lunedì 16 febbraio 2026

ANNUNCIO DI QUARESIMA 2026 - 1

 




ANNUNCIO DI QUARESIMA

Roma, Seminario Redemptoris Mater


9 febbraio 2026


Kiko:

Buona sera, buona sera a tutti! Alla battaglia! Sono contento di vedervi!

(Applausi)


Preghiamo

Signore ti ringraziamo per questo incontro, per la tua presenza, per il tuo

amore, per l’amore che hai per noi. Vieni in mezzo a noi, dacci forza e

coraggio per fare la tua volontà. Per Cristo nostro Signore. Amen

− Invocazione allo Spirito Santo

Come sapete siamo stati ricevuti dal Papa insieme agli itineranti

Siamo molto grati al Santo Padre per questa prima udienza agli itineranti.

Abbiamo avuto la convivenza mondiale con i catechisti itineranti delle 138 nazioni

dove sta presente il Cammino e i rettori dei SRM, per riflettere su quello che Dio sta

facendo nelle diverse nazioni e per scambiarci le esperienze e le meraviglie dove

stiamo portando avanti l’evangelizzazione.

Volevamo mettere ai piedi di Pietro tutte le equipe che stanno lavorando nelle

diverse nazioni poiché Il nostro carisma, lo sentiamo unito non soltanto ai nostri

rispettivi vescovi, ma anche con un vincolo particolare al vescovo di Roma. Perciò,

volevamo chiedere la benedizione di Papa Leone, per incoraggiare tutti gli itineranti

che sono a servizio dell’annuncio del vangelo.

La sua parola è stata di conferma e d’incoraggiamento, penso, non solo per gli

itineranti ma anche per tutti i fratelli del Cammino.

Alcune affermazioni del Papa ci hanno colpito, in modo particolare quando ha

detto:

“Avete acceso il fuoco del Vangelo laddove sembrava spegnersi e avete

accompagnato molte persone e comunità cristiane, risvegliandole alla gioia

della fede, aiutandole a riscoprire la bellezza di conoscere Gesù e favorendo

la loro crescita spirituale”.

Siamo usciti pieni di gioia, consolati della parola del Papa che ha affermato:

“La Chiesa vi accompagna, vi sostiene, vi è grata per ciò che fate”, e ci ha

incoraggiato a proseguire con entusiasmo.

Un applauso al Papa!


Ascensión:

Solo per completare quello che ha detto Kiko del Papa: ha già letto parole

bellissime, però anche volevamo dire qualche frase in più.

Perché il Papa, durante il discorso, ha parlato

“del prezioso contributo” del Cammino “per la vita della Chiesa”...

“specialmente per quelli che si sono allontanati”.

E ha detto, sono sue parole:

“voi offrite la possibilità di un itinerario spirituale, attraverso il quale

riscoprire il significato del Battesimo, perche possano riconoscere il dono di

grazia ricevuto”.

E anche ha parlato, parole fantastiche, dell’evangelizzazione, e anche delle

famiglie itineranti, delle famiglie in missione. Ha detto, in riferimento alle famiglie,

“vorrei esprimere la mia gratitudine alle famiglie, che, accogliendo

l'impulso interiore dello Spirito, lasciano le sicurezze della vita ordinaria e

partono in missione, anche in territori lontani e difficili, con l'unico

desiderio di annunciare il Vangelo e di essere testimoni dell'amore di Dio”.

E veramente ci sono stati tantissimi applausi, tanti “viva il Papa” e gli itineranti

erano contentissimi, erano felici di questa udienza, eravamo felici.

E anche il Papa si vedeva sorpreso di tanti applausi, di tanta gioia con i nostri

canti. Il Papa si vedeva contento nell'udienza. E alla fine del discorso, ha parlato dei

pericoli che ci sono oggi nella Chiesa. E che certamente noi vogliamo mantenere la

comunione con Pietro, questa comunione con la Chiesa è la cosa più importante che

ci hanno trasmesso Kiko e Carmen. Sempre, ci sono pericoli per tutti, noi vediamo

che dobbiamo essere attenti.

Però, in mezzo a tutto questo, quello che ci ha colpito veramente è vedere un

Papa missionario, che era contento in mezzo agli itineranti, e che ha detto proprio,

“il vostro anelito missionario, ...che deve sempre animare tutta la Chiesa:

annunziare il Vangelo al mondo intero, perché tutti possano conoscere Cristo”.

Veramente siamo grati per l'udienza, perché ci siamo sentiti amati dalla

Chiesa, e abbiamo chiesto questa prima udienza per gli itineranti, come ha detto Kiko,

e subito il Papa ce l'ha concessa. Adesso Mario dirà qualcosa in più.


Padre Mario:

Bene cari fratelli, siamo reduci da una lunga influenza invernale, da prima di

Natale ne stiamo uscendo adesso, allora capite la precarietà.

Noi vorremmo sottolineare l'importanza del Cammino Neocatecumenale come

un cammino di INIZIAZIONE ALLA FEDE.

Nel contesto della catechesi capirete che sto dicendo cose note, ma è sempre

importante ricordarle. Sapete che nell'anno Liturgico A la Quaresima ci aiuta a

rivivere il catecumenato, i vari Vangeli delle domeniche corrispondono alle diverse

tappe del Catecumenato: “Tentazioni”, “Trasfigurazione”, “Samaritana”, l'Acqua

viva, c'è la “Guarigione del cieco nato”, c'è la risurrezione di “Lazzaro”, perché una

volta si viveva il catecumenato durante la Quaresima come cammino di conversione

in preparazione alla Pasqua. E questo nella Chiesa lo celebriamo ogni tre anni.

Siamo grati a Papa Leone XIV, perché ha voluto accogliere le équipes

Itineranti e le famiglie in missione a casa Sua, nel Palazzo Apostolico, come, per

molti anni, ha fatto Giovanni Paolo II. Ci siamo sentiti di nuovo inviati dal Santo

Padre alla missione itinerante, come ha fatto Giovanni Paolo II nel 1984, quando ci

ha detto che: “la Chiesa deve essere itinerante e sempre camminare; non è solamente

una Chiesa già sistemata, organizzata, strutturata, ma una Chiesa in cammino verso

le persone, verso le comunità, verso i popoli, verso i credenti, verso i non credenti”.

Questo tempo di quaresima ci aiuta molto, in questo senso, perché la

quaresima è un’immagine del catecumenato, che è un cammino di salvezza e di

gestazione alla fede che Dio, per primo, attua per il Suo popolo. Come sappiamo,

nella Chiesa primitiva, dopo l’annuncio del Kerigma, seguiva un tempo di

catecumenato e il Vaticano II (in Sacrosanctum Concilium), a fronte della

secolarizzazione e della crisi di fede, lo ha ristabilito per tutta la Chiesa: ecco allora

che il Cammino è una delle modalità di annuncio del kerigma, che è seguita da un

catecumenato post-battesimale.

Noi tutti siamo in questo Cammino e la quaresima ci chiama a vivere un tempo

di conversione, in cammino con la nostra comunità verso la Pasqua. Cioè il Signore,

per sostenerci nel portare questa Parola di Salvezza agli uomini, ci ha fatto dono di

una comunità e di un Cammino di conversione, di modo che possiamo ricevere noi

stessi un alimento per la nostra fede.

In questo senso, è vero quanto ci ha detto Papa Leone , che per “portare avanti

la missione” che il Signore ci ha affidato, dobbiamo avere, noi per primi, una

“vigilanza interiore e una sapiente capacità critica”: è molto importante che facciamo

bene il Cammino e che vogliamo bene ai nostri catechisti; del resto, anche Giovanni

Paolo II, quando ha accolto gli itineranti che tornavano dalla missione 2 a 2 ci ha

detto che: “Voi siete itineranti, ma questo itinerare vuol dire che Gesù fa il suo

itinerario dentro di voi, soprattutto, e poi fa il suo itinerario insieme con voi verso gli

altri”.

È importante che i fratelli del Cammino sappiano che – attraverso

l’approvazione dello Statuto - il Cammino neocatecumenale è stato ufficialmente

riconosciuto dalla Chiesa non come una “associazione di fedeli” ma come “una

modalità di iniziazione cristiana” offerta al Vescovo, che ha le sue radici nel

battesimo.

Il giorno della Consegna dello Statuto del Cammino Neocatecumenale,

nell’Aula Magna del Pontificio Consiglio per i Laici, il 28 giugno 2002 l’allora

Prefetto Cardinal Stafford, ci ha ricordato: Certamente tutti voi ricorderete con gioia

l’indimenticabile udienza concessavi dal Santo Padre il 24 gennaio 1997, dopo il

raduno del monte Sinai dopo 30 anni di vita del Cammino. In quell’occasione, Papa

Giovanni Paolo II ebbe a dire che la stesura dello statuto del Cammino

“è un passo molto importante che apre la strada verso il suo formale

riconoscimento giuridico da parte della Chiesa, dando a voi un’ulteriore

garanzia dell’autenticità del vostro carisma”.

mentre incoraggiava a portare avanti questo lavoro sotto la guida del Pontificio

Consiglio per i Laici.

I primi 5 anni di incontri, da parte della nostra commissione, in dialogo

ufficiale con una commissione del Consiglio per i laici, sono stati di una sofferta

preparazione, perché all’epoca non esistevano altre realtà che avevano le

caratteristiche del Cammino. L’allora Segretario del Consiglio si era proposto di

approvare il Cammino Neocatecumenale come una ASSOCIAZIONE LAICALE,

dato che gli Iniziatori, Kiko e Carmen, erano laici e il Diritto Canonico non offriva

molte alternative.

Le Associazioni sono gruppi di fedeli che si “associano” per alcuni scopi

specifici o per una spiritualità particolare che valorizza il contributo attivo del laicato,

come Azione cattolica, Comunione liberazione, movimento dei Focolari, dei

Carismatici, degli Scout ecc. Ma il Cammino non consiste in questo.


Grazie alla Vergine Maria, nel giorno della Madonna di Lourdes, mentre la

nostra commissione degli Statuti, composta da Kiko e Carmen, con l’aiuto di Mons.

Arrieta, era riunita nella sala professori del Redemptoris Mater di Roma, ci ha

ispirato, che trattandosi del Cammino, come Iniziazione cristiana valida per la società

di oggi, di cercare una formula di riconoscimento canonico per quello che è, e per

quello che fa.

Pertanto, il Cammino non è nato per volontà di un gruppo di persone, che si

sono proposte di offrire un cammino di iniziazione cristiana, ma per il mandato della

Vergine Maria a Kiko Argüello, nel giorno dell’Immacolata del 1959:

“Bisogna fare Comunità come la Famiglia di Nazaret, che vivano in umiltà,

semplicità e Lode. L’altro è Cristo”.

Da questo Mandato, poi assieme a Carmen, e dopo le esperienze tra i baraccati

di Madrid, con l’approvazione del Vescovo di Madrid, Mons. Casimiro Morcillo il

Signore, lo ha trasformato in

“una modalità di iniziazione cristiana, valida per la società di oggi”,

come ha confermato il Papa Giovanni Paolo II nell’anno 1990.

Il Concilio Vaticano II nella Costituzione Sacrosanctum Concilium n. 64“ ha

affermato: “Si ristabilisca il catecumenato degli adulti, diviso in più tappe”, ... da

attuarsi a giudizio dell’ordinario del luogo, in modo che il tempo del catecumenato,

destinato ad una conveniente istruzione, possa essere santificato con riti sacri da

celebrarsi in tempi successivi. Da questo si può concludere che il Cammino si è esteso

per la predicazione degli iniziatori Kiko e Carmen, con la benedizione dell’allora

Arcivescovo di Madrid, e poi del Cardinal dell’Acqua a Roma, e del Cardinal Florit

a Firenze.

Il Cammino è dunque una restaurazione dell’antico cammino catecumenale

per tappe, come il Concilio stesso ha voluto che fosse ripristinato di fronte alla

secolarizzazione del mondo di oggi.

Per questo, i fratelli prendono parte al Cammino neocatecumenale aderendovi

liberamente, dopo avere ascoltato quasi due mesi di catechesi, allo stesso modo di

coloro che ascoltarono l’annuncio di Pietro e sì sentirono il cuore trafitto e alla loro

domanda all’apostolo che cosa dobbiamo fare? Pietro rispose: “fatevi battezzare”.

Per secoli è mancato nella chiesa il Catecumenato per tappe, fiorito nei primi

secoli di persecuzione della Chiesa e che poi, a poco a poco, è decaduto per l’entrata

delle masse. Questo ha costretto la Chiesa ad evangelizzare con un linguaggio

comprensibile per portare a Cristo. Il cuore del catecumenato si è poi mantenuto come

iniziazione progressiva nella vita monastica nelle diverse tappe che precedono, come

un nuovo battesimo, la professione perpetua dei voti di povertà castità e obbedienza.

Il Cammino offre un catecumenato così come riproposto dal Concilio Vaticano II ed

elaborato poi dall’OICA (Ordo Initiationis Christianae Adultorum, Rito di

Iniziazione Cristiana per adulti), valido non solo per i pagani che si convertono, ma

anche per i battezzati – il cui seme di vita eterna è rimasto inerte - registrato solo sul

registro della parrocchia.


Ad essi viene offerta un’autentica iniziazione cristiana fondata sulla libera

adesione di ciascuno nel periodo delle catechesi, in cui la predicazione viene sigillata

anche dal sacramento della riconciliazione, dalla celebrazione della parola di Dio e

dalla celebrazione della eucaristia, che costituiscono l’essenza, il tripode da cui

attingere la vita della grazia perché si possa sviluppare, per opera dello Spirito Santo,

nella chiesa e nella comunità attraverso le varie tappe della iniziazione.

Nella Chiesa primitiva – e anche nel neo-catecumenato – i progressi della vita

spirituale, non sono frutto di una costrizione o di una esigenza.

A questa luce si comprende che la missione della equipe, in cui è sempre

presente il Parroco o un Presbitero di sua fiducia, di discernere lo sviluppo dello

Spirito Santo, che si può verificare, per passare da una tappa all’altra, in relazione al

denaro, lavoro e affetti. Come afferma il Rito di Iniziazione Cristiana per adulti,

coloro che formano l'equipe dei catechisti, per passare da una tappa all'altra, hanno in

coscienza il dovere di verificare il cambiamento di vita; perché come dice il Signore:

“Diffidate dei falsi profeti, che appaiono coperti di pelli di pecora, ma dentro

sono lupi affamati. Dai loro frutti li riconoscerete. L'uva viene raccolta dalle spine o

i fichi dai cardi? Così, ogni albero buono produce buoni frutti e ogni albero cattivo

produce frutti cattivi."

Perché come dice Gesù Cristo io sono la vite voi siete i tralci, chi rimane unito

a me (questo vuol dire a tutto il corpo di Cristo, che è la chiesa) porta frutto, chi invece

si stacca da me secca ed è destinato al fuoco eterno. Nella vita dell’uomo nuovo che

appare in noi, che da frutti di vita eterna senza sforzo, cioè, AGERE SEQUITUR

ESSE: il Cristiano fa opere di vita eterna, come frutto della grazia in lui.

Sotto questa luce si comprende che la missione dei catechisti è quella di

accompagnare i fedeli e di discernere il cambiamento di vita sotto l’azione dello

Spirito Santo, in loro, attraverso le varie tappe. Arrivare ad amare nella dimensione

della Croce, il comandamento lasciato agli Apostoli nella Lavanda dei Piedi,

“Amatevi come io vi ho amato” non può essere frutto del nostro sforzo, ma di una

nuova creazione: cioè nella partecipazione alla vita divina, all’Amore di Dio che ci

ha amati per primo, quando eravamo suoi nemici.


− Canto: “Shemà Israel”

venerdì 13 dicembre 2024

LA PAROLA DELL' "AVVENTO"

 




Cosa significa "Avvento"? Questa parola vuol dire "ATTESA". Qui c'è tutto l'essenziale. Perchè..........se si attende Qualcuno, significa in primo luogo che questo Qualcuno NON C'E'! Nella mia vita ma forse anche nella tua.
E' possibile/probabile che tu creda di fare una vita cristiana esemplare, perchè reciti il rosario, vai a Messa ogni giorno e prendi anche la comunione, ma malgrado questo rimane la possibilità che Cristo sia assente dalla tua vita. In questi giorni fermati un attimo e rifletti: c'è o non c'è Cristo nella mia vita? E se scopro che non c'è....
cosa faccio perchè passi, perchè si fermi a casa mia, perchè mi consoli, perchè mi converta, perchè mi regali della Sua natura di Agnello mite e umile di cuore. Cosa veramente faccio? Sono animato dallo zelo dei santi, dalla tensione di poter diventare santo anche io, dalla gioia di incontrarmi con l'Amato del mio cuore?
Prego come il pubblicano al Tempio? Grido come il cieco di Gerico?
Piango come la Maddalena e come Pietro? Implori il Dono dell'Acqua viva come la donna Samaritana al pozzo di Giacobbe? Digiuni dal mondo come la regina Ester? Sei pronto a rinunciare alla metà dei tuoi beni come Zaccheo? Oppure a venderli tutti come Antonio del deserto o come Francesco di Assisi? Accetti tutte le piccole contrarietà della vita come Teresina? E sapendo che comunque anche se facessi tutte queste cose e molte altre ancora, non avresti ancora fatto nulla per meritare qualcosa? Ti svegli di notte come l'Amata del Cantico quando l'Amato bussa alla tua porta? E poi lo cerchi nelle vie della città', ne segui il profumo inebriante?
Immagina di attendere la tua innamorata che ti ha dato un appuntamento ma che è in ritardo. Il tempo passa ma lei non viene ancora. Cosa fai per affrettarne la venuta? Ti senti scoppiare il cuore al pensiero che le sia successo qualcosa? Oppure ti scoraggi già dopo un quarto d'ora di ritardo? Insomma, QUANTO Amore nutri per Lei? Daresti la tua vita se fosse necessario? E poi finalmente..... ecccola! E' lì che si sta avvicinando a te: cosa provi? Cosa fai? Sorgi come Deborah? Canti come Anna? Esulti come la Beata Vergine Maria? Le corri incontro e la stringi forte forte a te? Le giuri amore eterno? Le dici che per Lei saresti anche pronto a scalare una montagna, che non potresti vivere neanche un giorno senza la sua presenza accanto a te, che lei per te è come l'aria che respiri e che sarà per te l'Unica, la Sola per tutta la tua vita? Che non potresti tradirla mai, mai e poi mai perchè tu vivi solo per lei?
Bene, questo non è un film, è solo l'amore umano per cui siamo stati creati. E' la felicità possibile in questo mondo, la più grande, la più desiderabile, quella che meglio colmerebbe le ansie che agitano la notte oscura del tuo cuore in pena.
Fin qui l'amore umano: non può andare oltre, ontologicamente NON PUO'. Immagina ora di poter attribuire una cifra numerica a questo amore, facciamo 10, per esempio. Adesso moltiplica questa cifra per il patrimonio attuale di Elon Musk e sarai ancora lontanissimo dall'Amore quello vero, quello di cui Cristo vuole farti partecipe in questo Avvento. Sì, la grande notizia è questa: l'Avvento è "solo" un Tempo liturgico speciale, ma CHI attende NON sei tu. CHI attende te (e chissà da quanto tempo....) è Lui. Non farLo aspettare troppo e mettiti nelle condizioni ideali per accorgerti della Sua Presenza, dolce e soave, già dentro di te.

mercoledì 4 dicembre 2024

“Una nuova estetica nella Chiesa”, Kiko Argüello - 1 di dicembre, Cappella del Seminario Redemptoris Mater di Roma

 




“Una nuova estetica nella Chiesa”, Kiko Argüello

Molto bene! Grazie! Posso dire una parola?

Ringrazio il Cardinal Rys e Mons. Arrieta per la loro presenza. Ringrazio l’associazione ARTESACRA per questa medaglia “PER ARTEM AD DEUM”, che per me è stata una sorpresa inaspettata.

Quando avevo 20 anni ho ricevuto il premio nazionale straordinario di pittura in Spagna; poco tempo dopo ho abbandonato la mia carriera como pittore per andare a trovare Cristo in mezzo ai poveri; e il Signore mi ha dato il 100 per 1, perché un giorno mi hanno chiamato per dipingere l’abside e le vetrate della cattedrale di Madrid.

Il Signore ha fatto con Carmen e con me qualcosa di impressionante. Perché cosa molto più importante di tutta la mia opera artistica, è stato aprire un Cammino di Iniziazione Cristiana in tutta la Chiesa, che sta aiutando tante famiglie e tanti giovani. Questo sì che è un’opera d’arte.

Conoscete tutti la famosa frase di Dostoevskij nel libro “L’idiota”: “La bellezza salverà il mondo”. Il principe la pronuncia e poi dice che questa bellezza è Cristo. Abbiamo visto l’opera in cui Dio ci ha messo con il Cammino di Iniziazione Cristiana, e siamo totalmente stupiti… Il Signore ci ha portato a trovare un’estetica, delle immagini, un modo di esprimere la fede con un nuovo tipo di realizzazione, anche della Chiesa stessa.

La bellezza salverà il mondo. Quale bellezza? La bellezza oggi è importantissima perché siamo in un mondo dove il culto alla bellezza, al corpo è molto importante. La bellezza è necessaria perché senza la bellezza l’uomo cade nella disperazione. San Giovanni Paolo II aveva già detto che la mancanza di bellezza porta alla mancanza di speranza, alla disperazione e a un gran numero di suicidi tra i giovani.

La bellezza, si studia in filosofia, è il trascendentale dell’essere insieme alla verità e alla bontà. Volevo mettere la bellezza in rapporto al piacere, all’emozione estetica. Vi do una pennellata sulla bellezza.


Se aprite le Scritture, vedrete qualcosa di sorprendente. Nel libro del Siracide, al capitolo 42, si legge: “Dio ha fatto tutte le cose in due, l’una di fronte all’altra, e non ha fatto nulla di sbagliato. Ogni cosa afferma l’eccellenza di quella accanto”. Dice che ogni cosa che Dio ha creato canta l’eccellenza di quella che le sta accanto. Questo è il principio della bellezza. La relazione tra una cosa e il suo vicino. Quindi diciamo che il contenuto più profondo della bellezza è l’amore. Per esempio, un paesaggio: la morbidezza del cielo azzurro canta la bellezza delle nuvole grigie o bianche; la rugosità degli alberi canta la durezza delle rocce; il fiume sottostante canta la bellezza della spiaggia accanto. Ogni cosa canta la bellezza di ciò che le sta accanto.

In che relazione? Questo è il punto. Se la relazione d’amore è giusta, se ciò che è accanto canta bene, allora la bellezza appare immediatamente. Potremmo fare una lunghissima e bellissima conferenza su questo, ma voglio parlare di Gesù Cristo, perché tutto questo è legato a Gesù Cristo. Perché Dostoevskij dice che la bellezza è Cristo, in che senso? La bellezza produce sempre un’emozione estetica, cioè il piacere. Bellezza e piacere, come se Dio volesse dimostrare con la bellezza che ci ama, che ci vuole bene, per questo tutto è bello.

Gli ebrei parlano molto della bellezza. Dio ha creato l’uomo. Ha creato Adamo ed Eva. Sapete che Adamo ha dato i nomi agli animali mostrando la sua scienza e non ha trovato un aiuto simile a lui. Allora Dio ha preso una costola ed ha costruito una donna. Gli ebrei dicono che già la parola “costruire” è una parola artistica, per creare arte. Tutta la tradizione dice che non c’è stata donna più bella della prima Eva. Adamo quando l’ha vista è rimasto sbalordito: ecco questo sì, osso delle mie ossa, carne della mia carne. La chiamerò Iššah perché dall’uomo è stata tratta. Iššah in ebraico, varona in spagnolo, uomo-uoma. Uoma.

Quando Mosè prende il popolo e lo porta al Monte Sinai, Dio appare e dice “Adonai Elohenu, Adonai Ehad, io sono l’unico” e “amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore”. Appare Dio come uno sposo. Dio è amore. Dicono che Mosè presenta a Dio l’assemblea come Dio ha presentato Eva ad Adamo. Perché sarà la sposa di Dio. Il profeta Osea parlerà dello sposo di Israele e fa un parallelismo fra la genesi e questo momento dell’alleanza. Però attenzione, mentre la prima Eva appare tutta bella, Israele viene dall’Egitto, viene dall’idolatria, dove sono stati in schiavitù e sono pieni di discordia, pieni di zoppi, di ciechi. Perché gli idoli ti schiavizzano, era un popolo di schiavi. Dio, dicono i rabbini, trasforma questo popolo, questa assemblea, dice che non ci sono più zoppi, perché tutti camminavano, non ci sono più sordi perché tutti ascoltarono la parola e il popolo d’Israele si accampò, al singolare non al plurale: non si accamparono, ma si accampò. Vuol dire erano diventati uno. Dio non poteva dare la Torah ad un popolo di schIAVI, costruisce un’assemblea profetica che va ad annunziare i nuovi tempi messianici.

Questo tema della bellezza dell’assemblea di Israele sarà sviluppato durante tutto il rabbinismo attraverso molti midrash. Cristo conosceva questi midrash. Quando si presentano i discepoli di Giovanni a nostro Signore Gesù, domandano: “Sei tu il Messia, o dobbiamo aspettare un altro?”. Ascoltate quello che risponde Cristo: “Dite a Giovanni: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i sordi odono”. Perché dice questo? Perché già aspettavano il Messia come colui che avrebbe organizzato non solo il popolo di Israele, ma la nuova umanità. Una nuova umanità.


La stessa cosa che ha fatto Cristo con noi! Ci ha fatto ascoltare la sua parola, ci ha aperto l’orecchio. Ci ha aperto gli occhi, come ha fatto con il cieco. Cristo ha fatto con la sua saliva un po’ di fango e lo ha applicato sugli occhi del cieco. E il cieco ha visto l’amore di Dio che gli ha dato la vista. Lo stesso che ha fatto con noi mediante l’iniziazione cristiana. La parola di Dio, che è come la saliva, illumina profeticamente la nostra povertà, i nostri peccati. Fa del fango e ci lo mette davanti agli occhi. Ci mette davanti i nostri peccati con quel fango. E poi ci dice: “Lavati”. La cosa più difficile è considerarsi peccatori, questo non si fa senza la saliva, la parola di Cristo. E ci sono stati perdonati tutti i peccati. Adesso non siamo più schiavi. Aviamo visto l’amore a voi, peccatori.

Ecco: i ciechi vedono, i sordi odono, gli zoppi camminano, camminano aiutando il prossimo, i lebbrosi sono mondati. È arrivato Cristo, è il segno che è arrivato il salvatore del mondo, colui che fa di noi una nuova creazione. C’è una prima creazione e Israele concepisce l’alleanza come una nuova creazione. Viene il Messia che fa con noi una nuova alleanza, una nuova creazione.

Questa nuova creazione viene descritta nell’Apocalisse, quando si parla della nuova Gerusalemme che scende dal cielo. E si parla della bellezza. Tutta splendente come una fidanzata, come una sposa. La bellezza! È importantissimo. Oggi siamo in una epoca in cui si parla di globalizzazione. C’è un’immagine del mondo che è Babilonia che è la grande prostituta dell’Apocalisse.

Ma di fronte a Babilonia c’è un’altra città: la Gerusalemme celeste che viene dal cielo, vestita di bianco come una sposa, vestita delle buone opere, vestita di lino splendente. C’è un’opera di fronte a Babilonia. Dio ci sta chiamando a costruire la bellezza di Cristo. È il corpo di Cristo che salverà il mondo. La bellezza di Cristo. E qual è questa bellezza? La nuova Gerusalemme: sono diventati tutti belli perché Cristo li ha rivestiti della sua santità ed appare la comunità cristiana: la Chiesa, tutta splendente, che è l’Agnello che vince la bestia, questa bellezza salverà il mondo. Il mondo sta aspettando i cristiani. Stanno aspettando di vedere questi uomini che vedono l’amore di Dio, quando la gente non vede l’amore di Dio da nessuna parte. Stanno aspettando questi che camminano ad annunciare il Vangelo come i poveri. Stanno aspettando questi che ascoltano la Parola, che si amano, che hanno un solo cuore: “Amatevi, come io vi ho amato da questo amore conosceranno che siete miei discepoli”. Appare una bellezza che è Cristo.

Nella tradizione della Chiesa c’è un giardino nell’Eden, c’è anche un secondo giardino sul monte Sinai, dove la cima appare come un albero che dà frutto, che è la Torah, ma c’è un terzo giardino. C’è il giardino dell’Eden ed il giardino dell’Apocalisse, dove appare la nuova Gerusalemme, dove c’è un albero di vita che dà frutti perenni. Ma c’è un quarto giardino: il Golgota. C’è il giardino dove è stato crocefisso Cristo. In quel giardino c’è un sepolcro, c’è un risorto, c’è un nuovo giardiniere che è Cristo, nuovo Adamo, c’è una donna che viene dalla prostituzione che si chiama Maria Maddalena e quando lo vede, dice: “Rabbunì!”, lo va ad abbracciare, ma Cristo le dice “Noli me tangere” “Non mi toccare perché ancora non sono salito al Padre”. Questo testo: “Non mi toccare” è importantissimo perché è in relazione con la nuova Gerusalemme. “Va’ ed annunzia che salgo al Padre, Padre mio e Padre vostro; mio Dio e vostro Dio”. Le dà un annuncio del Kerygma, va a realizzare una opera immensa. Cristo prende la natura umana e la porta nella Santa Trinità.


Dice S. Paolo che nella creazione c’è uno specchio, una epifania dell’amore di Dio verso di noi, attraverso la bellezza. C’è qualcosa nella natura che ti tocca, c’è la sua bellezza, c’è come una mansuetudine, come un’obbedienza. Che cosa è l’uomo? È un divenire, è un progetto, è un prodigio. L’uomo! L’uomo è un prodigio. Siamo un progetto in costante realizzazione, cioè in costante precarietà. Non abbiamo diritto di togliere all’uomo la possibilità di realizzarsi come Dio lo ha creato, perché è un progetto in costante realizzazione.

San Paolo, nella seconda Lettera ai Corinti, afferma che Cristo è morto per tutti perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro. Ecco la visione dell’uomo secondo la Rivelazione, ecco l’antropologia cristiana: l’uomo, schiavo del peccato, è obbligato ad offrire tutto a se stesso, proprio perché è schiavo, ka perso la dimensione della bellezza che è l’amore, l’uscire da se stessi per amare l’altro. L’opera di salvezza consiste nello strappare l’uomo da questa maledizione restituendolo alla bellezza dell’amore.

Per questo uomo stiamo cercando di creare un nuovo tipo di parrocchia; facciamo parrocchie con una corona misterica dove il cielo è presente, con i misteri più importanti della nostra fede. La Chiesa di oggi non ha un’estetica definita… Questo ci ha spinto, in un certo senso, a cercare un’estetica. A Madrid abbiamo fatto una parrocchia con un tetto dorato, con pietra bianca e vetro, con un catecumenium: un insieme di sale che si affacciano su una piazza centrale, con una fontana. A piano terra ci sono tutti i servizi sociali e sopra, in un altro piano, ci sono tutte le stanze per ciascuna comunità, ecc.



Stavo parlando di bellezza. Ogni riforma della Chiesa ha portato con sé inevitabilmente anche un rinnovamento estetico: pensiamo al gotico, al barocco… Non poteva essere diversamente con il Concilio Vaticano II.

Ebbene, noi del Cammino vogliamo presentare questa bellezza, che è la bellezza dell’amore in questa dimensione: Cristo (indicando la croce). E vogliamo presentarla in una comunità cristiana, perché pensiamo… Perché Cristo dice: “amatevi, amatevi”, ma per amare chi? I primi cristiani vivevano in una piccola comunità, si conoscevano tutti. La comunità non può essere molto grande perché si tratta di mostrare, di creare un segno pubblico di amore. Il numero di una comunità è 30, 40, perché bisogna dare una testimonianza concreta dell’amore. Deve tornare il grido dei pagani: “Vedete come si amano”, gridavano questo quando vedevano i cristiani. Perché Cristo nel Vangelo dice: “amatevi, amatevi, amatevi”. Questa è la bellezza che salva il mondo: l’amore nella dimensione della croce. Dimostra che se ci amiamo nella dimensione del nemico, abbiamo dentro la vita eterna. Perché altrimenti è impossibile amarsi così, ma perché Dio ci ha dato la fede dentro e la fede ci dà la vita eterna, la vita immortale… Abbiamo qualcosa dentro che ci sostiene, che ci tiene, che è la vita di Dio in noi, la vita di Cristo, la sua vittoria sulla morte in noi, concessa dallo Spirito Santo. Infatti, ciò che dobbiamo proclamare è la risurrezione di Cristo presente in noi.



Vogliamo essere un Cammino serio, una via seria, perché stiamo per dare una grande battaglia al mondo, al diavolo, al grande drago, siamo la donna che sta dando alla luce il figlio maschio, minacciato dal grande drago che è il principe di questo mondo. Gli ebrei dicevano che nel mondo vince sempre il diavolo. Interessante, avete visto? Il nazismo prima e il comunismo poi sembravano aver conquistato tutto, tutto, intere nazioni. Capiamo perché tutta l’Europa oggi sta andando in apostasia, capiamo perché c’è una secolarizzazione totale. Qui il diavolo sembra vincere sempre, perché in questo mondo Cristo non ha dove posare il capo e con lui i cristiani. Ma noi, con Cristo, abbiamo vinto la morte e abbiamo una gioia immensa, per questo dobbiamo annunciare e testimoniare l’amore che Dio ha per noi, che ci ha dato la vita eterna dentro di noi.

Cristo dice: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato”. Cristo ci ha amati, e in questo amore i pagani secolarizzati, che ci circondano, sapranno che siete miei discepoli. Cristo ci ha amati nella dimensione del nemico, cioè non si è opposto al nostro male. Il Discorso della Montagna dice: “Non resistete al male”. “Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite quelli che vi perseguitano”. Che cos’è questo? Il cristianesimo.

Perché il punto è questo: cosa significa essere cristiani oggi, cosa dobbiamo testimoniare? San Paolo dice: “Portiamo sempre e ovunque il modo di morire di Gesù”. Il modo di morire, cioè Cristo morto crocifisso – dice – “Portiamo sempre e dovunque, nel nostro corpo, il modo di morire perché si veda che nel nostro corpo Cristo è vivo”. Il Concilio Vaticano II ha parlato della Chiesa, sacramento di salvezza universale… Cristo ci ha mostrato una giustizia che è la giustizia dell’amore nella dimensione della croce.



La bellezza salverà il mondo, che è Cristo che vive nei cristiani nelle comunità cristiane. Abbiamo detto alla Santa Sede che non vogliamo fare una congregazione, vogliamo portare questo messaggio alla Chiesa: è meraviglioso vivere la fede in una comunità cristiana nelle parrocchie.

La cosa più bella delle comunità è che abbiamo visto l’azione di Dio nei fratelli e nelle sorelle, tutti sono arricchiti dal bene di tutti. Tutti in tutti. C’è una ricchezza comune e costante in tutti. È meraviglioso vedere che i ciechi vedono l’amore di Dio nella loro vita. Cristo ha vinto la morte, non guardiamo alla morte con orrore, né alla vecchiaia, né alla malattia. E non è che siamo molto bravi, ma che siamo tutti peccatori, poveri.

Nella risurrezione di Gesù Cristo Dio dimostra una cosa grandiosa, che questo che è risorto dai morti ed è salito al cielo, Dio lo ha costituito Kyrios. La parola kyrios è la parola di Dio sul Monte Sinai. Quindi quest’uomo che è morto in croce per noi è Dio stesso.

Cristo è morto perché l’uomo esca da questo circolo di egoismo, perché non viva più per se stesso, ma per colui che è morto ed è risorto per lui, Cristo, la bellezza divina fattasi uomo, divenuto uno di noi, perché l’uomo potesse ricevere la gloria di Dio


lunedì 18 novembre 2024

NON SIAMO FATTI PER ESSERE SOLI

 


NON SIAMO FATTI PER ESSERE SOLI

 

Giovedì, 28 agosto 2008, ore 17.00

 

Partecipano:

Eugenio Borgna, Primario Emerito di Psichiatria, Ospedale Maggiore di Novara; Giancarlo Cesana, Docente di Igiene Generale e Applicata all’Università degli Studi di Milano Bicocca

 

Moderatore:

Davide Rondoni, Poeta e Scrittore

 

 

MODERATORE:

Buonasera, benvenuti a questo incontro che ha un titolo bellissimo e anche un po’ provocatorio; bellissimo perché è un titolo che praticamente se lo è inventato Dio: chi di voi ha qualche frequentazione biblica, o almeno ne ha sentito parlare, nel racconto della creazione Dio fa l’uomo, fa Adamo, e poi, dopo averlo fatto, quasi come se non lo sapesse – e questo è straordinario – quasi come se non se lo immaginasse, guardandolo, guardando la sua creatura, la più perfetta fra le sue creature, si accorge che non è fatto per essere solo. Poi dopo si può discutere sulla compagnia che gli ha dato, ci si poteva forse accontentare del gatto. Sto scherzando, è una grande compagnia per tutti come sappiamo. Mi stupisce di quel racconto biblico questo fatto: che Dio è come se non se lo fosse immaginato, è come se facendo la più perfetta delle sue creature non abbia immaginato che questo qui si sarebbe sentito solo. Perché la solitudine è una cosa propria dell’uomo, ma qui sentiremo i nostri amici più esperti che ci diranno come la solitudine sia una cosa propria dell’uomo, della sua libertà, di qualcosa di propriamente suo. Perciò è un titolo bellissimo, un titolo che ci riguarda tutti.

D’altra parte è un titolo provocatorio: non siamo fatti per essere soli. È provocatorio non solo perché, dopo quattro di giorni di Meeting forse la gente un po’ di solitudine la vorrebbe, ma anche perché invece viviamo in una cultura dove sembra che la frase più di moda sia “l’importante è stare bene con se stessi”, in una cultura cioè che concepisce l’uomo, la cui vita è buona, come una monade, come dicevano i filosofi, cioè l’uomo che non ha bisogno di nient’altro, che quando è solo può dire di stare bene da solo – “sto bene con me stesso” – come se fosse una grande conquista. Per questo è un titolo che entra, a mio avviso, come una lama di accetta non solo nella vita di tutti noi, ma anche nell’epoca in cui viviamo.

Per questo abbiamo invitato due persone che hanno titolo per parlarne, due persone molto conosciute dal popolo del Meeting, che sono Eugenio Borgna, che lavora all’ospedale maggiore di Novara e ha una grande attività di attenzione ai pazienti che lo ha reso noto non soltanto in Italia, ma anche fuori dall’ambito scientifico e dalla produzione propriamente scientifica per alcune pubblicazioni che dedica alle questioni più scottanti della vita e dell’interiorità umana, come i suoi saggi sulla malinconia dove tra l’altro ricorrono molto spesso citazioni di poeti e letterati. Dall’altra parte Giancarlo Cesana, che conoscete tutti, professore di igiene all’Università degli studi di Milano e psicologo oltre che direttore scientifico dell’ospedale San Giuseppe di Milano. Le sue pubblicazioni non sono solo scientifiche ma ricoprono un ampio raggio di tematiche ed è sempre attento a studiare le relazioni tra malattia e società. Per questo credo che siano le persone più adatte per parlare di questo tema. La parola al professor Borgna.

 

EUGENIO BORGNA:

Grazie, sono qui pieno di riconoscenza per l’invito che mi è stato fatto e anche per l’amicizia con cui l’invito si è realizzato, grato infinitamente anche di poter dire qualcosa in questa assemblea cosi vasta, cosi unita, cosi trasfigurata certo da una comune riconoscenza al messaggio invisibile, indistruttibile di don Giussani. Mi sembra di vedere qui dagli schermi anche della televisione quella sua parola ardente, profonda, umanissima, rivoluzionaria nel saper cogliere gli aspetti certo teologici, ma anche umani e psicologi delle persone. Il tema è straordinariamente bello, intenso, passibile anche, se vogliamo, di diverse possibili interpretazioni.

Non è possibile confrontarsi con un tema come questo - “non siamo fatti per essere soli” - se non partendo da due premesse: la prima è che soltanto se ci educhiamo a sentire, a rivivere, ad analizzare, a sondare quelli che sono i nostri sentimenti, le nostre emozioni, le nostre attitudini anche alla preghiera, soltanto se ci educhiamo a cogliere che cosa si muova nei segreti della nostra interiorità, possiamo cercare di cogliere qualcosa di quello che avviene nella vita, ma soprattutto nei sentimenti, nelle emozioni, nell’interiorità, negli altri. Allora non c’è conoscenza psichiatrica, non c’è nemmeno un ponte aperto alla comunicazione che oltrepassi le nostre singole solitudini verso quegli orizzonti di comunione, di comunicazione, di infinito che rappresentano in fondo il vero senso della vita. Dobbiamo cominciare però, a volte faticosamente, a fare i conti con la paura di guardare dentro di noi, con la paura di scambiare le nostre debolezze attraverso esperienze e avvenimenti che non possiamo soltanto cancellare. Ricordiamo, come ha scritto San Paolo, che proprio le nostre debolezze sono la nostra forza. San Paolo poi si diceva fiero della sua debolezza, dei suoi errori, delle sue stanchezze, dei suoi tradimenti. E allora non stanchiamoci di guardare dentro di noi, non stanchiamoci di guardare negli occhi le persone che vivono accanto a noi, o che, anche solo temporaneamente, ci sfiorano. Non stanchiamoci soprattutto di guardare al di là di quella che è una condizione solo apparentemente simile alla solitudine, cioè l’isolamento perché in realtà sono due esperienze umane totalmente diverse l’una dall’altra. Nella solitudine, nella vera solitudine, si vive infatti un’apertura continua e infinita, come anche don Giussani ha scritto, mentre in quella deformazione della solitudine autentica, che possiamo chiamare isolamento, viene meno non solo ogni speranza, non solo ogni desiderio di incontrare l’altro, ma anche ogni intenzione di infinito. Allora faccio una citazione breve da don Giussani, che queste cose le ha detto molto meglio di come sto tentando di fare ora io, perché descrive un cammino che non avrei potuto fare se non appunto accompagnandomi alla rilettura, o comunque alla rinascita dentro di me, di alcune di queste folgoranti intenzioni, umanissime e cristiane, psicologiche e metafisiche, che rendono unica la grandezza di don Giussani. Ascoltiamolo: “Dobbiamo prima di tutto aprirci a noi stessi, cioè accorgerci delle nostre esperienze. Guardare con simpatia l’umano che è in noi. Dobbiamo prendere in considerazione quello che siamo veramente, considerare vuol dire prendere sul serio quello che proviamo, tutto, sorprenderne tutti gli aspetti, cercarne tutto il significato”.

In una di queste riflessioni di don Giussani, in fondo, si raccoglie il senso di quello che ho cercato di dire fino ad ora, e cioè che solo partendo da questa ricerca continua, profonda, a volte affannosa, a volte anche pericolosa, di quello che noi siamo nei nostri aspetti umani e cristiani, possiamo meglio intendere che cosa significhi questa frase meravigliosa, che intende sottolineare il destino, che è un’altra parola magica, un’altra parola su cui don Giussani ha costruito questo movimento di inaudita forza spirituale prima di tutto, ma anche di una straordinaria forza di irradiazione. Ripartiamo ogni volta quando ci incontriamo con gli altri, soprattutto quando intravediamo negli altri delle ombre che possono essere a volte strazianti, come quello che ho visto in questo dvd sulle condizioni carcerarie, soltanto se mettiamo a confronto continuamente gli avvenimenti esteriori con quelli interiori che accadono in noi. Allora possiamo realizzarci, possiamo anche oltrepassare quella tentazione alla solitudine che a volte nasce perché ci lasciamo imprigionare dagli egoismi, dalle apatie, dalle indifferenze, dai rifiuti, a volte certo anche giustificati.

La seconda premessa, per addentrarci in un contesto più ampio, è questa: al di là di quello che noi siamo, al di là delle nostre condizioni di solitudine e di isolamento, possiamo essere soli anche in mezzo a famiglie intere, possiamo sentirci soli anche all’interno di una folla immensa e invece non sentirci soli anche quando fossimo nel deserto. “Il grande silenzio”, che è stato fatto in un monastero certosino in Francia, nell’alta Savoia, ci dice come anche nel silenzio assoluto, anche in un colloquio che passa soltanto dalla preghiera, dalla preghiera anche comune, con la voce della bellezza di queste montagne incantate, innevate, si possa riscattare la propria apparente solitudine negativa per farne invece la più alta e profonda esperienza, anche se per noi che viviamo nel mondo non può se non essere soltanto un momento della nostra vita: guai se vivessimo soltanto sprofondati ininterrottamente anche nella solitudine più autentica e profonda! Dunque la seconda premessa è la libertà, e anche qui le parole che ha scritto don Giussani sono tra le più profonde. Io leggo moltissimo, a dire la verità, ma immagini, parole, pensieri come questi non li ho mai trovati. Certo, io ho davanti l’immagine di queste parole immerse nei gesti, nella semplicità e nella trasparenza sconvolgente con cui anche i pensieri più profondi venivano da don Giussani testimoniati con una semplicità che, in realtà, è la categoria più infrequente ma forse anche più preziosa nella nostra vita. E allora c’è una sola cosa che è insopportabile per l’uomo religioso, e possiamo esserlo tutti al di là delle nostre fedi, cioè negare che ci sia qualcosa di infinito in noi, qualcosa che Leopardi aveva colto, ed è questo il motivo per cui don Giussani lo amava, avendo scoperto in Giacomo Leopardi questa ansia di infinito, e poi la percezione che soltanto nella speranza – con la quale concluderò – è possibile ritrovare un senso nella vita.

La speranza, come ha scritto nella sua splendida enciclica “Spe Salvi” Benedetto XVI, è relazione, non dimentichiamolo mai questo. Ecco allora le parole di Giussani: “L’unica cosa insopportabile all’uomo religioso è che il nome…….” – è un tema questo di rovente attualità ed è per questo che profeticamente, anni fa, don Giussani aveva intuito l’enorme sviluppo che le neuroscienze stanno assumendo, ma anche certi rischi fatali che sul piano del riduzionismo queste scienze arrivano a proporre, come se tutto potesse essere ritrascritto in termini di semplice fisiologia o neuro-fisiologia. La natura invece si pone davanti all’immagine del mistero che la fa cosciente di sé, autodeterminantesi, libera. “E’ contro questa riduzione, contro il riduzionismo che oggi è cosi dilagante, che noi ci ergiamo”. Questa parola non è infrequente in don Giussani. Questa rivolta interiore a volte è indispensabile, necessaria, quando l’anima sembra essere immersa nelle nebbie della speranza cristiana, ed è invece sommersa dai soli accecanti delle avanzate tecnologie che lasciano scoperta, insicura, debole la nostra anima, soprattutto la nostra speranza. Cito anche un pezzo in cui Giussani parla di un filosofo marxista che ha scritto un libro importantissimo perché ha saputo cogliere anche le contraddizioni che esistono nella speranza. Faccio questa citazione anche perché così possiamo cogliere ancora una volta la dimensione sconfinata della cultura non solo religiosa e teologica, ma anche filosofica di don Giussani. “Diceva Bloch – ne Il Principio Speranza, per chi abbia voglia di leggere i tre volumi di più di mille pagine – che all’inizio di questo secolo la scienza troppe volte racconta una infinità di piccole verità in funzione di una grande menzogna, e la grande menzogna è quella che io – don Giussani, appunto – ho chiamato riduzione dell’uomo”. Da una parte c’è questo invito, questo slancio continuo a guardare dentro di noi, dall’altra la coscienza che siamo liberi, e allora siamo anche liberi di trasformare la solitudine, che di per sé, è anche un’esperienza umana altamente significativa come anche don Giussani ha scritto, in isolamento. Ma dobbiamo riuscire a fuggire, a cancellare le tracce dell’edonismo, dell’egoismo feroce che tende a fare di ciascuno di noi, come abbiamo sentito da Rondoni, delle monadi con delle finestre sempre chiuse che non guardano. A che cosa non guardano? Al dolore che c’è nel mondo, ma anche alle gioie che ci sono nel mondo, alle gioie che possono essere vissute interiormente soltanto se riusciamo a donarle a qualcuno, a qualcosa che ancora una volta ci riconfermi come non siamo fatti per essere soli, per l’isolamento, per la solitudine negativa, per l’egoismo. Siamo fatti invece per aprirci continuamente all’incontro con gli altri.

Una delle esperienze recenti che più mi hanno sconvolto e che ancora oggi mi commuovono, ho potuto viverla, coglierla, anche in questo incontro che ho avuto a Milano con le famiglie dell’accoglienza. Qui ho trovato una testimonianza straordinaria di che cosa significhi vivere una speranza personale non per chiuderla nei confini del nostro io, della nostra solitudine, ma invece per donarla agli altri. In realtà la speranza oltre ad essere relazione, come ha scritto Benedetto XVI, è anche donazione di sé, capacità di trasmettere la torcia della speranza. Questi contesti famigliari cosi osteggiati, cosi feriti, a volte anche cosi sopraffatti da realtà alle quali non è possibile resistere, con quello che fanno miracolosamente per l’assistenza mi hanno fatto capire che cosa avrei potuto proporre a chi sta parlando e anche a voi: essere soli, vivere una condizione di isolamento assoluto si può a volte, anche se questa è l’ultima delle condizioni umane, quando la speranza, questa stella del mattino che comunque accompagna sempre la nostra esistenza e la nostra vita, si riaccende, anche nel momento in cui le ombre della vita si fanno intense.

Mi avvio alla conclusione di questa mia riflessione che riesco a fare solo quando trovo assemblee in cui non posso non riconoscere questa voce segreta che parla in noi, che ci rende gli uni vicini agli altri, sia pure nel silenzio, perché questa appunto è la voce della speranza, dell’isolamento riscattato e trasformato in solitudine. Anche queste bellissime immagini che ho visto adesso del carcere mi sembra proprio che dimostrino come la dimensione umana dei carcerati, l’essere soli senza speranza, l’essere soli senza nemmeno il desiderio dell’altro e non solo l’essere soli senza l’altro, possa appunto mutare in solitudine, questo vuole essere il piccolo messaggio che vorrei lasciare a chi ci sta ascoltando e anche a me che sto parlando. Anche in condizioni di isolamento estremo, anche quando non sembrano esserci più finestre che si aprono nella nostra anima, quello che accade fuori da queste situazioni, questa donazione continua agli altri, può trasformare l’isolamento, questo silenzio muto, in una solitudine che continua certo nel carcere ma che si trasforma in una condizione umana dalla quale non possiamo certo fuggire.

A questo punto cito Etty Hillesum, come ho fatto anche quando ho parlato a questo incontro sulle famiglie dell’accoglienza, che sono ancora cosi incredibilmente vive in me, perché è una testimonianza altissima, una delle più belle che si possa dare. Qui ci sono moltissimi giovani che comunque conoscono certo la storia, sanno che cosa è accaduto in quei luoghi terrificanti da cui si è levata poi, ad esempio, la voce di una testimonianza luminosissima, radiante, redentrice e profetica. Etty Hillesum, che è stata prigioniera in un campo di concentramento tedesco, ha scritto un diario brevissimo che siete in dovere di ricordare, come Marina Corradi che scrive su Avvenire ha fatto trasformandolo in una riduzione drammaturgica, cogliendo e salvando anche lo spirito essenziale della cosa. Ho voluto in qualche modo storicizzare il mio discorso, legando le sue parole alla parola infallibile di don Giussani ma anche a quelle che sono le testimonianze inconsce. Etty Hillesum di certo non lo ha mai conosciuto, ma le cose che dice mi sembrano davvero vicine a quelle che don Giussani ci ha testimoniato e che ci continua a testimoniare. Che cosa poteva accadere a lei prigioniera? In quella condizione di terrore senza fine non poteva se non essere travolta dalla disperazione e dalla perdita di ogni speranza, e senza speranza si muore. Etty Hillesum dice: “Le minacce e il terrore crescono di giorno in giorno. M'innalzo intorno la preghiera come un muro oscuro che offre riparo, mi ritiro nella preghiera come nella cella di un convento, ne esco fuori più ‘raccolta’, concentrata e forte. Questo ritirarmi nella chiusa cella della preghiera, diventa per me una realtà sempre più grande”. Ecco allora come da un titolo che spalanca orizzonti dinnanzi a noi possono anche scaturire esperienze di vita, come quelle che ho cercato di raccontare, esperienze di vita come quella di Etty Hillesum.

Ma in questi pochi minuti che rimangono vorrei fare un ultima citazione di don Giussani, perché potrebbe nascere in voi la domanda su come si possa oltrepassare l’isolamento in cui a volte anche noi precipitiamo, o su come si possa superare la solitudine, sebbene bella intensa e profonda, quando si prolunga troppo impedendoci di trasformarla in una matrice di comunione e comunicazione. Si può andare oltre soltanto se ci capita di incontrare qualcuno, nel nostro cuore prima di tutto, certo, ma anche nella nostalgia e nella realizzazione di un incontro. E allora ecco l’ultima citazione di Giussani: “La parola incontro implica in primo luogo qualcosa di imprevisto e di sorprendente”. Il passante ve lo ricordate, il mendicante sul quale anche don Giussani ha scritto, su cui ha detto cose che sono uno scandalo per la coscienza moderna ma che dovrebbero essere invece uno stimolo profondo per le nostre coscienze. In secondo luogo la parola incontro implica qualcosa di reale che ci tocca concretamente, che interessa la nostra vita. Cosi inteso ogni incontro è unico, anche quello di stasera per me, perché le circostanze che lo determinano non si ripeteranno mai più così. Proprio perché ogni incontro, auguriamoci che la nostra vita sia piena ogni giorno di incontri con altri, è un brano preciso della voce che chiama ciascuno di noi per nome, ogni incontro è una grande occasione offerta dal mistero di Dio alla nostra libertà. Il mio cammino si chiude qui, grazie.

 

MODERATORE:

Il professore ci ha dato un primo affresco su cosa significa trasformare l’isolamento in solitudine, una solitudine che non sia amara, ma occasione per prendersi di più sul serio, come ha esordito all’inizio. Cesana, cosa vuol dire invece per te provare, o cosa intendi tu per questo passaggio tra l’isolamento e la solitudine? O anche non solitudine?

 

GIANCARLO CESANA:

Ecco, l’intervento del professor Borgna mi costringe a fare una premessa che non avevo previsto. C’è un livello dell’esperienza in cui si è soli, si è inevitabilmente soli perché nessuno, nemmeno Dio, può prendere il nostro posto. Questo è il momento in cui si muove l’amore, in cui si decide la libertà, si accetta o si rifiuta, cioè si ama. Si decide cioè che non si è soli, che non si è isolati, che non si è monadi, e voglio parlare dei passaggi che, almeno nella mia esperienza, aiutano a fare questo percorso: il percorso di amare, cioè il percorso di uscire dalla solitudine, che è una questione di ragione.

Il primo passaggio, il primo aspetto dell’uscita dalla solitudine, è il riconoscimento che siamo dipendenti. È l’aspetto più fisico, più grossolano, e forse anche per questo più trascurato. Per vivere abbiamo bisogno dell’aria, abbiamo bisogno di essere accuditi, e il bambino ha bisogno di essere accudito per molti più anni dei cuccioli del cane o del topo. Sarà che diventando nonni si diventa più teneri, ma a me colpisce molto la fragilità dei bambini, la loro esposizione sia in termini fisici che psichici, e la cura, in fondo consapevole o inconsapevole, che ci vuole per farli diventare grandi. Siamo dipendenti, non ci siamo fatti da soli e non ci facciamo da soli, abbiamo bisogno di bere, abbiamo bisogno di mangiare, abbiamo bisogno di un contributo esterno a noi. Abbiamo bisogno di qualcosa che ci venga dato, lo diceva don Giussani nel Senso religioso: per il fatto stesso che uno fa un respiro afferma qualcosa d’altro. Afferma ciò da cui dipende. Però la dipendenza, come capite bene, non è immediata, bisogna riconoscere di essere cosi, ma può non essere un fattore di grande soddisfazione perché la dipendenza, quando è totale, diventa schiavitù e quindi è un legame che lascia soli, poi vedremo il perché.

Il secondo aspetto, il secondo livello in cui si percepisce, si può percepire l’uscita dalla solitudine è la corrispondenza, cioè si dipende, ma è ciò da cui si dipende che dà anche soddisfazione. Certamente dipendiamo dall’aria per vivere, però respirare a pieni polmoni in un mattino azzurro di montagna è piacevole, è bello, corrisponde, ci sentiamo fatti per questo. Quindi siamo in un mondo in cui quello da cui dipendiamo ci dà anche piacere, ci dà anche gusto. Come si può capire bene in negativo da due osservazioni, una di Dobraczynski, un autore che ha scritto di santi, che fa un’osservazione molto acuta, molto banale ma acuta: “La gente cerca quello che ha a portata di mano”. Tutti noi cerchiamo quello che abbiamo a portata di mano, e ci disperiamo quando scompare ciò che prima non apprezzavamo. Perché noi di questa corrispondenza che la realtà manifesta nei nostri confronti, per cui noi siamo fatti per la realtà e la realtà è fatta per noi, proprio come della dipendenza dalla realtà, neanche ci accorgiamo. Ce ne accorgiamo quando viene meno, quando la macchina si rompe, quando chi è vicino ti fa uno sgarbo, quando chi doveva servirti si ribella. Quando quello che noi abbiamo cercato, avendolo a portata di mano, a un certo punto viene meno, allora ci dispiace, ci disperiamo e ci arrabbiamo. È impressionante come questo sia uno dei motivi fondamentali dei litigi quotidiani, dei litigi familiari più banali. Quello che non va come è sempre andato, come avrebbe sempre dovuto andare, diventa un fatto irritante, ma questa è riprova del fatto che in effetti la realtà ci corrisponde.

Anche secondo una diagnosi ideologica, si può dire quello che diceva Simone Weil parlando della condizione operaia, che secondo me non si applica a qualsiasi tipo di lavoro, perché ci sono degli impiegati che lavorano esattamente come gli operai, dove la ripetitività è praticamente la stessa in umore uguale, con lo stesso stipendio e lo stesso senso di oppressione. Si è un oggetto in preda alla volontà altrui. Siccome non è naturale per un uomo diventare una cosa, è il problema della dipendenza di prima, siccome non c’è costrizione tangibile, non c’è l’aguzzino di Auschwitz, che citava prima il Professor Borgna, non c’è frusta, non ci sono catene, bisogna piegarsi da soli a questa passività. Come sarebbe bello poter lasciare l’anima dove si mette il cartellino di presenza e riprenderla all’uscita, ma non si può: l’anima la si porta con sé in officina, in ufficio, al lavoro, bisogna farla tacere per tutta la giornata. All’uscita spesso non la si sente più perché si è troppo stanchi. C’è proprio una caduta dell’io quando viene meno la corrispondenza, quando viene meno il gusto del vivere che si ricava dalle cose l’io si affloscia. È una questione drammatica e lo si può capire bene da quello che dice don Giussani nel decimo capitolo del Senso religioso, che è uno degli esempi che mi ha sempre colpito di più, proprio perché descrive benissimo il problema della vita, il problema che sento gravemente io nella mia vita. Immaginate di uscire dalla pancia della vostra mamma con la testa che avete oggi, con le capacità che avete oggi, con la sensibilità che avete oggi. Il primo moto dello sguardo sarebbe di stupore per tutto quello che c’è. Perché si sente la corrispondenza, cioè si sente che quello che c’è è fatto per me e che io sono fatto per quello che c’è. Questo è un grandissimo punto. Il bambino cresce dentro questo punto, senza accorgersene, ma questa corrispondenza è ciò che lo fa crescere. Infatti, se non percepisce nulla psicologicamente esplode. Il mistero dell’autismo, il mistero della follia, nasce da qui, dalla mancata percezione della corrispondenza, cioè dalla percezione che con la realtà in fondo non c’è alcun nesso, non c’è rapporto, non è fatta per me ed io non sono fatta per lei. La prima reazione, dunque, è di meraviglia ma dopo insorge la contraddizione, certo. C’è lo stupore nel vedere la montagna, lo stupore che tante volte ho sentito citare davanti al Monte Bianco, perché andiamo spesso a far le vacanze all’Aquino, ma poi vien giù la valanga perché la vita è piena di valanghe. E allora viene fuori un’opzione, perché il problema della corrispondenza imposta e obbliga a un’opzione, obbliga a una decisione. È il problema del riscontro nella vita di una corrispondenza, cioè del fatto che la realtà è fatta per me e io sono fatto per lei, ma questo viene contraddetto, la vita non è una cosa piana, non è, come dico sempre, un film perché la vita è peggio del cinema: noi andiamo al cinema per recitarci, ma la vita è peggio. Qui mi viene posta un’opzione, una decisione: che cosa vale, la meraviglia iniziale o la decisione successiva? La delusione è una questione grave, gravissima, e può far perdere il gusto di vivere. Anzi, capisco che c’è un’impostazione dell’esistenza dove questa delusione in fondo è una specie di principio non conoscitivo.

Mi vengono sempre in mente due cose. Primo, un’esperienza che ho fatto diverse volte, e che però mi ha molto colpito una volta per la risposta che ho avuto. Insegnando storia della medicina, nelle ultime due ore affronto sempre i problemi cosiddetti della bioetica, la nascita l’aborto, e lì mi gioco sempre il giudizio favorevole degli studenti perché litigo. A un certo punto, naturalmente io dico quello che penso riguardo a queste cose, io arrivo alla mia opinione, perché se lo dico subito non c’è più gusto, poi chiedo a loro cosa ne pensano, perché gli studenti ti guardano sempre con gli occhi lessi, e allora la situazione si vivacizza. Se chiedo: “Tu cosa pensi? Che cosa pensi dell’uso della ritalina con i bambini per tenerli calmi?”, per esempio. Risposta: “Ognuno la pensa come vuole”. Non mi rispondono dicendo cosa pensano, ma dicendo che ognuno può pensarla come vuole e questa è la soluzione della questione: questo vuol dire che non c’è il gusto del vivere. Non c’è riscontro di una corrispondenza, come fattore di conoscenza. Come diceva Teilhard de Chardin, citato sempre da don Giussani, “il pericolo maggiore che possa temere l’umanità oggi non è una catastrofe che venga dal di fuori, una catastrofe stellare, non è la fame, né la peste”. Era un ottimista perché veniva prima di tutti i problemi alimentari che abbiamo oggi, delle malattie infettive. “Però – continua – è invece quella malattia spirituale, la più terribile, perché il più direttamente umano tra i flagelli, che è la perdita del gusto di vivere”. È quello che don Giussani vedeva nei giovani di 20 anni fa, cioè che non hanno l’energia affettiva, non hanno il gusto della vita, non si attaccano, ed è bellissima la conclusione del professor Borgna a riguardo dell’incontro, quando ha detto con un famoso esempio: “I giovani sono grandi, grossi, però sono malati dentro”. E diceva “Il rimedio, l’unico rimedio è l’incontro”. La conclusione del professor Borgna è verissima, cioè ci vuole un fatto che ti coinvolga totalmente, sia la tua intelligenza che la tua libertà perché la solitudine non è l’essere da solo, ma l’assenza di significato. Si può essere in mezzo a milioni di persone ed essere da soli come cani. Penso sempre alla gente che va da sola al cinema: vanno da soli al cinema, in mezzo a tanta gente, al buio, per essere da soli perché quelle presenze non hanno significato.

Veniamo al terzo passaggio, alla terza considerazione. La corrispondenza e l’opzione per la corrispondenza sono un movimento della ragione, ma a un certo punto arriva una questione, quella che rompe effettivamente la solitudine, appunto l’incontro che è il dono. Ciò che rompe la solitudine è la coscienza che la vita è un dono. Non la vita nel senso che io sono nato solo, ma tutta la vita è fatta di dono. Ricordate la frase pluricitata di Madre Teresa: “Abbiamo raccolto un uomo dalle fogne, mezzo mangiato dai vermi, e lo abbiamo portato a casa”. E lui ha detto: “Ho vissuto per strada come un animale ma morirò come un angelo amato e curato, un dono”. Ed era così meraviglioso vedere la grandezza di quell’uomo che poteva morire senza darne la colpa a nessuno, senza maledire nessuno, senza fare paragoni. Questa è la grandezza dei nostri poveri, la scoperta della vita come dono. Questa è la rottura definitiva della solitudine e il principio dell’incontro. Abbiamo ascoltata tutti Vicky dire: “Tu hai un valore, mi diceva Rose, ed è un valore più grande della malattia. Se Rose mi guarda in questo modo, cioè come portatrice di un valore più grande della malattia, pensavo, come sarà lo sguardo di Dio?”. Ma questo è l’aspetto meno interessante, l’aspetto più interessante è la frase che viene dopo: “Poi ho capito che nel volto di Rose, stavo guardando il volto di Dio”. Cioè il segno, la potenza del segno, come trasmissione del significato, cioè un rapporto che però non è più solo un rapporto con te, diventa la possibilità del rapporto con tutto. Questo è il dono, questa è la vita come dono, questo è il principio della carità, questo è il principio dell’amore – non cito la parola amore perché può sembrare scontato. L’incontro è quello che viene dato e in questo dato, in questo caso nel volto di Rose, “stavo guardando il volto di Dio”, c’è la speranza, la speranza di tutto, la speranza per tutto il mondo e per tutti. Questo è l’incontro, la trasmissione di questa potenza di significato, perché la parola “significato” vuol dire rapporto. Il significato è il rapporto delle cose con me e con tutto, un rapporto che mi faccia come il povero di prima, quello lì che è morto come un angelo, che non mi faccia più maledire nessuno perché è in questo modo che si può affrontare anche la circostanza sfavorevole. È così che la ragione non decade più, perché non è più sola e non è più sola perché ha qualcuno in cui poter credere, perché per poter credere ci vuole qualcuno da seguire, qualcuno di visibile da seguire, allora si crede. La fede è seguire qualcuno sennò è astratta, è filosofia. La fede è seguire qualcuno ma non per lui, non per merito suo ma per quello che porta, perché lui è il principio di un rapporto, introduce tutti a un rapporto. È questo quello che rompe la solitudine, è questa coscienza. Nel libro “Sunset limited”, di Cormac McCarthy, autore che sta diventando molto famoso anche perché è molto cinematografato, e questo è un fatto, pensate a “Non è un paese per vecchi” che, fra parentesi, nessuno ha capito che cosa vuol dire perché soprattutto non è più un paese dove la saggezza conta, dove la tradizione conta, dove la storia conta; comunque, il titolo “Sunset limited” è riferito al nome di un treno, il Sunset limited appunto, che passava nella metropolitana di New York e c’era lì uno che si voleva buttare di sotto, un intellettuale bianco, un professore bianco che era stanco e deluso dalla vita, che si voleva buttare sotto e arriva questo povero cristo, negro, che vive proprio nei sobborghi di New York, perché chi è stato a New York può vedere dei quartieri che sono esattamente come le Favelas di Rio de Janeiro, uguali, precisi, identici. Il negro lo porta a casa sua e poi tutto il libro, che è piccolino, è un dialogo tra i due uomini dove il negro è quello che ha l’impostazione positiva e il bianco quella negativa. Il negro dice al bianco: “Credere non è come non credere. Uno che crede alla fine arriva alla fonte della fede e non deve più cercare altro, non c’è un altro, ma chi non crede ha un problema: si è messo in testa di sviscerare il mondo, ma ogni volta che becca una cosa falsa ce ne trova sotto altre due da spiegare. Se Dio, dopo aver creato il mondo, si è messo pure a girarci in mezzo, allora quando uno si alza la mattina può mettere i piedi per terra senza preoccuparsi di capire da dove è venuta quella terra”. Se c’è il significato, se c’è un rapporto attraverso il quale posso entrare in rapporto con tutto il resto, non devo preoccuparmi di capire sempre da dove viene tutto. Non devo avere l’ansia di questo, ma se non è così, allora tocca trovare tutta un’altra spiegazione di cosa uno vuole dire quando dice realtà, e tocca giudicare tutto quanto sotto quella luce, sempre che poi sia una luce, anche te stesso. Quella domanda lì vale per tutti: “E allora che dici Professore? Tu che non hai la fede, tu esisti davvero?”. La solitudine è questo dubbio. Il romanzetto finisce in modo drammatico perché praticamente, lo dico perché così nessuno si illude, il bianco va via dalla casa del nero e va a suicidarsi una seconda volta. La cosa impressionante è che prima sembra che il nero l’abbia vinta, ma poi si scontra contro la durezza del bianco e ci rimane quando il bianco gli dice: “Lei disse che io voglio l’amore di Dio, non è vero. Forse voglio il perdono, ma non ho nessuno a cui chiederlo”. Falso, aveva lì quello che lo aveva salvato. “Non posso tornare indietro”. Falso, poteva farlo benissimo. “E non posso rimettere le cose a posto”. Può darsi, “ma tutto si può ricapitolare alla fine, magari una volta, ma adesso no, adesso mi resta solo la speranza del nulla e a quella mi aggrappo”. Così finisce. Cioè lui rifiuta il dono che ha davanti, rifiuta chi lo ha salvato. Questo è veramente terribile perché non avere fede è contro la ragione. Ecco il vero principio della solitudine. Invece, e non è affatto scontato, sentite cosa dice Giussani e con questo concludo, ne Il miracolo dell’ospitalità: “Ci sono tra di noi un’infinità di esempi che non ci possono lasciare oggi come ieri, che destano in noi un’irrequietezza divina, cioè un’irrequietezza che cerca la totalità, che cerca l’infinito, buona, sacrosanta, che fa prudere le mani. Non abbiamo paura di seguire, ricordiamoci che tutto può accedere, se accade la prima cosa cui siamo debitori, quella grazia per cui ti ho incontrato, amico. La vita è un dono per quell’istante in cui ho sentito il mio destino identico al tuo, in cui ci siamo incontrati, ci siamo riconosciuti anche senza dircelo, senza capire, confusamente, tanto è vero che siamo qua”. Ecco la rottura della solitudine.

 

MODERATORE:

Non una conclusione, ma oltre al ringraziamento doveroso a Giancarlo e al Professor Borgna, permettetemi una specie di rilancio, perché la solitudine è un problema umano. Le montagne non si sentono sole, le nuvole non si sentono sole, i cani, nonostante quello che diciamo, non si sentono soli. L’uomo invece fa questa esperienza abissale, rispetto alla quale occorre tutto il dono, tutto il riconoscimento della potenza di un dono che viene da infinitamente altro, sennò la solitudine non si rompe. La caratteristica dell’uomo solo, che non decide di accettare il dono, secondo quello che ci ha chiaramente indicato Giancarlo, la caratteristica dell’uomo che accetta una solitudine, l’isolamento, invece che la decisione di accettare il dono di cui i segni sono infiniti nella vita, la caratteristica di quest’uomo è che si annoia. Tanto è vero che i grandi geni del ’900, e anche prima, pensate a Leopardi o Baudelaire, che dice che “la noia può inghiottire il mondo”, si annoiavano. All’uomo solo sembra che il mondo venga inghiottito, che non ci sia più come se gli fosse scomparso tutto di fronte agli occhi. “La noia inghiotte il mondo” dice Baudelaire in una sua poesia. Eliot, grande lettore di Baudelaire, dice infatti che “il mondo non finirà in uno schianto ma in un lamento”, finirà nel lamento di uomini che non hanno più un rapporto positivo con la realtà. Il Meeting è invece una manifestazione di uomini che non si annoiano, non di uomini buoni o perfetti o giusti o che sanno più degli altri, ma di uomini che non si annoiano, che hanno un rapporto positivo con la realtà per cui il mondo non finisce in un lamento, ma ricomincia in ogni istante. Buonasera.