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venerdì 21 dicembre 2018

DIO NESSUNO LO HA MAI VISTO - TERZA PREDICA DI AVVENTO 2018

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di p. Raniero Cantalamessa ofmcapp.
21 DICEMBRE 2018
Santo Padre, Venerabili Padri, fratelli e sorelle, il Dio vivente è la vivente Trinità, abbiamo detto l’ultima volta. Ma noi siamo nel tempo e Dio è nell’eternità. Come superare questa “infinita distanza qualitativa”? Come gettare un ponte su un tale abisso infinito? La risposta è nella solennità del Natale che ci apprestiamo a celebrare: “Il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi”.
Tra noi e Dio – ha scritto il grande teologo bizantino Nicola Cabasilas- si ergevano tre muri di separazione: quello della natura perché Dio è spirito e noi siamo carne, quello del peccato, quello della morte. Il primo di questi muri è stato abbattuto nell’incarnazione, quando natura umana e natura divina si sono unite nella persona di Cristo; il muro del peccato è stato abbattuto sulla croce, e il muro della morte nella risurrezione . Gesù Cristo è ormai il luogo definitivo dell’ incontro tra il Dio vivente e l’uomo vivente. In lui, il Dio lontano si è fatto vicino, è divenuto l’Emmanuele, il Dio-con-noi.
Il cammino di ricerca del Dio vivente che abbiamo intrapreso in questo Avvento ha avuto un precedente illustre: “L’itinerario della mente a Dio” (Itinerarium mentis in Deum) di san Bonaventura. Dopo aver passato in rassegna i vari mezzi che abbiamo per elevarci alla conoscenza del Dio vivente e i “luoghi” dove possiamo incontrarlo, san Bonaventura giunge alla conclusione che il mezzo definitivo, infallibile e sufficiente è la persona di Gesú Cristo. Così termina infatti il suo trattato:
Orbene: all’anima non rimane che andare al di là di tutto questo con la contemplazione, e passar oltre il mondo sensibile, non solo, ma persino oltre se stessa. In questo passaggio Cristo è via e porta; Cristo è scala e veicolo come propiziatorio posto sopra l’arca di Dio e sacramento nascosto nei secoli.
Il filosofo Blaise Pascal, nel suo famoso Memoriale, giunge alla stessa conclusione: il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe “lo si trova soltanto per le vie insegnate dal Vangelo”. Il motivo di ciò è semplice: Gesú Cristo è “il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16). La Lettera agli Ebrei fonda su questo la novità del Nuovo Testamento:
“Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo” (Ebr 1, 1-2).
Il Dio vivente non ci parla più per interposta persona, ma di persona perché il Figlio “è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza” (Ebr 1,3). La grande novità è che ora non è più l’uomo che, “a tentoni” (Atti 17, 27), va alla ricerca del Dio vivente; è il Dio vivente che scende alla ricerca dell’uomo, fino a dimorare nel suo stesso cuore. È lì che d’ora in poi lo si può incontrare e adorare in spirito e verità: “Se uno mi ama, dice Gesú, osserva la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23).
“Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”
Chi ha fatto di questa verità –cioè che Gesú Cristo è il supremo rivelatore del Dio vivente e il “luogo” dove si entra in contatto con lui – il cuore del suo vangelo è Giovanni. Ci affidiamo a lui perché ci aiuti a fare della ricerca del Dio vivente qualcosa di più che una semplice “ricerca”, ma una “esperienza” di lui, ad averne non solo la conoscenza, ma un vivo “sentimento”.
Per non perdere la forza e immediatezza della sua testimonianza ispirata, evitiamo di imporre ai testi qualsiasi cornice interpretativa. Passiamo semplicemente in rassegna le parole più esplicite nelle quali è Gesú stesso che si presenta come il definitivo rivelatore di Dio. Ognuna di queste parole è capace, da sola, di portarci sull’orlo del mistero e farci affacciare su un orizzonte infinito.
Partiamo da Giovanni 1, 18: “Dio, nessuno lo ha mai visto:il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre,è lui che lo ha rivelato”. Per comprendere il senso di queste parole, bisogna rifarsi a tutta la tradizione biblica sul Dio che non si può vedere senza morire. Basta leggere Esodo 33, 18-20: “Gli disse (Mosè): «Mostrami la tua gloria!». Rispose: «Farò passare davanti a te tutta la mia bontà e proclamerò il mio nome, Signore, davanti a te. A chi vorrò far grazia farò grazia e di chi vorrò aver misericordia avrò misericordia». Soggiunse: «Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo».
C’è un tale abisso tra la santità di Dio e l’indegnità dell’uomo che questi dovrebbe morire vedendo Dio o soltanto udendo la sua voce. Perciò Mosè (Es 3,69) e anche i serafini (Is. 6, 2) si velano la faccia davanti a Dio. Restando in vita, dopo aver visto Dio, si prova una sorpresa riconoscente (Gen 32, 31). E’ un raro favore che Dio concede a Mosè (Es 33,11) ed Elia (1 Re 19,11 s.), i due personaggi che saranno significativamente ammessi a contemplare la gloria di Cristo sul Tabor.
In Giovanni 10,30 leggiamo l’affermazione forse più carica di mistero di tutto il Nuovo Testamento: “Io e il Padre siamo una cosa sola”. Gesú Cristo non è solo il rivelatore del Dio vivente: è lui stesso il Dio vivente! Il rivelatore e rivelazione sono la stessa persona. Da questa affermazione la riflessione della Chiesa partirà per arrivare alla piena ed esplicita fede nel dogma trinitario. Quello che noi traduciano con l’espressione “una cosa sola” è un sostantivo neutro (hen in greco, unum in latino): “Ego et Pater unum sumus”. Se Gesú avesse usato il maschile eis, unus si sarebbe dovuto pensare che Padre e Figlio sono una sola persona e la dottrina della Trinità sarebbe esclusa alla radice. Dicendo “unum”, una cosa sola, i Padri ne dedurranno giustamente che Padre e Figlio (e, come si affermerà più tardi, lo Spirito Santo) sono una stessa natura, ma non una sola persona.
Passiamo a un altro testo. Siamo nel cenacolo. Gesù ha appena detto: “Del luogo dove io vado, voi conoscete la via”; Tommaso obbietta: “Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?”. Gesù risponde: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me (Gv 14, 4-6). Qui dobbiamo soffermarci un po’ più a lungo. “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”: lette nel contesto attuale del dialogo interreligioso, queste parole pongono un interrogativo che non possiamo passare sotto silenzio. Che pensare di tutta quella parte dell’umanità che non conosce Cristo e il suo Vangelo? Nessuno di essi va al Padre? Sono essi esclusi dalla mediazione di Cristo e quindi dalla salvezza?
Una cosa è certa e da essa deve partire ogni teologia cristiana delle religioni: Cristo ha dato la sua vita “in riscatto” e per amore di tutti gli uomini, perché tutti sono creature del Padre suo e suoi fratelli. Non ha fatto distinzioni. La sua offerta di salvezza è universale. “Quando sarò innalzato da terra (sulla croce!), attirerò tutti a me” (Gv 12, 32); “Non c’è altro nome dato agli uomini in cui è stabilito che siano salvati”, proclama Pietro davanti al Sinedrio (Atti 4, 12).
Cristo è il Salvatore del mondo” (Gv 4,42). Salvatore del mondo, non di una parte di esso! L’anno scorso, è stato venduto all’asta a New York per la cifra record di oltre 400 milioni dollari un ritratto di Cristo attribuito a Leonardo da Vinci che porta il titolo di “Salvator mundi”. Non si è certi che il dipinto sia proprio di Leonardo, ma non si può dubitare della verità del titolo.
Alcuni, pur professandosi credenti cristiani, non riescono anche oggi ad ammettere che un fatto storico particolare, come è la morte e risurrezione di Cristo, possa aver cambiato la situazione dell’intera umanità di fronte a Dio. Sostituiscono perciò l’evento storico con una principio universale “impersonale”, riproponendo l’antico cammino della gnosi. Essi dovrebbero porsi, credo, un’altra domanda, e cioè se credono davvero nel mistero con cui l’intero cristianesimo sta o cade: l’incarnazione del Verbo e la divinità di Cristo. Una volta ammessa questa, non appare più assurdo per la ragione che un atto particolare possa avere una portata universale. Sarebbe strano piuttosto pensare il contrario.
Il torto più grande, nel sottrargli tanta parte dell’umanità, non lo si fa a Cristo o alla Chiesa, ma a quell’umanità stessa. Non è possibile partire dall’affermazione che “Cristo è la suprema, definitiva e normativa proposta di salvezza fatta da Dio al mondo”, senza con ciò stesso riconoscere a tutti gli uomini il diritto di beneficiare di questa salvezza?
“Ma è realistico –ci si chiede – continuare a credere in una misteriosa presenza e influenza di Cristo in religioni che esistono da prima di lui e che non sentono alcun bisogno, dopo venti secoli, di accogliere il suo vangelo ?” C’è, nella Bibbia, un dato che può aiutarci a dare una risposta a questa obbiezione: l’umiltà di Dio, il nascondimento di Dio. “Tu sei un Dio nascosto, Dio d’Israele salvatore”: Vere tu es Deus absconditus (Is 45,15, Volgata). Dio è umile nel creare. Non mette la sua etichetta su tutto, come fanno gli uomini. Nelle creature non sta scritto che sono fatte da Dio. È lasciato ad esse di scoprirlo.
Quanto tempo ci è voluto perché l’uomo riconoscesse a chi doveva l’essere, chi aveva creato per lui il cielo e la terra? Quanto ce ne vorrà ancora prima che tutti arrivino a riconoscerlo? Cessa, per questo, Dio di essere lui il creatore di tutto? Cessa di riscaldare con il suo sole chi lo conosce e chi non lo conosce? Avviene lo stesso nella redenzione. Dio è umile nel creare ed è umile nel salvare. Cristo è più preoccupato che tutti gli uomini siano salvi, che non che sappiano chi è il loro Salvatore. Questo lo scopriranno appena varcheranno la soglia dell’eternità.
Più che della salvezza di coloro che non hanno conosciuto Cristo, ci sarebbe da preoccuparsi, credo, della salvezza di quelli che l’hanno conosciuto, se vivono come se non fosse mai esistito, dimentichi del tutto del loro battesimo, estranei alla Chiesa e a ogni pratica religiosa. Quanto alla salvezza dei primi, la Scrittura ci assicura che “Dio non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga” (At 10,34-35).
Il Paraclito guiderà alla verità tutt’intera
Parlando del ruolo di Cristo nei confronti delle persone che vivono fuori della Chiesa, il concilio Vaticano II afferma che “lo Spirito Santo, in un modo conosciuto solo da Dio, dà a ogni persona la possibilità di entrare in contatto con il mistero pasquale di Cristo”, cioè con la sua opera redentrice (Gaudium et spes, 22.). Siamo giunti così all’ultima tappa del nostro cammino, lo Spirito Santo. Al termine della sua vita terrena Gesú diceva:
Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. (Gv 16, 12-15).
Nello Spirito Santo è ancora Gesù che continua a rivelarci il Padre, perché lo Spirito Santo è ormai lo Spirito del Risorto, lo Spirito che continua e applica l’opera del Gesù terreno.
San Gregorio Nisseno ha scritto: “Se a Dio togliamo lo Spirito Santo, quello che resta non è più il Dio vivente, ma il suo cadavere” . E’ Gesù stesso che spiega la ragione di ciò. “E’ lo Spirito -dice- che dà la vita, la carne non giova a nulla” (Gv 6, 63). Applicato al nostro caso, ciò significa: è lo Spirito che dà la vita all’idea di Dio e alla ricerca su di lui. La ragione umana, segnata com’è dal peccato, da sola, non basta. L’uomo che si accinge a parlare di Dio, a qualsiasi titolo, se è un credente, deve ricordare che “i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere, se non lo Spirito di Dio (1 Cor 2,11). E’ significativo il modo con cui san Bonaventura conclude il suo Itinerario della mente a Dio.
“Questo dono, scrive, è un fatto mistico e segreto che non conosce se non chi lo riceve in dono; non lo riceve se non chi lo desidera, e non lo desidera se non colui che nell’intimo del suo cuore è infiammato dal fuoco dello Spirito Santo, mandato da Cristo sulla terra”.
Lo Spirito Santo è il vero “ambiente vitale”, il Sitzt im Leben, in cui nasce e si sviluppa ogni autentica teologia cristiana; è quello spazio invisibile in cui è possibile avvertire il passaggio di Dio. Questo è vero anche nei confronti di Cristo. L’espressione paolina “nello Spirito Santo” indica quell’ambito misterioso in cui, dopo la sua risurrezione, si può entrare in contatto con Cristo e sperimentarne l’azione santificatrice. Gesù, concepito da Maria “per opera dello Spirito Santo”, continua a essere concepito dall’anima credente allo stesso modo, cioè per opera dello stesso Spirito Santo
Il grande arco voltaico tra Dio e l’uomo non si chiude, dunque, e l’improvviso lampo di luce non si produce se non dentro questo speciale “campo magnetico” che è costituito dallo Spirito del Dio vivente. E’ lui che crea nell’intimo dell’uomo quello stato di grazia per cui un giorno si ha la grande “illuminazione”: si scopre che Dio esiste, è reale, fino ad averne “il fiato mozzo”.
A chi cercasse Dio altrove, solo tra le pagine dei libri o tra i ragionamenti umani, bisognerebbe ripetere ciò che l’angelo disse alle donne: “Perché cercate tra i morti colui che è vivente?” (Lc 24, 5). Dallo Spirito Santo -scrive san Basilio – dipende “la familiarità con Dio” . Dipende, cioè, se Dio ci è familiare o invece estraneo, se siamo sensibili, o invece allergici alla sua realtà.
Il rimedio è dunque ritrovare un contatto sempre più pieno con la realtà, anzi con la persona, dello Spirito Santo. Non contentarci neppure di una rinnovata Pneumatologia, cioè di una teologia dello Spirito, ma aspirare a fare di lui anche una esperienza personale. Milioni di cristiani del nostro tempo hanno fatto una esperienza forte della novella Pentecoste auspicata da san Giovanni XXIII. Ecco come uno di quelli che per primi, nella Chiesa cattolica, fecero questa esperienza, ne descriveva a caldo gli effetti a un amico:
“La nostra fede è diventata viva; il nostro credere è diventato una sorta di conoscere. Improvvisamente, il soprannaturale è diventato più reale del naturale. Gesù è una persona viva per noi. La preghiera e i sacramenti sono diventati veramente il nostro pane quotidiano, e non delle generiche pie pratiche. Un amore per le Scritture che io non avrei mai creduto possibile, una trasformazione delle nostre relazioni con gli altri, un bisogno e una forza di testimoniare al di là di ogni aspettativa: tutto ciò è diventato parte della nostra vita. L’esperienza iniziale del battesimo dello Spirito non ci ha dato particolare emozione esteriore, ma la vita è diventata soffusa di calma, di fiducia, gioia e pace” .
“E il Verbo si è fatto carne”
Siamo giunti così al termine del nostro piccolo “itinerario della mente a Dio”.Un meditazione sul ruolo di Cristo rivelatore unico del Dio vivente non può concludersi in modo più degno che con il Prologo dello stesso evangelista Giovanni che ci ha accompagnato fin qui. Non come un brano di vangelo da commentare – questo lo faremo il giorno di Natale -, ma come un inno di lode che sgorga ora dal nostro cuore a gloria della Santissima Trinità. Che una porzione così rappresentativa della Chiesa, in un luogo come questo, proclami la sua assoluta fede in Cristo Figlio di Dio e luce del mondo riveste un valore salvifico. Su un atto di fede come questo Cristo ha fondato la sua Chiesa e ha promesso che “ le potenze degli inferi non prevarranno contro di essa”. Lo recitiamo insieme in piedi e lentamente con il cuore colmo di stupore e gratitudine:
In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta […].
Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità […].
Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato.
Santo Padre, Venerabili Padri, fratelli e sorelle, grazie dell’ascolto e Buon Natale!
1.Nicholas Cabasilas, Vita in Cristo, III, 3.
2.S. Gregorio Nisseno, De eo qui sit ad imaginem Dei (PG 44, 1340).
3.S. Basilio, De Spiritu Sancto, 19,49 (PG 32, 157).
4.Testimonianza riportata in Patti Gallagher Mansfield, As by a New Pentecost, Amor Deus Publishing, Phoenix. AZ, 2016, p. 55.

sabato 7 gennaio 2017

La strada dei figli



di Stefania Falasca (Avvenire)

Un invito. Essenziale, anche per quest’anno. Quello di vivere «non nei fasti dell’apparenza, ma nella semplicità della vita, non nel potere, ma in una piccolezza che sorprende». Un invito che equivale a «vivere da figli» in uno sguardo che liberi dall’«orfanezza» e renda «nostalgiosi», cioè con quella «santa nostalgia di Dio» che «ci tira fuori dai nostri recinti deterministici, quelli che ci inducono a pensare che nulla può cambiare» e «ci permette di tenere gli occhi aperti davanti a tutti i tentativi di ridurre e di impoverire la vita». Un invito ancora a vivere da figli che non si lascino «anestetizzare il cuore», ma con quella «memoria credente che si ribella di fronte a tanti profeti di sventura». Non è solo l’ennesimo richiamo del Papa condito di neologismi anche sorprendenti: è la realtà a cui sempre si è chiamati a vivere come cristiani. È proprio sul filo di ciò che significa «vivere da figli» che si sono intessute le omelie con le quali Francesco ha voluto chiudere l’anno vecchio e aprire il nuovo. Vale la pena farne tesoro, in questa domenica che chiude il tempo di Natale.
«I pastori scoprono semplicemente che "un bambino è nato per noi" e comprendono che tutta questa gloria, tutta questa gioia, tutta questa luce si concentrano in un punto solo, in quel segno che l’angelo ha loro indicato – ha detto il Papa nella notte di Natale – e questo è il segno di sempre per trovare Gesù. Non solo allora, ma anche oggi, e per incontrarlo bisogna andare lì, dove Egli sta». Bisogna chinarsi, abbassarsi, farsi piccoli, «lasciare le illusioni dell’effimero per andare all’essenziale, rinunciare alle nostre insaziabili pretese, abbandonare l’insoddisfazione perenne e la tristezza per qualche cosa che sempre ci mancherà». Nell’omelia del Te Deum aveva ripreso le parole di san Paolo per dire in modo breve e conciso «il progetto che Dio ha per noi: che viviamo come figli». «Tutta la storia della salvezza trova eco qui: colui che non era soggetto alla legge decise, per amore, di perdere ogni tipo di privilegio (privus legis) ed entrare attraverso il luogo meno atteso per liberare noi che, sì, eravamo sotto la legge». E ritorna con insistenza sul farsi piccoli perché «la novità è che Dio decise di farlo nella piccolezza e nella fragilità di un neonato; decise di avvicinarsi personalmente e nella sua carne abbracciare la nostra carne, nella sua debolezza abbracciare la nostra debolezza, nella sua piccolezza coprire la nostra. In Cristo, Dio – dice Francesco – non si è mascherato da uomo, si è fatto uomo e ha condiviso in tutto la nostra condizione. Vicino a tutti quelli che nella loro carne portano il peso della lontananza e della solitudine, affinché il peccato, la vergogna, le ferite, lo sconforto, l’esclusione non abbiano l’ultima parola nella vita dei suoi figli».
Vivere da figli significa perciò vivere come il Figlio sotto lo sguardo di sua Madre. «Vogliamo incontrare il suo sguardo materno – sono parole del 1° gennaio –. Quello sguardo che ci libera dall’orfanezza; quello sguardo che ci ricorda che siamo fratelli: che io ti appartengo, che tu mi appartieni, che siamo della stessa carne. Quello sguardo che ci insegna che dobbiamo imparare a prenderci cura della vita nello stesso modo e con la stessa tenerezza con cui lei se n’è presa cura: seminando speranza, seminando appartenenza, seminando fraternità».
È perciò questa semplicità cristiana, che ci rende figli, la strada su cui andare. Quella di cui parlava anche von Balthasar come «un mistero», che «opera come tale». E «poiché essa è il riflesso in lui di una luce divina che gli si dona, un cristiano non la può produrre con un proprio sforzo e gestire come se ne fosse il padrone». Se così fosse – dice von Balthasar – andrebbe al di là della semplicità dell’evangelo, anzi, «diventerebbe stupido e come tale agirebbe, adeguandosi alla furbizia di questo mondo». È la furbizia che non ci rende figli ma schiavi degli «schemi mondani, dei piccoli idoli a cui rendiamo culto: il culto del potere, dell’apparenza e della superiorità. Idoli che promettono solo tristezza, schiavitù, paura». Come Erode, che non ha potuto adorare perché non ha voluto cambiare il suo sguardo, ha notato Francesco il giorno dell’Epifania. Perché «non ha voluto smettere di rendere culto a se stesso credendo che tutto cominciava e finiva con lui. Non ha potuto adorare perché il suo scopo era che adorassero lui. Nemmeno i sacerdoti hanno potuto adorare perché sapevano molto, conoscevano le profezie, ma non erano disposti né a camminare né a cambiare».
L’invito del Papa è così quello di andare come i magi che erano stanchi degli Erode del loro tempo, che sentirono nostalgia e non volevano più le solite cose. Andare verso una promessa di novità, una promessa di gratuità. Come i magi, che «poterono adorare perché ebbero il coraggio di camminare, e prostrandosi davanti al piccolo, prostrandosi davanti al povero, prostrandosi davanti all’indifeso, prostrandosi davanti all’insolito e sconosciuto Bambino di Betlemme, lì scoprirono la Gloria di Dio».

lunedì 2 gennaio 2017

Colui che è destinato a non spegnersi mai. Tenebra ed eccesso di luce



(Inos Biffi) Immerso, com’è, nel flusso del tempo, l’uomo non riesce a coglierne compiutamente il senso. Gli è solo possibile interpretarne un tratto, ma siccome l’insieme gli sfugge, egli rimane alla fine completamente confuso. Il motivo del dipanarsi degli anni, dello scorrere delle stagioni, permane un enigma. Per poterlo sciogliere, bisognerebbe essere collocati sopra il tempo e comprenderlo nella sua totalità. Ecco perché, a ben vedere, non è possibile una vera ed esauriente filosofia della storia: la ragione si trova bloccata nel tempo; ne scorge dei percorsi; ne ipotizza delle motivazioni, ma a corto raggio.
Bisognerebbe che l’uomo esorcizzasse la morte, che invece con appuntamento implacabile, irreversibilmente si incunea nello svolgersi della vita, creando la persuasione o dando l’impressione che in essa avviene il suggello dell’uomo, o è pronunziata su lui l’ultima, definitiva, parola.
C’è solo Uno che il tempo non riesce a spegnere e a disfare, al quale non può affermare il suo potere e sul quale assolutamente non può gravare le sue impronte di morte: è Gesù Cristo, che del tempo è il Signore — «Re e Creatore dei tempi» —, com’è detto in un inno di Quaresima.
Ma occorre precisare ulteriormente questa signoria di Cristo, arrivando a riconoscere che lo stesso tempo è stato creato da Dio a servizio di Gesù, affinché sorgesse lo spazio della sua epifania temporale e si delineasse l’area della sua manifestazione, e quindi della sua tradizione. Alla radice dell’esistenza dei giorni, degli anni, dei secoli si trova l’amore divino che, volendosi donare agli uomini, tramite il tempo si volge e si inclina verso di lui.
Da un lato, quindi, non sorprende che l’uomo abbia timore del tempo, che venga percorso dall’ansia e lo trascorra sospeso all’inquietudine degli eventi che gli possano succedere: dall’altro lato, però, non si lascia abbattere nell’avvilimento, proprio a motivo di Gesù, che tiene il tempo nelle sue mani onnipotenti, che lo plasma e lo dispone come luogo di grazia e di redenzione. 
Per quanto oscuro si possa presentare il cammino, il credente non si sente oppresso e ottenebrato. Il suo avvilimento è vinto dalla speranza, che non lo lascia né in balìa di se stesso coi suoi ondeggiamenti, né sospeso agli incerti e impreveduti eventi.
La mano che lo tiene e lo accompagna è la mano del Figlio di Dio, l’Eterno nato nel tempo, che diviene compagno di viaggio, col quale può intrattenere un colloquio continuo, o un’incessante preghiera, nella molteplicità delle forme che essa può assumere, come rendimento di grazie, gioioso compiacimento dei doni di Dio, contrita compunzione per le colpe commesse, fiducioso abbandono alla provvidenza misteriosa del Padre, ferma speranza che non verrà mai abbandonato, a dispetto di tutto quanto potesse attestare il contrario.
Prima della nostra risurrezione, quando ancora la Luce del Creatore non pervade tutte le cose, i nostri occhi ancora non riescono a penetrare negli antri remoti delle cose e a decifrare i segreti di quello che avviene. Essi rimangono come anfossi riposti e segreti.
Durante la vita terrena possiamo paragonarci a dei ciechi condotti per mano da uno che vede. È quanto avviene nel credente, per il quale la guida che vede è lo stesso Signore Gesù, «Luce del mondo», seguendo il quale non si cammina avvolti nelle tenebre, ma come nel cono di una lucerna accesa (cfr. Giovanni 8, 12).
È vero che varie tracce di oscurità continuano a segnare il percorso del discepolo del Signore e che il buio non si è ancora del tutto diradato: ma questo è lo stato che distingue esattamente la condizione della fede, prima della visione; lo stato, cioè, della prova o della speranza, quando siamo chiamati ad affidarci in confidente abbandono alla Parola di Dio e ad arrischiare su di essa la vita, nell’attesa che l’alba nasca e si avVII a brillare in tutto il suo fulgore.
Anche ai vertici dello stato mistico e di un’esperienza profonda e arcana di Dio si suole parlare di tenebra, che in verità non è assenza ma eccesso ed eccedenza di Luce. Allora l’oscurità diviene l’indice delle prove attraverso le quali la fede si purifica in una laboriosa e dolorosa fedeltà, che non viene meno nella tentazione, ma resiste sostenuta dalla grazia. Gesù stesso è passato attraverso questa oscurità e questa notte, quando nelle ore della sua agonia orante nel Giardino degli Ulivi professava la sua piena rassegnazione e il suo incondizionato abbandono al Padre e ai suoi misteriosi disegni, che si stavano compiendo.
Torniamo al tema del tempo, per dire che i suoi segreti solo Dio, che del tempo è il Signore, li conosce e li scruta. E soprattutto ce li elargisce ricolmi di grazia, così che trascorrendo non si diluiscano in perdita, ma concorrano alla nostra edificazione e maturazione spirituale.
Noi siamo chiamati ad affidarci a lui in tutte le circostanze, poiché egli si fa trovare in ogni frammento di tempo. 
Tutti i nostri momenti sono destinati a essere riscattati con il nostro abbandono alla volontà del Padre, che ci viene incontro in ogni attimo e che crea e accompagna il tempo, perché sia per noi il luogo del suo dono e del suo amore. 
Gesù ha fiaccato e abbattuto il «Principe di questo mondo» (cfr. Giovanni 12, 31), e noi possiamo senza esitazione affidarci al Signore, al quale appartiene «ogni potere in cielo e sulla terra» (Matteo 28, 18). Senza dubbio, un affidamento laborioso, non esente da chiazze di oscurità, ma misericordiosamente sostenuto dall’incessante grazia divina.
L'Osservatore Romano

Verso una teologia delle religioni


Verso una teologia delle religioni


di Gianfranco Ravasi
«A ognuno di voi è stata assegnata da Dio una regola e una via, mentre se Egli avesse voluto avrebbe fatto di voi una comunità unica. Ma non ha fatto questo per provarvi in quello che vi ha dato. Gareggiate, allora, nelle opere buone, perché a Dio tutti voi tornerete. Allora egli vi informerà di quelle cose per le quali ora siete in discordia». È questo un passo suggestivo del Corano ( V, 48) nel quale si riconosce che la diversità delle “regole” e delle “vie”, cioè dei riti, delle dottrine e delle norme morali, è contemplata da Dio nel suo progetto sull’umanità.
E si afferma che sarà solo alla fine dei tempi, cioè nell’escatologia, che tutti ritroveranno un’unità attraverso un’illuminazione divina. Siamo partiti dal Corano – che agli occhi di molti appare come il testo sacro più integralistico – per affermare che il dialogo interreligioso in realtà appartiene all’anima profonda di tutte le religioni, in particolare delle tre monoteistiche. Per noi cattolici alla base c’è il Concilio Vaticano II, con la fondamentale dichiarazione Nostra aetate, promulgata il 28 ottobre 1965. In essa, come è noto, non solo venivano prese in considerazione le varie religioni non cristiane ma si riservava un’attenzione particolare proprio all’islam (n. 3) e all’ebraismo (n. 4) e si ribadiva con fermezza che «non possiamo invocare Dio Padre di tutti gli uomini, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni tra gli uomini, creati a immagine di Dio» (n. 5). È in questo spirito che già l’anno prima, il 19 maggio 1964, Paolo VI istituiva un Segretariato per i non Cristiani, che Giovanni Paolo II, con la costituzione Pastor bonus del 28 giugno 1988, ha trasformato nell’attuale Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso. In questa delicata, ma anche necessaria e affascinante, esperienza di dialogo è indispensabile navigare evitando due scogli opposti che ininterrottamente si presentano davanti ai credenti delle diverse religioni.
Da un lato, infatti, c’è la Scilla dell’integralismo identitario esclusivo che ha appunto nel fondamentalismo il suo vessillo spesso insanguinato: la cronaca tragica di certi Paesi dell’Asia e dell’Africa, ma anche le esplosioni inattese di queste degenerazioni religiose nello stesso Occidente ne sono una terribile testimonianza. Aveva ragione lo scrittore Jorge Luis Borges quando già nel 1962, nei suoi Labirinti, osservava che «è più faci- le morire per una religione di quanto lo sia viverla assolutamente». D’altro lato c’è, però, la nebbiosa Cariddi del sincretismo incolore che relativizza ogni Credo stemperandolo in un’innocua melassa spirituale. L’autentico dialogo è, infatti, l’incontro attento e rispettoso ( dià-) tra due lógoi religiosi dotati di una loro identità teologica e culturale.
Non è possibile riassumere in poche righe la molteplicità delle esperienze vissute e delle espressioni teologiche che questo dialogo ha realizzato, pur nella complessità e nelle difficoltà che si sono registrate, anch’esse comunque appartenenti al progetto di Dio che – come afferma il passo della sura V – ci ha «messo alla prova in quel che ci ha dato». Desideriamo soltanto segnalare, in ambito cristiano, il delinearsi di una vera e propria “teologia delle religioni” che Heinz Robert Schlette, discepolo del famoso teologo Karl Rahner, ha definito come «un terreno dogmaticamente nuovo, paragonabile alle zone in bianco degli antichi atlanti». Si sono così aperti diversi itinerari di ricerca, alcuni collegati a percorsi già battuti nei secoli scorsi. Il caso della tradizionale prospettiva “esclusivista”: Cristo è l’unico mediatore di salvezza, implicitamente o esplicitamente riconosciuto, e la Chiesa è direttamente o indirettamente l’unica istituzione di salvezza. Celebre è il motto Extra Ecclesiam nulla salus, formulato dallo scrittore cristiano del III secolo Origene e dal vescovo di Cartagine Cipriano: la salvezza è universalmente offerta attraverso il canale della Chiesa che – per usare le immagini di questi autori – è la casa-città di rifugio, è l’arca che sottrae al diluvio, è la madre nutrice di vita.
La perentorietà della formula, adottata da vari Padri della Chiesa e da alcune affermazioni del magistero ecclesiale medievale (in particolare dal Concilio di Firenze del 1442), è stata sottoposta successivamente a un complesso processo interpretativo, soprattutto per la definizione del concetto di “Chiesa” e quindi dell’ampiezza del suo spazio salvifico. Si è così introdotta una visione di indole più “inclusivista”: i valori positivi delle religioni non cristiane sono destinati a trovare compimento nel cristianesimo (così il teologo e cardinale Jean Daniélou); chi accoglie con coscienza pura la grazia divina e vive con fedeltà il suo impegno morale e spirituale, a qualsiasi religione (o a nessuna religione) appartenga, è in pratica un «cristiano anonimo » (il citato Karl Rahner). L’incontro interreligioso di Assisi del 1986 fu l’icona vivente di questo nuovo atteggiamento, già fatto balenare dal Concilio Vaticano II nel citato documento Nostra aetate (n. 2). Ma negli ultimi anni è apparso un terzo modello, di tipo “pluralistico”, che al precedente paradigma “cristocentrico” ha sostituito quello più generale “teocentrico”.
La proposta fu avanzata dal teologo presbiteriano John Hick, secondo il quale la salvezza promana da Dio, “Realtà ultima”, e quindi ogni religione con la sua verità è uno spazio di salvezza. È evidente che questa prospettiva, mettendo tra parentesi la funzione specifica di Cristo, relativizzava la religione cristiana, riconducendola a una forma spirituale tra le tante, senza la sua identità specifica. È per questo che si giunse nel 2000 alla dichiarazione vaticana Dominus Jesusin cui la Chiesa cattolica riaffermava l’unicità della salvezza in Cristo, almeno in modo “inclusivo”.
Nel frattempo però sono state elaborate altre proposte di taglio “relazionale”, nello sforzo di porre l’identità cristiana in relazione creativa con le altre tradizioni religiose: i nomi di teologi come Jacques Dupuis, Claude Geffré, Hans Küng, Michael Amaladoss hanno superato i confini delle facoltà teologiche, suscitando un dibattito molto effervescente, ma anche alcune reazioni cattoliche ufficiali negative, trattandosi talora di proposte radicali, drastiche e in qualche caso provocatorie. Abbiamo voluto descrivere sommariamente questa mappa teologica piuttosto articolata e variegata per far comprendere quanto sia necessario, ma anche complesso, il dialogo interreligioso sia tra i monoteismi sia nello spettro più vasto dei fenomeni religiosi.

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Patriarcato latino di Gerusalemme. Omelia della Messa per la Pace 2017 
 LPJ 
Abbiamo celebrato da pochi giorni il Natale del Signore, e abbiamo fatto memoria di quell’evento accaduto nella storia in cui Dio si è rivestito della nostra carne. Ora continuiamo a celebrare il Natale, perché quella nascita non cessa di essere vitale, attiva: il Signore continua a nascere, a crescere, ad esistere nella vita di ogni battezzato e – in modo misterioso – in quella di ciascun uomo. (...)







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Frère Aloïs: insieme per trovare speranza 
 SettimanaNews 
(Francesco Strazzari)  – Frère Aloïs, che impressione ha  di questo incontro di Riga,  formidabile ed entusiasmante,  con tutti questi giovani che sono arrivati soprattutto dall’Est Europa? -- È una gioia grande e questo è sorprendente perché siamo in un periodo non facile per l’Europa e anche per la Chiesa. (...)

sabato 31 dicembre 2016

EL NIÑO DEL TAMBOR



Letra de la canción

El camino que lleva a Belén
baja hasta el valle que la nieve cubrió.
Los pastorcillos quieren ver a su Rey,
le traen regalos en su humilde zurrón
(ro pom pom pom, ro pom pom )

Ha nacido en un portal de Belén
el Niño Dios

Yo quisiera poner a tu pies
algún presente que te agrade Señor,
mas Tú ya sabes que soy pobre también,
y no poseo más que un viejo tambor.
(ro pom pom pom, ro pom pom pom)
¡En tu honor frente al portal tocaré 
con mi tambor!

El camino que me lleva a Belén
yo voy marcando con mi viejo tambor,
nada mejor hay que te pueda ofrecer,
su ronco acento es un canto de amor
(ro pom pom pom, ro pom pom pom)

giovedì 29 dicembre 2016

Festa della famiglia. Quale?

Sacra Famiglia

di Angelo Busetto

La festa della Santa Famiglia di Nazaret quest'anno si sfila quasi dal calendario, non trovando una domenica in cui collocarsi tra Natale e Capodanno, e finisce in un magro venerdì. Quello che accade incidentalmente nel calendario liturgico sembra un riflesso dello smarrimento del senso della famiglia che serpeggia nella società. Quando gruppetti di donne singole si radunano nel bar sottocasa, o più frequentemente vi stazionano giovanotti attempati, si diffonde una sensazione di solitudine, come nei racconti dell'Ottocento con le vicende dei ragazzi senza famiglia. Donne sole e padri separati, bambini alloggiati con la mamma in casa dei nonni, coppie deboli e labili con frequente cambio di partner, così da non lasciare il  tempo di memorizzarne i nomi, creano disorientamento e dissesto. Sarebbe semplice risolvere il problema di un letto in cui dormire e del piatto caldo, se i due fratelli si frequentassero o tornassero ad abitare con i genitori 'fastidiosi'. Sarebbe semplice gustare la bellezza della casa se papà e mamma si parlassero senza litigare.
In questo frangente, la famiglia di Nazaret rimane piantata in tutti i presepi delle Chiese e delle case, per riapparire puntualmente nel calendario festivo dei prossimi sei anni. Soprattutto, la famiglia di Nazaret riemerge nelle famiglie con papà e mamma e figli che continuano ad abitare le case, ad attraversare le piazze e a battezzare i bambini. Riemerge tra le onde della nostra società, nelle esperienze di accoglienza e di misericordia che illuminano il volto delle comunità cristiane. Siamo pervasi da una grande nostalgia di famiglia: gli anni e i giorni ci sono dati per farci toccare con le nostre mani e vedere con i nostri occhi la bellezza dell'amore.
Ne ha voluto fare esperienza lo stesso Figlio di Dio, nato da donna e cresciuto come figlio di Giuseppe. Che cos'ha di straordinario la famiglia di Nazaret? Che cos’ha di straordinario una famiglia cristiana? Gesù presente nella quotidianità dei giorni! Moglie, marito e figli non sono soli: Cristo abita la casa, riconosciuto e accolto anche nell’esperienza del limite. C’è da augurare alle famiglie di vivere di questo Amore, ricevuto nel giorno del matrimonio e continuamente domandato come grazia che riaccade.

Nei giorni di insufficienza e di fatica, si chiede perdono a Dio e si ricomincia con il suo aiuto. Stare di fronte alle circostanze affidandosi a Cristo, fa insorgere la letizia dal profondo del cuore. Niente diventa obiezione all'unione sacramentale, nemmeno i peccati, poiché l'Amore vive per sempre! Chi divorzia perde tantissimo, anzi, perde tutto. In casi estremi il divorzio o almeno la separazione sembrano essere l'unica soluzione, ma i miracoli accadono anche nelle famiglie.
La famiglia è l'esperienza più straordinaria di un amore non più  basato sul sentimentalismo, ma su un Amore più  grande, che è quello della Trinità. La Sacra Famiglia ha di speciale che è la prima famiglia cristiana, quella che incessantemente si costituisce ad immagine della Trinità.
Il Natale contribuisce a rendere più evidente la bellezza della famiglia. Venendo a nascere in una famiglia, il Figlio Gesù ha tradotto in termini umani l'abisso dell'amore infinito di Dio Padre e dello Spirito Santo. E' un raggio che torna a illuminare, una corrente che continua a scorrere nei campi riarsi delle nostre contrade. Lungo il percorso della storia, l'umanità è risorta mille volte dalla tragedia della disperazione e del nulla, per una potenza di grazia. La famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe apre un percorso di compagnia e di redenzione per ogni bimbo e per ogni padre e madre, per ogni uomo e ogni donna, bisognosi di respirare l'aria bella e pulita dell’amore ricevuto e donato.

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Famiglia, speranza per il mondo
di Margherita Garrone

Chi si accorgerà quest’anno della festa della Sacra Famiglia? Abituati a celebrarla la prima domenica dopo il S. Natale, quest’anno non la troviamo più in molti calendari. Tutti d’accordo? il nuovo governo si è dimenticato di dare l’incarico per la famiglia; il Pontificio Consiglio per la Famiglia, tanto importante per S. Giovanni Paolo II, ora non lo si riconosce più, confuso com’è da tanti altri Consigli accorpati.
Forse perché è diventato difficile parlare ancora di Famiglia al singolare e senza ulteriore qualifica. Ma la festa di oggi, 30 dicembre, si riferisce alla Sacra Famiglia. Anche questa può ancora sempre dare tanto fastidio? Come ai tempi di Marx, la Sacra Famiglia di Nazareth è il nemico da annientare? Eppure, oggi come ieri e come sempre, l’Incarnazione passa attraverso la S. Famiglia di Nazareth!
“Con l'Incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo”, ciò è avvenuto proprio “a cominciare dalla famiglia”. “Il Figlio Unigenito, Dio da Dio, Luce da Luce, è entrato nella storia degli uomini attraverso la famiglia”. “Il mistero divino dell’incarnazione”, “la Via della Chiesa” (Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, 2). Era il 1994, anno internazionale della famiglia indetto dall’ONU, accolto dalla Chiesa con uno slancio apostolico esemplare poiché da Cristo è stata inviata a tutte le nazioni.
Quando poi si dice, a torto, che la Chiesa nei documenti precedenti la “Amoris laetitia” negava la “misericordia” verso le famiglie in difficoltà per mantenere una certa rigidità formale nel rispetto della “norma”, invito a rileggere la “Lettera alle famiglie”, paragrafo 3, dove Giovanni Paolo II scrive (citando la “Familiaris Consortio” del 1981:
“In questo testo si affronta una vasta e complessa esperienza che riguarda la famiglia, la quale, tra popoli e Paesi diversi, rimane sempre e dappertutto « la via della Chiesa ». In certo senso lo diventa ancora di più proprio là dove la famiglia soffre crisi interne, o è sottoposta ad influenze culturali, sociali ed economiche dannose, che ne minano l'interiore compattezza, quando non ne ostacolano lo stesso formarsi”.
E ancora al n. 5: “Possano tutte (le famiglie) sentirsi abbracciate dall'amore e dalla sollecitudine dei fratelli e delle sorelle! La preghiera, nell'Anno della Famiglia, costituisca anzitutto un'incoraggiante testimonianza da parte delle famiglie che realizzano nella comunione domestica la loro vocazione di vita umana e cristiana. Sono tante in ogni Nazione, diocesi e parrocchia! Si può ragionevolmente pensare che esse costituiscano « la regola », pur tenendo conto delle non poche « situazioni irregolari ». E l'esperienza dimostra quanto sia rilevante il ruolo di una famiglia coerente con la norma morale, perché l'uomo, che in essa nasce e si forma, intraprenda senza incertezze la strada del bene, inscritta pur sempre nel suo cuore. Alla disgregazione delle famiglie sembrano purtroppo puntare ai nostri giorni vari programmi sostenuti da mezzi molto potenti. A volte sembra proprio che si cerchi in ogni modo di presentare come « regolari » ed attraenti, conferendo loro esterne apparenze di fascino, situazioni che di fatto sono « irregolari ». Esse infatti contraddicono « la verità e l'amore » che devono ispirare e guidare il reciproco rapporto tra uomini e donne e, pertanto, sono causa di tensioni e divisioni nelle famiglie, con gravi conseguenze specialmente sui figli”. 
La Sacra Famiglia: un padre, una madre, un figlio.
Padre veramente padre? Sposo veramente sposo? Madre e vergine?
Quanto grande ed esemplare e totalmente vissuta nel dono incondizionato di sé sia l’Amore in questa famiglia, se non ci fermiamo un momento e alziamo gli occhi all’opera dello Spirito Santo non riusciamo a vederlo. Le parole del Vangelo di Matteo (1, 24ss): “Giuseppe prese con sé la sua sposa; senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù”, dichiarano la paternità di Giuseppe.
Padre Giuseppe? Sì, ne fa fede la genealogia di Matteo dove, dopo aver qualificato Giuseppe discendente di Davide, aggiunge “lo sposo di Maria, dalla quale fu generato Gesù” (Mt 1, 16). Il Cristo inserito nella discendenza di Davide: “Figlio di Davide”, come lo dichiarano a Gesù i farisei (Mt 22,41); è l’adempimento della promessa fatta ai Padri, e nello stesso tempo “concepito per opera dello Spirito Santo”, unico Figlio di Dio.
“Lo chiamerai Gesù” (Mt 1,21). È compito del padre conferire il nome e presentare il primogenito al Tempio in ricordo dell’Esodo. Giuseppe, lo sposo di Maria. Un onore così grande, il giusto Giuseppe non lo avrebbe mai chiesto; aspirava ad un giusto amore con la sua sposa, un amore umano. Ma lo Spirito Santo gli consegnò l’amore coniugale più perfetto, superando la stessa corporeità, e “proprio il matrimonio tra Giuseppe e Maria realizza in piena libertà il dono sponsale di sé” (RC 7).
Come nel ’94, anche oggi riponiamo ogni speranza per il mondo nella famiglia: luogo del dono incondizionato di sé e dell’accoglienza della vita. E con Giovanni Paolo II preghiamo in questa santa Festa della Famiglia di Nazareth:
“Dio, dal quale proviene ogni paternità in cielo e in terra,
Padre, che sei amore e vita,
fa’ che ogni famiglia umana sulla terra diventi,
mediante il tuo figlio, Gesù Cristo, "nato da donna",
e mediante lo Spirito Santo, sorgente di divina carità,
un vero santuario della vita e dell’amore
per le generazioni che sempre si rinnovano. 
Fa’ che la tua grazia guidi i pensieri e le opere dei coniugi
verso il bene delle loro famiglie
e di tutte le famiglie del mondo. 
Fa’ che le giovani generazioni trovino nella famiglia un forte sostegno
per la loro umanità e la loro crescita nella verità e nell’amore.
Fa’ che l’amore, rafforzato dalla grazia del sacramento del matrimonio,
si dimostri più forte di ogni debolezza e di ogni crisi,
attraverso le quali, a volte, passano le nostre famiglie. 
Fa’, infine, te lo chiediamo per intercessione della sacra famiglia di Nazaret,
che la Chiesa in mezzo a tutte le nazioni della terra
possa compiere fruttuosamente la sua missione
nella famiglia e mediante la famiglia. 
Per Cristo nostro Signore,
che è la via, la verità e la vita
nei secoli dei secoli. Amen”.

Lanuovabq

La fede di Giuseppe...



...nella liturgia bizantina del tempo natalizio. 

(Manuel Nin) L’ufficiatura bizantina celebra san Giuseppe, lo sposo della Madre di Dio, la domenica precedente il Natale e in quella successiva. Diversi testi e la stessa icona della festa di Natale ne presentano la figura sotto diversi aspetti, ma in modo speciale come uomo della confessione di fede, che è quella della Chiesa.
Giuseppe è la figura umile e discreta in un angolo dell’icona, in atteggiamento pensieroso, quasi dubbioso di fronte ai due grandi misteri che lo sorpassano: la verginità di Maria e soprattutto la vera incarnazione del Verbo di Dio. E diventa modello di ognuno di noi che, guidati e ammaestrati dalla Chiesa, confessiamo la nostra fede, feriti tante volte dal dubbio, confermati dalla fiducia di Maria, figura a sua volta della Chiesa stessa. In molti testi di questi giorni prima e dopo il Natale, Maria diventa per Giuseppe e per ogni fedele, la guida, quasi la pedagoga che prende per mano e conduce alla fede. La figura di Giuseppe è presentata sempre come quella di un uomo aperto al mistero di Dio, e il suo dubbio e la sua professione di fede sono in rapporto alla vera incarnazione del Verbo di Dio: «Saliamo con la mente a Betlemme e con i pensieri dell’anima contempliamo la Vergine che si appresta a partorire nella grotta il Signore dell’universo e Dio nostro; Giuseppe, considerando la grandezza delle meraviglie di Dio, pensava di vedere un semplice uomo in questo bambino avvolto in fasce, ma dai fatti comprendeva che egli era il vero Dio, colui che elargisce alle anime nostre la grande misericordia».
Due testi ci richiamano alla festa dell’ingresso della Madre di Dio nel tempio: «Inneggiando alla Vergine che portava in seno il Verbo sempiterno, il giusto Giuseppe esclamava: Ti vedo divenuta tempio del Signore, perché tu porti colui che viene a salvare tutti i mortali e a rendere templi divini, nella sua misericordia, coloro che lo celebrano. Non affliggerti, Giuseppe, osservando il mio grembo: vedrai infatti colui che da me nascerà e ti rallegrerai, e come Dio lo adorerai».
Betlemme, il luogo della nascita di Cristo, diventa una chiesa, e la nascita stessa del Signore quasi una liturgia dove si congiungono in un’unica celebrazione la Natività di Cristo e la sua Pasqua. E di questa liturgia la mangiatoia è l’altare e allo stesso tempo la tomba di Cristo, e le fasce, chiamate «teofore», cioè “portatrici di Dio”, la testimonianza della sua risurrezione: «Su, Betlemme, prepara ciò che serve al parto; vieni Giuseppe a farti registrare con Maria; santissima è la mangiatoia, teofore le fasce: la vita, in esse avvolta, spezzerà le catene della morte, stringendo i mortali per renderli incorruttibili, o Cristo, Dio nostro».
Il dubbio di Giuseppe, che tante volte è quello dell’umanità intera, viene messo in primo piano, come nell’icona stessa: «Maria, che è questo fatto che io vedo in te? Non so che pensare nel mio stupore e la mia mente è sbigottita. In luogo di onore, mi hai portato vergogna; in luogo di letizia, tristezza; in luogo di lode, biasimo. Ti avevo ricevuta irreprensibile da parte dei sacerdoti, dal tempio del Signore: e ora cos’è ciò che vedo?». La risposta al dubbio di Giuseppe viene messa in bocca a Maria, cioè alla Chiesa: «Perché, vedendomi incinta, sei cupo e turbato, ignorando del tutto il tremendo mistero che mi riguarda? Deponi ormai ogni timore, e considera il prodigio: Dio, nella sua misericordia, discende sulla terra, nel mio grembo, e qui ha preso carne». 
La risposta di fede di Giuseppe, e quella di ogni cristiano, poggia sulle profezie veterotestamentarie: «Di’ a noi Giuseppe, come conduci incinta a Betlemme la Vergine che hai presa dal santo dei santi. Ci risponde: Io ho esaminato i profeti, e, ricevuto il responso da un angelo, sono persuaso che, in modo inesplicabile, Maria genererà Dio: per adorarlo verranno magi dall’oriente e gli renderanno culto con doni preziosi».
E lo stesso Giuseppe, testimone della vera nascita del Verbo di Dio incarnato, ne diventa annunciatore anche ai profeti che l’hanno preceduto: «Annuncia, Giuseppe, i prodigi al padre di Dio, Davide: tu hai visto la Vergine incinta, insieme ai magi hai adorato, con i pastori hai glorificato, da un angelo hai avuto la rivelazione. Sei divenuto pari in onore a tutti gli angeli, i profeti e i martiri, o beato, e vero consorte dei sapienti apostoli: con loro dunque, sempre ti proclamiamo beato e veneriamo, o Giuseppe, la tua sacra memoria». 
In un angolo dell’icona, nella discrezione, Giuseppe è anche potente intercessore: «La tua memoria invita alla letizia tutti i confini della terra, e li induce a lodare il Verbo che ti ha glorificato. Tu che stai con franchezza presso il Cristo, intercedi incessantemente per noi. Tu hai custodito la pura che custodiva integra la verginità, e dalla quale si è incarnato il Verbo Dio, conservandola vergine dopo la sua nascita ineffabile: insieme a lei, o teoforo Giuseppe, ricordati di noi».

L'Osservatore Romano

Maria Madre di Dio nel deserto libico..

Desert sand

di padre Piero Gheddo

1) L’anno nuovo 2017 ci dice che il tempo passa, la vita fugge, l’eternità si avvicina.  Anzitutto ringraziamo Dio del tempo che ci dà. La vita vale sempre la pena di essere vissuta, fin che Dio vuole, anche ammalati o disabili: serviamo il Signore con la sofferenza, l’umiltà di accettare le malattie.
Padre G. B. Tragella è stato il mio educatore e modello della vita di un prete e missionario. Era un sant’uomo, mi insegnava a spendere bene tutto il mio tempo e mi ha educato al giornalismo impegnato per il Vangelo.
È morto a Roma a 84 anni. Pochi giorni prima che morisse sono andato da Milano a Roma per un ultimo saluto e mi diceva che non capiva perché il buon Dio ci fa vivere così poco! Io ero sui trent’anni e non capivo. Adesso capisco bene!
2) Bellissimo e commovente il Vangelo di oggi: i pastori corrono a vedere Gesù! Anche la nostra vita ricomincia da capo alla grotta di Betlemme!
Che bello incominciare l’anno nuovo con Maria, Madre di Dio e madre nostra! Anno nuovo, vita nuova, il nostro cammino ricomincia da zero.
Chiediamo la grazia di commuoverci, di stupirci di fronte ai fatti della vita. Guai a chi pensa di aver visto tutto, di sapere tutto: si chiude in se stesso e non avanza più in sapienza in sapienza umana e cristiana. La grazia della commozione è indispensabile   come l’immagine che deve accompagnarci in questi giorni.
Il 1° gennaio immagino che Maria sia qui accanto a me, all’inizio del nuovo anno 2017. Mi prende per mano e mi dice: “Pierino, vieni, ti accompagno io”. Grazie a Dio, io ho 87 anni, ma siamo rimasti tutti bambini. Dobbiamo affidarci alla Mamma del Cielo, se vogliamo fare un buon anno.
Il Vangelo di oggi ci dice che “Maria conservava tutte queste cose nel suo cuore, meditandole assieme”: la stessa frase che San Luca ripete dopo il Vangelo col racconto del ritrovamento di Gesù al tempio (Luca, 2, 52). Cioè Maria meditava i fatti della vita attraverso cui Dio si manifestava. Ma cosa aveva da meditare la mamma di Gesù? Era senza peccato, aveva dato alla luce il Salvatore e lo teneva fra sue braccia, era “benedetta fra tutte le donne” e “tutti i popoli la diranno beata”… Eppure meditava: anche lei, era chiamata a “crescere in sapienza e grazia”, come il   Vangelo dice di Gesù quando la famiglia ritorna a Nazareth, dopo che Giuseppe e Maria lo ritrovano fra i dottori nel tempio. Maria educava Gesù e Gesù educava lei!
Maria cresceva anche lei in età e grazia ed esperienze di vita che la avvicinano sempre più a Dio, Padre e Creatore. Anche noi dobbiamo crescere sempre nell’amore di Dio, chiedere a Dio il dono della santità. Perché la santità, cioè l’imitazione di Cristo, “è il desiderio della santità” scrive S. Agostino. È una sentenza profonda, meditiamola pregando.
Nella vita spirituale è sbagliato pensare che siamo in pensione, che abbiamo fatto tanto, adesso è il momento di riposarci. Spiritualmente siamo sempre in cammino, possiamo sempre crescere in santità e sapienza, come Maria.
Ringraziamo Dio per i doni che ci ha dato e ci dà e ci darà. Maria è umile, sa di essere una piccola e povera ragazzina e riconosce il grande dono di Dio che l’ha scelta per dare a Gesù un corpo simile al nostro: “Sono la serva del Signore, si compia in me la sua volontà…L’anima mia magnifica il Signore”.
3) Maria Regina della Pace. Il Messaggio di Papa Francesco per la Pace di quest’anno 2017 è intitolato: La non violenza come stile di una politica per la pace.
La pace non si costruisce solo con la diplomazia, i patti internazionali, l‘azione dell’ONU, ma riconoscendo la dignità di ogni creatura umana e convertendo il nostro cuore a sentimenti di pace. Maria Regina della pace perché ha dato alla luce Gesù, che porta la pace al mondo. Ogni bambino che nasce porta la pace nei cuori.
Nei giorni dopo il Natale 2006 sono in Libia, a Sebha, ciità a 900 km. a sud di Tripoli, nel deserto del Sahara. Il prete padovano Vanni (Giovanni) Bressan lavora da 16 anni come medico dell’ospedale governativo. È gradito a tutti e ha fondato la prima parrocchia del deserto libico. Mi dice: “Sono giunto qui nel 1991 c’erano solo due piccoli gruppi cattolici di indiani e sudanesi, ci incontravamo in case private. Da una decina d’anni sono arrivati tanti neri dai paesi a sud del deserto (Camerun, Nigeria, Ciad, Benin, Togo, Burkina Faso), con viaggi avventurosi. Oggi, nella regione di Sebha, su 200.000 libici, i neri sono circa 40.000, forse più della metà cristiani. C’è molto lavoro per i neri: in agricoltura (c’è acqua), come meccanici, falegnami, muratori, ecc. Si fermano qui due-tre anni, quando hanno 3-4mila dollari vanno sulla costa libica per venire in Italia, rischiando la vita”.
Bressan continua: “La parrocchia l’hanno fatta loro, organizzata loro. Io dò solo la copertura e l’assistenza spirituale, ma fanno tutto loro, si organizzano, inventano servizi ecclesiali e sociali. Io sono l’unico prete, ho 75 anni e faccio anche il medico. La parrocchia ha gruppi diversi: canti, catechismo, assistenza agli anziani, visite delle famiglie e degli ammalati, scuola e oratorio per i bambini, aiuto ai poveri, gruppo biblico, visita ai lontani per ricondurli alla Chiesa, ecc. Sono attivi perché entusiasti della fede. Appartengono alla Legione di Maria e ai carismatici cattolici. Diversi protestanti pentecostali entrano nella Chiesa. Sanno organizzarsi da soli senza prete. Sarebbero una risorsa per la Chiesa italiana. Anni fa sono stato a Londra, un pastore anglicano mi diceva: “Alcune nostre parrocchie si sono rinvigorite perché sono arrivati tanti africani giovani ed entusiasti della fede”.
Ho avuto la gioia di celebrare il battesimo di un bambino di nigeriani che venivano dal deserto. Mi sono commosso fino alle lacrime per le festa, le preghiere, i canti, le danze, la dolce atmosfera di famiglia che si era creata in quell’unica chiesa del deserto libico. La giovane donna era arrivata pochi mesi prima portando già in seno il bambino. Ha partorito in condizioni di estrema povertà, come la Madonna nel Natale di Gesù. E quel bambino africano mi sembrava proprio Gesù.
Pastori, chi avete visto?
Chi è apparso sulla terra?
Abbiamo visto un bambino.
E gli Angeli che lodavano il Signore”.
[Antifona delle Lodi nel tempo post-natalizio]

domenica 25 dicembre 2016

Omelia di Natale 2016 di mons. Pierbattista Pizzaballa

Omelia di Natale 2016 di mons. Pierbattista Pizzaballa 
LPJ 


“Ecco: il Signore è alle porte!” (cfr Gc 5, 9). Natale è l’ingresso del Figlio di Dio nel mondo: Cristo entra nel mondo, viene tra la sua gente. E davanti a Lui è tutto un aprirsi e chiudersi di porte. All’indomani del Giubileo della misericordia, possiamo leggere il Natale come la porta che Dio mantiene aperta per uscire verso l’uomo e invitarlo ad entrare nella comunione con lui. (...) 


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Cristo viene in questo mondo per salvare l'uomo. È questa la grande e unica letizia che può riscaldare il cuore dell'uomo. E va comunicata a tutti gli uomini assumendo su di noi quella guerra al male, alla presunzione, all'equivoco che è di Gesù stesso.
di Luigi Negri*


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"Buon Natale a chi, come Maria e Giuseppe, è vicino nella fede; A chi, coi pastori, si affretta con semplicità. E buon Natale agli altri pastori, che hanno continuato a dormire dicendosi che era tutta propaganda; Buon Natale ai Magi, che con la testa piena di idee arrivano a fine spettacolo; Buon Natale anche a Erode, che si arrovella di gelosia nel suo palazzo. Dalla capanna di Betlemme continua a zampillare l’amore. Non c’è uomo che non ne sia irrorato".
di Giacomo Biffi*