha concedido la gracia de creer? ¡No, no creo en nada! Todo me parecen estupideces. Muy bien, aquí no obligamos a nadie. Pero estate atento, porque te pierdes algo importantísimo: ser revestido de luz, participar de la alegría eterna, de la felicidad.
O sea, Jesucristo ha sufrido Él, con nuestro cuerpo, estas tres tentaciones, que son el Shemá: Amarás a Dios con todo tu corazón, Lo amarás con toda tu inteligencia y Lo amarás con todas tus fuerzas, con todo tu dinero.
Con todo tu corazón porque Israel en el desierto, cuando comían el maná, el pueblo murmuraba en el corazón. Con el corazón se ama, se detesta, se odia, se murmura, y murmuraban contra Dios, querían comer carne. No amaban a Dios con todo el corazón, amaban más su cuerpo. Amar a Dios con el corazón quiere decir con el cuerpo, aceptando sufrir con el cuerpo por amor a Cristo, que es muy importante para todos nosotros. Cristo ha dejado crucificar su cuerpo en una cruz con dolores indecibles, y lo ofreció por toda la humanidad, por todos los hombres, por ti y por mí, de forma que el castigo que yo debía recibir por mis pecados, lo sufrió Él, y yo estoy tan contento aquí con vosotros, porque Cristo ha querido sustituirse por mí, como pecado, por mí, y ha sufrido en su cuerpo lo que estaba profetizado lo que sufriría el cuerpo de pecado. Él cogió mi cuerpo y lo llevó a la cruz y lo ofreció por ti y por mí.
Por eso, es muy importante en esta Cuaresma que nos preparemos para vivir la vigilia pascual. Porque en la vigilia pascual de este año 2020 el Señor quiere proponernos, presentar ante nosotros la obra que Dios ha hecho en Cristo, para que estemos llenos de alegría, estemos llenos de gratitud, de gratitud a Dios, que seamos gratos a Dios por su amor, por su ternura y bondad, por lo que nos quiere. El amor que Dios nos tiene nos tendría que bastar, el amor que Dios nos tiene se manifiesta en la salud que nos da, en la comunidad, en el itinerario de formación católica, cristiana, que es el Camino Neocatecumenal, en los hermanos, en los catequistas, en todo lo que Dios nos está dando, y sobre todo, Él nos promete el cielo, una casa donde viviremos con el Señor eternamente, llenos de felicidad y amor.
El Señor nos ama, hermanos, esto es lo más importante de todo: que el Señor nos quiere, que el Señor nos ama, y tenemos que estar siempre agradecidos de su amor y de su bondad. Es muy importante tener un corazón agradecido a Dios. Si no lo tienes, tienes que pedirle a Dios que te dé amor a Él, y te dé agradecimiento por su amor, para que tu vida esté llena de agradecimiento a Dios, de un amor agradecido que es lo que Dios pretende y quiere de mí y de ti, que tengamos amor agradecido a Dios por su misericordia y su bondad.
Ánimo, hermanos, que el Señor nos quiere. Esta Cuaresma que viene el Señor quisiera que nos preparáramos para acercarnos más a Él y abrir nuestro corazón, nuestro pecho. Abridlo, ensanchadlo para que entre con más fuerza su amor y su misericordia. Tenemos el corazón estrechito, pues podemos abrirlo para que entre mayormente su ternura, su compasión, su misericordia, su bondad. Su bondad en nosotros, su amor, el amor de Dios en nosotros, viviendo en nosotros su amor. Esto es lo que Dios quiere de nosotros: que sintamos dentro amor a Dios y a su Hijo, Jesucristo.
Amor a Cristo, que por amor a nosotros descendió a la Tierra, nació de la Santa Virgen María, nació como un pobre, en una chabola de pobres, vivió como un pobre sencillo, como un obrero y después, llegados los treinta años partió para cumplir su misión. Se rodeó de algunos discípulos, este pobre hombre, con sus discípulos, con San Pedro, con San Juan, caminando por Galilea hacía Jerusalén.
Y en Jerusalén le iban a coger y le iban a torturar y le iban a crucificar. Los apóstoles no entendían nada, creían que Él iba a manifestarse estableciendo su reino, y sin embargo, en vez de ver aparecer su reino, apareció un hombre crucificado, desfigurado, lleno de moratones de los latigazos romanos, algo horrible lo que hicieron con Él. Es un misterio inmenso este pobre hombre lleno de heridas, porque el “flagellum” romano era terrible, porque tenía bolitas de plomo en cada tira de cuero. Se ven en la Síndone las señales de las bolitas sobre la piel, marcadas, cada golpe una moratura (sic) terrible. Cuarenta golpes mataban a una persona.
A Él, desecho, lo llevaron a crucificar. Cristo ha sido crucificado por ti y por mí. El Señor ha pensado hacernos participar de su ser, de su ser Santo, de su ser divino, de su ser humilde, humilde, humilde. El Señor es humilde hasta el extremo que no os lo podéis imaginar, hasta el extremo de ser crucificado como un malhechor, sometido a una tortura, la más horrible. Cicerón decía: no hay tortura semejante.
¿Y qué podemos hacer? Pues, agradecérselo y mostrarle nuestras manos vacías, nuestra pobre vida. ¿Cómo podremos nosotros dar gracias al Señor? Pues, la única forma es celebrando la Santa Eucaristía, porque Él mismo se ofrece para que podamos dar gracias al Padre en su cuerpo y en su sangre. Esto es una cosa enorme: que nosotros presentamos al Padre el cuerpo de Jesús sacramentado, en un sacramento, y la sangre de Cristo.
Son realmente el Cuerpo y la Sangre de Cristo que han sido separados para que podamos manifestar su Pascua, su paso al Padre por todos nosotros, hermanos.
Vivir esta vida amando a Cristo, no tenemos otra cosa que hacer, sino amar a Cristo. Amadlo. "Amaos como yo os he amado, en este amor conocerán todos que sois mis discípulos". Amar a Cristo.
Dicen los Padres del Desierto: Amar a Cristo es la única verdad, el resto es todo vanidad. Amad a Cristo. A ver ¿cómo pensáis mañana amar a Cristo un poco más que hoy? ¿Cómo? ¿Siendo más obedientes al Señor, siendo más humildes, ayudando en la casa, pidiendo perdón a tus hijos? No sé. ¿Cómo piensas mostrar tu agradecimiento a Jesucristo, que ha tomado nuestro cuerpo y ha aceptado ser humillado, insultado, escarnecido y torturado? Con una tortura infamante y terrible, tan terrible que un ciudadano romano no podía ser crucificado, porque era un suplicio bárbaro, hecho para bestias, pero Cristo quiso aceptarlo y ahí lo tenéis caminando con la cruz hacía el Calvario por amor a ti y por amor a mí.
Algo maravilloso. El Señor está contento de poder morir para vivir en nosotros.
Vivir en nosotros de una forma nueva, Él, resucitado de la muerte quiere estar en ti y en mí, uno, perfectamente uno, Cristo Señor nuestro ¡Bendito sea tu nombre! Tú has querido regar la humanidad con tu sangre, con tu amor, concédenos, Señor, estar agradecidos a ti, haciendo tu voluntad. Somos unos pobres todos, yo el primero, unos pobrecillos, que no merecemos nada; pero el Señor, Él, nos ama y su amor nos ha transformado, somos bellísimos por su amor, somos preciosos por su amor, el amor de Dios en nosotros. Por eso, tu comunidad es preciosa por el amor de Cristo, cada hermano es precioso en el amor de Cristo, por eso: ¡Amaos, amaos! Fijaos qué maravillosa palabra de Dios a nosotros: Amaos, y para que nos podamos amar, han nombrado catequistas, os ha abierto un Camino y os ha dado una comunidad.
Por eso, cómo no podremos dar gracias a Dios, por tu comunidad, por las hermanas, por los hermanos, Él nos ha abierto el cielo y nos está esperando en el cielo. Ya no nos morimos más. La muerte ha sido absorbida por la victoria de Cristo Jesús, que ha vencido la muerte y que ha resucitado de la muerte y que nos da a participar de su victoria sobre la muerte. Cristo ha resucitado, verdaderamente ha resucitado. ¡Cristo ha resucitado!
LA ASAMBLEA: ¡Verdaderamente ha resucitado!
Dios nos ha dado la vida no para estar aquí sólo, porque como dice el talmud aquí estamos en un albergue, ésta es la verdad, estamos en un albergue, no es nuestra casa, nuestra casa está en otro sitio: Cristo ha preparado nuestra casa en el cielo, con Él, porque Él es amor.
¿Y qué significa amar? El que ama quiere ser uno, como un marido y una mujer, dos en una sola carne: “Padre, yo en ellos, y tú en mí, para que sean perfectamente uno y el mundo crea” (Jn 17,21). Cuando el mundo vea en nosotros que se realiza el misterio divino de la Santísima Trinidad, el mundo se convertirá.
Uno en nosotros. Dios, uno, perfectamente uno en nosotros, porque Dios nos ama así. Se hace uno cuando ama. ¿Por qué? Porque no se reserva nada, cuando ama se dona totalmente, totalmente donado a ti, el que te ve a ti, ve a Cristo, porque Cristo está totalmente en ti, totalmente en los hermanos.
“Sed perfectamente uno y el mundo creerá”. Pero ¿éstas son palabras o es posible que la comunidad se transforme en una perfecta unidad en Cristo? Preguntaos cada uno cómo vivís vuestra unidad con Cristo, vuestra intimidad. ¿Haces algo por Cristo? No sé, uno dirá: para estar unido más a Cristo estoy pensado ir y cuidar a los enfermos, he hablado con las hermanas de Teresa de Calcuta y voy a hacer allí un servicio, hago esto por amor a Cristo, porque lo siento presente en mí.
Ser humilde, sin humildad no hay vida cristiana. Kiko ¿qué es la humildad? La humildad es la verdad, dice Santa Teresa. Hay que preguntarle a Cristo que nos ayude a ser uno con Él, a responder a su amor con nuestra pobreza, con nuestra debilidad.
Habéis oído lo que ha dicho el Papa Bergoglio; ha ido a la cárcel de Rebibbia hace un tiempo. Había unas rejas y en la otra parte estaban los prisioneros. Él estaba a este lado de la reja y dentro están los prisioneros, y él ha dicho: yo debería estar ahí con vosotros. Esto es lo que yo digo tantas veces: ¿quién te crees tú que eres? Deberías estar en la prisión. ¿Cuántas veces os lo he dicho? ¿quién te crees que eres tú? Mira el Papa Bergoglio es muy profundo en este sentido y ha dicho a los encarcelados: Yo debería estar ahí con vosotros.
Se siente pecador.
Es importantísimo no considerarse mejor que nadie, dice San Pablo: Considerando a los otros, a los de la comunidad, superiores a ti.
No, Kiko, yo soy un estúpido, no pienso estas cosas, pienso en pasarlo bien, en divertirme, esas cosas son demasiado profundas. ¡No, son cosas muy importantes! ¡Considérate el último y el peor de todos! dicen los Padres del Desierto.
Verdaderamente, el Señor es buenísimo con vosotros, debéis estar agradecidos en lo profundo de vuestro espíritu al Señor, por cómo os trata, cómo os ama y os pide solo una cosa: ¡Amaos! Mirad, esta palabra tenemos que ponerla por escrito en todas las paredes de tu casa: ¡Amaos, amaos, amaos! Entrando en casa: ¡Amaos! Ésta es una palabra fantástica, y dice más: ¡como yo os he amado!
Ánimo, hermanos, alegría, que Cristo ha resucitado. En esta Cuaresma tenemos todos que prepararnos a vivir estos misterios de verdad, a no descuidarlos, a no vivir de cualquier manera, porque Dios te podría decir: Si no valoras lo que he preparado para ti, es mejor que lo dejes. Deja tu sitio a otro hermano que me va a agradecer mayormente lo que he hecho con él en Jesucristo, mi Hijo amado, que te quiere tanto.
Dios en Cristo ha mostrado que es Dios, su amor crucificado es Dios. Dios te ama de esta forma: mira a Cristo crucificado, ahí lo tienes, así nos ama y quisiera que nosotros le amásemos, que lo amemos, amaos entre vosotros, amaos, amaos como yo os he amado, "Amaos, no hay mayor amor que el que da la vida por sus amigos, vosotros sois mis amigos", y Cristo ha dado la vida por nosotros para que podamos ir al cielo y vivir eternamente con Él.
No hemos sido creados para que nuestros despojos vayan a un cementerio horrible y nada más.
No, yo soy Kiko, todo entero, una persona y yo espero que el día de mi muerte Cristo venga a recogerme y llevarme con Él.
Y lo que yo espero para mí, lo quiero para vosotros, que podamos estar juntos en el cielo, con un cuerpo más guapo, glorioso, pero seremos nosotros, nosotros mismos.
Dios ha creado un universo que es una maravilla, si miramos con un telescopio y vemos el universo, pues eso no es nada comparado con lo que nos espera a nosotros en el cielo, a los que Dios ama.
Dios ha creado un universo todavía mayor, de amor, de ternura y de misericordia. Dios es Amor, hermanos. Dios es amor a ti, amor crucificado, un amor lleno de ternura y de bondad. Por eso, los cristianos, después de haber conocido este amor, tendríamos que ser gente humilde y buena, llenos de ternura hacia los demás.
Entonces ¿qué podemos hacer en esta Cuaresma? Pues ya los catequistas os han dicho que os levantéis con vuestra comunidad por la mañana y que ofrezcáis al Señor ese día y que recéis los salmos y hagáis media hora de oración silenciosa. Es la forma de vivir la Cuaresma con la comunidad, además de la vida de la comunidad.
Tenemos que prepararnos al encuentro con el Señor, porque en esta Cuaresma es posible que el Señor venga, y si el Señor viene pues no pasa nada, en esta misma sala estarán las comunidades reunidas, estará llena de hermanos, a las dos de la noche o a las tres, y a las cuatro de pronto se oye un gran rumor y se ilumina todo, desaparecen estos muros, las pinturas, y aparece Cristo en el cielo, aparece Cristo que nos lleva con Él, porque hemos sido creados para estar con Él. ¿Por qué? Porque Dios te ama con un amor infinito, quiere estar contigo, quiere estar en ti, quiere ser uno contigo, más que un marido ama a su mujer, más te ama Jesucristo, es el amor que Dios ha mostrado en su Hijo, que es capaz de subir a una cruz, sin fuerza, desangrado, lleno de dolores por ti, por amor a mí, por amor a los hombres, por amor a todos los hombres.
Y este amor que Dios tiene a todos los hombres nos lo comunica para que amemos nosotros a todos los hombres, para que los queramos. ¡Amaos, amaos como yo os he amado! En este amor conocerán todos que sois mis discípulos. Ánimo, no temáis, que yo estoy con vosotros. Ánimo, si es que vas al hospital, o tienes una enfermedad, ánimo, no tengas miedo, que yo estoy contigo, yo te quiero. Escucha bien a Kiko, escúchale: Yo te quiero, escúchale.
Cristo te dice que te quiere a través mío, yo soy un pobrecito como tú. ¿Y cómo podemos devolverle el amor? Pues como un pobrecito aceptas el amor de Dios, que te penetre, que te invada, y dile: Señor, ¿qué quieres que yo haga? ¿Dime qué quieres que haga? Que estoy dispuesto a hacer lo que Tú me digas. Vivir para ti, Señor, no para mí, yo no soy ya, es Cristo quien vive en mí, dice San Pablo. Vivir en Cristo, amar a Cristo, vivir en Él, esto es haber descubierto a Jesucristo. Y luego, el Señor te ha dado una comunidad, y eso es muy importante, que quieras a los hermanos de la comunidad, y que con esos hermanos camines en la voluntad del Señor, la que Él quiere para vosotros, la voluntad de Dios.
Ánimo, chicos. Tened ánimo y que tengáis una buena Cuaresma. Que en esta Cuaresma viváis todos los días, con tu comunidad, la oración silenciosa, y si queréis, haced un pequeño sacrificio por amor a Cristo. Es tradición de la Iglesia que durante la Cuaresma los cristianos hacen siempre cualquier ofrenda a Jesucristo de comer o de beber o de fumar, eso es, se sacrifican un poquito, porque el Señor es muy bueno con nosotros. No tenemos una religión dura que nos exige, no, es buenísimo con nosotros, nos perdona todo, nos quiere siempre, está a nuestro lado y nos dice ánimo, me dice: Kiko, no temas, no temas, yo estoy contigo. Y yo le digo: Señor, si tengo que ir a Santa Catalina, ¿y si no vienes y no me sale nada? Porque no está decidido que Tú me acompañes ¿y si no me iluminas nada? Siempre tengo ese temor, y me dice: No temas, no temas, que Yo estoy contigo, si no te sientes inspirado no importa, Yo haré que los hermanos lo sientan dentro y las palabras que tú digas, que Yo te iluminaré, verás que les ayudarán, les ayudarán a prepararse en esta Cuaresma. Tenéis que dar muchas gracias a Dios por Kiko Argüello, por Carmen Hernández, por el padre Mario, por Ascensión, por vuestros catequistas, hemos sido suscitados para vosotros por el Señor, para que os ayudemos en vuestro itinerario hacía la casa del Padre, hacía el cielo. Espero que el Señor me conceda esperaros, si me muero antes, y cuando lleguéis al cielo allí me veréis que os saludo, os abro la puerta juntamente con San Pedro y te digo: ¡Congratulation! ¡Has llegado, congratulation! Y todos: Congratulation! y te damos un aplauso.
MARIO:
Hemos recibido muchas cartas porque Stefano y Letizia, los itinerantes de China, que están siguiendo toda la situación de muchas familias, porque este coronavirus ha invadido completamente toda China desde el norte al sur, pero la situación nadie sabe cómo está, puede ser mucho más de lo que los medios de comunicación dicen. En estas cartas de las familias, cuentan como la gente está como en prisión, no pueden salir, no pueden recibir a otras personas, describen como los hospitales están llenos de gente.
En una carta de un presbítero que escribe a sus hermanos de la missio ad gentes, porque no puede verlos. A mí me ha impresionado, porque les escribe con mucho amor de pastor, para animar a los hermanos, a leer todo esto en la fe y dice, por ejemplo: "He comprendido que el Señor ha permitido este período para que se realizara en mí lo que dice Oseas: ‘Te llevaré al desierto para hablar a tu corazón’. He descubierto que el Señor me ha dado este tiempo, donde no puedes hacer casi nada, para la intimidad con Él".
Para no ser trágicos, pero nuestro Señor Jesucristo había predicho estos tiempos, lo dice también el Catecismo, tiempos de pruebas.
Otra familia cuenta: Hoy en Laudes, hemos leído vuestro mensaje a los niños, y ellos han dicho que no les pesa estar en casa, aunque ya son tres semanas que no salen. Esto indudablemente es una gracia de Dios. Estamos tranquilos, los días pasan deprisa entre los deberes de los niños y las actividades para tenerlos ocupados: lecciones de guitarra, lavar los platos, coser, dibujar, cualquier cosa..., hacemos todo dándoles "puntos". Los niños se divierten y se cansan, y cuando la moral se viene abajo hacemos una merienda especial, gracias a una mega-compra de productos italianos: nocilla, jamón, quesos..., que nos han regalado unos hermanos chinos.
Estamos muy impresionados, y agradecidos a Dios, de como los hermanos (chinos) se están ocupando, y preocupando, de nosotros: nos han traído fruta cuando no se encontraba, nos han proporcionado mascarillas para los niños, que no se encontraban por ningún lado, nos dan dinero para hacer la compra, y siempre nos preguntan cómo estamos.
Hemos hablado también con viejos amigos y conocidos de Wuhan, todos estaban sorprendidos y felices de saber que todavía estamos aquí con ellos.
El sábado por la tarde, como nos habéis dicho, hacemos todo "en familia": leemos las lecturas y los niños dan el eco. Es algo estupendo y nos ayuda.
El miércoles, nosotros hacemos un escrutinio de la palabra. Decidimos escrutar la lectura que salió cuando vinisteis a nuestra casa (Lc 21,23-28): a mi mujer le ha impresionado el principio apocalíptico: "En aquellos días, ¡ay de las mujeres que estén encinta o criando! Porque grande será la calamidad sobre la tierra", porque le animaba el hecho de estar preparada para esta calamidad no pudiéndose quedar embarazada, y cuando habéis aconsejado a todas las familias con mujeres embarazadas o niños recién nacidos que salieran, esta Palabra nos ha animado a quedarnos.
A mí me ha impresionado cuando dice: habrá "sobre la tierra angustia de pueblos en ansia", porque he visto en estos pueblos al pueblo chino, y hoy veo esta palabra como una profecía que se ha cumplido.
Esperemos que esta situación se resuelva enseguida: veremos cómo se desarrolla y si podrán tener bajo control la epidemia. Los niños empezarán el colegio de nuevo el día 17 [de febrero] a través de video-clases, veremos cómo se organiza todo y cómo será en la práctica.
Gracias por todo lo que estáis haciendo por nosotros.
Un cariñoso saludo.
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KIKO:
Bien, hermanos, es maravilloso que Dios nos haya elegido, está haciendo un pueblo con nosotros, nos está preparando para Él.
Y ese pueblo tiene que ser fortalecido, y es muy importante la liturgia, y por tanto la Pascua es un tiempo maravilloso para crecer en la fe y para prepararnos para la misión que el Señor nos encarga. La misión es quererlo a Él, amarnos entre nosotros y amarlo a Él por encima de todas las cosas.
Bien, es importante que nos echéis una mano. Tenéis que hacer una colecta esta Cuaresma, porque nosotros no tenemos un euro, nada más que algunas deudas.
Tenemos un encuentro de Obispos en la Domus, y a los Obispos si no les pagas el viaje no vienen, se lo tenemos que pagar nosotros, pedimos a los hermanos de ese obispo que hagan una colecta. Así que hacéis una colecta por comunidades y lo ponéis en la cuenta de la Fundación Familia de Nazaret, aunque salga poco, no importa. Confiamos en el Señor.
Después tenemos la convivencia de las familias, que también con tantos hijos no tienen dinero para pagar. Nosotros somos un Camino muy pobre.
Acordaros en esta Cuaresma de vivirla en el Señor, los viernes hacemos ayuno, pan y agua, no sé, lo que Dios os inspire, también los niños. Los niños tienen que recordar que durante la Cuaresma en su casa se comía pan y agua y que el papá leía la vida de un santo, y eso los niños no lo olvidarán nunca, porque es importantísimo pasar la fe a vuestros hijos.
Espero que paséis una buena Cuaresma, que recéis por nosotros. La Cuaresma es un tiempo de preparación a la Pascua, al Triduo Pascual, al encuentro con Jesucristo resucitado. Si nos preparamos bien, en la noche de la Pascua moriremos con Cristo y resucitaremos con Él.
Esperemos que lo que muera con Cristo sea el hombre viejo, el hombre de la soberbia, de la lujuria, de la envidia, del afán de dinero, de la avaricia, este hombre viejo que ha crucificado a Jesucristo y que está en nosotros todavía, y que a lo mejor está vivo y que es importante que muera, que muera en la noche de la Pascua. Tiene la Pascua poder para hacerte morir y ser resucitado un hombre nuevo, podemos resucitar con Cristo a una vida nueva, porque es importantísimo lo que Dios tiene preparado para nosotros.
Bueno, pues eso, que os acordéis de nosotros, que nos queráis, nos améis y que recéis por nosotros. Muy bien, hermanos, oremos.
Yo te doy gracias, Señor, porque me has llamado a participar en tu Iglesia, a manifestar tu amor.
Ayúdanos Tú en esta Cuaresma a prepararnos a recibirte en la noche de la Pascua, para resucitar contigo, para que podamos vivir este 2020 como seres nuevos, resucitados de la muerte. El mundo está esperando ver a los cristianos resucitados, libres de las ataduras del pecado y de la muerte. Tú, Señor, nos has liberado del pecado y de la muerte, y nos invitas a querernos, a ayudarnos, a rezar unos por otros.
Yo te pido por estos hermanos que les des tu Espíritu Santo. Te pedimos por esta parroquia, por el párroco, por las comunidades que hay aquí, por la obra que estás haciendo con todos nosotros, por todas las parroquias aquí presentes, Señor, ayúdanos Tú, ayúdanos a que seamos signos de tu amor.
Te lo pedimos, Señor.
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