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martedì 31 gennaio 2017

Inferno, preghiera e conversione: il messaggio di Fatima



Esce in questi giorni da Mondadori il libro di Vincenzo Sansonetti Inchiesta su Fatima. Un mistero che dura da cento anni. Pubblichiamo ampi stralci della prefazione di Vittorio Messori.
Ogni apparizione sembra assomigliare a ogni altra, avendo sempre al centro un appello alla preghiera e alla penitenza e, al contempo, è diversa da ogni altra per l’accentuazione di un aspetto particolare della fede. L’aura che circonda Lourdes è pacata, tanto che è stato notato che in nessun’altra occasione Maria ha tanto sorriso, giungendo sino al punto di avere addirittura riso in tre occasioni. Disse Bernadette: «Rideva come una bambina». E non sapeva, quella piccola santa, che proprio questo avrebbe indotto gli austeri inquisitori della commissione che ne giudicava l’attendibilità a diventare ancora più sospettosi. «Nostra Signora che ride! Suvvia, un po’ di rispetto per la Regina del Cielo!». Alla fine dovettero farsene una ragione: era proprio così. Certo, non si dimentichi che Colei che nella grotta dirà di essere l’Immacolata Concezione assumerà anche un aspetto assai serio, ripetendo gli appelli alla penitenza e alla preghiera per se stessi e per i peccatori. Ma c’è un’aria di serenità, la mancanza di minacce di un castigo, che è forse uno tra gli aspetti che più attirano nei Pirenei le folle che sappiamo.
Misericordia e giustizia
L’atmosfera di Fatima, invece, appare soprattutto escatologica, apocalittica. Anche se con un finale che conforta e rasserena. È evidente che la ragione principale dell’apparizione portoghese è richiamare gli uomini alla tremenda serietà di una vita terrena che altro non è che una breve preparazione alla vita vera, a un’eternità che può essere di gioia ma anche di tragedia. È un richiamo alla misericordia e, al contempo, alla giustizia di Dio.
L’insistenza unilaterale di oggi sulla sola misericordia dimentica l’et-et che presiede al cattolicesimo e che, qui, scorge in Dio il Padre amoroso che ci attende a braccia spalancate e, al contempo, il giudice che peserà sulla sua infallibile bilancia il bene e il male. Ci attende sì un paradiso, ma che occorre guadagnarsi, spendendo al meglio i talenti piccoli o grandi che ci sono stati affidati. Il Dio cattolico non è di certo quello sadico del calvinismo che, a suo insondabile piacimento, divide in due l’umanità: coloro che nascono predestinati al paradiso e coloro che ab aeterno sono attesi dall’inferno. […]  È così, afferma Calvino, che Egli manifesta la gloria della sua potenza. No, il Dio cattolico non ha nulla a che fare con simili deformazioni. Ma non è neppure il bonario permissivista, lo zio tollerante che tutto accetta e tutti egualmente accoglie, il Dio di cui parla soprattutto il lassismo dei teologi gesuiti (che furono condannati dalla Chiesa) e contro i quali Blaise Pascal lanciò le sue indignate Lettres provinciales.
Anche se suona sgradevole alle orecchie di un certo «buonismo» attuale, così insidioso per la vita spirituale, Cristo propone alla nostra libertà una scelta definitiva per l’eternità intera: o la salvezza o la dannazione. Quindi potrebbe attenderci anche quell’inferno che abbiamo rimosso, però al prezzo di rimuovere anche i chiari, ripetuti avvertimenti del Vangelo. In esso c’è sì il commovente invito di Gesù: «Venite a me, voi tutti che siete travagliati e oppressi e io vi darò ristoro». E tante altre sono le parole e i gesti della sua tenerezza. Eppure, piaccia o no, nei Vangeli vi è anche ben altro. Vi è un Dio che è infinitamente buono e anche infinitamente giusto e ai cui occhi, dunque, un mascalzone impenitente non equivale a un credente in Lui che si è sforzato, pur con i limiti e le cadute di ogni essere umano, di prendere sul serio il Vangelo. […]
L’inferno non è un’invenzione
In quel testo fondamentale dell’insegnamento della Chiesa che è il Catechismo, quello interamente rinnovato, redatto per volontà di san Giovanni Paolo II e sotto la direzione dell’allora cardinale Joseph Ratzinger (un testo che ha fatto del tut- to suo lo spirito del Vaticano II) gli autori ammoniscono: «Le affermazioni della Sacra Scrittura e gli insegnamenti della Chiesa riguardanti l’inferno sono un appello alla responsabilità con la quale l’uomo deve usare la propria libertà in vista del destino eterno. Costituiscono nello stesso tempo un pressante appello alla conversione». Sono proprio questi appelli (alla responsabilità e alla con- versione) che sono al centro del messaggio di Fatima e che lo rendono più che mai urgente e attuale: certamente ancor più di quando Maria apparve alla Cova da Iria.
Da decenni, ormai, dalla predicazione cattolica sono scomparsi i Novissimi, come li chiama la teologia: morte, giudizio, inferno, paradiso. Una reticenza clericale che ha rimosso, anzi, in fondo rinnegato, il vecchio, salutare adagio che ha salvato tante generazioni di credenti: l’inizio della sapienza è il timor di Dio. Nella storia dei santi, questa consapevolezza di un possibile fallimento eterno ha costituito un pungolo costante per la pratica sino in fondo delle virtù. Sapevano che l’esistenza dell’inferno non è un segno di crudeltà divina bensì di rispetto radicale: il rispetto del Creatore per la libertà concessa alle sue creature, fino al punto di permettere loro di scegliere la separazione definitiva.
Sia nella teologia che nella pastorale di oggi il doveroso annuncio della misericordia non è unito all’annuncio altrettanto doveroso della giustizia. Ma se in Dio convivono in dimensione infinita tutte le virtù, può mancare in Lui quella virtù della giustizia che la Chiesa - ispirata dallo Spirito Santo, ma seguendo anche il senso comune - ha messo tra quelle cardinali? Non mancano teologi, anche rispettati e noti, che vorrebbero amputare una parte essenziale della Scrittura, rimuovendo ciò che infastidisce coloro che si credono più generosi e buoni di Dio. Dicono, dunque: «L’inferno non esiste. Ma, se esiste, è vuoto».
Peccato che la Vergine Maria non sia di questo parere... È vero che la Chiesa ha sempre affermato la salvezza certa di alcuni suoi figli, proclamandoli beati e santi. E la stessa Chiesa non ha mai voluto proclamare la dannazione di alcuno, lasciando giustamente a Dio l’ultimo giudizio. Chi dicesse tuttavia che un inferno potrebbe anche esistere ma che sarebbe vuoto, meriterebbe la replica: «Vuoto? Ma ciò non esclude la terribile possibilità che siamo tu e io a inaugurarlo». Qualcun altro ha ipotizzato che la dannazione sia solo temporanea, non eterna: ma pure questo si scontra con le nette parole del Cristo, che parla più volte di pena senza fine. Dunque, a vari concili non è stato difficile respingere una simile possibilità, senza alcun appoggio nella Scrittura.
«Pregate, pregate molto»
[…] nell’apparizione più importante, quella del 13 luglio 1917, avvenne ciò che suor Lucia narrerà così, nel 1941, nella famosa lettera al suo vescovo:
«Il segreto affidatoci dalla Vergine consta di tre parti distinte, due delle quali sto per rivelare. La prima, dunque, fu la visione dell’inferno. La Madonna ci mostrò un grande mare di fuoco, che sembrava stare sotto terra. Immersi in quel fuoco i demoni e le anime, come se fossero braci trasparenti e nere o bronzee, con forma umana fluttuavano nell’incendio, portate dalle fiamme che uscivano da loro stesse insieme a nuvole di fumo, cadendo da tutte le parti simili al cadere delle scintille nei grandi incendi, senza peso né equilibrio, tra grida e gemiti di dolore e disperazione, che mettevano orrore e facevano tremare dalla paura...». […] Giacinta, spirando tre anni dopo, ancora bambina di 10 anni e ancora sconvolta per quello che aveva visto in quei pochi istanti, dirà sul letto di morte: «Se solo potessi mostrare l’inferno ai peccatori, farebbero di tutto per evitarlo cambiando vita». […simili visioni dell’inferno non sono affatto isolate nella storia della Chiesa. Scorgere questa terribile realtà è un’esperienza che hanno vissuto molti santi e sante. E la loro credibilità anche psicologica e mentale è stata vagliata con rigore nei processi canonici. Per limitarci alle più note e venerate delle sante ecco, tra le altre, santa Teresa d’Avila, santa Veronica Giuliani, santa Faustina Kowalska. E, tra gli uomini, poteva forse mancare quel san Pio da Pietrelcina, lo stigmatizzato che visse nel soprannaturale come fosse la condizione più naturale, al punto di stupirsi che gli altri non vedessero quel che lui vedeva?
A Fatima, a conferma della centralità nel messaggio del pericolo di perdersi, sta anche il fatto che l’Apparsa insegna ai veggenti una preghiera da ripetere nel rosario dopo ogni decina di Ave Maria. Preghiera che ha avuto una straordinaria accoglienza nel mondo cattolico, tanto che è recitata ovunque si preghi con la corona mariana e che dice: «Gesù mio, perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco dell’inferno e porta in Cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della tua misericordia». Parole, come si vede, tutte centrate sui Novissimi e detta- te ai bambini dalla Vergine stessa. Ciò che soprattutto il cristiano deve implorare è la salvezza dal «fuoco dell’inferno», oltre a chiedere alla misericordia divina una sorta di sconto di pena per chi soffre in purgatorio. Dirà la Madonna, «con aria assai addolorata», come annota suor Lucia: «Pregate, pregate molto e fate sacrifici per i peccatori. Molte anime vanno infatti all’inferno perché non c’è nessuno che preghi e si sacrifichi per loro».
Sotto il suo mantello
Ma torniamo alle ultime righe del resoconto della testimone Lucia, dopo la visione della sorte terribile dei peccatori impenitenti: «Alzammo gli occhi alla Madonna, che ci disse con bontà e tristezza: “Avete visto l’inferno dove cadono le anime dei poveri peccatori. Per salvarli, Dio vuole istituire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato. Se faranno quel che vi dirò, molte anime si salveranno”». Ecco, dunque, il consolante tocco tutto cristiano, anzi cattolico […]. La verità impone di ricordare che corrono un grave rischio gli uomini immemori della serietà del Vangelo. Ma la misericordia del Cielo è subito pronta a proporre un rimedio: rifugiarsi sotto il mantello di lei, Maria, confidare nel suo Cuore Immacolato, aperto a chiunque chieda la sua materna intercessione. […]
Il peso crescente del peccato è grave, ma sono indicati i rimedi e, soprattutto, l’Apparsa ha in serbo un happy end, con le parole giustamente famose e giustamente fonte di speranza per i credenti. Infatti, dopo avere profetizzato le molte tribolazioni del futuro, Maria annuncia, a nome del Figlio: «Alla fine, il mio Cuore Immacolato trionferà». Perciò la salvezza personale è possibile - ed è sorretta dal Cielo stesso - pur nel dilagare dell’iniquità. Ma possiamo anche sperare nella conversione del mondo, in un futuro imprecisato e che Dio solo conosce, confidando nel cuore della Madre di Cristo, potente avvocata della causa dell’umanità.
A che «servono» le apparizioni? […] Fatima è tra le risposte maggiori, per un mondo che sempre più dimenticava, e oggi ancor più dimentica, il significato vero della vita sulla terra e la sua continuazione nell’eternità. Fatima è un messaggio «duro» che, nel linguaggio odierno, diremmo «politicamente scorretto»: proprio per questo è evangelico, nella sua rivelazione della verità e nel suo rifiuto di ipocrisie, eufemismi, rimozioni. Ma, come sempre in ciò che è davvero cattolico, dove tutti gli opposti convivono in una sintesi vitale, la «durezza» convive con la tenerezza, la giustizia con la misericordia, la minaccia con la speranza. Così, l’avviso che ci è giunto dal Portogallo è, al contempo, inquietante e consolante.
lanuovabq

martedì 5 aprile 2016

Coi sacramenti non si scherza nè si fa sociologia



di Vittorio Messori
Parterre ricco di autorità quello che farà da sfondo alla presentazione del nuovo libro di don Nicola Bux Con i sacramenti non si scherza (Cantagalli, 2016). Il libro, che affronta una tematica decisiva oggi nella vita Chiesa, è stato scritto con la prefazione di Vittorio Messori e verrà presentato domani. Con Bux a Palazzo della Rovere a Roma (ore 17.30 in via della Conciliazione, 33) ci saranno anche i cardinali Robert Sarah, Raymond Leo Burke e l'economista Ettore Gotti Tedeschi. Di seguito la prefazione curata da Vittorio Messori gentilmente concessa dall'editore alla Nuova Bussola Quotidiana
Scrive don Nicola Bux, affrontando la trattazione del sacramento dell’ordine: "I caratteri distintivi del sacerdozio sono nel conferimento e nell’esercizio dei tre munera , ossia compiti o uffici: insegnare , santificare e governare". Quanto al "governare",  non so se don Nicola ne abbia modo o motivo. Sul "santificare" non ho dubbi: so quanto sia instancabile nel tenere fede alla sua chiamata di mediatore tra sacro  e profano, tra Dio e uomo, amministratore convinto e competente com’è dei sacramenti. Venendo all’insegnare: beh, proprio questo suo nuovo libro è una conferma in più di come prenda sul serio il munus affidatogli alla consacrazione sacerdotale. Oltre a molti altri libri è, questo, il terzo   che dedica alla liturgia nella Chiesa di sempre e, soprattutto, di oggi. 
La sua grande competenza, da ben noto e stimato cattedratico del tema, è messa al servizio dell’insegnamento attraverso queste opere: non, dunque, per gruppi selezionati di studenti ma per ogni cattolico, praticante abituale o saltuario che sia. O anche, come càpita sempre più spesso, semplicemente per una donna o per un uomo in ricerca. Infiltrata dalla corrente oggi prevalente in Occidente e che tende a creare una sorta di società liquida, dove tutto sembra, appunto, liquefarsi in tutto, anche la Chiesa  pare voler dissolvere i contorni netti della fede in una sorta di brodo indeterminato e rimescolato dal "secondo me" di certi sacerdoti.  
Non ostacolati, anzi istigati, dai teologi che sappiamo. Ebbene: della fede, i sacramenti sono l’espressione, il frutto, il dono più alto e prezioso. Ecco, dunque, il nostro liturgista dedicarsi al tema, con la passione consueta, seguendo l’utile schema già impiegato nei libri precedenti. Innanzitutto, cioè, chiarire, per ognuno dei sette "segni efficaci" l’oggetto, il significato, la storia. Poi – necessaria, e più che mai attuale – l’avvertenza circa le deformazioni, gli equivoci, le aggiunte o le sottrazioni che oggi minacciano quel sacramento. Dunque, una catechesi in uno stile che sa essere al contempo dotto e divulgativo, seguìta da una sorta di “manuale per l’uso“. L’efficacia è confermata anche dall’ottimo successo che i libri hanno avuto non solo in Italia ma anche nei Paesi nella cui lingua sono stati tradotti.
Don Bux sa essere severo verso certi suoi confratelli e verso quel loro prurito “creativo“ che li induce a intaccare una disciplina liturgica che non è inutile formalismo bensì sostanza stessa del sacramento. Ma i suoi avvertimenti non hanno il tono sprezzante o imperioso dell’inquistore o, peggio, dell’ideologo con le sue sbarre e le sue gabbie. In lui, il richiamo all’ordine è espresso, in fondo, con la comprensione di chi ben sa quale sia la cultura deformata e deformante in cui anche gli uomini di Chiesa sono immersi. E ben sa, oltretutto, quanto incompleta e magari sospetta sia la formazione (se ancora è tale) che viene impartita troppo spesso allo sparuto gruppo dei seminaristi superstiti. Pare di cogliere nel professore che qui scrive una sorta di pietas per i poveri preti, pur dietro il rimbrotto. Ad essi, da confratello specialista ma non per questo chiuso nella torre d’avorio accademica, ad essi, dunque addita non solo una lista di errori e di equivoci, ma anche la direzione verso la quale muoversi per cercare di rimediare.  
Alla base di tutto quanto succede nella Catholica ormai da decenni, c’è quanto l’autore denunciava anche nei libri precedenti: quella "svolta antropocentrica che ha portato nella Chiesa molta presenza dell’uomo, ma poca presenza di Dio". La sociologia invece della teologia, il Mondo che oscura il Cielo, l’orizzontale senza il verticale, la profanità che scaccia la sacralità. La sintesi cattolica – quella sorta di legge dell’et-et, di unione degli opposti che regge l’intero edificio della fede – è stata troppo spesso abbandonata per una unilateralità inammissibile. 
Quanto ai sacramenti in particolare: da laico, sarei tentato di lanciare una sorta di monito ai sacerdoti. Attenti, mi verrebbe da dire, non sappiamo che farcene, (ne abbiamo già troppi) di sociologi, sindacalisti, politologi, psicologi, ecologi, sessuologi e, in genere, di tuttologi! Attenti, perché non c’è bisogno di preti, frati, monaci che esercitino i mestieri che dicevo, per giunta spesso da improbabili orecchianti. Non si dimentichi mai che quella che soltanto il consacrato può esercitare, quella dove non ha e non può avere “concorrenza”, è la funzione di tramite, di legame, tra l’uomo e Dio. Nell’amministrazione, appunto, dei sacramenti. E‘ il “santificare“ il munus che – per ridurci all’essenziale - ne giustifica l’esistenza e la presenza. Ottimo, se ben condotto, l’impegno clericale nel sociale, nella cultura, in ogni campo dell’attività, della cultura, del lavoro umani. Ottimo ma non indispensabile: anche noi laici quegli impegni sappiamo esercitarli e li esercitiamo, assai spesso, ben meglio.  Da professionisti e non da dilettanti. Ma solo un uomo cui sono state imposte le mani scandendo sul suo capo le parole alte e terribili tu es sacerdos in aeternum, solo un uomo così può assicurarci il perdono di quel Cristo di cui è tramite; e può trasformare, nella fede, il vino e il pane nel sangue e nella carne del Redentore. Lui solo. Nessun altro al mondo.  
Le folle si accalcano, per un istinto profondo, attorno all’altare e al confessionale di padre Pio, spintonando per essere il più vicini possibile alla sua eucaristia e per potere avere il privilegio di affidare a lui i peccati che Gesù giudicherà. Ma non si conoscono folle, se non di studenti iscritti a quel corso, attorno alla cattedra del chierico teologo che spiega che è puerile credere alla realtà anche “materiale“ dell’eucaristia. E che è una sceneggiata, indegna del cristiano adulto, pensare che il perdono dei peccato passi attrverso uno strumento, un uomo come noi. Già: ma al contempo, invisibilmente, diverso. Diverso perché consacrato.
Post Scriptum. Proprio il giorno dopo avere concluso le pagine qui sopra, ho ricevuto l'ultimo libro di Hans Küng: Morire felici? Il teologo svizzero (che si offende se qualcuno non lo definisce "cristiano", anzi "cattolico") è tra i promotori ed attivisti di Exit, la più nota ed attiva organizzazione in Europa per la "morte assistita", cioè l'aiuto fattivo per l'eutanasia. Con macabra ipocrisia , chi chiede di farla finita è trattato come in un confortevole albergo e, al momento da lui desiderato, è fatto accomodare sulla poltrona di un salotto silenzioso e deserto. Una infermiera pone sul tavolino un bicchiere con una bevanda dal sapore gradevole ma spaventosamente tossica e se ne va , chiudendo la porta. Porta che sarà riaperta poco dopo per constatare la morte e portare via il cadavere. Ipocrisia macabra, dicevo: Exit si limita a mettere a disposizione un luogo tranquillo e a posare sul mobile un veleno mortale: che può farci se quel signore, o quella signora, decidono di bere la mistura? Sono liberi, perbacco, nessuno li obbliga.
Il "cattolico" Küng è prete e non ha mai chiesto di abbandonare il sacerdozio, anche se nessuno lo ha mai visto con un clergyman o, peggio, con paramenti ecclesiastici, ed egli stesso si stupirebbe molto se qualcuno lo chiamasse "don Hans". Già nel capitolo introduttivo di questo suo pamphlet che intende dimostrarci quanto suicidio ed eutanasia siano "biblici", anzi "evangelici", non manca, come sempre, di scagliarsi contro quellaCatholica che lo ha ordinato, che gli ha dato il potere di amministrare i sacramenti. Scrive, dicendo di desiderare il vero bene dell'uomo, cosa che non fanno i disumani monsignori romani: "Vorrei una Chiesa che aiutasse l'uomo a morire, anziché limitarsi a dargli l'estrema unzione. Si tratta di aiutare a morire bene una persona che vuole dire addio alla vita".
Impegno sociale sino agli estremi, dunque: una struttura creata e gestita dalla Chiesa che accolga gli aspiranti suicidi e li aiuti a raggiungere il loro fine, rapidamente e senza dolore. Questa è la carità, questo il dovere della comunità cristiana! E' forse caritatevole limitarsi a quel sacramento, a quell'estrema unzione (o unzione degli infermi, come oggi si dice ) che si limita ad accompagnare alla morte biascicando antiche parole e procedendo ad anacronistiche unzioni, non occupandosi però delle sofferenze fisiche del morituro? Lui, Küng, non ha dato e non da il buon esempio, pilastro illustre com'è di Exit , di quella agenzia "sociale" che accoglie, con premura cristiana, chi altrimenti sarebbe costretto a gettarsi nel fiume o dalla finestra o a farsi stritolare dal treno?
E' con amarezza che ho qui spiacevole conferma della domanda che, sopra, mi facevo: dimentichi come sono del loro ruolo di insondabile valore, di un ruolo che nessun altro al mondo può esercitare, che ce ne facciamo di preti così? Chi, accanto al suo letto di morte, chi vorrebbe un professore di teologia nella prestigiosa università di Tübingen e non lo scambierebbe volentieri col più oscuro e magari indotto dei preti, ancora consapevole, però, del valore tanto misterioso quanto efficace - nel senso vero - del sacramento? 
*Autore della prefazione al libro di don Nicola Bux "Coi sacramenti non si scherza" (Cantagalli, 2016)

lunedì 22 febbraio 2016

L' enigma del distacco



(Vittorio Messori) Aveva smesso di credere e ammetteva di non saperne spiegare le ragioni: «È stato come l' interruzione di un circuito elettrico». Ma pensava che nell' aldilà con Gesù poteva intendersi. I ncontrandolo, intervistandolo, leggendolo, non potevo sfuggire a una sorta di rammarico. Proprio perché molto ne ammiravo l' intelligenza, la cultura, lo stile, l' ironia, il savoir vivre, sentivo (e glielo dissi anche, una volta, ricavandone un sorriso enigmatico), sentivo il dispiacere del credente davanti a un uomo che ti parlava della sua «definitiva apostasia» da ogni fede religiosa, a cominciare ovviamente da quella cattolica. Un giovane che fu tra i dirigenti della Giac, la Gioventù di Azione cattolica, che sino all' università si nutrì di credenti antichi e moderni, un uomo da comunione quotidiana e da confessione settimanale e che scelse san Tommaso per la sua tesi pensando alla fede da difendere e non a una laurea da conquistare. Ed ecco che invece dello straordinario apologeta del cattolicesimo, dello scintillante polemista che i credenti avrebbero avuto in dono, ecco che dall' ateneo torinese uscì l' Umberto liberal . Un Eco divenuto sì apologeta, ma prima dell' agnosticismo e poi - come ammise - di un relativismo ateo ( nomina nuda tenemus ), affermato con la consueta leggerezza dall' apparenza svagata, ma in realtà non scalfibile. La delusione, non mi ha impedito, per quanto mi riguarda, l' affetto sincero e ora il dispiacere perché non avremo più battute come quella che gli sentii dire nel nostro primo incontro: «Se Pascal abitasse nel mio condominio ci saluteremmo con educazione ma non ci frequenteremmo proprio. Se, invece, sul mio pianerottolo ci fosse Tommaso d' Aquino, alla sera giocheremmo a briscola, ma finiremmo per litigare e andare per avvocati. E magari mi denuncerebbe alla Digos per sospetto di terrorismo». Per una mia Inchiesta sul cristianesimo (il titolo del libro che uscì da molti dialoghi, soprattutto con ex credenti, per capire le loro ragioni) passammo insieme un pomeriggio milanese di cui approfittai non per parlare genericamente di cultura, ma di fede, di vita, di morte. A lui che conduceva il discorso verso la filosofia, replicai di lasciare le schermaglie verbali e di venire al concreto. La scommessa per Dio o contro Dio nasce più dal vissuto esistenziale che dall' argomentare teorico. Per quali motivi (ammesso che sia in grado di decifrarli) uno che abbracciava il Vangelo - e con tanto fervore - come il giovane Eco, decide di ritirare la sua speranza nel Cristo? Mi parve, con tutto il rispetto, che gli argomenti della sua risposta non sfuggissero al sospetto di essere stati elaborati post factum , per razionalizzare un ripudio venuto dal cuore e dalla vita più che dalla ragione. Glielo dissi. Fu pronto a replicare, con sincerità: «Le concedo volentieri che, qui, qualunque "prova" o ragionamento serve solo a convincerci di ciò di cui già siamo convinti. È vero: l' aspetto razionale non basta a spiegare la mia storia. Ma non basta neppure quello biografico. Altri che hanno avuto vicende simili alla mia sono rimasti credenti. Mi è parso che la perdita della fede sia stata come l' interruzione di un circuito elettrico. Le cause vere, profonde? E chi può dirlo?». Parlammo della morte: un dramma che, mi disse, viveva nella carne, da quando suo padre morì in modo inaspettato. «Sono passati tanti anni da allora, ma ci penso ogni giorno. Io non cerco, alla Freud, di vendicarmi di mio padre, ma di vendicarlo. Anche da qui il mio darmi da fare sul piano professionale. Io, un collezionista di onori, come qualcuno dice? No, uno che vuol dare al suo genitore le soddisfazioni che sperava di avere da suo figlio e che non ha avuto». Eco, gli chiesi, dov' è suo padre? Dove sono tutti i morti? Dove saremo noi pure? Rispose: «Al di là di quelle porte di bronzo c' è il caos, il buio. Oppure c' è il Nulla o un deserto piatto e desolato, senza fine». La morte, gli ricordai, è la scommessa per eccellenza, aperta a molti esiti possibili. E se avessero ragione coloro che dicono che sarà Gesù il Cristo a venirci incontro? Non sembrò esitare, come chi ci ha più volte pensato: «Senta, se per caso quel Nazareno c' è davvero e vuole imbastirmi un processo, gli dico più o meno le cose che sto dicendo a lei: ho ragionato così e così e sono giunto alla conclusione che non eri tu ad aspettarci. Credo che potremmo giungere a patti ragionevoli. Se invece è il Dio crudele e vendicativo di certe sette protestanti, allora meglio non avere a che fare con lui. Mi mandi pure all' inferno, dove almeno c' è gente per bene». Una pausa e poi: «Ma guardi che sono convinto che se davvero un Dio ci fosse, sarebbe quello di quel san Tommaso con il quale in vita avrei litigato, ma che era un uomo col quale, malgrado tutto, sulle cose che contano si poteva ragionare». Ora, pure Umberto Eco «sa». E al rispetto che da parte di ognuno merita una vita tanto operosa, i credenti, con discrezione pari alla convinzione, aggiungeranno una preghiera davanti a una bara per la quale - con coerenza, senza ipocrisie - non si è voluto una presenza religiosa.

lunedì 28 dicembre 2015

Messori: ecco la mia indagine su Maria

https://www.flickr.com/photos/sunfrog1/2179433014

di Gerolamo Fazzini
Il primo gennaio di ogni anno la Chiesa cattolica festeggia Maria santissima Madre di Dio. Tra pochi giorni, il primo dell’anno del 2016, il Papa aprirà la Porta santa della basilica di Santa Maria maggiore. Qual è il senso della devozione mariana oggi? E quale rapporto esiste tra la .gura di Maria e il tema della misericordia, che papa Francesco ha voluto al cuore del Giubileo da poco iniziato? Abbiamo girato queste e altre domande a Vittorio Messori, giornalista e scrittore cattolico tra i più noti e tradotti nel mondo, che da poco ha dato alle stampe una nuova edizione di ipotesi su Maria (edizioni Ares), ampliata rispetto alla precedente del 2008, con l’aggiunta di 13 capitoli.
Il suo nuovo libro nasce – cito dall’introduzione – «dal fatto che su Maria non si dirà mai abbastanza» e dalla sensazione della mancanza «di una catechesi adeguata (che) sembra aver tolto Maria dal posto eminente della casa per metterla in un angolo». Può spiegarci meglio?
«Dopo il Concilio si è verificato quello che l’abbé Laurentin, uno dei miei maestri, ha chiamato “l’inverno mariano”. Dopo un periodo in cui si è parlato troppo di Maria, si è passati al silenzio. Per due motivi. Il primo: l’influsso protestante, secondo cui Maria è un “di più”, per cui quanto più si parla di Maria tanto meno si parla di Cristo, come se esaltando la madre si nascondesse il figlio. Ha poi inciso il fatto che molta della devozione mariana preconciliare era sentimentale, dolciastra, fatta di canti di bambini, mazzolini di fiori e cose del genere. Di fatto un certo clima “madonnaro” è stato tale da allontanare molte persone da Maria. Ho cercato – in questo come in altri libri – di mostrare che è possibile una devozione profonda e al contempo, mi si passi il termine, virile».
Nel capitolo intitolato Devoti e devozioni lei, tuttavia, invita a non disprezzare la fede dei semplici, quella della vecchietta col Rosario in mano. È possibile una devozione «convinta e virile» ma, al tempo stesso, capace di tenerezza?
«La devozione popolare è una grande ricchezza, cui la Chiesa non deve rinunciare, anche perché è gradita all’Interessata. Maria disse a Bernadette a Lourdes: “Desidero che qui si eriga una cappella e che qui si venga in processione”. Ebbene: io in vita mia non sono mai sceso in piazza per un corteo politico, ma mi unisco molto volentieri alle processioni tutte le volte che posso. Aggiungo che tra le persone che ammiro di più al mondo c’è la vecchietta col suo rosario. Ciò che non amo è una catechesi sentimentale, retorica: molti libri su Maria sono illeggibili dall’uomo d’oggi! Aggiungo che nella zona di Desenzano sul Garda, dove abito, ho contribuito al recupero di alcune edicole mariane che rischiavano di andare in rovina. Non solo: ho costruito io stesso un santuarietto mariano».
Racconti…
«A pochi chilometri da Desenzano sorge l’antica abbazia di Maguzzano che era un po’ abbandonata. Grazie ai miei risparmi e ad alcuni amici facoltosi, ho provveduto a realizzare, con l’aiuto di un amico architetto, un piccolo santuario. Piccolo ma elegante perché la devozione deve unirsi anche alla bellezza. Siccome sorge in un oliveto, è stato dedicato a “Santa Maria degli ulivi”».
Rispetto a Gesù, qual è la “funzione” di Maria?
«Nel mio primo libro Ipotesi su Gesù – la testimonianza della mia conversione – Maria non figura per nulla. Allora ero come “abbagliato” da Cristo e non “vedevo” la Madonna. La mia esperienza è che solo quando sei entrato in confidenza col Figlio, costui ti porta a casa sua e ti presenta la madre. Detto altrimenti: Maria è importante, ma dopo che è annunciato Cristo».
Nella Salve Regina la Madonna è «Madre di misericordia». Come interpreta questo appellativo nell’ottica del Giubileo appena iniziato?
«In Dio troviamo la misericordia al massimo grado e al tempo stesso la somma giustizia. Ciò detto, forse a Maria è stato assegnato un compito particolare da Dio: far sì che in lei sia presente solo la misericordia. In quanto persona umana, una di noi, Maria può “permettersi” questo. Maria, quindi, è una sorta di regalo fatto all’umanità: è il nostro avvocato difensore davanti a Dio».
C’è un “titolo” specifico di Maria che le è particolarmente caro?
«Maria stella del mare. I marinai per non perdersi in mare seguivano le stelle. Maria è colei che ti guida. Come diceva san Bernardo di Chiaravalle, “segui Maria e non sbaglierai mai strada”».
Tra i santuari mariani ce n’è uno che frequenta in particolare?
«Sono cresciuto a Torino e ho un rapporto particolare con il santuario della Consolata. E poi amo Oropa: più che un santuario, una sorta di città mariana sul monte».

mercoledì 9 dicembre 2015

Nuova "Ipotesi su Maria"...


Ipotesi su Maria


«Caro Enzo Bianchi, Fatima non fu solo per i cattolici»
di Vittorio Messori
Vittorio Messori torna alla carica con nuove «Ipotesi su Maria». Il fortunato volume pubblicato da Ares per la prima volta nel 2005, approda in libreria in una veste tutta nuova, in edizione interamente rivista dall’Autore e ampliata di 13 capitoli (150 pagine in più, per un totale di 672, al prezzo di 21,50 euro). Di seguito riportiamo, in anteprima, alcune spigolature tratte dal penultimo capitolo, in cui lo scrittore difende la veridicità di Fatima dalle critiche avanzate dal teologo Enzo Bianchi sulla scorta del padre domenicano Jean Cardonnel. 
Mi càpita di rivedere in rete l’articolo apparso su Le Monde nel maggio del 2000, quando Giovanni Paolo II fece rivelare al mondo quello che chiamano «terzo segreto» di Fatima. Il pezzo del giornale francese su questo evento è firmato da Jean Cardonnel, il domenicano morto alcuni anni fa, per tutta la vita l’intrattabile leader di ogni contestazione sia clericale sia politica, uno dei vedovi inconsolabili degli anni di piombo della Chiesa e della società. Uno per il quale non solo i soliti Mao, Che Gue­vara, Ho Chi Minh ma anche lo sterminatore del popolo cambogiano, Pol Pot, erano da venerare nell’Olimpo delle sacre rivoluzioni.
A Cardonnel si deve tra l’altro un precedente giuridico inedito e pericoloso. Era già molto vecchio, più vicino ai novanta che agli ottanta, insopportabile per la maggioranza dei confratelli per questa sua ossessione contestatrice, per il suo culto del «no» previo a tutto, ma si continuava a ospitarlo – data l’età – nel convento domenicano di Montpellier. Alla fine, il superiore di quella casa religiosa, non potendone più dei suoi costanti malumori, approfittò di uno dei suoi viaggi per sgomberare la sua cella, impacchettare con cura le cose e trovargli un posto in una casa di riposo per anziani. Al ritorno, l’ira di Cardonnel (egli pure, come da copione di ogni prete «adulto» che si rispetti, vietava a chiunque di chiamarlo «padre») esplose clamorosa e, dicendosi vittima di una violenza intollerabile, non pensò neanche un momento a confrontarsi con la legge della Chiesa, il diritto canonico.

Si rivolse invece alla legge della laicissima Repubblica francese, chiamando la Gendarmerie e denunciando il superiore per violazione di domicilio. Il tribunale, dopo lungo dibattito, gli diede ragione, condannò il superiore del convento che aveva proceduto allo sgombero e – per la prima volta, non solo in Francia – dichiarò che la cella di un religioso era un domicilio privato come ogni comune alloggio. Sentenza faziosa e pericolosa, dicevo, perché scavalca e in qualche modo imbavaglia l’autorità ecclesiastica anche all’interno dei suoi spazi.
Ma torniamo al Cardonnel commentatore di Fatima. Scriveva su Le Monde: «Quel presunto “segreto” è un falso, tanto falso quanto la donazione di Costantino con la quale si è voluto legittimare un diabolico controsenso: l’impero cristiano. Un grande teologo italiano – non si dimentichi il suo nome: Enzo Bianchi, fondatore di una nuova comunità monastica – si è subito reso conto della superstizione e della frode perpetrata dal Vaticano a Fatima. Sul quotidiano romano La Repubblica, fratel Bianchi mette implacabilmente il dito nella piaga. Scrive infatti: “Un Dio che, nel 1917, pensa di rivelare che i cristiani saranno perseguitati e che non parla della shoah e dei sei milioni di ebrei annientati non è un Dio credibile”». Continua l’articolo di Cardonnel: «Sì, bisogna scoprire la piaga: come non vedere la tara del presunto segreto di Fatima, la prova lampante che è un falso, che non può venire da Dio? Un falso che squalifica, che scredita l’Eterno. Un Dio, ripeto, non credibile: il Dio del razzismo cattolico, che si interessa solo dei suoi, della sua razza cattolica, nell’oblio del popolo di Gesù».
C’è da rimanere molto sorpresi da simili discorsi e soprattutto, per noi cattolici italiani, c’è da sorprendersi per la citazione (non smentita, anzi ribadita, dall’interessato) di fratel Bianchi. Circola ormai una convinzione, anche tra certi cristiani, secondo la quale la persecuzione degli ebrei da parte dei nazisti nei 12 anni tra 1933 e 1945 sarebbe, senza paragone possibile: il Male Assoluto, il Massimo Delitto della storia intera, l’Esempio Radicale della malvagità umana. Non a caso, la colpa nazista è considerata inespiabile e ancor oggi si braccano, per processarli e condannarli, dei novantenni se non dei centenari considerati in qualche modo responsabili di quello che viene detto, con termine religioso, «l’Olocausto» per eccellenza. Per un simile delitto, e solo per questo, non è prevista alcuna prescrizione. Stando al Cardonnel e al Bianchi, Dio stesso – se vuol parlarci attraverso Maria – deve, sottolineo deve, ricordare e ovviamente maledire la Shoah, altrimenti non sarebbe «un Dio credibile». Non è il vero Signore se non esecra esplicitamente Auschwitz.
Sia ben chiaro – è davvero inutile sottolinearlo – che non si tratta certo di sminuire la gravità del delitto perpetrato all’ombra di una croce uncinata, che fu il tragico rovesciamento della croce cristiana. Non c’è che da unirsi, ovviamente, alla condanna universale. Ma è davvero paradossale rifiutare Fatima perché nel 1917 la Madonna non avrebbe previsto e condannato – a nome del Figlio e della Trinità intera – quei lager tedeschi che sarebbero venuti una ventina d’anni dopo. Nel 1917, ripetiamo: proprio l’anno in cui Lenin prendeva il potere, dando inizio a quel mostro comunista che avrebbe fatto almeno 100 milioni di morti e che avrebbe praticato la più violenta e sanguinosa repressione religiosa della storia, in nome di un ateismo di Stato proclamato sin dalle Costituzioni dell’Unione Sovietica e dei suoi satelliti.

La ricerca storica più recente, capeggiata dal celebre docente tedesco Ernst Nolte, dimostra, documenti alla mano, che il nazionalsocialismo nasce come reazione al marx-leninismo: senza Lenin nel 1917, niente Hitler nel 1933. Senza il colpo di Stato di San Pietroburgo, l’ex imbianchino di Vienna avrebbe al massimo fatto l’ideologo in qualche stube di Monaco di Baviera per qualche oscuro gruppetto di fanatici. Mettere in guardia, a Fatima, dal comunismo che proprio allora nasceva, significava mettere in guardia dalle altre ideologie mortifere che sarebbero venute dopo di esso e per causa di esso. Il nazionalismo primo fra tutti.
Tra l’altro, Bianchi e Cardonnel sono incomprensibili anche quando denunciano che a Fatima si sarebbe manifestato «il Dio del razzismo cattolico, che si interessa solo dei suoi, della sua razza cattolica». Ma che discorso è mai questo? Per l’ateismo sovietico non c’erano zone franche, nel mondo religioso: a parte il fatto che la stragrande maggioranza delle vittime da Lenin sino a Gorbaciov (egli pure ebbe una giovinezza da persecutore) passando per Stalin, non furono cattoliche, ma ortodosse, i due dimenticano che nell’immensa Unione Sovietica erano presenti tutte le religioni. Così, i pope furono massacrati alla pari dei preti, dei rabbini, degli imam, dei maestri buddisti.
Lo stesso avvenne ovunque, nel mondo, il comunismo giunse al potere: nessuno scampo per chi non accettava il materialismo e non condannava la religione, tutte le religioni, come «oppio dei popoli». E questo cominciò proprio in quel fatale 1917, quando la Madonna diede l’allarme per una ideologia perversa, anche perché si presentava con un volto nobile, apparentemente evangelico (giustizia, liberazione, eguaglianza, fraternità), ma che avrebbe risvegliato tutti i dèmoni, compreso quel regime tedesco che si presenta, sin dal nome, come l’unione di nazionalismo e di socialismo. 
Le apparizioni di Fatima, come tutte le altre pur ufficialmente riconosciute, non sono de fide, possono essere criticate e magari non accettate anche dai credenti. Purché, però, lo si faccia su basi più presentabili di queste.
Visto che parliamo di Fatima e di comunismo: viene giusto a proposito ricordare quanto avvenne a Vienna nel decennio tra il 1945 e il 1955. Mentre gli inglesi, esperti e pragmatici, avrebbero voluto contenere l’Urss a Est, l’insipienza americana fermò i suoi carri armati in vista di Berlino per permettere a Stalin di dilagare nell’Europa orientale, occupando anche l’Austria. Il Paese fu diviso in quattro zone, sul modello della Ger­mania, ma quella riservata ai russi era la più importante e vasta, era quella dove stava la capitale stessa. Il ministro degli esteri, quel Molotov che aveva firmato il trattato con Hitler, permettendogli così di scatenare la guerra, disse e ripeté che Mosca mai si sarebbe ritirata da ciò che aveva occupato e tutti si aspettavano che, come a Praga e a Budapest, i comunisti organizzassero un colpo di Stato per andare da soli al potere nell’intera Austria. Le stesse cancellerie occidentali sembravano rassegnate. Opporsi significava quasi certamente una nuova guerra.

Ma non si rassegnò un francescano, padre Petrus che, tornato dalla prigionia proprio in Urss (e conoscendo quindi sulla sua pelle l’orrore di quel regime), andò in pellegrinaggio nel santuario nazionale austriaco, a Mariazell, per avere ispirazione sul che fare per la sua Patria. Lì, fu sorpreso da una voce interiore, una locuzione interna, che gli disse: «Pregate tutti, tutti i giorni, il rosario e sarete salvi». Buon organizzatore, oltre che sacerdote stimato, padre Petrus promosse una «Crociata nazionale del Rosario», nello spirito esplicito di Fatima, che in breve tempo raccolse milioni di austriaci, compreso lo stesso presidente della Repubblica, Leopold Figl. Giorno e notte, grandi gruppi si riunivano, spesso all’aperto, nelle città e nelle campagne recitando la corona e la stessa Vienna era percorsa da imponenti processioni mariane, sorvegliate con ostilità dall’Armata Rossa.
Gli anni passavano senza che l’occupazione cessasse, ma il popolo non si stancava di pregare la Madonna di Fatima. Ed ecco che nel 1955, all’improvviso, il Cancelliere austriaco fu con­vocato a Mosca, dove fu ricevuto al Cremlino dal Soviet Supremo. Qui, gli fu comunicato che l’Urss aveva deciso di ritirare le sue truppe e di ridare all’Austria la piena indipendenza. In cambio, si poneva una sola condizione, che le autorità del Paese che veniva liberato accettarono di buon grado: un impegno di neutralità che, tra l’altro, avrebbe portato grandi vantaggi a Vienna, facendola diventare la terza città delle Nazioni Unite dopo New York e Ginevra. I governi occidentali furono colti di sorpresa da una decisione del tutto inaspettata e unica, sia prima sia dopo: mai, come aveva ricordato Molotov dieci anni prima, mai l’Urss aveva accettato né avrebbe accettato di ritirarsi spontaneamente da un Paese occupato. 
Furono stupiti politici, diplomatici, militari, nel mondo intero. Ma non si stupirono coloro che da anni pregavano con la «Crociata del Rosario»: in effetti, il giorno in cui la notizia del ritiro fu annunciata a Mosca al Cancelliere era un 13 maggio, l’anniversario dell’inizio delle apparizioni di Fatima. Tanto per completare il quadro, lo sgombero totale dell’Armata Rossa fu fissato dal governo comunista per l’ottobre: tra i generali russi (dispiaciuti di lasciare un Paese così bello e strategicamente così importante) nessuno, ovviamente, sospettava che proprio ottobre è, per la tradizione cattolica che risale ai tempi della battaglia di Lepanto, il mese del rosario.

mercoledì 4 novembre 2015

Vittorio Messori: la teoria del gender



Vivaio, luglio 2015


di Vittorio Messori, Il Timone
La  teoria detta  del gender in quel latino di oggi che – più che l’inglese di Inghilterra – è l’americano, non è che una delle più recenti ideologie , una delle tante che si sono susseguite in Occidente  dal Settecento e che sono sparite dopo essere state scambiate per autentiche rivelazioni. Mi tornava in mente, proprio in questi giorni , l’ultimo Sartre: << Dopo il marxismo, nulla>>, nel senso che lo schema del vecchio Karl era secondo lui il segreto definitivo del mondo e della storia. Abbiamo visto come è andata a finire. Le ideologie hanno sempre lasciato dietro di sé dei danni, degli inquinamenti, in ogni caso alla fine sono state tutte  archiviate a forza, perché lo schema creato da intellettuali teorici non ha retto alla prova della realtà. La quale è sempre più complessa e più tenace di quanto non sappiano e non prevedano  gli ideologi.
Dunque, dopo una vita passata a riflettere sulla storia  invito alla calma o, almeno, alla pazienza quei pur eccellenti credenti, quei fratelli nella  fede che prendono sul tragico ciò che via via si succede nel mondo. Mi permetto di esortarli  a considerare quella che la celebre scuola di storici francesi chiama la longue durée, la lunga durata. In una simile prospettiva, tutto si relativizza e sempre più appare giustificato il famoso  e bel motto dei Certosini: Stat Crux dum volvitur orbis, la croce sta salda mentre il mondo gira.
Torniamo allo schema oggi di turno, al grottesco gender, alla sua teoria risibile secondo la quale il diverso comportamento di maschi e di femmine non sarebbe  “naturale “ bensì determinato da ruoli imposti nella storia . La teoria è che non esisterebbero uomini e donne, etero e omosessuali, ma ciascuno sarebbe libero di rompere le catene (imposte soprattutto dalle religioni, il cristianesimo in primis) e seguire il suo naturale  orientamento sessuale, quale che sia. Tutti eguali, differenziati con la forza  solo da un complotto che risale addirittura alla preistoria,  che non è mai cessato e che solo ora è stato smascherato.
Beh, confesso che ogni mattina mi vengono in mente queste sciocchezze mentre faccio colazione leggendo i giornali. E’, questa, una delle mie abitudini inveterate: scorrere le cronache di carta mentre attorno a me si muove l’umanità di carne. Un modo per non perdere il contatto con la realtà . Da qualche tempo frequento, per questo rito cui non so rinunciare, il dehors di un albergo, con servizio bar, sulla strada litoranea del lago di Garda . E’ la via che da Desenzano porta a Salò  e da lì risale verso le già austriache  Riva e Arco,  toccando località  sacre al turismo sin dalla Belle Epoque : Gardone Riviera, Toscolano , Gargnano, Limone …
La terrazza dove, assieme ai  giornali, mi consegnano il cappuccino e  la brioche è un po’ sopraelevata rispetto alla strada e  dunque ogni tanto sollevo gli occhi  per osservare il flusso del traffico. Da qui, sembra passare il mondo: italiani di ogni regione (chi va a Venezia spesso dà almeno un’occhiata al Garda) , austriaci, tedeschi, olandesi , francesi,   danesi e altri scandinavi come svedesi e norvegesi . Da qualche  tempo, molti i russi : su auto proprie o noleggiate in aeroporto. Mi diverto a guardare questi motorizzati, ben visibili perché in questa stagione hanno i finestrini abbassati e il traffico li costringe ad andare adagio. Ebbene , da una mia valutazione basata sulla osservazione diretta, lo schema è costante per oltre il 90 per cento dei casi : al volante lui, nel sedile accanto lei; e dietro, se ci sono, i figli. Questo per le automobili ma  per le moto (numerosissime) si arriva  al 100 per cento : lui chino sul  manubrio e dietro lei, avvinghiata al “suo“ uomo. Ci sono stato attento ma non mi è mai successo di vedere una donna alla guida di una moto o scooter che sia, con l’uomo come passeggero. Siamo di nuovo al 100 per cento per quanto riguarda i camper, queste case su ruote. Parallela alla trafficata strada, c’è la pista ciclabile . Qui pure, una costante : nella quasi totalità dei casi, ecco l’uomo che pedala davanti e la moglie, o compagna che sia ,  che lo segue. E’ l’uomo che apre la strada e sceglie il percorso, sembra dire chiaramente questa costante posizione dei ciclisti.
Le  donne che transitano da qui sono di ogni Paese e di ogni cultura, molte vengono da un Nord Europa che -vista la scomparsa del protestantesimo storico, divenuto corifeo acritico di ogni moda via via egemone-  non possono essere sospettate di  schiavitù  a schemi oscurantisti e clericali. Tutte, poi, sono sicuramente munite di patente e potrebbero benissimo mettersi al volante. Non lo fanno perché preferiscono lasciare all’uomo una fatica? Ma quale fatica , per molte femmine, soprattutto in vacanza, condurre  un’ auto è un piacere,  non certo un peso! Eppure tutte -spontaneamente, senza alcuna costrizione , forse  senza consapevolezza del significato del gesto- tutte  sono contente di lasciare a lui  la guida. Guida dell’auto o della moto , ma metafore significative della guida anche nella vita. A ciascun sesso è data una funzione, una vocazione, una eguaglianza radicale e al contempo una radicale diversità. E’ parte essenziale di un Progetto che non potrà mai essere scardinato da qualche chiacchierone .
Dite che sono banali le conseguenze che traggo dall’osservazione della strada più  turistica del Garda, da questo meeting point di europei ed europee? Mah ! Almeno per me, banali non sono. Mi sembra, in ogni caso, seppur minore e pragmatica, una delle infinite conferme di quanto siano lontane dalla realtà  le astrattezze disumane  delgender. Ancora una volta, un po’ di pazienza e poi ne rideremo, anche se piomberemo   certamente sotto il segno di un’altra utopia. Abbandonata la via del Vangelo, il mondo non sa, non può farne a meno. E questa non è apologetica.
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Visto che siamo, più o meno, in tema. E tanto per confermare che  le mode culturali vanno e vengono. Anna Frank (quella del famossimo Diario , morta nel 1944 nel campo di concentramento di Bergen Belsen) aveva una spiccata propensione omosessuale. Una quasi coetanea,  Jacqueline,  era per lei davvero l”amica del cuore“ : c’era intimità tra le due ragazzine , spesso dormirono nella stessa camera, Anna le propose di far sesso ma  l’altra le permise soltanto di baciarla  sulla bocca. Scrive Anna, fra l’altro che, vedendo immagini di donne nude nei libri d’arte, trovava questa vista << così meravigliosa e bella>> dal doversi forzare per << non cominciare a  urlare >>. Pensando al rifiuto di  Jacqueline di andare oltre ai baci,      questa martire della ferocia nazionalsocialista appunta sul Diario:  << Ah, se solo avessi un’amica !>>. Un’amica, cioè, da amare non soltanto in senso spirituale ma anche carnale . Nel Diario vi sono qua e là altre tracce esplicite del desiderio lesbico, di cui Anna parla con spontaneità, ben lontana dall’immaginare che quelle pagine che credeva solo sue sarebbero state non solo stampate ma diffuse in milioni di copie.
Ebbene, quando – nel 1947 – il padre di Anna fece pubblicare quegli  appunti personali della figlia, censurò il testo, togliendo alcuni brani che sembravano allora intollerabili e dando un nome maschile, Peter, all’amica  Jacqueline . I tempi erano ancora quelli in cui l’omosessualità era cosa di cui non parlare e, se proprio necessario, da deprecare come il “vizio inconfessabile“, come “l’amore che non osa dire il suo nome“ . Dunque,  i turbamenti  di una  ragazza non potevano avere come oggetto altro che un ragazzo,  ui si diede il nome di Peter. Anna Frank lesbica? Chi l’avesse anche solo prudentemente ipotizzato rischiava la galera per diffamazione e in più  la persecuzione da parte di folle di lettori indignati.
Il vento, lo sappiamo bene, è talmente cambiato  a partire dall’inizio degli anni Settanta che ciò che era considerato (esagerando impietosamente) una vergogna, si è trasformato se non in una gloria in una sorta di privilegio (ancora una volta sbagliando per esagerazione). I reietti di un tempo sono divenute le persone che il politicamente corretto coccola , onora, blandisce. Per usare il linguaggio giullaresco di  quel cantante , Adriano Celentano, ormai omo è rock, etero è lento….
Perché, allora, si sono chiesti gli editori di Anna Frank, perché non seguire questo vento tanto imprevisto quanto favorevole?  Così, i brani censurati sono stati non soltanto rimessi nel Diario  ma su di essi si sono appoggiati coloro che di quella sventurata, ammirevole ragazzina, hanno cercato di fare una icona gay. Non c’è, oggi, lesbica militante che non cerchi occasione di parlare non della Frank che davvero conta ma di quella attratta sessualmente da altre femmine.
E’ l’ennesima conferma: nulla è più instabile delle ideologie. Egemoni e apparentemente inattaccabili per un certo periodo storico e poi non solo abbandonate ma rovesciate addirittura nel contrario. E’ successo e succederà sempre. Ne siano avvertiti – repetita iuvant – coloro, anche tra i cattolici, che prendono sul serio il “mondo che gira“ e rischiano di dimenticare che “stat crux “.
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A proposito di libri censurati: ve ne è uno che lo è sin da quando fu pubblicato, nella seconda metà dell’Ottocento. Parlo de L’origine delle specie attraverso la selezione naturale di Charles Robert Darwin. E’ ben noto che, probabilmente al di là delle intenzioni dell’autore, quello studio è stata la base per costruire e sorreggere il cosiddetto “ateismo scientifico“. Ma spesso si ignora che lo scienziato è sepolto nella cattedrale di Westminster, che a Cambridge si laureò in teologia, che la sua prospettiva non escludeva un Creatore ma ipotizzava che quel Dio  avesse fissato le leggi fondamentali dell’universo, lasciando poi che , all’interno di quella struttura, agissero il caso e la necessità. E’ certo, comunque , che un “evoluzionismo “ bene inteso non è affatto incompatibile con la fede in Dio. Pare che così la pensasse Darwin stesso,  ma ciò non impedì a molti  lettori delle sue opere di prenderle a pretesto per le  loro tesi di incredulità. Come  ha detto qualcuno: << Sventurato colui che ha dei discepoli! >>, visto che questi tendono sempre ad estremizzare le teorie dei loro idoli.
Per stare soltanto  a un paio di casi recenti, ho in biblioteca il saggio sullo scienziato inglese scritto dall’ex seminarista di Cuneo, Piergiorgio Odifreddi, secondo il quale l’umanità molto deve allo scienziato inglese (definito “uno dei maggiori geni della storia“) per avere fondato l’ateismo moderno. Ho qui poi il ritaglio di una intervista allo zoologo Giorgio Celli, che fu assai noto per le sue rubriche televisive ma soprattutto per i suoi lavori di naturalista e anche per fortunate incursioni nella letteratura. Celli, negatore di un Dio creatore, si rallegra di avere scoperto sin da ragazzo Darwin che per lui, dice << fu più che un maestro, fu un santo protettore per tutta la vita>> .
Per nutrire simili ammirazioni occorre però non avere letto per intero L’origine delle specie, cosa che non ha fatto, ovviamente, la schiacciante maggioranza anche dei cosiddetti intellettuali che venerano Darwin . Scegliamo un brano, ovviamente testuale, tra i molti possibili: <<L’uomo civilizzato ha uno svantaggio rispetto al selvaggio. Infatti i selvaggi deboli di corpo e di mente vengono presto eliminati  dalla natura stessa. Noi, invece, uomini sedicenti civili, cerchiamo con ogni mezzo di ostacolare il processo di eliminazione. Così, costruiamo ricoveri per gli incapaci, per gli storpi e per i malati; facciamo leggi per i poveri; i nostri medici usano la loro abilità per salvare la vita di chiunque fino all’ultimo respiro. Pertanto, i membri deboli della società civile si riproducono e si moltiplicano. Chiunque sia interessato all’allevamento di animali domestici non dubiterà che questo sia molto dannoso alla razza umana: dobbiamo dunque sopportare gli effetti della sopravvivenza dei deboli e della propagazione  della loro stirpe? >>. Ancora, scegliendo a caso: << I due sessi dovrebbero stare lontani dal matrimonio, quando sono deboli di mente e di corpo. Chiunque coopererà a ostacolare queste unioni  matrimoniali renderà un buon servigio all’umanità >> Ma, ancora:  <<Anche quelli che prevedono una grande povertà per i loro figli dovrebbero   astenersi dal matrimonio, perché la povertà non è soltanto un gran male  ma tende ad aumentare >>. E, così, <<i membri inferiori della società finiranno per  soppiantare i migliori>>.
Si potrebbe continuare. Darwin fu probabilmente credente in un Dio creatore . Ma non è certo facile conciliare questo Dio con quello del Vangelo. Sta di fatto che coloro che lo venerano come grande genio si guardano bene dal dirci quali sono le conseguenze logiche dei suoi studi.
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Cambiando del tutto argomento . Mi capita di ascoltare uno spezzone di una canzone di Fabrizio De André, una canzone famosa ma di cui ignoro il titolo, essendo poco pratico di musica in generale, sia classica che cosiddetta “leggera“. Lo confesso con rammarico, ma è andata così . Nella mia giovinezza, quando avevo qualche soldo in tasca e dovevo decidere come “ investirlo“, se in un disco o in un libro, su quest’ultimo finiva invariabilmente la scelta. Radio e televisione non mi interessavano,  non avevo la pazienza da dedicare all’ascolto o alla visione dei programmi , convinto – magari a torto – che in ben altro era da impiegare il tempo libero. Nella Torino dove sono cresciuto aveva  sede la più importante orchestra sinfonica della Rai che si esibiva nell’auditorium aziendale, aperto al pubblico . Ma anche qui era una questione di denaro risicato: l’abbonamento ai concerti costava e trovavo sempre qualcosa che mi sembrasse  più urgente o appetibile. Non parliamo del celebre palazzo per la lirica, il Teatro Regio, inavvicinabile per me, sia per soldi sia per mancanza di un abito adeguato a quell’ambiente elitario.
Ma  non cediamo ai ricordi personali, veniamo a De André che -vedo su Internet- è stato addirittura incluso da qualcuno tra i maggiori poeti in lingua italiana. Mi astengo dal giudizio per mancanza di conoscenza , riporto qui   soltanto quello che ho sentito in quello spezzone, dove la voce del cantautore così diceva: << L’inferno esiste solo per quelli che ci credono >>.
Ma che sciocchezza è mai questa ? In realtà è esattamente il contrario: esiste, semmai, per quelli che non ci credono. Non è stato   detto e ripetuto tante volte che la maggior furbizia del diavolo sta nel  farci credere che non esiste e, dunque, non esiste quell’inferno sul quale domina? All’inferno si finisce facendo spallucce, come volessero raccontare una vecchia favola, a coloro che ti ammoniscono; si va comportandosi come il peccato non esistesse e, dunque, non esistesse un redde rationem dopo la morte. Solo quelli che ci credono e che se ne inquietano possono sperare, impegnandosi al giusto, di scampare a quel luogo  terribile .

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A proposito di sciocchezze. Ciascuno di noi ha sentito la risposta tipo di chi crede di saperla lunga se gli parli di realtà religiose , per esempio angeli e demoni. Un sorrisetto di compatimento e, scuotendo il capo, ecco, con voce scettica un: << Ma io credo solo in quel che vedo>>. Proprio sicuro? Lasciamo da parte gli angeli, buoni e cattivi che siano , che non vediamo, tranne forse qualche mistico, se non con gli occhi della fede.  Restiamo su cose quotidiane, concrete . Mi viene, come esempio tra i tanti, quello dei ratti, questi mammiferi ripugnanti e pericolosi (non viene dai loro parassiti la peste?) grossi spesso quasi quanto i gatti che, in effetti, scappano davanti a loro, accontentandosi prudentemente  dei  ben più piccoli topolini. Leggo che a Milano ci sono più di due ratti per ogni abitante . Stando alle stime delle imprese specializzate nel dar loro la caccia , sono almeno un due milioni. Ebbene, per una decina d’anni ho abitato a Milano, per giunta nel centro storico, quello da sempre più infestato. Eppure, di ratti non ne ho mai visto alcuno. Mai, neppure quando scendevo nella cantina . Dunque  , se dovessi <<credere solo a ciò che ho visto>> dovrei negare l’esistenza di questi animali, metterli tra le leggende metropolitane.  Sono cose elementari ma che ogni tanto vanno ricordate .
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Da sempre leggo ogni mese – con attenzione e spesso con ammirazione – La Nef , la Nave, il periodico cattolico francese con una particolare attenzione all’apologetica. Dunque, una sorta di confratello di questo nostro Timone. Gli ormai pochi, ahime!, italiani che hanno familiarità con la lingua di Pascal  potrebbero leggerlo con gusto e con frutto : malgrado il grave declino postconciliare, il cattolicesimo transalpino è ancora vivo e anche teologicamente attivo. Ogni tanto, càpita anche a me di collaborare, non dimenticando  quanto debba alla cultura cattolica di quel Paese .
La Nef ha pubblicato di recente dei dati ufficiali, forniti dalla Police National e dai quali risulta che nel 2013 – ultimo dato disponibile –  si sono verificate in tutta la Francia  144 profanazioni di cimiteri . Per 130 volte, dunque nel 90 per cento dei casi , la devastazione (e, quasi sempre,  l’ imbrattamento  delle tombe  con scritte blasfeme od oscene) ha riguardato tombe cristiane, soprattutto cattoliche. Soltanto nei restanti 14 casi il vandalismo cimiteriale ha riguardato tombe ebraiche ed islamiche. Dunque, in tutto il 10 per cento del totale.
Commento, logico e doveroso, de La Nef : << Tutti i media nazionali hanno dedicato la loro indignata attenzione alle sepolture giudaiche e musulmane, invocando a gran voce leggi ancora più dure di quelle severe già vigenti contro l’antisemitismo e l’islamofobia. Il risultato è che il francese medio ignora che il demone della cristianofobia è dieci volte più virulento nel nostro Paese che tutti gli altri sentimenti di avversione o di odio  religiosi >>. Ho l’impressione che anche l’Italia si stia avviando con decisione lungo questa strada .

martedì 20 ottobre 2015

Federalismo dottrinale?


Federalismo dottrinale? Ecco il no di Ratzinger
di Stefano Fontana

Nel 1984 il cardinale Joseph Ratzinger aveva risposto alle domande di Vittorio Messori e ne era nato il famoso “Rapporto sulla fede” (Edizioni San Paolo). Il contesto storico in cui si muovevano un po’ tutte le domande del giornalista era il post-concilio. Le risposte di Ratzinger erano fortemente indirizzate a fornire la corretta interpretazione del Concilio, secondo le esigenze di una restaurazione intesa non come un tornare indietro ma come la ricerca di un nuovo equilibrio dopo le esagerazioni dell’abbraccio al mondo.  
Nel capitolo IV della lunga intervista, c’è un paragrafo riguardante le Conferenze episcopali. Ratzinger faceva notare che il Vaticano I aveva proclamato il dogma dell’infallibilità del Sommo Pontefice. Era stato interrotto però all’improvviso, a seguito della Presa di Roma da parte dei bersaglieri italiani, e non aveva potuto occuparsi in modo conseguente anche dei vescovi. Il Vaticano II ha quindi ripreso in mano il fascicolo vescovi a cui ha dedicato, tra l’altro un Decreto, il Christus Dominus. Il Papa è infallibile «quando come Pastore e Dottore supremo, proclama da tenersi come certa una dottrina sulla fede o sui costumi». Il Vaticano II, continua Ratzinger, ha ricordato che anche al Collegio episcopale compete la medesima infallibilità nel magistero, sempre che i vescovi «conservino il legame di comunione tra di loro e con il Successore di Pietro».  
Con ciò tutto è andato a posto? Non nella pratica, sottolineava Ratzinger: «Il deciso rilancio del ruolo del vescovo si è in realtà smorzato o rischia addirittura di essere soffocato dall’inserzione dei presuli in conferenze episcopali sempre più organizzate, con strutture burocratiche spesso pesanti. Eppure, non dobbiamo dimenticare che le conferenze episcopali non hanno una base teologica, non fanno parte della struttura ineliminabile della Chiesa così come è voluta da Cristo, hanno soltanto una funzione pratica concreta».
A considerare queste osservazioni a distanza di tanti anni ormai, la loro veridicità risulta piuttosto chiara. Molti vescovi sono timidi perché aspettano che si pronunci la Conferenza episcopale regionale o nazionale, e queste, a loro volta, sono lente perché prima di pronunciarsi e dare indicazioni ai fedeli devono provocare un estenuato consenso: «Avviene che il punto di incontro tra le varie tendenze e lo sforzo di mediazione diano luogo spesso a documenti appiattiti, dove le precisioni decise sono smussate».  
Il nuovo codice di diritto canonico, spiegava sempre nel 1984 Joseph Ratzinger, dice che le Conferenze spiescopali «non possono agire validamente in nome di tutti i vescovi, a meno che tutti e singoli i vescovi non abbiano dato il loro consenso», e a meno che non si tratti di «materie in cui lo abbia disposto il diritto universale oppure lo stabilisca un mandato speciale della Sede Apostolica». Il collettivo, affermava Ratzinger, non sostituisce la persona del singolo vescovo, il quale è, dice il Codice, «l’autentico dottore e maestro della fede per i credenti affidati alle sue cure».
Per essere ancora più chiaro, il futuro Benedetto XVI diceva che «Nessuna conferenza episcopale ha, in quanto tale, una missione di insegnamento: i suoi documenti non hanno valore specifico ma il valore del consenso che è loro attribuito dai singoli vescovi».
La Chiesa, egli ricordava, «è basata su una struttura episcopale, non su una sorta di federazione di Chiese nazionali. Il livello nazionale non è una dimensione ecclesiale. Bisogna che sia di nuovo chiaro che in ogni diocesi non c’è che un pastore e maestro della fede, in comunione con gli altri pastori e maestri e con il Vicario di Cristo».
Parlando della Germania, Ratzinger ricordava parlando con Vittorio Messori che là una conferenza episcopale esisteva già dagli anni Trenta, ma «i testi davvero vigorosi contro il nazismo furono quelli che vennero da singoli presuli coraggiosi. Quelli della conferenza apparivano invece un po’ smorti, troppo deboli rispetto a ciò che la tragedia richiedeva».

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Quelli che rispettano la dottrina, ma poi attaccano i dogmi di fede. Come il matrimonio indissolubile
di Antonio Livi

Tra i tanti messaggi usciti in questi giorni dal Sinodo non mancano quelli che, pur essendo presentati come meri adattamenti “pastorali” alla mutata situazione sociologica, propongono in realtà un radicale cambiamento della dottrina dogmatica e morale della Chiesa, in particolare per quanto riguarda i sacramenti del Battesimo, della Penitenza, del Matrimonio e dell’Eucaristia. Le obiezioni che sono state sollevate da importanti Pastori all’interno del Sinodo (basi pensare al Prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, cardinal Gerhard Müller), preceduti e seguiti da autorevoli teologi all’esterno di esso, non sono certamente dettati da pregiudizi ideologici o da prese di posizione conservatrici, ma solo dalla doverosa difesa di quegli elementi essenziali del dogma e della morale cattolica che l’azione pastorale non può mai obliterare, ma deve invece sempre riproporre opportunamente ed efficacemente affinché il Popolo di Dio li comprenda, li ami e li viva in ogni tempo e in ogni luogo.  
La replica a tali obiezioni è spesso sconcertante. Gli autori delle proposte più inquietanti vannoripetendo che le riforme da loro richieste non toccano la dottrina, oppure che la pastorale non deve essere “condizionata” dalla dottrina, essendo questa fatta di nozioni astratte, di per sé lontane dalla vita reale, lì dove sono impegnati gli “operatori della pastorale”. In ambedue i casi, quando dicono “dottrina” non si sa mai a che cosa si riferiscono concretamente. Devo dire che, anche in questo caso, uno dei peggiori guai derivanti dalle polemiche sulle riforme che il Sinodo dovrebbe introdurre nella prassi della Chiesa è proprio la crescente confusione dei termini (non sociologici, ma teologici) della questione e di conseguenza la sostanziale ambiguità del discorso. Lo ha deprecato persino uno dei circuli minores del Sindo che si sta svolgendo in questi giorni, quello denominato “Anglicus D” e moderato dal cardinale canadese Thomas Collins, quando si è espresso contro l’Instrumentum laboris (il testo che fa da guida ai lavori sinodali) lamentando che in questo documento «non si trova alcuna definizione di matrimonio» e che questa è «una grave mancanza che provoca ambiguità in tutto il testo».
Io, per amore di chiarezza (prerequisito di ogni confronto di opinioni, specie in teologia), preferisco parlare semplicemente di “dogma”, come ho fatto in varie pubblicazioni recenti che entrano nel vivo del dibattito attuale (prima Dogma e liturgia, poi Dogma e spiritualità e infine Dogma e pastorale, edite tutte e tre dalla Leonardo da Vinci). E per “dogma” intendo (e ho buoni motivi per credere che tutti dovrebbero intenderlo così) la fede della Chiesa, ossia la dottrina cattolica certa, in quanto garantita dal Magistero e proposta a tutti i fedeli in termini espliciti e definitivi come verità rivelata da Dio, prima con Profeti e poi con Cristo Gesù. Nella nozione di “dogma” rientrano dunque:
1) Le formule liturgiche che costituiscono il “Credo”, ossia la solenne professione di fede dellaChiesa; si tratta dei “simboli”, come sono quelli che si recitano nella celebrazione eucaristica (il Simbolo degli Apostoli e il Simbolo Niceno-costantinopolitano) e altri ancora, come il Simbolo Atanasiano (che espone in modo dettagliato i termini del mistero trinitario).
2) I libri dell’Antico e del Nuovo Testamento, ossia la Sacra Scrittura, il cui contenuto è considerato dalla Chiesa come «la Parola di Dio messa per iscritto», nel senso che essa ha come autori gli agiografi, i quali però esprimono fedelmente ciò che Dio stesso ha loro ispirato. Nella Sacra Scrittura ciò che è esplicitamente insegnato da Dio appartiene al dogma in modo immediato; ciò che invece richiede di essere esplicitato o interpretato appartiene al dogma in modo mediato, ossia quando la Chiesa si pronuncia autorevolmente sulla sua corretta interpretazione, essendo il Magistero, per espressa disposizione di Cristo stesso, garante della divina ispirazione della Scrittura e sua infallibile.
3) Le formule dogmatiche emanate dal mistero ecclesiastico in forma solenne (concili ecumenici,speciali pronunciamenti del Papa ex cathedra)  o anche in forma ordinaria, quando però la dottrina è esposta come definitiva e irriformabile.
Un esempio assolutamente pertinente, nel  contesto delle discussioni in atto nel Sinodo sulla famiglia, è la norma morale circa l’indissolubilità del matrimonio, già come contratto naturale, e pertanto ancora di più come sacramento della Nuova Legge, ossia quando si tratta di un matrimonio tra battezzati. La norma si trova espressamente enunciata da Cristo stesso nei Vangeli, in termini tali da non richiedere alcuna interpretazione del suo significato essenziale e della sua portata pratica. La Chiesa, infatti, l’ha recepita alla lettera, inserendola in un coerente corpus dottrinale, costituito da documenti del magistero solenne (come quelli del Concilio di Trento) e del magistero ordinario (dall’enciclica Casti connubii di Pio XI all’enciclica Familiaris consortio di Giovanni Paolo II), sulla base del quale sono state promulgate le vigenti leggi della Chiesa (vedi il Codice di Diritto Canonico del 1983). 
Lo stesso dicasi della necessità di non avere compromessi con il peccato al momento di accostarsi alla comunione eucaristica, come ammonisce in termini perentori san Paolo. Insomma, la materia matrimoniale ha nella Sacra Scrittura e nel Magistero una formulazione precisa e definitiva: siamo in presenza di articuli fidei, ossia di elementi essenziali della dottrina cattolica certa e definita, ragione per cui ipotizzare una prassi pastorale in contrasto con essa significa, non solo ignorare ma proprio contraddire  il dogma cattolico, quali che siano gli argomenti dialettici con cui si cerca di dissimulare tale contraddizione. 
Tra gli argomenti dialettici più spesso adoperati c’è la pretesa necessità di superare, con una prassiattenta alla concretezza delle situazioni esistenziali, quello che sarebbe il limite della dottrina sul matrimonio, ossia la sua “astrattezza” e la sua “lontananza dalla vita”. Parlare i questi termini costituisce  una vera e propria assurdità dal punto di vista teologico. In teologia tutti dovrebbero sapere che la verità rivelata ha un carattere intrinsecamente ed eminentemente pragmatico: è una “verità che salva”, è la misericordia di Dio che viene incontro all’uomo, incapace di salvarsi con le sole risorse della sua intelligenza e della sua volontà, mostrandogli la meta cui deve giungere e fornendogli i mezzi per raggiungerla. In teologia tutti – ripeto - dovrebbero sapere che la verità rivelata non è qualcosa di meramente teorico e distante dalla vita, visto che tutti citano le parole stesse di Gesù, il Rivelatore del Padre, che dice di sé: «Io sono la via, la verità e la vita». 
Per di più, come faceva notare già nel Medioevo Tommaso d’Aquino, la rivelazione contiene nonsolo verità metafisiche (la Trinità, le due nature nell’unica Persona di Cristo, l’azione carismatica dello Spirito Santo che santifica tutti i fedeli e assicura alla Chiesa l’infallibilità e l’indefettibilità) ma anche verità storiche, ben in evidenza nel Credo (la creazione, il peccato originale, il diluvio universale, la vocazione di Abramo, la liberazione del popolo di Israele dalla cattività in Egitto, e finalmente, «giunta la pienezza dei tempi», la nascita del Salvatore da Maria Vergine, la sua Passione, morte e resurrezione, la sua Ascensione in Cielo). Quando la Chiesa celebra l’Eucaristia, non solo contempla la verità metafisica della “Presenza reale” di Cristo sotto le specie del pane e del vino, ma fa anche “memoria” degli eventi salvifici realizzati da Dio nella “storia della salvezza” e che culminano, appunto, nel Sacrificio della Croce. Dunque, che il dogma sia astratto e lontano dalla vita reale, non lo possono certamente pensare né i Pastori, se sono fedeli al loro compito di “maestri della fede”, né i teologi se sono fedeli al loro compito ecclesiale di interpretazione razionale della fede che essi professano assieme a tutti gli altri fedeli.